domenica 2 gennaio 2011

Battisti, il nuovo governo gela l'Italia «Corretta la decisione di Lula»

Corriere della sera


Parla il neo ministro della Giustizia, Josè Cardozo
«Nessun dubbio» sul no all'estradizione


MILANO - Il nuovo ministro della giustizia brasiliano, Josè Cardozo, ha detto di «non aver alcun dubbio» sul fatto che il no all'estradizione di Cesare Battisti deciso dall'ex presidente Lula sia stata una decisione «corretta». Lula ha agito «in stretta consonanza con il nostro diritto e con quanto aveva manifestato il Supremo Tribunal Federal», ha detto Cardozo, precisando di essersi convinto «dopo aver letto il parere dell'Avvocatura generale dello Stato», che ha consigliato Lula di lasciare Battisti in Brasile. Cardozo sostiene di non prevedere possibili «ritorsioni» da parte dell'Italia a causa del caso Battisti. «La nostra è una decisione sovrana», ha detto.



VALIDITA' GIURIDICA «Non credo che possa compromettere i nostri rapporti di profonda amicizia con l'Italia. Gli italiani - ha sottolineato - sono nostri fratelli». «Non c'è alcuna ragione per la quale la decisione di Lula possa essere contestata dal punto di vista della sua validità giuridica», ha detto ancora il nuovo ministro della giustizia. Il ministro brasiliano non ha fatto riferimenti diretti alla lettera del capo della diplomazia italiana recapitata dall'ambasciatore italiano poco prima di lasciare il Brasile, «richiamato in Patria per consultazioni». Lettera in cui Frattini ribadiva «la ferma determinazione del governo italiano ad esperire tutte le possibili vie legali per ottenere l'estradizione di Battisti», e «l'auspicio» che «il nuovo Presidente possa rivedere la decisione del suo predecessore ed uniformarsi alla sentenza del Tribunale Supremo Brasiliano»


REPLICA ITALIANA - «È poco incisiva la difesa d'ufficio del nuovo ministro della giustizia brasiliano». A Cardoso replica dall'Italia l'onorevole Margherita Boniver, deputato del PDL e Presidente del Comitato Schengen. «Il no di Lula all'estradizione dell'assassino Cesare Battisti è stata una carognata. Negli incontri ufficiali con il Presidente della Repubblica Napolitano e del Consiglio Berlusconi, Lula aveva evidentemente dato un messaggio tranquillizzante. L'unica cosa certa è che l'Italia continuerà ad adire in ogni sede legale internazionale affinché Battisti possa scontare la sua pena».


LA QUESTIONE ALL'AJA - Resta alta la tensione tra le due sponde dell'Atlantico. anche se da Brasilia sono giunti messaggi contraddittori. Parole distensive arrivano dal nuovo ministro degli Esteri Antonio Patriota che ha apprezzato la presenza dell'ambasciatore italiano alla cerimonia di insediamento di Dilma Rousseff: «La presenza dell'ambasciatore è stata una manifestazione di desiderio dei due paesi per proseguire i propri rapporti ed enfatizzare le convergenze e un'agenda costruttiva», ha spiegato il neoministro. L'Italia comunque non intende lasciare nulla di intentato per ottenere l'estradizione di Cesare Battisti ed è pronta anche a ricorrere alla Corte Internazionale dell'Aja. La posizione del ministro degli Esteri Franco Frattini, che giudica il no di Lula un «precedente gravissimo», non preoccupa però il Brasile. Proprio sulla possibilità che Roma ricorra alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja si è espresso Marco Aurelio Garcia, consulente speciale agli affari internazionali del Brasile. «Non ci preoccupa, la nostra è una decisione sovrana, che ha un forte fondamento giuridico», ha commentato in una dichiarazione alla stampa locale, Garcia (che era consigliere di Lula ed è stato confermato dalla Rousseff) ha detto di non escludere che il caso Battisti possa incidere, «per un brevissimo periodo», sui rapporti bilaterali, sottolineando allo stesso tempo l'importanza della presenza dell'ambasciatore italiano Gherardo La Francesca alla cerimonia in onore della nuova presidente, Dilma Rousseff. «Vorrei sottolineare come tale presenza sia un indizio che c'è una disponibilità per il dialogo, per una soluzione diplomatica», ha commentato Garcia.


RELAZIONI COMMERCIALI - fronte, oltre che politico e giuridico, è economico. Con il no all'estradizione, ha sottolineato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, tra Italia e Brasile si è creato un clima che mette a rischio «le relazioni commerciali». D'accordo il titolare della Farnesina che, però, realisticamente ha spiegato che «un governo sovrano e forte come quello brasiliano non è condizionabile da azioni di ritorsione». Su questo aspetto spinge anche il capogruppo alla Camera di Futuro e Liberta Italo Bocchino secondo il quale sul caso Battisti «servirebbe adesso un passo ulteriore a tutela della nostra dignità nazionale da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che farebbe bene a recarsi immediatamente a Brasilia per incontrare la Rousseff comunicandogli l'interruzione di tutti i rapporti commerciali». Mentre in Italia continuano le prese di posizione bipartisan contro la decisione di Lula, a Brasilia la nuova presidente Dilma Rousseff - ex guerrigliera di 63 anni con un passato in carcere durante la dittatura - si trova già impegnata in una girandola di incontri internazionali. Ma è chiaro che su di lei grava ora il peso della decisione del suo predecessore. Sul nuovo presidente infatti si stanno concentrando le pressioni dell'Italia che continua a sperare che possa avere un ruolo nella vicenda e ribaltare il diniego di Lula.


Redazione Online
02 gennaio 2011



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Mille merli morti piovono dal cielo

Corriere della sera


Insolito fenomeno in una cittadina dell'Arkansas, strade costellate di volatili senza vita


Lunedì le analisi sulle carcasse. Gli esperti non sanno ancora quali spiegazioni dare




MILANO - Come in un incubo di Alfred Hitchcock, uno stormo di più di mille merli morti è «piovuto» su una piccola città dell'Arkansas, Beebe. Sconcertati gli abitanti e anche gli esperti di fauna selvatica che hanno chiesto che gli uccelli siano analizzati.

STRAGE DI CAPODANNO - Lo strano fenomeno è iniziato l'ultimo dell'anno, ma nelle ore successive gli uccelli hanno continuato ad ammucchiarsi su case e giardini. Le autorità non hanno dato alcuna spiegazione ufficiale, limitandosi a dire che le analisi si faranno lunedì.



IPOTESI A CONFRONTO - Ma le ipotesi non mancano: alcuni scienziati hanno ipotizzato che gli uccelli possano essere stati colpiti da una tempesta grandine ad alta quota; altri che invece lo stormo sia incappato in una girandola di fuochi d'artificio. (Fonte: Agi)


02 gennaio 2011



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Treviso, atti di vandalismo contro presepe: marocchini offendono simbolo cristiano

Il Mattino


Secondo i residenti si trattava di ragazzi stranieri ubriachi. Il
presidente della Provincia fa il parallelo con l'attentato in Egitto







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Lo sfogo di un “tartassato” qualunque

Il Messaggero


Lettera aperta al Presidente del Consiglio Dott. Silvio Berlusconi.


Caro Presidente, mi chiamo Francesco De Santis, ho 47 anni e scrivendo questa lettera sono perfettamente consapevole di restare una delle tante voci inascoltate, in ogni caso, credo che a volte anche quelli come me, da voi politici definiti in modo altisonante: il popolo, i cittadini, gli elettori, abbiano a volte il diritto di manifestare il proprio disagio.

Faccio una doverosa premessa, per formazione culturale e tradizione familiare la mia collocazione politica è sempre stata a Destra e tale rimarrà, ma negli ultimi tempi è maturata in me la ferma convinzione di “strappare” il mio certificato elettorale e di andare ad ampliare la schiera dei non votanti. La scelta di non votare più è dovuta al non sentirsi più rappresentato da una classe politica senza valori, autoreferenziale,che sembra avere come unico scopo il mantenimento del proprio status tradendo ogni giorno il mandato per cui, ognuno di noi, ha eletto dei propri rappresentanti.

Ora vengo al fatto che mi ha portato a scriverle; vede caro Presidente io faccio parte di una categoria che raramente trova spazio tra quelle citate dai media o sui giornali, dove non mancano mai le tute blu attraverso le rivendicazioni sindacali o gli imprenditori per voce di Confindustria, io sono un dipendente di una azienda privata e mi occupo di vendite con una funzione organizzativa.

Ho passato gli ultimi 22 anni lavorando 16 ore al giorno, perché Presidente sono uno di quelli che credono che la crescita dell’azienda per cui si lavora determini anche un maggiore benessere per se e contribuisca alla crescita del Paese. Il mio lavoro, l’esperienza e il ruolo mi hanno portato ad avere una retribuzione che mi consente oggi di vivere in modo dignitoso.

In questi anni ho sempre pensato che versare allo Stato oltre il 40% della mia RAL fosse, da un lato iniquo se confrontato alla tassazione di altri categorie, ma dall’altro un contributo che, seppure alto, mi consentiva di poter dire “non sono io a dovermi lamentare”.

Il 14 Dicembre è avvenuto un fatto che mi ha lasciato stupefatto e amareggiato, ho infatti ricevuto un lettera dall’Agenzia delle Entrate della città in cui vivo, mi si comunicava che, a seguito di un accertamento, risulta non versata una parte di IRPEF per i miei redditi dell’anno 2004, prima ho pensato ad uno scherzo, poi ad uno errore di persona, non poteva essere possibile... a me da 22 anni l’IRPEF la tolgono ogni 27 del mese dalla busta paga!

Ho tentato di capire con scarso successo quale fosse il problema dai documenti ricevuti, poi mi sono recato all’Agenzia delle Entrate, tre ore di coda e finalmente sono riuscito a parlare con un impiegato, una rapida occhiata ai documenti e dopo pochi minuti mi spiega come sono riuscito a diventare un Evasore Fiscale a mia insaputa.

Nel 2004 ho cambiato datore di lavoro, ho quindi recepito redditi riportati su due diversi modelli CUD e non si sa per quale arcano motivo ho evaso l’IRPEF per circa 3.500 Euro, alle mie rimostranze il solerte impiegato mi dice “ ma lei non lo compila il 730?” rispondo a lei Presidente come al lui “NO… io ho sempre e solo avuto reddito da lavoro dipendente e mi sono solo limato a leggere a fine anno sul mio CUD quale fosse stato il mio contributo alla Nazione, io non ho mai avuto la necessità di un commercialista, le aziende per cui ho lavorato hanno sempre effettuato tutti i calcoli…”.

A questo punto alterato chiedo all’incolpevole impiegato chi avrebbe dovuto avvertirmi della cosa e su chi posso rivalermi, lui un po' disorientato mi consiglia di provare con i datori di lavoro ma che in ogni caso avrei dovuto pagare.

Caro Presidente ora viene il bello, la cosa mi ha fatto perdere le staffe e vergognare di vivere in Italia, l’impiegato mi mette al corrente che la sanzione è di 4.500 Euro ma, se non faccio ricorso e pago entro il 14 Febbraio, ne pago solo 500 e che mi conviene pagare i 4.000 Euro (IRPEF elusa più sanzione ridotta) perché a differenza di altre categorie io ho la busta paga e che la cifra mi verrebbe pignorata, la cosa, da come mi viene posta, mi sa tanto di un avvertimento che, nella mia logica, andrebbe perseguito dalla legge, un vero e proprio ricatto.

Ho così scoperto in un solo giorno di essere un evasore fiscale e di vivere in uno Stato che la lotta all’evasione fiscale riesce a farla con chi, come me, le tasse le ha sempre pagate senza evadere nemmeno un centesimo e che, si scopre tra i “cattivi”, per colpa di un sistema fiscale complicato, sconosciuto, e pieno zeppo di cavilli utili solo ad arricchire commercialisti e consulenti azzeccagarbugli.

Caro Presidente io pagherò perché sono sempre stato una persona onesta e non voglio essere messo alla stregua dei delinquenti che il fisco lo eludono davvero, continuerò quindi ad essere un “tartassato” che ogni anno versa il 40% del frutto del suo lavoro allo Stato, ma farò l’unica cosa che posso fare, non essere più complice di uno stato che ha comportamenti delinquenziali con le persone oneste , non sceglierò più chi dovrebbe rappresentarmi, sarò un Italiano mio malgrado.

Distinti saluti

Francesco De Santis

(1° gennaio 2010)




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Un milione per l'auto di Ahmadinejad

Il Corriere della sera


Offerta record ad un'asta benefica: la somma servirà per costruire case per giovani e disabili

La vecchia Peugeot 504 del leader iraniano ha 33 anni di vita e 37mila chilometri...



MILANO - La vecchia Peugeot 504 che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha messo all'asta per beneficenza ha ricevuto un'offerta da 1 milione di dollari. Lo ha comunicato l'Iran Daily, un giornale statale iraniano, precisando che si tratta di un acquirente straniero. I fondi raccolti durante l'asta, che andrà avanti per tutto il mese, saranno destinati alla costruzione di case per giovani e persone disabili.

OLTRE LE ASPETTATIVE - Ahmad Esfandiari, capo dell'Agenzia iarniana per il welfare, ha precisato alla Bbc che l'offerta è arrivata da un compratore residente in una regione araba, senza aggiungere ulteriori dettagli sulla sua nazionalità. La somma offerta è andata ben oltre le aspettative degli organizzatori dell'asta che nei giorni scorsi avevano dichiarato di sperare in offerte superiori ai 2 mila dollari, prezzo a cui quel tipo di vettura viene normalmente ceduta nelle contrattazioni di mercato in Iran.


37 MILA KM E NON SENTIRLI - L'auto di Ahmadinejad è in discrete condizioni e sul cruscotto registra 37 mila chilometri percorsi, una quantità non particolarmente eccessiva per una vettura che ha raggiunto i 33 anni di vita, essendo stata immatricolata nel 1977. Resta ora da vedere fino a che livello si spingeranno le offerte. Il clamore della notizia potrebbe infatti scatenare una nuova corsa al rialzo, anche in considerazione del credito che Ahmadinejad, nonostante (o forse proprio per questo) le sue posizioni spesso in contrasto con l'occidente, riesce ad ottenere nei paesi arabi.


Redazione online
02 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA




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Ex capo del Supremo tribunale: «Da Lula scelta ideologica, violata la legge»

Il Messaggero


ROMA (2 gennaio) - La decisione di Lula «non ha basi giuridiche» ma è «ideologica e anche incomprensibile, visto che la stessa sinistra europea non concorda con ciò che ha fatto Battisti». Lo afferma, in un'intervista alla Stampa, l'ex giudice capo del Supremo tribunale federale brasiliano, Carlos Velloso, sottolineando che «non era mai successo che una sentenza del Stf non venisse rispettata», anche perché «non c'è nessuna parola nella legge che autorizzi il capo dello Stato a non rispettare una decisione riguardo un'estradizione».

La decisione del tribunale «doveva semplicemente essere applicata da Lula. Fra l'altro - aggiunge - la questione era passata al vaglio dello Statuto degli Stranieri» che stabilisce che, «una volta autorizzata l'estradizione, il ministero degli Esteri deve comunicare all'ambasciata del Paese richiedente il via libera». Se con l'ambasciata italiana non è stato fatto «è stata violata la legge». Il governo italiano, comunque, «può ricorrere contro la decisione di Lula davanti al Tribunale supremo» e nel frattempo «Battisti resterà in carcere, a disposizione del Stf che, se e quando sarà il caso, avrà l'ultima parola e deciderà se liberarlo o no».




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Afghanistan, a Roma la salma di Miotto Il padre: versioni discordanti sulla morte

Wiki, ci sono i soldi: "Per i nostri dieci anni ci regaliamo la libertà"

La Stampa






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Salvate la casa natale di Ringo Starr»

Corriere della sera


Il sottosegretario Shapps chiede il rinvio della demolizione decisa dall'amministrazione di Liverpool



GRAN BRETAGNA - l'edificio di Madryn Street è IN CONDIZIONI DI DEGRADO


La casa natale di Ringo Starr a Liverpool
La casa natale di Ringo Starr a Liverpool
Dopo che le strisce pedonali di Abbey Road, sulla strada dove sorgono gli studi della Emi a Londra, sono diventate monumento nazionale, un altro luogo mitico della saga dei Beatles potrebbe essere salvato. Il sottosegretario alla casa Grant Shapps ha chiesto il rinvio nella demolizione della casetta natale del batterista Ringo Starr, oggi poco più che una catapecchia, nella popolare Madryn Street di Liverpool. L'intervento del governo ha fermato in extremis le ruspe che stavano per abbattere l'edificio al numero civico 9, dove Ringo Starr, alias Richard Starkey, nacque il 7 luglio 1940. In realtà il musicista non può neppure ricordare questa casa, perché vi passò in culla soltanto i primi tre mesi di vita: poi la famiglia si trasferì a Admiral Grove.


«PRIVA DI INTERESSE» - La demolizione della casa natale di Ringo era prevista per marzo prossimo. Secondo il Comune di Liverpool, l'isolato vittoriano delle Welsh Streets è talmente malridotto che «la demolizione è l'unica opzione». Per la condanna della casa di Ringo, «priva di interesse storico o architettonico» si era pronunciato anche l'English Heritage, secondo cui la proprietà non aveva le caratteristiche per essere dichiarata «protetta», a differenza di quanto è deciso poco prima di Natale per le strisce pedonali di Abbey Road a Londra. Le «zebre» erano infatti state riprodotte sulla copertina dell'omonimo album dei Fab Four. I fan dei Beatles possono da tempo visitare le case dove sono cresciuti Paul McCartney e John Lennon, entrambe proprietà del National Trust, ente che tutela i beni culturali e naturali del Regno Unito. Per salvare la casa natale di Ringo Starr è stata anche aperta una petizione sul sito petitiononline.


Redazione online
02 gennaio 2011



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Battisti, le lacrime di coccodrillo della sinistra che è amica dei killer

di Paolo Del Debbio


I radical chic fingono indignazione per la libertà all’ex terrorista, ma sotto sotto esultano. Tra i progressisti snob delusi da Lula c’è anche chi nel 2004 invocò la liberazione del terrorista: vittima del sistema. Tra i firmatari Scalfari, il re di chi si sente al di sopra di tutto. Anche della verità. Il governo non intende mollare: richiama l’ambasciatore e annuncia un altro ricorso. Frattini scrive alla presidente Rousseff: "Smentisca Lula".






Inacio Lula da Silva, nel­l’ultimo giorno utile della sua presidenza del Brasile, ha fat­to la cosa più inutile e danno­sa che poteva fare: ha rifiuta­to l’estradizione del terrori­sta- scrittore Cesare Battisti. Non poteva spendere peggio il suo ultimo giorno di manda­to. Naturalmente gli intellettua­li esultano. Direte, non tutti. No, ma quelli che almeno in Italia e in Francia vengono considerati tali sì. Se in Italia un intellettuale sta a destra infatti è uno scarto o un venduto. Scegliete voi. Torniamo al punto.

Perché Cesare Battisti va difeso? Perché non è un reo, secondo lorsignori, ma è la vittima. Le vittime non sono primariamente i morti che ha fatto, è lui vittima di un sistema che combatteva, magari con i mezzi sbagliati ma pur sempre con qualche sostanziale ragione. L’11 febbraio del 2004 sul sito online Carmilla fu pubblicato un appello per la liberazione di Battisti che, il giorno prima, in Francia, finalmente e giustamente era stato arrestato.

Questo appello fu firmato in pochi giorni da 1.500 persone, tra le quali intellettuali di spicco come Valerio Evangelisti, Giorgio Agamben, Giuseppe Genna, Wu Ming, Vauro, Daniel Pennac e un ventiquattrenne napoletano di nome Roberto Saviano ( che insieme a qualche altro poi la tolse, ma di questo parleremo tra poco). In quell’appello questa è la descrizione che viene data dell’ex leader dei Proletari armati per il comunismo: «Un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco se stesso e la storia che ha vissuto. La sua vita in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale».

Se non ci fosse la Francia di mezzo uno potrebbe pensare al vero Cesare Battisti, ma lì c’era di mezzo l’Austria. Un uomo onesto. Condannato come responsabile di quattro omicidi, tre come concorrente nell’esecuzione, uno ideato con altri e da altri eseguito: 6 giugno 1978, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; 16 febbraio 1979, Lino Sabbadin, macellaio; 16 febbraio 1979, Pierluigi Torregiani, gioielliere; 19 aprile 1979, Andrea Campagna, agente della Digos.

Tutto questo per gli intellettuali che hanno firmato l’appello non conta. Il loro giudizio supera queste piccolezze della storia degli uomini, omicidi compresi. Dalla parte del reo c’è l’idea, il progetto rivoluzionario. Dalla parte della vittima c’è lasfiga di essersi trovata lì a mettere i bastoni tra le ruote dell’idea. E l’idea l’ha tolta di mezzo. La sua vita in Francia è stata modesta e piena di sacrifici. Quella dei familiari delle vittime conta meno.

Quella di Alberto, figlio di Pierluigi Torregiani, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle, conta meno delle difficoltà che ha dovuto affrontare Battisti per sfuggire alla giusta pena inflittagli dalla giustizia italiana. La furia dell’idea rivoluzionaria e di sinistra trancia tutto, anche le gambe di un figlio di un onesto gioielliere. Non conta nulla. Nulla è più importante. Qualcuno poi s’è pentito,Pincio e Saviano. Saviano, quello della lotta per la legalità, con una mail sostenne che la sua firma era finita lì per caso.

Pincio ha ritrattato. Ma va bene lo stesso. L’intellettuale di sinistra è un intellettuale che può sbagliare. L’intellettuale liberale, e magari anche di destra, sbaglia per il fatto di esistere, come avrebbe detto il filosofo tedesco Martin Heidegger, per il fatto di esserci. È un male non solo italiano, ma ciò non consola. L’intellettuale che supera tutto, che è al di sopra di tutto semplicemente perché con altri intellettuali ha deciso che sono al di sopra. Il principe metafisico di questo tipo di intellettuali è Eugenio Scalfari: che si occupi dell’Io (cioè Lui, l’Eugenio), che detti la linea alla politica italiana o che la detti al presidente Napolitano non conta. Come non conta per gli altri intellettuali. La realtà è un orpello fastidioso. Quello che conta sono gli occhiali con i quali viene letta, come nel caso del povero Battisti che in Francia ha vissuto tra tanti sacrifici. Speriamo che in Brasile, visto il clima, stia meglio.




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Il figlio di Sabadin scrive alla Rousseff: "Chiedo solo giustizia"

di Redazione


Adriano, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani dice: "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta"



Venezia - "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta". Lo scrive Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani.

Sabbadin, nella missiva pubblicata da "Il Corriere del Veneto" che la recapiterà all'ambasciata in Italia, dice di essersi sentito "profondamente ferito dalla decisione di Lula di non estradare Cesare Battisti", di cui ricorda tutto l'iter giudiziario, la condanna, la fuga dall'Italia prima a Puerto Escondido, poi in Francia e infine in Brasile. Dopo un richiamo toccante alla morte del padre - "venne colpito con i colpi di grazia" quando era già a terra ferito - e alla sua vita di allora 17/enne "completamente stravolta",

Sabbadin ricorda "che non c'é pace senza giustizia e la mia famiglia non ha avuto giustizia. Quel che interessa a me oggi non è tanto che Cesare Battisti resti in galera per sempre, ma vederlo pentito. E da questo purtroppo siamo lontani. Per questo è giusto che espii la sus pena, anche a trent'anni di distanza dai delitti".




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L’italiano ucciso e l’italiano che ha ucciso

di Tony Damascelli


Matteo Miotto aveva ventiquattro anni. Cesare Battisti ha cinquantasei anni. Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini. Cesare Battisti è un terrorista dei Proletari armati per il comunismo. Matteo Miotto è stato ucciso nella terra del Gulistan, in Afghanistan, lo hanno centrato al fianco i proiettili sparati da un cecchino di cui, ovviamente, non si conoscono le generalità. Cesare Battisti ha ucciso quattro italiani, l’agente di custodia Antonio Santoro, l’agente Andrea Campagna, il macellaio Lino Sabbadin, il gioielliere Pier Luigi Torregiani, oltre ad avere commesso vari reati, rapine e atti di libidine nei confronti di incapace.

Matteo Miotto era partito per l’Afghanistan «perché la bandiera va onorata e difesa, perché questa è la storia, perché questa la tradizione del popolo di Vicenza e i ragazzi a questo devono pensare», così aveva detto tenendo sul capo, con orgoglio, il feltro con la penna nera. Cesare Battisti si è rifugiato in Brasile, dopo aver trascorso altre fette vigliacche di vita in Francia, perché ritiene che l’Italia sia pericolosa e bugiarda; lui, infatti, si proclama innocente, i rivoluzionari nostrani hanno il coraggio soltanto delle parole, si cibano alla stessa mensa dei mafiosi.

L’ultimo giorno del duemila e dieci ha regalato le esistenze diverse di due italiani. Matteo Miotto va ad aggiungere il suo silenzio finale a quello di altri (...)
(...) soldati morti per guerra difendendo la pace. A Thiene la mezzanotte è arrivata senza spumante, senza balli, senza promesse. Le parole tragiche sono scivolate sui visi rigati dalle lacrime, lo strazio di una famiglia era coperto dai fuochi di artificio, spari di festa, non di morte. In quella casa di Zanè, dove Matteo viveva, il duemila e undici non incomincerà mai.
Cesare Battisti aggiunge la sua fuga protetta a quella di altri complici, di sinistra e di destra, che nulla hanno a che fare con questa Italia che non è mai stata loro ma che hanno voluto violentare.

A Papuda, nel carcere che sta a trenta chilometri da Rio, avranno anche festeggiato, forse nella cella numero 5 che il terrorista occupa insieme con un suo sodale svizzero evasore fiscale. Lula, il presidente, ha voluto lasciare l’incarico con un ultimo messaggio provocatorio, uno schiaffo agli italiani. Napolitano, il presidente, non ne ha fatto cenno alcuno nell’ultimo discorso dell’anno. Matteo Miotto tornerà in Italia accolto dalle solite facce di circostanza, il funerale, il bacio alla bara, la bandiera appena accarezzata, il rintocco della campana, il saluto dei commilitoni; la sua è cronaca di guerra, cattiva, maledetta, Matteo lo aveva scritto nel testamento, con il desiderio di essere sepolto nel cimitero tra i caduti di guerra, l’aveva prevista, ne aveva forse annusato l’odore acre ma l’aveva voluta, fortissimamente, come omaggio alla Patria.

La Patria, che cosa è mai la Patria per Cesare Battisti? Il terrorista non tornerà in Italia, meglio le tane del Brasile, meglio la Francia, lontano da chi potrebbe riconoscerlo già conoscendolo. Eppure troverebbe il sorriso e l’abbraccio dei compagni, perché, come ha detto ieri il deputato Cento Paolo della presidenza nazionale di Sinistra ecologia e libertà «... le reazioni politiche e istituzionali alla decisione di Lula sono spropositate... semmai si colga questa occasione per riaprire finalmente una riflessione seria nel nostro Paese sul come chiudere definitivamente la stagione degli anni di piombo anche attraverso un provvedimento come l’amnistia...».

Sì, sarebbe davvero l’ora di riflettere, di allestire, per esempio, un incontro tra i parenti di Torregiani, degli agenti Santoro e Campagna e del macellaio Sabbadin, con questa nuova vittima del regime italiano, Cesare Battisti da Sermoneta.

Ci potrebbe pensare proprio Cento Paolo che si occupa di ecologia e di libertà oltre che delle curve del football. Matteo Miotto è andato a morire in Afghanistan anche per questa tribù di connazionali, per chi gioca con la propaganda, evitando il rispetto della morte, usando la vita altrui per confezionarsi un bottino elettorale. Sono questi gli italiani che si meritano Cesare Battisti. L’Italia di Matteo Miotto resta senza parole. Forse non esiste più.



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Battisti, scandalo mondiale Frattini: Dilma cancelli questo scandalo

Quotidiano.net


Corto circuito diplomatico fra Brasilia e Roma dopo il no all'estradizione dell'ex terrorista. E il ministro degli Esteri italiano scrive al neopresidente dello stato Sudamericano, Dilma Rousseff


Brasilia, 1 gennaio 2011 - Ampio spazio oggi sulla stampa brasiliana sul ‘caso Battisti’ e sul cortocircuito diplomatico Brasilia-Roma, vicenda che in molti casi s’intreccia con le notizie relative all’addio alla presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva, e all’insediamento, oggi nella capitale, del capo dello Stato entrante, Dilma Rousseff.


‘’L’idea di Lula era telefonare al premier Silvio Berlusconi per riferire prima l’annuncio della non estradizione’’, afferma per esempio il quotidiano Estado de S.Paulo. ‘’Tale gesto diplomatico è stato messo da parte quando Lula ha saputo le ultime dichiarazioni del governo italiano, inclusa la nota di Palazzo Chigi diffusa giovedi’, quando la questione era ancora aperta’’, aggiunge il giornale, precisando che queste dichiarazioni ‘’hanno rafforzato l’idea che l’estradizione potrebbe aggravare la situazione di Battisti in Italia’’.


Un altro quotidiano, Globo, sottolinea che Dilma s’insedia con ‘’una crisi diplomatica’’ aperta. Il ‘caso Battisti’, rileva, sara’ la ‘’prima sfida’’ del suo governo. Il Jornal do Brasil pubblica tra l’altro dichiarazioni fatte dall’avvocato del governo italiano, Nabor Bulhoes, il quale ha definito ‘’un abuso e illegale’’, sia sul fronte interno sia su quello internazionale, la decisione di non estradare Battisti. Il legale ricorda inoltre che l’Italia intende presentare un ricorso contro tale decisione.


FRATTINI SCRIVE ALLA ROUSSEFF - Intanto oggi Franco Frattini ha scritto al neopresidente brasiliano Dilma Rousseff, esprimendo l’auspicio che possa rivedere la decisione assunta ieri dal suo predecessore Lula. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche la missiva è stata consegnata a Luis Nogueira, attuale segretario generale del ministero degli Esteri brasiliano. Nella lettera viene confermata la determinazione del governo italiano a perlustrare tutte le possibili vie legali per arrivare all’estradizione in Italia di Cesare Battisti.


La missiva è stata consegnata nel giorno dell’insediamento di Rousseff, cerimonia cui ha partecipato anche l’ambasciatore italiano in Brasile, Gherardo La Francesca, che rientrerà domani a Roma, dove è stato richiamato dal ministro per consultazioni.


ULTIMA POSSIBILITA': LA CORTE SUPREMA - La decisione presa ieri dal presidente brasiliano uscente Lula sul caso Battisti è stata un regalo di fine mandato ai suoi “correligionari” più di sinistra, ma forse non è ancora detta l’ultima parola: ora la Corte suprema del Brasile potrebbe ribaltarla, mettendo in un certo senso tutti d’accordo. A pensarlo è Clovis Rossi, senza dubbio uno dei principali giornalisti brasiliani, esperto di politica internazionale del grande quotidiano Folha de S.Paulo, che in un’intervista a TMNews ha spiegato la volontà di Lula di accattivarsi una certa “sinistra festiva”, come viene chiamata in Brasile: “Sono quelli che continuano a fare la rivoluzione nei bar alla moda e non possono certo rallegrarsi molto per la conversione completa di Lula all’ordodossia economica”, ha spiegato Rossi.

Che rivela però un possibile retroscena: “Il Tribunale Supremo (Stf) ha annunciato che l’ultima parola, adesso, spetterà a lui, e questo dopo un incontro tra Lula e il presidente del Tribunale Cesar Peluso. Mi sembra evidente che ci deve essere stato un accordo dietro le quinte, secondo il quale Lula nega l’estradizione, ma l’Stf la confermerà: Lula fa bella figura con il suo pubblico di sinistra, e il Brasile finisce per non entrare in conflitto con l’Italia”. Dunque, nessuna conseguenza? “Mi sembra - conclude Clovis Rossi - che ci sia stato un errore di percezione di tutta la vicenda ma, ripeto, speculo con una certa sicurezza che tutto è stato deciso dietro le quinte e alla fine non ci saranno conseguenze”.


La pensa in modo simile Felipe Seligman, reporter giudiziario del quotidiano Folha de S.Paulo a Brasilia, che da tre anni segue il processo di estradizione di Cesare Battisti. “Nella decisione di Lula ha contato una certa aspettativa da parte di alcuni settori della sinistra politica, che hanno giudicato il suo governo eccessivamente moderato: una specie di regalo di fine mandato ai correligionari”. “Tanto è vero - aggiunge Seligman a TMNews - che la decisione era stata presa fin dalla concessione del rifugio a Battisti da parte del ministro della Giustizia Tarso Genro, appoggiata allora da Lula. Cioè quella di Genro non era stata una decisione isolata, ma era stata concordata con il governo”. Però, lo scorso settembre il Supremo Tribunale Federale ha annullato la decisione del ministro, dicendo sì alla richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano.


“Per questo - spiega il giornalista - le cose sono andate così per le lunghe, perché hanno dovuto trovare la maniera di rimanere sulla stessa decisione senza violare il trattato bilaterale sull’estradizione tra Brasile e Italia senza urtare troppo i rapporti”. Le reazioni non sono mancate. “Il governo si aspettava queste reazioni, ma qui a Brasilia c’è chi pensa che faccia tutto parte del gioco delle parti, e che i rapporti tra i due Paesi non saranno macchiati dalla vicenda”.





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Il business dei commessi d’oro: ecco l’ultimo spreco alla Camera

di Redazione



Inchiesta sull'Italia del malcostume. L’imprenditore Scarpellini, re di Affittopoli, oltre agli uffici fornisce a Montecitorio anche il personale: 400 fattorini solo per Palazzo Marini. Quando ne basterebbero 60. Il costruttore sostiene che così lo Stato risparmia. Ma non è vero: è sufficiente fare due conti



 

Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci

Roma Dopo l'affare degli uffi­ci a prezzi di superlusso ecco la manodopera d'oro.La Mila­no 90 ha trovato un altro filo­ne d'oro nella Camera dei de­putati. Gli economisti lo chia­mano outsourcing . Sostan­zialmente vuol dire esterna­lizzare i servizi. Lo scopo? Ov­viamente risparmiare. Si dan­no da fare i lavori a società «esterne». Si paga solo il servi­zio o il prodotto finito. Così si taglia il costo più alto: ovvero quello del personale interno. Ed è proprio l' outsourcing uno dei punti forti dell'accor­do d'acciaio tra la Camera dei Deputati e la Milano 90 di Scarpellini. Anche se chi ci guadagna non è certo Monte­citorio.

Oltre ad aver affittato alla Camera uffici per 12mila mq, la società del costruttore ro­mano si è adoperata per met­tere a disposizione degli stes­si uffici il personale necessa­rio.
In tutto sono 400 persone (fonte lo stesso Scarpellini), assunte dalla Milano 90. Così si risparmia, spiega il costrut­tore al Sole 24 Ore del 13 otto­bre scorso. Al giornale econo­mico Scarpellini ricorda che i dipendenti della Milano 90 so­no assunti con contratto al­berghiero e che un assistente parlamentare (cioè quelli che nel linguaggio comune ven­gono chiamati commessi) guadagnano tre volte tanto.

Ecco un caso perfetto di out­sourcing . Almeno così lo ven­de Scarpellini al Sole 24 Ore .
La Camera, in buona sostan­za, ha bisogno di allargarsi. Aumentano le necessità lavo­rative dei parlamentari (che invero non aumentano mai). C'è bisogno di spazio, di uffi­ci, e quindi anche di persona­le che assista gli onorevoli nel­le loro funzioni. Fare concor­s­i e assumere personale coste­rebbe troppo. Meglio quindi rivolgersi a società che, «chia­vi in mano», ti danno tutto quello che ti occorre. E tu (Montecitorio) paghi soltan­to il servizio.

Chiunque di fronte a que­sta spiegazione si sentirebbe rassicurato. In fondo - pense­rebbe- non è poi vero che ven­gono scialacquati i nostri sol­di. E invece le cose non stan­no così. E il Giornale ha trova­to le carte che sconfessano questa tesi. L' outsourcing cui fa riferimento Scarpellini è so­lo una favoletta per gli alloc­chi. Basta contare il numero degli assistenti parlamentari attualmente in servizio effetti­vo a Montecitorio per render­si conto che qualcosa non va. Per sembrare una cifra mode­sta o esorbitante serve una pietra di paragone. Per esem­pio i 400 lavoratori della Mila­no 90. Uno si aspetterebbe quanto meno cifre a tre zeri.

E invece i commessi attualmen­te in servizio effettivo sono meno di 430. E non lavorano in un unico complesso. Sono bensì dislocati in un'infinità di uffici. A cominciare ovvia­mente dal Palazzo per anto­nomasia: Montecitorio. Qui ha sede, innanzitutto, l'aula. E poi gli uffici di presidenza (solo per citare le due istitu­zioni più prestigiose della Ca­mera dei deputati). Sono ben dodici gli ingressi della Came­ra dei deputati solitamente aperti.

Da vicolo Valdina a via del Seminario, da piazza del Parlamento a via della Missio­ne. Si tratta di ingressi che ov­viamente richiedono la pre­senza di personale interno di Montecitorio. Sia per ragioni di rappresentanza che per ra­gioni di­sicurezza deve trattar­si di personale qualificato. Gli ingressi del complesso di Pa­lazzo Marini sono, invece, cin­que (cui si aggiunge quello aperto solo durante i pasti di piazza San Silvestro dove ha sede la mensa). Anche gli in­gressi di Palazzo Marini sono però «piantonati» da persona­le direttamente stipendiato da Montecitorio.

«Per non parlare poi di com­piti e funzioni » ricorda Ameri­go Rivieccio, segretario del­l'Osa, organismo sindacale che tutela proprio i lavoratori della Camera dei Deputati, ol­tre che quelli del Senato. Gli assistenti parlamentari at­tualmente in servizio sono po­co più di 420. I più giovani so­no entrati alla Camera nel 2003. A loro viene chiesta una serie pressoché infinita di ser­vizi che vanno dal controllo agli ingressi, all'assistenza in aula durante le sedute, fino a compiti più delicati come l'as­sistenza durante le audizioni in Commissione e le funzioni di rappresentanza. I turni poi diventano massacranti da quando la Camera si apre con regolarità al pubblico per mo­stre o per visite guidate. «Si tratta di compiti che non pos­sono essere affidati - aggiun­ge Rivieccio - a chi, assunto con un contratto alberghiero, può svolgere soltanto funzio­ne di supporto logistico».

Secondo proiezioni effet­tuate dagli stessi lavoratori di Montecitorio, basterebbero una sessantina di assistenti parlamentari per coprire i ser­vizi ne­cessari negli uffici di Pa­lazzo Marini. Anche se guada­gnassero tre volte i loro «colle­ghi » della Milano 90 sarebbe comunque un risparmio di ol­tre il 50%. «C'è qualcosa di an­cor più beffardo nel confron­tare queste due figure profes­sionali - conclude il segreta­rio dell'Osa - ed è il fatto che molti nostri colleghi hanno accumulato, nel corso degli anni, crediti di ore di lavoro che in buona sostanza li fan­no andare in pensione antici­pata. C'è chi, per un motivo o per l'altro, arriva a lavorare anche 45 giorni di seguito. E poi smaltire i riposi diventa un problema». Insomma la Milano 90 ha quasi lo stesso numero di dipendenti dei commessi della Camera che però lamentano una mancan­za di personale che li costrin­ge a turni massacranti.



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Rubata la Madonnina del Pirio

Il Mattino di Padova



di Gianni Biasetto



TORREGLIA. E' stata divelta dalla roccia la Madonnina del monte Pirio (nella foto), collocata sulla sommità del colle sopra Torreglia appena due mesi fa, a protezione degli escursionisti dei Colli Euganei, da alcuni volontari dell'Associazione Giovane Montagna di Padova. Gli autori del gesto sacrilego, oltre che vandalico, hanno tagliato i quattro bulloni in acciaio che tenevano ancorata la statuetta di bronzo alla trachite. Un piano ben programmato che ha richiesto probabilmente l'uso di un flessibile a batteria e l'intervento di almeno due persone.

La scoperta. Ad accorgersi della malefatta è stato ieri mattina un escursionista, che ha subito informato il presidente della Giovane Montagna, Angelo Polato. «Questo gesto ci addolora non poco - afferma Polato - Quella statuetta non dava fastidio a nessuno e per noi aveva un enorme valore affettivo e morale. Prima di essere portata lassù si trovava su una tomba abbandonata del cimitero di Padova ed era destinata a finire in fonderia. Sergio Scarpati, un nostro volontario, l'ha notata e, dopo aver ottenuto il permesso dal direttore del camposanto, l'ha restaurata e ancorata sul Pirio con l'aiuto di altri nostri soci».

La solidarietà del Cai. «Si tratta di un gesto a dir poco riprovevole - commenta il presidente del Cai di Padova, Armando Ragana - Condanniamo in maniera forte questo atto vandalico che offende tutti gli amanti della montagna, che da sempre sono abituati a trovare croci e immagini sacre lungo i sentieri e sulle cime, dove sostare qualche minuto prima di riprendere il cammino. Capiamo il momento di grande amarezza che vivono gli amici della Giovane Montagna, ai quali va tutta la nostra solidarietà». Segni premonitori.

Che la statuetta della Madonna del Pirio, battezzata dagli escursionisti dei Colli «Regina delle vette», avesse qualche oppositore lo si sapeva, ma nessuno immaginava che venisse portata via da lì. Circa un mese fa ignoti avevano danneggiato i cartelli che indicano il sentiero che conduce sulla cima del Pirio, e tolto le funi di sicurezza che erano state messe in uno dei punti critici del percorso. Nelle ultime settimane, inoltre, pare che alla sede della Giovane Montagna fossero arrivate via posta elettronica delle lettere di dissenso nei confronti della scelta di posizionare la Madonnina sul Pirio.

Contrari ai simboli religiosi. A compiere il vergognoso gesto potrebbero essere stati degli escursionisti che ritengono che non si debbano porre simboli religiosi in mezzo alla natura. Le e-mail arrivate alla Giovane Montagna, infatti, sosterrebbero proprio questo. All'Associazione dicono che è «il segno dei tempi». Da sempre chi va in montagna sa che i sentieri e le cime sono costellate di croci, capitelli e immagini sacre. «Se uno non è d'accordo con queste scelte lo manifesti in altri modi, non compiendo questi vergognosi atti vandalici che, questi sì, violentano la natura», afferma Armando Ragana.




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Ho visto Silvio piangere per amore. Lei era commessa alla Standa..."

di Stefano Lorenzetto




Guido Possa, ieri compagno di classe e segretario in Fininvest, oggi senatore: una vita con Berlusconi. "A scuola mi portava gli aspirapolvere Elchim e il dentifricio Binaca perché li vendessi"



Nonostante abbia vissu­to per 29 dei suoi 73 anni accan­to a Silvio Berlusconi (dal 1947 al 1955 co­me suo compagno di classe nell'istituto sa­lesiano Sant'Ambro­gio di via Copernico a Milano, dal 1988 al 1995 come capo della sua segreteria in Fininvest tra via Rovani e Arco­re, dal 1996 a oggi per due mandati come suo deputato e per altri due come suo senatore in Parlamento), il milanese Guido Possa non ha preso proprio nulla dall'amico.Mai un'in­tervista. Mai una foto sui giornali. Mai una polemica. Mai un avviso di garanzia. Mai un processo. Mai un souvenir sui denti. Mai un'iperbole. Mai un lusso. Mai un flirt.

La vigilia di Natale è stato visto scendere alla stazione della metropolitana di Cimia­no. Il 27 dicembre stessa scena a Sant'Am­brogio, 12 fermate più avanti sempre sulla linea verde, dove ad attenderlo, per un ag­guato concordato a fatica dopo mesi d'asse­dio, ha trovato il vostro cronista. Quando non si serve dei mezzi privati, cioè delle gam­be ( da una trentina d'anni fa trekking in Alta Valtellina, dopo aver acquistato un bilocale a Bormio), o di quelli pubblici, il senatore Possa usa i mezzi d'emergenza. Il 24 genna­io 2008 si fece in ambulanza Segrate-Roma, 1.200 chilometri, da casa sua fino al portone principale di Palazzo Madama e ritorno, pur di non mancare a un voto di fiducia: pochi giorni prima s'era rotto il tendine del quadri­cipite femorale, ma voleva a tutti i costi esse­re fra i 161 che mandarono a casa il governo di Romano Prodi.

Determinazione ed energia. Ecco le due so­le propensioni che hanno unito Silvio e Gui­do­dalla prima media alla fine del liceo classi­co e che ancor oggi li accomuna. Energia ato­mica, nella fattispecie: Possa fu uno dei pri­mi nel nostro Paese a laurearsi in ingegneria nucleare. Era il 1961. Dal 1971 è stato l'unico professore universitario d'Italia ad avere la libera docenza in controllo dei reattori e ha insegnato al Politecnico di Milano. Fra i suoi allievi c'era Alessandro Ortis, oggi presiden­te dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas. Benché convertito al laticlavio, il professore resta uno dei pochi con­nazionali che, messi di fronte alla console di co­mando della centrale di Three Mile Island o di Chernobyl, avrebbero saputo dove mettere le mani, e più ancora dove non metterle.

La spinta a occuparsi della complicata mate­ria gli venne dal cuore, dopo aver ascoltato il programma Atoms for peace del presidente americano Dwight Ei­senhower, che nel 1955 portò alla prima Confe­renza di Ginevra sullo sviluppo delle tecnolo­gie per lo sfruttamento della fusione nucleare a scopi pacifici: «Que­sto mondo in armi non sta solo spendendo de­naro: sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scien­ziati, le speranze dei suoi giovani». Ma la pas­sione per l'energia ha anche un imprinting biologico e olfattivo: «Durante la guerra, sfol­lato a Taio, in Val di Non, stavo per morire di peritonite: mi salvai solo perché il medico aveva un'auto a carbo­ne­lla e poté portarmi al­l'ospedale di Cles, dove fui operato. Poi vidi i te­deschi in ritirata che riu­scivano a tirar fuori il carburante dalle patate. E infine, giugno 1945, l'esperienza più acuta: l'odore della benzina portata dai soldati americani».

Il senatore si riconosce come unico meri­to quello d'aver speso le sue migliori energie in famiglia. Da Franca Ferrario, saggista e do­cente esperta in servizio sociale, ha avuto quattro figli: Monica, bocconiana, direttore risorse umane e organizzazione di Rcs Me­diagroup, la casa editrice del Corriere della Sera ; Paolo e Carlo, ingegneri come il padre, il primo alla Hilti, il secondo all'Autogrill ma in procinto di passare alla compagnia aerea Emirates; infine Francesca, psicologa al­l'ospedale San Raffaele.

Possa è presidente della commissione Istruzione pubblica e beni culturali del Sena­to. In un Paese normale avrebbero affidato a lui, che ne capisce davvero, la guida del­l'Agenzia per la sicurezza nucleare. Purtrop­po ha un grosso difetto: non solo non l'ha mai chiesta all'amico Berlusconi, ma nella sua modestia si ritiene persino inadatto al ruolo. E così il Consiglio dei ministri un paio di mesi fa ha designato Umberto Veronesi, senatore del Pd.

Che c'entra l'oncologo Veronesi con l'atomo, radioterapia a parte?
«È sempre stato un convinto nuclearista».

Anch'io sono sempre stato un convinto nuclearista.

«Ma forse lei non ha mai dichiarato, come invece ha fatto Veronesi, che dormirebbe tranquillo con un secchio di scorie nucleari in camera sua. Inoltre lei non è mai stato mi­nistro della Sanità».

No, in effetti. Ma che c'entra?

«L'Agenzia per la sicurezza nucleare ha lo scopo di tutelare la salute pubblica».

Con tutto il rispetto, come si fa a scegliere un presidente che avrà 95 anni quando la prima centrale nucle­are vedrà la luce?
«Passerà la mano».

Lei avrebbe avuto dal­la sua anche l'età: 12 anni di meno.
«Non ho mai dato la mia disponibilità. Non sono mai stato in corsa».

Quale ruolo ha avuto Stefania Prestigiaco­mo, ministro dell'Am­biente, in questa scel­ta?
«Non lo so. A me dispia­ce­solo che la Prestigiaco­mo, che doveva indicare due candidati, abbia pro­posto come commissa­rio dell'Agenzia per la si­curezza nucleare il suo capo di gabinetto, Mi­chele Corradino. Il qua­le è stato bocciato con 49 no a fronte di 28 sì e poi ribocciato, con numeri ancora più umilianti, pu­re­nella seconda votazio­ne pretesa dal ministro ».

I suoi rapporti con la Prestigiacomo come sono?
«Niente di personale. Ma la mia eterodossia in tema di cambiamenti climatici e riscaldamen­to globale contrasta con quello che pensa il mini­stro dell'Ambiente. So­no rimasto sconcertato dall'esultanza della Pre­stigiacomo quando al G8 dell'Aquila fu appro­vata la risoluzione che impone ai Paesi firmatari, entro il 2050, di ridurre come minimo dell'80% le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Se si considera che il Protocollo di Kyoto prevede­va una diminuzione dell' 8%per l'Unione eu­ropea e del 6,5% per l'Italia,qualcuno mi de­ve spiegare come sarà possibile, nel giro di appena 40 anni e in presenza di una crisi eco­nomica feroce, riconvertirel'industria mon­diale in modo da conseguire un obiettivo dieci, dodici volte più ambizioso. Una pia il­lusione ».

Obiettivo vincolante, ha stabilito la Ue.
«E allora mi lasci dire che l'Europa costruita sulla tecnocrazia e sul burocratismo a me sembra una delle malattie peggiori dei tem­pi presenti. Anche Berlusconi se n'è accor­to. Sente la cappa di quest'Unione a supre­mazia franco-tedesca e cerca di sparigliare come può, giocando di sponda con Vladi­mir Putin e Muammar Gheddafi. Ma la veri­tà è che c'è una carenza d'iniziativa italiana nella politica europea. La Ue sta diventando una camicia di forza, una struttura postde­mocratica, se non antidemocratica. Quan­do si fissano degli obiettivi vincolanti e si de­cide che un moloch supremo controlli sem­plicemente che vengano raggiunti, ci si met­te su una brutta strada. Siamo arrivati all'as­surdo per cui la Ue ha deciso l'abolizione sic et simpliciter delle lampadine a incande­scenza. Via tutte,bandite anche le lucine del­­l'albero di Natale, si rende conto?».

La sua posizione su clima ed emissioni inquinanti qual è?
«Sono un convinto assertore del fatto che l'anidride carbonica potrebbe non essere re­sponsabile del riscaldamento globale. Am­messo e non concesso che quest'ultimo sia un fenomeno consolidato. Anzi, le più recen­ti esperienze relative alle temperature e alle precipitazioni atmosfe­riche c'indurrebbero a supporre il contrario, come peraltro teorizza­no molti scienziati. Io penso che presto salte­ranno fuori tutte le ver­gogne dell'Ipcc (Inter­governmental panel on climate change, il foro intergovernativo sul mu­t­amento climatico istitu­ito dalle Nazioni Unite, ndr) , che attribuisce il ri­scaldamento globale ai prodotti della combu­stione del petrolio e del carbone».

Il professor Nicola Scafetta, uno scien­ziato di Gaeta che in­segna alla Duke Uni­versity negli Stati Uniti, mi ha illustra­to una sua proiezio­ne climatica secondo cui le temperature di­minuiranno fino al 2030, per poi aumen­tare di nuovo fino al 2060, in base a due ci­cli naturali ricorren­ti che dipendono dal Sole e che non sono minimamente corre­lati con i gas serra.
«Ho sostenuto in Sena­to due mozioni, le uni­che approvate da uno dei 27 Parlamenti della Ue, che esprimono pre­occupanti dubbi sulla li­nea di Bruxelles, da an­ni totalmente appiatti­ta in modo scandaloso sulle conclusioni del­l'Ipcc ».

Com'è giunto a nutrire questi preoccu­panti
dubbi?
«Vede, un secolo fa, quando la scienza era elitaria e non imbragata dalla politica, basta­va ragionare. Albert Einstein formulò la teo­ria della relatività a tavolino. Gli servirono solo una penna e un pezzo di carta per rag­giungere l'equazione fisica che stabilisce una relazione tra l'energia e la massa.Per an­ni mi sono occupato di ricerca industriale sui reattori nucleari,un'attività più vicina al­la­tecnologia che ai massimi sistemi dell'uni­verso, perché produce macchine. Ho avuto il privilegio di fare migliaia di misure, molto difficili, di temperatura e di pressione. È com­plesso garantire che siano eseguite con pre­cisione. Tutto questo mi ha portato a dubita­re di qualsiasi asserzione, a distinguere fra verità assestate e congetture. Lo chiami pure dubbio sistematico sulla misura. Davanti a qualsiasi affermazione, la prima cosa che mi viene spontaneo chiedere è: come fai a dir­lo? che prove hai? come le hai raccolte?».

Ottimo metodo, applicabile anche al giornalismo.
«Molte di quelle che oggidì vengono spaccia­te p­er verità assestate sono in realtà congettu­re. Che la Terra giri intorno al Sole, è una veri­tà assestata. Ma che l'universo si sia prodot­to con il Big bang, la grande esplosione, non è che una notevole congettura, a sostegno della quale vi sono soltanto due o tre dati spe­rimentali. Se lei non crede alla legge di Ohm, io prendo la resistenza R, ci faccio passare la corrente I, e le dimostro che ai due capi si misura una differenza di tensione V. Ma che cosa accadde con precisione 12,7 miliardi di anni fa? Non è un'esperienza ripetibile».

Lei ha dichiarato che il ritorno all'ener­gia atomica dev'esse­re un tema biparti­san, perché richiede­rà investimenti mas­sicci per almeno 20 anni. È sicuro che, se cambia il governo, il nucleare non venga di nuovo affossato?
«Quando l'Enel o la A2A, o la tedesca Eon, o le francesi Edf e Gdf-Suez avranno deciso l'investimento e trova­to i siti dove costruire le centrali nucleari, il da­do sarà tratto e non si tornerà indietro, per­ché­queste o altre corda­te avranno maturato di­ritti che non potranno più essere lesi».

Ha anche sostenuto che serviranno dalle 6 alle 10 centrali. Da mettere dove? Nessu­na regione le vuole.
«È sufficiente individua­re tre siti, ognuno dei quali potrebbe ospitare due o tre centrali. L'im­portante è che entro il 2030 si arrivi a coprire col nucleare il 25% del fabbisogno nazionale di energia elettrica».

Avrà apprezzato l'ap­pello rivolto a Pier Luigi Bersani da Um­berto Veronesi e altri 71 scienziati, intellet­tuali e parlamentari di sinistra, fra i quali Margherita Hack, Edoardo Boncinelli, Franco Debenedet­ti, Fabrizio Rondolino, Pietro Ichino e Chicco Testa, affinché il segretario del Pd non chiuda la porta al rilancio del nu­cleare in Italia.
«Quando Bersani era ministro dell'Indu­stria, nel governo doveva fare i conti con per­sonaggi come il verde Alfonso Pecoraro Sca­nio e quindi non poteva esprimersi più di tan­to. Il segretario del Pd ha un'abilità tutta par­ticolare nel nascondere quello che pensa re­almente. Dipenderà dalla scuola comunista dove s'è formato.Ma ho capito che sottosot­to non è per nulla contrario al nucleare».

Chi sono i colleghi della maggioranza che stima di più?

«Vado d'accordo con tutti».

Non faccia il doroteo.

«Ma è vero. Lei vorrebbe qualche nome? Al­lora scriva che stimo molto Renato Schifani, Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri, Antonio D'Alì, Franco Asciutti e Paolo Scar­pa Bonazza Buora, presidente della commis­sione Agricoltura del Senato, col quale ho condotto un'indagine sull'impiego degli Ogm durata due anni».

Rimproverò al ministro Giulio Tremonti d'avere «un linguaggio brachilogico», dal greco brakùs, breve.
«Sì, brusco, molto sintetico. Ma abbiamo un buon rapporto, m'invita sempre ai conve­gni dell'Aspen institute».

Se ne parla come possibile sostituto del Cavaliere a Palazzo Chigi, così almeno vorrebbe la Lega.
«Se ne parla e se ne straparla».

E nell'opposizione con chi va d'accordo?

«Con Luigi Zanda, Vincenzo Vita e Mariapia Garavaglia, per esempio, tutti e tre senatori del Pd. Mi dispiace molto, tuttavia, che la vis polemica e l'obbedienza di partito obblighi­no persone stimabili ad assumere posizioni che non stimo per nulla. Purtroppo nella concezione comunista del potere il fine giu­stifica i mezzi, inclusa la negazione della ve­rità, che per me invece è intollerabile».

Come mai il suo amico Berlusconi non l'ha mai nominata ministro?
«Non ho né la preparazione né il physique du rôle. Sono troppo scrupoloso. Mi sarei preso l'esaurimento nervoso».

E perché,dopo essere stato sottosegreta­rio all'Istruzione, non le ha più dato inca­richi di governo? Si parlava di una sua delega al nucleare.
«Nessuno me ne ha mai accennato».

Ecco, così almeno per una volta non si potrà dire che il Cavaliere promuove i suoi amici.
«E i suoi ex dipendenti».

Quando cominciò a lavorare per lui?

«A dire il vero il primo a essere assunto fu mio fratello Giulio, uno dei quattro architet­ti che hanno realizzato Milano 2. Siccome non aveva ancora superato l'esame di Stato, fui io a firmare il progetto della prima casa costruita da Silvio in via Alciati. Era il 1961. Subito dopo trovai posto al Cise, un centro di ricerche industriali di proprietà dell'Enel che si dedicava allo studio delle centrali nu­cleari e termoelettriche. Percorsi tutti i gradi­ni interni, da semplice ricercatore a diretto­re del settore ricerca e sviluppo. Ma nel 1987 vi fu il referendum sul nucleare e capii che la strada s'interrompeva.Così l'anno successi­vo mi rivolsi a Berlusconi, che mi offrì la re­sponsabilità della sua segreteria».

Sarebbe potuto diventare come Fedele Confalonieri, per l'amico Silvio.
«Ma nemmeno per sogno. Confalonieri spic­ca per doti notevolissime. Già a scuola dai salesiani si capiva che aveva una marcia in più. Alla messa delle 8 suonava l'armonium con una grazia tutta speciale».

Com'era l'alunno Berlusconi?
«Scriveva bene. Eccelleva soprattutto nelle materie umanistiche. Era sempre pronto ad aiutare i compagni meno dotati. Dimostra­va una ricchezza sentimentale che io non ho mai avuto, una capacità di risposta appassio­nata a qualunque richiesta. Ricordo che a maggio i preti dell'istituto Sant'Ambrogio ci obbligavano a propagandare il mensile Gio­ventù Missionaria . Silvio era capace da solo di far sottoscrivere centinaia di abbonamen­ti, noi al massimo una decina».

Su alcuni giornali è apparso che vi passa­va i compiti in classe in cambio di soldi.
«Un'assurdità, prim'ancora che una falsità. I docenti salesiani erano occhiutissimi, co­piare sarebbe stato impossibile. Alle medie avevamo un professore di lettere d'origine veneta, Tarcisio Strapazzon, segaligno e bur­bero, che lo avrebbe beccato subito».

Chi ricorda, oltre a Berlusconi, di quella classe che nel 1955 affrontò la maturità classica?
«C'era Gianni Marzocchi,che l'anno seguen­te avrebbe partecipato al Festival di Sanre­mo con la canzone Musetto scritta da Dome­nico Modugno. In seguito si dedicò al dop­piaggio: è sua la voce di Robert Duvall in Apo­calypse Now di Francis Ford Coppola. C'era Lino Di Pilato, che andò a fare il chirurgo orto­pedico all'ospedale Bassini. C'era Lucio Dal Santo, che divenne docente di lingua e lette­ratura russa alla Cattolica, traduttore di clas­sici, da Dostoevskij a Tolstoj, ma soprattutto studioso e divulgatore dei samizdat, le opere dei dissidenti sovietici.

C'era Ariberto Spinel­li, che oggi è psicologo e scrittore. Ogni due anni Silvio organizza una rimpatriata della classe. Ha sempre invitato anche Angelo Gal­­licchi, che da sindacalista socialista del­l'Azienda trasporti milanesi aveva fatto car­riera nella Cgil, tanto che fu chiamato a Mo­sca per il 50˚ di fondazione del Pcus. Èmorto pochi giorni fa, la vigilia di Natale. Dei 24, ci hanno già lasciato in sei, e fra questi Marzoc­chi e Di Pilato, scomparsi prematuramente».

In quella classe c'erano anche altri due futuri senatori di Forza Italia, Romano Comincioli e Luigi Scotti. Su 24, ben quat­tro in politica e nello stesso partito. Un sesto tondo. Ammetterà che è curioso.
«Comincioli s'era molto legato a Silvio come venditore di case dell'Edilnord,mentre Scot­ti era diventato un dirigente della Sip. Siamo tre esempi di come si può essere cooptati dal leader per fiducia e per conoscenza diretta. Che c'è di male in questo? Forza Italia è nata dal nulla, nel 1994 non disponeva di una classe dirigente. Logico che Berlusconi si sia guardato attorno, abbia pescato nella cer­chia dei professionisti che stimava. C'era una locomotiva che aveva bisogno dei vago­ni. Io sono sempre stato un vagone. In altri partiti non è diverso».

Ai vostri periodici meeting non ha mai partecipato Adriano Manesco.
«Non s'è mai capito il perché.Era il più bravo della classe. Studiosissimo. Finito il secondo anno di liceo, si preparò per tutta l'estate e diede gli esami a ottobre, saltando così il ter­zo anno. Da allora non l'ho più rivisto.So che si mantenne all'università lavorando come correttore di bozze al Giorno . Mi pare che poi abbia vissuto a Taiwan. Una persona singola­re. Andavo spesso a fare i compiti a casa sua, in via Sabaudia, vicino a piazzale Loreto. Co­sì come a casa di Silvio, in via Volturno».

Rendimento scolastico a parte, Berlusco­ni che tipo era?
«Sempre un passo avanti agli altri, sempre elegante. Uno dei primi montgomery lo ve­demmo indosso a lui. Intraprendente come nessun altro. Avevo 15 anni quando mi pro­pose di vendere le spazzole elettriche El­chim. Costavano 7.000 lire. Le portava a scuola insieme col dentifricio Binaca in stock. Dava la merce a me e a pochi altri in conto vendita. Mi spiegò un metodo infalli­bile per convincere le casalinghe: "Tu apri la scatola di raccolta della polvere e mostri che è perfettamente vuota. La richiudi. Passi la spazzola elettrica su un tappeto che è stato ap­pena pulito. Dopo un minuto riapri la scatola e vedrai che è piena di schifezze. A quel punto la signora ti compra l'aspirapolvere di sicu­ro". Aveva ragione. Ov­viamente c'era un mar­gine di profitto per noi venditori, che ci versa­va puntualmente».

A me la mamma Ro­sa, quando la intervi­stai in occasione dei suoi 95 anni, raccon­tò che il suo Silvio vendeva frigoriferi Ignis e che una vigilia di Natale ne portò uno sulle spalle a una signora, salvo scopri­re, salito fino al quin­to piano, che aveva sbagliato scala.
«Non posso crederci. Con quello che pesava­no allora i frigoriferi, sa­ranno stati almeno in due o tre a salire le sca­le. Ecco, lo vede il dub­bio sistematico? Affiora sempre».

Berlusconi era inte­ressato già allora alle belle ragazze?
«Ovvio, nonostante l'istituto salesiano fos­se frequentato solo da maschi. I suoi erano i racconti del cacciatore. Rammento che ebbe una relazione molto in­tensa con una ragazza. Si favoleggiava che fosse una commessa della Standa. Lo vidi piangere per questa storia. Insomma, non era il tombeur de femmes che dice: "Più una, più una, più una...". Si trattava di una passione vera».

Ha conosciuto le mogli del Cavaliere?

«Sì, due donne estremamente diverse per temperamento. Carla Dall'Oglio, la madre di Marina e Piersilvio, era una brava ragazza della borghesia milanese che Silvio abbor­dò mentre era in attesa dell'autobus, offren­dosi d'accompagnarla fino a casa».

La mamma di Berlusconi aveva cono­sciuto nello stesso modo il marito Luigi. «Io abitavo in via Volta e prendevo il tram 4», mi raccontò. «Vedevo sempre questo giovane distinto che parlava di banca e di azioni con un'altra persona. Scendeva alla mia stessa fermata, in Cor­dusio. Un giorno al ritorno decisi di per­dere il tram. " Rosina,non sali?",mi chie­se la mia amica. No, risposi, aspetto il prossimo per vedere se c'è su il biondi­no. Subito dopo s'avvicinò lui: "Permet­te, signorina, che mi presenti? Sarebbe un onore per me accompagnarla"».
«Invece Carla tergiversò parecchio prima d'accettare. Il 6 marzo 1965 fui invitato al lo­ro matrimonio. Il pran­zo di nozze si svolse al Gallia».

L'hotel che un tempo ospitava il calciomer­cato.
«E infatti Silvio, che già allora era presidente di una società sportiva, la Torrescalla- Edilnord, ci fece trovare tutta la squadra schierata all'in­gre­sso dell'hotel in pan­taloncini corti e scarpe bullonate».

È vero che ora Berlu­sconi si sente signori­no, libero di cercarsi un'altra compagna?
«Credo che l'età conti anche per lui».

Senatore Possa, da quanti anni è sposa­to?
«L'anno prossimo sa­ranno 50».

A Roma le capita di frequentare ragazze allegre a cena?
«No. Vivo come un mo­n­aco in un appartamen­to in affitto e la sera mi preparo per il lavoro parlamentare del gior­no seguente».

L'amico Silvio non la invita a Palazzo Gra­zioli?
«Solo per parlare di poli­tica. Mai alle feste».

Fra le debolezze che imputano a Berlusco­ni, c'è quella di cir­condarsi solo di con­siglieri che gli danno sempre ragione. Lei non passa per uno yes man, eppure la vostra amicizia resiste da più di 60 anni. Come si spiega?
«Non è vero che apprezzi solo il signorsì. È aperto alla critica, purché gli venga rappre­sentata con toni civili. Semmai diffida del­l'assemblearismo. Ha paura che gli altri combinino pasticci, spezzando le linee diret­trici che ha in mente. È un retaggio del suo passato di imprenditore: nelle aziende, si sa, le decisioni deve prenderle uno solo».

Lei non appare in Tv, non parla con i gior­nalisti.
La riservatezza assoluta fa parte del suo corredo genetico o se l'è imposta?
«Per andare in televisione sono richieste prontezza di battuta e capacità d'improvvi­sazione. Sono doti che non ho mai avuto».

È credente?
«Non dimentico l'ambiente in cui sono cre­sciuto. Ho un enorme rispetto per la religio­ne cattolica, che tuttora impronta parecchie delle cose che dico e che faccio. Non sono più molto praticante. Ma i valori restano quelli che ho imparato dai salesiani. Il mio funerale desidero che sia celebrato in chiesa».

Molti accusano Berlusconi d'aver travia­to un'intera generazione con talune tra­smissioni in onda sulle reti Mediaset, dal Drive in al Grande fratello , che certo non avrebbero in­contrato il favore di don Giovanni Bosco.
«Un'accusa totalmente astrusa dal contesto so­ciologico in cui vivia­mo. Non tiene conto di dove sta andando il mondo per i fatti suoi, senza il concorso della televisione. Quale tipo di relazioni si siano in­staurate fra uomo e don­na è visibile da almeno trent'anni negli Stati Uniti e in Europa, dove non arrivano Canale 5, Rete 4 e Italia 1. È stata la liberazione sessuale della donna, il suo di­verso ruolo nella socie­tà e nel mondo del lavo­ro, a modificare il costu­me, non Berlusconi».

Per quale motivo se­condo lei il Cavaliere è amato da metà de­gli italiani e odiato dall'altra metà?
«Machiavelli divideva i politici in due tipolo­gie: volpi e leoni. Berlu­sconi è un leone. Si bat­te per cambiare un'Ita­lia che è stata per alme­no mezzo secolo un Pa­ese semisocialista, e parlo di socialismo rea­le. Molte regioni si sono adeguate a questo mo­dus vivendi, coltivano l'assistenzialismo, pre­feriscono campare sulle spalle degli altri. Un radicale come lui, un innovatore icono­clasta che ha ideali diametralmente oppo­sti, non poteva che terremotare la scena. In più non gli perdonano la sua ricchezza».

Come politico lei si sente circondato dal­la simpatia della gente oppure dal di­sprezzo?
«Né dall'una né dall'altro. Avverto intorno a me aggressività. La classe giornalistica con­tribuisce fattivamente, rappresentandoci peggio di ciò che siamo. Perché, inutile na­scondercelo, non v'è dubbio che una certa deriva della politica c'è stata.Nella Prima Re­pubblica i parlamentari si sono trasformati in una nomenklatura».

Nel 1994 era il capo della sua segreteria: perché non impedì a Berlusconi di scen­dere in politica?
«La famosa discesa in campo fu un processo molto graduale, cominciato nel giugno del 1993, quando la Guardia di finanza piombò in via Rovani e si capì che era partito l'assalto per via giudiziaria alla Fininvest. Il pubblico ministero Margherita Taddei fu particolar­mente dura. Le Fiamme gialle sequestraro­no tutto, anche il mio computer, nonostante l'unico indagato fosse Salvatore Sciascia, il direttore dei servizi fiscali del gruppo. Nel pc avevo annotato i resoconti delle riunioni sul­­l'evolversi della situazione politica che da sei mesi, ogni sabato, Berlusconi teneva con i suoi più stretti collaboratori e con alcuni giornalisti amici, come Maurizio Costanzo. I riassunti finirono sulle pagine dell' Espres­so . Il Cavaliere comprese perfettamente do­ve si andava a parare: la "gioiosa macchina da guerra" avrebbe aperto un varco al Pds fra le macerie di Tangentopoli e l'Italia sareb­be stata consegnata ad Achille Occhetto. Una prospettiva che lo spaventava molto».

Certo i postcomunisti non l'avevano in simpatia.
«Mi colpì lo sconcerto di Silvio di fronte alla decisione di smantellare la Dc, presa dal se­gretario democristiano Mino Martinazzoli. "Gettare alle ortiche un simbolo così presti­gioso è un atto scellerato", ripeteva. A luglio inventò il nome Forza Italia e mi mandò dal suo notaio di fiducia,Guido Roveda,a deposi­tare lo statuto dell'associazione. Vennero con me i compagni di scuola Scotti e Spinelli».

E poi?
«Ai primi di agosto Berlusconi ci disse: "Ra­gazzi, quest'estate niente vacanze. Fra po­chi mesi si vota. Non c'è tempo da perdere". Io, a dire il vero, andai lo stesso a Bormio. Al ritorno, trovai già pronti il logo, la bandiera e l'inno di Forza Italia e anche il kit del militan­te azzurro».

Secondo lei esiste sì o no un conflitto d'in­teressi fra il politico Berlusconi e l'im­prenditore Berlusconi?
«Oggettivamente il presidente del Consiglio è chiamato a prendere decisioni che possono riguardare anche le sue aziende. Ma pensare che sia quello il motivo per cui è sceso in politi­ca significa far torto alla sua intelligenza».

Avete mai parlato del tumore alla prosta­ta che lo colpì nella primavera del 1997?
«Sì. Affrontò anche quel­la drammatica prova con la sua consueta ca­pacità decisionale. Si af­fidò senza indugi al bi­sturi del professor Patri­zio Rigatti, il chirurgo del San Raffaele che due anni dopo, con un aereo messo a disposizione dal Cavaliere, sarebbe volato in Tunisia per ten­tare di salvare la vita a Bettino Craxi, asportan­dogli un rene nella sala operatoria di un ospeda­le militare dove manca­vano la luce e le garze e al posto del reggibrac­cio c'era un tronco d'al­bero. Subìto l'interven­to, Silvio tornò al lavoro troppo presto. Ma era nel mezzo della traversa­ta del deserto seguita al ribaltone del 1994 e du­rata fino al 2001, quan­do rivinse le elezioni».

Il miglior pregio di Sil­vio Berlusconi?
«L'umanità. È quella che gli italiani percepi­scono a pelle».

Il peggior difetto?
«Si lega a un altro gran­de pregio: è un visiona­rio. E come tutti i visiona­ri pensa, sbagliando, che l' intendance suivra , per dirla con Napoleone e De Gaulle. Un errore di sottovalutazione. In politica spesso l'intendenza non segue affat­to. Piuttosto si adagia. Nelle sue televisioni il problema si notava meno, anche perché lui faceva cinque o sei parti in commedia: presi­dente, amministratore delegato, direttore generale, raccoglitore di pubblicità, talent scout, direttore artistico... Ma la politica è un universo troppo largo. Non puoi suonare contemporaneamente le ottave alte e le otta­ve basse del pianoforte con la stessa mano».



stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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