mercoledì 30 novembre 2011

Telefonata show di Di Pietro all' ad Moretti

Corriere della sera

In mezzo ai dipendenti in appalto che protestano contro i licenziamenti

Pesce spada attacca pescatore e lo ferisce gravemente

Il Mattino

Un filmato impressionante: un pesce spada catturato a traina, nel tentativo di liberarsi salta sul pozzetto della barca e ferisce gravemente il pescatore. E' accaduto in Sardegna. 



Mercoledì 30 Novembre 2011 - 12:43    Ultimo aggiornamento: 13:08



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Irene Pivetti e il vitalizio mancato: «Basta con il livore antipolitica»

Corriere della sera

«Mi mancava un anno e mezzo? Ah pensavo sette. Prendetevela con i dirigenti pubblici, le 16 mensilità e le liquidazioni da favola»


MILANO - Fu il più giovane presidente della Camera della storia della Repubblica. E avrebbe avuto diritto a diventare anche una "giovane" pensionata: ma il taglio dei vitalizi ai parlamentari ha fatto un brutto scherzo a Irene Pivetti. All'ex-leghista, oggi 48enne, mancava solo un anno e mezzo per aver diritto all'emolumento: «Ah sì? Io credevo me ne mancassero sette» dice lei. «Pensavo di dover andare a 55...».
 
Beh, le dispiace?: «Ma no, mi sembra del tutto logico, lo trovo normale». E Ilona Staller che ci è andata per il rotto della cuffia?: «Ma no...Tra i difetti che mi mancano c'è l'invidia. La verità è un'altra: ci sono altre caste che non vengono toccate. Il parlamento è l'unico che paga perché eletto dal popolo».
 
Irene Pivetti, la più giovane presidente della Camera

 
LIQUIDAZIONI DA FAVOLA - Con chi ce l'ha? «Con quelli che hanno liquidazioni da favola. I grand commis pubblici. Liquidazioni da favola che potrebbero mantenere tre generazioni. I parlamentari prenderanno mensilità sontuose, ma son solo 12, quelli ne hanno 16». Insomma, la Pivetti ce l'ha con il livore anti-parlamentare: «Da Tangentopoli continuano a sparare contro i politici: non hanno ancora finito. In tutte le famiglie c'è una percentuale di persone non perbene, ma questo non toglie nulla alla dignità del parlamento.»
 
Matteo Cruccu30 novembre 2011 | 12:53

martedì 29 novembre 2011

Complotto delle banche Il video choc di Monti che spopola sul web

di -

In un'intervista di febbraio, riportata anche da Roberto Castelli, il premier sostiene: "Serve cedere parti di sovranità per avere un'Europa unita". E la Rete si scatena. 

"L'Europa ha bisogno di gravi crisi per fare passi in avanti", cioè di "cessioni di parti di sovranità a livello europeo". A parlare è il premier Mario Monti quando era il presidente della Bocconi. 

 


Il video integrale è stato pubblicato a febbraio sul canale YouTube dell'università Luiss, ma il passo "incriminato" è stato isolato dall'utente Romaunita e sta avendo molta risonanza sul web tanto da essere rilanciato anche da Roberto Castelli, ex viceministro alle Infrastrutture e trasporti, sulla sua pagina Facebook.


L'ipotesi quindi è che la crisi sia stata creata ad hoc dai banchieri per avere un'Europa più unita. Del resto, Monti lo dice chiaramente: "Quando la crisi sparisce rimane un sedimento per cui non è pienamente reversibile". 

Inoltre il presidente del Consiglio solo qualche mese fa era convinto che nel Vecchio continente ci fossero "troppi governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata, la capacità di azione, le risorse e l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale". Questo prima che la pressione dei mercati portasse a un cambiamento in Grecia, Spagna e Italia.


Queste frasi - ascoltate a mesi di distanza e estapolate dal contesto - fanno riflettere e non sono pochi quelli che, nei commenti al video originale, nei post su Facebook o su blog e siti di controinformazione, stanno urlando al complotto. Altri, più pacatamente, rimettono in discussione l'idea stessa di Unione europea, un tema che diventa sempre più centrale da quando la crisi dell'euro ha iniziato ad essere più pressante.


Il latitante Max Leitner «chiede la grazia» sul web

Corriere della sera

Il re delle evasioni si appella a Napolitano: «Io sono vittima di ingiustizie»

Breivik non responsabile della strage di Oslo

Corriere della sera

Secondo gli psichiatri, l'uomo «non è capace di intendere e di volere» e quindi non può essere imputato della carneficina


MILANO- Nonostante abbia confessato, Anders Behring Breivik non può essere considerato responsabile della duplice strage del 22 luglio in Norvegia. Perché al momento del'attacco era «incapace di intendere e di volere». Lo sostengono i due psichiatri incaricati dalla corte distrettuale di Oslo di valutare il giovane fanatico di estrema destra, reo confesso di aver piazzato un'autobomba nel centro di Oslo e di essersi poi recato sull'isola di Utoya, dove si teneva il campo estivo dei giovani laburisti, aprendo il fuoco sulla folla. Nei due attacchi morirono in tutto 77 persone. Lo riporta il quotidiano Verdens Gang sul suo sito Internet.
 
 
IN TRIBUNALE- Il 14 novembre Breivik era apparso di fronte al giudice Torkjel Nesheim che aveva prorogato la detenzione preventiva nel carcere di massima sicurezza di Ila, a pochi chilometri dalla capitale. Breivik aveva ammesso di essere l'autore del duplice attacco ma si è rifiutato di dichiararsi colpevole, sostenendo che le sue azioni sono state «atroci ma necessarie». Se questa la perizia fosse confermata, ciò significherebbe che l'estremista di destra che ha ucciso 77 persone quattro mesi fa non può essere condannato a una pena detentiva, ma deve essere internato in una struttura psichiatrica.

 
GLI ESPERTI - I due psichiatri, Synne Serheim e Torgeir Husby, hanno consegnato la loro relazione oggi al tribunale di Oslo. Le conclusioni devono ufficialmente essere rivelate dalla procura durante una conferenza stampa. Secondo questi esperti, Breivik soffriva di «psicosi», una condizione mentale che avrebbe alterato la sua capacità di giudizio prima e al momento degli attacchi.
La loro relazione di 240 pagine deve essere esaminata da una Commissione medico-legale che dovrà assicurarsi che abbia rispettato tutti i requisiti professionali. L'ultima parola sulla responsabilità penale di Behring Breivik spetterà comunque al tribunale, che però generalmente segue le raccomandazioni degli esperti.
 
Redazione Online29 novembre 2011 | 15:39

I Beagle e il terrore della «libertà»

Corriere della sera

Primi passi sul prato dopo anni in gabbia. Difficoltà e coraggio
di 72 cani da laboratorio

Suicidio assistito in Svizzera Il triste addio di Lucio Magri

La Stampa

Il fondatore de "Il manifesto"sovvriva da anni di depressione


È stata una scelta radicale quella di Lucio Magri, 79 anni, fondatore del Manifesto e storico leader della sinistra: il suicidio assistito in Svizzera, per uscire per sempre dalla terribile depressione che lo aveva colpito dopo la morte della moglie.

Il suo giornale, "il Manifesto", racconta  l’ultima scelta: «La vita gli era diventata insopportabile, sia sul piano politico che su quello personale, specialmente dopo la scomparsa della sua compagna». Magri se ne è andato così ieri sera, a 79 anni (era nato a Ferrara il 19 agosto del 1932), venti anni dopo la fine del Pci, il "Gran Partito" che nel 1970 lo aveva radiato insieme allo storico drappello de "Il manifesto".


 Di quel gruppo dissidente Magri era tra i più intellettualmente raffinati. Il suo ultimo atto pubblico è stato, pochi mesi fa, proprio ricordare i venti anni dalla morte del Pci, partito a cui aveva dedicato una personalissima ricostruzione storica che prende il titolo da una poesia di Bertold Brecht: «Il sarto di Ulm». Lo aveva concluso, con fatica ma con una scrittura densa, meditata e alta, come ultimo atto d’amore verso il partito e verso la sua amatissima Mara, la compagna morta tempo fa.

«Il sarto di Ulm» è infatti un bilancio d’amore verso l’idea centrale della vita di Magri - il comunismo - e come tutti i bilanci contiene le ragioni dell’altro filtrate dalla densità regalata dagli anni. Ma non si tratta di una autobiografia. La scelta di quel titolo non fu né casuale né senza un preciso significato: il celebre apologo di Brecht era stato evocato da Pietro Ingrao quando Achille Occhetto, nel novembre del 1989, volle dissociare il Pci dal comunismo che stava crollando proprio in quelle settimane.

Il sarto di Ulm era un artigiano di nome Albert Ludwig Beblinger che già nel 1592 sosteneva di aver inventato un apparecchio che permetteva ad ogni essere umano di volare. Il vescovo della città lo invitò a provare pubblicamente la sua scoperta lanciandosi dal campanile della città. Lo schianto fu mortale e il vescovo sentenziò: «Mai l’uomo volerà». L’apologo-titolo utilizzato da Magri per raccontare il contrastato amore con il comunismo era polemicamente chiaro dato che l’essere umano, tre secoli dopo l’avventura solitaria del sarto di Ulm, era riuscito a volare.

Un modo per dire che se il comunismo del XX secolo, così marchiato dalle stigmate del secolo, si è schiantato al suolo, il futuro dell’ideale e di quel nome non è esaurito con la fine di una esperienza storicamente determinata. Per raccontare questa metafora però Magri stila il suo personale bilancio non nei cieli delle idee o attraverso ripensamenti teorici ma riattraversando con tanti episodi, nodi, date, fatti, volti e grazie ad una rigorosa «disciplina della memoria». Si tratta di una serie di «nodi», di «biforcazioni» che se valutate adeguatamente all’epoca avrebbero evitato lo schianto del 1991.

Un esempio: nel 1962 Magri si prese i duri rimbrotti dei vertici del partito per aver richiamato l’attenzione, ben prima di Pasolini, sulla forza della «rivoluzione passiva» avviata dalla diffusione del consumismo neo capitalista. Il fascino di quel complessivo bilancio che è insieme politico ed umano è che è condotto in mare aperto non avendo più porti dove tornare, rotte da seguire, approdi da raggiungere. Magri venne emarginato dal Pci dopo l’XI Congresso, quello del 1966 insieme a quel piccolo gruppo di giovani che ruotavano attorno a Pietro Ingrao e e che rappresentavano la ’sinistrà del partito.

La sue scelte, influenzate fortemente dal contesto internazionale con l’emergere della esperienza cinese, lo portarono alla rottura insieme a Rossanda, Natoli, Pintor, Castellina ed altri. Si spese prima per la nascita del quotidiano (che era la non scontata evoluzione del mensile teorico-politico) e poi nella nascita del Pdup, fondato nel 1974. Nel 1984 tutto il partito era rientrato nel Pci.

Quando nel 1991 Occhetto cambiò il Pci in Pds Magri aderì al Partito di Rifondazione comunista, fondando una piccola corrente interna. Nel giugno del 1995 la sua corrente lasciò il partito per sostenere il governo Dini e divenendo Movimento dei Comunisti italiani. Negli ultimi tempi ai più intimi dichiarava solo una volontà: raggiungere M

Sono già 30 gli italiani che nel 2011 hanno bussato alle strutture svizzere che offrono la dolce morte, cioè un’assistenza al suicidio. Diciotto di questi sono stati "convogliati" alla clinica Dignitas di Zurigo dall’associazione Exit Italia, che si pone come tramite tra gli italiani che hanno deciso di ricorrere al suicidio assistito e la struttura sanitaria svizzera dove questo è permesso, con l’assistenza dei medici.

La scelta eutanasica di Magri ha scatenato inevitabili polemiche tra chi chiede di rispettare comunque la sua volontà e chi attacca la strada della «dolce morte». Critica Paola Binetti (Udc): «Rispetto la persona, ma mi auguro che questa scelta non diventi un modello». Resta, dice, «il mistero della libertà umana», ma «mi auguro che non ci sia il fenomeno del contagio di quando certe scelte sono compiute da un uomo pubblico». Per Gaetano Quagliarello (Pdl), «non è possibile pretendere che scelte personali, che ritengo in contrasto con il diritto naturale, le compia lo Stato».

Si dice «molto addolorato» l’ex ministro Gianfranco Rotondi, che però aggiunge: «Onestamente non riesco a nascondere il rammarico per una scelta che non posso comprendere, ma della quale è opportuno non parlare per evitare che il dibattito ideologico si sovrapponga al doveroso omaggio che la democrazia italiana deve a questo protagonista assoluto della vicenda democratica italiana».

Difendono invece la scelta di Magri Mina Welby e Beppino Englaro, protagonisti a loro volta di scelte drammatiche: per la moglie di Piergiorgio Welby «la scelta dell’individuo è l’unica cosa che conta», quindi «non ci sono critiche da fare, solo massimo rispetto». È d’accordo il papà di Eluana: «Nessuno può entrare nella coscienza di una qualsiasi persona. Questo signore evidentemente ha esercitato il primato della sua coscienza. È tutto lì. E tutto si riassume in queste parole, nel primato della coscienza personale, che non può essere messo in discussione da nessuno sulla faccia della terra».

E se Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, dice di provare «un profondo sentimento di pietà per la drammatica decisione di Lucio Magri di togliersi la vita», la radicale Antonietta Farina Coscioni attacca: «Magri riteneva intollerabile vivere, per porre fine al suo dolore, ha però dovuto "emigrare", un viaggio con un biglietto di sola andata, in Svizzera. Questo perchè viviamo in un Paese dove vige una regola ipocrita, quella del "si fa ma non si deve dire"».

Messaggi tra clan sulla via derackettizzata

Corriere del Mezzogiorno

La scritta comparsa su una panchina all'esterno del Mav in via IV Novembre, strada simbolo della lotta al pizzo



NAPOLI - «Birra merda». È scritto con uno spray nero sulle panchine all'esterno del Mav, sede della locale associazione antiracket. Il museo, che da poco ha inaugurato le installazioni in 3d, si affaccia su via IV Novembre di Ercolano, strada meglio nota come «derackettizzata». Si tratta della via in cui i commercianti si sono ribellati ai signori del pizzo e si sono costituiti parte civile contro gli estorsori.
 
Le scritte apparse sono chiaramente contro il clan Birra, a firmarle, però, sono i «simpatizzanti» del clan rivale. Sulla panchina accanto, infatti, si legge «Rione Ponte», roccaforte degli Ascione-Papale. Stesse parole sulle parti del Mav, da poco tinteggiate e sui cartelli pubblicitari.
 
Rachele Tarantino
28 novembre 2011

Faccio il deputato, una vita da cani Si guadagna poco: 4400 euro al mese»

Corriere del Mezzogiorno

Pisacane (Pid): «Per ascoltare gli elettori troppe spese. Se tornassi a fare il medico avrei redditi più alti»



Michele Pisacane
Michele Pisacane

 
NAPOLI – «Lo stipendio è troppo basso, è poco». Michele Pisacane, deputato e sindaco di Agevola, lamenta scarsi redditi per la sua attività politica. Fondatore con Saverio Romano del Pid, dopo essere passato per l’Udeur, Udc, un tentativo di avvicinamento fallito al Pd, e nel Misto, Pisacane dice, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24, di guadagnare come deputato «solo» 4.412 euro.
 
Troppo pochi a suo dire, anche perché spiega: «Per ascoltare gli elettori si hanno delle spese, bisogna avere segreterie politiche, segretari, accendere la luce, usare il telefono. Se io tornassi a fare il mio mestiere di medico guadagnerei di più». «Certo, - aggiunge - con le indennità si arriva a circa 12 mila euro al mese ma con uno stipendio così, se devi sottrarre i soldi che dai ai tuoi figli, i contributi per la mia professione e le spese per la politica, alla fine ne rimangono solo la metà, seimila euro».
 
«VITA DA CANI» - «Mi sento penalizzato - insiste Pisacane - prendo poco, io lavoro veramente. Vado avanti e indietro, faccio una vita da cani. Per portare a casa che cosa? Per ricevere certe telefonate ed essere additati come la Casta? Provate a chiamare al telefono la vera Casta, quella che ha sobillato il Parlamento, distrutto la politica e il Parlamento, quelli che sono adesso al governo...». Al suo di reddito Pisacane può sommare tuttavia quelli di sua moglie, Annalisa Vessella, consigliere regionale in Campania, e da luglio, su nomina dell’ex ministro dell’Agricoltura Romano, presidente dell’Isa (l’istituto per lo sviluppo agroalimentare).

 
«TRA ME E MIA MOGLIE ENTRANO 30MILA EURO» - «Sì, io e mia moglie (consigliere regionale in Campania, ndr) insieme prendiamo circa 30 mila euro di stipendio netti al mese - dice ancora Pisacane - ma non vedo qual è il problema. Io non prendo nè finanziamenti nè tangenti e dunque questi soldi che io guadagno se devo poi investirli nella politica sono – aggiunge ancora - pochi».
 
A proposito invece della vicenda che vede coinvolta proprio sua moglie, nominata a capo di un istituto statale sebbene fosse già consigliere regionale, Pisacane non vede alcuna incompatibilità. «Finchè la legge lo consente...», dice. Anche perché, aggiunge: «fino a quando le cose sono giuridicamente a posto, è tutto a posto».
 
Fr. Par.
28 novembre 2011
(ultima modifica: 29 novembre 2011)

Siria, documento choc sulla repressione «Bambini torturati fino alla morte»

Corriere della sera

Da Usa e Ue appello congiunto al governo di Damasco: «Fermare subito le violenze»

 
MILANO - Bambini torturati, anche fino alla morte, abusi sessuali, detenzioni arbitrarie, uso eccessivo della forza e altri atti «inumani»: è questo l'inferno della repressione in Siria ad opera delle forze militari e di sicurezza descritto nel rapporto presentato lunedì i a Ginevra dalla Commissione internazionale di inchiesta indipendente, istituita in agosto dal Consiglio diritti umani dell'Onu. Per gli autori del rapporto - incaricato di indagare sulle violazioni in Siria dal marzo 2011 - le forze di sicurezza e militari hanno commesso «crimini contro l'umanità» nella repressione che secondo l'Onu ha fatto oltre 3.500 morti.
 
LE TESTIMONIANZE - La diffusione e la natura sistematica delle violazioni è tale che non sarebbe stata possibile senza il consenso delle più alte sfere dello Stato, ha affermato il presidente della Commissione, il professore brasiliano Paulo Pinheiro. Il documento di 39 pagine denuncia l'uso eccessivo della forza contro i manifestanti scesi in piazza contro il regime. Testimonianze riferiscono di ordini di sparare per uccidere, della presenza di cecchini, mentre diversi disertori hanno assistito all'uccisione di commilitoni che rifiutavano di eseguire gli ordini. Altri disertori hanno raccontato di aver ricevuto l'ordine di sparare senza preavviso.

 
STUPRO E MASSACRO DI BAMBINI - Un totale di 256 bambini e minori sarebbero stati uccisi dal 9 novembre, afferma il rapporto che riferisce anche il caso di una bambina di due anni uccisa a Al Ladhiqiyah, in agosto, da un ufficiale per «evitare che da grande diventasse una manifestante». La tortura, anche letale, è stata inflitta a civili sospettati di simpatizzare con la protesta, senza tenere conto del loro genere o età, ha detto Pinheiro.
 
«Anche i bambini sono stati torturati, alcuni fino alla morte», si legge nel rapporto che riferisce testimonianze di uomini che hanno affermato di aver subito stupri anali con manganelli e di aver assistito a stupri di ragazzini. Un uomo di 40 anni ha detto di essere stato testimone dello stupro di un undicenne da parte di tre uomini dei servizi di sicurezza.
 
«PROTEGGERE LA POPOLAZIONE» - Il rapporto chiede al governo siriano di porre immediatamente fine alle gravi violazioni di diritti umani, di avviare un'inchiesta rapida, indipendente e imparziale, garantire l'accesso ad osservatori e alla Croce rossa internazionale. E alla comunità internazionale di appoggiare gli sforzi per proteggere la popolazione siriana e «sospendere la fornitura di armi ed altro materiale militare a tutte le parti». Le autorità di Damasco non hanno mai autorizzato la Commissione a recarsi in Siria, malgrado le ripetute richieste. Informazioni di prima mano sono state raccolte presso vittime e testimoni, 223 in tutto, tra cui anche disertori.
 
L'APPELLO - Gli Usa e l'Ue hanno chiesto insieme al governo siriano di «porre fine immediatamente alle violenze» nel Paese, in una dichiarazione congiunta al termine dell'incontro alla Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e i vertici europei Herman Van Rompuy e Jose Manuel Barroso «Abbiamo chiesto al governo siriano», anche di «consentire l'immediato ingresso di osservatori per la difesa dei diritti umani e di consentire una pacifica e democratica transizione».
 
28 novembre 2011 (modifica il 29 novembre 2011)

Quirinale, una grande mostra racconta i 150 anni dell'Unità d'Italia visti dai presidenti

Corriere della sera

Immagini e oggetti come icone della memoria collettiva: il quadro della regina, la Lancia 335, il potere in abito di gala


ROMA - Nel Cortile d'Onore c'è la famosa Lancia Flaminia modello 335 presidenziale del 1961, decappottabile, un'icona della memoria collettiva degli italiani, legata com'è all'immagine di tutti i capi di Stato. E poco prima ecco la berlina dorata di gala del 1877 usata dai sovrani Savoia. Parte da quei due mezzi di trasporto, usati da re e da presidenti, il viaggio della mostra «Il Quirinale. Dall'Unità d'Italia ai nostri giorni» che si apre domani, 30 novembre, per chiudere il 17 marzo e allestita tra il Cortile d'Onore e le sale del Piano Nobile del Palazzo più famoso d'Italia.


È il contributo concreto e visibile della presidenza della Repubblica alle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Come spiega il presidente Giorgio Napolitano nell'introduzione, questa mostra «vuole rendere l'immagine e il senso dell'impulso e dell'influsso che dal Quirinale si sono trasmessi al corpo vivo delle istituzioni e della società nell'età monarchica e nell'età repubblicana». Un racconto che segue, sottolinea Napolitano, «il succedersi dei re e dei presidenti che da capi di Stato hanno vegliato, nella buona e nella cattiva sorte, sul farsi e sul crescere del nostro Stato nazionale unitario».
 
La mostra, esplicitamente destinata al vasto pubblico popolare e soprattutto alle scuole e ai più giovani, propone un corposo apparato di audiovisivi con materiali d'epoca (per esempio, a ciascun presidente della Repubblica è dedicata una tappa multimediale con schermi che mostrano foto e filmati accanto a riproduzioni di pagine di giornali). Ma non rinuncia ad accontentare la curiosità dei visitatori, proponendo momenti anche spettacolari: per esempio il grande ritratto della regina Margherita, consorte di Umberto I, con l'abito da Corte del 1880. O il cannocchiale usato da Vittorio Emanuele III durante la Prima guerra mondiale. L'incredibile olio su tela affollatissimo di personaggi riconoscibili e identificati che ricostruisce la visita di Vittorio Emanuele III e della regina Elena a Parigi nel 1904.
 
O le bandierine che sventolavano sulle auto per indicare la presenza del sovrano così come accade oggi con i presidenti della Repubblica. La mostra - promossa dal Segretariato generale del Quirinale e organizzata in collaborazione con l'associazione Civita - è allestita da Luca Ronconi e curata dal professor Louis Godart, Consigliere del presidente della Repubblica per gli Affari culturali, e da Paola Carucci. In tutto, 1550 documenti sulla storia del palazzo del Quirinale, dalla sua costruzione a oggi. Squisito, nella sua precisione, il progetto per il Torrino del 1584, che porta la firma del Mascarino, ovvero Ottavio Nonni.
 
Poi la benedizione notturna di Pio IX nella tempestosa stagione del 1848, e che descrive l'entusiasmo popolare per la concessione dello Statuto da parte del pontefice. Mobili rarissimi, quasi tutti provenienti dalle regge preunitarie delle altre dinastie italiane restate senza trono (Pio IX lasciò il Quirinale vuoto a Vittorio Emanuele II alla fine del 1870): davvero stupefacente il cassettone in legno, avorio, madreperla, tartaruga, ottone e bronzo di quell'autentico genio dell'ebanisteria che fu Pietro Piffetti. Quindi un Palazzo che racconta la propria vicenda perché «Casa comune degli italiani», e non come un luogo dove abita un potere lontano.
 
Paolo Conti29 novembre 2011 | 12:00

Usa: morta l'unica figlia di Stalin

Corriere della sera

Svetlana Stalina è deceduta a 85 anni a Richland Center nel Wisconsin dove viveva sotto il nome di Lana Peters


MILANO - Svetlana Stalina, unica figlia femmina di Josif Stalin, è morta negli Stati Uniti all'età di 85 anni il 22 novembre. Lo ha reso noto il New York Times citando le autorità dello stato del Wisconsin, dove la donna viveva, a Richland Center.
 
LA VITA - Lo stesso giornale nota come la morte di Svetlana, che da anni si faceva chiamare Lana Peters, sia avvenuta lontano dall'attenzione pubblica. Alcune indiscrezioni erano comparse nei giorni scorsi su internet, ma avere la conferma è stato difficile. Persino le pompe funebri che con ogni probabilità hanno organizzato il funerale si sono rifiutate di confermare o smentire la notizia. Svetlana lasciò l'Urss nel 1967. Prima andò in India e poi negli Usa, dove sposò un architetto americano, Wesley Peters, morto nel 1991, dal quale, all'età di 46 anni, ebbe una figlia, Olga.

 
IN GRAN BRETAGNA - Nel 1982 con la ragazza di trasferì in Gran Bretagna, poi tornò per un breve periodo a Mosca ed, infine, nel 1987, ottenne un permesso permanente di residenza nel Regno Unito, dove ha vissuto anche in un ostello per poveri a Londra. In diverse occasioni, dopo la fuga da Mosca, affermò di odiare il suo passato e di sentirsi schiava di circostanze straordinarie.
 
Per tagliare definitivamente i ponti con il passato, e con il famigerato nome del padre, scrisse due autobiografie, che hanno avuto grande successo. «Non puoi rammaricarti per il tuo destino», disse una volta, aggiungendo «ma io mi rammarico del fatto che mia madre non abbia sposato un falegname».
 
Redazione Online29 novembre 2011 | 12:04

Orrore in Francia , padre uccide figlio di tre anni mettendolo nella lavatrice. Per punizione

Corriere della sera

Il genitore assassino in manette. Arrestata anche la moglie per non aver impedito la violenza. Non era la prima volta


MILANO - Si era comportato male all'asilo, per questo il piccolo Bastien, tre anni, è stato chiuso nudo in lavatrice da suo padre Christophe Champenois, 33 anni, che ha poi avviato la macchina. Il piccolo è stato recuperato dalla madre Charlene ormai senza vita. Un orrore che si è consumato nella cittadina di Germigny-l'Eveque nella Seine-et-Marne. Entrambi i genitori sono stati immediatamente arrestati, lui per assassinio di minore, lei , 25 anni, per non aver impedito la tragedia.


LA SORELLINA MAUD - Secondo quanto riportano i vicini la madre sarebbe corsa con il bimbo in braccio ormai morto a chiedere aiuto dicendo che era caduto per le scale. A raccontare la verità è stata invece la figlia Maud di cinque anni che aveva visto il fratellino mentre veniva tirato fuori, già morto, dalla lavatrice. La ragazzina aveva cercato di parlare a Bastien e il padre l'aveva aggredita. Secondo i racconti di Maud non era la prima volta che Bastien veniva punito in questo modo: questa volta però il castigo della lavatrice è risultato fatale.
 
Redazione Online28 novembre 2011 (modifica il 29 novembre 2011)

Londra, insulti razziali sul bus: arrestata

Corriere della sera

Giovane madre britannica attacca immigrati di colore e non, la scena filmata e mandata su You Tube


MILANO - «Cosa è successo a questo Paese? Pieno di persone di colore e pieno di m..... polacchi». «Tu non sei inglese, sei nero. No, nemmeno tu sembri inglese. Lei non è inglese. Nessuno di voi è inglese. (...) Tornate da dove siete venuti». Queste frasi, condite da epiteti volgarmente dispregiativi, escono dalla bocca di una giovane madre inglese seduta col suo bambino su un tram londinese affollato di passeggeri ai suoi occhi «non inglesi». Lo scioccante video di due minuti e mezzo è diventato un caso; la donna è stata nel frattempo arrestata.


ESTERNAZIONI RAZZIALI - Cronache di ordinario razzismo: la scena è stata catturata col cellulare da un passeggero sulla linea di superficie Croydon-Wimbledon, a sud di Londra. Pubblicato domenica sera su YouTube col titolo «My Tram Experience» il video è stato già cliccato oltre 2 milioni di volte. Protagonista della sequenza è la 34enne Emma West di New Addington, seduta sul mezzo pubblico con suo figlio in grembo.

Visibilmente infastidita dai tanti lavoratori stranieri a bordo inizia ad insultare tutti ad alta voce. «Tornate nei vostri Paesi», brontola la giovane madre sotto gli occhi inorriditi dei pendolari. In un primo momento nessuno sembra prestarle attenzione, poi qualcuno reagisce alle esternazioni xenofobe e razziste.
 
L'ARRESTO - La tensione sale quando la 34enne si scaglia contro una passeggera di colore dicendole di «tornarsene in Nicaragua». Questa replica: «Se non fossimo venuti qui, voi non avreste gente per lavorare, noi dobbiamo fare il vostro lavoro». Il filmato ha fatto subito il giro della Rete, rilanciato da Twitter e poi ripreso dagli organi d'informazione. Prontamente è intervenuta la polizia ferroviaria britannica (BTP) che ha avviato un’indagine. Nel frattempo ha fatto sapere di «aver identificato e fermato la donna sospettata di reato contro l'ordine pubblico aggravato da discriminazione razziale».
 
Elmar Burchia29 novembre 2011 | 13:09

Conflitto d'interessi? Saremo trasparenti»

Corriere della sera


Giurano viceministri e sottosegretari, completata la squadra di governo. Monti: «Siamo un gruppo snello e forte»



MILANO - «Bisogna stare attenti a parlare di conflitto di interessi, in ogni caso noi saremo di una trasparenza assoluta». Il presidente del Consiglio, Mario Monti, a margine del giuramento dei viceministri e dei sottosegretari - passaggio che di fatto completa la squadra di governo - ha scelto di non girare attorno ad una delle questioni più volte sollevate nei confronti dell'esecutivo.
 
Ha spiegato che le precedenti esperienze nella società civile non devono essere viste negativamente e che anzi molti di coloro che hanno deciso di accettare gli incarichi lo hanno fatto mettendo da parte trattamenti economici superiori alle indennità ministeriali e le proprie occasioni di carriera. Molti, ha evidenziato il professore, hanno accettato l'incarico di governo «per spirito di servizio» nei confronti del Paese.
 
Trattandosi poi di un governo tecnico, ha spiegato Monti, per far entrare in squadra alcune personalità «ho dovuto esercitare opera di convincimento, e questo vale anche per alcuni ministri». In ogni caso, ha sottolineato ribadendo che il suo è «un governo di impegno nazionale», «cercheremo di essere al servizio del Paese, del Parlamento e delle forze politiche».

«AIUTEREMO L'ITALIA» - Quanto all'attività dell'esecutivo, ha precisato Monti, il governo «si pone al servizio del Parlamento» che «sarà un punto di riferimento costante». «Aiuteremo l'Italia ad uscire da questa situazione difficile - ha detto ancora - e aiuteremo le forze politiche» a ritrovare un clima «di riconciliazione con l'opinione pubblica». Monti ha poi spiegato che il ritardo nella definizione del governo è dovuto al fatto che «le condizioni di emergenza non mi hanno consentito di dedicarmi 24 ore su 24 alla composizione della squadra».

D'ANDREA E GRILLI - Sulle polemiche per la nomina di un ex parlamentare all'interno di un esecutivo tecnico, Monti ha evidenziato che aveva lasciato alle forze politiche la possibilità di indicare, per gli incarichi di sottosegretari per i Rapporti con il Parlamento, sia tecnici sia persone con esperienze parlamentari pregresse e che le due principali forze politiche hanno compiuto due scelte diverse.
 
L'intervento ha fatto seguito alle polemiche riportate dalla stampa e legate alle proteste del Pdl, che ha polemizzato sulla nomina di Giampaolo D'Andrea, ex deputato della Margherita e già sottosegretario nel governo Prodi. Ha infine precisato che il vice ministro all'Economia, Vittorio Grilli, sarà «permanentemente invitato ad assistere al Consiglio dei ministri». Grilli è di fatto il vice dello stesso Monti nel dicastero di via XX Settembre di cui il premier ha mantenuto la gestione ad interim.

IL RAPPORTO CON I PARTITI - In generale, ha poi concluso Monti, va rimarcato che con le forze politiche c'è «un rapporto costruttivo, con una innovazione statico-dinamica». «Abbiamo la fiducia di forze politiche che fino a ieri erano in perenne dissenso - ha commentato -. Apprezziamo il loro sforzo. Con loro in ogni momento ci sarà un rapporto essenziale, costruttivo. Abbiamo veramente molto rispetto per le forze politiche».

 
Redazione Online29 novembre 2011 | 12:05

domenica 13 novembre 2011

Il giorno della vergogna








sabato 12 novembre 2011

Alla guida con il telefonino: pizzicato un altro autista dell’Atac

Il Messaggero


di Elena Panarella

ROMA - Non è davvero un buon periodo per gli autisti dell’Atac. I passeggeri scrutano, osservano con attenzione tutti i loro comportamenti. E i filmati finiti sul web negli ultimi mesi sembrano non essere serviti a nulla: un altro conducente, infatti, è stato beccato mentre guidava al telefono nel traffico della Capitale. La linea questa volta è la 116, il piccolo autobus elettrico che parte da Porta Pinciana per attraversare il Centro storico. Nel video l’autista è impegnato a conversare al cellulare mentre percorre via Veneto. Fa una sosta per caricare i passeggeri a bordo (alla fermata Piazza Barberini) e poi riparte. www.ecoseven.net ha ripreso tutto.



«Visto che siamo affezionati alla mobilità sostenibile spessissimo saliamo a bordo degli autobus alimentati a elettricità o metano - spiegano dal portale ambientalista - Di fronte a video del genere non smetteremo di indignarci. Non smetteremo di indignarci di fronte a chi guida i mezzi pubblici senza pensare alla incolumità altrui. Come se fosse seduto sul divano di casa invece che stare sul posto di lavoro». Eppure le regole ci sono, e parlano chiaro: «È severamente vietato per i conducenti fare uso di dispositivi mobili mentre si è alla guida, salvo se collegati a un auricolare ed esclusivamente per impellenti ragioni di servizio, esclusivamente per un tempo limitato e senza pregiudizio per la sicurezza». Basterebbe solo rispettarle.

In questi giorni si parla molto di Atac a Roma. L’aumento delle tariffe, così come è successo già a Milano, sta toccando anche la Capitale. Il biglietto costerà 1,50 euro e le polemiche, da quando questa notizia è diventata ufficiale, sono dilagate in tutta la città. «A giudicare dal servizio che si offre, difficile essere propensi ad un aumento del prezzo del biglietto», dicono alcuni passeggeri.

Alcuni mesi fa un altro autista, sulla stessa linea, è stato aggredito per essere andato in bagno. «Interruzione di pubblico servizio», gli hanno gridato. L’uomo, arrivato al capolinea di Porta Pinciana per iniziare il suo turno con alcuni minuti di anticipo, si era recato alla toilette. Al suo ritorno è stato accusato da alcuni passeggeri di «essersela presa comodamente». I passeggeri che hanno insultato l’autista non sono voluti salire nemmeno sul bus giunto dopo circa 15 minuti, ma hanno atteso un terzo veicolo. Una settimana prima un altro autista, sempre del piccolo bus elettrico 116, era stato al centro dell’attenzione per aver fatto scendere i viaggiatori e essere andato a prendere la fidanzata con il mezzo pubblico. «L’uomo - riferì un testimone - aveva giurato al telefono a una donna, chiamandola amore, che sarebbe andato a prenderla. Subito dopo ci ha fatto scendere».

Sabato 12 Novembre 2011 - 11:36    Ultimo aggiornamento: 14:57




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Nadia Comaneci, i 50 anni della farfalla che stregò la ginnastica e il mondo

Il Mattino

Suo il primo “10” nella storia delle Olimpiadi, a Montreal: «Realizzai che la mia vita poteva cambiare per sempre»




di Roberto Faben

ROMA - Lei, forse, era già consapevole da tempo di aver raggiunto un controllo pressoché completo dei propri movimenti e un’eleganza nel volo e nel volteggio, incredibilmente simili a quelli di una delle creature più leggiadre, la farfalla. Ma ciò che non sapeva, in quel 18 luglio 1976, mentre si apprestava a compiere la prova alle barre asimmetriche, ai Giochi olimpici di Montréal, Canada, era che quel suo esercizio, e molti altri che seguirono, non solo erano destinati ad eleggerla come la più grande ginnasta di tutti i tempi, ma avrebbero lasciato, come un graffito in una roccia, una traccia incancellabile nella memoria generazionale, oltre che nella storia dello sport.

All’epoca, fratelli, cugini, amici, si lasciavano andare alla moda dell’eskimo e degli Inti-Illimani, la disco-music dilagava fra Bee Gees, Donna Summer e il Johnny Wakelin di In Zaire, e l’Italia era scossa dal tremendo sisma del Friuli, dalle mitragliette Skorpion delle Br, dalle Molotov e dai sampietrini nelle nascenti rivolte studentesche. L’eskimo, oggi, l’hanno scordato più o meno tutti, mentre i Bee Gees e Donna Summer tornano come surreali in trasmissioni di broadcast radiofonici sull’archeologia del pop-rock in orari antelucani. Per Nadia Comaneci però, la ragazzina prodigio venuta dalla Romania, la libellula dell’oltre-cortina, è diverso.




Come si possono dimenticare le immagini nelle tivù in bianco e nero, provenienti dal lontano nord-America in Mondovisione, che, in quei pomeriggi di luglio del 1976, mentre i nonni attendevano il Telegiornale delle 17 e le zie cucivano una gonna con una macchina Singer a pedali, mostravano una poco più che bambina di 14 anni, dell’altezza di 1 metro e 56 e del peso di 39 chilogrammi, con frangetta scura e tutina bianca (numero 73), che eseguiva avvitamenti, capriole e salti all’indietro dalla circonferenza impeccabile come un cerchio di Giotto, con la naturalezza di un lepidottero in cerca di polline sulle dalie del giardino? Anche chi, come la maggior parte dei telespettatori generalisti, di ginnastica ne sapeva poco, capiva che stava assistendo ad un evento memorabile.

Quel 18 luglio 1976 fu un giorno storico nella storia delle Olimpiadi: i giudici di gara, esterrefatti di fronte all’esibizione della ginnasta alle parallele asimmetriche, attribuirono alla sua prestazione il massimo punteggio. Sui display, il pubblico, commosso, comprese presto che quell’“1.00” in numeri al quarzo arancio, era in realtà un “10.00”, valutazione mai prima conferita ad un’atleta ai giochi olimpici. Quando il “perfect ten” fu replicato, per altre 6 volte, la World Gymnastic Federation decise di sostituire i segnapunti ufficiali, che fino ad allora neppure contemplavano l’assoluta perfezione, fermandosi a tre cifre (9.99).



Ai giochi olimpici di Montréal, blindati dopo l’attentato del 1972 dei fedayn palestinesi alla squadra israeliana a Monaco, per Nadia Elena Comaneci, furono tre medaglie d’oro (individuale, parallele e trave), insieme ad una d’argento (competizione a squadre) e una di bronzo (corpo libero). Seguirono altri due ori (corpo libero e trave) a Mosca nel 1980 (le Olimpiadi boicottate dagli Stati Uniti in piena guerra fredda), 2 ai campionati mondiali di ginnastica artistica, 9 a quelli europei e 5 alle Universiadi di Bucarest del 1981, l’anno del suo addio all’agonismo.

La storia di Nadia – nome scelto dalla madre Stefania, dal russo Nadezhda,
che significa “speranza” – che oggi festeggia il suo cinquantesimo compleanno, essendo nata il 12 novembre 1961, poco meno di 3 mesi dopo l’avvio della costruzione del Muro di Berlino, s’intreccia, inevitabilmente, con quella del blocco comunista. Nel 1965, quando Nadia aveva 4 anni, la cittadina nella quale venne alla luce, Onesti, nella regione della Moldavia rumena, distretto di Bacau, assunse la denominazione di Gheorghe Gheorghiu-Dej, tiranno vicino a Stalin. Nello stesso anno, Nicolae Ceausescu, fu nominato Segretario generale del Partito comunista rumeno, succedendo allo stesso Gheorghiu-Dej e diventando, nel 1967, dominatore assoluto della Romania. Mentre ciò accadeva, Nadia, bambina, era attratta da giochi aerei e volteggi: fu notata dal coach Béla Karolyi, che ne aveva decifrato il talento, e con il suo consenso iniziò ad allenarla.



Nel 1970 fu la più giovane ginnasta a vincere i campionati nazionali rumeni
, e, in un crescendo entusiasmante, vinse molti ori anche in varie competizioni internazionali negli anni a seguire, fino ad ottenere il primo “10.00”, nel marzo 1976, al Madison Square Garden di New York (evento, anche questo, senza precedenti), e ad essere nominata dall’United Press International, “Atleta dell’anno 1975”. La massima consacrazione, tuttavia, avvenne a Montréal 1976. Indimenticabili restano i suoi duelli con le altre grandi della specialità, la Mukhina, la Shaposhnikova, la Davydova. Poi, venne l’inevitabile utilizzo strumentale, da parte del regime di Ceausescu, della nuova icona nazionale, nominata “Eroina del Lavoro Socialista”. Il mito si espanse, dalla segretissima e spartana Bucarest, a tutto il pianeta. Ma i tentacoli del Conducator e dei suoi più stretti congiunti vollero, in pieno e truce stile “soviet”, legare le ali di una farfalla che, attraverso una fuga rocambolesca attraverso il confine magiaro, riuscì a riprendere il suo volo, verso l’America.

Ciò accadde, paradossalmente, nel novembre 1989, poche settimane prima della caduta di Ceausescu, poi drammaticamente giustiziato, con la consorte Eléna, a Targoviste, il giorno di Natale. Poté così abbracciare Bart Conner, l’atleta olimpionico (anche lui pluri-decorato nella ginnastica) con cui si unì in matrimonio, a Bucarest, il 27 aprile 1996, dal quale ebbe un figlio, Dylan Paul. La favola moderna della libellula meravigliosa riuscita a sopravvivere ai labirinti neri della nomenklatura, ebbe così un felice compimento. Fu l’unica atleta ad essere insignita per due volte dell’Ordine olimpico (1984 e 2004) e in Romania è una stella ancor più brillante di quelle del tennista Nastase e del calciatore Hagi. I suoi metafisici volteggi riappaiono talvolta in qualche spezzone televisivo, ora depurati dalla propaganda comunista, metti in un’area di servizio sull’autostrada Bucarest-Costanza, mentre mettono Natalie di Julio Iglesias. Oggi Nadia Comaneci vive a Oklahoma City, negli Stati Uniti. Attraverso la gentile intercessione dell’amico Paul Ziert, Ceo della Paul Ziert Associates, ha risposto alle nostre domande.



Mrs Comaneci, rivedendo il suo primo “10” a Montréal 1976, continuiamo ad essere rapiti e a commuoverci per l’incredibile grazia dei suoi volteggi. Cosa ricorda di quel giorno?

«Quando lessi “1.00” sul segnapunti, davvero non pensavo che quel punteggio nell’esercizio alle barre asimmetriche della routine obbligatoria, in realtà, fosse il primo “10.00” nella storia dei Giochi olimpici. Poi, immediatamente, realizzai che quel risultato poteva cambiare la mia vita per sempre. All’epoca avevo solo 14 anni e credevo semplicemente che, per me, coltivare la ginnastica sarebbe stata un’ottima cosa per gli anni che sarebbero seguiti. Ero giovanissima e adoravo quello sport. Quel giorno, tuttavia, non avrei nemmeno lontanamente immaginato che il 10 sarebbe rimasto nella memoria futura e per questo sarei stata ricordata in futuro».

A dire il vero, Nadia, il 10 sarebbe giunto altre 6 volte. Cosa suggerisce alle giovani ginnaste di oggi, per le quali, le sue imprese, continuano a rimanere il punto di riferimento assoluto?
«Oggi è davvero difficile diventare una “stella”, anche perché le regole attuali sui punteggi, sono completamente diverse rispetto a quelle di allora, e così è, di fatto, impossibile realizzare un punteggio che rimanga scolpito nella memoria. Consiglio però alle giovani atlete di impegnarsi al massimo per manifestare la propria personalità al pubblico e, se così sarà, potranno imporsi all’attenzione generale ed essere ricordate per questo».

Sabato 12 Novembre 2011 - 14:46    Ultimo aggiornamento: 14:54




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Mia figlia investita da un'auto Io multata per omesso controllo»

Corriere della sera

La bimba di cinque anni era stata urtata sul marciapiede davanti a casa. La madre: storia incredibile




La bambina di cinque anni
La bambina di cinque anni
Via Cirillo 16, zona Sempione, la famiglia Ranieri si trova nella casella della posta una raccomandata inattesa. Aperta la busta, lo stupore: 40 euro di multa. Motivo? «Non accompagnare e custodire minore in un luogo pubblico» recita la contravvenzione, che con il suo italiano un po' così sembra intendere l'esatto opposto del suo significato. Ma cos'era successo il 4 settembre, giorno del verbale? Realdo Ranieri esce di casa assieme alla figlia Anita, 5 anni e poco più. Doveva essere un'innocua passeggiata. Ma la bambina inizia a correre, e all'altezza del portone successivo, direzione via Melzi d'Eril, dal garage interno del civico 18 sbuca un'auto. La piccola viene investita. E il suo piedino rimane incastrato sotto la ruota anteriore della Panda, con al volante una donna di mezza età.

Tragedia sfiorata. I vicini accorrono, allarmati dai pianti della piccola. Il piede è ancora lì, perché nella concitazione del momento la donna non sa cosa fare. L'uscita dal garage è in salita e lei non può vedere ciò che accade. Papà Realdo, allora, la fa arretrare di quel tanto che basta per liberare la piccola. Disperata, la donna scende dalla macchina. Arriva l'ambulanza. Anita viene portata al Fatebenefratelli con il piede gonfio a causa dello schiacciamento. Dopo due settimane di riposo, tutto sarebbe tornato alla normalità. Niente constatazioni amichevoli né assicurazioni, perché la signora alla guida «era più sconvolta della figlia», giura la madre di Anita, Federica Santambrogio. Mentre la bimba è al pronto soccorso, arrivano i vigli urbani. «Non ce la siamo presa con la signora - precisa Federica - perché investire un bambino è un evento traumatico anche per chi lo compie».


La multa recapitata alla madre della bambina
La multa recapitata alla madre della bambina
Il fattaccio era stato quasi dimenticato, fino all'arrivo dell'infausta raccomandata: in luogo pubblico, i minori andrebbero tenuti per mano. «È una follia» attacca mamma Federica. Che ha così deciso di scrivere al sindaco, riportando anche le parole della stessa Anita, a suo dire molto partecipe, nonostante l'età, durante la campagna elettorale tinta di «arancione»: «Pisapia aiutaci tu. Perché il mio papà ha preso una multa? Il marciapiede è per i pedoni!». Un ragionamento che non fa una grinza, nella mente di una bimba. «Al di là della sicurezza - aggiunge la madre -, è un problema di liceità: è corretta questa multa? I bimbi non possono muoversi liberamente sul marciapiede? Se avrò risposte convincenti, pagheremo». Per ora, invece, «c'è soltanto l'indignazione».


Giacomo Valtolina
12 novembre 2011 12:21



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Rapporti "parenti-serpenti"? Non è revocabile la casa in dono

La Stampa


La casa ricevuta in dono da un parente non può essere revocata «per ingratitudine» se la persona a cui è stata donata non si prende cura della persona autrice della donazione. Lo rileva la Cassazione sostenendo, in buona sostanza, che i rapporti tesi tra parenti "serpenti" non costituiscono «grave ingiuria» tale da determinare la revoca di una donazione.

In questo modo la seconda sezione civile (sentenza 23545) ha bocciato il ricorso di una 85enne barese, Eusepia I. che, una volta rimasta vedova, aveva donato alla nipote Maria Gabriella C. la nuda proprietà di una casa a Bari, riservando l’usufrutto per sè e, per il tempo successivo alla sua morte, per il coniuge Marcello C.

Cinque anni dopo la donazione, il marito di Eusepia morì così l’anziana signora aveva preso carta e penna e si era rivolta alla nipote con due lettere chiedendo di essere «moralmente e fisicamente assistita» per la solitudine in cui versava, per la sua infermità e per i pochi redditi. Evidentemente le cose non sono andate come sperava l’anziana che ha citato la nipote, chiedendo indietro la donazione per «grave ingiuria» visto che la nipote l’aveva abbandonata a se stessa.

Sia il Tribunale di Bari che la Corte d’Appello della stessa città, nel settembre 2005, hanno bocciato le richieste di Eusepia di avere indietro la casa, ritenendo che l’ingratitudine mostrata dalla nipote in realtà andava inquadrata nella «antica acrimonia» che l’anziana «nutriva verso i parenti del marito». Stesso esito in Cassazione.

Piazza Cavour ha infatti bocciato il ricorso di Eusepia I. e ha rilevato che «il giudice di appello ha ritenuto che l’indisponibilità della donataria ad assistere la donante e a venire incontro alle sue esigenze di assistenza lasciandola così in una situazione di abbandono e di solitudine non configuravano gli estremi dell’ingiuria grave prevista dall’art. 801 c.c., non sostanziandosi in alcun atto di aggressione al patriomonio morale dell’anziana, e che d’altra parte il comportamento della nipote doveva essere inquadrato nel degrado dei rapporti personali intercorrenti tra la donante e i familiari del marito, tra cui la donataria, contrassegnati da antica acrimonia e disaffezione».

Insomma, la Suprema Corte rileva che il comportamento della nipote «non integra gli estremi dell’ingiuria grave quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, essendo al riguardo necessario un comportamento suscettibile ledere in modo rilevante il patrimonio morale del donante ed espressivo di un reale sentimento di avversione da parte del donatario tale da ripugnare alla coscienza comune».



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Anche la Danimarca implicata nei voli delle rendition

Corriere della sera

di Riccardo Noury


Mi scuso con le lettrici e i lettori di questo blog se insisto a parlare delle complicità dell’Europa nelle rendition, il programma segreto diretto dalla Cia durante la “guerra al terrore” lanciata dall’ex presidente degli Stati Uniti George Bush all’indomani dei crimini contro l’umanità commessi alle Torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001.

È che ogni settimana c’è un fatto nuovo e stavolta riguarda la Danimarca. Dopo la Finlandia e la Lituania, in un altro paese membro dell’Unione europea tornano di attualità i voli segreti che nello scorso decennio hanno trasferito illegalmente da un centro di detenzione all’altro del pianeta presunti terroristi di al-Qaeda, utilizzando massicciamente scali aerei europei.




Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri di Copenhagen, Villy Soevndal, ha annunciato una revisione indipendente sull’operato del paese nell’ambito delle rendition. La revisione, però, sarà affidata all’Istituto danese per gli studi internazionali e riguarderà solo il territorio della Groenlandia.
L’Istituto tuttavia potrà riesaminare solo la documentazione emersa da un’indagine del 2008 per verificare se e come le autorità nazionali danesi e locali groenlandesi abbiano davvero riferito quanto fosse a loro conoscenza.

Non potrà ascoltare testimoni né acquisire nuove informazioni, come quelle relative, per esempio, al ruolo svolto dalla Finlandia e dalla Lituania nei programmi segreti della Cia.
C’è di buono che l’Istituto potrà esaminare i contenuti di alcuni cablogrammi resi noti da Wikileaks che fanno intendere in modo esplicito che Danimarca e Stati Uniti si misero d’accordo affinché l’inchiesta del 2008 non rivelasse la verità sull’estensione della complicità danese nel programma delle rendition.

Adesso, la cosa interessante è che nei cinque anni in cui sono stati all’opposizione, i tre partiti che ora fanno parte della coalizione di governo (Partito socialdemocratico, Partito socialista e Partito social liberale) avevano reclamato costantemente un’indagine indipendente sulle complicità della Danimarca nelle rendition.

Avevano buoni motivi per chiederla. I rapporti del Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo e delle organizzazioni non governative indicano che aerei della Cia potrebbero essere atterrati a Copenhagen o in altri scali danesi e che in tutto questo la Groenlandia ha avuto un ruolo determinante, a quanto pare senza che la cosa fosse risaputa dalle autorità locali.
Al governo da ottobre, i tre partiti paiono avere meno pretese. Per quanto l’Istituto possa fare, chi ha dei segreti da mantenere li manterrà. Secondo il ministro Soevndal, un’indagine a tutto campo sarebbe  troppo costosa.

A gennaio, la Danimarca assumerà la presidenza dell’Unione europea. Sarebbe opportuno che prima di allora le autorità danesi si scrollassero di dosso la patina di omertà, avviassero un’indagine davvero approfondita, indipendente ed efficace e che dicessero una cosa chiara: indagare sui diritti umani non è mai troppo costoso, rispetto alla ricerca della verità e della giustizia.



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L’Italia salvata dai terroni? Solo nel mondo dei sogni

di -

Il nuovo pamphlet filoborbonico di Pino Aprile porta sul banco degli imputati i polentoni, che non sarebbero secondi a nessuno quanto a corruzione e malcostume Ma le cose non stanno così




Pino Aprile, autore del fortunatissimo Terroni, diventato «un vessillo della nuova fierezza meridionale», licenzia ora un libro che s’intitola Giù al Sud (Piemme, pagg. 472, euro 19,50). Il sottotitolo recita Perché i terroni salveranno l’Italia.

Sull’onda di revanscismo emotivo creata dal successo di Terroni, Aprile ha partecipato, appunto, giù al sud, a innumerevoli convegni, presentazioni, dibattiti. Quel vagabondare, e quei contatti con luoghi e con uomini, gli hanno fornito ampia materia per un secondo saggio sulla questione meridionale.
Nelle prime pagine Aprile sembra volersi dedicare a positive realtà meridionali che sono state e sono ignorate o sminuite. «C’è un sud che sta perdendo la subalternità...

C’è una generazione di meridionali che non vuole più andarsene e, conoscendo il mondo, vuol saperne di più sul suo Sud e viverci: e, per viverci bene, migliorarlo, migliorando la propria condizione; e pensa di poter fare molto con poco e che quel poco a Sud valga più del molto altrove». Un incipit incoraggiante.

Dopo il quale, a mio parere, anche Giù al Sud riprende, sulla scia di Terroni, le caratteristiche d’un pamphlet scritto benissimo, ricco di informazioni preziose, ma aderente a una tesi preconcetta secondo la quale un sud opulento e progreditissimo è stato stuprato dalla ferocia dei rozzi piemontesi. Stuprato a tal punto che ancor oggi, centocinquant’anni dopo, la vergogna dura.

Leggendo dobbiamo convincerci, ad esempio, che la criminalità organizzata non inquini particolarmente il meridione, ma furoreggi tra i polentoni. Milano - punta l’indice Pino Aprile - è la quarta città italiana per sequestri di beni mafiosi, la capitale del traffico di cocaina, la principale base operativa per ’ndrangheta e mafia.

Non ne dubito. Osservo però che gli arrestati e incriminati, a Milano, perché coinvolti nell’azione delle cosche mafiose o camorriste difficilmente hanno per cognome Brambilla o Galbusera. Leggendo dobbiamo convincerci che le nostre impressioni e convinzioni sugli scandali siciliani erano frutto di malanimo, che gli studi - Luca Ricolfi - secondo cui il settentrione è drenato dal sud sono basati su dati falsi, che l’isola non succhia risorse dello Stato ma anzi gliene elargisce a dismisura: insomma virtuosa non è la Lombardia, è la Sicilia. Sarà.

Continuo tuttavia a non capire perché la regione Sicilia debba avere un numero di dipendenti che è sei volte quello della Lombardia, e in forza di quali insensate leggine regionali un funzionario sia andato in pensione con 30mila e passa euro al mese. Aprile - che non può vedere Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione - liquida come diffamatoria la persuasione diffusa che al Sud i voti scolastici siano più alti che al nord, così da agevolare i ragazzi nei concorsi.

Davvero è solo una calunnia? La smentita arriva proprio dalla biografia della Gelmini la quale, dovendo sostenere l’esame per l’abilitazione alla professione forense, ha evitato le severe commissioni giudicanti del nord e s’è rifugiata in un accogliente diplomificio meridionale. Il nord si guardi dal far prediche al sud, si intima, perché ha avuto la Parmalat e il Banco Ambrosiano. Mi guardo bene dal negare che al nord vi siano corruzione, scandali, mala amministrazione. Ma il sud che fa prediche al nord, addebitandogli perfino lo sconcio della monnezza, è un paradosso.

Aprile liquida come razzista e fascista la Lega, che personalmente ho in forte antipatia. Ma quell’accusa sbrigativa fa torto a un movimento che con tutte le sue grossolanità e le sue pulsioni xenofobe ha avuto un’importante dimensione politica. Diciamo del bossismo tutto il male possibile, ma riconoscendo che alcuni sindaci del Carroccio sono stati e sono ottimi. Ne avessero di così bravi nei disastrati comuni del sud.

Forse sono troppo puntiglioso nel sostenere alcuni miei punti di vista che giù al Sud saranno bollati come biecamente padani. Ma avrei preferito che Pino Aprile, uomo fine e intelligente, non mettesse sul banco degli imputati il nord - personificato dal governo dell’epoca - per il terremoto di Messina del 1908. L’immane disastro ebbe (in grande), le conseguenze che ogni calamità naturale ha in Italia.Disorganizzazione, confusione, corruzione, scandali, brutalità, sciacallaggio. È possibilissimo che innocenti familiari delle vittime, aggirantisi tra le macerie, siano stati fucilati come sciacalli.

«Sembrava quasi - scrive Pino Aprile - che il governo italiano avesse colto l’occasione del disastro per punire Messina, piuttosto che aiutarla. E a ben guardare il sospetto potrebbe non essere infondato, perché la rocca messinese, con quella di Civitella del Tronto, fu l’ultima a cedere all’assedio delle truppe piemontesi. La città aveva dimostrato, in maniera plateale, la sua disistima al nuovo governo, alle elezioni del 1866». Vale a dire che quando i militari o funzionari inviati a Messina si comportarono in maniera deplorevole lo fecero perché quasi mezzo secolo prima le truppe sabaude avevano espugnato la città. Che memoria.




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L'ultima follia di Burlando: i soldi arrivati per l’alluvione saranno dirottati ai partigiani

di -

Genova travolta dal fango, ma il governatore ligure pensa a celebrare la Resistenza. Il Pdl: scelta indegna




Genova Tatticamente magari è anche una mossa astuta. Perché in questi giorni gli angeli del fango pensano a ripulire Genova, chi ha perso tutto non guarda certo a cosa approva il consiglio regionale, e tutta Italia punta l’indice accusatorio sul sindaco Marta Vincenzi.

Dovendolo, anzi volendolo fare, dal punto di vista puramente politico è persino il momento ideale. E così Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, ha deciso di farlo subito, 11 giorni dopo la devastazione di Genova: dimezzare i fondi per il «Piano regionale per la difesa del suolo», togliendo altri 400mila euro dal capitolo «Interventi inerenti la difesa del suolo e la tutela delle risorse idriche». Che un anno fa era già passato da 2 a 1 milione di euro. E che nel luglio scorso, quattro mesi prima dell’alluvione, era stato già ridotto a 700mila euro. Soldi, per essere subito chiari, totalmente «discrezionali», cioè che la Regione poteva mantenere perché non collegati ai risparmi imposti dal governo, che riguardano un altro capitolo.

Martedì mattina il governatore chiederà al consiglio regionale di votare il taglio di risorse destinate alla sicurezza dei liguri minacciati dal rischio di nuove esondazioni. Lui, che da sette anni è anche il Commissario straordinario delegato alla messa in sicurezza del rio Fereggiano (quello che ha provocato la catastrofe), chiede di risparmiare laddove bisognerebbe spendere semmai di più per ridurre il rischio idrogeologico. Una scelta tutta politica, perché contemporaneamente martedì Burlando proporrà di spendere invece tanti soldi in più per altre iniziative.

Quali? L’«affermazione dei valori della Resistenza», ad esempio, che sarà garantita grazie a iniziative della Regione, per le quali usciranno 100mila euro in più. Per non scontentare troppo l’opposizione, ci saranno anche 50mila euro per la «memoria dei giuliano-dalmati». E poi via con elargizioni ad «associazioni che svolgono attività di interesse regionale» e maggiori costi di missione, spese di viaggio e rimborsi agli assessori. Botte da decine di migliaia di euro a capitolo.

Spiccioli? «Macché - interviene duramente Raffaella Della Bianca, consigliere regionale del Pdl, che alla lettura del pacchetto di variazioni al bilancio ha avuto una reazione sdegnata - Intanto va detto che in questo momento anche un solo euro tolto a questa emergenza sarebbe una follia. Bisogna ragionare come un padre di famiglia. Prima di andare al cinema, occorre pensare a mettere insieme pranzo e cena per i figli. Ma soprattutto, con quale spirito, proprio adesso, Burlando risparmia su certe cose?».

Non solo. Anche andando a vedere bene i bilanci, le variazioni avvenute nel corso dell’anno dimostrano come la Regione Liguria faccia finta di tirare la cinghia, ma poi su certe spese si lasci subito andare appena l’attenzione svanisce un po’. «Sul bilancio di previsione 2011, un anno fa Burlando disse di risparmiare 30mila euro sulle indennità di missione della giunta - snocciola le cifre Della Bianca

Già a luglio però ne aveva riaggiunti 20mila, e martedì aumenteranno di altri 15mila. Alle associazioni che stavolta ottengono 38mila euro in più, un anno fa in fase di previsione, erano stati ridotti fondi per 20mila euro, reintegrati però a luglio di ben 50mila. In totale ne prenderanno 68mila in più». Mentre Genova andava sott’acqua la quinta commissione regionale stanziava 7.000 euro in più per «corsi di attività velica d’altura». Le coincidenze a volte sono capaci di aggravare il cattivo gusto.




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