mercoledì 29 dicembre 2010

Morta a 28 anni Isabelle Caro, la modella anoressica di Toscani

Addio al razionamento

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Giorno dopo giorno si avvicina il nuovo anno e cresce l’apprensione per il taglio di impieghi e per la diminuzione dei sussidi che dovremo affrontare nei prossimi mesi. L’espressione “continuare a camminare sul bordo del precipizio”, utilizzata da Raúl Castro nel suo ultimo discorso non è una metafora ma dolorosa realtà. Tra i sussidi statali che saranno eliminati, c’è il cosiddetto mercato razionato che distribuisce una piccola quota mensile di prodotti per ogni cittadino. Nessuno può sopravvivere mangiando soltanto ciò che è previsto dalla propria “tessera del razionamento”, documento per noi più importante della stessa carta d’identità. Tuttavia, i ridicoli salari e gli alti prezzi degli altri mercati esistenti nel paese rendono drammatica e molto controversa la soppressione di questa sovvenzione.

La “tessera del razionamento” non è soltanto un sostegno modesto e basilare, ma viene presentata come il miglio che giustifica la gabbia. Quando la critica sale di tono e i non conformi cominciano a biasimare il sistema, escono fuori i filogovernativi a ricordare che il governo spende milioni all’anno per farci avere un po’ di fagioli, un pacchetto di caffè ogni trenta giorni e un pezzo di mortadella che nutre più l’umorismo popolare che lo stomaco. Il sistema è stato questo per oltre quarant’anni, da quando venne introdotto il mercato controllato, che i miei genitori pensavano come un provvedimento temporaneo e transitorio fino a quando l’economia pianificata e centralizzata avrebbe dato i suoi frutti. Appena sono nata hanno scritto il mio nome sul registro dei consumatori e vent’anni dopo ho dovuto inserire mio figlio nello stesso elenco. Il razionamento è diventato un elemento inscindibile dalle nostre esistenze, per questo molte persone non sanno se ridere o piangere di fronte alla notizia della sua fine. Tutti siamo coscienti che mantenere la “tessera del razionamento” è insostenibile per l’economia nazionale, ma pochi sanno immaginare la vita senza di lei.

Per precauzione, in casa nostra, abbiamo deciso di mettere da parte il piccolo libretto con le pagine a quadretti che ci hanno consegnato per il 2011, perché se davvero sarà l’ultimo sicuramente diventerà un documento storico. Alcuni difendono l’immediata eliminazione della “tessera” e assicurano che ciò comporterà automaticamente la messa in libera vendita di tonnellate di prodotti, che forse provocherà un ribasso dei prezzi sul mercato non controllato dallo Stato. Ma il cambiamento più importante può avvenire nella mentalità delle persone, quando si renderanno conto che la piccola porzione di miglio non verrà più messa dentro la gabbia, quando cominceranno a sentire la pressione reale di ogni sbarra.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Treviso, il sindaco di Castelfranco: «Basta cure mediche ai clandestini»

Il Mattino


L'11% di chi si presenta al Pronto soccorso non ha la tessera
sanitaria e non paga il ticket. Il leghista: «È ora di finirla»









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Lula ha deciso di non estradare Battisti»

Corriere della sera

Secondo il sito dell'emittente GLOBO NEWS

«Il Brasile teme per la vita dell'ex terrorista». Alberto Torreggiani, figlio di una vittima: «Una presa in giro»


Il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, è orientato a non concedere l'estradizione in Italia di Cesare Battisti in quanto «il governo brasiliano teme che esista un rischio di morte» dell'ex terrorista se «tornerà in Italia»: lo scrive sul suo sito Globo News. Il sito dell'emittente scrive anche che Lula, che in quanto capo dello stato ha l'ultima parola in materia, «annuncerà questa decisione entro il 31 dicembre». Ma secondo il quotidiano Folha de São Paulo» e Radio Globo il presidente renderà pubblica la sua decisione già oggi. Lunedì, il presidente uscente del Brasile - il prossimo 1 gennaio si insedierà ufficialmente Dilma Roussef - aveva dichiarato che avrebbe preso una decisione entro il 31 dicembre e prontamente assecondato la decisione del presidente dell’Agu, Luis Inacio Adams. E secondo Globo e Folha de Sao Paulo, l’avvocatura ha presentato parere favorevole alla permanenza di Battisti.





I RAPPORTI - Concedere lo status di rifugiato politico all’ex militante dei Pac rischia di creare ripercussioni sul trattato di estradizione del Brasile con l’Italia, sottolineano i quotidiani. In Italia l’ex militante dei Pac deve scontare quattro ergastoli per altrettanti omicidi, commessi a fine anni Settanta e per i quali è stato riconosciuto colpevole. Arrestato, Battisti è riuscito a evadere ed è scappato prima in Francia e poi in America Latina. Nel novembre del 2009 il Supremo tribunale federale brasiliano autorizzò l'estradizione di Battisti, condannato all'ergastolo in contumacia in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni di piombo.

TORREGGIANI - «Mi aspettavo una decisione simile. Vorrà dire che ci muoveremo in modo molto più deciso», ha detto a Cnrmedia Alberto Torreggiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979. Per l'omicidio Torreggiani, nel cui conflitto a fuoco Alberto rimase ferito e da allora è paralizzato, Battisti è stato condannato come mandante. «Sarei stato sorpreso se fosse stato il contrario - continua Torreggiani - ma non sono deluso perché‚ ero preparato. Adesso bisogna fare qualcosa di veramente forte perché‚ questa è una gran presa in giro. Le parole non bastano più, ora contatterò gli organi competenti e decideremo come mobilitarci perché‚ questa non è tanto una questione personale ma la scelta apre un precedente molto pericoloso. Qualsiasi delinquente - conclude - saprà di poter contare su una scappatoia, e questo non è giusto».

Redazione online
29 dicembre 2010

Rai, il giudice del lavoro: "Reintegrare la Ferrario" Il Pdl: "Protervia togata"

di Redazione



Il tribunale del lavoro di Roma: "La Ferrario dovrà essere reintegrata in Rai". E spiega: "Grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione alla linea editoriale di Minzolini". Il Pdl: "I giudici decidono l'organigramma"



 

Roma - Tiziana Ferrario dovrà essere reintegrata in Rai. A deciderlo è stata il giudice Maria Gabriella Marracco del tribunale del lavoro di Roma. E' stato, infatti, accolto il ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati Domenico e Giovanni D’Amati. Ora i vertici di viale Mazzini dovranno reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per i grandi eventi. Ma il direttore Augusto Minzolini avverte: "Potrebbe essere un problema per l'azienda".

La decisione del tribunale Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d’urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini".

Minzolini: "Un problema per l'azienda" "Quello della Ferrario è stato un normale avvicendamento, di tutto si può parlare tranne che di discriminazione dopo vent’anni di conduzione. Devo ancora leggere l’ordinanza, se me lo chiedono la applicherò ma a modo mio", replica Minzolini. "Alla Ferrario avevo offerto il ruolo di super-inviato e un altro avrebbe accettato. Di certo - aggiunge il direttore del Tg1 - questa sentenza crea un problema enorme per l’azienda perché prevede l’inamovibilità e incide sulle funzioni del direttore".

Il Cdr: "Rispettare la sentenza" "L'ordinanza è esecutiva e deve essere rispetatta", dichiara il Cdr del Tg1 in una nota. "Il comitato di redazione, nell`esprimere soddisfazione per la collega che si vede riconosciuti i suoi diritti, trova nell'ordinanza del giudice la conferma di quanto per mesi ha sostenuto con la direzione e con l'azienda - continua il Cdr - la strada maestra è quella del confronto. Le decisioni unilaterali portano solo all'intervento dei giudici. Adesso chiediamo che siano restituiti ruoli professionali agli altri colleghi anch'essi rimossi unilateralmente dalle proprie funzioni e che si volti pagina anche per tutti i giornalisti della testata che sono emarginati e sottoutilizzati".

Gasparri: "Decisione ridicola" "Chi comanda alla Rai?", si chiede il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. "La magistratura al servizio della sinistra. Dopo altre sconcertanti sentenze, ora i togati vorrebbero decidere anche chi deve condurre i telegiornali in studio - tuona Gasparri - siamo alla follia". L'esponente del pdl spera che "questa decisione venga considerata dalla Rai come merita: un proclama scritto su carta straccia". "A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? Siamo alla protervia togata che sfocia nel ridicolo - conclude Gasparri - in altri casi, Alfano ha inviato ispezioni. Qui servirebbe un controllo medico".

Cicchitto: "Sono i giudici a decidere" "Oramai è evidente che i giudici in Rai decidono larga parte degli organigrammi interni come dimostra non solo quest’ultimo episodio della Ferrario - interviene Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera -  ma anche storie precedenti". "Il fatto singolare poi è che questi interventi avvengono solo quando a essere spostati sono giornalisti di sinistra - continua Cicchitto - non è mai avvenuto in caso contrario quando l’usigrai - direttamente o per interposta persona - faceva il bello e il cattivo tempo per quanto riguarda la Rai".




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Cara sinistra, non offendere la nostra intelligenza

di Redazione




Si rompe il fronte: dalle fabbriche una lettera ai leader dell'opposizione. "Se salta l'accordo con Marchionne noi perdiamo il lavoro, voi no". Al Giornale le firme di adesione

 

Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, ormai sono sei mesi che quotidianamente assistiamo e subiamo in modo perpetuo e scientifico al nostro stillicidio da parte vostra e dei dirigenti dei vostri partiti. La questione Fiat, ieri Pomigliano, oggi Mirafiori e domani chi sa cosa, non può comportare sempre e comunque l’offesa dell’intelligenza altrui.

Noi che abbiamo votato «sì» a quell’accordo ci siamo stancati di continue dichiarazioni tese a sostenere chi non aveva valide alternative da proporci. Noi che ogni giorno andiamo in fabbrica e che per 1.200 euro mensili lavoriamo sulla catena di montaggio, con una pinza a saldare, non accettiamo più questa ipocrisia da parte vostra.

Noi vorremo porvi alcune domande in modo che una volta per tutte ci capiamo fino in fondo:

1) Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica?

2) Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno?

3) Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro?

4) Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano Marchionne, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un «no», l’avremmo fatto?

5) Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (cioè anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la Legge 2110 del Codice civile quando eravate al governo?

6) Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i DLgs 66/2003 quando stavate al governo?

7) Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore e i permessi per il direttivo (perché non sono firmatari di contratto) e alla Fiom che non firma nulla viene riconosciuto tutto? Perché fate 2 pesi e 2 misure?

8) Secondo voi, continuando a dire che Cisl e Uil sono i sindacati servi dei padroni (lo dite anche in maniera indiretta) aiutate la classe operaia?

9) Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu?

10) Secondo voi, difendendo le sole ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti alla Fiom?

Ecco, semplicemente quanto sopra scritto, senza fronzoli, senza tatticismo e senza parlare in politichese, parlando di chi vive una condizione di sopravvivenza, una condizione dove tutti urlano contro tutti, ma nessuno indica un cammino diverso e che soprattutto sia realizzabile.

Credeteci: quando diciamo che il Ccnl non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci quando diciamo che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori, credeteci quando diciamo che bisogna cambiare il sistema, ascoltate anche noi che non siamo della Fiom.

E se non ci credete domandate al ragazzo del bar che ogni mattina vi serve il caffè se ha un contratto, se ha le ferie, se ha il Tfr; oppure chiedete ai tanti lavoratori in nero qui a Napoli e sparsi per l’Italia se hanno mai avuto un contratto e se sanno cosa significa aver pagata la malattia. Uscite dall’ipocrisia elettoralistica e venite a parlare con noi. E dopo averci ascoltato fate vostre le nostre richieste per una vera alternativa di governo e non per battere solamente Silvio Berlusconi. Se volete, a fine gennaio faremo un’iniziativa sul lavoro. Siete tutti e tre invitati... se volete.


Gli operai Fiat di Pomigliano


Gerardo Giannone, Michele Lavanga, Modestino Pappalardo, Giuseppe Coppola, Umberto Orlando, Davide Amati, Felice Meo, Biagio Guadagni, Salvatore Guadagni, Fabio La Montagna, Lello Ferrara, Vincenzo Parisi, Assunta Amendola, Claudio Millocca, Francesco Abete, Angelo Confuorto, Lucia Terna, Luca Saverio, Agrippino Silvestro, Paola Fragiello, Giuseppe Imperato, Gianluigi Ricchezza, Umberto Cesareo, Marco Berrina, Lello Marsilo, Antonio Pannarriello, Emilio Mazzarrielo, Pasquale Castaldo, Esposito Antonio, Pasquale Angelini, Pasquale Posatore, Andrea Iaquinta, Mauro Rosaria, Ciro De Angelis, Domenico Izzi, Annarita Saraco, Michele Frate, Fabio Coppola, Franciosa Giuliano, Enzo Esposito, Antonio Arcella, Mara Annunziata, Celestino Camillo, Angelo Canciello, Francesco Grimaldi, Antonio De Clemente, Antonio Giuseppe Brancaccio



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La mia vita è segnata, ai ragazzi dico: lontani dai botti»

Il Mattino






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A cap' e Lavezzi» e bomba «Ratzinger» Botti micidiali in un garage di Roma

Il Mattino

Sequestrati ottocento chili di fuochi illegali: erano in un box. Spunta anche «la Finanziaria»: pesa 15 kg e costa 200 euro




ROMA (29 dicembre) - Ottocento chili di botti illegali sono stati sequestrati dagli uomini delle Fiamme Gialle del I Gruppo Roma nel corso di un intervento nel quartiere di Tor Bella Monaca.
I botti erano stati nascosti da un italiano di 47 anni all'interno di un box nei seminterrati di una palazzina. A portare i Finanzieri sulle tracce del magazzino illegale sono stati i continui movimenti, effettuati principalmente nelle ore notturne, dall'uomo trovato in possesso di un vero e proprio arsenale. Il garage era privo di ogni autorizzazione e posto sotto un'abitazione privata.
 
Nel corso della perquisizione i militari del Comando Provinciale di Roma hanno immediatamente provveduto a mettere in sicurezza i prodotti pirici evitando così che il magazzino continuasse ad rappresentare una minaccia per gli ignari residenti della zona.
 
Tra i fuochi d'artificio sequestrati spiccano alcuni connotati da nomi di fantasia come «la Finanziaria», ordigno di 15 kg e dal costo che si aggira dai 150 ai 200 euro. Ad esso si aggiungono altri artifici pirotecnici pericolosi tra cui spiccano nomi quali la «bomba di Bin Laden», «a cap' e Lavezzi» e, ultima novità, i fuochi d'artificio dedicati addirittura a Papa «Ratzinger». Il responsabile è stato denunciato.

Vigna difende il generale Ganzer «Sapevo della droga portata in Italia»

Corriere della sera

Al comandante del Ros dei carabinieri tutti gli italiani dovrebbero essere grati per il lavoro svolto finora Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno L'ex procuratore: era un'esca per gli spacciatori. De Magistris: il capo del Ros lasci


MILANO - Una difesa a viso aperto: l'ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna scende in campo a favore del «collega» Giampalo Ganzer, il generale comandante del Ros dei Carabinieri condannato a 14 anni di carcere il 12 luglio per traffico internazionale di droga e che, nelle motivazioni della sentenza, i giudici di Milano accusano di gravissimi reati commessi nelle operazioni antidroga «per raggiungere obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione», pur riconoscendogli il merito di altre importanti e simili operazioni completamente legali. «Ho osservato la sua correttezza estrema in tutti gli episodi» dichiara Vigna il quale, in un'intervista al Corriere Fiorentino, ricorda che da pm seguì con lui «il primo caso di immissione di droga in Italia da parte di agenti infiltrati».

La severità delle oltre 1.100 pagine delle motivazioni depositate lunedì «non vedo l'ora di leggerle» lasciano perplesso Vigna al quale non risulta che Ganzer mettesse in piedi anche operazioni «contrarie alla legge» per «assicurare risultati di immagine straordinari a se stesso e al suo reparto», come sostengono i giudici. Per lui il generale è stato «un collega leale che in vent'anni ha sempre dimostrato alta professionalità» e «atteggiamento ineccepibile». Il ricordo va a quella prima operazione che molti anni fa inaugurò la lunga collaborazione: «Predisponemmo un piano per far arrivare un aereo con più di mille chili di cocaina nel nostro Paese. Dentro c'era un nostro infiltrato e l'obiettivo era quello di attirare i grandi compratori di droga per poi arrestarli».

Le cose, però, si complicarono: «Non fermammo subito gli acquirenti perché nel frattempo uno dei nostri agenti sotto copertura era stato sequestrato in Colombia. I criminali lo trattenevano perché volevano vedere se il carico sarebbe andato a buon fine. La droga venne ceduta e i compratori furono arrestati solo in un secondo momento». Per i giudici milanesi, Vigna, che ha testimoniato al processo a favore di Ganzer, sarebbe stato raggirato perché «non poteva certo sapere che la droga era stata introdotta in Italia dagli stessi militari che l'avevano sequestrata istigando altri ad acquistarla». L'ex capo della Dna rifiuta i panni dell' inconsapevole» difensore: «Sono più che consapevole», «i raggirati, se così si può dire, sono i trafficanti che abbiamo arrestato nel tempo». A favore di Ganzer anche il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano che parla di un «ufficiale di straordinario valore a cui tutti gli italiani dovrebbero essere grati», mentre per l'europarlamentare Idv Luigi De Magistris la permanenza del generale ai vertci Ros «è un'ombra inaccettabile che rischia di proiettarsi su tutta l'arma dei Carabinieri».



Giuseppe Guastella
ha collaborato Giorgio Bernardini
29 dicembre 2010




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Pompei, corsi di formazione fantasma Scoperta frode da 700mila euro

Il Mattino

Sequestro di beni nei confronti di Luigi Crimaco,
ex direttore amministrativo degli scavi



POMPEI (29 dicembre) - I finanzieri del comando provinciale di Napoli hanno scoperto un articolato sistema di frode che ha permesso a 265 dipendenti addetti alla vigilanza presso i siti archeologici di Pompei di percepire, attraverso fittizi corsi di formazione finanziati dalla Soprintendenza, il pagamento degli arretrati per ore di straordinario prescritte.
 
Il conseguente danno erariale è stato stimato in circa 700mila euro. Al termine delle indagini, la procura della repubblica di Torre Annunziata ha disposto il sequestro di beni intestati ad un ex dirigente della Soprintendenza di Pompei responsabile della truffa per un valore corrispondente al danno erariale causato.
La Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro di beni nei confronti di Luigi Crimaco, ex direttore amministrativo degli Scavi di Pompei, la cui iscrizione nel registro degli indagati era già nota da tempo. Il Tribunale del Riesame, infatti, ha accolto il ricorso della procura di Torre Annunziata contro la decisione del gip, che in un primo momento aveva rigettato la richiesta di sequestro.
 
A Crimaco, ritenuto dall'accusa l'artefice principale dell'imponente truffa ai danni dello Stato, sono stati "congelati" beni per 700.000 euro. I falsi corsi di formazione riguardano 250 addetti alla vigilanza delle aree archeologiche di Pompei, Stabia, Ercolano, Torre Annunziata e Boscoreale. Dalle indagini è emerso che, in seguito a minacce di sciopero da parte di rappresentanti sindacali, nel 2006 Crimaco organizzò lo svolgimento dei corsi quale espediente per distribuire indebite indennità di straordinario ormai prescritte

Finanziamenti all’editoria, scure su giornali di partito Tremonti taglia 50 milioni

di Gian Maria De Francesco


Con il decreto milleproroghe Tremonti cala la scure sui finanziamenti pubblici all’editoria: dai 190 milioni previsti si scende a 140. Protestano i quotidiani della sinistra. Pure Cicchitto e Gasparri chiedono chiarimenti



 

Roma

La coperta finanziaria è corta. Su questo non ci sono dubbi. Il problema è capire quale sarà la parte del corpo costretta a prender freddo. A leggere la bozza del decreto milleproroghe un indiziato si­curo c’è: i contributi statali al­l’editoria. Allo scopo di rifinanziare la liquidazione di 400 milioni di contributi del 5 per mille è prevista la riduzione di 50 mi­lioni delle provvidenze per i quotidiani di partito o editi da cooperative giornalisti­che.

E così il tiraemolla è de­stinato a ripartire: decurtati dalle manovre tremontiane e poi rimpolpati in Parlamento (con l’attenta supervisione dei sottosegretari Letta e Bo­naiuti) con l’ultima legge di stabilità, ora sono nuovamen­te destinati a calare. La Finanziaria 2010 conte­neva uno stanziamento per l’anno in corso di 264,5 milio­ni di euro, sostanzialmente invariato rispetto agli anni precedenti.

Nel 2011 avrebbe­ro dovuto calare drastica­mente ma i passaggi a Came­ra e Senato hanno riportato l’importo alla quota, tutto sommato accettabile, di 190,6 milioni. Che con i 50 mi­lioni di taglio del milleproro­ghe scenderebbero a 140. Ieri l’allarme è stato lancia­to da Liberazione , il quotidia­no di Rifondazione: sono a ri­schio 90 testate ( inclusa quel­la del partito di Paolo Ferre­ro) e tremila posti di lavoro se nella Gazzetta Ufficiale di questa notte i tagli saranno confermati. Una riduzione lineare del 47% circa sulle provvidenze per i quotidiani di partito sa­rebbe una tragedia non da po­co per testate che vivono di sussidi pubblici più che di vendite. Ipotizzando che tale riduzione si trasferisca diret­tamente ai contributi e basan­dosi sugli ultimi dati disponi­bili (relativi al 2009) lo scena­rio potrebbe apparire preoc­cupante.

L’Unità di Concita De Gregorio perderebbe cir­ca 3 milioni scendendo da 6,4 milioni di contributo pubbli­co a 3,4, mentre Il Foglio di Giuliano Ferrara passerebbe da 3,7 milioni a 2 milioni. Il quotidiano dell’Udc, Liberal di Ferdinando Adornato, si fermerebbe a meno di 1,5 mi­lioni dai 2,8 dell’anno scorso e così pure Liberazione (da 4,5 a 2,1 milioni). La sopravvivenza potrebbe essere messa in discussione: questo è poco ma è sicuro.

An­che Il Secolo , l’ house organ dei finiani che riceve contri­buti in quota Pdl, potrebbe ve­dere messi a repentaglio i 2,9 milioni complessivamente ottenuti nel 2009 e così pure Europa , giornale della ex Margherita che l’anno scorso ha incassato 3,5 milioni dallo Stato. Il discorso riguardereb­be anche Libero , che ha incor­porato la testata monarchica Opinioni nuove . Il ragionamento portato avanti dal ministro dell’Eco­nomia, Giulio Tremonti, è si­curamente valido.

Gli è stato richiesto di sbloccare i fondi del 5 per mille per la ricerca e il volontariato (anche al fine di puntellare la maggioran­za) e ha trovato in un batter d’occhio 400 milioni dei qua­li cento saranno destinati agli studi sulla sclerosi laterale amiotrofica. Da qualche par­te bisognava pur tagliare per non far deragliare i conti pub­blici. Il problema è che la questio­ne editoria si è intrecciata con le richieste su altri capito­li di spesa come quelli riguar­danti cultura e sicurezza. «Bi­sogna recuperare risorse per finanziare l’erogazione di al­cune indennità per le forze dell’ordine», sottolinea il ca­pogruppo Pdl al Senato Mau­rizio Gasparri aggiungendo che«anche sull’editoria biso­gnerà vagliare caso per caso stabilendo quali siano le te­state che godono di privilegi senza vendere una copia».

At­tenzioni condivise anche dal presidente dei deputati pi­diellini Fabrizio Cicchitto che assieme a Gasparri ha ri­chiesto un incontro con il mi­nistro dell’Economia per di­scutere tutta la materia (in­cluso l’incremento di 150 mi­lioni del Fondo unico per lo spettacolo chiesto da Sandro Bondi). La partita decisiva, però, la giocherà il premier Berlusco­ni direttamente con Giulio Tremonti. E non è escluso un intervento di Umberto Bossi al quale potrebbe non piace­re che la Padania si veda di­mezzati i contributi. Se nella Gazzetta Ufficiale non ci sa­ranno sorprese, in Parlamen­to se ne vedranno delle belle.




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Ha 109 anni la nonnina della Campania: «C’aggia fa’, ‘a morte nun me vo’»

Ecco la sentenza che rivela il metodo Bersani

di Luca Fazzo



Il chirurgo Marino, rivale del capo pd, doveva essere assunto al Sant'Orsola di Bologna. Ma si candidò alle primarie e fu silurato dall'ospedale. Il pm: "Desolante sudditanza". Il gip ha deciso di archiviare l'indagine. Ma il giudizio è severo: "E' stata una guerra"



 

«Un desolante quadro di sudditanza politica», lo de­finisce la Procura della Re­pubblica di Bologna. Per sudditanza politica, e per nessun altro motivo,iverti­ci dell’ospedale Sant’Orso­la di Bologna strapparono gli accordi che dovevano portare il chirurgo Ignazio Marino a lavorare nel capo­luogo emiliano. Unica col­pa di Marino: essere sceso in campo contro Pier Luigi Bersani nella corsa per la segreteria del Partito de­mocratico.

Per questo i ver­tici dell’azienda ospedalie­ra bolognese­ di stretta os­servanza bersaniana ­mandarono a monte l’ac­cordo con Marino, infi­schiandosene dei vantag­g i che l a presenza a l San­t’Orsola di un chirurgo noto in tutto il mondo avrebbe portato ai pa­zienti e alla cittadinan­za. È una storia curiosa, quella di Marino, licenziato a Bolo­gna prima ancora di mettere piede in una sala operatoria.

È una storia di cui non si sa­rebbe saputo mai nulla se per caso, nel corso di una inchie­st­a calabrese per tutt’altre fac­cende, non fosse stata regi­strata una conversazione tra il commercialista Giuseppe Carchivi, originario di Croto­ne ma con studio a Siena, e un chirurgo bolognese. Il pm Pierpaolo Bruni, quando leg­ge le trascrizioni, fa un salto sulla sedia. Poi ne fa una copia e la tra­smette per competenza alla Procura bolognese, perché quello che emerge con chia­rezza è un caso clamoroso di addomesticamento della co­sa pubblica a fini politici sot­to le Due Torri.

Il chirurgo racconta senza mezzi termini al commercia­­lista - è l’intercettazione che pubblichiamo in questa pagi­na, nella sua sconcertante chiarezza - che il siluramen­to di Marino è stato frutto di una «vendetta trasversale» per la sua discesa in campo contro Bersani. A Bologna il fascicolo viene assegnato al pubblico mini­stero Luca Tampieri, che apre una inchiesta a carico di ignoti per abuso d’ufficio. Tampieri interroga Marino, che conferma tutto. Interro­ga i medici e i vertici del San­t’Orsola, che si arrampicano sugli specchi.

Alla fine Tam­pieri - come anticipato ieri dal Resto del Carlino - chiede di archiviare tutto. Non ci fu reato, dice. Ma ha parole di grande severità per i motivi, «esclusivamente di natura politica» della guerra a Mari­no. Il pm scrive che Ignazio Ma­rino, nel corso del suo interro­gatorio, «confermava di ave­re avuto una articolata tratta­tiva con la direzione del­l’ospedale Sant’Orsola ed in particolare con il direttore ge­nerale e di avere raggiunto con il predetto centro un ac­cordo formalizzato in una bozza, della quale era in pos­sesso, che stabiliva tempi e modi della sua collaborazio­ne nonché delineava i profili economici della medesima», ma «la successiva decisione del medesimo di candidarsi alle elezioni primarie per il Pd cambiava la prospettiva dei rapporti, tanto che la trat­tativa di cui sopra subiva una battuta di arresto definitiva».

«Infatti come riferito dallo stesso prof. Marino, dopo la sua candidatura il 4 luglio 2009 cambiò radicalmente il tenore dei rapporti intratte­nuti con il dr.Cavina che rap­pr­esentava l’Azienda ospeda­liera ». Nel corso dell’inchiesta, i vertici dell’ospedale bologne­se hanno provato a sostenere che a causare il brusco stop all’accordo col chirurgo sa­rebbe stata in realtà «l’immi­nente radicale trasformazio­ne del polo chirurgico bolo­gnese »: che invece, per il pm, «nulla aveva a che vedere con la possibile collaborazione del prof. Marino».

A rendere chiaro il moven­te del niet a Marino, scrive il pm, bastano da sole le telefo­nate. «Risulta evidente dal te­no­re delle telefonate intercet­tate che il motivo della inter­ruzione dei rapporti fu di na­tura prettamente politica. Lo steso Marino, colloquiando con i colleghi di Bologna do­po la interruzione dei rappor­ti, ebbe da questi la conferma che la ragione della rottura delle trattative fu di natura po­­litica, attesa la sua candidatu­ra per le primarie “contro” la figura di Bersani.

La sua colla­borazione con il polo ospeda­liero del Sant’Orsola avrebbe in altre parole potuto nuoce­re a Bersani e costituire d’al­tro lato un notevole elemen­to di sostegno per lo stesso Marino sotto un profilo lega­to esclusivamente alla com­petizione politica». L’interrogatorio dei medici intercettati «benché essi ab­biano negato, anche oltre ogni evidenza e logica» la na­tura del boicottaggio, «ha ri­confermato l’assunto risul­tante a chiare lettere dalle conversazioni registrate; in queste i riferimenti sono spe­cifici e indubbi e tracciano un desolante quadro di suddi­tanza politica delle scelte an­che imprenditoriali di una azienda ospedaliera di prima­ria importanza».




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La Sicilia balla a spese dell'Italia: meno tasse e 4mila nuovi assunti

di Vittorio Macioce



I "democristofiniani" di Lombardo fanno campagna elettorale sulla sanità: esenzione dal ticket al 65% dei cittadini e nuovo personale negli ospedali. A spese del resto d’Italia



 

La Sicilia è un’altra cosa. Questi, raccontano, sono tem­pi di vacche magre. Tremonti continua a ricordare che l’Ita­lia non può permettersi spre­chi. Il debito pubblico è un’os­s­essione da cui non si può fug­gire. Le famiglie e le imprese avrebbero bisogno di meno tasse. Ma come si fa? C’è il ri­schio bancarotta. Ci sono in fantasmi della Grecia e dell’Ir­landa all’orizz­onte e gli specu­latori della finanza che sogna­no un’altra preda. Tutto que­sto vale per il continente. Non fa eccezione neppure la Sar­degna.

Ma in Sicilia no. Il go­verno democristofiniano di Raffaele Lombardo, con tan­to di striature rosso finocchia­ro, si permette il lusso di politi­che anni ’80. O, almeno, così pare. La storia. Il vicerè di Sicilia fa un conferenza stampa per annunciare che taglia le tas­se, allarga le esenzioni dal tic­ket e assume 4000 persone nella sanità. È la manna che cade dal cielo. Uno però si chiede come mai in Italia si ta­glia­e la Sicilia rispolvera la sta­gione d’oro dello Stato socia­le. Qui o c’è un trucco oppure si balla sul Titanic.

È come se la Sicilia avesse fatto improv­visamente sei al superenalot­to. Qualcosa del mistero lo ri­vela lo stesso compagno di maggioranza del governato­re, l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni: «Ma guarda che la riduzione delle tasse è più che altro simbolica».L’ali­quota Irap passa dal 4,82 al 4 ,67 per cento, l’Irpef si ridu­ce dello 0,03 per cento. Catun­niu , dicono da quelle parti. Cosa da campagna elettora­le, tanto per fare rumore.

Più serio il discorso sanità. Qui la storia si fa complicata. Lombardo dice che grazie al­l’ottima gestione del fondo sa­nitario regionale c’è un avan­zo di gestione di 21 milioni di euro. Anche qui si resta sba­lorditi. Il vicerè qualcosa in ef­fetti ha risparmiato. Il piano di rientro di uno dei deficit sa­nitari più profondi non è una bufala totale. Una pacca sulla spalla è arrivata anche dalla Corte dei Conti. Il deficit però era ancora di 233 milioni di euro nel 2009.

Due anni fa la spesa sanitaria rappresenta­va il 10 per cento del Pil (in Lombardia era il 4,97%). La sa­nità costava ai contribuenti un milione di euro l’ora. Buo­n­a parte per pagare i 52.184 di­pendenti, di cui 5.078 precari. Come ha fatto Lombardo a realizzare il miracolo? Santi Formica, vicepresidente del parlamento siciliano, mette in guardia dai conti facili. Il go­vernatore non ha ancora ap­provato bilancio e legge finan­ziaria. Gli mancano 500 milio­ni di euro. Non si trovano. E il risanamento della spesa sani­taria?

«Ha posticipato una se­rie di spese obbligatorie al prossimo anno. Ora non so­no a bilancio, ma lo saranno tra un anno e con gli interessi. Ma il colpo di teatro è aver ar­bitrariamente ridotto al 41 per cento il cofinanziamento regionale della spesa sanita­ria, che per legge deve essere sostenuto metà e metà con lo Stato». In pratica Lombardo ha det­to al resto degli italiani: io pa­go questo, il resto lo sborsate voi e se non vi sta bene fate pu­re ricorso. Lo Stato andrà in tribunale, ma passeranno an­ni prima di rivedere i soldi.

In­tanto i democristofiniani pos­sono dare al 65 per cento dei siciliani la sanità senza ticket. Al di là dello Stretto, mi sa, non la prenderanno bene. Le assunzioni. Quattromila non sono poche. La metà so­no ex precari da mettere a po­sto. Gli altri verranno scelti per concorso o con gente che dal Nord torna al Sud. Che fan­no? Radiologi, fisioterapisti, ostetrici e 1.138 infermieri. E soprattutto 1.087 dirigenti. At­tenzione. Questo è un vero schiaffo alla miseria. La Sici­lia è la regione dei dirigenti pubblici.

Sono 500 in più di quanto previsto, parola di Giovanni Coppola, procura­tore della Corte dei Conti. Un capo ogni 8,4 sottoposti. Su 21.104 dipendenti della regio­ne, 2320 sono dirigenti. Ai Be­ni culturali i dirigenti sono 770. Vieni quasi da chiedere se nessuno di questi sia buo­no per Asl e ospedali. Lombar­do dice che queste cose le sa. Ma nel suo stesso partito si racconta che ogni volta che può assumere qualcuno gli si illumina il volto. Finora si è mascherato da Tremonti, ma con le elezioni all’orizzonte può dare sfogo alla sua voca­zione primitiva. Venite clien­tes.




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Uccisi per la legge della montagna"

di Gabriele Villa



Un padre e quattro figli massacrati nella loro masseria. Una ferocia scatenata da anni di rancori e torti subiti. Fino alle vendetta più sanguinaria. "In questa terra vive ancora l’idea che per aver giustizia bisogna farsi giustizia"



 «Mi chiede di darle un'interpretazione della strage nella masseria di Filandari? Le rispondo che quanto è accaduto è stato dettato dalla legge della montagna, che è la più antica legge degli uomini»
Staresti ore ad ascoltare l'ingegner Mimmo Gangemi, 60 anni, scrittore di successo, (il suo «Il Giudice meschino», edito da Einaudi, è stato finalista al Bancarella di quest'anno). Staresti ore a prender nota delle illuminanti verità di un osservatore attento e disincantato come lui che, cresciuto tra Santa Cristina d'Aspromonte e Palmi, non ha abbandonato la sua Calabria.




La legge della montagna dunque, ma qui c'erano in ballo terre, pascoli e antichi rancori…

«Tutto vero ma quando parlo di legge della montagna parlo anche della legge della terra, cioè del suo possesso e della sua difesa, che in montagna, però, viene esasperata, perché fa emergere quell'arretratezza e quella violenza che sono più radicate in chi, come i pastori, vive tra i disagi, la solitudine e la durezza della quotidianità che la montagna impone».

Dunque che cosa può aver spinto uno o più uomini di una stessa famiglia a sterminare un'altra famiglia?
«Una violenza radicata, ereditata dalla storia e dall'orografia stessa di quei luoghi. Una violenza, maturata nell'arretratezza e nell'isolamento, che fa nascere e prosperare solo l'idea che per avere giustizia bisogna farsi giustizia. È il trionfo dell'ominità: le faccende di uomini si regolano tra uomini, perché sarebbe disonorevole fare ricorso alla giustizia dei tribunali e perché lo Stato da quei luoghi, così impervi e duri da sopportare, sembra e forse è veramente, ancora troppo lontano»

Quindi i conti da regolare possono anche essere quelle che noi chiamiamo banalità?
«Esattamente. L'argomento del contendere diventa relativo di fronte all'ominità, alla necessità di essere uomini a tutti i costi. A scatenare la violenza ci può essere la banalità dello sconfinamento di una mandria o il taglio di un albero nel terreno altrui, ma la somma di queste, chiamiamole offese, alla fine fa scatenare una violenza spropositata. Lei conosce le nostre fiumare? D'estate sono torrentelli meschini con quattro gocce d'acqua, ma d'inverno, quando la pioggia scende abbondante, si gonfiano, esondano e travolgono tutto ciò che incontrano. Ecco, la reazione violenta, improvvisa e incontrollabile dei pastori di montagna, per i quali è come se il tempo scorresse più lento che altrove, somiglia alla terribile trasformazione delle fiumare di queste nostre terre».

Qualcuno ha paragonato questa strage a quella compiuta dalla n'drangheta a Duisburg
«Non sono d'accordo. Questo non è un fatto n'ndrangheta anche se adesso può diventarlo, può trasformarsi e può far diventare il suo o i suoi autori n'dranghetisti...»

Che intende dire, ingegner Gangemi?
«Intendo dire che la famiglia che si è fatta giustizia, che ha risposto con una violenza così terribile alle offese subite, si guadagna immediatamente rispetto e onore. E quindi gli appartenenti a quella famiglia, che hanno mostrato, pubblicamente, una dimensione di forza non trascurabile, possono diventare automaticamente n'dranghetisti. Con la paura che hanno seminato, infatti, si sono fatti un nome. Così chi ha partecipato alla faida approfitterà quanto prima del suo nuovo status sociale per ricavare guadagni e favori e pretenderà il proprio spazio, la propria rendita di posizione che gli è derivata automaticamente, sempre per legge atavica, dalla violenza con cui ha saputo chiudere i conti con gli avversari».

Questi killer di famiglia hanno agito per calcolo pensando ad una futura fama?
«La violenza con cui hanno deciso di farsi giustizia è stata la reazione irrefrenabile a una serie di piccole o grandi banalità, non un gesto calcolato per far crescere la notorietà della propria famiglia. Ma è vero anche che, quanto è accaduto dopo, quando uno dei familiari si è consegnato e si è accollato l'intera colpa della strage, è già un modo comportamentale tipico della n'drangheta. Che spesso, dopo aver compiuto delitti simili, decide di sacrificare un componente della famiglia, di solito il più giovane o il più anziano, facendo ricadere su di lui tutta la colpa».

Si uscirà mai, secondo lei, da questo terribile loop?
«Io sono ottimista. Saranno le nuove generazioni a spezzare queste catene, ma è innegabile che nelle nostre terre, proprio in questi mesi, abbiamo accolto con gioia lo spiraglio di un cambiamento, di un risveglio di legalità. E questo risveglio arriverà, prima o poi, a cancellare, per sempre, anche la legge della montagna».



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L’ultimo sfregio alle donne: affittare l’utero alle pop star

di Annamaria Bernardini De Pace



Elton John e il compagno David diventano padri di un bimbo grazie a una madre in prestito. Usata e gettata come un oggetto



 


Elton John ha finalmente soddisfatto la sua voglia di paternità (o maternità?) ricorren­do a una mamma a tempo, incubatrice di un embrione costituito dal suo seme (o da quel­lo del compagno?) e da un’ovodonazione di segreta provenienza. Come del resto aveva già fatto Ricky Martin e come continueranno a fare molte coppie omosessuali. In particolare, perché l’adozione per loro è ancora più lunga e complicata che per l e coppie eterosessuali.

Così, però, la donna h a raggiunto l’apice della strumentalizzazione: usata a tempo, per l a sola gestazione, come una valigia, un’anfora, un carrello del supermercato. Deprivata, per contratto, d’ogni sogno, pensiero, emozione, sentimento legati alla creazione d i una vita dentro d i sé. Forse sono vittima di u n pregiudizio, m a non riesco ancora a capire e giustificare la maternità surrogata.

Non sono d’accordo sul principio che il desiderio di maternità sia un diritto e come tale vada tutelato, stando a i concetti espressi dal giudice romano dottoressa Schettini, quando autorizzò, nel 2000, una coppia a impiantare l’embrione, da fecondarsi in provetta, nell’utero di un’amica, purché questa lo accettasse senza scopo di lucro. Non sono neppure d’accordo, soprattutto, nell’interpretare la sterilità com e una patologia da aggirare con audaci metodi scientifici, invece che un segnale del destino.

Sono del parere, piuttosto, che bisognerebbe dare una famiglia a tutti i bimbi rimasti soli, e non u n bimbo, ottenuto con metodi spericolati, alle coppie infertili. Ma questa è un’opinione personale; come l o è l a più rigorosa opposizione alle pratiche abortive che, tuttavia, non mi ha impedito di combattere, a suo tempo, perché c i fosse una legg e idonea a tutelare l a salut e e l a psiche d i chi contraria non è. Uno Stato laico, del resto, deve tener conto della pluralità dei pensieri dei suoi cittadini e non può trascurare l e minoranze.

S e il progresso scientifico, con coraggio e audacia, propone nuove soluzioni per superare il problema della sterilità, è giusto che l o Stato s e n e faccia carico predisponendo direttive e regole che cautelin o i cittadini dall’improvvisazione e dagli inganni. In Italia, invece, nulla di tutto ciò. Non s e n e discute, entro i confini nazionali, s e non nel codice deontologico medico, che vieta la fecondazione in utero per conto terzi.

Eppure è dal 1985 che si è affermato, nel mondo, questo nuovo metodo riproduttivo: Kim Cotton, in Inghilterra, è stata l a prima locatrice del proprio ventre. Da allora, la pratica si è diffusa, oltre che nel Regno Unito, in America, Canada, Russia e Ucraina, Spagna e India, Paesi nei quali c’è una legislazione accurata e puntuale che salvaguarda i genitori biologici da eventuali inadempienze delle precarie portatrici d i gravidanza.

Questa è la ragione per cui, ormai, molte coppie sterili e gay viaggiano, anche dall’Italia, per dedicarsi al, non più avveniristico, shopping di pance. Le vetrine sono invitanti e in grande competizione fra loro. L’America ha un’organizzazione avanzatissima, m a l’Ucraina non si fa per nulla criticare. H o scoperto che lì viene offerto un pacchetto vip per maternità surrogata, a 30mila euro.

Tutto compreso: dalla prima visita al rilascio dei documenti anagrafici e del passaporto per i l neonato, passando attraverso l a scelta della madre surrogata, calcolando il costo dei servizi medici e medicali, legali e alberghieri, fin o alla previsione, addirittura, d i interpreti, ristorant i e d escursioni turistiche. Il che mi inquieta. Per quella briciola di calcolo allettante che intravedo. Il problema è grande e non è solo degli Stati laici.

Che può dire i l Vaticano d i tutto ciò, quando la prima maternità surrogata la si trova nella Bibbia? Abramo, infatti, si racconta, con l’accordo preventivo della moglie Sara, sembra abbia generato un figlio «prendendo in prestito» il corpo della schiava Agar. Senza ormoni, medicine e agoaspirazioni, probabilmente con l’indispensabile passione estemporanea, m a pur sempre usand o la donna come semplice cavità. E che possiamo dire, tutti noi, quando forse stiamo assistendo all’ennesimo percorso evoluzionistico, che porterà all’uguaglianz a assoluta e definitiva del maschio e della femmina, fino a non poter più esclamare «viva la differenza»?




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Da Verdini al premier, in otto mesi ha insultato tutti

di Massimo Malpica



In otto mesi Bocchino ha lanciato insulti e bordate a tutti. Contro il Cavaliere: "Bondi ci dica se deve dimettersi prima un plurimputato come Berlusconi o Fini"



 

Roma - Italo Bocchino, sedicente vittima di stalking da parte del Giornale, lamenta d’essere al centro di attacchi mirati. Curiosa argomentazione, se arriva da uno che «colomba» non lo è mai stato. E che, da mesi, si distingue per la continuità delle offensive contro Berlusconi, Pdl, ed esecutivo. Dalla primavera scorsa a oggi l’escalation delle dichiarazioni del finiano di ferro è evidente, solare. Otto mesi fa, per esempio, Bocchino è ospite di Otto e mezzo, su La7, e spiega come grazie all’«ingresso in campo» di Fini nel Pdl «non c’è più il partito del berlusconismo». Non è un schioppettata isolata, anzi. All’inizio di maggio, quando il Giornale racconta del contratto con la Rai di sua moglie, Bocchino replica tirando in ballo il premier: «I contratti più importanti della Rai vanno a Silvio Berlusconi e ai suoi figli, proprietari della Endemol». Dimentica di dire che Mediaset ha solo il 33% di Endemol, ma intanto l’uscita comincia ad attirare le simpatie della sinistra. E Italo continua.

Ancora a maggio, il 10, ospite di Maurizio Crozza che scherza sulla sede del Pdl in via dell’Umiltà, sorpassa a sinistra persino il comico, e racconta che «molti colleghi quando si avviano verso la sede del partito dicono “vado in via dell’Umiliazione”. Tra una sparata e l’altra, Bocchino ha il tempo di guardare anche al suo territorio d’origine. E a chi il 18 maggio gli chiede un commento sulla nuova giunta di Stefano Caldoro, replica così: «È assai deludente, e non all’altezza delle qualità di Caldoro.

Ci sono assessori validi e capaci, ma anche 4-5 brocchi». Nel frattempo anche il garantismo dell’ex vicecapogruppo del Pdl perde colpi. Così eccolo, a luglio, definire Nicola Cosentino e Denis Verdini «coordinatori balneari», ossia destinati a fare le valigie a settembre, a causa di indiscrezioni di indagini giudiziarie. I toni sono ancora più esacerbati in agosto, quando scoppia l’affaire immobiliare monegasco, e la procura di Roma apre un’inchiesta. Bondi chiede le dimissioni di Fini, e Bocchino l’11 ringhia: «Ci dica se nella scala dei suoi valori deve dimettersi prima un plurimputato come Berlusconi o Fini, a cui la magistratura non ha niente da chiedere neanche come persona informata sui fatti». Per quella storia Fini è indagato per truffa aggravata.

Il deputato campano replica il 28 settembre alle telecamere di Ballarò, assicurando il sì del Fli all’esecutivo ma ricordando che «la società Kpmg ha individuato su incarico della procura milanese 64 società offshore di Berlusconi». Il 18 ottobre, tocca a Minzolini finire nel mirino di Bocchino: «Se sono stati dati 10 giorni a Santoro, bisognerebbe darne 30 per il Tg più seguito a livello nazionale, che mette Fli nei pastoni dell’opposizione e ignora Fini». Gli attacchi diventano brutali nei giorni della sfiducia: quando Bocchino prende la parola in aula, il 14 dicembre, per annunciare il voto contro del Fli, dichiara che «non esiste in Italia un beneficiario della Prima Repubblica come Berlusconi». E due giorni prima di Natale, finisce azzannato da Bocchino pure Schifani, nelle polemiche sulla terzietà di Fini: «Per Berlusconi - sibila il finiano - non essere super partes significa piegarsi, come accade al presidente del Senato».




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Questione morale. E' caos Idv

Il Tempo


Tonino si tira fuori: "Non ne parlo più". Ma i suoi vogliono fargli le scarpe. Flores D'Arcais affonda: "Da Di Pietro insulti e falsità".
L'INTERVENTO L'antiberlusconismo nasconde assenza di idee


Antonio Di Pietro


L'Italia dei valori come il Partito democratico. Della serie prima di fare la morale agli altri, è sempre bene pensarci due volte. Aperto il vaso di Pandora della «questione morale», i dipietristi sono cascati, con tutti gli stivali, in una spirale di insulti e recriminazioni tra colleghi di partito, da fare invidia a Bersani e compagni. Lo scontro tra Antonio Di Pietro e il direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais sul sondaggio «taroccato» non si è ancora placato, e se l'ex pm ha deciso di non portare avanti la querelle («Basta, non intendo più replicare», ha risposto a chi gli chiedeva un commento sulla vicenda), il filosofo ha affondato il colpo: «Si predica bene nella linea politica e si razzola male a livello locale, ma il responsabile di questo razzolar male è Di Pietro che questi gruppi dirigenti ha scelto», ha spiegato. Il direttore di MicroMega è poi tornato sul contestato sondaggio. «Al netto degli insulti, c'è nella tua replica una falsità e un ragionamento insostenibile. La falsità è che ad un certo punto avrei chiuso l'accesso al sondaggio, che è invece ancora in corso», ha spiegato rivolgendosi a Di Pietro sul sito della rivista. «Il ragionamento insostenibile - ha proseguito - è che inizialmente avrebbero votato solo i lettori di MicroMega, che condividevano l'opinione del direttore, poi passate le feste i navigatori in generale attraverso il passaparola, e le percentuali sarebbero diventate altre».


Se il leader Idv sceglie di non intervenire più sull'argomento, un motivo c'è. A leggere il sondaggio ci si accorge del fatto che gli strali giustizialisti di De Magistris hanno colpito nel segno, visto che il 51 per cento dei lettori sostiene l'esigenza di un cambiamento della classe dirigente. Alle domande - si legge sul sito - hanno risposto oltre 34mila lettori e il risultato è una maggioranza che chiede a gran voce il rinnovamento. Il 20 per cento è favorevole a un ricambio dei vertici attraverso le primarie e il 31 per cento chiede a Di Pietro di affrontare con radicalità la questione morale. Al contrario, per il 32 per cento non esiste questione morale nell'Idv, mentre il 17 per cento ritiene che il tema riguardi un po' tutti. Di Pietro tace e tace anche De Magistris. «Preferisco non parlare per adesso», ha spiegato. Nega invece l'esistenza di una questione morale Massimo Donadi, capogruppo Idv a Montecitorio: «Affermarlo - scrive - vuol dire che nel partito sguazzano indisturbati corrotti, disonesti e persone che usano la politica per interesse personale», tutto questo «è falso e insultante. Ribadisco - sottolinea - che il partito che conosco non solo è il partito dove non c'è nessuna questione morale ma, al contrario, è un partito bello e pulito».


Sarà. I nodi, in realtà, restano e saranno affrontati nell'esecutivo nazionale convocato a Sorrento dal 14 al 16 gennaio. Perché dietro alla cortina della polemica di questi giorni - spiegano in ambienti Idv - c'è il vero scontro in atto, che è quello sulla leadership. Chi si gode lo spettacolo è Antonio Razzi che con la sua uscita dal partito alla vigilia della fiducia, in compagnia di Domenico Scilipoti, ha indirettamente dato fuoco alle polveri. E il suo attacco è di nuovo diretto al vertice dell'Idv: «Il problema è la guida del partito che è nelle mani del presidente al quale nessuno può dire nulla né proporre nulla». A guardare poi i commenti sulla vicenda sul sito di MicroMega, ci si rende conto che, mentre i leader della sinistra si fanno la guerra tra di loro, la base ha capito tutto: «Non vi sparate addosso, B. sta ridendo», si legge nell'ultimo - disperato - consiglio di un lettore.



Nadia Pietrafitta
29/12/2010




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Vendola regala sinistri aumenti

Il Tempo


In Puglia nuovo ticket di un euro sulle ricette e tasse più alte sulla benzina. Il leader della sinistra diventa il campione dei prelievi sui cittadini.

Nichi Vendola


Un bilancio «lacrime e sangue». La definizione è del governatore Nichi Vendola. La Puglia ha approvato nella notte di martedì una manovra finanziaria che segna l'introduzione del ticket sulle ricette mediche per tutti, senza distinzione di reddito, e l'elevazione dell'accisa sulla benzina di 2,5 centesimi per litro. Arrivando, nei distributori, a costare oltre un euro e mezzo. La maggioranza di centrosinistra ha giustificato l'adozione di provvedimenti fortemente impopolari con la teoria della «coperta corta», illustrata dall'assessore al Bilancio, il democratico Michele Pelillo, che ha scaricato le responsabilità sui tagli ottemperati dal governo nazionale.



E mentre l'assessore alla Salute, Tommaso Fiore (un tecnico di area Sel), ha già dato comunicazione ai direttori generali delle Asl dell'arrivo del ticket «fisso a ricetta pari a 1 euro a carico di tutti i cittadini pugliesi, esenti e non», l'opposizione di centrodestra ha acceso i riflettori sul dato politico che influirà sulle tasche dei cittadini. «Dopo sei anni di governo Vendola – ha argomentato il capogruppo del Pdl Rocco Palese – i pugliesi si ritrovano tartassati, con ospedali da chiudere, servizi sanitari limitati all'emergenza, totale assenza di controllo della spesa sanitaria e perseveranza politica nel voler andare avanti così. È evidente che siamo dinanzi ad un fallimento politico ed amministrativo imputabile a chi continua a governare all'insegna di una eterna campagna elettorale».


La sintesi di Nino Marmo, vice presidente del Consiglio regionale del Pdl, non lascia spazio a dubbi: «Vendola è stato costretto ad alzare le tasse perché negli anni passati ha agito da perfetto scialacquatore. Soprattutto non è riuscito a venire incontro alle categorie più deboli e meno garantite: è rimasta invariata, infatti, l'imposta sul gas metano, un balzello che tocca da vicino le tasche di tanti anziani e giovani pugliesi». Il governatore e leader di Sel ha parlato di una manovra «da dopoguerra, in equilibrio tra ciò che è emergenza e ciò che è sviluppo», mentre l'assessore al Bilancio Pelillo, si è difeso spiegando che «l'accisa sulla benzina è stata stabilita per finanziare il fondo per la non autosufficienza. Non abbiamo, però, toccato Irpef e Irap». Da destra la replica punta dritto al buco registrato dalla Giunta nella Sanità. «Basta con questa filastrocca del Bilancio pugliese condizionato dai tagli statali. Gli amministratori del centrosinistra – ha ribattuto Palese – devono prendersi le proprie responsabilità: qui il disavanzo sanitario nel 2010 si è attestato sui 400 milioni di euro».


Alle critiche severe del Pdl, nei giorni scorsi si sono aggiunte le recriminazioni degli esponenti della maggioranza: Michele Mazzarano del Pd e Aurelio Gianfreda del partito di Di Pietro hanno fatto pesare il proprio voto favorevole chiedendo in cambio maggiori risorse per gli ospedali presenti nei territori nei quali sono stati eletti (tra Taranto e Lecce). Infine sono stati rigettati tutti gli emendamenti migliorativi promossi dal centrodestra: «Volevamo ripristinare un sistema di controllo e legalità nelle Asl e nell'intero sistema sanitario pugliese – ha puntualizzato Palese facendo riferimento ai recenti scandali della Sanitopoli – ma non siamo stati ascoltati. Abbiamo chiesto invano anche di ridurre le spese di rappresentanza e comunicazione per investire nel diritto allo studio, nei servizi sociali e nella lotta contro le nuove povertà». La conclusione del capogruppo del Pdl è amara: «Insomma senza nessun ostruzionismo abbiamo cercato di tradurre in atti e fatti concreti le migliaia di promesse elettorali di Vendola e della sinistra. Ma senza alcun successo».



Michele De Feudis
29/12/2010




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San Vittore, viaggio nell'inferno dei vivi: il rapporto Marrani

Quotidiano.net


La dottoressa Gildanna Marrani descrive il carcere di San Vittore: le condizioni dei detenuti e le difficoltà a cui vanno incontro durante la detenzione, come il cronico sovraffollameno delle celle



Il carcere di San Vittore
Il carcere di San Vittore




Milano, 27 dicembre 2010 - Pubblichiamo la testimonianza della dottoressa Gildanna Marrani dopo una visita al carcere di San Vittore, a Milano:


"Sono trascorsi più di 15 anni dal giorno in cui, annata di tanto coraggio e fede, decisi con me stessa di visitare il principale carcere milanese, con quella sana curiosità e quel mio buon senso che anche in quella occasione non mi avrebbe tradito. Allora come oggi i giudizi sono personalmente contrastanti: sono passati molti anni, ripeto, ma l'effetto choc è il medesimo, l'effetto di una donna libera all'interno di un istituto dove la libertà è ormai solo una chimera.

Oggi come allora sono stata accompagnata da uno dei massimi dirigenti-ispettori dell'Istituto penitenziario, che con gentilezza e disponibilità ha accettato di accompagnarmi in questa breve ma intensa odissea nel sistema penitenziario-sanzionatorio italiano. Viaggio assai interessante, viaggio problematico e commovente, ma sempre interessante.

Fin dall'ingresso capto e respiro un sentimento di paurosa chiusura verso il mondo esterno: certo, colgo l'occasione di vedere detenuti che escono e rientrano, vedo persino madri che entrano con i loro piccoli, e poi guardie, dipendenti che si avviano a casa; ma l'impressione è quella di un consapevole e voluto processo di distacco dal mondo esterno, quell'universo sociale dove il reo ha sbagliato o non ha saputo conformarsi alle norme giuridiche vigenti.

Un processo che forse attraversa la storia carceraria dei decenni precedenti ma che a tutt'oggi non sembra mutato. Il direttore del carcere, dottor Pagano, non c'è. Cortesemente chiedo a quest'ultimo se posso visitare il carcere e lui gentilmente mi presenta un importante ispettore che mi aiuterà nel breve e intenso viaggio all'interno del luogo del "Peccato", dove si incrociano e molto spesso si perdono le vite di chi ha scelto la via del reato e del crimine.

Una via molto spesso seguita in conseguenza del venir meno di importanti parametri sociali e psichici, come l'affetto famigliare, il rispetto per la vita altrui, la considerazione dell'esistenza del prossimo, il rispetto della legge. E' davvero difficile dubitare della buona fede di chi amministra il carcere di San Vittore poiché tutto al suo interno è strettamente vagliato su di un unico scopo: la rieducazione del condannato, il tentativo della sua socializzazione.

Mentre percorro il corridoio antistante i raggi del carcere non posso fare a meno di notare l'educazione estrema con cui i detenuti mi salutano e salutano il loro ispettore, quel rispetto che molto probabilmente è stato inculcato loro dopo anni di pesanti condizionamenti da parte dell'apparato carcerario.

Un "Buongiorno, buonasera" che sembra più un rituale verso gli 'sconosciuti' del carcere che un vero moto dell'anima. Chi ha sbagliato deve pagare, questo ci insegna la legge e le norme che la contengono, questo ci insegna il sistema di diritto penale dall'illuminismo ad oggi. Sono passati più di duecento anni, ma la dolorosa realtà della pena e dell'espiazione è ancora una piaga aperta nel cuore della nostra società: lo Stato, mi chiedo in questo viaggio, sa con certezza perché l'uomo sbaglia? Sa perché l'uomo si allontana dalla retta via in un momento della sua non facile vita?

I raggi che visito sono tre: ciascuno spazio è riservato a particolari categorie di criminali e tutti e tre confluiscono paradossalmente nella sala rotonda dove la domenica si celebra la Santa Messa, momento di conforto laddove sembra che la speranza abbia abbandonato queste persone allo sbando.

Vedo numerosi detenuti dietro le sbarre: appaiono tranquilli rispetto alla loro realtà di rei e di soggetti privati dal giudice della loro libertà; credo che la presenza di psicologi, come mi spiega gentilmente l'ispettore, all'interno della struttura, aiuti questi soggetti a superare il trauma del delitto, del senso di colpa (se ce l'hanno), dell'aver subito la privazione della propria libertà. Una libertà che certamente queste persone, questi uomini e donne non hanno saputo utilizzare a fini costruttivi e 'sociali', se così possiamo chiamarli, cioè quegli scopi che rendono giusta un'esistenza: il lavoro, la retribuzione a fine mese, la distanza dalla droga e dal suo commercio, la perdita del vizio di delinquere in un mondo dove il controllo anzi l'ipercontrollo da parte dell'Autorità rappresenta una costante dei paesi più civilmente avanzati.

Al suo interno, il carcere di San Vittore appare un'immensa organizzazione volta al recupero personale del condannato: oltre alla presenza di medici e psicologi che curano le turbe fisiche, psichiche e affettive del detenuto, visitando la parte femminile del carcere, noto una forte tendenza al recupero attraverso il lavoro manuale. Del resto il lavoro è giuridicamente il principale strumento di recupero per persone che probabilmente non l'hanno mai considerato come una vera attività legale di vita.

Entrando nella parte femminile del carcere, noto con estrema curiosità che qui l'ordine, la pulizia e la solidarietà tra carceriere e detenute è più sviluppata rispetto alla parte maschile. E' indubbio che un'attività lavorativa sproni l'individuo verso una vera rieducazione sia umana che pratica: una rieducazione dalle basi che ha la funzione di permettere al condannato di reinserirsi in società, una volta che la pena sia stata scontata, evitando possibilmente qualunque recidiva.

Purtroppo devo dare un giudizio negativo sull'ancora attuale sovraffollamento del carcere, un sistema che sicuramente non aiuta una sana vita quotidiana all'interno di una struttura, come quella di San Vittore, che ha funzione punitiva e correttiva. Forse sarebbe auspicabile la costruzione di carceri più modernamente attrezzati e più ampi, con celle che non ospitino più di due o tre detenuti al massimo. Una struttura che oltre alla funzione punitiva e rieducativa, offra anche la possibilità di un incontro vero con il recupero sociale, quest'ultimo non potendo avvenire in strutture penitenziarie troppo piene e sovraffollate.

Ascolto con interesse novità purtroppo negative da parte dell'Ispettore: il venir meno di attività occupazionali come i lavori manuali di idraulica e i lavori di pelletteria, tutte attività che avrebbero sicuramente dato un'importante aiuto al reo, costretto ad un isolamento dal mondo esterno e dalla società che, se non condotto con umanità, può portare ad aberrazioni e malattie mentali anche gravi. Malattie che insorgono sempre (lo affermo come medico) quando il distacco dalla realtà quotidiana risulta eccessivo. Malattie che probabilmente sono frutto di un sistema sanzionatorio ancora oggi negativo, che dà più importanza ai meccanismi del castigo e della pena che alle imprescindibili esigenze del recupero dei detenuti.

Il mio viaggio termina alle 18.30 circa. Saluto l'Ispettore e mi avvio verso l'uscita. Mi accorgo di come l'apparato di sicurezza sia ferreo all'interno del carcere: il mio cellulare è stato sistemato in un'apposita cassetta di sicurezza, prima che entrassi. Adesso devo ritirarlo. Per poter nuovamente comunicare con il mondo, quel mondo che ahimè i detenuti e tutti coloro che anche in attesa di giudizio soggiornano in carcere non possono vedere che attraverso spesse sbarre, dalle quali forse si aspettano un futuro più roseo e meno irto di acuminate spine. In fondo, l 'umanità non si nega a nessuno.


di Gildanna Marrani




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O i francesi sono rimbambiti o noi siamo brontoloni

Quotidiano.net

Pubblicato da Giovanni Morandi Mer, 29/12/2010 - 00:00


Per fare le vacanze a casa, partendo dall’aeroporto De Gaulle di Parigi, ho impiegato due giorni, solo perché lo scalo aveva esaurito le scorte di liquido antigelo. Eravamo in 100mila a bivaccare senza la minima assistenza. Con mio sommo dispiacere credevo che queste cose accadessero solo in Italia e invece con “gioia” scopro che altrove hanno poco di che vantarsi in fatto di efficienza. Serafina Chiti, Milano


UNA DIFFERENZA però c’è. I francesi non hanno il Tg3. Ho visto al telegiornale della terza Rete Rai i servizi sui disagi di cui lei parla. Hanno mandato in onda il commento di una signora che diceva piuttosto avventatamente: sì, sono in aeroporto da ieri ma in fondo qui non si sta male. Essendo seduta sul pavimento, perché non disponeva di altro più confortevole, non si capiva quale fosse la ragione della sua beatitudine. Sottofondo, la voce del giornalista Rai spiegava che la colpa di tutto quel caos era da attribuire al liquido antigelo. Ripeto: la colpa era del liquido antigelo, non della direzione dell’aeroporto che non ne aveva fatto scorta a sufficienza. Proviano a immaginare se che quel blocco dei voli, 600 al giorno, fosse avvenuto a Linate o Malpensa, secondo lei, che cosa avrebbe raccontato non solo il Tg3 ma ogni altro organo d’informazione? Delle due l’una: o i francesi si sono rimbambiti o noi siamo brontoloni o troppo severi o faziosi.







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Fini e gli incontri hard La escort Rachele: "Parlerò solo per soldi"

Quotidiano.net


Fine anno incandescente per il connubio politica e scandali. A tenere banco adesso sono i presunti incontri tra una giovane reggiana e il presidente della Camera


Reggio Emilia, 29 dicembre 2010



«So già». Non si stupisce, Rachele, quando riceve la nostra telefonata. E’ già mattina avanzata e in tanti hanno letto il Giornale, occhiello «Il fango di fine anno», titolo «Spunta un’intervista a luci rosse contro Fini». L’hanno già chiamata molti “fan”, forse anche qualche potenziale cliente mattiniero subito andato a cercarla sul web dove avrà avuto modo di constatare un corposo menù di prestazioni sessuali perlomeno originali. Ma l’omonima della moglie di Benito Mussolini — Donna Rachele si rivolterà nella tomba — ha deciso che il presunto video basta e avanza. Forse è subentrata la paura delle querele, forse questa signorina di 30 anni, alta, mora e di capelli castani, anconetana d’origine, abitante a Reggio in zona tribunale, ha pensato che è meglio farsi gestire da persone fidate.


«So già», ripete Rachele, presentata poi come «nipote di un camerata fascista, per questo si è data questo nomignolo». Passa subito il cellulare a un conoscente che le sta accanto, Vincenzo F. Che pare preparatissimo alla telefonata: «Vi facilito il tutto» assicura il signor Vincenzo.


Fornisce il numero di telefono di tale Giacomo P., che lavora a Milano, definito «mandatario per la signora». E’ lui che con la sua agenzia gestisce l’operazione «tutela la signorina Rachele». «Lavoro nel mondo della tv e del cinema», spiega. Ed è lui che a un certo momento comincia a raccontare di trattative per un’esclusiva con un noto periodico. «Ma voi — precisa subito — siete un quotidiano, è una cosa diversa». Come dire: si può fare un’altra esclusiva. Insomma, è questione d’argent. «Quanto pensavate di pagare? — sospira il signor Giacomo — Lei lo farà per soldi, sono sincero».E rinvia a una successiva telefonata la richiesta dettagliata di denaro.


Nelle altre telefonate invece Giacomo fa il racconto di questa brutta storia. Dice che «la ragazza» è già stata sentita dalla polizia e dagli inquirenti, «alla presenza di uno psicologo» ma non vuole dire se «l’intervista» (dice proprio così, non «interrogatorio») sia stata fatta a Rachele in qualità di indagata o di persona informata dei fatti. Peccato che Vincenzo, invece, ci riferisca che Rachele in procura non c’è mai andata, e neppure in questura. Ma Giacomo P. non demorde: «Riferivo voci di corridoio, la signora dovrà essere sentita» corregge in serata.


di Mike Scullin




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Napolitano taglia gli stipendi più alti Ma un deputato ci costa 238 euro all’ora

Quotidiano.net


Stop del Quirinale anche a scatti di anzianità e pensionamenti anticipati. Nessun taglio invece per quanto riguarda gli onorevoli: ognuno di loro percepisce uno stipendio da 15mila e 37 euro al mese


Roma, 29 dicembre 2010 - Tempo di crisi e di risparmi. Tirano la cinghia le famiglie italiane e anche il Quirinale dà una stretta ai costi. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha adottato i decreti attuativi che prevedono una riduzione delle spese nel triennio 2011-2013. In particolare, come riporta una nota del Quirinale, «sono applicate le trattenute del 5 e del 10 per cento sugli stipendi superiori ai 90 e 150.000 euro, bloccate le progressioni automatiche di anzianità per le fasce stipendiali più elevate ed è mantenuto il blocco dell’adeguamento all’incremento del costo della vita di tutte le retribuzioni dei trattamenti pensionistici in atto dal 2008».


Un colpo per quanti godono di alte retribuzioni, ma si profilano tempi cupi anche per chi sognava di diventare un baby pensionato. Al Quirinale da ora in poi sarà modificata «la normativa dei pensionamenti anticipati di anzianità» con la regola dei 60 anni di età e 35 di anzianità utile al pensionamento e l’introduzione di misure per dissuadere chi punti ad andare prima a riposo. Con queste mosse il Colle riuscirà a mantenere fissa ai livelli del 2008, con 228 milioni di euro.


Se al Quirinale la stretta si sente, nulla sembra scuotere i deputati. I dati pubblicati sul sito della Camera fanno i conti in tasca ai signori «onorevoli». Alla fine di tutto si evince che ogni deputato percepisce, in media, 240 euro l’ora. Lo stipendio ammonta a 15mila e 37 euro al mese ed è composto da voci diverse: l’indennità e alcuni rimborsi. La diaria rifonde l’onorevole per il soggiorno a Roma, il rimborso spese lo soccorre per garantire il rapporto tra eletto ed elettori, poi ci sono trasporti, viaggi e telefoni.


L’indennità ammonta a 5.486,58 euro al mese. La diaria a 4.003,11 euro mensili, il rimborso per il rapporto con il collegio a 4.190 euro al mese. Per il trasporto e il viaggio — nonostante la tessera di libera circolazione su autostrade, ferrovie, navi ed aerei in Italia — c’è un rimborso trimestrale di 3mila euro (si parte da 3.323 euro).


Per telefonare, la somma annua è di 3.098,74 euro. Il totale è di 15mila e 37 euro.152 sedute dell’Assemblea nel 2010, per un totale di 760 ore. I giorni dell’anno sono 365: al netto dei sabati e delle domeniche (104 giorni) e delle festività (6 giorni nel 2010), restano 255 giorni, ovvero 21 al mese. I deputati guadagnano 716 euro al giorno, ovvero 238 euro l’ora. Non male.


s.m.




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Gli Abba torneranno a cantare »

Corriere della sera

 

Parla Agneta Fältskog: «Niente tour, l'ideale sarebbe legare il ritorno a pochi eventi con scopi benefici»



Gli Abba: Agneta Fältskog è la terza da sinistra

MILANO - Tornano gli Abba In un'intervista al settimanale svedese M (anticipata oggi dal quotidiano Expressen) l'ex componente della band, Agneta Fältskog, rivela che lo storico gruppo ha intenzione di ricostituirsi dopo aver abbandonato le scene nel 1983. Fra poco, dice Agneta, i componenti del quartetto (il suo ex marito Björn Ulvaeus, Benny Anderson e Anni-Frid «Frida» Lyngstad) discuteranno i tempi della riunione. «Non faremo un tour come, per esempio, i Rolling Stones o altre vecchie band. L'ideale sarebbe legare il nostro ritorno a pochi eventi con scopi benefici. Comunque, sicuramente faremo qualcosa insieme. Sarebbe divertente e in più potremo parlare un pochino anche del passato», dice Agneta. E' da vario tempo che varie voci indicano il ritorno degli Abba. Stavolta sembra la volta buona. L'ultima occasione in cui i quattro sono apparsi assieme è stato nel luglio 2008 alla prima, a Stoccolma, del film Mamma Mia! con Meryl Streep, Pierce Brosnan, Colin Firth. Erano ben 22 anni che gli Abba non venivano fotografati insieme.


Gli Abba nacquero nel 1972; solo due anni dopo ebbero un grande successo vincendo l'Eurofestival con Waterloo. La definitiva consacrazione avviene nel 1975 con l'album ABBA (acronimo dei nomi dei componenti del gruppo) che includeva canzoni come SOS, Mamma Mia, I've been wating for you. Nella loro carriera gli Abba hanno venduto centinaia di milioni di dischi: circa 500 milioni secondo recenti calcoli. Il 19 giugno 1976 gli Abba cantano Dancing Queen alla festa per le nozze tra il re Carlo Gustavo di Svezia e la moglie Silvia Sommerlath. Il 16 marzo 2010 vengono inseriti (insieme a The Stooges, Jimmy Cliff, Genesis, The Hollies ) nella statunitense Rock 'n Roll Hall of Fame. Gli Abba si sciolgono nel 1983 anche a causa della fine dei matrimoni tra Björn e Agneta e Benny e Frida. La fine fu provocata anche dai litigi tra le due donne: Agneta voleva dedicarsi anche alla vita famigliare, mentre per Frida la carriera veniva prima di tutto. Ma sembra che, alla fine, i dissapori siano stati dimenticati e che assisteremo al grande ritorno.

Paolo Torretta
28 dicembre 2010