venerdì 30 settembre 2011

Travaglio copia da un blog La rete insorge, lui nega: "Nel web solo mitomani"

di

Al centro del plagio un editoriale su Berlusconi che è andato dalla Ue e non si è fatto interrogare dai giudici. Il blogger smaschera il giornalista, lui risponde stizzito: "Potete cambiare giornale"



Anche il giornalista senza macchia Marco Travaglio ha i suoi scheletri nell'armadio. E stavolta è stato pizzicato dalla rete a copiare proprio dal web. A rivelarlo è il blog Daw, che ha messo a confronto un post di Claudio Messora - autore di ByoBlu.com - e un articolo dell'editorialista del Fatto Quotidiano
 
Nel suo post, pubblicato il 13 settembre 2011, Messora immagina un fantomatico dialogo a tre tra Silvio Berlusconi, il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, e la sua segretaria. L'articolo si riferisce all'episodio in cui il premier italiano ha preferito andare in Europa a presentare la manovra economica piuttosto che essere interrogato dai pm che indagavano sul caso Tarantini. 

Il giorno dopo cosa appare nella colonna della prima pagina del Fatto destinata all'editoriale di Travaglio? Un dialogo tra Ometto, Segretaria e Presidente. E le battute sono simili (anche per contenuti e stile) a quelli di Messora. La somiglianza è lampante. ByoBlu denuncia l'accaduto e il web insorge. Molti si domandano se Travaglio, paladino della legalità, sappia cosa è successo, se piuttosto il suo editoriale non sia stato scritto dal suo staff. Altri chiedono spiegazioni sulla sua pagina Facebook, qualcuno scrive al quotidiano.

La replica di Travaglio lascia basiti. Una lettrice del blog, Rosaria Salvato, pubblica su Facebook la risposta ottenuta: "Io non devo alcuna spiegazione a nessuno dei mitomani che infestano il web. Le posso solo assicurare che non ho mai copiato una riga in vita mia". E se i fan pensano che copi gli articoli possono "anche cambiare giornale". Insomma, come conclude un altro lettore di Messora "a quanto pare, davvero nessuno è perfetto, neanche sulla trasparenza e sulla moralità".




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Stop al "Nobel per la pace cinese"

La Stampa



Sull'evento scoppia la bufera: «Violato il regolamento». La targa nata in risposta al riconoscimento di Oslo al dissidente Liu Xiaobo


È nella bufera il controverso ’Premio per la pace Confucio', nato lo scorso anno come risposta cinese al premio Nobel per la pace che era stato attribuito, tra le rimostranze di Pechino, al dissidente cinese Liu Xiaobo. Secondo quanto riferisce la stampa cinese, il Ministero della Cultura ha deciso la sospensione dell’evento, che dovrebbe svolgersi a dicembre, in quanto i suoi organizzatori, che fanno capo alla associazione cinese per l’arte, non avrebbero ottenuto le necessarie autorizzazioni e avrebbero compiuto «rilevanti violazioni della regolamentazione».

Due settimane fa erano stati annunciati i candidati al premio di quest’anno tra i quali figurano i nomi del primo Ministro russo, Vladimir Putin, del fondatore di Microsoft, Bill Gates, della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente sud africano Zuma, di Yuan Longping, uno scienziato cinese noto per essere il padre del ’riso ibridò, di Soong Chu-yu, un politico taiwanese, e dell’undicesimo Panchen Lama, quello voluto da Pechino. Secondo quanto dichiarato da Liu Zhiqin, consulente per il premio di quest’anno, si tratterebbe di candidati che «hanno considerevolmente contribuito alla pace nel mondo o in una regione». Ma non tutti sono d’accordo. Secondo Zhu Dake, noto critico culturale della Università Tongji a Shanghai, si tratta di un premio «senza alcun valore in termini di standard culturali e che anzi è destinato a creare confusione nel giudizio della gente con riferimento ai valori della cultura».

Zhu ha anche aggiunto che il diffondersi di premi di questo genere determina il rischio di degenerazioni in situazioni di tipo commerciale e di profitto per persone o organizzazioni che usano nomi famosi come richiamo. Il primo (e finora unico) premio Confucio è andato all’ex vicepresidente taiwanese, Lien Chan il quale però non si presentò alla cerimonia per ritirare il premio (dotato di 100.000 yuan, circa 10.000 euro). Intanto non è chiaro al momento se il premio potrà comunque aver luogo o meno in futuro. Nonostante parte della stampa locale parli di cancellazione dell’evento, Liu Haofeng, presidente esecutivo del Premio per la Pace Confucio, ha detto che «si tratta solo della rimozione dei precedenti organizzatori» e che il premio si terrà comunque a dicembre.




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Inchiesta sui corvi in Vaticano caccia ai parroci anti-Vallini

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

ROMA - In Vaticano è scattata l’indagine. Chi si nasconde, stavolta, dietro l’anonimato assumendo le sembianze di un corvo?

Di lettere anonime al di là del Tevere - così come in Vicariato o all’indirizzo di Villa Giorgina, a via Po, dove ha sede la nunziatura e dove si preparano le terne dei candidati all’episcopato - ne arrivano parecchie. La tentazione di far arrivare al Papa o ai vertici della Santa Sede messaggi non firmati contenenti informazioni o giudizi (ma spesso vere e proprie calunnie) su questo o quel prelato nel tentativo di sbarrargli la strada a una promozione o per metterlo in cattiva luce presso i superiori, è in aumento. Il fenomeno - tutt’altro che nuovo - sembra che ultimamente abbia preso una piega un po’ preoccupante a giudicare dagli ultimi due casi eclatanti, il primo relativo alla lettera anonima indirizzata poco meno di un mese fa al Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, piena zeppa di riferimenti offensivi e minacce di morte, e l’ultima contro il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi capitolina, firmata genericamente i «Sacerdoti di Roma».


Al di là del Tevere ora si riflette sul perché vengono presi di mira i principali collaboratori del Pontefice e perché su di loro si sta abbattendo una campagna denigratoria senza precedenti.
Ora sarà la Gendarmeria prendere la situazione in mano e cominciare a indagare sull’origine della nuova lettera anonima, nel tentativo di capire da dove è partita, chi c’è dietro, se si tratta di una sola mano o se è stata pensata da più persone, se sussiste un filo conduttore che collega entrambe le missive oppure se non vi sono legami di sorta. Sospetti e veleni.

Fare luce su questo brutto costume non sarà facile, né arrivare al mittente. «Un po’ come trovare un ago in un pagliaio» sono le osservazioni che si raccolgono qui e là. Traspare molta amarezza per il nuovo episodio ritenuto sgradevole nella forma e nella sostanza. Nessuno però se la sente di commentare: esiste davvero un disagio così profondo all’interno del clero romano, come traspare dalla missiva al vetriolo contro il cardinale Vallini al quale viene imputata una gestione giudicata eccessivamente accentratrice, al limite del «militaresco»?

I veleni sembrano carsici e chissà da dove provengono. In curia chi ha la memoria lunga e grande esperienza ricorda che anche agli inizi degli anni Novanta circolavano lettere anonime ma erano di tutt’altro genere. Fece scalpore, strappando molte risate, l’analisi caricaturale sui vizi dei prelati in carriera. L’anonimo corvo dell’epoca, a differenza di quelli più recenti, era dotato di grande humor. Aveva suddiviso in tre grandi categorie i preti della Segreteria di Stato a seconda di come leggevano il breviario o dal cantante pop che preferivano.

C’era il «monsignore yuppie», che giocava a tennis, si manteneva in forma andando in palestra, indossando nel tempo libero la Lacoste. C’era il «tradizionalista» che non amava le mode e si faceva pellegrino a Medjugorie (ma senza farlo sapere ai superiori dato che quel santuario è ancora «irregolare»); infine il monsignore «intellettuale», vegetariano, che citava Adorno e Wittgenstein, amava Sting e i film di Woody Allen. La velina allora circolava in tutti gli uffici strappando risate persino all’allora Segretario di Stato, Angelo Sodano. Altri tempi. Niente a che vedere con le lettere di questo ultimo periodo, grondanti arsenico. Ecco perché in Vaticano vorrebbero saperne di più.



Venerdì 30 Settembre 2011 - 13:23    Ultimo aggiornamento: 13:37




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Roma, lo “zozzone” più famoso è tornato Giorgione, i panini adesso sono in regola

Il Messaggero


di Luca Monaco

ROMA - «Mi metterò in regola, e tornerò sul camion bar». Giorgione l’aveva promesso una notte del giugno scorso, mentre le macchine sfrecciavano sul viadotto di Corso Francia e lui osservava impassibile i vigili urbani compilare i verbali di sequestro e portar via il tavolo, le due piastre alimentate con le bombole a gas con cui per quindici anni aveva arrostito senza permessi hamburger e salsicce da addentare al chiaro di luna, tra due fette di pane imbevute di ketchup o maionese, epilogo mangereccio delle notti di movida dei ragazzi di Roma Nord.


 
La promessa mantenuta. Quella promessa Giorgio Guerrieri, 52 anni, «lo zozzone più famoso di Roma», l’ha mantenuta. Da circa un mese è tornato a bordo di un camion bar fiammante (e «munito di tutti i permessi necessari») a imbottire i panini alla fine di ponte Flaminio, poco prima dello svincolo per Tor di Quinto. Aveva subito un doppio sequestro nel giro di una settimana, e una serie di multe pari a 30mila euro, «contro le quali – chiarisce Giorgio – stiamo studiando un ricorso, almeno per ottenere una rateizzazione». E a chi si domanda perché lo abbiamo multato dopo ben 15 anni di vendite illegali, il comandante dei vigili del XX gruppo Giuseppe Bracci risponde che «mi sono insediato da meno di un anno e ho subito cercato di ripristinare la legalità sul territorio». «Sono tornato per restare». «L’unica cosa che conta è che io e miei dipendenti siamo tornati, per restare - dice Giorgione, che scherza - Abbiamo fatto come l’impero romano: ci siamo espansi troppo e alla fine siamo crollati».

Però ammette senza problemi che nonostante gli attestati di solidarietà dei suoi clienti in internet (alla pagina di Facebook «Giorgione Corso Francia»), e le proteste in strada («lo zozzo nun se tocca», recitava uno striscione appeso dopo la chiusura sul ponte della tangenziale), «i vigili avevano ragione, la struttura era precaria, e noi non avevamo i permessi. E poi – afferma indicando i frigoriferi – così è tutto molto più igienico, a norma di legge». I ragazzi: «Un’icona di Roma che ritorna». I ragazzi non sono d’accordo. «Prima c’era un’atmosfera più goliardica», assicura Giorgia, 19 anni, studentessa alla facoltà di Lingue della Sapienza . «S’è ripulito troppo - aggiunge Pierre, 29 anni - l’ho capito quando m’ha fatto lo scontrino», ironizza. «L’importante è che sia di nuovo al suo posto - sentenzia all’una del mattino Alessandro Pagano, un agente immobiliare di 32 anni, arrivato affamatissimo da Ponte Milvio – vengo a mangiare i panini da Giorgione da quando ho 17 anni, è un must. Però anch’ io lo preferivo prima, quando per schiacciare la carne usava quel mitico mattone rivestito di stagnola». «Anna Falchi? Si accomodi in piastra due».

Giorgione tranquillizza tutti:
«Il mattone non serve più, ma lo esporremo sul camion, e per quanto riguarda la seconda piastra, tranquilli, ce l’abbiamo». Poi spiega con orgoglio che la sua clientela è trasversale, comprende i tifosi di calcio, i personaggi dello sport e dello spettacolo. «Anche se io sono uno dei fondatori degli Irriducibili della curva nord - precisa - questo è da sempre un punto di ritrovo degli ultrà sia romanisti che laziali (un pensiero a Fabrizio “Mortadella” e Paolo “Civitavecchia”), poi una serie di calciatori: dai laziali Marco Di Vaio, che nel 1995 arrivava dalla Cassia in motorino, a Corradi, Giannichedda, Albertini e capitan Mark Fish che nel 2004, appena atterrati a Roma da Torino, dove avevano vinto la Coppa Italia contro la Juve, vennero a farsi il panino dopo i festeggiamenti. Poco prima che mi sequestrassero tutto - prosegue – sono venuti anche Rosi e Okaka della Roma. E in occasione del torneo di rugby “Sei Nazioni”, d’improvviso si è presentata tutta la squadra degli “All Blacks”». Infine i personaggi dello spettacolo: «Sono parecchi, tutti clienti abituali, ma per tutelarne la privacy cito solo Anna Falchi, che fu sorpresa dai paparazzi proprio davanti al mio chiosco». Il suo panino preferito? «Hamburger e insalata».

Venerdì 30 Settembre 2011 - 12:44    Ultimo aggiornamento: 12:50




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Ig-Nobel: premiati i profeti delle Apocalissi mai avvenute

Corriere della sera

Dovevano avvenire a partire dal 1954. Premi per studi sui sospiri, le tartarughe e i lanciatori di disco


MILANO - La scienza si prende in giro con la consegna degli Ig-Nobel: gli «ignobili» della ricerca per gli studi più assurdi e inutili. Anche quest'anno a Boston all'Università di Harvard si è svolta la cerimonia di consegna dei riconoscimenti di cui gli scienziati farebbero volentieri a meno. La cosa ridicola è che questi studi non sono inventati, ma sono stati (quasi tutti) effettivamente pubblicati in autorevoli riviste scientifiche di tutto il mondo. Ecco i premiati della 21ma edizione.

MATEMATICA - Premio collettivo per Dorothy Martin, Pat Robertson (famoso telepredicatore Usa), Elizabeth Clare Prophet, Lee Jang-rim, Credonia Mwerinde e Harold Camping. Ognuno di loro ha profetizzato la fine del mondo in date diverse a partire dal 1954 fino al 21 ottobre 2011. In quest'ultimo caso il premio è stato ovviamente consegnato sulla fiducia.

FISIOLOGIA - Per la fisiologia ha vinto uno studio di Anna Wilkinson, Natalie Sebanz, Isabella Mandl e Ludwig Huber che hanno dimostrato che lo sbadiglio non è contagioso tra le tartarughe a zampe rosse (Geochelone carbonaria). Le tartarughe erano un po' preoccupate, perché appena una sbadigliava le altre scappavano a gambe levate (con lentezza, trattandosi di tartarughe) temendo un'epidemia di sbadigli. Ora sono molto più tranquille.

CHIMICA - Il premio per la chimica se lo sono aggiudicato sette giapponesi che hanno verificato l'ideale densità del wasabi (il tipo di rafano piccante che accompagna il sushi) nell'aria per poter poter far risvegliare una persona addormentate in caso di incendio o altre situazione di emergenza. Si sono messi in sette per poter studiare l'applicazione: l'allarme al wasabi.

SICUREZZA - Particolare menzione a John Senders, dell'Università di Toronto. Insieme ad alcuni colleghi ha voluto capire in che modo una visiera parasole che cade ripetutamente sugli occhi di una persona interferisce con l'attenzione durante la guida in autostrada. La cavia è ancora - incredibilmente - viva.

PACE - Gli Ig-Nobel hanno anche una categoria destinata a chi promuova la pace nel mondo. Il premio è andato ad Arturas Zuokas, sindaco di Vilnius, capitale della Lituania. Il primo cittadino ha proposto di far schiacciare da un carro armato le auto di lusso posteggiate in sosta vietata. Il sindaco ha poi detto che la sua era solo una provocazione, però l'idea è piaciuta ai giurati del premio.

MEDICINA - Mirjam Tuk, Debra Trampe, Luk Warlop, Matthew Lewis, Peter Snyder, Robert Feldman, Robert Pietrzak, David Darby e Paul Maruff hanno studiato come lo stimolo a urinare interferisca con il processo decisionale. L'esperimento sottoponeva ad alcuni volontari dei test al computer, mentre bevevano periodicamente un quarto di litro d'acqua: gli esperti hanno misurato come il graduale gonfiore della vescica incida sull'attenzione e la memoria; e hanno stabilito che entrambe ne risentono quando si è concentrati sullo stimolo di fare pipì. Inappellabile la conclusione: «Quando scappa, scappa».

LETTERATURA - Non poteva mancare una menzione per i lavori letterari. Ha vinto John Perry dell'Università di Stanford per la sua teoria della «dilazione strutturata», secondo cui un «grande trionfatore» deve lavorare sempre a qualcosa di importante e usarlo come modo per evitare qualcosa di ancora più importante. L'ha capito solo lui.

PSICOLOGIA - Trionfo del norvegese Kar Halvor Teigen dell'università di Oslo che ha cercato di capire perché, nella vita quotidiana, la gente sospira. I non premiati tireranno un sospiro di sollievo.

BIOLOGIA - Darryl Gwynne e David Rentz hanno verificato che i maschi di una certa specie di coleotteri australiani scambia le bottiglie di birra vuote per le femmine e si accoppia con loro. Forse erano già ubriachi prima? Gli studiosi non sanno rispondere.

FISICA - Infine l'ambito premio per la fisica. Se lo aggiudicano Philippe Perrin, Cyril Perrot, Dominique Deviterne, Bruno Ragaru ed Herman Kingma che hanno identificato il motivo per il quale ai lanciatori di disco vengono le vertigini mentre a quelli del martello no. Dipende dal fatto che i lanciatori di disco ruotano di più di quelli del martello. Medaglia d'oro.


Redazione Online
30 settembre 2011 11:37



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Lo Zingarelli battezza "fighettismo" e "scrausa"

Quotidiano.net

Ma oltre a 1500 nuove parole fa la lista di quelle 'da salvare'

 Il totale delle voci del vocabolario arriva a 143mila, con 377mila significati, 44mila locuzioni, 72mila etimologie



Dizionario della lingua italiana


Roma, 30 settembre 2011 - Da una parte lo Zingarelli cede alla lingua parlata, e inserisce termini dialettali o neologismi ormai di uso corrente (tipico esempio dei tempi che corrono è "velinismo"), ma dall'altra lancia un accorato appello per salvare 2900 parole in via di estinzione, bellissime ma poco usate.

Secondo il più noto dizionario, che esce in versione 2012 molto rinnovato, l'Italia è sempre più afflitta dal ‘’velinismo’’, circondata da "fighettismo’’, dove si continua a ‘’sversare" liquami, a ‘’rippare’’ dvd e a fare i conti con il ‘’milleproroghe’’, che magari qualcuno potrebbe definire ‘’scrausa’’. In tutto le parole nuove sono ben 1500 e mirano a rispecchiare cambiamenti, le mode e l’evoluzione del costume italiano.

Cosi’ l’Italia di oggi è quella che si divide sul ‘’biotestamento’’, che teme il movimento ‘’sadrista’’ (legato al fondamentalismo islamico e diffuso specie in Iraq) e in cui si fanno le campagne ‘’anti-velo’’.

Un Paese dove il ‘’digital divide’’ (divario digitale) e’ ancora ampio ma si ragiona sulla ‘’glocalizzazione’’.

Il vocabolario continua a registrare l’abitudine di parlare diplomatichese, didattichese, giovanilese e politichese, tanto che viene definitivamente accolto il ‘’celodurismo’’ del leader leghista Umberto Bossi. Dalla moda arriva la nuova tendenza ad indossano i ‘’cuissardes’’ (gli stivali con gambale a mezza coscia) da parte delle donne. Il benessere e’ presente tra le new entries linguistiche con la pratica del ‘’cardiofitness’’, della ‘’fit boxe’’ e con il ‘’bosu’’ (nuovo attrezzo ginnico), magari ‘’eternizzare’’ se stesso o, per lo meno, fare il ‘’sirenetto’’ al mare nel caso degli uomini.

Il nuovo Zingarelli insomma è parecchio più corposo: ora il totale delle voci del vocabolario arriva a 143mila, con 377mila significati, 44mila locuzioni, 72mila etimologie. Nel l’opera sono presenti 11600 citazioni letterarie, 1000 schede di sfumature di significato e la segnalazione di 2900 parole da salvare perche’ a rischio estinzione, dato che ormai sono scarsamente usate: e’ il caso di ‘’seccatasche’’, per dire seccatore, ‘’panicolaio’’, per indicare un miscuglio confuso, e ‘’guardiavia’’, un calco dall’inglese guard rail coniato negli anni Sessanta ma che non ha avuto il successo sperato.




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Falso dentista in pieno centro Organizzava viaggi in Olanda per servizio-dentiere in tre giorni

Il Mattino


CASERTA - Un dentista abusivo e centri medici privi di autorizzazione sanitaria sono stati scoperti nel corso di un'operazione condotta dagli uomini del comando provinciale della Guardia di Finanza di Caserta che hanno denunciato quattro persone. In particolare, nel capoluogo i militari hanno scoperto uno studio odontotecnico privo delle necessarie autorizzazioni: l'attività era gestita da un falso medico che non aveva mai conseguito alcun titolo per l'esercizio della professione di odontoiatra.Quando le Fiamme Gialle hanno fatto irruzione nello studio lo hanno sorpreso mentre stava applicando una dentiera ad una ignara paziente.



Quando le Fiamme Gialle hanno fatto irruzione nello studio lo hanno sorpreso mentre stava applicando una dentiera ad una ignara paziente.
L'uomo, C.M., di 39 anni è stato denunciato alla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) per esercizio abusivo della professione medica.
Il fantomatico professionista è conosciuto dai suoi pazienti come odontotecnico e al fisco, invece, come assistente turistico. Organizzava, infatti, viaggi all'estero, principalmente in Olanda, dove nell'arco di tre giorni venivano consegnate ai suoi clienti dentiere complete.

Sempre nella stessa operazione i finanzieri hanno accertato che in un noto centro medico di San Nicola La Strada, operante nel campo della microchirurgia con laser, venivano effettuate operazioni chirurgiche specialistiche nei confronti di ignari pazienti senza che lo studio fosse dotato di sale operatorie autorizzate.

Venerdì 30 Settembre 2011 - 11:08    Ultimo aggiornamento: 12:19




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Il ritorno della gotta, malattia dei Papi e dei Re

Corriere della sera

Sta diventando sempre più democratica una patologia un tempo appannaggio delle classi agiate



John Locke: il filosofo ammoniva sul consumo di carne già nel'600
John Locke: il filosofo ammoniva sul consumo di carne già nel'600
MILANO - È stata la malattia dei re, dei Papi, dei grandi nobili del passato: di gotta ha sofferto la dinastia del Carolingi, Carlo Magno su tutti; Piero de' Medici, il padre di Lorenzo il Magnifico, era chiamato “il gottoso”; il Re Sole, Luigi XIV, fu colpito anche lui dalla gotta. Una patologia che conosceva già pure Ippocrate, il grande medico greco del quarto secolo avanti Cristo, che la descrisse minuziosamente, spiegando che riguarda soprattutto gli uomini e colpisce le donne solo dopo la menopausa; che si ammalano gli adulti, e generalmente chi non riesce a trattenersi da una sfrenata attività sessuale. Perché già allora la gotta veniva considerata una malattia dell'opulenza, che “segnava” i gaudenti e i licenziosi: «L'immagine tipica del gottoso è l'uomo in sovrappeso, con una bottiglia di vino in mano – spiega Carlomaurizio Montecucco, responsabile della Divisione di reumatologia al Policlinico San Matteo di Pavia –. In passato ciò era vicino al vero: la gotta infatti è associata a una dieta ricca di carni, insaccati, formaggi, dolci, ovvero a un'alimentazione che nei secoli passati e fino al secondo dopoguerra era appannaggio dei ricchi. Però conta anche la predisposizione genetica: ecco perché i casi di gotta si concentravano soprattutto in alcune nobili famiglie».

Libagioni e cibo a volontà innescavano la malattia, che i medici fino al diciannovesimo secolo pensavano essere pure colpa di incontenibili appetiti sessuali: gli attacchi dolorosi alle articolazioni, spesso dell'alluce, comparivano infatti di notte e all'improvviso, in più risparmiavano le donne. Ce n'era per credere che il problema fosse associato a qualche trauma procurato durante gli atti sessuali, ipotesi che ha creato non pochi imbarazzi ai Papi che si sono ammalati di gotta nei secoli (Giulio II, Clemente VIII, Innocenzo XI per citarne alcuni). Quanto alle cure, si brancolava nel buio: «A Costantinopoli, al tempo del Sacro Romano Impero, si usava l'estratto di una pianta, il colchico, per preparare clisteri lassativi. Si scoprì che questi riducevano i sintomi degli attacchi di gotta, ma non si poteva sapere che il merito era tutto della colchicina, una sostanza contenuta nella pianta – racconta Montecucco –. I medici di allora credettero che i miglioramenti dipendessero dall'effetto lassativo, perciò per secoli i gottosi sono stati curati con inutili purganti». L'unico ad aver avuto un sentore che pranzi fastosi e senza limiti fossero da bandire per mitigare la gotta fu il filosofo John Locke che, nel '600, consigliava di ridurre il consumo di carne per stare meglio.

Ma si dovrà aspettare la metà dell'800 perché venga scoperta la causa della gotta, che è dovuta a un accumulo di acido urico nel sangue: l'eccesso porta a formare cristalli di acido urico che si depositano nelle articolazioni, dando infiammazione e dolore. A metà '800 si capì che la colchicina ha un effetto antinfiammatorio e da allora si è impiegata per ridurre i fastidi degli attacchi di gotta, ma solo nel dopoguerra è finalmente arrivato un farmaco come l'allopurinolo, in grado di diminuire la produzione di acido urico e quindi tenere sotto controllo la malattia.

Che oggi non è più una prerogativa dei ricconi, anzi: «Da qualche decennio abbiamo tutti un'alimentazione che facilita la gotta: con il cambiamento degli stili di vita la malattia non è scomparsa ma anzi, risulta in crescita – spiega il reumatologo –. Essendo tutti esposti a una dieta “pro-gotta”, oggi emergono soprattutto i casi in cui c'è una predisposizione genetica o un uso consistente di farmaci che possono provocare iperuricemia, ad esempio i diuretici che ostacolano l'eliminazione dell'acido urico.

Così non a caso la dieta ormai non si considera più “curativa” per i gottosi, a meno di non scegliere regimi strettissimi che i pazienti non seguono affatto. Il vero problema della gotta, oggi? Essere ritenuta a torto una malattia “del passato”, per cui è di fatto dimenticata e poco diagnosticata». Secondo le ultime stime in Italia i gottosi sono circa l'1%, ma fra gli over 65 la quota arriva all'8%. Per di più la malattia sta cambiando volto perché sono sempre di più le donne che ne soffrono, soprattutto per l'ampio uso di diuretici: qualche tempo fa fu lanciato l'allarme ragazzine, perché molte usano questi medicinali per perdere peso.

E sono cambiate anche le manifestazioni della gotta: se in passato gli attacchi tipicamente partivano dall'alluce oggi riguardano più spesso altre articolazioni, in parte perché siamo diventati più sedentari. «Il risultato è che nessuno, oggi, se si ritrova con un'articolazione dolente o arrossata pensa che possa trattarsi di gotta e fa un semplice esame del sangue per valutare l'uricemia nei giorni seguenti all'episodio. Purtroppo, perché è una malattia meno “benevola” di quel che si pensi: quando diventa cronica i dolori per gli attacchi diventano insostenibili, in più si associa a un maggior rischio di infarti, ictus, malattie renali. Riconoscerla e curarla, oggi che è possibile, è doveroso», conclude Montecucco.


Elena Meli
30 settembre 2011 10:27



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Rifiuti a Napoli neve a Palermo. Il sud spreca e l'Italia paga

Libero




La monnezza di Napoli, la neve di Palermo, la rabbia del Nord. Questa volta gli slogan politici e la propaganda elettorale "padana" c'entrano poco, perché l'autogol è tutto delle due "capitali" del Meridione. Sotto il Vesuvio hanno rimediato una bella lettera dalla Commissione europea e conseguente apertura della procedura d'infrazione per non aver eseguito una sentenza di condanna  emessa nel 2010 dalla Corte di giustizia europea. La grana rifiuti, nonostante i proclami del sindaco De Magistris, è lontana dalla soluzione e come se non bastasse è in arrivo una multa salatissima, non a Napoli ma all'Italia. "L'ammenda la paghino loro", avvertono dalla Lega Nord.

E Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, fa sapere: "Dopo questo schiaffone europeo non si deve riprendere la solita inaccettabile richiesta di smaltire i rifiuti campani qui al nord". Ed è lo stesso Boni a commentare, caustico, l'altra notizia di sprechi e regole violate. Questa volta viene dalla Sicilia e da Palermo, dove un dipendente della Provincia veniva pagato profumatamente (con centinaia di ore di straordinari anche d'estate) per spalare la neve sulle Madonie, dove si toccano i 33 gradi. "Poi non sorprendiamoci - sottolinea il leghista Boni - se certe Regioni come la Sicilia costano nove volte di più della Lombardia...".
30/09/2011




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L'ovetto rubato che blocca la giustizia

Corriere della sera


Ragazzo alla sbarra per un furto da un euro. Il processo ne costerà migliaia




TARANTO - «Fino all'anno scorso nella cancelleria penale si usavano ancora i registri di carta» disse del tribunale di Taranto il presidente della Corte d'appello Mario Buffa durante l'inaugurazione di quest'anno giudiziario. «Roba dell'età della pietra...» aggiunse. Parlava del perché a Taranto la giustizia fosse così lenta.


Adesso sa che c'è almeno un altro motivo: l'impiego di tempo ed energie per celebrare processi come quello per il presunto furto di un ovetto Kinder. Siamo all'inizio, seconda udienza fissata per il 31 gennaio prossimo. Valore della «refurtiva»: 1 euro e 4 centesimi. Costo del processo: migliaia di euro fra atti, notifiche, tempo da dedicare e documenti da scrivere per cancellieri, magistrati, avvocati, carabinieri.

E se casomai si mettesse male l'imputato - che si chiama Donato, ha 20 anni ed è uno studente - potrebbe avere un futuro da pregiudicato. Vaglielo a spiegare, poi, se per esempio ti fermano per un controllo stradale, che sulla tua fedina penale c'è scritto sì che hai un precedente per furto, ma era un ovetto Kinder... L'avvocato di Donato, Gianluca Pierotti, è convinto che ci siano «tutte le premesse per chiudere questo caso con un'assoluzione». Ma tanto per cominciare ci vorrà tempo e questa storia tiene sulle corde la famiglia del ragazzo già da più di due anni.

È successo il 4 di agosto del 2009. Donato, allora 18enne, chiacchierava con un amico a Montedarena, sulla litoranea salentina, proprio davanti a un rivenditore ambulante di frutta e dolciumi. La cosa certa è che si è avvicinato all'Ape Poker del venditore (che di nome fa Luciano) per prendere un ovetto di cioccolato. Da qui in poi, però, le versioni diventano due. Lo studente dice di aver preso il Kinder dall'espositore per mostrarlo al commerciante e pagarlo. Il commerciante, invece, sostiene che il ragazzo l'aveva messo in tasca e che quando gli ha detto «ti ho visto, volevi rubarlo», ha ricevuto come risposta una raffica di insulti (da qui il rinvio a giudizio anche per ingiurie). «Tutto falso» replica Donato.

«Mi ha sgridato perché non dovevo toccarlo e gli ho chiesto pure scusa». Insomma, un battibecco. Niente che valesse più di una banale seccatura. E invece no. Il venditore ambulante ha chiamato i carabinieri, Donato è stato identificato e sentito in caserma e alle due di notte, quando suo padre si è ritrovato davanti al commerciante, ha provato a chiudere la partita con tante scuse e una stretta di mano. Niente da fare. E nemmeno i tentativi di transazione dei giorni successivi sono andati a buon fine (l'ultima offerta era 1.600 euro). Così la faccenda è diventata decisamente più seria di quel che meritava e il fascicolo dell'ovetto è finito sul tavolo del pubblico ministero Raffaele Graziano: furto e ingiurie. Rinvio a giudizio e processo. Avendo ben presente che anche soltanto l'atto di citazione costa ben più del valore della refurtiva.

L'avvocato Pierotti conta di smontare l'accusa anche grazie all'informativa dei carabinieri, una paginetta che riassume la vicenda e che definisce «alquanto improbabile» la versione del commerciante. Perché Donato «indossava un pantalone jeans a vita bassa aderente e tale da impedire l'intromissione nella tasca di un uovo di cioccolato». C'è da sperare che non si arrivi a una perizia per stabilire se e come un ovetto Kinder può stare nella tasca di un jeans.


Giusi Fasano
gfasano@corriere.it
30 settembre 2011 07:17



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Gli sposi sotto il torchio del Fisco

La Stampa


Il Fisco chiede agli sposi di specificare ogni spesa relativa alla cerimonia e all’intrattenimento di parenti e amici

Palermo, questionario dell'Agenzia delle entrate: "Diteci a chi vi siete rivolti e quanto avete speso"


LAURA ANELLO
PALERMO

Povere coppie fresche di nozze. Non soltanto ancora ignorano cosa li aspetta quando la luna di miele finirà, l'idillio pure e gli sbadigli prevarranno sui baci, mentre veli e fotografie resteranno ad ammuffire nei cassetti. Adesso ci si è messo pure il Fisco a rovinare la festa, deciso a stanare l'evasione nel business dei fiori d'arancio.

Così nelle case di duemila palermitani sposati dal 2006 a oggi è arrivata una busta che non somiglia affatto a un biglietto di auguri. È un questionario in cui, con toni quasi inquisitori, si chiede ai neo-coniugi di indicare chi si è occupato del ricevimento, chi dell' addobbo floreale, chi del servizio fotografico, chi del video riprese, montaggio e produzione - chi dei confetti e bomboniere, chi dell'auto a noleggio. Chi del bouquet della sposa, perfino. E soprattutto, quanto si è pagato e se in cambio si è avuta o no la ricevuta.

Roba da fare impallidire la più giuliva delle spose, considerato che per il matrimonio in Sicilia non si bada a spese, anzi si fanno pure debiti per impressionare amici e parenti con adunate oceaniche, discese scenografiche dai motoscafi, brindisi al tramonto. Uno dei pochi business che tira ancora, nonostante la crisi del «per sempre» sia arrivata anche in fondo allo Stivale. Cifra media, 25 mila euro o giù di lì. Peccato però che questa bella somma venga spesso sborsata senza avere in cambio uno straccio di fattura.

Sentire per credere un giovane professionista che si è sposato a Palermo tre mesi fa: «Un famoso fotografo della città ci ha chiesto 2.500 euro, ma solo mille sono stati fatturati racconta -. Nessuna ricevuta per l'auto presa a noleggio, 250 euro, e neppure per l'estetista e l'acconciatore di mia moglie e delle altre donne, per un totale di 1.500 euro». A nero anche violinista e organista. In regola al centesimo, invece, il fiorista, che ha voluto 950 euro per l'addobbo della chiesa, della villa e per il bouquet della damigella, e anche la villa-ristorante di un paese dell'hinterland. «Cento euro a coperto, eravamo 190 - calcola - ben19 mila euro, ma tutte fatturate».Adesso l'Agenzia delle Entrate di Palermo in tempi in cui la lotta all'evasione è diventato un mantra per rabberciare manovre zoppicanti e ancor più vacillanti tensioni etiche - ha scelto di scovare l'evasione in grande. O almeno di provarci. Pescando dall'anagrafe tributaria i nomi delle coppie e inviando il tardivo regalo. Che pretende una risposta.

Perché - c'è scritto nella lettera - gli sposini hanno l'obbligo di rinviare agli uffici il modulo compilato, pena una sanzione pecuniaria che l'Agenzia nel questionario si limita a indicare senza entrare nel merito delle cifre. Il Fisco non chiede alle coppie di produrre ricevute e fattura, e non li persegue per questo: non potrebbe farlo, perché un cittadino non ha alcun dovere di conservare i documenti. Ma vuole che parlino, con la stessa voce convinta che hanno usato all'altare per dire sì. Parlare, denunciare, fornire nomi, indirizzi e cifre. E dire la verità, tutta la varietà.

Così commercialisti e avvocati della città sono tempestati da domande di preoccupatissimi sposi, che si scervellano sul come uscirne indenni. Già. A meno che la torta nuziale non sia andata di traverso a qualcuno, o che la coppia sia scoppiata e abbiavoglia di prendersela pure con i professionisti dell'evento, pochi hanno voglia di puntare il dito contro «il ricordo più bello». Anche perché, come al solito, in cambio della complicità sul nero, molti hanno contrattato uno sconto.

Ma se è grave non rispondere, ancor più grave è dichiarare il falso, sostenendo che il bouquet era fatto di fiori di campo raccolti dallo sposo e il catering a cura della nonna. Se un controllo incrociato sul conto corrente rileva la menzogna, sono guai. Resta una terza via: rifugiarsi in una serie di non ricordo. Ma anche lì, difficile credere a un'amnesia collettiva. Per troppa emozione davanti all’altare. O, chissà, per voglia di fuga.




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Se Lavitola impallina i cronisti

Corriere della sera

L'uomo è apparso furbissimo, scaltro, a suo modo abile




Potrò anche sbagliarmi, ma ho avuto la netta impressione che Valter Lavitola, nella ormai famosa partecipazione alla nuova trasmissione di Enrico Mentana, «Bersaglio mobile», non si sia fatto impallinare dalla pur nutrita schiera di cacciatori (Carlo Bonini, Corrado Formigli, Marco Travaglio e Marco Lillo), ma che anzi li abbia in qualche modo usati per mandare messaggi a chi di dovere.


È un'impressione nata più dall'osservazione dei tratti fisiognomici del latitante, del tono delle sue risposte, dell'ostentata, immobile sicurezza e, non ultimo, dalla strana decisione di darsi in pasto a «feroci» cronisti giudiziari.


La domanda che tutti gli facevano era «Ma lei che mestiere fa?» (giornalista, imprenditore ittico, brasseur d'affaires, filantropo, consigliere del Principe, manutengolo? Non si è capito); la domanda che oggi, a due giorni di distanza, dobbiamo invece porci è un'altra: a chi si rivolgeva veramente Lavitola, da quel luogo sicuro e misterioso del Mar dei Carabi? L'uomo è apparso furbissimo, scaltro, a suo modo abile. Interrogato sulla sua presunta appartenenza alla massoneria, dopo una breve digressione biografica, risponde perentorio: «La massoneria insegna a stare zitti».

Appunto: così zitti che uno va in tv per più di due ore, da latitante, a raccontare i fatti suoi: «Sono stato definito uomo nero, spregiudicato, o faccendiere, anche se non ne conosco il significato. Io sono determinato e non soffro di timori reverenziali verso nessuno. Sono inviso a buona parte dei collaboratori del Presidente. Alcuni di loro mi sono cordialmente antipatici». Faccendiere? Proviamo ad aiutare Lavitola a comprenderne il significato.

Mercante, trafficante per conto terzi, chi si affaccenda (dal latino «facere», fare) per compiere intrighi, più o meno leciti, o svolgere nell'ombra attività di mediazione con la pubblica amministrazione. È la faccia losca del lobbista.



30 settembre 2011 07:41



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Prigionieri dei pirati Per i marinai italiani trattativa nel silenzio

La Stampa


L’appello dei familiari dei marittimi sequestrati dai pirati


Da otto mesi famiglie nell'angoscia: attesa per la svolta


FABIO POZZO

È una storia senza voci quella della «Savina Caylyn». Deve esserlo. Perché i familiari dei cinque marittimi italiani prigionieri da quasi otto mesi dei pirati, costretti a «marcire» sulla loro nave nella Tortuga somala, hanno chiesto di nuovo il silenzio. Un riserbo che fonda su un patto stretto col governo e con l’armatore: bocche chiuse per la libertà dei loro cari.

Era cominciata proprio così. Nel silenzio. «Non parlate con i giornalisti, che può essere pericoloso» avevano detto ai papà, alle mamme, ai fratelli e alle sorelle del comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, del direttore di macchine Antonio Varecchia, del primo ufficiale Eugenio Bon, del terzo ufficiale Crescenzo Guardascione e dell’«allievo» GianMaria Cesaro. Così, le famiglie - a Procida, Piano di Sorrento, Trieste, Gaeta - si erano chiuse nel loro dolore. Aspettando, sperando. Fino all’8 agosto scorso, alla scadenza del sesto mese di prigionia dell’equipaggio del «Savina» (a bordo anche 17 marittimi indiani), quando qualcosa s’è rotto. Dalla «terra di nessuno» sono giunte le telefonate drammatiche dei sequestrati.
«Piangeva, aveva una voce irriconoscibile, balbettava...» racconterà Adriano Bon, il padre. Colloqui strazianti, che hanno unito via satellitare comuni dolori. Aggiunto ansia, paura. E così, il «muro di gomma» forzato, costretto, s’è sciolto. Hanno protestato, gridato, pianto. Hanno parlato ai giornali, ai network televisivi, alle agenzie di stampa. Si sono accampati sotto la sede della compagnia a Napoli, la «Fratelli D’Amato». Hanno ritagliato e cucito enormi stiscioni. I familiari di quei marittimi «dimenticati», insomma, sono scesi in piazza. Hanno smosso le acque. Guadagnandosi l’appoggio di Comuni, Regioni, vescovi. Organizzazioni come Emergency e l’Apostolato del mare. Un appello del Papa, uno del presidente della Repubblica. E quei marittimi «di serie B» sono stati promossi nella «divisione superiore».

Una settimana fa, però, è risuonata la campana dell’ultima ora, dell’ultimo giro. Una settimana di tregua, hanno fatto sapere i pirati, e poi avrebbero «iniziato una tortura al giorno sull’equipaggio». Così, ancora una volta, tutto è precipitato. Per le famiglie, già col cuore in gola, la minaccia ha avuto l’effetto di un corto circuito. E le voci si sono alzate ancora più intense. Se non altro, per l’armatore Luigi D’Amato, che le ha sentite levare (metaforicamente, vivendo lui a Ginevra) proprio da sotto le finestre della sede della sua compagnia.
Da un presidio organizzato da chi aspettava una risposta. Le ultime ore sono state frenetiche. C’è stato un incontro tra D’Amato e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, quindi l’armatore ha incontrato i familiari dei marittimi a Napoli. E qui, in questo luogo, in questo momento, che è stato stretto il patto. Il silenzio. La libertà. Non si può riferire, solo ipotizzare: le trattative per il pagamento del riscatto probabilmente saranno state velocizzate, avvicinate alla conclusione. Che, adesso, pare per la prima volta imminente.

Quanto hanno chiesto i pirati? Quindici milioni di dollari, sembra. Girava anche voce che, ultimamente, si fosse giunti a negoziare i 7 milioni. Si sa come vanno le cose: quella dei pirati somali è una nuova industria, finanziata, foraggiata, organizzata da diversi poteri, uomini in doppiopetto e caftano immacolato. Agenzie londinesi che si occupano di gestire il riscatto, istituti di credito che lo accolgono... Un riscatto di cui, in realtà, non si può parlare: pagano tutti (è stato così anche per il rimorchiatore italiano «Buccaneer»?), ma per l’ordinamento italiano è un reato. Ecco perché il governo è stato fermo nell’opporsi a qualsiasi transazione in denaro.

Così, i nuovi filibustieri, hanno alzato il tiro della loro guerra del terrore. Hanno pigiato «on» sui telefoni satellitari, e lo strazio è rimbalzato dalla rada di Haradhere, dove la «Savina Caylyn» risulta essere alla fonda, insieme ad altre quattro o cinque navi sotto sequestro, in quelle case di Trieste, Procida, Gaeta e Piano di Sorrento. Una strategia per accelerare la «pratica» del riscatto? Forse. Ma, altrimenti, che hanno da perdere quei banditi?

Il governo ha sempre escluso un intervento militare: troppo rischioso per gli ostaggi. C’erano andati vicino, gli incursori della Marina, con il «Buccaneer». Questa volta, la situazione è stata «seguita con attenzione»: non si può aggiungere altro, perché ciò rientra negli incartamenti classificati. Riservati, insomma. Basti dire, però, che la «mitragliata» che giorni fa da un «pick up» dei pirati contro un elicottero dell’«Andrea Doria», il cacciatorpediniere lanciamissili della nostra Marina di servizio nel Golfo di Aden sotto l’«ombrello» della Nato, è stata esplosa proprio perché i militari si erano avvicinati un po’ troppo alla «Savina».

Silenzio, dunque. Aspettando. E che ciò valga anche per i marittimi della «Rosalina D’Amato, l’altra nave italiana in mano ai filibustieri somali, alla fonda a El Dahanan ee nel Puntland con 22 uomini a bordo, dei quali sei italiani.




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Il trans Brigitte e la strage di Veracruz Narcotraffico o squadroni della morte?

Corriere della sera


Il mistero di Boca del Rio: scaricati in pieno giorno 35 cadaveri. Tra le vittime 12 donne, minori e due poliziotti



Il trans Brigitte
Il trans Brigitte

WASHINGTON – Chi ha ucciso il trans Brigitte e altre 34 persone? I narcos o uno squadrone della morte? La strage avvenuta a Veracruz (Messico) il 20 settembre sta riservando non poche sorprese, con le autorità in imbarazzo davanti all’attività di gruppi di vigilantes non proprio senza macchia.

IL MASSACRO – E’ pieno giorno a Veracruz quando in una strada nella zona di Boca del Rio appaiono degli uomini armati. Indossano divise, ma questo non vuol dire che siano agenti perché i narcos usano spesso abiti militari. Il commando ferma il traffico e scarica da due camioncini 35 cadaveri. Vicino il manifesto di rivendicazione che accusa le vittime di essere al servizio dei Los Zetas, una delle più importanti formazioni criminali.

LE INDAGINI – Tra le vittime vi sono 12 donne, due minori e almeno un paio di poliziotti. Qualche giorno dopo si aggiunge il nome di un personaggio noto nel sottobosco – e non solo – di Veracruz. E’ quello di Brigitte, un trans molto popolare e che si dice abbia tra i suoi clienti anche delle personalità. Risvolto strano: il 17, ossia tre giorni prima, era stato annunciato il suo assassinio ma Brigitte aveva smentito via Facebook. L’autopsia rivela che 34 persone sono state strangolate, solo una è stata finita con un colpo di pistola. E’ possibile che i killer non abbiano usato armi da fuoco per non lasciare tracce balistiche. Precauzione inusuale per i i narcos.

LA PISTA – Gli investigatori accusano il gruppo «Gente nueva», i sicari del Cartello di Sinaloa in guerra a Veracruz contro i Los Zetas. Ma la storia si complica quando la madre di una delle vittime denuncia: «Mio figlio era stato fermato dalla polizia municipale e da quel momento è scomparso». Vuol dire che è stato preso e assassinato da una squadrone della morte? I giornali non si sbilanciano, le autorità prendono tempo per «non violare il segreto istruttorio». Arrivano, infine, su Youtube due video di rivendicazione a nome dei Mata Zetas. Una sigla già nota che pretende di agire «in difesa del popolo» ma che in realtà fiancheggia Sinaloa e il Golfo contro i Los Zetas. Intanto i killer uccidono ancora - altre 15 persone - mentre nelle strade compaiono striscioni, messi dai narcos, che accusano la Marina di aver partecipato alle esecuzioni. Probabilmente si tratta di calunnie ma che aggiungono veleno.

Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»
Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»

LA PROCURA – Martedì, fonti giudiziarie non escludono il coinvolgimento nella strage di appartenenti alle forze dell'ordine. E si aprono così altri scenari. Il primo: i poliziotti hanno agito per conto del cartello di Sinaloa, una «pratica» piuttosto diffusa in Messico. Il secondo: gli agenti fanno parte di squadre che conducono una guerra segreta contro criminali, veri o presunti. Un fenomeno pericolosamente in crescita in diversi stati messicani. Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: "Non e' successo nulla, tutto va bene". Ma il mistero di Veracruz non e' stato ancora risolto.






Guido Olimpio
30 settembre 2011 09:25



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giovedì 29 settembre 2011

Per l'ospedale è «giunto cadavere» ma era una semplice distorsione

Corriere della sera


Sbagliato il referto di un turista romano di 50 anni, travolto da un'auto a Taormina



PALERMO - Gli ospedali siciliani fanno miracoli. Altro che malasanità. Nel referto rilasciato dall'ospedale di Taormina (Me) a un turista di Roma, che era stato investito da un'auto, risulta che il paziente è «giunto cadavere», per poi essere dimesso con un semplice «trauma distorsivo al ginocchio». Protagonista di questa singolare avventura un 50enne, Giuseppe Teodoro, che si trovava in vacanza a fine luglio in Sicilia con la propria famiglia. Mentre passeggiava per le stradine di Taormina, l'uomo è stato travolto da un'auto e ricoverato nell'ospedale della cittadina della costa jonica.
«MIRACOLATO» - Dopo quattro ore d'attesa, l'uomo, che è dipendente del ministero della Giustizia, è stato sottoposto a una radiografia, quindi è uscito dal nosocomio con una prognosi di 10 giorni. Quando è tornato in albergo ha letto la cartella clinica e ha trovato la «sorpresa». «Ho scoperto di essere stato miracolato - dice Teodoro - Infatti, dal referto, ho appreso di essere «giunto cadavere» e di avere acquisito il dono della resurrezione, per essere riammesso tra i comuni mortali, con la prognosi predetta. Chi l'ha detto, dunque, che in Sicilia governa la malasanità? Negli ospedali resuscitano pure i morti». Se la prende a ridere, Giuseppe Teodoro, che ha però subito davvero le conseguenze della disattenzione dei medici siciliani. Non si trattava infatti di una semplice distorsione. «Quando sono tornato a Roma ho scoperto che la rotula si era frantumata - prosegue - bloccandomi l'articolazione. Alla fine sono stato costretto a farmi operare». (fonte: Ansa)



Il referto








Autisti alla guida con il telefonino: passeggeri indignati e video online

Corriere della sera

Mercoledì l'episodio del dipendente Tpl che fa scendere tutti, giovedì nuova denuncia per un autista dell'Atac. Il 7 settembre un altro conducente faceva il bancomat

Alla guida con il telefonino
Rcd


ROMA - Non è un buon periodo per i guidatori degli autobus. I passeggeri osservano con attenzione tutti i loro comportamenti. Dopo l'autista dipendente delle linee periferiche (Tevere Tpl) che blocca il mezzo e fa scendere tutti adirato perchè filmato da un passeggero mentre guida e parla al telefonino, giovedì un nuovo video. Stavolta pubblicato sul sito del quotidiano Il Messaggero, che mostra un autista dell'Atac che guida mentre parla al cellulare. E lo scorso 7 settembre un altro autista era stato preso in flagrante mentre fermava l’autobus per prelevare al bancomat.


«IL BUS E' ROTTO» - L’uomo dipendente delle linee periferiche, (gestite dalla Tevere Tpl), alla guida del 511, colto con il cellulare tra le mani, invece di chiedere scusa ai passeggeri ha bloccato il mezzo e ha fatto scendere tutti. Pure piuttosto adirato. La storia viene raccontata da un uomo che era a bordo del bus, «quando si è reso conto che con il mio telefonino stavo riprendendo lui che guidava parlando al cellulare si è arrabbiato e ha fatto scendere tutti dicendo che il bus era rotto». L'assessore alla Mobilità di Roma Capitale, Antonello Aurigemma è intervenuto mercoledì in serata sull’episodio. «Abbiamo provveduto a contattare Roma Tpl affinché, dopo le opportune verifiche, prenda i provvedimenti del caso. Se confermato, si tratta di un fatto di estrema gravità, che oltre a ledere i diritti degli utenti getta discredito su una categoria che svolge ogni giorno con professionalità un servizio fondamentale per la città di Roma. Abbiamo invitato l'azienda a mettere in campo ogni misura per evitare che in futuro possano ripetersi episodi del genere».

LE REGOLE PER LE TELEFONATE - Per l'autista finito giovedì in video sul sito del Messaggero, si è subito attivata l'azienda di cui è dipendente, l'Atac, che in una nota fa sapere di «aver attivato immediatamente tutte le procedure previste dal regolamento per arrivare all'identificazione del responsabile e quindi all'attivazione degli opportuni procedimenti disciplinari». «Atac spa ricorda che è severamente vietato per i conducenti fare uso di dispositivi mobili mentre si è alla guida, salvo se collegati a un auricolare ed esclusivamente per impellenti ragioni di servizio, esclusivamente per un tempo limitato e senza pregiudizio per la sicurezza. L'azienda applicherà la massima severità per sanzionare tutti coloro che si rendono responsabili di comportamenti che contrastano con i regolamenti aziendali e che, peraltro, sono del tutto inconciliabili con le responsabilità e i doveri di chi svolge un ruolo di servizio pubblico».

Redazione online e cartacea (Corriere della Sera, Cronaca di Roma a pagina 1)
29 settembre 2011 17:23

Messico, la Chiesa e la tentazione di trattare con i “narcos”

La Stampa



Messico. La lotta al narcotraffico
Messico. La lotta al narcotraffico

L’idea attraversa una parte marginale della comunità ecclesiale. La maggioranza dei vescovi, invece, si oppone a chi suggerisce al governo di venire a patti con i “cartelli”

 
Andrés Beltramo Álvarez
 
Città del Vaticano

È urgente ricostruire il tessuto sociale del Messico, che soffre a causa di elevatissimi indici di violenza. Secondo i vescovi del Paese è chiaro che la proliferazione delle bande criminali è il risultato di tanti anni di corruzione e illegalità. Una perdita assoluta di valori. Ecco perché i presuli si oppongono ai diversi attori sociali che suggeriscono al governo di “venire a patti con i narcos” per raggiungere la pace.

Una proposta che ricorda le presunte negoziazioni tra la mafia e i servizi segreti in Italia, accordi che avrebbero avuto luogo nei primi anni Novanta e che, secondo il procuratore antimafia Piero Grasso, hanno permesso di evitare attentati contro politici di alto livello.

Nel Messico, la lotta contro i cartelli della droga, sempre più ricchi e potenti, si è diffusa nelle strade e ha provocato la morte di migliaia di persone innocenti, coinvolte in episodi di violenza ogni volta più radicale, come il recente incendio in un casinò di Monterrey nel quale hanno perso la vita 50 persone, o la decapitazione di una giornalista di Nuevo Laredo (al confine con gli Stati Uniti).

Il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Tlalnepantla, Efraín Mendoza Cruz, ha dichiarato in un’intervista con Vatican Insider che «non è ammissibile» stabilire trattative con chi ha provocato e continua a provocare così tante ferite ai danni del popolo messicano.

«Non si può pensare - ha aggiunto il vescovo -  di mettere insieme l’acqua con l’olio. Non si può fare un patto con quelli che non sono disposti a cercare il bene comune, lo sviluppo di una nazione, il rispetto per la vita e i valori fondamentali. Siamo completamente diversi, non si possono capire i vincoli di simpatia e comunicazione che legano alcuni esponenti politici ai narcos».

Inoltre, il presule ha ricordato che nel 2010 la Conferenza dell’Episcopato Messicano (CEM) ha diffuso il documento “Che in Cristo, la nostra pace, Messico abbia una vita degna”, nel quale tutti i membri si sono impegnati nel promuovere la ricostruzione del tessuto sociale, del rispetto delle leggi e nell’offrire speranza al popolo.

Secondo il prelato, in Messico si è perso il senso della legalità e si vive in uno «stato d’illegalità», situazione che la Chiesa non ignora. Ed è per questo che ha rivolto un appello ai vescovi e sacerdoti esortandoli a mantenere la propria identità evitando di perdersi nella confusione e nell’incertezza.

Anche se la tentazione di fare un accordo con il crimine sembra di aver inquinato alcuni settori marginali della Chiesa, l’esigenza manifestata da alcuni leader sociali di un cambiamento radicale nella strategia di lotta contro il narcotraffico, che preveda anche il rientro dell’esercito alle caserme, ha avuto molta più attenzione all’interno della Chiesa.

Quando cominciò la lotta contro i “narcos”, circa cinque anni fa, l’amministrazione del presidente Felipe Calderón Hinojosa decise di coinvolgere l’esercito in una guerra frontale ai cartelli. Una decisione obbligata, perché gran parte delle forze della polizia del Paese è corrotta. Ma, con l’esercito, i livelli di violenza non sono diminuiti. Anzi.

Il vescovo della diocesi di Saltillo, Raúl Vera López, è la voce principale dei cattolici che chiedono al governo di ritirare l’esercito dalle strade, argomentando che proprio i militari sono i responsabili di violazioni contro i diritti umani in diverse località. Gruppi che supportano il leader pacifista ed ex sacerdote, Javier Sicilia (che ha perso un figlio recentemente) mantengono una posizione simile, mentre la CEM è un po’ più realista. Almeno lo sembra il suo presidente, Carlos Aguiar Retes, che considera inevitabili i “danni collaterali” nella lotta spietata contro i criminali.

Secondo Eugenio Lira Rugarcía, prelato ausiliare dell’archidiocesi di Puebla, oltre ad avere implorato e chiesto i doni della sicurezza, la giustizia e l’unità, i messicani hanno bisogno di diventare gli autori della pace, un elemento fondamentale per il vero sviluppo e per il diritto di ogni persona
«La prima cosa - ­ ha detto in un’intervista - è non perdere la speranza; c’è il rischio di pensare che le cose siano così e che ormai non si può fare nulla; sarebbe un errore gravissimo.

È urgente, invece, avere speranza, prima in Dio, che non ci lascia mai, e poi nella Madonna di Guadalupe».

«Il vero problema della crisi che stiamo vivendo - ha aggiunto - è una perdita di valori. Quando si perde l’orizzonte della persona umana, il valore della sua vita, della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali, non la si tratta come più qualcuno, ma come qualcosa che si può sequestrare, maltrattare e rendere oggetto di traffici».






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Il nostro cervello divide i ricordi in pacchetti da 125 millisecondi

La Stampa


E' poi in grado di passare rapido da uno all’altro

Roma

Secondo gli scienziati norvegesi diretti da May-Britt Moser e Edvard Moser del Kavli Institute for Systems Neuroscience il nostro cervello crea delle mappe dei luoghi che vistiamo. Ogni ricordo viene inserito in un “pacchetto” (o registrazioni) da 125 millisecondi ciascuno siamo poi in grado di passare da un pacchetto all’altro rapidamente e senza confusioni.

Grazie a questa capacità cerebrale che, per esempio, quando ci svegliamo di soprassalto riusciamo, salvo rare eccezioni, riconosciamo subito il luogo in cui siamo, il cervello è subito pronto a “srotolare” la mappa mentale della stanza.

L’esperimento sfruttato dagli scienziati per capire come organizziamo i ricordi è davvero curioso. Gli esperti hanno infatti “teletrasportato” virtualmente dei topolini da una stanza A a una stanza B e hanno visto come reagiva il cervello degli animali a questo rapido passaggio di ambiente.

Per teletrasportarli gli scienziati hanno usato un gioco di luci: cambiando cioè l’illuminazione nella scatola in cui si trovavano i topi, questi credevano di essere proiettati istantaneamente dalla camera A a quella B e viceversa. I topi non si muovono da dove sono ma per il loro cervello, che ha imparato a riconoscere e distinguere A da B e che si è creato un ricordo di ciascuna stanza, il teletrasporto avviene “davvero”. Infatti gli scienziati hanno constatato che al cambio virtuale di ambiente, ottenuto giocando con le luci, immediatamente nel cervello dei topi si registra la mappa mentale, o più in generale il ricordo, di detto ambiente. Il pacchetto-ricordo può contenere pochi attimi di vita, 125 millisecondi, e il cervello è molto abile a passare dal pacchetto A al pacchetto B: lo può fare anche otto volte di seguito al secondo.

«Abbiamo ingannato i topi - spiega May-Britt Moser - ovviamente non c’è nessun teletrasporto ma abbiamo ideato un modo per farglielo credere reale». Infatti registrandone l’attività cerebrale si capisce che i topi realmente credono di essere passati da un ambiente A a quello B. E quando i ricercatori li teletrasportano, i topi sentono esattamente lo stesso genere di transitoria confusione che avvertiamo noi quando momentaneamente non sappiamo dove ci troviamo. Ma il cervello rimedia subito e non mischia mai il pacchetto A con quello B, al massimo può avere un piccolissimo ritardo nel passare da uno all’altro ricordo.

«Stiamo cominciando a far luce sui contorni e i meccanismi che compongono il mondo de nostri pensieri», conclude May-Britt Moser.




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I porti sicuri della casta: dopo la politica il mare

Libero



L'ultimo approdo è stato quello di Piergiorgio Massidda. Senatore Pdl, fedelissimo del suo conterraneo Beppe Pisanu. Un pizzico inquieto, perché già un anno fa minacciava di fare armi e bagagli perché il suo cuore era con Silvio Berlusconi, ma la testa gli diceva di seguire Gianfranco Fini nel suo Fli. Inquietudini e aspirazioni di Massidda ora però hanno trovato il loro porto. Letteralmente perché il politico sardo  in un paio di sedute della commissione di merito alla Camera e al Senato è stato impalmato alla presidenza della Autorità portuale di Cagliari. È accaduto la scorsa settimana con un sostanziale beneplacito bipartisan: l’opposizione non gli ha votato contro, ma si è limitata all’astensione (sia Pd che Idv). Già due giorni dopo Massidda si è buttato anima e corpo nella nuova avventura, salendo a bordo di una nave da crociera della Msc con tanto di miss ad attenderlo per l’occasione.

Al momento l’inquieto politico di centro-destra sta cumulando tre incarichi pubblici: quello da presidente di Autorità, quello da consigliere provinciale di Cagliari (si era candidato alla testa di una omonima lista civica contro il Pdl) e quello da senatore. Appena eletto all’autorità di garanzia raggiungendo il triplo incarico in supplesse proprio in mezzo alle polemiche sulla casta, Massidda ha annunciato che darà le dimissioni da senatore lasciando uno scranno libero per qualcuno del Pdl magari meno inquieto.

L’incompatibilità - Non è un particolare atto di generosità: gli incarichi sono incompatibili, e fra i due nonostante tutti i privilegi di palazzo, il più redditizio è quello alla guida dell’Autorità portuale. Lo stipendio è più che doppio rispetto a un alto dirigente del ministero dei Trasporti. Di base è poco inferiore ai 200 mila euro all’anno, ma con gettoni e altre indennità alla fine può superare i 300 mila euro. Non si può dire che Massidda sia arrivato lì sull’onda della sua lunga esperienza di settore. Di professione fa il medico. Ed è ritenuto un validissimo chirurgo plastico. L’annuario di settore spiega che “è specialista in fisiokinesiterapia. Ha fondato il reparto di fisioterapia e medicina estetica delle terme di Sardara, di cui è stato responsabile dal 1986 al 1990 e ha esercitato per diversi anni nel centro di medicina estetica MedEst di Cagliari”.

Che c’azzecca - Poi si è dato alla politica: fra i fondatori di Forza Italia (dopo una breve esperienza nel partito repubblicano), è stato tre legislature deputato e da due è senatore. A palazzo però si è sempre occupato di medicina e sanità, presentando ddl sulle medicine alternative e sulle cure ai pazienti terminali. Coi porti insomma non c’azzeccava proprio nulla. Ma aveva la carta sicura per guidare una di quelle autorità: un curriculum politico, la caratteristica più richiesta per quel tipo di nomine.

Di politici non più rieletti sono piene le grandi autorità nazionali di garanzia. Ma per quelle portuali essere stato un professionista di partito è una garanzia sicura. In questo momento sono legate a filo doppio con la politica ben 12 presidenti di autorità portuali italiane, più il presidente di Assoporti, Francesco Nerli, che è stato senatore Ds. Come Massidda vengono dal parlamento nazionale l’ex deputato azzurro Cristoforo Canavese (presidente dell’Autorità portuale di Savona), l’ex sottosegretario e senatore Ds Lorenzo Forcieri (presidente dell’autorità portuale di La Spezia) e l’ex deputato e sottosegretario Pd Andrea Annunziata (presidente dell’autorità portuale di Salerno). Viene dall’europarlamento- liste Pd- ma ha nel curriculum anche l’incarico di ministro con Romano Prodi e di sindaco di Venezia il presidente dell’Autorità portuale di Venezia, Paolo Costa.

Sono cresciuti in politica, ottenendo scranni e incarichi negli enti locali anche l’ex sindaco Ds di Piombino, Luciano Guerrieri ora alla guida dell’Autorità portuale dello stesso comune.

Pure Livorno - Come lui è stato assessore di Civitavecchia, prima dell’Idv e ora avvicinatosi al Pdl il giovane neopresidente dell’autorità portuale del luogo, Pasqualino Monti. Era consigliere regionale ligure vicino a Pd e Sel anche Giuliano Gallanti, presidente dell’Autorità portuale di Livorno. Il suo collega di partito Luigi Merlo, che grazie al Pd è stato assessore della Regione Liguria nella giunta di Claudio Burlando, ora guida l’Autorità portuale di Genova. Ha militato in An invece l’ex assessore provinciale di Catania, Santo Castiglione, nominato presidente della autorità portuale della città siciliana. È un po’ più tecnico invece Francesco Mariani, presidente della Autorità portuale del Levante: è stato responsabile trasporti del Pci-Pds-Ds. Viene dalla società civile invece il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Marina Monassi. È perfino figlia di un ammiraglio. E anche da anni compagna di Giulio Camber, politico di lungo corso della zona, prima socialista, poi ras di Forza Italia e del Pdl. I maligni dicono che il vero passepartout per il porto fosse quello sentimentale. E a pensare male con le autorità spesso ci si azzecca.


di Franco Bechis
29/09/2011




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Romano, la Camera respinge la sfiducia

Corriere della sera
Il ministro: «Io aggredito». Insorge l'opposizione

Russia, esercito: addio kalashnikov

Corriere della sera

Il mitra, icona di un'era, va definitivamente in pensione Ma nessuno ha il coraggio di dirlo al suo ideatore



MILANO- È l'arma simbolo delle rivolte africane. Si pensa che sia stato adottato da una cinquantina di eserciti. Ma ora il Kalashnikov va in pensione. O almeno per la Russia. Il Paese ha deciso di mandarlo in pensione, perché anche la versione più moderna (AK-47) è considerato «datato». La notizia è stata tenuta nascosta al suo ideatore, il 91enne Mikhail Kalashnikov, per evitare che possa avere effetti deleteri sulla sua salute.

NEL MONDO- Il successo del Kalashnikov, dal momento della sua entrata sul mercato, è stato enorme. Il primo modello è stato progettato nel 1947. E fu il primo mitra di una lunga serie. Pare che ci siano più di 100 milioni di esemplari nel mondo. Ed è stato usato nelle rivolte africane, così come in Vietnam. E nelle ultime rivolte in Libia. A quest'arma si ispirano addirittura anche molti videogiochi.

Redazione Online
29 settembre 2011 10:37

Donna con i chiodi in bocca», nuova ipotesi: fu un'adultera

Corriere della sera

Tomba del 1200, il tipo di sepoltura trova riscontro nei testi sacri latini a proposito di tradimento


I resti della donna con i chiodi in bocca
I resti della donna con i chiodi in bocca
PIOMBINO (Livorno) – Nella necropoli medievale davanti al mare del Golfo di Baratti sono stata scavate 330 tombe. Nessuna però, fino ad ora, ha raccontato qualche particolare in più sulla strana vicenda della «donna dai chiodi in bocca». Le sue ossa, ancora perfettamente conservate, sono state ritrovate sepolte nella nuda terra con sette chiodi ricurvi lunghi quattro centimetri in bocca e altri tredici posti vicini al corpo per inchiodare probabilmente le vesti nel terreno. E’ una strega come ipotizzano gli archeologi? «Stiamo studiando il caso e cercando di raccogliere nel sito i maggiori indizi possibili – spiega Alfonso Forgione, archeologo dell’Università dell’Aquila -. Noi siamo convinti che la donna (tra i 25 e 30 anni) sia stata sepolta con un rito esorcistico arcaico per non farla più tornare per pronunciare maledizioni e sortilegi. Però sono aperte tutte le ipotesi».

Donna con i chiodi in bocca: gli scavi



NUOVA IPOTESI - Insomma, la donna potrebbe essere una «revenant», termine con il quale le antiche culture dell’Europa occidentale indicavano un morto-vivente. Fantasie ovviamente, ma che in quel periodo storico (siamo nel XIII secolo) erano radicate nella cultura popolare. C’è però una seconda ipotesi, meno fantastica ma ugualmente suggestiva (persino romantica), e scientificamente interessante. La «donna dai chiodi in bocca» potrebbe essere un’adultera. Come ipotizza la professoressa Paola Villani del Politecnico di Milano, coautrice del saggio Settemila anni di strade, citando un antico testo sacro in latino. «Chiodi in bocca in latino si dice clavis oris – spiega Paola Villani – e sono citati in questa frase tratta da alcuni testi medievali “Et sicut in sexto (remedio) clavis oris ponitur in arca cordis, in septimo vero ponitur in manu Dei. Sic in octavo ista ponitur in manu praelati". Che tradotto in italiano significa "E così per il sesto Comandamento (non commettere adulterio) porrai dei chiodi nella bocca affinché raggiungano lo scrigno del cuore, per il settimo comandamento (non rubare) porrai invece tutto nella mano di Dio. Così per l’ottavo Comandamento (non dire falsa testimonianza) porrai tutto nelle mani di coloro che si sono manifestati”».

IL RITO - Attenzione, però. L’adulterio della “donna dai chiodi in bocca” non può essere giudicato con i parametri della nostra società. E il rito compiuto aveva un riferimento profondo ai testi sacri, molto conosciuti nel medioevo, con un’interpretazione diversa da quella di oggi. «La signora sepolta in Chiesa – continua Villani – aveva i chiodi in bocca poiché aveva evidentemente commesso adulterio. Ma se un’unione si rompeva per amore, si usava comunque questo rito affinché lo scrigno del cuore restasse sigillato per sempre. Insomma, il concetto implicito era "Dio non punisce chi commette adulterio se avviene perché si ama". E il defunto chiedeva espressamente di essere così seppellito per manifestare il fatto che se aveva agito così era stato solo e soltanto per amore». La tesi di Paola Villani è avvalorata anche da un particolare: la donna è stata sepolta vicino a una chiesa e in terra consacrata, pratica vietata per streghe e revenant.



Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
29 settembre 2011 10:50




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