giovedì 31 marzo 2011

Platinette svela Santoro: "Vuole sapere in anticipo cosa dicono i suoi ospiti"

di Redazione


La rivelazione di Platinette: "Santoro mi ha invitata in trasmissione, ma una redattrice mi ha chiamata prima per sapere quello che avrei detto in trasmissione"









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Leggende metropolitane dure a morire: a Roma nessun terremoto l'11 maggio

Il Messaggero


Gli esperti: destituite di ogni fondamento le voci nate su inesistenti previsioni del sismologo Raffaele Bendandi






La mappa Ingv degli ultimi terremoti



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I pendolari d'oro dei municipi: per l'auto 3.200 euro al mese

Pacco bomba in caserma, grave un parà

Corriere della sera

 

Il tenente colonnello Alessandro Albamonte ha riportato l'amputazione di cinque dita. Compromessi gli occhi

 

LIVORNO - Un pacco bomba è stato recapitato ed è esploso nella caserma Ruspoli, sede del Comando Brigata Paracadutisti Folgore di Livorno. L'ordigno ha ferito in modo grave il tenente colonnello di 41 anni Alessandro Albamonte: l'ufficiale ha riportato l'amputazione di cinque dita, tre di una mano e due dell'altra, e anche ferite al volto e alle gambe. I medici dell'ospedale civile di Livorno avrebbero riscontrato anche una grave compromissione degli occhi. Il pacco bomba era indirizzato al capo di stato maggiore della Brigata Folgore, grado ricoperto proprio dal militare rimasto ferito. Ancora non è chiaro se fosse specificato il nome del destinatario o solo l'ufficio. La busta era di quelle imbottite, per materiali fragili. L'attentato non è stato rivendicato. Al momento, gli investigatori non si sbilanciano, spiegando che le indagini sono ad ampio spettro, ma sottolineando anche che la pista della matrice anarchica non è esclusa. Fonti d'intelligence confermano che è quasi certo il legame tra l'attentato di Livorno e altri due attacchi verificatisi in giornata: la lettera bomba spedita alla Swissnuclear (la federazione dell'industria nucleare svizzera) che ha provocato due feriti a Olten e il plico esplosivo destinato al direttore del carcere greco di Koridallos, spedito da Firenze e disinnescato prima che esplodesse. Un legame, si sottolinea, «rafforzato» dai contatti costanti tra gli anarchici italiani, greci e svizzeri. Le stesse fonti inoltre, pur confermando che al momento non c'è rivendicazione, non escludono che gli attentati siano riconducibili alla Fai, la Federazione anarchica informale,l responsabile di decine di attentati con pacchi bomba tra cui quelli spediti a Natale alle ambasciate di Svizzera, Cile e Grecia in Italia.

 

 

PLICO APERTO IN UFFICIO - Il plico esplosivo è arrivato in caserma e, intorno alle 16.05 è stato aperto da Albamonte nel suo ufficio. «L'ufficiale - spiega l'Esercito in una nota - si trovava nel suo ufficio quando, aprendo un plico, è rimasto investito da una deflagrazione che gli ha procurato lesioni al volto ed alle mani. Il militare, prontamente soccorso, è stato trasportato in ospedale per le cure del caso ed è in corso di definizione la situazione sanitaria. In caserma, sul luogo dell'esplosione, stanno investigando i competenti organi di polizia».

 

COMUNE BUSTA PER SPEDIZIONI - «L'ordigno esploso a Livorno era contenuto in una busta beige, imbottita, del tipo comunemente usato per la spedizione di piccoli plichi, spiegano i carabinieri che stanno conducendo le indagini. L'ufficale ferito, il tenente colonnello Alessandro Albamonte, capo di Stato maggiore della Brigata Folgore, era nel suo ufficio e non appena ha aperto la busta è avvenuta la deflagrazione. Nella stanza sono in corso adesso i rilievi dei carabinieri del reparto operativo di Livorno e degli artificieri che stanno raccogliendo i frammenti della busta.

 

Redazione online
31 marzo 2011

Gli impiegati della Bundesbank riciclavano monete da rottamare: truffa da 20 milioni in Germania

La Stampa






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Il postino è arrivato dal Baltico

La Stampa






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Lega costola della sinistra? mai detto" Dalema, ma quante bugie ci racconti.....

Libero





E' anche una questione di rispetto per la storia: come potrebbe Massimo D’Alema contraddire Enrico Berlinguer? Fu il segretario del Pci a rivelare all’allora giovane Baffino la prima legge del comunismo: «I dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario». È però riduttivo dire che D’Alema racconta balle: lui oscilla, sguscia tra il vero e il falso con movenze da biscia, corregge, smentisce rivolta. Alla fine, di solito, trova  qualcuno disposto a battergli le mani e a complimentarsi per la sua intelligenza. Quando però s’imbatte in certi giornalisti puntigliosi, allora la mistificazione viene a galla.  Negli ultimi due giorni, Massimo è incappato in due animali difficili da gestire,  una Jena (Riccardo Barenghi) e un Elefantino (Giuliano Ferrara) che gli hanno fatto rimediare la figura del tordo.

Martedì è uscita sulle agenzie la seguente dichiarazione di D’Alema: «Mai detto che la Lega è una costola della sinistra, questa è una leggenda popolare». Sulla Stampa di ieri Barenghi gli ha fatto notare che in un’intervista al manifesto  «31 ottobre 1995, pagina 3», aveva dichiarato: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola». La balla dalemiana è smascherata. Ma non sia mai che ci accontentiamo del manifesto, può darsi che in quell’occasione i compagni abbiano preso un abbaglio. Invece no, quell’intervista viene ripresa anche da Repubblica del primo novembre 1995: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. (...) È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico». Dalla leggenda popolare alla fregnaccia leggendaria. 

Non contento, il baffuto pinocchietto se l’è presa con Ferrara, reo di aver ripreso durante la puntata di martedì di Qui Radio Londra una sua dichiarazione sul caos a Lampedusa: «L’Italia per avere un buono sviluppo economico, necessita di almeno altri 30 milioni di immigrati». D’Alema si è affrettato a indignarsi e a smentire: non l’ho mai detto. Un corno. Ferrara, il giorno successivo, ha mostrato un documento tratto dal sito ufficiale del Partito democratico in cui quelle parole compaiono una dopo l’altra.

Se Baffino non le ha mai pronunciate, vuol dire che tra i suoi c’è qualcuno che, compilando i comunicati stampa,  riscrive la storia (e non sarebbe la prima volta). Mentire, mentire, mentire: la regola aurea del comunismo D’Alema l’ha rispettata sempre, nel corso degli anni. Mutava le opinioni, ma non la propensione alla sparata. Memorabile quella, pronunciata da presidente del Consiglio, sulla guerra a Milosevic. I nostri aerei erano in volo verso Belgrado, ma Baffino assicurava che l’aviazione italica non avrebbe partecipato ad azioni belliche. Il boato della balla quasi silenziò quello delle bombe.

In politica estera, d’altronde,  Massimino ama spararle grosse. Quando era ministro degli Esteri nel governo Prodi, gongolava dandosi arie da bellimbusto di rilievo internazionale. Millantava un rapporto di grande confidenza con Condoleeza Rice (rivelò a Gianni Riotta che la salutava dicendole «bye bye Condi») e un legame di ferro con gli Stati Uniti. Quando fu costretto a scendere a patti con i talebani  per consentire la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo (terroristi prigionieri rilasciati in cambio dell’ostaggio), dichiarò che c’era una perfetta intesa con Washington sulle trattative con i guerriglieri musulmani. Rapida come un «fulmine a ciel sereno» (così commentò D’Alema), arrivò la smentita.

Il Dipartimento di Stato statunitense e poi la stessa Rice dissero che non sapevano nulla dei commerci con i talebani. Anzi, si erano piuttosto arrabbiati e  invitarono l’allora inquilino della Farnesina a non ripetere mai più mosse del genere. Il vero problema di Baffino è che solo quando mente riesce a dire la verità. A volte se ne esce con affermazioni di grande buon senso, evita  i sofismi del politichese e partorisce qualche idea interessante. Poi si rende conto di quanto ha proferito e si affretta a rinnegare tutto. Sul tema della giustizia lo ha fatto più volte.

L’ex esponente dei Ds Giovanni Pellegrino, nel  libro  La guerra civile realizzato con il giornalista Giovanni Fasanella (un vero esperto di questioni dalemiane) spiegò che un giorno, agli inizi di Tangentopoli, D’Alema gli confidò di tifare per i magistrati. Voleva la rivoluzione delle toghe, e chi se ne importa se c’era un prezzo salato da pagare. Poi, però, cambiò idea e si tramutò in un iper-garantista. Tanto che nel 1995 si lasciava sfuggire dichiarazioni come: «La sinistra italiana deve liberarsi di una cultura minoritaria di tipo giacobino». 

Di recente, in  un documento pubblicato dal sito  Wikileaks, Ronald Spogli (nel 2008 ambasciatore Usa in Italia) gli attribuisce la seguente affermazione: «La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano». A prescindere dai toni eccessivi, forse qualche dubbio sui pm poteva anche risultare  bene accetto da parte dell’esponente Pd e magari invogliarlo a sostenere la riforma della giustizia. Macché, per una volta che l’aveva pensata giusta, D’Alema ha smentito di nuovo: mai riferito simili oscenità. Oddio, nella testa di Baffino non si può entrare, ma Peter Gomez del Fatto quotidiano ha pubblicato alcune intercettazioni, uscite su Corriere e Repubblica, in cui nello stesso periodo Massimino affermava: «La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire...». A questo punto, credere che D’Alema non abbia mai proferito parole dure sui giudici è un po’ difficile. 

Sempre Fasanella racconta nella biografia D’Alema il brutto tiro che Baffino giocò nel 1988 al povero Alessandro Natta, allora segretario del Pci. Alla festa di compleanno per i 70 anni del leader comunista,  gli aveva assicurato che sarebbe rimasto alla testa del partito: «Tu fai il presidente, Occhetto il segretario», disse. Pochi mesi dopo, Natta ebbe un infarto da stress. Massimo fu il primo, dai microfoni di una radio, a chiedere le sue dimissioni. Lo aveva appena confortato: no, dai, resti tu al timone. Poi lo ha infilzato con una Balla Spaziale alla Goldrake.

Attenti però che il catalogo non è finito, resta il capitolo Berlusconi, sul quale Baffino ha detto tutto e il suo contrario. La bugia più clamorosa riguarda le tivù. Nel 1994 promise: «Se perde le elezioni, Berlusconi dovrà rifugiarsi all’estero, in rovina». Mamma mia, che cattiveria. Ma nel 1996 andò in visita alle reti del Cavaliere e sparò: «Noi non vogliamo fare la guerra alle aziende. Fininvest è un patrimonio per il Paese». Stava dicendo contemporaneamente la verità e una menzogna. Un capolavoro: il concetto era sacrosanto, ma Massimo - dentro di sé - non lo condivideva. Come quando svellò, nel ’96: «Umanamente Berlusconi mi è proprio simpatico». Nel 2001 si rimangiò tutto: il Cav era diventato estraneo alle «regole della civiltà politica». 
Alla fine dei conti, il problema di D’Alema non è che non sia intelligente: lo è, sì, ma a sua insaputa. E quando gli scappa qualche parola carina, partorisce al volo una balla per smentirsi.


di Francesco Borgonovo
31/03/2011




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Prescrizione breve, il governo va sotto Fini colpito, Alfano litiga con Di Pietro

Corriere della sera

Giornale lanciato verso il presidente della Camera. Il Pdl: «Si dimetta». Il Pd. «Indecorosi». Il testo slitta a martedì


ROMA - Il giorno dopo la bagarre fuori e dentro Montecitorio, per la decisione della maggioranza di imporre un'inversione dell'ordine dei lavori anticipando la discussione sulla cosiddetta prescrizione breve, il testo che prevede la riduzione dei tempi di giudizio e di cui potrebbe beneficiare anche Silvio Berlusconi per il caso Mills - di qui le accuse di ennesima legge ad persona - è approdato in Aula per il dibattito. La maggioranza avrebbe voluto chiudere in fretta la questione, ma le tensione degli ultimi giorni e la nuova bagarre esplosa all'interno dell'emiciclo hanno indotto il Pdl a chiedere che la discussione del testo sia rinviata a martedì. Ma questo l'epilogo di una mattinata convulsa e ad altissima tensione.

IL CASO LA RUSSA - L'inizio dei lavori era stato fissato per le dieci, per dare modo all'ufficio di presidenza della Camera di valutare l'episodio del battibecco tra Ignazio La Russa e il presidente Gianfranco Fini, preceduto dalle polemiche tra lo stesso La Russa e i rappresentanti dell'opposizione, che ha di fatto determinato l'interruzione della seduta e l'aggiornamento a oggi. E' stato proprio Fini a chiedere ai questori di esaminare «la genesi di quanto accaduto», in particolare per determinare se c'è stata oppure no una mancanza di rispetto da parte del ministro nei confronti della presidenza rappresentata da un «vaffa» espresso a gesti (e forse non solo a giudicare dal labiale) da La Russa. Una sanzione nei confronti del ministro viene data per scontata da molti, anche se non esistono precedenti del genere. Per questo motivo l'ufficio di presidenza ha rimandato ogni decisione nell'attesa che esprima un parere anche la Giunta per il regolamento, appositamente convocata per le 16. Il collegio dei questori della Camera ha comunque ritenuto di esprimere «ferma deplorazione» per il comportamento del ministro.


MALUMORI NEL PDL - La Russa, in ogni caso, ieri in serata, aveva telefonato a Fini per un chiarimento a voce e per esprimere le sue scuse, pur ritenendo di non avere commesso alcuno sgarbo verso la presidenza. Al di là di un intervento sanzionatorio formale nei suoi confronti, nei corridoi di Montecitorio la querelle con Fini e l'intervento «muscolare» con cui prendendo la parola dai banchi del governo aveva rivendicato il suo faccia-a-faccia con i manifestanti in piazza Colonna («Figuriamoci se mi sono lasciato intimidire, sono andato loro incontro a testa alta mentre voi - rivolto all'opposizione, ndr - sareste scappati come conigli!») sono stati oggetto di critiche da una parte dei deputati del Pdl, in particolare da quelli che fanno capo all'ex ministro Claudio Scajola che hanno stigmatizzato pubblicamente il suo comportamento. Ancora oggi Scajola ha parlato di «spettacolo indegno» in riferimento a quanto accaduto mercoledì.

VERBALE CONTESTATO - La discussione oggi avrebbe dovuto entrare nel vivo e per questo erano attese scintille. E alla fine sono arrivate. Anzi, all'inizio, già all'avvio della seduta con la mancata approvazione del processo verbale della seduta di mercoledì. Il no al resoconto della giornata è arrivato mediante voto elettronico. La cosa non è così usuale, perchè solitamente si approva senza troppi dibattiti e per alzata di mano. Ma le opposizioni, Pd, Udc e Idv, hanno contestato che nel processo verbale non ci fosse esplicito riferimento all'episodio che ha visto protagonista il ministro La Russa. La votazione ha visto un pareggio e dunque il processo è stato respinto. Diversi esponenti del governo erano arrivati di corsa per votare - e per questo era stato sospeso il Consiglio dei ministri in corso a Palazzo Chigi - ma i loro voti non sono comunque bastati. La seduta è poi stata sospesa e i capigruppo hanno deciso che riprenderà solo dopo che il verbale sarà integrato della parte mancante e, di conseguenza, sottoposto a nuova votazione.

LA STIZZA DI ALFANO - Quanto accaduto, seppure su un aspetto secondario come l'approvazione di un verbale, dà il segno della tensione in corso. Va tra l'altro registrato il gesto di stizza del ministro della Giustizia, Angelino Alfano: alla chiusura del voto sul processo verbale Alfano, secondo quanto riferito dal leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, ha infatti gettato la sua tessera della Camera contro i banchi dell'Italia dei Valori. «È stato un gesto irresponsabile, immorale, illegittimo da parte del portantino di Berlusconi», ha detto Di Pietro davanti alle telecamere e mostrando tra le mani la tessera di Alfano. «Lo denuncerò al presidente della Camera» aggiunge l'ex pm stigmatizzando «lo spregio e il disprezzo del ministro nei confronti del Parlamento». Disprezzo tale che, conclude Di Pietro, «mi fa chiedere le immediate dimissioni del ministro». Esponenti della maggioranza hanno invece criticato Fini - e chiesto che sia lui a dimettersi - sia per avere concesso il voto sui verbali (ma il presidente ha fatto notare che era impossibile non farlo essendo stato chiesto da tutte le opposizioni) sia per non avere voluto attendere l'arrivo di altri ministri a dar manforte alla maggioranza. Quattro di loro, secondo la maggioranza, erano già in aula e quindi sarebbe bastata un'attesa di pochi altri minuti e per questo Pdl e Lega sono tornati invocare un nuovo presidente, considerando Fini non più «super partes».


«SPETTACOLO INDECOROSO» - Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha fatto invece notare che «è stata una votazione lunghissima» e che «il Parlamento non può aspettare i comodi dei ministri» e Dario Franceschini ha parlato di «spettacolo indecoroso» da parte del governo che interrompe un consiglio dei ministri per consentire ai suoi esponenti di votare un verbale. Sulla stessa linea Futuro e Libertà: «In quale democrazia occidentale i ministri di un governo riunito lasciano precipitosamente la riunione per votare sul processo verbale della Camera di appartenenza in soccorso della maggioranza - si chiede il vicecapogruppo, Carmelo Briguglio -? Parliamo di ministri di un Paese impegnato in un'azione militare o meglio, se vogliamo usare un'immagine cruda ma che rende, ministri di un Paese in guerra a pochi chilometri dalle sue coste. Che spettacolo».

GIORNALE IN TESTA A FINI - E non solo: a rimarcare il nervosismo della giornata c'è il fatto che il presidente della Camera è stato colpito alla testa da un giornale che gli è stato lanciato da un a deputata del Pdl mentre usciva dal'Aula della Camera dopo la bocciatura del processo verbale. Il giornale, hanno riferito i presenti, ha colpito il presidente della Camera, che poi, fuori dall'emiciclo, ha avuto uno scambio di battute con un altro deputato del Pdl, Pietro Franzoso. Fini sembra tuttavia aver completamente sorvolato sull'episodio, di certo non ne ha poi fatto cenno.

LA DEPUTATA DISABILE - Altro episodio che rientra perfettamente nel clima di scontro che si respira a Montecitorio: la deputata del Pd, Ileana Argentin, disabile e in carrozzella, ha denunciato che un deputato si è avvicinato al proprio assistente «dicendogli che non deve permettersi di applaudire. Ma lei, signor presidente, sa che io non posso usare le mani. Se desidero applaudire lo faccio come credo e quando credo e se non lo posso fare con le mie mani lo faccio con le mani di chiunque». Dai banchi dell'opposizione si sono levate urla e grida di «vergogna, vergogna». Subito dopo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha invitato il deputato che si era rivolto all'Argentin a chiedere scusa. Dai banchi della Lega si è alzato Massimo Polledri, che si è scusato, giustificandosi di «non aver capito».


ANCORA IN PIAZZA - Anche oggi ci saranno mobilitazioni del «popolo viola» all'esterno di Montecitorio, in concomitanza con la discussione del testo sul processo e della prescrizione breve. «Staremo lì fino a che il dibattito si svolgerà alla Camera - ha annunciato Gianfranco Mascia, uno dei coordinatori -. Poi ci sposteremo al Senato. In questo momento, decisivo per le regole democratiche del nostro Paese, è fondamentale che ciascuno faccia la sua parte». Non solo: è allo studio una mobilitazione nazionale che unisca partiti, movimenti e società civile che potrebbe essere convocata per il 16 aprile.

Redazione Online
31 marzo 2011

Che ne sarà di La Russa?»

Corriere della sera

Dopo il vaffa a Fini, il Pdl sembra abbandonarlo
di Pierluigi Battista – CorriereTv

Sono 3.731 gli immigrati a Lampedusa Berlusconi: «Tunisi non rispetta accordi»

Corriere della sera

 

All'alba partiti 1.716 migranti con la nave Excelsior, poi è salpata la «Catania» con 600 migranti.Dirette a Taranto

 

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) - Sono 3.731 gli immigrati presenti attualmente a Lampedusa, dopo i trasferimenti avvenuti con le prime navi e con due ponti aerei. Il dato è stato fornito dal sindaco dell'isola, Bernardino de Rubeis.

 

ALL'ALBA - All'alba sono partiti 1.716 migranti con la nave Excelsior della Grandi Navi Veloci. Poi dal molo di Cala Pisana è salpata la «Catania» della Grimaldi con 600 migranti, entrambe dirette a Taranto, mentre 200 sono stati portati via con due ponti aerei. Intanto, alla fonda davanti al porto di Lampedusa ci sono altre 3 navi: la «Clodia», la «Waitling Street», e la nave militare San Marco. Nelle prossime ore la Clodia dovrebbe attraccare al molo di Cala Pisana per iniziare l'imbarco di circa 500 persone.

 

 

BERLUSCONI - Nel frattempo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in una telefonata all'assemblea congressuale dei Cristiano-Popolari è tornato a parlare dei problemi degli immigrati. Il governo tunisino non sta mettendo in atto gli accordi sull'immigrazione stipulati con l'Italia ha detto Berlusconi. Il premier si scusa di non poter essere presente, ma è in corso il consiglio dei ministri «che sta affrontando il problema con la Tunisia. Il governo aveva assicurato di fermare le barche degli immigrati ma questo non è avvenuto». «Il Cdm sta affrontando il problema dei rapporti con la Tunisia perché il governo ha garantito impegni finanziari per la ripresa economica delle città tunisine e di contro il governo tunisino deve accettare il rimpatrio dei suoi concittadini. Si tratta di 5 mila tunisini che non sarebbero accettati perché noi sappiamo che dalle loro carceri sono evasi in 11 mila ed abbiamo il sospetto che possano arrivare da noi».

 

LA PROTESTA - Giovedì mattina un gruppo di tunisini ha inscenato un blocco stradale nella strada principale di Lampedusa. La protesta è stata inscenata dai migranti che chiedono di accelerare i tempi per i trasferimenti dall'isola in altri centri italiani. I tunisini, poche decine in tutto, hanno bloccato al circolazione per circa 10 minuti gridando slogan in cui chiedevano di essere trasferiti, mentre molti altri gridavano a gran voce «libertà, libertà». Immediato l'intervento delle forze dell'ordine che hanno disperso i manifestanti.

Redazione online


31 marzo 2011

Cina, ecco l'incrocio più pericoloso al mondo: decine di incidenti ogni anno

Nasce il portale per chi ama la birra

Corriere della sera


Sette sezioni, sei blog e due profili su Twitter e Facebook. Si rivolge a una community di 5 milioni di appassionati




MILANO - Un consumatore attento e raffinato, al 60% di sesso femminile, all’80% di età compresa tra 26 e 60 anni, che ama la birra spillata al momento nel bicchiere e che la considera più gustosa se abbinata ad un piatto. Questo ritratto, ben lontano dagli stereotipi cui hanno abituato i film americani, è quanto emerge dalla recente indagine condotta da Heineken in sinergia con Corriere.it sul consumo e il gradimento della birra in Italia. Il test, considerato già lusinghiero nella risposta del pubblico (2.467 partecipanti in soli 10 giorni, più del doppio rispetto ai normali marketing-test, con una media di 10 minuti dedicati, vero tempo record di permanenza per questa tipologia di domande), delinea un profilo abbastanza brillante dei beer-lover italiani, che, pur dando risposte che denotano ottima conoscenza del settore (il 63% conosce 5 o più tipologie di birra, il 62% ne distingue le corrette modalità di servizio), continuano con modestia (53%) a non considerarsi veri appassionati di birra. Le donne, infine, si confermano protagoniste (come già rilevato nelle presenze ai più recenti eventi gastronomici) sia nel numero che nella considerazione degli intervistati, che all’87,73% abbinano il consumo di birra ad un’immagine di donna elegante.

LUPPOLO E MALTO - Il beer-lover italiano si delinea come un gourmet all’aroma di luppolo e malto, ben informato e dotato di personalità, decisamente convinto nel collocare la birra in un ambito gastronomico ricco e vario. Forte di questa base documentale favorevole, che in certa misura supera le aspettative, Heineken Italia inaugura il portale italiano dedicato al mondo e alla cultura della birra. Diretto ad una community stimata in circa 5 milioni di appassionati, il portale si propone di promuovere un consumo evoluto, aperto e responsabile. Tecnicamente articolato in 7 sezioni e in 6 blog tematici firmati da esperti riconosciuti del mondo birrario, fiancheggiato da 2 profili (sui social media Twitter e Facebook), il portale si iscrive nel più ampio programma di formazione e diffusione della cultura della birra in Italia I Love Beer, portato avanti da anni da Heineken Italia attraverso una comunicazione mirata, eventi periodici sul territorio e un omonimo magazine, diffuso in oltre 20.000 locali italiani. Heineken è tra i primi produttori di birra del mondo, con circa 65.000 addetti, per un fatturato di circa 16 miliardi di euro ed un utile netto di 1.436 milioni di euro (dati 2010). Heineken Italia vanta 2000 dipendenti e 4 birrifici propri per una produzione e commercializzazione di 5 milioni di hl di birra, articolati in marchi che abbracciano l’intero panorama degli stili birrari, mentre attraverso le società Partesa e Dibevit Import, seleziona e distribuisce birre speciali da tutto il mondo.


Alex Guzzi
31 marzo 2011



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La trovata di Simona all'Isola dei fumosi

Corriere della sera

Il raggiungimento dell'eroismo da cabaret

Il videocommento di Aldo Grasso


Esiste anche un eroismo da cabaret, un'estrema unzione da commedia. Per sopperire a un deficit d'ascolti Simona Ventura è sbarcata sull'isola, sulla «sua» isola dei fumosi. Voleva dimostrare a quei naufraghi un po' anemici, a quegli intossicati di celebrità, a quei clandestini dello snebbiamento di che pasta è fatta una vera conduttrice: incurante del caldo, dei chili di troppo, dell'irreparabile, Super-Simo è sbarcata in Honduras e si è caricata sulle spalle un fardello di prevaricazioni, di liti, di fame, di maldicenze, di noia, insomma di vita quotidiana (Raidue, martedì, ore 21,10).

Eccola, un calcio al make up, non proprio come mamma l'ha fatta, ma pur sempre in versione «nature» (oddio, una gonfiatina alle camere d'aria qualche ciclista l'ha data); eccola tuffarsi finalmente nel mar dei Caraibi (e del secondo Paese più povero delle Americhe), giubbotto salvagente blu e arancione, i capelli raccolti in preghiera. Con Super-Simo è tutta un'altra cosa: i fumosi sembrano persino dismettere il loro sudario liso.

Però (c'è sempre un però), la regina si è giocata male la carta che aveva in riserbo, forse per un sussulto di ritegno. Per farla breve, Super-Simo doveva comunicare a Nina Moric che l'ex marito Fabrizio Corona, in compagnia di Belén, aveva portato il figlioletto Carlos a Eurodisney, senza il consenso materno. Qualcuno vedeva già configurarsi un reato, una specie di rapimento. Qualche malignazzo, su Internet, gridava alla messinscena, visto che il ragazzino era felicissimo della gita (e di Belén) ed è stato poi riaccompagnato dalla nonna materna. Se Super-Simo si fosse comportata da professionista della tv del dolore avrebbe allestito uno spettacolino della sofferenza. Invece tutto è filato liscio, anche perché Nina, con quella bocca, non può dire ciò che vuole.
Intanto dallo studio la Parietti sentenziava: «Se io avessi dovuto darla a quelli che se la meritavano sarei rimasta vergine». A cosa si riferiva?


Aldo Grasso
31 marzo 2011




Un settimanale albanese accusa Saviano: "Parla in tv di nostre inchieste e nemmeno ci cita"

di Domenico Ferrara


Il direttore di Investigim: "Saviano approfitta dei nostri articoli, male e senza ringraziare". L'Osservatorio italiano sui Balcani riporta la notizia e aggiunge: "Anche noi aiutammo l'autore, poi nessun ringraziamento"




 
Foto in prima pagina e titolo che recita così: “Saviano!Chi è questo?”. L’attacco nei confronti dell’autore di Gomorra questa volta giunge da lontano, precisamente dall’Albania. Sul settimanale Investigim del 21 marzo, il direttore Alket Aliu, verga un editoriale pieno di acredine, muovendo accuse ben definite. “Saviano riconosce il diritto d’autore solo quando si tratta di firmare contratti milionari con aziende di Berlusconi. Mentre il diritto d’autore non si applica ai giornalisti albanesi”. E’ solo l’inizio della contumelia. Oggetto del contendere è l’inchiesta tra Camorra e Sigurimi (la polizia segreta albanese durante la dittatura comunista).

Un’inchiesta, la cui paternità, il direttore Aliu rivendica fortemente essendo frutto dell’analisi dei documenti declassifficati del regime comunista albanese. E che, secondo Investigim, Saviano avrebbe fatto sua, in una intervista rilasciata all’emittente albanese Top-Channel. Una delle prime accuse infatti sarebbe proprio questa: l’omissione della fonte. Ma Aliu poi va ancora giù duro: “Saviano copia e lo fa male, riportando inesattezze e disinformazioni". Fino all’apice dello scontro: “Le imprecisioni sono molte e sono conseguenza della tipica arroganza di chi pensa di saper tutto e parla di tutto, ed è stato raccomandato per prendere in giro spudoratamente gli albanesi. E’ un insulto al giornalismo e agli albanesi. Se c’è un modo per fare soldi è parlando della mafia, Saviano lo ha trovato. Conviene non solo a lui, ma anche a chi paga questo spettacolo, chi vuole spostare l’attenzione sulla criminalità di strada, sulla mafia di basso profilo, mentre la vera mafia passa attraverso le banche”.

L’editoriale del direttore ha scaturito l’interesse anche dell’Osservatorio italiano (tela di informazione indipendente che si estende nell’area del Baltico-Adriatico, si legge sul sito). Che rincara la dose, citando un episodio curioso: il giorno dopo la pubblicazione di un articolo sul traffico di armi tra il Sigurimi e la Camorra “la nostra redazione ha ricevuto una e-mail di Roberto Saviano che chiedeva di contattare la giornalista per avere un confronto sulle tematiche della mafia nei Balcani. Da parte nostra fornimmo tutte le informazioni e la disponibilità a cooperare, ma dopo aver dato il materiale, non vi è stata alcuna comunicazione" (leggi le e-mail).

Insomma, per il direttore dell’Osservatorio, Michele Altamura, anche in questo caso Saviano non avrebbe citato la fonte delle notizie e “fin quando continuerà a ripetere ciò che altri giornalisti hanno scritto con coraggio senza pubblicare documenti o prove certe resterà un semplice servo dei poteri, un eroe sintetico di questa società controllata dal web che manipola le masse in nome di una falsa battaglia contro la mafia”. Parole pesanti che rilanciano i dubbi sul modo in cui Saviano conduce le sue inchieste. Difficile capire se le accuse siano solo polemiche sterili. Resta comunque il dubbio: Saviano è un irriconoscente che attinge alle notizie altrui per farne sfoggio davanti alle telecamere o sono gli altri che sono invidiosi della sua popolarità?




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Pensioni, Prodi: "Dal Giornale accuse ridicole"

di Redazione


Mario Giordano "pizzica" il Professore e smaschera le tre pensioni. Il Pd Zanda, protavoce di Prodi, nega tutto: "Settano di usare i giornali per attaccare una persona di cui evidentemente hanno ancora paura"


Roma


"Sono ridicoli". Così Sandra Zampa (Pd), portavoce di Romano Prodi, risponde all’articolo di Mario Giordano, con cui Il Giornale ritorna sulle tre pensioni da 14.254 euro lordi che il professore incasserebbe.

Il 24 ottobre scorso Prodi all’Opinione (che le indicava in 30mila euro) rispose di percepire pensioni e vitalizi per un importo lordo di 9.802,30 euro al mese, "ai quali si deve naturalmente detrarre il pesante ma doveroso pagamento delle imposte". Il Giornale oggi parla di "smemoratezza" sostenendo che Prodi riportava correttamente i 5.283 euro lordi della commissione europea, ma poi indicava 1.797 euro lordi da ex parlamentare e 2.811 lordi da ex docente. Secondo Giordano, si tratta di cifre nette: il lordo sarebbe rispettivamente di 4.725 e 4.246 euro.

"Sono ridicoli - ribadisce Zampa a proposito del Giornale, che parla di cumuli pensionistici anche per Armando Cossutta. Sergio D’Antoni, Oscar Luigi Scalfaro, Luciano Violante - la smettano di usare i giornali di Silvio Berlusconi per attaccare una persona di cui evidentemente hanno ancora paura. D’altra parte Prodi Berlusconi l’ha battuto due volte su due alle elezioni. Si rassegnino". Nel proprio sito Internet, Prodi pubblicò una lettera: "Vorrei precisare (al centesimo) quelli che sono i miei introiti conseguenti la mia passata attività professionale e politica. La pensione da Presidente della Commissione Europea è di 5.283,50 euro lordi al mese. Dopo 35 anni di attività come docente universitario, dato che ho voluto optare per il tempo parziale e che, pur avendo il diritto di rimanere, mi sono dimesso dal ruolo che ritenevo eticamente non compatibile con l’attività politica, percepisco 2.810,99 euro lordi al mese. Se vuole aggiungere a questo ammontare pensionistico l’assegno vitalizio da parlamentare (anche se l’assegno vitalizio non è una pensione ma il frutto di un accumulo precedente) si tratta di 1.707,81 euro lordi al mese. Le vorrei fare notare che nulla ho ricevuto come liquidazione e nulla ricevo come pensionamento per gli otto anni di Presidenza dell’Iri (erano altri tempi) e nulla, ovviamente, per i quasi cinque anni di Presidenza del Consiglio".






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Lancio del sacchetto a Napoli ripreso in diretta con il cellulare

Il Mattino


«Pianura, 31 marzo ore 9. Mentre filmo il panorama mi capita di assistere al lancio del sacchetto da parte di un tassista. Da dove si comincia? Secondo me ormai siamo indifendibili!». È questo il commento al video pubblicato su YouTube nelle ultime ore da un utente del popolare sito di convidisione video.








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Dal «teatro» di Mike ai talk show

Corriere della sera


Mike e Sabina Ciuffini
Mike e Sabina Ciuffini
Il pubblico in studio c'è sempre stato, fin dagli esordi della tv. Ricordiamo il pubblico impellicciato di «Lascia o raddoppia?», quello festante di «Domenica è sempre domenica», quello dei supporter di «Campanile sera». Ma era un pubblico «teatrale», un pubblico che assisteva allo spettacolo come se si trovasse in un teatro: applaudiva, fischiava, partecipava, incurante però della presenza delle telecamere. Come oggi succede ancora con gli show di Fiorello o con «Zelig».

Fu nel 1958 che il pubblico in studio diventò per la prima volta in Italia un problema teorico. Andava in onda in edizione originale il «Perry Como Show» con una voce fuori campo che cercava vanamente di spiegare le situazioni comiche, tentando di cucire fra loro canzoni e sketch. Su quel programma fiorì la leggenda che gli americani ridessero solo per le battute più stupide; gli italiani, infatti, per un sostanziale difetto di comprensione linguistica, e per assenza di pubblico in studio, non potevano certo andare in brodo di giuggiole per spiritosaggini riferite, oltretutto, a un contesto diverso dal nostro. Dunque il pubblico esisteva anche per metonimia, con applausi registrati. Quando in Italia si diffonde il talk show e, più in generale, la tv commerciale, nasce un nuovo tipo di pubblico in studio. Se nella televisione delle origini il pubblico in studio rappresentava per lo più lo spettatore «puro», figurante di una messa in scena che si svolgeva indipendentemente da lui, la platea neotelevisiva acquista la parola, partecipa attivamente alla rappresentazione, talvolta ne è protagonista.

Il pubblico conquista il primo piano: Maurizio Costanzo può iniziare il suo show conversando con gli spettatori in sala, o portando sulla ribalta personaggi sconosciuti. È la riscossa dell'uomo comune, che viene invitato a far parte della rappresentazione televisiva, in virtù delle sue opinioni o della sua storia, e ne diventa talvolta un eroe: nel reality show, affine per certi aspetti al talk show, vengono celebrati insieme l'eroe ordinario e la forza della televisione di modificare la realtà attraverso il pubblico stesso ormai salito agli onori della ribalta. In altri casi l'assenza «fisica» del pubblico viene superata con elementi vicari: il telefono, le lettere, i sondaggi e, ultimamente, l'e-mail, il sito web, il dibattito in rete col popolo di Internet.


Aldo Grasso
31 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA





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Nella fabbrica del pubblico tv comparse scelte (a pagamento)

Corriere della sera


Le persone «vere», i figuranti muti e i «parlanti»: tre categorie di spettatori




MILANO - Il finto aquilano e la terremotata a gettone (300 euro) che si lascia prendere la mano e parla de «L'Aquila ricostruita» dice che chi si lamenta «lo fa per mangiare e dormire gratis» in albergo e ringrazia «il presidente» (non lo nomina, ma si sa, è S. B.): la scenetta andata in onda qualche giorno fa a «Forum», il programma condotto da Rita Dalla Chiesa, quello che fa la parodia del tribunale, quello che spettacolarizza la giustizia con le liti da tinello (casi minimi, dunque fondamentali) riapre il caso su quanto di vero e falso c'è nel tempio televisivo che milioni di italiani adorano dal 1954.

Attori, figuranti, comparse, persone vere: ogni giorno, in ogni programma c'è un mix di tutto questo. Una regola a cui non sfugge nemmeno la composizione della parte che all'apparenza è meno importante all'interno di una trasmissione tv: il pubblico in studio. Espressione plastica dei sentimenti dei telespettatori a casa, attore (spesso inconsapevole) del gioco a cui prende parte, il pubblico in studio è parte integrante dello spettacolo: applaude, ride, ascolta, urla, approva e disapprova. Praticamente solo nei telegiornali non c'è (ma è un'idea per il futuro).

Il popolo di spettatori che sta dentro la tv è composto da gente comune e professionisti amatoriali, miscelati a giuste dosi secondo le precise formule catodiche prescritte dalle produzioni. In particolare: tre categorie. Le persone «vere» che da casa chiedono di partecipare a una trasmissione; i figuranti, usati per fare numero o colore; i figuranti speciali che sono dotati di parola: intervengono, dicono la loro sul dibattito che si svolge. Mentre per i primi niente soldi, solo la gloria di un'inquadratura furtiva (e sì che un tempo erano 60 mila lire...), le altre due categorie sono pagate: una trentina di euro per i muti, una cinquantina per i parlanti. In Rai c'è un ufficio apposta, con l'elenco di persone che si dicono pronte a partecipare come comparse o figuranti speciali. Il pubblico di «Pomeriggio sul 2», 20 persone in tutto, è composto da «speciali» che ruotano più o meno regolarmente ma ritornano spesso, perché il bacino da cui pescano gli autori è sempre lo stesso: 40 persone scelte a inizio stagione. A «Quelli che il calcio» solo pubblico vero, 170/180 persone che chiedono di andare in trasmissione telefonando o scrivendo mail (qualcuno si ostina con le lettere): per entrare vengono tutti identificati (serve un documento, sia in Rai sia a Mediaset), l'età si aggira tra i 20 e i 50 anni, la rotazione è assicurata dalle richieste che arrivano. Ilenia, 38 anni, operatrice di call center, è stata coinvolta da amici: «È la prima volta, volevo fare qualcosa di nuovo», Andrea, studentessa ventenne invece è andata «perché mi piace Simona Ventura da quando sono piccola».

Altro genere di programma. «Annozero» di Santoro, 130 persone. Ai piani alti di Viale Mazzini raccontano una verità maliziosa e intrigante sul reclutamento degli applausi (che comunque, val la pena sottolinearlo, è una prassi del tutto legittima): il conduttore è molto attento alla composizione del pubblico, vuole dare di «Annozero» un'immagine colta, contemporanea, urbana e giovane. Maestro nel costruire la drammaturgia del suo talk show c'è da crederci. Santoro - spiegano - vuole una trentina di persone multietniche (il tocco contemporaneo e urbano) e qui si rivolge all'ufficio figuranti Rai che fornisce le comparse richieste. Quel che rimane viene reclutato nelle università (il tocco colto e giovane) e assicurano: se c'è gente con i capelli bianchi non sta certo nelle prime file. Per essere sicuri con non venga inquadrata. I soli fili bianchi (se non sono stati ritinteggiati) sono quelli dei politici di turno. Dal talk show negano: in studio c'è tutta gente a cui piace il programma, che si prenota attraverso mail o telefonate, non c'è niente di costruito, è tutto limpido. Una questione non risibile, se al solito lo zelante direttore generale della Rai Masi qualche tempo fa era intervenuto per far gestire il pubblico ai «direttori di rete e testata e non ai conduttori o autori dei programmi». Subito placcato da Santoro: «Scelgo il pubblico da trent'anni».

Raitre, «Che tempo che fa»: lo studio ospita 140 persone che si propongono via mail e sono scelte molto democraticamente (ammessa ogni età e ogni parte d'Italia), ma c'è la dittatura del colore: gli addetti alla sartoria sono sempre pronti a intervenire con «pezzi di ricambio» se qualcuno del pubblico si presenta in studio con un vestito o accessori viola, colore bandito dalla trasmissione (la scaramanzia, si sa, è bipartisan).

Scientifici a Mediaset, dove una società esterna, la Parterre S.n.c, gestisce tutto il pubblico degli show milanesi («Iene», «Verissimo», «Striscia», «Chiambretti Night», «Chi vuol esser milionario», la triade «Mattino-Pomeriggio-Domenica 5», «Controcampo»). Per ogni trasmissione a fine puntata scorre quello che si chiama in gergo «crawl», un sottopancia con il numero da contattare, uno diverso per ogni programma. Ma il pubblico arriva in studio anche dal sito di Mediaset, dal sito del programma scelto, attraverso il centralino. La Parterre S.n.c gestisce un database con migliaia di contatti e chi si comporta male finisce nella lista nera e non verrà più richiamato.

Flaiano già nel 1964 aveva anticipato tutto: «L'applauso è diventato parte dello spettacolo... sottolinea l'ingresso di un personaggio, lo toglie d'imbarazzo se deve andarsene, lo incoraggia se è timido, lo premia se è spavaldo, lo perdona se è un cane».


Renato Franco
31 marzo 2011



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Sabina Guzzanti: «Le accuse sul blog? Poverini gasati . Io in crisi di nervi»

Corriere della sera


I 400 mila euro? Non confermo. Uno è arrivato a dire che dovevo investire in un bar. Io barista?




ROMA - (Sabina Guzzanti risponde al telefonino. Voce nervosa, rauca, inizialmente tremante).
«Io... non... ca-pi-sco...».

Cosa, signora Guzzanti?
«No, dico: come s'è permesso di chiamarmi sul cellulare? Eh? Lei non deve...».

Mi spiace se...
«Non me ne frega niente se le dispiace, capitooo? Ho un ufficio stampa, chiami il mio ufficio stampa!».

Non credevo che...
«Non credeva? Non credevaaa? Che vuole da me?».

Se mi lasciasse spiegare... Non ho neppure potuto dirle buongiorno...
«Ecco, buongiorno. Fatto. Allora?».

Allora c'è questa storia della truffa e...
«E voi, sui giornali, la state raccontando male, malissimo... Uff!».

Prosegua.
«No, non proseguo».

Su...
«Allora. Mi ascolti bene: la notizia è che io sono stata truffata. Punto e basta. Invece, per assurdo, qui sta passando il concetto che io debba giustificarmi di aver fatto qualche investimento... Pazzesco, non trova?».

Senta: non sarà che a lei sembrano pazzesche e anche seccanti, molto seccanti, le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata, e rimproverata, di aver cercato guadagno facile con i trucchi della finanza...
«Ma lo sa bene anche lei, lo sa bene che sui blog scrivono quelli più ossessionati...».

Non offenda quelli che scrivono sui blog.
«Io non li offendo, ma è esattamente così. Si sono gasati, poverini, hanno letto certi articoli e si sono messi a pontificare, a dirmi quello che avrei dovuto fare e non fare, con i miei soldi».

Lei li ha anche definiti «svitatelli», «persone poco strutturate», «esaltati che non hanno capito una cippa».
«Senta: uno è arrivato a scrivere che i miei soldi avrei dovuto investirli aprendo un bar... Io? La barista? No, dico: si rende conto di qual è il livello della polemica? E però la colpa è vostra, di voi che sui giornali avete parlato solo di me e di Massimo Ranieri, mentre ad essere truffati siamo stati a decine. Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri? È giornalismo, questo?».

Signora Guzzanti, è molto gentile a fornirci una lezione di giornalismo: ma non negherà che dovendo scegliere tra una sua foto e quella di uno sconosciuto, forse è più utilizzabile la sua...
«Ehm... sì sì, certo... ha ragione. Però gli articoli sono stati scorretti! Alcuni, anzi, particolarmente scorretti».

Lei, sul suo blog, ha scritto una severa lettera aperta al direttore di «Repubblica», Ezio Mauro.
«Sì, severa...».
Lo accusa di aver condotto una «campagna di disinformazione», gli chiede a «cosa devo tanto scorrettezza? Tanta vigliaccheria? Tanta spudoratezza?».
«Va bene, okay, lo ammetto: ho esagerato. Ho scritto in preda a una crisi nervosa, oggi non userei certi toni... però è andata, la lettera l'ho pubblicata, e va bene così».

Ripensandoci: questi truffatori che l'hanno...
«No, aspetti, piano con le parole: c'è un'inchiesta, in corso. Ci sono alcune denunce. Aspettiamo».

Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro?
«E chi lo dice?».

L'ho letto.
«È una cifra che non confermo».

È vero o no che lei avrebbe già recuperato parte del denaro?
«No... no... è una sciocchezza...».

(Sabina Guzzanti, attrice e regista, 47 anni, è figlia di Paolo, deputato dei «Responsabili» berlusconiani, e sorella di altri due attori, Caterina e Corrado. Secondo il parere di numerosi esperti, il vero fuoriclasse del palcoscenico sarebbe Corrado).


Fabrizio Roncone
31 marzo 2011



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Martini, storia vera del mitico cocktail




Ma quale centenario, la bevanda più amata dagli artisti risale almeno alla fine dell’800. Ora banconi di legno e barmen impeccabili hanno lasciato il posto al triste "happy hour"


Non per essere pedanti né per fare i saccenti, ma la nascita del Martini esattamente un secolo fa è un’invenzione, oppure una convenzione. In the Silver Bullet: The Martini in the American Civilization (The Johns Hopkins University Press), il saggio del professor Lowell Edmunds che da trent’anni è la Bibbia in materia, è raccontato come, già a fine Ottocento, esistesse nei manuali per barmen il bicchiere per il Martini e una sua immagine illustrata appare fra il 1900 e il 1909. Allo stesso periodo risalgono anche le prime referenze letterarie: Hidley Dhee e O. Henry. È altresì vero che fra Martini, Martinez e Martine l’origine stessa della parola resta sconosciuta e, come nota Edmunds, si può dire di questo cocktail ciò che nella Poetica Aristotele scrisse sulla nascita della tragedia: «Essendo passata attraverso molti cambiamenti, trovò infine la sua forma naturale e lì si fermò».

Invenzione oppure convenzione, fosse per noi festeggeremmo la nascita del Martini ogni giorno che Dio manda in terra e, per quanto diffidenti nei confronti degli Stati Uniti, non possiamo che inchinarci di fronte alla celebre formula coniata da Bernard De Voto: «Il supremo dono americano alla cultura mondiale». La pensava così anche il grande H.L. Mencken: «L’unica invenzione americana perfetta come un sonetto»; e del resto non esiste altro cocktail al mondo che possa vantare per sé una colonna sonora firmata da Cole Porter: «They have found the fountain of youth/ Is a mixture of gin and vermouth»...

Nel film Il laureato, Ann Bancroft, ovvero Mrs Robinson, va al Taft Hôtel, dove di lì a poco inizierà la sua storia di sesso con Dustin Hoffman, ovvero Benjamin, ordina un Martini e le viene in mente una poesia, forse di Doroty Parker: «I like to have a Martini,/ Two at the very most./ After three I’m under the table,/ After four I’m under my host». Apocrifi o meno, i versi in questione rimandano a una verità euclidea. Un doppio Martini è la perfezione dei sensi, quel che viene dopo, che sia sotto un tavolo o dentro un letto, è semplice ubriachezza... E però, come non perdersi di fronte a un flûte di cristallo dal gambo lungo che poi si allarga come fosse una piramide rovesciata, colmo fino all’orlo di un liquido perlaceo eppure trasparente che alla luce manda riflessi giallognoli e nel quale ti puoi specchiare? Una volta bevutolo, senti lo stomaco allargarsi e nel corpo una sensazione di quieta felicità e quando fai il bis comincia a impadronirsi di te una sottile euforia, come se niente al mondo ti possa o ti debba preoccupare.

La prima descrizione di cosa fosse un cocktail risale al 1806, apparve sul periodico americano The Balance e suonava così: «Una bevanda stimolante composta da diversi alcolici, zucchero, acqua e bitter». Anche qui, l’origine della parola è oscura, ma la si fa risalire all’inizio di quel secolo, quando l’esercito americano degli Stati Uniti del Sud entrò in contrasto con il re messicano Axolotl VIII. Nei negoziati che ne seguirono, il sovrano chiese al generale americano se volesse bere qualcosa, e questi acconsentì. Apparve allora una ragazza bellissima, con in mano una coppa di oro e di rubini colma di un liquido da lei stessa preparato. Ci fu un attimo di silenzio e di preoccupazione. Chi avrebbe bevuto per primo e/o da solo? La giovane risolse il problema chinando reverentemente il capo e bevendo di un fiato dalla coppa. Il generale chiese chi fosse quella fanciulla: «È mia figlia Coctel» replicò il re. «Bene, farò in modo che il suo nome sia per sempre onorato dal mio esercito». Coctel divenne coktail e questo è quanto basta.

È comunque con la seconda metà dell’Ottocento che il termine assunse veramente il suo significato moderno, in contemporanea con il sorgere dei primi grandi alberghi internazionali e con l’apparire della prima vera clientela cosmopolita. Ed è allora, del resto, che il Martini nasce negli Stati Uniti e ne diventa per molti versi l’incarnazione.
Grandi alberghi e clientela cosmopolita, abbiamo detto. Aggiungeteci un bancone da bar di quelli in legno scuro, luci basse, fumo di sigarette, cuoio delle poltrone, scrittori d’oltreoceano e sarà subito chiaro di che cosa stiamo parlando. L’età d’oro dei cocktail è stata quella, la prima metà abbondante del XX secolo, il secolo americano per eccellenza, ma degli americani innamorati dell’Europa. In nemmeno due capitoli di Di là dal fiume, tra gli alberi di Hemingway, c’è spazio per una dozzina di Martini. «“Prendiamone un altro” disse la ragazza. “Lo sai che non ne ho mai bevuti prima di conoscerti”. “Lo so. Ma li bevi talmente bene”».

Ed è qui che si trova la celebre formula del Martini Montgomery: «“Due Martini molto secchi” disse il colonnello. “Montgomery. Quindici a uno”. Il cameriere, che era stato nel deserto, sorrise e scomparve»... Nell’Uomo ombra di Dashiell Hammett, Nora Charles agita lo shaker nella sua stanza d’albergo e il marito Nick, che è in giardino, fa al figlioletto: «Qualcosa mi dice che qualcosa d’importante sta accadendo da qualche parte e penso dovremmo essere lì». Dalla finestra la cameriera di Nora si stupisce di vederlo marciare verso la hall. Ha sentito il rumore dello shaker o l’odore dell’alcool? «Cara, questo è un cocktail» risponde lei. Ed è sempre Nick Charles a spiegare al barman del Normadie che se il Manhattan va shakerato come al ritmo di un foxtrot e il Bronx come fosse un twostep, per il Martini ci vogliono le cadenze di un valzer. Tempo vent’anni e saremo all’«agitato non mescolato» usato da Ian Fleming per i gusti alcolici del suo James Bond, gusti che facevano inorridire Somerset Maugham, per il quale la non fusione delle diverse molecole di gin e di vermouth era un sacrilegio...

Resta il fatto che ciò che faceva di un cocktail un cocktail e non una bevanda da happy hour erano proprio quei legni scuri da bar, del tipo classic, la penombra, il buio discreto, il tintinnio dei bicchieri e quello più sordo dei cubetti di ghiaccio versati nel mixer, i barmen formali, i clienti in giacca e cravatta e, nel caso di un pianoforte e di un pianista, non un solo motivo che avesse meno di quarant’anni, fra Gershwin, Berlin, Porter, insomma. Erano l’effige di un’epoca, come suggerì Lilian Helmann, in cui bere appariva «romantic, even chic», ovvero il «drinking is fun» di Hemingway, il «civilization begins with distillation» di Faulkner, la «medicinal illusion of gin» di Scott Fitzgerald, lo «smoking, drinking, never sleeping» di Duke Ellington... L’epoca riassunta in quei due versi di Auden: «Potrebbe una tigre/ bere Martini, fumare sigarette/ e durare quanto duriamo noi?».

Già alla fine degli anni Settanta, la decadenza divenne inarrestabile. Secondo un sondaggio del mensile Forbes, il vino bianco batteva i coktail nella misura di undici a uno e oggi, che nei bar è vietato persino fumare e va di moda il vino rosso, ormai ti trovi a fianco di trentenni che hanno la vita dei pantaloni all’altezza delle caviglie, di quarantenni in overdose di pochette, di barmen che sino a ieri facevano i baristi e parlano di calcio con i clienti, di musica techno, di appetizers con cui fai pranzo e cena... Si è chiusa un’epoca insomma e non c’è anniversario che tenga: quel che ne resta, sparso qui e là in Europa, è qualche sacerdote dello spirito: Roberto Pellegrini al Gritti di Venezia, Colin Field al Ritz di Parigi, Tony Micelotta al Dukes di Londra. Prima o poi i barbari sommergeranno anche loro: per noi adepti di una religione scomparsa sarà comunque un dolce naufragare...



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Ecco perché armare i ribelli sarebbe suicida per gli alleati

di Gian Micalessin


Bengasi

«Non dico sì, ma neppure no». La reazione di Barak Obama all’ipotesi di armare i ribelli è di quelle da far cadere le braccia. Mentre scriviamo le linee ribelli stanno collassando. Ras Lanuf è caduta ieri mattina. Brega poche ore dopo. In meno di 48 ore l’armata della «Cirenaica libera» è ripiegata per oltre 200 chilometri. E solo una nuova serie di bombardamenti impedirà ai governativi di riaffacciarsi alle porte di Bengasi. Tutto ciò può far pensare che l’idea di armare i ribelli sia sensata. Nulla di più sbagliato.

Il problema degli insorti della Cirenaica non è la mancanza di armi, ma l’assoluta incapacità di usare quelle già in loro possesso, oltre alla totale assenza di capacità tattica e a una disorganizzazione senza precedenti. I ribelli, oltre al classico kalashnikov, dispongono di mitragliatrici antiaeree da 14, 5 millimetri, di lanciarazzi anticarro, di batterie di katyusha, di carri armati T 55 e T72 e di cannoncini anticarro. Queste armi razziate negli arsenali del regime risalgono agli anni Settanta ma sono le stesse utilizzate dai 10mila lealisti pronti a difendere il raìs. Sono le stesse con cui i ribelli afghani hanno fronteggiato inizialmente l’Armata Rossa in Afghanistan. Le stesse con cui gli insorti iracheni hanno messo in difficoltà l’esercito americano.

La differenza la fa il modo di usarle. Gli insorti iracheni non hanno mai affrontato gli americani in campo aperto. I ribelli di Cirenaica hanno la presunzione di poter conquistare la capitale avanzando in fila indiana lungo l’unica strada che congiunge Bengasi alla Sirte e a Tripoli. Il tutto senza una linea di comando, senza comunicazioni, senza logistica e senza strutture difensive in grado di metterli al riparo dalle controffensive. Per ricacciarli indietro i fedeli del raìs devono soltanto puntare le batterie di katyusha sulla striscia di asfalto litoranea e aprire il fuoco.
Pensare di ribaltare questa situazione moltiplicando la capacità di fuoco ribelle è come portare un gruppo di boy scout in un’armeria e illudersi veder uscirne dei marines. Ben che vada si faranno massacrare e regaleranno gli armamenti al nemico. Mal che vada verranno sconfitti e le armi fornite dall’Occidente passeranno nelle mani dei gruppuscoli più fanatici e intransigenti. L'Afghanistan lo insegna.

Dopo il ritiro dell’Armata Rossa nel 1989 i missili antiaerei Stinger restarono nelle mani delle formazioni fondamentaliste e per recuperarli le forze speciali americane furono costrette a compiere numerose operazioni. Questo non impedì all’Iran d’impossessarsi di alcuni esemplari di un’arma antiaerea considerata al tempo rivoluzionarla e riprodurla nei propri stabilimenti. Ma il precedente più significativo è quello dei Contras in Nicaragua. Nel 1987 malgrado gli ingenti quantitativi di armi regalati loro dalla Cia i guerriglieri anticomunisti vennero sbaragliati in poche settimane dalle meglio addestrate e meglio motivate forze sandiniste.

Detto questo vi sono almeno altre due buone ragioni per bollare come sconsiderata la proposta di armare i ribelli. Il primo è il fattore distanza. Tra Bengasi e la Sirte vi sono 500 chilometri. Tra la Sirte e Tripoli altrettanti. Illudersi che qualche cannone o missile consenta ai ribelli di sostenere lo sforzo logistico di una simile avanzata equivale a scommettere sulla vittoria di un centometrista alla maratona. Anche perché dopo la Sirte i ribelli dovrebbero far i conti con l’ostilità di tribù e popolazioni fedeli al regime. Ma la più concreta fra le ragioni che impediscono una fornitura di armi ai ribelli è quella politico diplomatica. La risoluzione 1970 votata dall’Onu a febbraio vieta qualsiasi fornitura di armi sul territorio libico. Dunque per armare i ribelli serve una nuova risoluzione. E nell’attesa c’è la speranza che qualcuno al Pentagono indichi la via migliore a una Casa Bianca sempre più sperduta nell’intrico libico.



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Così ci scippano il petrolio libico

di Redazione


La guerra civile in Libia puzza sempre più di petrolio. Ora il Qatar, l’emirato petrolifero in cui ha sede la Tv satellitare Al Jazira, che sostiene gli insorti anche con notizie esagerate e il cui governo, insieme a quello di Parigi, ha riconosciuto quasi immediatamente gli insorti di Bengasi come unico potere legittimo della Libia, si dichiara disposto ad acquistare da loro il petrolio dei pozzi che essi occupano (la quasi totalità) per venderlo sul mercato internazionale, in cambio, essi dicono, di aiuti umanitari.

Ma Hillary Clinton ha sostenuto che la vendita di armi non ricade sotto i divieti dell'Onu di forniture alla Libia, quindi gli insorti possono usare questo denaro per armarsi. Si calcola che essi, con l’assistenza commerciale e tecnologica del Kuwait, possano esportare circa 85 mila tonnellate di grezzo al giorno, ossia oltre 30 milioni di tonnellate annue, un terzo abbondante di quello che esportava il governo di Tripoli, con un introito di 15 miliardi di dollari annui. Una bella cifra, che servirebbe sia per gli «aiuti umanitari», che non sarebbero regali ma buoni affari, che per gli armamenti. E resterebbe ancora un cospicuo tesoretto da spartire, non è chiaro fra chi.

Per una curiosa coincidenza, che fa anche pensare che tutto ciò non sia casuale, ma costituisca una sequenza preordinata con qualche altro governo, ben più autorevole, giunge notizia che il Qatar ha schierato a Creta una pattuglia di caccia Mirage, che effettuano azioni militari a supporto degli insorti (e non mere operazioni di «no fly zone») coordinate con i Mirage dell'aeronautica francese. Il legame del Qatar con l’aeronautica francese del resto è molto stretto perché gran parte della flotta aerea della Qatar Airways, che opera in 83 Stati del mondo, è composta di Airbus dei vari modelli e i suoi rapporti con la compagnia che li produce (la cui sede principale è a Tolosa, ndr) sono molto importanti anche in prospettiva, perché la QAir ha ordinato un altro centinaio di velivoli.
Dunque, primo tempo: il riconoscimento immediato degli insorti da parte della Francia e del piccolo Qatar, che ha un’aeronautica militare dotata di Mirage acquistati a Parigi, e presumibilmente piloti addestrati in Francia.

Poi pressoché simultaneamente il secondo tempo: bombardamenti in Libia, a supporto degli insorti, da parte di aerei dello stesso emirato, coordinati con la Francia, non con la Nato, anche ora che questa è ufficialmente titolare delle operazioni in Libia. Ed ecco, appena accertata l'occupazione da parte degli insorti di buona parte dei siti con pozzi di petrolio e di porti per l'esportazione di greggio, la terza fase: disponibilità del Qatar ad aiutare gli insorti onde esportare 85 mila tonnellate di greggio al giorno, 400 mila barili, una enorme quantità, che il Qatar, da solo, non è in grado di gestire. E, per chiudere il cerchio, la quarta fase: vendita al governo degli insorti di mercanzie definite come aiuti umanitari, nei cui convogli, non controllabili da chi non è sul posto, può entrare di tutto, comprese le armi.

Ma la parte più interessante del quadro è un’altra, su cui sia il governo provvisorio libico di Bengasi sia il governo del Qatar non hanno fornito alcuna informazione. Di quale petrolio si tratta, di quali pozzi? Di quelli che sono stati provvisoriamente abbandonati dalle multinazionali che, al primo scoppio della conflittualità, hanno ritirato tutto il personale, cessando l'estrazione e la custodia? Oppure di quelli dell'Eni, che ha temporaneamente cessato lo sfruttamento dei suoi giacimenti, dato che non è in grado di effettuare le operazioni necessarie per l'esportazione, vista la situazione di incertezza in Libia? Intanto la Germania ha proposto un blocco legale alle esportazioni di petrolio libico da parte della Nato, per mettere in ginocchio Gheddafi. Ora si scopre che il divieto verrebbe aggirato tramite il Qatar, a favore dei ribelli. L'iniziativa non può essere lasciata al Qatar, deve essere aperta a tutti gli Stati che fanno parte dell'operazione Nato, per consentire che tutti i titolari di concessioni in Libia possano svolgere queste esportazioni. Occorre che la questione sia chiarita al più presto, per evitare che l'Italia, in tutta questa faccenda, abbia i danni e le beffe.



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Mamme della Sanità cuoche a domicilio «Il nostro ragù contro i mali del rione»

Corriere del Mezzogiorno

Quattro signore della difficile zona dei Cristallini ingaggiate per pranzi e cene sociali nel quartiere


NAPOLI – «Il genere maschile è invidioso della potenza femminile di generare. Si è ritagliato per sé il potere, la guerra, la politica: spazi di governo minori di fronte all’immensità di far nascere». La pensa così Erri De Luca nel suo «Le rivolte inestirpabili». Una frase sulla potenza di genere che sembra scritta per le vulcaniche mamme del Rione Sanità di Napoli, o in questo caso della zona dei Cristallini, enclave suggestiva ma sfigurata dalle piazze o dai «bassi» dello spaccio di droga. Una vita, quella delle giovani donne del popolare rione, spesso in salita come le scale di basolato mangiato dal tempo che salgono fino a Capodimonte.

COPYRIGHT SOCIALE - Ecco: stanche della routine e dei luoghi comuni sul ghetto-Sanità, le mamme si sono organizzate. Sono quattro, tutte sulla trentina: le due Dora, Mary, Nunzia, tutte sposate e con figli. Al quartetto si aggiunge la preziosa supervisione ai fornelli di Miluccia, 63 anni, mater matuta del vicolo. Entusiasmo, solidarietà e grande perizia culinaria rappresentano la chiave per migliorarsi. Come? Attraverso un singolare progetto: cucinare i piatti «cult» della tradizione napoletana (quelli che in molti non sanno preparare più come si deve, dal ragù alla genovese) in occasione di pranzi e cene. Tavolate organizzate nel quartiere ma, nel caso, i sapori si possono esportare anche nelle zone più borghesi della città. Le mamme-cuoche della Sanità vantano un copyright sociale: a lanciare l'idea del catering fai-da-te è l'associazione «La casa dei Cristallini».


L'ASSOCIAZIONE - Il consesso nasce nel 2002 sotto l’ala di don Antonio Loffredo, sacerdote dell’immenso quartiere e macchina della solidarietà. Gli operatori sfruttano – nel senso che fanno fruttare per progetti e vitalità - una palazzina nel seminascosto vico Cristallini. Entriamo: ci fanno strada Gina Buonsangue, l’unica operatrice effettiva, e il presidente Elena Iannotti Della Valle. I volontari sono dieci. Cinque le ragazze del servizio civile. Lavorano coi bambini. Le pareti della casa sono affrescate dai dipinti degli ospiti del laboratorio estivo: russi, srilankesi, slovacchi. Il fiotto di colori a tempera ci porta al primo piano, sede delle attività. È qui che i ragazzi e le ragazze – dagli 8 ai 18 anni – vengono ogni pomeriggio. Un’esperienza che ricorda da vicino quella pionieristica della Mensa dei bambini proletari di Montesanto, nel ’73-76. Le mamme fanno gruppo durante i momenti di aggregazione. «Cosa possiamo fare?» hanno chiesto a Elena e Gina. Una scuola di cucito fu la prima idea, mutuata dai corsi del centro Hurtado di Scampia. Bocciata. «Le signore non avevano tempo e voglia di seguire corsi. Così siamo andate sul sicuro». La cucina. «Sì, ai fornelli sono delle artiste - argomenta Gina - e le capacità culinarie erano già, diciamo così, pronte per l’uso».

PASSAPAROLA - La promozione del catering di quartiere si affida al passaparola. «Per ora - ricorda Dora Cardamone, 36 anni e due figli - abbiamo cucinato per un paio di cene». Enormi tavoli da 40 persone. Pentoloni da grande mensa e quantità industriali di cibo da preparare. «Una bella prova del cuoco... il record lo abbiamo raggiunto con gli otto chili di alici fritte per l'associazione L'Altra Napoli. Diciamo anche che , oltre al gusto di cucinare in maniera retribuita (tra i 40 e i 60 euro a cena, ndr), a me piace stare con le persone, conoscere gente, essere felice con loro mangiando bene». «Ci divertiamo», aggiunge Nunzia, 31 anni, due figli, tratti somatici che ricordano l'est europeo più che i Vergini, «è importante per noi - prosegue - riuscire ad abbandonare per un attimo il ruolo di casalinghe». Fornelli a parte, da mamme tengono costantemente d'occhio i figli: cercano di tenerli lontani, lontanissimi, dal lato oscuro della Sanità, che inevitabilmente incombe: «Spero che studino - afferma Vittoria, che non è cuoca bensì fotografa provetta, «laureata» al corso di Sergio Siano - e vadano all’università, per poi trovarsi un lavoro decente». Amare sempre il proprio quartiere «però anche aprirsi - dice - conoscere il mondo». Infine, la sovrana del ragù, Miluccia: «Portiamo avanti con entusiasmo il progetto anche perché può essere utile per diffondere un'immagine positiva della nostra zona, i Cristallini: è così bella, non permettiamo a nessuno di vederla associata solo alla camorra». Un luogo, tra l'altro, amato da Eduardo, che vi ambientò la commedia Il cilindro. «Per le tante iniziative messe in campo per i Cristallini - riprende Miluccia - ringraziamo Gina e Elena». E poi, necessaria postilla: «Col mio ragù fanno un figurone...è obiettivamente irresistibile: ovunque è nu' successone».

LE FONTI DI FINANZIAMENTO - Donne grate ad altre donne, le due factotum della Casa dei Cristallini, che pure fa i conti con la crisi di risorse (anche se il catering mammifero si autofinanzia) . Tante iniziative, anche campi estivi. Chi paga? Le fonti sono varie, e tutte fanno capo a privati. Tre su tutte: la fondazione Banconapoli per l’assistenza all’infanzia, l’associazione L’Altranapoli, nata nel 2004 dopo l’omicidio dell’ingegner albanese, consuocero di Dario Fo, la fondazione Cannavaro-Ferrara, attiva nel fundraising. Chi vuol saperne di più - sulle mamme cuoche e sul resto può scrivere una mail a casacristallini@hotmail.com.

Alessandro Chetta
Marco Perillo
30 marzo 2011

Fermi al confine: la Francia non vuole i migranti delle sue ex colonie

Corriere della sera


Provano a passare nascosti nei bagagliai, in treno, a piedi. Ma vengono bloccati e rimandati in Italia



VENTIMIGLIA – In treno non si passa, la polizia francese nelle stazioni di Mentone e Nizza è implacabile. In macchina è molto rischioso: i quattro incastrati nel bagagliaio di una Citroen sono stati ripescati ieri dagli agenti italiani che faticavano a respirare. Restano i piedi. Meno di dieci chilometri dalla stazione di Ventimiglia fino al valico di ponte San Luigi o di San Ludovico, il passaggio lungo il mare, oppure i percorsi di montagna, con la paura degli strapiombi, o ancora la linea della ferrovia, altrettanto pericolosa. I tunisini sbarcati a Lampedusa e arrivati fin qui, all’estremo occidentale dell’Italia, con la speranza di passare Oltralpe ci provano in piccoli gruppi durante tutta la giornata. Alla sera ci provano tutti, una marcia di decine di persone verso la piazza del Municipio e poi in direzione della spiaggia: «In Francia a piedi!».

Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia

IN COLONNA - Comincia con un po’ di subbuglio al momento del pasto servito dai volontari della Cgil, verso le sette di sera. C’è un uomo anziano venuto da Nizza, uno che di mestiere dice di portare le pecore da una parte all’altra del confine eludendo i controlli di doganieri e veterinari, che li incita a non farsi riprendere dalle telecamere mentre mangiano: «Non è dignitoso». Qualcun altro, meno giovane della massa di ragazzi ventenni, qualcuno che ha conquistato un po’ di autorità in queste giornate di attesa e delusione, li aizza. Si comincia a spargere la voce. Si forma una colonna, si parte. Dopo meno di un’ora saranno convinti a rientrare alla base, in stazione, dove è stata allestita una sala d’attesa speciale.

CAMMINATORI - Oggi aprirà anche un centro d’accoglienza in un’ex caserma dei vigili del fuoco da 70-100 posti letto e con la possibilità, finalmente, di fare anche una doccia. Qualcuno dei camminatori della sera ci aveva già provato. Un ragazzo ben vestito raccontava nel pomeriggio di essere arrivato fino a Nizza e mostrava i piedi dolenti: «Poi mi hanno preso e mi hanno rimandato indietro». Ha un foglio che gli intima di presentarsi alla polizia di Formia, da dove probabilmente è scappato. Il problema continua a essere questo. Da ponte San Luigi in mattinata due ragazzi camminavano in direzione Ventimiglia: erano riusciti ad arrivare a Marsiglia, sono stati presi ed espulsi. Uno prometteva di riprovarci, l’altro era stanco: «Voglio tornare in Tunisia, troppo faticoso».

SUL BINARIO UNO - Nella sede della polizia di frontiera di Ventimiglia, il dirigente Pierpaolo Fanzone è un po’ seccato: «Per noi c’è una mole di lavoro notevolissima che riguarda tutte le attività legate alle riammissioni». Quando la «police» riconsegna i clandestini tunisini alla frontiera italiana (in base agli accordi bilaterali di Chambéry) bisogna prendere le impronte, procedere alla foto segnalazione, chiedere l’intervento della Questura per il provvedimento di espulsione, e così via. Per decine di casi al giorno. I controlli ai valichi sembrano allentati, per non violare gli accordi di Scenghen.

E infatti si va a Mentone senza incrociare poliziotti né posti di blocco: solo ragazzi a piedi che chiedono spaesati: «Per di là la Francia?». In quattro superano il confine a San Ludovico, arrivano sulla spiaggia, una signora li avvista e chiama la polizia. Uno riesce a scappare, gli altri tre vengono catturati. Nessun agente al confine, tutti nei primi chilometri di Francia. Alla Paf, Police aux frontières di Mentone dicono di aver avuto da due giorni l’ordine di non parlare con i giornalisti, ma almeno confermano: «Abbiamo intensificato i controlli». E anche i ragazzi a Ventimiglia lo sanno. Farid, che è arrivato appena ieri da Mineo, seduto al binario uno lascia sfilare tutti i treni per la Costa Azzurra. «Che vado a fare? Mi prendono sicuro…».



Alessandra Coppola
30 marzo 2011



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Scomparso un peschereccio italiano

La Stampa






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