martedì 31 maggio 2011

Buco sanità, Vendola aumenta le tasse Cento milioni rastrellati dal caro-Irpef

Corriere della sera

La manovra necessaria per coprire il deficit di bilancio
Rincaro dello 0,5%. Per i redditi più bassi è dello 0,3%



Nichi Vendola

Nichi Vendola

BARI - Diventano più salate le tasse in Puglia. Da oggi, e a valere su tutto il periodo di imposta 2011, aumenta l’addizionale regionale sull’Irpef. La manovra fiscale serve a colmare la parte non coperta del disavanzo sanitario maturato nel 2010. Stamattina Nichi Vendola, in qualità di commissario ad acta e come comunicato ieri a Cgil Cisl e Uil, firmerà un apposito decreto perché sia pubblicato tempestivamente in Gazzetta ufficiale (entro il 31 maggio, a pena di altre severe sanzioni). Il provvedimento, grazie all’insistenza dei sindacati, sarà modulato e non farà gravare l’inasprimento fiscale su tutte le fasce di reddito. In particolare: l’aumento sarà dello 0,30% per i redditi fino a 28mila euro; sarà dello 0,50% sui redditi superiori. Considerata la base ordinaria dello 0,90 prevista dalle norme statali, in definitiva l’addizionale Irpef risulterà dell’1,20% per i redditi fino a 28mila e dell’1,40 per quelli superiori. Qualche esempio concreto. Chi ha un reddito da 15mila euro annui passa da un’addizionale di 135 a 180 euro. A 28mila euro si passa da 252 a 336. A 50mila euro da 450 a 644 euro annui.

I sindacati avrebbero voluto che le fasce di reddito più basse fossero integralmente esentate dall’aumento dell’addizionale. Non è stato possibile, come è stato spiegato da Vendola, dagli assessori Michele Pelillo (Bilancio), Tommaso Fiore (Salute) e Nicola Fratoianni (Programma) e dal dirigente Mario Aulenta. Aumentare l’Irpef solo sulle fasce più alte (per esempio superiori a 28mila euro) non avrebbe consentito di colmare la parte non coperta del disavanzo sanitario. Si tratta di una cifra pari a 93,6 milioni, cui si aggiungono 8,4 milioni a scopo prudenziale, per un totale di 102 milioni (il disavanzo complessivo è di 335,5 milioni). Tuttavia, il fatto di aver «modulato» l’inasprimento accoglie in parte i suggerimenti di parte sindacale. Finora, le Regioni che come la Puglia sono in Piano di rientro, sono state costrette ad aumentare l’Irpef in maniera indiscriminata e al massimo (ossia lo 0,50%, ma in qualche caso lo 0,65 per le situazioni più gravi).

La Puglia, dopo una trattativa intensa con il governo sull’applicazione delle norme, ha ottenuto una sorta di deroga e l’applicazione della modulazione per fasce. Inoltre, e questa è una novità rispetto al recente passato, l’addizionale regionale si pagherà in relazione agli scaglioni. Ossia: 1,20% per il reddito o la quota di reddito fino a 28mila e 1,40 solo per la parte eccedente quel tetto. Quando aumentò per il 2008 e 2009, il meccanismo fu differente: furono considerati esenti i contribuenti sotto i 28mila euro e quelli con guadagni superiori pagarono l’addizionale su tutto il reddito. Ultima annotazione: i lavoratori autonomi (o coloro che percepiscono redditi di impresa soggetti a Irpef) dovranno tener conto della nuova addizionale già in queste settimane, per gli acconti di imposta 2011. Per i dipendenti non ci sono problemi: il prelievo avverrà direttamente in busta paga, a partire dal primo gennaio 2012, visto che l’addizionale si paga con un anno di ritardo. La legge di assestamento correggerà il bilancio e le relative entrate.


Francesco Strippoli
31 maggio 2011





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Grillo spara contro il Pd: "Ecco l'Italia di Pisapippa dove non cambia nulla"

di Redazione

Il comico non festeggia la vittoria: "Ecco l'Italia dove vince il Sistema". E accusa il Pd che vince coi candidati degli altri: "Presenti nuove facce per non essere travolto". Ma nulla cambierà...


Roma - Beppe Grillo non festeggia la vittoria dei candidati del centrosinistra alle amministrative, anzi con un post dal titolo: L’Italia di Pisapippa, prende le distanze dai neosindaci che hanno sconfitto i candidati di centrodestra. "Ha vinto il 'sistema' - afferma l’animatore del Movimento 5 Stelle - quello che ti fa scendere in piazza perchè hai vinto tu, ma alla fine vince sempre lui. Che trasforma gli elettori in tifosi contenti che finalmente ha vinto la sinistra o alternativamente, ha vinto la destra".

Grillo punzecchia i democratici "Qualcuno ha detto al Pdmenoelle che è facile vincere con i candidati degli altri - accusa apertamente il comico genovese - già, ma chi sono gli altri? Pisapia avvocato di De Benedetti; Fassino deputato a Roma e sindaco a Torino che vuole la militarizzazione della val di Susa". Secondo Grillo, è questo "sistema" ad aver liquidato Berlusconi: "Ora deve presentare nuove facce per non essere travolto. Se sono vecchie, le fa passare per nuove. Se sono nuove le fagocita con la tessera di partito e ruoli di rappresentanza". Grillo concede però una possibilità: "Se Pisapia fermerà almeno la costruzione mostruosa dell’Expo 2015 insieme a quella di City Life, chiuderà gli inceneritori, taglierà del 75% gli stipendi dei consiglieri comunali, mi ricrederò. Pensate che lo farà?".

Accuse tutto campo Grillo continua nel suo j'accuse: "A leggere i giornali sembra che il MoVimento 5 Stelle sia stato cancellato dalla politica, spazzato via dal nuovo che avanza. Ha vinto il Pdmenoelle, lo stesso che ha garantito per 18 anni a Berlusconi 'una vita che non è mai tardi' che ha permesso lo scudo fiscale, votato l’indulto, che non ha reso possibile l’accorpamento tra elezioni amministrative e referendum, che ha regalato tre frequenze nazionali pubbliche a Berlusconi chiedendo in cambio solo l’uno per cento del fatturato, che non ha fatto la legge sul conflitto di interessi quando era al governo e neppure ha modificato la legge porcata di Calderoli". Mazzate anche per Confindustria, che "cerca nuove vie per mantenere i suoi parassiti. La Confindustria, insieme ai partiti, farà di tutto per far fallire i referendum che gli sotrarrebbero la gestione dell’acqua per sempre" e "dei referendum - conclude Grillo - non parla più nessuno. Tutti in piazza a festeggiare. Tutto cambia perchè nulla cambi. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure".




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Turista morto dopo scippo Rolex: 2 fermati Rapinatori "traditi" dalla targa della moto Il questore: «La gente non ha collaborato»

I 60 anni di Bruscolotti "pal 'e fierro" «Io, bandiera del Napoli dimenticata»

Il Mattino





Martedì 31 Maggio
2011 - 11:15    Ultimo aggiornamento: 13:08



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Internet, un software per contestare all'operatore i disservizi della banda larga

Il Messaggero


Dall'Agcom un test contro gli spot ingannevoli













di Barbara Corrao

ROMA - Arriva la banda larga Doc. Ovvero la banda larga che non inganna i consumatori promettendo velocità supersoniche che poi non può mantenere. Per navigare su Internet in modo trasparente esiste ora uno strumento in più: è il sito www.misurainternet.it realizzato dall’Autorità per le Comunicazioni (Agcom). Consente a chiunque lo voglia di misurare, appunto, la qualità della propria connessione alla rete e rilascia un certificato che attesta la velocità effettiva riscontrata. Questo certificato può essere utilizzato per contestare all’operatore il malfunzionamento della propria connessione e anche per ottenere il recesso dal contratto se necessario. Il servizio è partito, senza troppo clamore, il 23 novembre 2010 e ha già rilasciato 2.952 certificati ad altrettanti consumatori. L’Autorità italiana è la prima in Europa ha certificare la velocità di Internet e ciò è stato possibile grazie all’adesione di tutti gli operatori che hanno accettato la sfida e preso l’impegno nei confronti dei propri clienti.

Come funziona il test. La prima cosa da fare è registrarsi sul sito; la seconda, scaricare il software Ne.Me.Sys. (realizzato dall’Agcom in collaborazione con la Fondazione Bordoni) che consente di avviare la misurazione. La procedura non è semplicissima e per evitare alterazioni non si può navigare né avviare programmi durante il test personalizzato. E’ necessario inoltre disabilitare la connessione Wi-Fi (per chi ce l’ha) e scollegare il Pc dalla rete domestica (in caso di uffici). Fatto tutto questo, il programma parte e il test dura da un minimo di 24 a un massimo di 72 ore (se viene interrotto e poi fatto ripartire). Al termine, si ottiene un certificato in formato Pdf con il quale, entro 30 giorni, si può inviare un reclamo al proprio operatore in caso emergano valori inferiori a quelli dichiarati nel contratto. L’operatore, ha a sua volta 30 giorni per ripristinare la velocità di connessione. Se ciò non è possibile, il gestore telefonico può fare una proposta al cliente che può scegliere se accettarla o recedere dal contratto gratuitamente (i soli costi previsti, dopo la legge Bersani, sono quelli giustificati: per la migrazione verso un altro operatore si va dai 23 euro di Tiscali ai 50 di Wind).

La tabella. Nel grafico sono riportate alcune offerte, solo per la connessione a Internet, in base alle indicazioni fornite dagli stessi operatori sul Misurainternet.it. E le differenze di velocità (per ogni colonna sono riportate prima in download e poi in upload) sono ben visibili. Nel menu «Trasparenza offerta Internet» del sito, comunque, sono riportati i link di ogni operatore e si possono visualizzare in modo molto facile gli impegni sulla qualità di connessione. Inoltre, cliccando sull’icona di Supermoney è possibile mettere a raffronto le varie offerte economiche disponibili sul web. Confrontando da un lato la qualità di connessione, dall’altro i costi, il consumatore ha tutti gli elementi per fare la scelta più attinente ai propri bisogni.

Nel grafico sono state riportate le offerte per la banda più ampia, su rete fissa, presentate dagli operatori. Ma ce ne sono molte altre. Così come va detto che i prezzi non tengono conto delle offerte promozionali in corso. Ce ne sono parecchie e riducono (anche per un anno) il costo mensile dell’offerta.
Lunedì 30 Maggio 2011 - 13:40




Se vince de Magistris mi suicido» E ora la Rete prende in giro Mastella

Corriere della sera


«Gli ricordiamo la promessa»:la pagina su Facebook conta più di 27 mila fan




MILANO - Con la sua proverbiale ironia e un pizzico di simpatica strafottenza aveva dichiarato a fine aprile durante il programma Un giorno da Pecora di Radio2: «Se Luigi de Magistris va al ballottaggio mi suicido». Poi, per rassicurare soprattutto se stesso, Clemente Mastella, eterno rivale dell'ex pm della procura di Catanzaro, aveva precisato: «Ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città». Mal gliene incolse, e all'indomani della straordinaria vittoria dell'esponente dell'Italia dei Valori, gli elettori napoletani sembrano non aver dimenticato la promessa del politico di Ceppaloni. Tanto che su Facebook la pagina web «Ricordiamo a Clemente Mastella che ha promesso di suicidarsi» ha già raggiunto quota 27 mila fan.

GLI SBERLEFFI - La pagina online era stata creata già lo scorso 17 maggio, il giorno successivo al primo turno delle elezioni amministrative, ma ha ottenuto un successo notevole solo lunedì, quando cioè de Magistris ha conquistato Palazzo San Giacomo quasi con un plebiscito. Migliaia di utenti, al grido di «Ricordiamoglielo», hanno invaso il social network per prendere in giro Mastella. Sono pochi quelli che usano toni truci o rancorosi, mentre la maggior parte si diverte a sbeffeggiare il politico campano e si accontenta di rilevare come per l’ennesima volta il leader dell'Udeur non manterrà una promessa fatta agli elettori:

«Non vorrei facessi l'estremo gesto fisico - scrive ironicamente Alberto De Francisci dando del tu all'ex Guardasigilli - non credo nemmeno che penserai di ritirarti dalla politica ... troviamo un compromesso». «Lo sai che sei un uomo di parola», commenta caustico Gianluca Cirielli. Più sottile un altro utente che ricorda a Mastella la caducità delle cose terrene postando la scena di «Non ci resta che piangere» nella quale un monaco del Quattrocento sorprende Massimo Troisi e con fare austero e minaccioso gli rivela: «Ricordati che devi morire».


PORTAFORTUNA - Il navigato politico Mastella sicuramente accoglierà con il sorriso lo sberleffo degli utenti del social network. Al massimo, da buon campano, si affiderà a qualche rito scaramantico toccando ferro o qualche altro portafortuna per difendersi dagli inviti più minacciosi. Cosa che risulterà più difficile a Umberto Bossi. Il Senatùr, infatti, prima delle ultime amministrative aveva dichiarato: «Se Pisapia vince a Milano mi taglio le balle». Anche per lui è stata creata su Facebook una pagina: i fan sono più di diecimila e molti di loro assicurano che ancora una volta il leader della Lega si mostrerà coerente e non tradirà la fiducia degli elettori.



Francesco Tortora
31 maggio 2011



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Gli antagonisti assediano De Corato

Corriere della sera


Una cinquantina di esponenti dei centri sociali sotto casa dell'ex vicesindaco. «Il tuo ufficio ce l'abbiamo noi»



MILANO - La «loro» festa comincia intorno alle 21. A quasi quattro chilometri da quella ufficiale in piazza Duomo. Una cinquantina di esponenti dei centri sociali milanesi si è dato appuntamento in via Andrea Costa, all'angolo con piazzale Loreto. Proprio sotto casa dell'ex vicesindaco Riccardo De Corato. Slogan, petardi, fumogeni. Poi cori e insulti: «De Corato disoccupato». Oppure: «Il tuo ufficio ce l'abbiamo noi». E insulti. Nel mirino degli antagonisti ci sono le «politiche dell'ex assessore alla Sicurezza che ha fatto della guerra ai centri sociali una battaglia personale».

Un'iniziativa, questa, che non è piaciuta al neosindaco Giuliano Pisapia che prende subito le distanze: «Noi siamo portatori di una nuova politica». E dal palco sotto la Madonnina invita i suoi sostenitori alla calma: «Impediamo a chiunque di rovinarci la festa». Intanto Riccardo De Corato commenta: «Se l'era Pisapia inizia con la caccia all'uomo iniziamo male, è un cattivo segnale. Non mi sono fatto intimidire negli anni della spranga e non succederà ora».

De Corato, cori e insulti sotto casa



Benedetta Argentieri
30 maggio 2011(ultima modifica: 31 maggio 2011)



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Australia, «marcia delle puttane» contro la violenza sessuale

Egitto, un generale ammette: "Sulle donne controlli di verginità"

La Stampa






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La festa per l'ex pm "Masaniello è tornato"

Il Tempo


Fuochi pirotecnici e slogan a Napoli per il neosindaco De Magistris. "Sono amico dei centri sociali. Che male c'è?"


Sostenitori di Luigi De Magistris esultano per la vittoria a sindaco di Napoli È arrivato in piazza Municipio poco dopo le 21.30, Luigi De Magistris, nuovo sindaco di Napoli. E "Sindaco, sindaco" è il grido che si leva da una folla che appare più numerosa perché raccolta nella fascia superiore del grande spazio aperto che separa palazzo San Giacomo dal porto della città. Applausi, fuochi pirotecnici, bandiere che sventolano, da quelle di Rifondazione, le più numerose, fino a quelle del Pd e dell'Idv, tifo da stadio con urla quali "Chi non salta Berlusconi e'", ma anche chi intona "Bella ciao" e il cartello "È turnato Masaniello".

UNA TORTA A FORMA DI CERVELLO L'ex pm, che è arrivato quasi in processione in piazza, accompagnato dal leader Idv Antonio Di Pietro, sale sul palco sventolando una fascia arancione che poi si lega in testa. "Grazie Napoli, il risultato è andato oltre ogni previsione - ha detto de Magistris dal palco indossando una sciarpa arancio e sollevando più volte le braccia al cielo - nessuno ci credeva ma abbiamo vinto. Abbiamo scassato veramente. Abbiamo vinto e governeremo". "Ho detto al mio pasticciere - ha ironizzato De Magistris - di preparare una torta a forma di cervello per mandarla a Berlusconi. Grazie presidente". Il neosindaco ha poi continuato ringraziando il suo staff composto soprattuto da giovani: "La politica si può fare anche senza mezzi. Nessuno poteva credere in questa grande vittoria, ma abbiamo creduto nella voglia di liberare Napoli. Napoli - ha aggiunto - deve tornare ad essere la città più bella d'Italia e da questa non si deve più scappare perché non c'è lavoro. Da domani - ha concluso indicando il palazzo comunale - apriremo quelle porte e quelle finestre per compiere i cento passi verso la libertà". Sul palco in piazza Municipio anche il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, che è stato accolto da un lungo applauso, ma anche il leader di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero. "Ci avevamo visto giusto - ha dichiarato Di Pietro - Il risultato di oggi è un segnale importante. I napoletani hanno creduto e voluto un cambiamento". 

AMICO DEI CENTRI SOCIALI Il neo sindaco di Napoli Luigi De Magistris, sale sul palco e uno dei primi pensieri lo rivolge ai lavoratori di Fincantieri, il cantiere navale che a Castellammare di Stabia rischia la chiusura. "Il lavoro è un diritto", ha urlato de Magistris dal palco. "Da domani apriremo le finestre di per fare uscire il puzzo di compromesso morale e fare entrare il profumo della legalità", ha incalzato indicando le finestre di Palazzo San Giacomo, sede del Comune. "Stasera c'è una grande festa, lasciamo stare le provocazioni e guardiamo avanti - ha aggiunto - dimostreremo un nuovo modo di fare politica". "Mi hanno sempre accusato di essere amico dei centri sociali - dice ancora l'ex pm - E che c'é di male?", conclude.



30/05/2011




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D'Alema e gli altri, quando il voto locale travolge il leader

La Stampa


Le elezioni comunali durante la Seconda Repubblica sono il termometro della fiducia del governo in carica


MATTIA FELTRI


ROMA

La differenza fra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi è che gli alleati del secondo non avranno il coraggio di sussurrare quello che gli alleati (e i compagni) del primo non vedevano l’ora di scandire. E cioè, undici anni fa, il 17 aprile del 2000, Clemente Mastella arrivò con quindici irrimediabili minuti di ritardo alla riunione plenaria convocata a Palazzo Chigi, una riunione dai contenuti certamente concordati. Il principe dell’Udeur ebbe tuttavia l’ingresso drammatico che il momento esigeva: «Massimo, adesso per la tua dignità devi dimetterti». D’Alema non fiatò. Pierluigi Castagnetti mollò una gomitata a Mastella: «Lo ha già detto lui...».

Stavolta il premier fischietterà al cielo, immemore del referendum su di sé promosso e perduto, e con lui fischietteranno in coro i subalterni. Certo, Berlusconi non s’è sbilanciato quanto si sbilanciò D’Alema, impegnato a sbaragliare i nemici esterni e quelli domestici. Arrivato alla presidenza del Consiglio per manovra di palazzo e non per consacrazione elettorale, il leader diessino aveva bisogno di una legittimazione di popolo. Il centrodestra sosteneva che D’Alema dovesse levar le tende per la stessa ragione per cui, pochi anni prima, doveva levarle Lamberto Dini: usurpazione di potere. Intervistato dalla Stampa , il giorno prima delle Regionali, D’Alema precisò un pensiero già diffuso: «Le elezioni avranno un riflesso sulla politica nazionale perché l’opposizione ha indicato come posta in gioco la caduta del governo, ma il paese non ha bisogno di instabilità né di elezioni anticipate».

Nei giorni precedenti si era sentita un’altra sentenza dalemiana: «Batteremo Berlusconi ora e fra un anno». Traduzione dal politichese: cari compagni, se vinco stavolta sarò candidato premier alle prossime Politiche (del 2001, alle quali si batterà invece con coraggio Francesco Rutelli). Lo spettacolare seppuku si completò con la dichiarazione dell’obiettivo: «Vinceremo in dieci regioni». Invece finì otto a sette per la destra, che soffiò alla sinistra l’Abruzzo, la Calabria, il Lazio e la Liguria. Il record di D’Alema (unico premier venuto fuori dal Pci) raddoppiò: unico premier dimesso per un insuccesso in consultazioni locali.

Ora sarebbe dunque molto facile ironizzare sull’autolesionismo progressista, e anche sulle vite e sulle iatture parallele dei “gemelli dell’autogol”. Perché l’altro clamoroso caso riguarda Walter Veltroni che si dimise da segretario del Partito democratico il 17 febbraio del 2009, dopo che il commercialista di Berlusconi, Ugo Cappellacci, aveva spazzato via Renato Soru alle regionali sarde (piccola parentesi di pura superstizione: si noti che entrambi si sono licenziati il 17). Il problema di Veltroni era che dentro al partito molti aveva il broncio per la vocazione più suicida che maggioritaria con la quale il Pd si era consegnato alla lama del centrodestra, che l’anno prima si era ripreso il governo battendo il centrosinistra per tanto a poco. Il 33 per cento raccolto dal Pd - roba che oggi si leccherebbero le dita - non accontentò certi bei palati. In Sardegna, poi, Soru aveva preso molti più voti della lista, e il Pd era sceso fino al 25 per cento, otto punti in meno in un anno. Veltroni, che s’aspettava d’avere alle spalle una falange, mollò offeso e altero: «Basta farsi del male, me ne vado per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».

Nella Prima repubblica era molto difficile assistere a scene tanto melodrammatiche e dalle conseguenze tanto serie. Alcune giunte milanesi degli anni Sessanta furono serissimi esperimenti di centrosinistra. L’elezione del comunista Diego Novelli a sindaco di Torino (1975) e anche quella dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan a Roma (1976), indipendente nelle liste del Pci e primo sindaco non democristiano della capitale, furono buoni puntelli per il sogno del compromesso storico e la “non sfiducia” con la quale il Pci resse il governo di Giulio Andreotti fino 1978. Altre tornate locali servirono per sistemare gli equilibri dentro i partitoni, e semmai si ricorda che, nel 1991, a seguito di uno sfavorevole risultato siciliano, Pino Rauti fu obbligato alle dimissioni dall’intera dirigenza missina, che restituì il partito postfascista a Gianfranco Fini.

Tutto è cambiato nella Seconda repubblica, e già all’alba. Nel 1993 ci fu l’esordio, in primavera con replica in autunno, dell’elezione diretta dei sindaci. Sin lì, e spesso, le giunte comunali erano l’intermezzo fra una crisi e l’altra. La novità del sistema elettorale consegnò ai sindaci, oltre a un decisivo premio di maggioranza, la facoltà di nomina e di revoca degli assessori; soprattutto, si stabilì che l’interruzione del mandato provoca lo scioglimento del consiglio comunale, e quindi l’impossibilità di prendere il potere per congiura partitica.

Nel 1993 furono eletti direttamente dai cittadini i sindaci che preannunciarono il bipolarismo, e cioè l’intera Seconda repubblica: a Venezia e a Napoli i postcomunisti Massimo Cacciari e Antonio Bassolino, a Roma e a Torino, appoggiati dal Pds, Valentino Castellani e Francesco Rutelli, a Palermo il retino Leoluca Orlando, a Milano il leghista Marco Formentini. Il buon successo della sinistra convinse Achille Occhetto che per miracolo, pochissimi anni dopo la dissoluzione del comunismo, la storia consegnava a i postcomunisti il momento di prendere il potere del paese: Occhetto varò la gioiosa macchina da guerra e accelerò la caduta del Parlamento degli inquisiti.

Ma anche l’arrivo di Berlusconi. Chissà, forse davvero questo giro annuncia che sul regno arcoriano il sole sta tramontando così come la presa di Bologna (Giorgio Guazzaloca per il centrodestra, 1999) annunciò che il prodismo scricchiolava. E come - staremo a vedere - il doppio colpo di Nichi Vendola in Puglia (2005 e 2010), e quelli di Giuliano Pisapia a Milano e di Massimo Zedda a Cagliari, premettono il ritorno della sinistra radicale nel cuore del palazzo.



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Supporter Pdl aggrediscono coi caschi

Corriere del Mezzogiorno

Alcuni sostenitori del nuovo sindaco aggrediti in via Palepoli Vernetti

Una giornata surreale tra vecchi slogan e fantasmi del passato

di Vittorio Macioce



Dall’opposizione le solite frasi superate. Parlano di liberazione mentre rispuntano reduci ormai spariti: Prodi, Cento e Ferrero...



È sbornia e vendetta. È il ghigno di rabbia dopo la frustrazione. È voglia di mettersi in mostra o di regolare i conti, prima di tutto fra di loro, poi forse penseranno agli altri. È la solita smania di parlare di liberazione, quando da liberare non c’era proprio nulla. Tutto questo porta a dire ad alcuni vecchi saggi della sinistra: speriamo di non rovinare di nuovo tutto per troppa enfasi, estasi, eccitazione. È così che dopo aver sconfitto Berlusconi a qualcuno meno ebbro viene da dire: quanto durerà questa sinistra? A vederli ora butta male.

L’unica cosa certa della giornata è il cappottone subito da Pdl e Lega. Il resto sono sospetti. Il primo è che la sinistra ha vinto ma con sé non porta nulla di nuovo. Anzi puzza di vecchio, di rancido, di soliti volti, senza un progetto, senza un’idea. È come se si fosse aperta una falla nel passato e tornano tutti in fila i vecchi slogan, con le parole di sempre, scorie del Novecento, con Pisapia che mette in mostra il suo Pantheon personale dove dormono Pertini, Topolino e Che Guevara. La piazza, davanti al Duomo, canta Bella Ciao e la compagnia di giro degli artisti si prepara alla passerella di rito: Paolo Rossi, Eugenio Finardi, Flavio Oreglio.

Celentano c’è con l’anima e dopo settimane da santone ora si sente profeta. Umberto Eco, che ormai vive in un mondo parallelo, si bagna di nostalgia. «Abbiamo sottratto a Berlusconi il certificato di sana e robusta costituzione. Sull’orlo degli 80 anni ritrovo la Milano di un tempo grazie a voi, la Milano del bar Giamaica dei pittori e degli esperimenti artistici». Nichi Vendola è partito in fretta da Bari per metterci capello, spostando all’ombra il mite Pisapia. Saluta le bandiere arancioni e quelle di Rifondazione, si inchina ai cartelli con scritto «Berlusconi game over» e poi saluta imitando Checco Zalone: «Abbracciamo i fratelli rom e musulmani». È retorica. Rom e musulmani lo sanno. Come si fa a credere a uno che parla così?

A Montecitorio, intanto, si rivedono i fantasmi. Sono le cinque della sera e in un «Transatlantico» deserto irrompono Giordano, Cento, Mussi, Elettra Deiana, Ciccio Ferrara. Segue a ruota anche Paolo Ferrero. Sono i reduci dell’Unione, la sinistra extraparlamentare che si era rifugiata nel limbo dei senza poltrona. Finora hanno campato bene con le rendite da ex parlamentari. Risentono il profumo dei soldi. Entusiasti per la vittoria, spiegano: «Stiamo trattando col Pd per fare la manifestazione tutti insieme». Ma questi manifestano sempre? Se vincono, se perdono, se vanno in pensione. Lavorare stanca, manifestare ti riporta al tempo che fu.

Al Pantheon la sagoma di Prodi oscura tutto. È tornato e fa «pat pat» sulla capoccia a Bersani. È qui per dire al Pd che il progetto di Veltroni è fallito, che il destino della sinistra non può deviare dal suo modello: l’insalata ideologica che vince ma non può governare. Eccoli di nuovo tutti lì, da Vendola a Di Pietro, cattolici e post marxisti, tenuti insieme dall’antiberlusconismo. E se un giorno il Cav non ci sarà più? Chi vi tiene? Che vi lega? Non conta neppure il paradosso di aver eletto sindaco un garantista a Milano e un manettaro a Napoli.

L’euforia annacqua tutto. Prodi così festeggia anche per De Magistris, quello che lo indagò per l’inchiesta Why not e che puntando l’indice contro Mastella fece caracollare il suo governo. Ma è festa. Battiamo le mani.

Le batte pure Fini, che con i suoi miseri voti spinge anche lui per metterci la faccia. «Senza di me non sarebbe caduto. Ho fatto quel che potevo per farlo finire. Alzerei ancora il dito per dire: che fai mi cacci?». È il suo epitaffio politico. Ma c’è chi si accontenta della sconfitta altrui.

Pisapia e De Magistris urlano: «Abbiamo liberato Milano», «abbiamo liberato Napoli». Non si sa da cosa. Dalla dittatura? da Bassolino e dalla Jervolino? A loro piace parlare di liberazione. La sputtanano, come parola, ma va bene così. Solo un dubbio: chi ci libererà dai liberatori?




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A Milano Vendola ruba subito la festa a Pisapia E svela il suo vero programma su rom e islamici

di Sabrina Cottone


Il leader di Sel sale sul palco e improvvisa un comizio per attribuirsi il successo elettorale del neo sindaco: "Il prossimo obbiettivo è liberare Palazzo Chigi". Nonostante l'endorsement dei cattolici di sinistra, Nichi cita solo i musulmani. Ecco chi condizionerà le scelte del Consiglio



Milano - La banda suona l’Internazionale socialista mentre Giuliano Pisapia dà il via ai festeggiamenti di piazza. «Compagni, noi siamo il gran partito dei lavoratori. Non più servi, non più signori». Applausi, grida, trombette, palloncini.

«Ma ha vinto Nichi Vendola o Giuliano Pisapia?». Il colpo d’occhio (e d’orecchio) su piazza Duomo vale più di tante analisi politiche e dipinge con una pennellata di colore la distanza tra i sogni d’indipendenza del neo sindaco di Milano e la realtà della politica. Altrimenti che cosa ci farebbe mai Nichi Vendola sul palco con vista guglie? «È la capitale del Nord espugnata. Sembrava il fortino e il bottino consegnato per sempre alla destra» si sgola il leader del populismo di sinistra targato Sel.

Vendola si lancia in un proclama un po’ da santone e molto alla Malcolm X: «Abbracciamo i fratelli rom e i musulmani». Il governatore della Puglia è in trasferta a Milano, mette la sua bandierina sulla piazza che ha visto la preghiera islamica davanti al Duomo. Fa un discorso a metà tra il politico e l’aspirante leader religioso: «Vogliamo abbracciare quelli che vogliono pregare qualunque Dio! Basta, non ne possiamo più della loro arroganza, la politica deve cambiare, ci vuole una politica di dialogo e di apertura».

L’avvocato Giuliano Pisapia tenta timidamente di riprendere la scena: «Io sono grande amico di Vendola ma a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano». Ma ormai è chiaro che Nichi Vendola è deciso a rubargli la festa, a ricordargli che la vittoria è anche sua. Soprattutto sua, sembra pensare il presidente della Regione Puglia, che usa il palco milanese come trampolino per le sue ambizioni nazionali: «Il prossimo obiettivo è liberare Palazzo Chigi! Oggi finisce la pornografia al potere, mi aspetto elezioni anticipate».

Segue un avviso di sfratto al governo e una dichiarazione di guerra fredda anche per il Pd e i partiti per così dire tradizionali: «Non ho ancora sentito Pier Luigi Bersani o Antonio Di Pietro. Sono qua, in mezzo al popolo. Stasera ci sarà tempo per le telefonate...». Adesso è il momento di mettere il cappello sulla vittoria, di ricordare a tutti (Pisapia e Bersani in primis) a chi dovranno pagare pegno.
Perché una cosa è vincere e un’altra governare. E l’occupazione di piazza Duomo organizzata da Vendola nel giorno in cui la sinistra vince la sfida a Milano significa che Sel e la sinistra radicale hanno intenzione di alzare la testa in giunta. I numeri sono dalla loro parte. Le elezioni hanno portato in consiglio comunale un drappello di esponenti della sinistra estrema in grado di condizionare ogni decisione. A Palazzo Marino non si muoverà foglia che Sel e compagnia non voglia.

Molto pesante il voto alla sinistra radicale: tra Sinistra ecologia e libertà (4,7), la Lista civica per Pisapia (3,1) e Rifondazione comunista (3,1), il voto che si può definire comunista si aggira sul 12 per cento. A questo si aggiunge il 2,5 dell’Italia dei valori di Di Pietro e l’1,7 dei radicali. Così, oltre l 15% dei voti e ben nove consiglieri su quarantotto arrivano da un’area molto radicale. In più il Partito democratico ha collezionato il 28,6 per cento dei voti, ma il successo delle preferenze ha premiato soprattutto candidati outsider come Stefano Boeri e dell’area ex Margherita. Più debole il sostegno agli ex ds.

Tutto ciò peserà molto adesso che si tratta di scegliere i dodici uomini della giunta Pisapia. Il neo sindaco in campagna elettorale ha promesso che sei di questi dodici saranno di sesso femminile e che una di queste signore sarebbe diventata vicesindaco. Si è ipotizzato un arrivo da Roma della parlamentare Marilena Adamo o da Strasburgo dell’europarlamentare Patrizia Toja, ma ai futuri assessori è stato chiesto dal partito di abbandonare gli altri incarichi e di dimettersi dal Parlamento. Così è possibile che la scelta per le donne in giunte cada su altri nomi: Daniela Benelli e Patrizia Quartieri di Sel, Carmela Rozza del Pd, Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della carità, la manager Anna Puccio.

I cattolici di sinistra, a partire dai seguaci di don Virginio Colmegna, si sono spesi molto per la vittoria di Giuliano Pisapia. Hanno firmato proclami e appelli, hanno garantito parecchi voti e eletto un discreto numero di consiglieri. Adesso si aspettano ruoli importanti: tre assessori sui sei chiesti dal Pd e per Maria Grazia Guida si è parlato di un incarico da vicesindaco con deleghe ai Servizi sociali. Al momento hanno dovuto cedere la scena ai fratelli musulmani di Nichi Vendola.




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Ora c'è la prova: Mani pulite fu un blitz politico

di Stefano Zurlo


A quasi vent’anni dal terremoto di Tangentopoli, l’ex procuratore capo di Milano, Borrelli, dice: "Dovrei chiedere scusa, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per quello attuale". E così fa capire quella doveva essere una rivoluzione in toga



Una battuta che aveva gela­t­o la platea raccolta in una libre­ria milanese. Una battuta che molti avevano preso sul serio. «Se fossimo in Giappone- ave­va detto Francesco Saverio Bor­relli- mi scuserei per il disastro seguito a Mani pulite. Non vale­va la pena buttare all’aria il mondo precedente per casca­re poi in quello attuale ».Pecca­to che si trattasse di un’unghia­ta venata di ironia e amarezza. Il procuratore della Repubbli­ca che smantellò la Prima Re­pubblica non cambia. E lo con­f­erma con un’intervista al Gior­no : «La mia era, ovviamente, una battuta. Non devo chiede­re scusa a n­essuno per aver fat­to il mio dovere di magistrato ».
Anzi, il pm che ha segnato un tratto della storia italiana si lan­cia in un ragionament­o che pa­re più da sociologo o da studio­so che da giudice: «La differen­za fondamentale è che, allora, chi era colto con le mani nel sacco si vergognava. Oggi non si sa cosa sia la vergogna». Allo­ra, naturalmente, vuol dire nel triennio 1992-1994, quando il Pool di Antonio Di Pietro diede scacco matto alla Democrazia cristiana, al Partito socialista, ai loro alleati laici e di fatto man­dò al macero la nomenklatura della Prima Repubblica. Inevi­tabilmente la guerra alla corru­zione, alla concussione, al fi­nanziamento illecito diventò un attacco al sistema; la perse­cuzione dei singoli reati si tra­mutò nell’azzeramento di un ceto politico e per qualche tem­po le sorti dell’Italia furono nel­le mani di una pattuglia di ma­g­istrati, venerati dall’opinione pubblica.
Accadde e col senno del poi quella stagione, apparente­mente esaltante, è stata riletta e reinterpretata attraverso lo specchietto retrovisore della critica. Ci furono eccessi e ge­neralizzazioni. Dunque, colpi­sce che quasi vent’anni dopo, Borrelli, ormai pensionato, si sbilanci ancora con giudizi che mescolano pericolosamente il codice e la morale, col risultato di bollare un’epoca, la nostra, e marchiare col fuoco del di­sprezzo la Seconda Repubbli­ca. Per carità, quelle di Borrelli sono parole sintetiche, poche frasi dopo un lungo silenzio. In più, come ex non più in servi­zio il magistrato ha tutto il dirit­to di entrare nelle vicende del­la cronaca. Ma il Borrelli pen­siero fa comunque una certa impressione: siamo ancora dalle parti del «resistere, resi­stere, resistere»,ovvero al fortu­nato slogan che il procuratore coniò nel 2002 e che è diventa­to i­l manifesto della magistratu­ra con la ramazza in mano.
La magistratura che non combatte gli illeciti ma il male, la magistratura che vuole rifon­dare il Paese, la magistratura che svolge un compito, come si dice in questi casi, di sup­plenza. È la magistratura che diventa la stampella principa­le per le istituzioni, come la pro­cura guidata da Borrelli fu per un certo periodo il bastone cui si appoggiò anche il presiden­te della Repubblica Oscar Lui­gi Scalfaro. È la magistratura che svolge un ruolo di interdi­zione, è la magistratura che dà disco rosso al Parlamento e si mette di traverso alle iniziative legislative. Sono trascorsi qua­si vent’anni da quel 17 febbra­io 1992 in cui fu scritto l’ incipit di Mani pulite con l’arresto, nel suo ufficio alla Baggina, di Mario Chiesa e per certi aspetti l’Italia non è mai uscita da quel­l’emergenza.

O meglio, allora iniziò una lunga transizione istituzionale che non si è anco­ra conclusa. Certo, il ragiona­mento di Borrelli sembra anco­ra rispondere a quella logica, la logica in cui la magistratura non toglieva solo le mele mar­ce dal cesto ma decideva con un avviso di garanzia la soprav­v­ivenza o il crollo di una carrie­ra. Carica morale e grande po­polarità: un mix che portò il Po­ol a duellare con i politici, a lan­ciare proclami in tv, a condizio­nare i governi. Oggi Borrelli sembra ancora legato a quel­l’immagine. A quella cartolina del rito ambrosiano.Certo,l’ex kaiser di Mani pulite, perso­naggio di grande sottigliezza, specifica che la sua «non era un’analisi politica, né sociolo­gica». E aggiunge che la sua «angolazione»non è quella del­la politica che, evidentemen­te, spetta ad altri.

Parole sacro­sante che però non modifica­no il suo spartito. E la sua ripro­posizione della realtà: la città della legge contro la città dell’il­legalità. Nell’intervista al Giorno Bor­relli prova a disinnescare una critica che lo accompagna da sempre: quella di aver indaga­to a senso unico, sempre sul versante dei moderati, grazian­do la sinistra. «Io- è la sua repli­ca - so solo che nelle nostre in­dagini entrarono anche perso­naggi appartenenti alla sini­stra, penso al caso delle tangen­t­i per la metropolitana milane­se ». È una questione controver­sa che si trascina da anni. Bor­relli, intanto, non rinuncia a ri­­battezzare la città nell’acqua­santiera della legalità.




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Napoli adesso è libera, olé Ma non erano alleati con chi governava prima?

di Mario Giordano


Con la prima dichiarazione da sindaco l’ex magistrato De Magistris si esalta: "Abbiamo salvato la città". Peccato, al potere c’erano i suoi alleati



Napoli liberata? Ma da chi? Il nuovo sindaco De Magistris sceglie la prima dichiarazione nell’archivio storico dello sbarco di Salerno: ullalà, arrivano i nostri, la dittatura è finita, finalmente torna la democrazia in città, le truppe dell’oppressione si ritirano sconfitte. Perfetto: ma le truppe dell’oppressione chi erano? Quelle della Iervolino? O quelle di Bassolino? Sono vent’anni che la sinistra governa ininterrottamente la città. Se questa è una liberazione, beh, è stata innanzitutto una liberazione dal Pd.

Per carità: il Pdl ha preso una batosta storica e dovrà pure interrogarsi sulle sue gravissime mancanze. Non riuscire a vincere in una città che è stata amministrata dalla Iervolino è come non riuscire a battere a braccio di ferro un uomo su cui è passato un caterpillar. Bisogna impegnarsi a fondo e con grinta per riuscire a fare una simile figura da peracottari. Però, ecco, se la sconfitta è del Pdl, non altrettanto evidente è la vittoria del Pd. Anzi, «la città resta in mano al centrosinistra», gongola la Iervolino. Ma come? La città non è stata appena liberata?

La verità è che in Campania hanno perso sia il Pdl, sia il Pd, sia, soprattutto, la politica. Un napoletano su due ha scelto di non andare a votare. E quelli che sono andati a votare hanno scelto di appoggiare non i candidati degli schieramenti principali, ma un rappresentante dell’anticasta, un ex magistrato dalle cause perse, un masaniello dalle manette facili e dal pensiero debole che non rappresenta nessuna cultura politica, nessun radicamento ideale, ma fa da collettore di tutti malumori locali e nazionali. Malumori che, in tempo di crisi e di indignados, hanno ben ragione di esistere, sia chiaro. Ma bastano per governare?

Per il momento non importa. Avanti, si fa festa, si suonano i tamburi in piazza Plebiscito. Vedrete che, per un po’, il grande vento dell’entusiasmo coprirà tutto e tutti. Un film cui abbiamo già assistito ai tempi del cosiddetto Rinascimento di Bassolino. Ricordate quante celebrazioni? La delinquenza? Sparita. I bassi? Sanati. La miseria? Arricchita. La camorra espulsa. E i morti ammazzati? Incidenti sul percorso del riscatto. La gente spara? È in segno di festa. La gente spara ancora? La festa è proprio grande. Grazie a De Magistris la legalità trionferà, l’immondizia sparirà e Hamsik resterà a giocare al San Paolo. Anche la camorra, per dire, dov’è finita? Dicevano che controllava tutte le elezioni. Dicevano che non si poteva vincere a Napoli senza il suo appoggio. Invece De Magistris ha trionfato. E la camorra, fateci caso, non c’è già più. Nessuno ne parla nelle dichiarazioni post voto.

Ma si capisce: appena vince la sinistra le grandi emergenze finiscono. Non c’è più il pericolo della camorra, non c’è più l’attentato alla Costituzione, non c’è più la dittatura che mortifica la democrazia. Strana dittatura, no? Si va alle urne, si vota, c’è chi vince e c’è chi perde. Però se vince democraticamente la destra si grida al regime. Se vince democraticamente la sinistra, invece, si grida alla liberazione. Ma liberazione de che? Qui a Napoli governavano la Iervolino e Bassolino, se mai c’è stato un regime e un malaffare era il loro. E ognuno sceglie di farsi liberare da chi crede, anche se non può non apparire strano un Paese in cui si sventolano le manette come simbolo di libertà...

Eppure il nuovo miracolo partenopeo, il sangue del San Gigi delle manette che si scioglie e dà il via alla festa di piazza, ha un pregio: rende ancora più evidente la duplice sconfitta. Quella del Pdl, certo, ma anche quella del Pd. Il partito di Bersani, infatti, per vincere ha dovuto rinunciare a se stesso, rinnegare il suo passato e nascondere le sue magagne e le sue vergogne dietro il lembo di una toga. E adesso ha capito che davanti a sé a solo due strade, in tutto il Paese: o rinunciare di nuovo a vincere o rinunciare per sempre a se stesso. Affidandosi a un masaniello, a un Pisapia, a qualche estremista rosso. O a un giudice liberatore (nel senso che ci libera dal Pd).


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lunedì 30 maggio 2011

Tra nucleare, Libia e un pizzico di Urss: ora auguri di buon comunismo a tutti.

Libero








Era il 1986, pochi mesi prima che A. venisse al mondo: esplose la centrale di Chernoby. Un anno dopo un referendum stabiliva: in Italia niente atomo. Cresceva la paura di un disastro nucleare, e con lei la diffidenza del Belpaese nei confronti di quegli impianti che ci servirebbero come ossigeno. Intanto quelle centrali, oggi, continuiamo a combatterle. Ma questo è un altro discorso. Nel luglio dello stesso anno l'Italia dichiarò l'embargo di forniture militari alla Libia (di Gheddafi). Certo, non si trattava di una guerra, ma è facile scorgere qualche analogia con il presente. Spostiamoci indietro di qualche mese, torniamo nel 1985, quando quel simpatico ometto con una macchia in fronte divenne segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. E' Michail Gorbacëv, l'uomo della perestrojka e di glasnost, l'uomo che - volente o nolente - ha fatto calare il sipario sull'Unione Sovietica e sul comunismo in Europa. E quindi nel mondo.

Soffiava un vento nuovo, quando A. muoveva i primi passi e non capiva nulla di quel che gli accadeva intorno. Uno dei suoi primi ricordi - ha un padre che quando sente il rombo del motore Ferrari trasale per l'emozione -  è quello del terribile incidente di Ayrton Senna. Questo per dire che tutta quella gente arrampicata su un muro, tutta quella gente che lo distruggeva con martelli, martelletti e tanta rabbia liberatoria, per lui non significava nulla. Come nulla significavano Chernobyl, Gorbacëv, la Libia e l'Urss. Poi, anche a lui, è toccato leggere le pagine dei libri di storia. A scuola, con sommo dispiacere, non gli propinavano soltanto gli almanacchi dei Gran Premi. Così ha scoperto qualcosa su Chernobyl, sulla Libia e su Gorbacëv (su Senna aveva già dato). Così ha scoperto che quel 9 novembre del 1989 era successo qualcosa di importante. Sarà stato il vento radioattivo della centrale Ucraina, sarà stato che il buon Michail non sapeva più che pesci pigliare, oppure sarà stato che, insomma, quel premio Nobel per la pace lo voleva. E come lo voleva. E meno male che lo voleva.

Sarà stato tutto questo, ma intanto quel muro crollava, pezzettino per pezzettino. Berlino tornava unita e il comunismo viveva il suo giorno simbolicamente più drammatico. Era finita un'era. Come ci ha insegnato quel capolavoro che è Goodbye Lenin, gli abitanti dell'est avrebbero potuto mangiare cetrioli non soltanto di marca Spreewald. In quel film, per dirla tutta, la signora voleva solo cetriolini Spreewald. Ma si sa, ai registi piacciono le bizzarrie. A tutti gli altri teutonici marchiati da lunghi anni rossi, invece, cominciò a piacere l'aria meno viziata del sogno capitalista. Piacevano i grandi magazzini. Impazzirono per la Coca Cola.

Cetriolini a parte, gli erano poi rimasti impressi i vaghi ricordi di quel Tg1 che aveva rapito l'attenzione di mamma e papà, nel 1991. Nel consueto lavoro retroattivo, ha rimesso insieme i cocci delle sue reminiscenze: quei carri armati che marciavano su Mosca volevano dire che l'Unione Sovietica non c'era più. Addio pure a Gorbacëv, che rispetto a quanto ci aveva regalato in precedenza il Pcus sembrava una manna dal cielo. Addio al comunismo. Ogni tanto si faceva sentire solo quel simpatico matto di Fidel, che a migliaia e migliaia di chilometri di  distanza, e a poche manciate di metri dal 'mostro imperialista', gli Stati Uniti, gli faceva quasi simpatia (torture e sistematiche violazioni dei diritti umani a parte). Un comunista al largo di Miami era (e resta) incredibile.

Sono passati venticinque anni dal 1986 da cui hanno preso spunto queste riflessioni. A. è nato e vissuto a Milano, dove di centrali nucleari non se ne sono mai viste, in quella Milano dove alcuni ministri sognano di avere l'atomo nel loro giardino. Ma questo - un'altra volta - è un altro discorso. Eppure i corsi e ricorsi storici fanno quasi sorridere. Siamo ancora qui a discutere del nucleare, gli attivisti di Greenpeace si calano dal tetto dell'Olimpico durante la finale di Coppa Italia e, probabilmente, un (altro) referendum seppellirà gli impianti ancor prima del primo mattone. Ma non è tutto. La Libia è prepotentemente tornata agli onori delle cronache, e anche in questo caso l'abbiamo scaricata: a questo giro non si tratta di embargo delle armi, ma di bombe belle e buone.

Corsi e ricorsi finiti? No, ce n'è un altro. Del comunismo ci eravamo dimenticati. Sì, c'è un presidente del Consiglio che spesso ricorda: "Attenti. Esistono ancora, e ce ne sono tanti". A. aveva i suoi dubbi, ma si sà che Berlusconi non rinuncerà mai a cavalcare le sue convinzioni. Eppure... Eppure scopre che nella sua città, dove un ballottaggio non si vedeva dal 1993 - da quando vinse Formentini, candidato 'scomodo', il primo Sindaco della neonata e urlante Lega Nord che fece breccia nel puritanesimo meneghino – nella sua città vince Giuliano Pisapia. Una vita in Rifondazione Comunista prima e con Sinistra e Libertà (e Vendola) poi. Pisapia espugna la roccaforte del centrodestra. L'avvocato di Carlo Giuliani, una persona di grande spessore ma dalle idee difficilmente digeribili per la città, è il sindaco di Milano. Non sarà il candidato dei centri sociali, ma i centri sociali sono contenti, garantito. In piazza del Duomo, l'abile retore Nichi Vendola chiede elezioni anticipate ed esulta: "E' la fine di un ciclo politico e culturale durato 15 anni, è la fine della dittatura della pornografia", spiega.

Pure a Napoli vince Luigi De Magistris, che comunista non è ma sembra più comunista dei comunisti per quella 'vaga' tendenza all'autoritarismo. Bene. Probabilmente nessuno sarà costretto a trangugiare cetriolini Spreewald. Per liberarci della sinistra Umberto Bossi non marcerà su Milano né con i tank né con una Grand Cherooke. Muri per dividere la Lombardia in due non verranno eretti. Semmai una moschea. Non ci saranno leggi speciali né premi Nobel, piuttosto solo tempeste fiscali. Però, alla fin della fiera, un sospetto gli è venuto: vuoi vedere che Silvio aveva ragione? Godeteveli, i comunisti.

30/05/2011







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Morto Mancuso, il ministro sfiduciato

La Milano di Vendola: "Abbracciamo i fratelli rom e musulmani"

di Redazione

Il leader del sel in piazza del Duomo per festeggiare la vittoria di Pisapia: "Questo è un avviso di sfratto al premier". E poi: "Quando penso che la Gelmini è ministro sto male"




Vendola marcia su Milano. Nemmeno un'ora dopo il risultato definitivo che attribuisce la poltrona di Palazzo Marino a Giuliano Pisapia, il presidente di Sinistra ecologia e libertà arriva a Milano per appendere il cappello e la faccia sulla vittoria di Giuliano Pisapia. E per lanciare il suo messaggio: siamo partiti da Milano per liberare l'Italia dal berlusconismo.

Un Vendola sicuramente emozionato, ma anche agitato e scomposto rilascia dichiarazioni ai giornalisti e poi arringa la folla arancione in piazza del Duomo. Vendola gongola e mostra il volto della vittoria moderata: "Oggi cambia tutto". "È doloroso - ha continuato -, vivere in un Paese in cui improvvisamente appare Borghezio, poi torni a casa e ti ricordi che Gelmini fa il ministro. Però ti accorgi che oggi è cambiato tutto, che l’ipocrisia degli affaristi è stata battuta dalla mitezza di Pisapia. Sono venuto da Bari per abbracciare voi e tutti i pugliesi di Milano". Il clima è da Liberazione e Vendola lo cavalca: "Una vittoria imponente, travolgente, un avviso di sfratto per chi occupa Palazzo Chigi. Ora mi aspetto le elezioni anticipate, perchè finisca un incubo". E poi, in preda all'emozione, svela il progetto per la Milano del futuro: "Ora abbracciamo i fratelli rom e musulmani".

Un comizio che anche Enrico Mentana (non certo berlusconiano), in collegamento dagli studi del tg di La7, stigmatizza con ironia: "E' una fortuna per Pisapia che Vendola abbia fatto questo comizio solo dopo la sua elezione". Appunto. Se il buongiorno si vede dal mattino...





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Choc in Egitto, maestro picchia alunni

Corriere della sera

Prima da i voti ai compiti dei piccoli, poi li colpisce col righello: arrestato

 

Il fotografo «partigiano» Mario Dondero

Corriere della sera

«Io sono un narratore. Frequentare Piero Manzoni e Buzzati è stata la mia università»


MILANO - Se volete incontrare Mario Dondero, vi conviene stare ad aspettarlo. Dovunque siate, prima o poi, potete scommetterci, passerà. Un nomade, un viaggiatore, un camminatore instancabile. Da sempre. Ancora oggi che è arrivato, come dice, alla quarta età.

Con la faccia da gabbiano sonnacchioso e candido, come fosse disegnata da Altan, di quelle che piacerebbero a un grande fotografo come lui, Dondero parla della sua vita consapevole dell'eccezionalità: il libro che ha appena pubblicato, a cura di Simona Guerra (Bruno Mondadori), mette insieme una fila incredibile di incontri con i protagonisti del secolo, ma anche di nomi minimi che incrociandolo hanno fatto la ricchezza della sua umanità decisamente fuori dal comune.

Lo dice Massimo Raffaeli nella prefazione: con la «nonchalance del un ritardatario cronico» è arrivato comunque puntuale agli appuntamenti della storia: in montagna durante la guerra di Liberazione, nella Milano bohémienne del Bar Giamaica, nella Parigi di Beckett, di Sartre e di Theodorakis (suo vicino di casa in rue Notre-Dame-des-Champs), nella Roma di Pasolini, di Moravia, di Flaiano, poi di nuovo a Parigi durante l'occupazione della Sorbona, ad Atene per il processo a Panagulis, nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar, nella Praga della Primavera, nell'Africa della povertà e degli eterni conflitti, nella Cambogia dei khmer rossi, a Cuba più volte, a Berlino nei giorni della caduta del Muro. E a Fermo, dove si stabilisce nel '99 («Vi spira un vento gioioso»), non si ferma di certo.

LA FAMIGLIA - Padre genovese direttore di un'azienda di birre, madre milanese: «Si separarono un anno o due dopo la mia nascita, e io ho passato l'adolescenza a fare il pendolare tra Milano e Genova, ma oggi mi considero apolide». La resistenza è la sua prima sfida: da sedicenne incosciente, parte da Milano insieme a un amico per finire nelle fila della Brigata Cesare Battisti della Val d'Ossola, dove durante un rastrellamento si ferisce ma viene salvato da un sergente paracadutista dopo aver aggredito un soldato tedesco che stava picchiando un vecchio montanaro.

«Prima di allora, ero quasi imbarazzato dalla mia inutilità, essendo poco esposto alle azioni belliche. Fu una lezione di vita indimenticabile, con emozioni estreme. La paura mi avrebbe paralizzato, la vincevo momento per momento nel tentativo di cavarmela». Di passaggio (sempre di passaggio) a Milano, nelle Cartiere Vannucci che al piano alto espongono una serie di sue fotografie storiche, Dondero ricorda un pericolo analogo vissuto nell'autunno 1970 in Guinea Conakry, dove finì in carcere come presunto mercenario al servizio dei portoghesi: «L'Africa può riservare sorprese, magari con 60 gradi di temperatura. Nonostante tutto, è il continente che preferisco, per via della speciale umanità, disarmata di fronte alla malizia occidentale».

A proposito di umanità africana: «Spesso il vantaggio degli africani, specie quelli delle zone più tribali, è non sapere quanti anni hanno. L'età mi pesa sul piano psicologico: mi piacerebbe non sapere quanti anni ho: penso di avere ancora nella pellicola diverse foto da scattare. Sono di un fondamentale ottimismo: per esempio, sarei contento di vedere un rivolgimento sociale, un ritorno alla solidarietà e alla coscienza civile».

Anche per questo, forse, collabora da anni con Emergency, «una vera internazionale sanitaria». Nostalgia dei bei tempi vissuti al Giamaica con l'amico Luciano Bianciardi, il «formidabile cantore» della Milano non ancora da bere forse ma ricca di incontri, di speranze, di affetti? «E anche di fame, tanta fame, vivevamo nella pensione delle sorelle Tedeschi in via Solferino, e quando arrivò da Grosseto, Bianciardi venne a stare con noi, ci colpì il suo spirito caustico, tagliente, rivoluzionario. Eravamo davvero malmessi ma credevamo in noi stessi. Nostalgia? Io non ho niente contro la nostalgia, è tenerezza, significa rimembrare con amore, malinconia, poesia la propria giovinezza.

Che male c'è nella saudade? Eravamo un piccolo clan di fotografi, Mulas, Castaldi Carrieri, Bavagnoli, Giulia Niccolai... Ci domandavamo: cosa faremo da grandi? Ma ci sentivamo forti, i nostri amici e maestri erano Piero Manzoni, i fratelli Somaré, Bergolli, Cassinari, Chighine, Quasimodo, Buzzati: erano già famosi e li guardavamo dal basso in alto, però stare accanto a loro era un impulso continuo a essere attivi e creativi, una sorta di università alternativa». Il Giamaica è rimasto, ma oggi si trova in un quartiere di lusso, tra moda e happy hour: «È così dappertutto, Saint Germain a Parigi è diventato un cimitero in cui vanno a vivere e a morire i ricchi: dove prima abitavano in venti ora ci stanno in due».


IL FOTOGRAFO - Come nacque l'idea di fare il fotografo, per un ragazzo che faceva il cronista di nera nei giornali cittadini? «Non ho mai pensato di diventare fotografo, non era nelle mie prospettive. Fu un vecchio amico a consigliarmi: perché non impari la fotografia? In realtà, il lavoraccio da cronista non mi piaceva: raccontare la vita di una persona in poche ore, senza neanche conoscerla... Così mi convinsi e all'Attualfoto appresi i primi rudimenti, facendo delle fotografie di cronaca bianca con una Rolleyflex che è durata poco tempo, imparai così, da timido qual ero, una certa disinvoltura nell'approccio con gli altri e l'abilità di penetrare nei luoghi difficili».

Il ragazzo ci sapeva fare, con la pellicola, e fu assunto come inviato in una rivista di attualità, con soli reportage fotografici, che si chiamava Le Ore: «Fu lì che apprezzai la libertà del fotografo rispetto all'ansia e alla disciplina del giornalista, c'era anche una lieve componente artistica e mi dissi: accidenti, che bello!

Da allora non ho mai più smesso: ma sempre nel fotogiornalismo». La fotografia per Dondero deve essere testimonianza civile, documento del presente, deve raccontare: «Adesso mi spacciano per un fotografo d'arte, ma il mio obiettivo è sempre quello, raccontare dalle pagine di un giornale. Sa cosa ci caratterizzava, noi fotografi milanesi del Giamaica? Il rifiuto del flash: si fotografava a luce ambiente, contro la volontà dei redattori che volevano immagini chiare, nello stile rosa da principesse. Ma a me non interessava l'estetica: sono sempre fuggito dalla camera oscura, a differenza di Mulas, che era uno scienziato della stampa. Io ero ansioso di sole e libertà». Senza conoscere la stanchezza? «No, non mi stanco di registrare il mondo che cambia, di testimoniare per gli altri. Adesso sto in provincia e non ho ancora appeso la Laika al chiodo, potrei andare avanti a oltranza fino ai duecento anni».

Si schermisce, Dondero, sorridendo e accarezzandosi la testa e poi la nuca con una mano, per autodifesa e ricerca di complicità. «Mi interessa tutto, la radio, la macchina da presa, la scrittura, ma quella me la riservo per la quinta età». Per ora si rimane alla fotografia: «Le foto fatte controvoglia mi riescono male, ho sempre lavorato sull'onda delle mie simpatie personali. Camminando o viaggiando in pullman, in nave o in treno. La fotografia fatta per strada, con quel che ti propone la vita, ti permette di raccogliere pepite d'oro. E certo, non ho mai avuto voglia di vendere a tutti: la fotografia è un'arma double-face, con la stessa immagine puoi raccontare storie diverse. Per questo bisogna avere un rapporto stretto con le persone che scrivono: quanti reportage ho fatto con il mio amico Corrado Stajano!».

Ogni fotografia un pezzo di storia, grande e piccola: la Vanoni della «mala», la Berlino vista due giorni prima della caduta del Muro dalla terrazza del Reichstag («Mi ero intrufolato abusivamente»), Panagulis con i colonnelli («Lo vede quel militare che mi guarda? Venne per arrestarmi, ma feci in tempo a passare il rullino a Camilla Cederna»), George Best del Manchester storico, il gruppo famoso del Nouveau Roman..., la foto-simbolo da cui nacque ufficialmente il movimento letterario francese, come disse Robbe-Grillet. E il fastidio di Bacon, l'allergia all'obiettivo di Beckett, il fascino di Maria Callas, la passione e la franchezza dell'amico Pasolini. «Una passionaccia divorante, senza mai perdere di vista gli affetti».


Paolo Di Stefano
30 maggio 2011

Sequestro attrezzatura e multa salata Roma Nord, addio ai panini di Giorgione

Daniela Melchiorre... La donna che cambia i partiti come gli abiti

di Giancarlo Perna


La rinuncia al posto di sottosegretario, appena ottenuto, è l’ennesimo dietrofront della Melchiorre. La Miss Parlamento volteggia ovunque, da Dini a Prodi al Cav



La patologica inquietudine politica della deputatessa Daniela Melchiorre l’ha trasformata in una facezia ambulante.
Trascurando irresponsabilmente i suoi precedenti, la signora era stata nominata sottosegretario allo Sviluppo Economico il 6 maggio scorso. Apparteneva - ironia della sorte - al gruppo dei nove «responsabili» che il Cav ha voluto premiare con l’ingresso nel governo. Da allora, Daniela ha avuto solo il tempo - il 12 maggio - di compiere inutilmente (ai fini della stabilità psicologica) i 41 anni, prima di dimettersi dall’incarico di tre settimane prima. Melchiorre era stata promossa per essersi schierata in aprile con la maggioranza che sollevò il conflitto di interessi tra Procura di Milano e Tribunale dei ministri sul caso Ruby. In altre parole, aveva manifestato col voto gli stessi sospetti del Cav sulle doti di equilibrio di Boccassini & Co. Detto da lei, ex magistrato, sembrava una posizione meditata. L’altro ieri invece, con un nuovo ghiribizzo, si è dimessa per il motivo opposto: protestare contro la stranota biliosità del Berlusca verso i giudici.
Come fosse improvvisamente caduta dal pero, Daniela si è indignata perché il Cav è andato a piagnucolare da Obama sui pm brutti e cattivi. «Non è accettabile che si giunga a tanta volgarità - ha detto -... Non posso dimenticare di essere un magistrato e di avere indossato con orgoglio e con onore la mia toga». E giù una sviolinata agli ex colleghi - «orgoglio e onore che sono quelli della quasi totalità dei magistrati che, silenziosamente, svolgono il proprio dovere» -, prima di fare, con fiero cipiglio, il gran rifiuto: «Constato che, almeno per me, non vi è spazio per un contributo all’attività governativa». Ossia, io non mi sporco. Tié.
Essendo questa, minimo, la quinta giravolta melchiorrea in un pugno d’anni, il centrodestra si è sbattuto qua e là per le risate. Primo a riprendersi, il collega di governo, Guido Crosetto, che per esprimere il rimpianto suscitato nel Pdl dal forfait di Daniela, si è ispirato a Crozza: «Mancherà al Paese il suo enorme bagaglio culturale, il suo profilo morale, il suo eccelso senso delle istituzioni. L’Italia perde un pilastro!». Crosetto - per inciso - è uomo mite e gentile. Ergo, la Dani è il genere di smorfiosetta che può far perdere le staffe a un santo.
Essendo la signora così mobile, per parlarne bisogna trovare punti fermi. Il più saldo, è che trattasi di uno schianto. Chiome nere sciolte, labbra tumide, decolté da capogiro ne fanno una quarantenne da studios di Bollywood. È stata eletta miss Parlamento ed è la prescelta per un eventuale calendario per camionisti. Su un campione di 800 guidatori di Tir, il 27 per cento ha indicato in lei l’ideal tipo della «donna autorevole e autoritaria» da appendere in cabina. Fin qui, non ci piove. Sul resto si va tentoni. Dani è considerata dura e volitiva. Il suo clone e compagno di partito - i Liberaldemocratici -, Italo Tanoni, un adorante, dice di lei: «È bellissima, ma con le palle». Sulla rivelazione stiamo alla parola di Tanoni, osservando però che l’attributo non attenua i confusi zig-zag della titolare.
Daniela è romana, sposata, un figlio. Prima di affacciarsi alla vita pubblica, ha studiato danza classica per dodici anni, come Mara Carfagna (seconda classificata nel sondaggio dei camionisti). Tanto talentuosa da farsi notare - così ha raccontato - dal coreografo Maurice Béjart. Ha vinto, su seimila concorrenti, uno dei nove posti messi in palio dalla Scala, ma lo ha subito mollato. Astrale anticipazione - anche nei numeri: nove ballerine, nove responsabili - dell’attuale sdegnoso abbandono del governo.
Attaccate al chiodo le scarpette, seguendo il solco tracciato dal padre generale, è entrata nella magistratura militare come sostituto procuratore. È stata a Verona e a Torino. Ma per amore della politica, ha lasciato presto la toga. Se la sente però addosso perché, come dice Oscar Luigi Scalfaro - che, magistrato per una manciata d’anni, ci ha menato il torrone per una vita -, una volta indossata non la deponi più. Un po’ come gli alpini che si mettono il cappello anche in spiaggia. Senza contare che il reducismo della toga paga: se fai il garantista ti corteggia il Berlusca, se fai il giustizialista ti arruola Bersani. In un modo o nell’altro, entri in Parlamento e ti sistemi. È il modo migliore per pendolare in base alla convenienza, nello stile di Dani tra aprile e maggio.


A scoprire Melchiorre è stato Lamberto Dini. Con qualche avventura alle spalle, un paio di matrimoni e una fama di charmeur, ebbe una folgorazione da intenditore. La bella bruna era presidente della Margherita a Milano, dove vive. La sponsorizzazione diniana, le mise le ali ai piedi talentuosi, avviando la stagione delle piroette. Comincia a flirtare con la sinistra. «Mi trattavano come un vaso in una cristalleria», disse. Così, nel 2006, in quota Lamberto, entra nel governo Prodi e diventa sottosegretario alla Giustizia del ministro Mastella. È lei che pela la gatta della bambina ucraina «rapita» dalla famiglia ligure e pretesa dal Paese di origine. Fu allora che fummo abbagliati per la prima volta - nei talk show tv - dalle chiome corvine e le tumescenze danielesche. Litigò col suo Guardasigilli sull’amnistia e fu punita col ritiro temporaneo delle deleghe. Mise allora il broncio alla sinistra e si rivolse al Cav che le garantì il seggio per la legislatura successiva. Nell’aprile 2008, è eletta deputato Pdl. E ora attenti che comincia il galoppo. In luglio, lascia il Pdl per il gruppo Misto.
In novembre, passa all’opposizione. Nel 2009, si presenta alle europee con i suoi LibDem e la lista è la meno votata in assoluto. Nell’aprile 2010, lascia la sinistra per il centro. Si allea con l’Udc, poi anche con i fuorusciti finiani, intrigando con i Bocchino e i Briguglio nella santa alleanza contro il Mostro brianzolo. Il resto è noto. Quest’anno in aprile (mese delle paturnie), si riabbarbica al Cav in vista del sottosegretariato e lo ottiene. Finché, travolta dalla contropaturnia di maggio, lo rifiuta. Tra un mese, tirerà la monetina e deciderà che altro inventarsi.




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Dirigenti e piloti, pensioni d'oro Ai precari cento euro al mese

Quotidiano.net


Il rapporto dell'Inps: al Sud assegni più leggeri. Oltre metà dei pensionati non arriva a 500 euro, solo il 9,9% è sopra i 1500


ROMA, 30 maggio 2011



AI DIRIGENTId’azienda la rendita più alta, oltre sei volte quella di agricoltori e artigiani. Al secondo posto quella degli ex piloti ed ex assistenti di volo, che battono alla grande sia i lavoratori dipendenti a riposo sia chi ha smesso di celebrare messa. Ultimi, senza via di scampo, i co.co.co.
A spulciare il rapporto annuale 2010 dell’Inps, non si scopre solo che più della metà delle pensioni non arriva ai 500 euro, che il 79% degli assegni di ferma sotto quota mille e che solo il 9,9% supera i 1.500 euro. L’istituto di previdenza guidato da Mastrapasqua scompone ovviamente i dati anche per categoria e per zona di residenza.

E QUINDIsi ottiene che gli ex dirigenti percepiscono una pensione annua media pari a 49.246 euro lordi. Poco più sotto c’è chi ha passato una vita sull’aereo: può contare su 45.333 euro. In sostanza il fondo volo garantisce mediamente 3.500 euro al mese. Naturalmente gli ex piloti hanno un assegno ben più pesante di quello delle ex hostess. Va veramente male ai collaboratori (i famosi co.co.co.) iscritti alla gestione separata: circa 100 euro al mese. Non se la passano granchè bene nemmeno i preti: il fondo per il clero assicura appena 7.464 euro l’anno ai suoi 14.404 pensionati. Per gli ex coltivatori diretti la media dei trattamenti previdenziali e di 7.940 euro l’anno, analoga a quella degli artigiani (7.937). Chi ha svolto un’ attività commerciale prende 9.196 euro. Quanto agli ex lavoratori dipendenti, si devono accontentare di 11.192 euro

NATURALMENTE i dati vanno interpretati. E’ noto che agricoltori e artigiani versano pochissimi contributi durante la loro vita lavorativa, al contrario dei dirigenti o di chi guida gli aerei. Ed è stranoto che con i contratti di collaborazione si è destinati a una vecchiaia da fame. Quanto ai preti, il fondo Inps è scarno, ma detto questo non si può accusare lo Stato italiano di essere avaro con il Vaticano, visto che oltre all’8 per mille può contare su esenzioni Ici (anche sulle attività commerciali), sconti fiscali e aiuti alla scuola privata.

SONO in parte da interpretare anche i dati elaborati a livello territoriale. Il rapporto Inps ci dice che vivere da pensionati è molto più difficile al Sud, dove l’assegno è inferiore del 19,5% rispetto al Nord-Ovest e del 12,1% rispetto alla media nazionale. Un dato è sostanzialmente stabile da anni: la differenza tra chi vive nel Mezzogiorno e chi vive nel resto d’Italia si è ridotta solo dello 0,7% dal 2004 al 2009. Due anni fa la pensione media al Sud era pari a 10.808 euro l’anno, nel Nord-Ovest di 11.805 e nel Nord-Est di 10.959. Va però ricordato che il costo della vita al Sud è meno caro di quello del Centro-Nord.

AL DI LÀ della scarsa consistenza delle pensioni, l’Eurostat fornisce un altro dato poco confortante per gli abitanti della penisola: il nostro Paese «si colloca all’ultimo posto tra i paesi Ue per le risorse destinate al sostegno del reddito, alle misure di contrasto della povertà o alle prestazioni in natura a favore di persone a rischio di esclusione sociale».


di Olivia Posani





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La regina Elisabetta ha un incubo: il referendum per l'indipendenza scozzese

di Redazione



Secondo quanto rivela il Times la sovrana britannica ha incontrato il primo ministro David Cameron a Buckingham Palace, allarmata dalla vittoria dei nazionalisti alle elezioni scozzesi. Elisabetta avrebbe chiesto al premier di consultare un esperto costituzionale.



La regina Elisabetta teme per l'unità del suo Regno. Secondo quanto rivela il Times la sovrana ha incontrato il primo ministro David Cameron a Buckingham Palace, allarmata dalla vittoria dei nazionalisti alle elezioni scozzesi tenutesi a inizio mese. Elisabetta avrebbe chiesto al premier di consultare un esperto costituzionale nel caso in cui venisse indetto un referendum sull'indipendenza della Scozia e, se vincesse il sì, il suo Regno venisse smembrato. In quell'eventualità, l'85enne Elisabetta diventerebbe l'ultima sovrana del Paese nato dall'unione dell'Inghilterra con la Scozia nel 1707.

Una fonte del palazzo ha confermato l'incontro tra la regina e Cameron e ha aggiunto che Elisabetta sarà tenuta informata degli sviluppi tramite i suoi collaboratori: «Indipendentemente dalle opinioni di Sua Maestà, è compito del suo segretario privato seguire queste problematiche prendendole seriamente ed è esattamente ciò che sta accadendo ora».

Nonostante voglia l'indipendenza della Scozia, il leader dei nazionalisti scozzesi Alex Salmond, che ha ottenuto la maggioranza nel Parlamento di Holyrood il 5 maggio, ha un ottimo rapporto con Elisabetta con la quale condivide la passione per i cavalli. Salmond ha dichiarato che nel caso di vittoria del sì, la regina continuerebbe a rivestire un importante ruolo simbolico in Scozia, diventandone il capo di stato. Ma se la Scozia conquistasse l'indipendenza, Salmond farà in modo che sia il popolo scozzese e non la sovrana a godere degli introiti generati da una maxi centrale eolica al largo della costa, attualmente territorio parte delle proprietà della Corona.

Intanto il gabinetto scozzese si sta muovendo per impedire alla Corte Suprema di Londra di deliberare su casi scozzesi. La Scozia ha un suo tribunale per gli appelli, ma la corte suprema londinese al momento è competente nei casi in cui la legge scozzese entri in conflitto con quella dei diritti umani.

Cameron dal canto suo ha promesso di «battersi con tutte le suo forze» per mantenere l'unità del Regno. Dietro le quinte è messo sotto pressione da Lord Forsyth, ex ministro per la Scozia, affinchè venga approvato un emendamento alla legge sulla Scozia, attualmente sotto esame alla camera dei deputati, che permetterebbe di tenere presto il referendum sull'indipendenza. Londra così spera di non dare a Salmond il tempo sufficiente a raccogliere consensi tra la popolazione.

Anche se la regina non può apertamente esprimere la sua opinione riguardo a questioni di stato, in una rara «svista» nel 1977, in un discorso ai Comuni in occasione del suo giubileo d'argento, criticò la devolution dicendo: «Non posso dimenticare che sono stata incoronata regina del Regno Unito, di Gran Bretagna e Irlanda del Nord»




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Grillo, un oracolo fallito: il suo partito anticasta ormai è diviso in correnti

di Stefano Filippi



A Genova il Movimento 5 Stelle, che dovrebbe rinnovare la politica, è dilaniato da lotte intestine. E il leader media come un vecchio Dc


Il «nuovo» che avanza nella politica italiana, Beppe Grillo e le sue Cinque stelle, è già vecchio, vecchissimo. Il movimento del comico che si propone come «altro» rispetto ai partiti maggiori, contro i quali combatte una personalissima crociata anti-tutto, è già un partito come tutti gli altri, fatto di correnti, spaccature, liste contrapposte, lotte interne. Grillo gira le piazze urlacchiando di voler trasformare le rappresentanze politiche e riportare i cittadini a essere protagonisti, mentre i grillini passano il tempo a rubacchiarsi i voti e farsi le scarpe.
Vedere, per credere, quello che succede a Genova, che non è una città qualunque ma la patria di Beppe Grillo. Le notizie sono pubblicate dal Secolo XIX, e non dal sito-blog del comico, che invece dedica ampio spazio ai cetrioli assassini di Malaga che seminano il panico in Germania. A Genova i seguaci del poeta del «vaffa» sono spaccati a metà. Da una parte c’è il «meetup» 20, dall’altra il nucleo storico. I «meetup» sono comunità che nascono su internet attorno a interessi specifici, a volte sfociando in incontri reali. Sul web servono prevalentemente per rimorchiare, ma Grillo li ha trasformati in gruppi di azione sul territorio. Dc e Pci le chiamavano sezioni.
E come le vecchie sezioni, anche i «meetup» litigano. Invece che sfruttare l’onda del trionfo elettorale che li ha portati a surclassare Di Pietro e il Terzo Polo, i grillini si scannano senza complimenti. Un anno fa la tendenza-Tafazzi, che stava per sfociare in due liste contrapposte alle regionali in Liguria, aveva indotto Grillo a non presentarsi, rinunciando a un bel gruzzolo di voti. Ora il padre-padrone del movimento ha lanciato un avvertimento in vista delle amministrative dell’anno prossimo, quando devono essere rinnovati il comune capoluogo e la provincia: «Basta liti - ha tuonato ai suoi - mettetevi d’accordo, questa volta dobbiamo esserci».
Ma gli anti-politici sono anche disobbedienti. Insoddisfatti dei partiti e renitenti agli ordini di scuderia. Più sono piccoli e più si accapigliano. Ogni «meetup» raccoglie le proteste di qualche comitato anti-qualcosa presente sul territorio. I «no gronda» della Valpolcevera e di Voltri (contrari a una nuova tangenziale) stanno con gli «storici», mentre i «no bus-via» della Valbisagno sono schierati con il «meetup» 20. E poi ci sono i comitati contro l’inceneritore, la moschea, l’inquinamento, il piano urbanistico. Ognuno con il suo piccolo angolo di visuale, la sua fetta di ragioni e la frenesia di battere i pugni.
Interessi contrapposti e pacchetti di voti in palio: «Possiamo portare a Grillo almeno 7mila firme a sostegno del nostro programma», dice al «Decimonono» Rosa Vagge, leader degli anti-bus. Gli «storici» tuttavia non ne vogliono sapere: «Quelli del 20 cercano di fare pace ma non vedo margini - ribatte Daniele Cecere, uno dei leader - I responsabili di quel gruppo ci hanno sottratto con l’inganno le chiavi della piattaforma 20».
Così, tra una raccolta di firme e una piattaforma che passa di mano con l’imbroglio, cresce nuovamente il rischio di vedere i grillini divisi in due liste. Perché il vero nodo da sciogliere, una volta messi d’accordo i signori del «vaffa», sarà scegliere un candidato che vada bene a tutti. Pare che Grillo voglia puntare su un ventenne semi-sconosciuto come a Milano, mentre altri preferirebbero qualcuno con un minimo di esperienza, una candidatura «vera» e non di bandiera.
Il guru a cinque stelle avrebbe in mente una soluzione vecchia maniera: fare una sorta di congresso virtuale, mettere ai voti sul web le due liste e incoronare con il marchio del movimento quella che otterrà il maggior numero di consensi. Insomma, il nuovo che avanza utilizza i sistemi del passato celati sotto la modernità di internet. Ma la sostanza non cambia: il movimento è spaccato, le sezioni fanno a braccio di ferro e non è detto che i perdenti non trovino un’altra piattaforma su cui farsi sentire. E l’anti-politico ricciuto e incazzato dovrà mediare come un doroteo qualsiasi.




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domenica 29 maggio 2011

Napoli, l'usuraio con 8 milioni in casa si godeva tre pensioni di invalidità