mercoledì 5 gennaio 2011

Firefox sorpassa Internet Explorer

La Stampa


Il browser di Mozilla è il più usato in Europa
ROMA


Per la prima volta nella storia europea della guerra dei browser, Firefox ha spodestato Internet Explorer di Microsoft, da anni dominatore del mercato.

Stando ai dati raccolti dalla società di ricerca StatCounter, a dicembre Firefox si è aggiudicato il 38,1% del mercato, contro il 37,5% di Internet Explorer e il 14,6% di Chrome, il rivale targato Google. Il browser di Mozilla è così diventato il più usato nel Vecchio Continente:

«È prima volta che Explorer viene scalzato dalla prima posizione in un grande territorio», commenta il Ceo di StatCounter, Aodhan Cullen. Il sorpasso, spiega, «è avvenuto perchè Google sta rubando quote a Explorer», mentre Firefox mantiene la sua quota esistente.

La situazione è ben diversa in Nord America, dove il browser di Microsoft detiene il 48,9% di market share seguito a distanza da Firefox (26,7%) e Chrome (12,8%).




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La Russa: «Miotto ucciso è stato ucciso da un gruppo di ribelli»

Corriere della sera


Cambia la versione sulla morte del soldato italiano: «Vero e proprio scontro a fuoco, non cecchino isolato»



HERAT - Cambia la versione sulla morte dell soldato italiano in Afghanistan il 31 dicembre. E a dare gli ultimi dettagli è il ministro della Difesa Ignazio La Russa, in visita ad Herat. L'alpino Matteo Miotto è stato ucciso «da un gruppo di insorti» durante «un vero e proprio scontro a fuoco e non da un cecchino isolato» ha detto il ministro parlando con i giornalisti ad Herat.

SCONTRO A FUOCO - L'uccisione di Miotto, ha detto La Russa, «è avvenuta nel corso di un vero e proprio scontro a fuoco: non si è trattato di un cecchino isolato, ma di un gruppo di terroristi, di "insurgents", non so quanti, che avevano attaccato l'avamposto». «All'attacco - ha proseguito La Russa - ha risposto chi era di guardia, con armi leggere ed altri interventi: a questi si è aggiunto anche Miotto», che - in base a una prima ricostruzione - faceva parte di una «forza di reazione rapida» ed era salito sulla torretta (dove poi è stato colpito) a dare man forte. «Aspetto di avere maggiori dettagli sulla ricostruzione - ha concluso La Russa - e ho chiesto a questo proposito un rapporto dettagliato».

05 gennaio 2011




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Superbowl: comunione con patatine e Pepsi. Spot blasfemo non sarà trasmesso

Corriere della sera

«Se qualcuno avesse ideato una pubblicità simile sull'islam, ci sarebbero state proteste assordanti»


MILANO - Patatine e Pepsi al posto del Corpo di Cristo. Dai guru della pubblicità era stato accolto come uno spot geniale e divertente. Di diverso avviso i cattolici americani che hanno organizzato petizioni e campagne di protesta affinché non fosse trasmesso in tv. Alla fine i fedeli l'hanno avuta vinta e la pubblicità intitolata Feed your flock (Nutri il tuo gregge) non sarà trasmessa dalla Fox durante il prossimo Superbowl, la finale del campionato di football americano che negli Usa è l'evento televisivo più seguito dell'anno e che è anche la principale vetrina per spot bizzarri e costosi.

IL CONCORSO - Quest'anno la Pepsi e la marca di patatine Doritos hanno organizzato sul web un concorso multimediale rivolto ai propri fan per scegliere le pubblicità che reclamizzano i due prodotti e che dovrebbero essere trasmesse il prossimo 6 febbraio durante il Superbowl che si terrà a Dallas. Gli spot sono stati tutti ideati da cittadini comuni e il vincitore otterrà 5 milioni di dollari di premio. Tra le réclame presentate ha suscitato grande clamore Feed your flock, ambientata in una parrocchia americana. Nei primi secondi dello spot, il luogo di culto appare completamente deserto e dopo qualche attimo s'intravvede il parroco che prega per cercare il modo di aumentare la frequenza dei fedeli durante la Messa. A un certo punto ecco l'illuminazione: sente dall'alto il cric-croc delle patatine e di una bevanda gasata versata in un bicchiere e decide di sostituire l'ostia con le patatine Doritos e un bicchiere di Pepsi. La trovata funziona: decine di fedeli tornano in chiesa e il prete appare molto soddisfatto.


LE PROTESTE - Non appena è stato presentato, lo spot ha ricevuto numerose critiche. I cattolici lo hanno definito «una pubblicità terribile e blasfema» e hanno organizzato diverse petizioni nelle quali chiedevano l'immediata rimozione del video. Sono intervenuti anche importanti personaggi della tv come Megyn Kelly, conduttrice del programma della Fox America Live, che hanno bocciato senza mezze misure lo spot. Secondo Kelly questa pubblicità trasmette l'idea che tutte le persone che frequentano la chiesa sono stupide. Poi ha concluso: «Se qualcuno avesse ideato una pubblicità simile, ma prendendo in giro l'islam, ci sarebbero state proteste assordanti da parte della comunità musulmana».

LA BOCCIATURA - Lo scorso 3 gennaio gli esperti delle due note marche americane hanno selezionato i dieci spot più carini ideati dal pubblico e hanno deciso di tenere fuori Feed your flock, probabilmente per evitare nuove polemiche. Adesso gli utenti dovranno votare i più belli, che poi saranno trasmessi durante il Superbowl. Tuttavia tra le pubblicità della Doritos selezionate nella top ten c'è n'è un’altra che potrebbe apparire blasfema, almeno quanto Feed the flock. S'intitola Adamo ed Eva, e racconta in modo ironico uno dei più celebri episodi dell'Antico Testamento: una bellissima Eva, nel Paradiso terrestre, coglie la mela e, senza pensarci due volte, la morde. Poi la offre ad Adamo che però la rifiuta: lui preferisce gustare le patatine.

Francesco Tortora
05 gennaio 2011

Un topo dentro una lattina di Pepsi? «Impossibile, si sarebbe sciolto»

Corriere della sera

Illinois, un uomo trova un ratto nella bibita e fa causa, la società fornisce una risposta inquietante



Una lattina di Mountain Dew
MILANO – La Pepsi questa volta dovrà affilare le proprie armi e preparare una difesa convincente per fronteggiare l’azione legale intrapresa da un signore dell’Illinois che incolpa il celebre marchio di aver lasciato un topo morto in una bottiglietta di gassosa. Ad aggravare la situazione è stata la reazione del brand, che ha scartato la bizzarra possibilità, sostenendo che se fosse vero il roditore si sarebbe dissolto.

UN TOPO, UN TOPO - Correva l’anno 2009 quando il signor Ronald Ball acquistò da un distributore una fresca lattina di gassosa della Pepsi, per l’esattezza una dissetante Mountain Dew al limone. Ma subito Ball si rese conto che c’era qualcosa di strano e il presagio sfociò presto in una terribile scoperta: un topolino morto nella sua gassosa. Ball iniziò a vomitare e si sentì malissimo, non si sa se per la suggestione del terribile ritrovamento o per le conseguenze igieniche della presenza del roditore. Ronald Ball subito si mise in contatto con un numero telefonico per segnalare il grave incidente e un esperto della Pepsi arrivò prontamente nel luogo dell’accaduto per analizzare l’animale, requisendo la prova e spiegando successivamente l’impossibilità dell’accaduto: “Il topolino si sarebbe già trasformato in gelatina se il racconto fosse vero”.

UN RISARCIMENTO PER DANNI - Lo sfortunato consumatore dell’Illinois a questo punto decide di trascinare in tribunale Pepsi, chiedendo un risarcimento di 50 mila dollari sul quale è chiamato a rispondere il giudice della contea statunitense di Madison, Dennis Ruth. A prescindere dalla dichiarazione inquietante dell’azienda, le capacità di dissoluzione della bevanda sarebbero spiegate dai cosiddetti oli vegetali bromurati, brevettati come ritardanti di fiamma e proibiti in tutta Europa. In realtà queste sostanze sarebbero consentite in maniera molto limitata negli Stati Uniti e sarebbero contenute in molte bibite, tra le quali la Fanta e la stessa Mountain Dew. Ragion per cui la tesi difensiva di Pepsi ha le sue fondamenta, anche se per certi versi l’idea del topo morto ridotto in gelatina è ancor più inquietante.

I COMMENTI – Comprensibilmente la querelle legale tra il signor Ball e Pepsi ha suscitato molta curiosità, vuoi per gli aspetti bizzarri vuoi perché si tratta di un classico caso di reputation che può nuocere non poco al marchio. Tra i commenti dei lettori c’è chi consiglia i consumatori di avere sempre una macchina fotografica sotto mano, per immortalare ipotetici topi e prove schiaccianti, e c’è anche chi polemicamente (e non sempre educatamente) fa notare lo strano comportamento di Ronald Ball, che dopo aver trovato un topolino nella sua lattina continua tranquillamente a berne il contenuto.


Emanuela Di Pasqua
5 gennaio 2012 | 15:01




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Anche Equitalia sbaglia Ecco errori e cattiverie

Libero

Italia strangolata: dall'agricoltore che ha perso tutto per qualche rata a quello del commerciante che ha chiuso per un'errore dell'agenzia



Cinque centesimi. Cioè, prova tu ad avere un debito di cinque centesimi con Equitalia. Alla signora Picchiri è successo, l’ha resa famosa. La storia l’ha raccontata l’Unione Sarda: era andata a saldare il debito reclamato dalla famosa (famigerata?) società di riscossione, 51 per cento dell’Agenzia delle Entrate e 49 dell’Inps.

Lei sostiene che evidentemente l’impiegato ha sbagliato a trascrivere la cifra. Tant’è: «Signooora, lei ha versato cinque centesimi in meno di quanto indicato sul bollettino! Signooora, è una cosa gravissima!». Era il 2009. Quell’immaginaria monetina  è nel tempo cresciuta, anzi s’è ingigantita. In breve il debito in questione è salito fino  a 62,03 euro. Che significa 1.240 volte in più. Alla faccia degli interessi.


E questa è vicenda che si mantiene comunque su cifre basse. In altri casi, l’impersonale inflessibilità della società che qualcuno ha ingenerosamente ribattezzato “aguzzino fiscale” provoca traumi altroché dolorosi. Sempre in Sardegna, località Cortoghiana, frazione di Carbonia. Ecco, qui nel 1990 Salvatore Angelo Sairu - di professione agricoltore - e la moglie Rosalba Desogus accendono un mutuo agevolato per 82mila euro, legato alla loro fattoria.

E niente, il lavoro non sempre va come deve, qualche rata viene saltata, le agevolazioni ritirate. Come di consueto, il debito assume col passare dei mesi  una dimensione sproporzionata: nel 2003 Equitalia arriva a richiedere 220mila euro. Due anni dopo casa e terreni vengono messi all’asta, e acquistati per 153mila euro. I concittadini si mobilitano, improvvisano barricate davanti alla proprietà per impedire lo sgombero.

Niente da fare: dopo tre rinvii, lo scorso  21 settembre decine di agenti con tanto di elicottero a supporto - manco si trattasse di pericolosi latitanti - circondano il covo dei contadini inadempienti ed eseguono il provvedimento.  Peraltro, la stessa signora Desogus è stata poi in novembre protagonista di una clamorosa protesta, con sette donne in sciopero della fame proprio per protestare contro le modalità di riscossione. Ultima nota dalla Sardegna: è, questa, la regione che ha registrato il maggiore aumento proprio per quanto riguarda gli incassi di Equitalia, + 27,2 per cento fra 2009 e 2010.


Storie di vita vera, di carne e ossa e fatiche sprecate. Intendiamoci, qui non si tratta di prender le parti dell’evasore che scappa dal sacrosanto debito con la collettività. Dice: ma il fisco non può mica discernere, far differenze e magari  favoritismi. Ma no, che non si tratta di questo: solo di tornare a guardare negli occhi le persone.  Sentite questa dalla Liguria: c’è un uomo malato di Alzheimer, a suo carico viene compilata una cartella esattoriale da 63 euro.

E non è che non vuol pagare, solo che - per l’appunto - è malato, e anche sua moglie è invalida. L’episodio risale a quando Equitalia era ancora Gestiline, e a prima che le leggi stabilissero dei tetti più stringenti per  ipotecare le abitazioni (debiti al di sopra di 8mila euro e che comunque superino il 5 per cento del valore dell’immobile). Resta il fatto che per quei 63 euro la casa dell’uomo viene messa all’asta e aggiudicata. I figli della coppia hanno poi sporto denuncia. Ora sono indagati il direttore ligure di Equitalia e tre funzionari, che respingono le accuse.


In ogni caso, scorrendo le cifre si resta basìti: secondo Federcontribuenti, sarebbero circa 6 milioni le famiglie e almeno 1,5 milioni le imprese finite nel mirino della società. Irregolarità, certo. Imposte non pagate. Furbi che si mischiano a persone in effettiva difficoltà. C’è però da ricordare un altro dato: spulciando i numeri relativi ai contenziosi tributari - che dunque riguardano Equitalia ma non solo - emerge che, in primo grado, il 35 per cento dei verdetti è favorevole al contribuente, e in secondo grado (dunque si presume dopo un giudizio avverso al contribuente stesso) la percentuale sale al 44 per cento.

In sostanza: più o meno una volta su tre risulta che il Fisco, di cui Equitalia è impietoso ambasciatore, cerca di far pagare tasse non dovute. Lo scrivevamo prima: è questione di guardare davvero in faccia chi si ha di fronte (o dietro la cartella esattoriale). Lo afferma anche lo Statuto del contribuente, all’articolo 10: «I rapporti fra contribuenti e amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede».


Sì, figuriamoci... Eccovi allora la storia raccontata qualche tempo fa dal Sole 24 Ore. Riguarda un commerciante di Bari. Titolare di debito con l’Erario, nel dicembre del 2009 ne chiede la rateizzazione. Peccato che, solo dodici giorni dopo, Equitalia gli comunica d’aver piazzato un’ipoteca su un suo immobile. Tanto per non smentire la  proverbiale inettitudine della burocrazia italica, un mesetto dopo la stessa Equitalia comunica di aver accettato la rateizzazione. È a questo punto che il commerciante presenta ricorso: in caso di rateizzazione concessa, non è possibile iscrivere ipoteche.

Niente, la pratica va avanti. Fino al verdetto della commissione tributaria, che dà ragione al commerciante. Peccato, però, che nel frattempo - riportiamo dalla sentenza - «l’iscrizione di un’ipoteca ha comportato per il ricorrente un grave danno all’immagine nel contesto relazionale sociale e soprattutto un incalcolabile danno economico»: in sostanza, l’uomo ha dovuto chiudere l’attività a causa «dell’impossibilità di accesso al credito che, soprattutto per un piccolo imprenditore, è linfa vitale, in particolare entro l’attuale congiuntura economica». Ecco, l’impressione è che non si tratti di un caso isolato.


di Andrea Scaglia
05/01/2012




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Ali della libertà, l'aereo nasce in carcere

Corriere del Mezzogiorno


Nel penitenziario di Lauro tre detenuti, con un falegname, hanno assemblato un velivolo biposto che potrà volare



Lo sapevate che Umberto Nobile, pioniere dell’aeronautica italiana, nacque a Lauro? E lo sapevate che sempre a Lauro, piccolo centro in provincia di Avellino, c’è un carcere dove i galeotti costruiscono aerei? Sui natali del padre costituente, senza dubbio, ci siete arrivati. Ma scommettiamo che la storia del velivolo fabbricato in prigione suona nuova se non addirittura incredibile. Vola davvero? Vola davvero. Proprio nella terra di Nobile, ma pare soltanto per puro caso, geniali operatori sociali hanno pensato di impegnare tre detenuti per assemblare un biposto, dalla A alla zeta. Non da soli, ovviamente. I giovani sono stati affiancati dal maestro Aurelio Perillo, un falegname di Eboli, esperto nella progettazione di piccoli aerei. Perillo ne ha cacciati diversi dal cilindro della sua micro-officina, ma l’«airone» di Lauro è il più speciale. Il workshop è partito nel febbraio scorso ed è in dirittura d’arrivo. All’inizio del mese prossimo l’aereo, pronto e infiocchettato, verrà provato in pompa magna con una planata sul penitenziario e immediati dintorni.

FREEEMAN E IL FILM SU SHAWSHANK - Un’«evasione» ideale, magica, che ci autorizza ad evocare tutte le metafore possibili. La prima è stata già presa in prestito dagli ideatori dell’iniziativa. Non potevano che chiamare il progetto «Le ali della libertà».

Il velivolo in costruzione: guarda


Come il film tratto da un breve racconto di Stephen King in cui Morgan Freeman dà una mano a Tim Robbins per evadere da Shawshank, carcere di massima sicurezza. «Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni» pensa il prigioniero, una volta libero. I tre giovani detenuti «ingegneri», due napoletani e un romano, si fermeranno alla visione dei monti irpini. È infatti previsto che i ragazzi, uno per volta trattandosi di un «biposto affiancato», saliranno a bordo con il maestro ebolitano per giri di prova. Per mettere in piedi il piccolo hangar hanno usufruito di una borsa lavoro di 400 euro lordi.

DETTAGLI TECNICI DEL VELIVOLO - Un po’ di dettagli tecnici: si tratta di uno Sword circus che farà parte della flotta Air social one. Il peso a pieno carico è di 450 chili (vuoto a 290). La capacità del serbatoio è pari ad ottanta litri. E l’apertura alare tocca i 9 metri. Notevole: tanto che per problemi di spazio è stato necessario spostare la fattura delle ali nella fucina di Eboli. La carlinga è stata invece costruita passo passo in loco, tra le mura del carcere, nello spazio ad hoc della falegnameria. L’aereo è in grado di avere diverse destinazioni d'uso come «civetta antincedio», avvistamenti a mare, e anche riconoscimenti di azioni illegali, quali per esempio lo scarico illecito dei rifiuti.

Beppe Battaglia coordinatore del progetto
Beppe Battaglia coordinatore del progetto

GLI IDEATORI - Passiamo ai credits. Più soggetti sono impegnati nell’impresa, che viene promossa dalla Federazione internazionale Città Sociale sotto il cui ombrello operano la cooperativa L'Approdo di Avellino e l'associazione Il Pioppo di Napoli. Quest’ultimo consesso, per la cronaca, è lo stesso del Caffè Lazzarelle, felice iniziativa (torrefazione e marketing) attiva finché i fondi lo permetteranno nel carcere femminile di Pozzuoli. La fase di realizzazione del velivolo ha previsto il coinvolgimento dello stesso carcere di Lauro, diretto da Claudia Nannola, con l'Asl Avellino 2, il comune di Mugnano del Cardinale (capofila ambito A/5) e dell'ufficio di esecuzione penale esterna di Avellino.

IL FINANZIAMENTO - Capitolo finanziamenti. I soldi — circa 130mila euro — sono stati stanziati, tramite la Regione Campania, dal fondo nazionale per la lotta alla droga. La casa circondariale di Lauro, infatti, accoglie soprattutto tossicodipendenti, un’utenza maschile di età compresa tra i 21 ed i 45 anni inserita in un «circuito penitenziario differenziato — si legge in una nota — dove la funzione rieducativa della pena assume una grande importanza».

CUSTODIA ATTENUATA - «Spesso le potenzialità delle persone detenute non riescono ad esprimersi appieno, a causa di avverse condizioni di vita, scarse opportunità, e l'influenza del contesto socioeconomico, come il lavoro nero, la criminalità organizzata, la microcriminalità». Perciò la realizzazione di un aeroplano in carcere «ha un impatto emotivo ed un forte coinvolgimento ideale delle persone». Coinvolgimento che va ben al di là della povertà subculturale che solitamente connota i tipi di lavori praticati in galera. La custodia carceraria viene attenuata, dunque, da una lunga serie di laboratori. Si offre l’opportunità a chi sconta una pena di dedicarsi ad attività concrete, di fare i conti coi problemi di un mestiere "vero", di credere nelle proprie capacità. E poi, oh, poter dire "ho costruito un aereo con le mie mani" è roba da far arrossire di invidia i più alti papaveri della Nunziatella.

Alessandro Chetta
05 gennaio 2011






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Ue, Google finisce sotto accusa Si indaga sui risultati delle ricerche

di Redazione


La Commissione europea sta indagando sul motore di ricerca, accusato di "abuso di posizione dominante". Sospetti sulla "neutralità" dell'algoritmo



 

Milano - Non è la prima volta che Google viene accusato. Il re dei motori di ricerca dà fastidio perché è il numero uno. Ma questa, in un sistema di libero mercato, non può essere una colpa. La Commissione europea sta indagando per abuso di posizione dominante. L'accertamento è iniziato da poche settimane: lo scrive oggi il quotidiano francese Le Figaro, secondo cui Bruxelles ha cominciato a inviare i primi questionari alle imprese che potrebbero subire le conseguenze delle presunte violazioni di Google. I documenti sono stati inviati poco prima di Natale e comprendono circa un centinaio di domande rivolte a editori di siti internet, motori di ricerca, elenchi in linea e agenzie di pubblicità online, entro l’11 febbraio. Ma oltre a quella di abuso di posizione di Google sul mercato in senso stretto, le domande implicano anche un’altra accusa: la manipolazione dei risultati delle ricerche e della piattaforma pubblicitaria, mentre il gigante di Mountain View ha sempre rivendicato la neutralità matematica del suo algoritmo.

Cambiamenti improvvisi "La vostra società - chiede l’antitrust Ue - ha notato cambiamenti improvvisi e significativi della sua posizione sui motori di ricerca come Bing, Google o Yahoo? Avete constatato improvvisi cali nel numero di utenti rinviati verso i vostri servizi da Google, che non possono essere spiegati da cambiamenti sul vostro sito internet".

Le accuse Il sospetto dei tecnici di Bruxelles è che l’algoritmo di Google sia programmato per preferire i video di YouTube rispetto a quelli di Dailymotion, le mappe di Google Maps a quelle di Mappy, le foto di Google Images a quelle di Flickr. Sospetti analoghi pesano sull’attività pubblicitaria di Google, con "improvvisi aumenti delle tariffe pubblicitarie sui motori di ricerca nel corso degli ultimi sei anni". La domanda è brutale: "Google vi ha mai indicato che un aumento delle spese pubblicitarie potrebbe migliorare il vostro 'ranking' naturale?".  





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Le stragi di cristiani? Tutto scritto nel Corano

di Fiamma Nirenstein


I recenti massacri in Egitto, Irak e Nigeria trovano la loro giustificazione nel testo sacro dei musulmani Dove è scritto chiaramente che l’obiettivo finale è creare un mondo in cui le altre fedi siano messe sotto tutela


Come fermeremo le uccisioni di cristiani nel mondo islamico, come si evita la prossima strage in Irak, in Turchia, nelle Filippine, in Nigeria, ovunque alberghino gruppi islamisti? Prima di tutto, chiamandole per nome e cognome: non si tratta di «intolleranza religiosa» ideologica, non di casuali «gruppi di fondamentalisti» né di «alcuni terroristi». Se si guarda la carta geografica, è ormai maculata da stragi espulsioni, rapimenti, chiese vandalizzate... 

È il mondo islamista nella sua vasta, massiccia terribilità che colpisce i cristiani, e la responsabilità è di chi per opportunismo o per paura di rappresaglie sui cristiani ha ritenuto che col silenzio avrebbe pacificato gli aggressori. Il fatto che appena il Papa ha protestato chiamando il mondo islamico «mondo islamico» il Mufti di Al Azhar abbia esclamato «ingerenza», la dice lunga sul paradosso dell’atteggiamento dell’islam istituzionale: che sarà mai qualche morto, taccia il secolare nemico romano. 

Se lo si chiede al teologo e professor padre Peter Madros, oggi al Patriarcato di Gerusalemme, per tanti anni direttore della scuola dei Freres a Betlemme, un sacerdote che ha combattuto la decimazione dei cristiani a Betlemme senza fare sconti anche agli israeliani, pure egli mi indica chiaro, per capire, il testo del Corano: «Dopo pagine sulla concordia che deve vigere, pur nella sottomissione dei cristiani e degli ebrei che (versetto 9/29) devono comunque pagare la Gizia (la tassa per i non musulmani, ndr) se non abbracciano l’Islam, c’è un altro verso rivelatore (5/51): non lasciatevi dominare né dagli ebrei né dai cristiani». 

Il nodo è tutto qui:il mondo islamista è determinato a costruire un mondo in cui i due comprimari siano tenuti in stato di sottomissione culturale, religiosa, politica. Ed è invece accaduto negli ultimi sette secoli che il mondo occidentale abbia preso il sopravvento, dichiarando così, nell’interpretazione bigotta di vaste organizzazioni e persino di Stati interi, come l’Iran, una guerra contro l’Islam che deve ancora essere vinta. Naturalmente non tutti la pensano così, ma le bombe fanno rumore, mentre la buona volontà non si sente. Nel 1919 la rivoluzione egiziana portava per egida una bandiera verde con la mezzaluna e la croce. Sia i musulmani che i cristiani erano parte di una rivoluzione nazionalista contro il colonialismo britannico. 

Ma le elite dei nostri decenni, spaventate anche dall’omicidio di Sadat che aveva concluso la pace con Israele, hanno lasciato spazio a un processo di islamizzazione strisciante che pacificasse i gruppi più aggressivi, come la Fratellanza Musulmana. I libri di testo nelle scuole rappresentano oggi l’Egitto come un Paese solo islamico e includono testi anticristiani. Il trapianto di organi fra musulmani e cristiani è proibito per una decisione del sindacato dei dottori, che come altri è dominato dalla Fratellanza Musulmana. 

Il governo recentemente ha bloccato la costruzione di una scala in una chiesa copta, e i copti, continuamente aggrediti (8 furono uccisi un anno fa) non esistono in politica benché siano il 10 per cento della popolazione. Mubarak, che così facendo tiene a bada la Fratellanza tanto che l’ha emarginata alle ultime elezioni, fa come l’Arabia Saudita, lo Yemen, la Siria, la Giordania e più lontano il Pakistan: crede di domare il domatore, che invece viene messo in grado di sguinzagliare il suo odio a piacimento, mettendo a repentaglio anche la sua leadership. 

Le televisioni iraniane, libanesi, turche... hanno accusato i “sionisti” della strage di Capodanno. Ma sì, perché non cercare di colpire almeno un po’ gli ebrei anche in questa occasione? È nello stile della casa: dal pogrom Farhud di Bagdad nel 1941 in cui furono uccisi 180 ebrei, e poi in Libia (130 morti), e poi in Turchia (tre attacchi alle sinagoghe dall’86 a oggi, 47 morti) a tutte le violenze che hanno causato la fuga di quasi tutti gli ebrei, il mondo islamico ha fatto fuggire da 600mila a un milione di ebrei. Profughi irriconosciuti dall’Onu, come i cristiani fuggiti dallo stesso mondo in cui ormai la popolazione cristiana, una volta quella originale, è ridotta al 6 per cento.




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Le dame nere del terrorista rosso

di Luigi Mascheroni



 
 
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Il feuilleton di Alexandre Dumas «I Mohica­ni di Parigi », a suo modo un giallone, a metà Ottocento aveva già codificato la regola se­condo la quale, durante una caccia all’assas­sino, o al suo movente, la pista migliore è cercare la donna. Cherchez la femme . Diven­tata un cliché poliziesco, non si può peral­tro negare che la frase nasconda un certo buon senso comune. Un paio di millenni di civiltà umana suggeriscono che, quale che sia il problema, spesso dietro c’è la donna.

O le donne. Ieri Arrigo Cavallina, uno dei fondatori dei Pac,il gruppo armato in cui militò l’ex terro­ri­sta Cesare Battisti, ha indicato in Fred Var­gas, famosa scrittrice francese che da anni si batte per la sua liberazione, la femme fatale del «caso Batti­sti », anch’esso diventato suo mal­grado un orrido feuilleton: «Un giorno –ha detto –verrà fuori il ruo­lo nefasto che ha avuto, è lei l’ani­ma nera della situazione».

Qual­che ora dopo, invece, si veniva a sa­pere, rivelato da Bruno Berardi, presidente dell’associazione per le vittime del terrorismo e mafia «Do­mus Civitas», che in passato Carla Bruni, première dame di Francia, si è spesa personalmente presso l’ex presidente brasiliano Lula perché Battisti non fosse estradato. Del re­sto, già due anni fa, in un’intervista rilasciata a Repubblica , proprio la Vargas aveva confessato una liai­son ideologica con Carla Bruni: «Una volta sono stata ricevuta, gra­zie a Carla, dal presidente Sarkozy.

È successo dopo la decisione di non estradare in Italia l’ex brigati­sta Marina Petrella. Il presidente era d’accordo con me sul fatto che il caso della Petrella e quello di Ce­sare erano simili... Carla è una mia amica, ci conosciamo da tempo. A lei piacciono i miei libri, a me piace la sua musica. A Parigi ci frequen­tiamo e parliamo dei nostri comu­ni interessi». Stessi libri, stessa musica, stessi sa­lotti, stessi interessi. Stesse sbanda­te gauchiste, stessi innamoramen­ti rivoluzionari, stesse snobistiche crociate politico-umanitarie.

Maître à penser in tailleur e rosset­to, Carla Bruni e Fred Vargas, dal­l’Eliseo al Tredicesimo arrondisse­ment di Parigi, sono le pasionarie del caso Battisti, le Grand Dame che guidano la pattuglia intellettua­le dei «battistiani», i difensori del­l’amnistia o della non-estradizio­ne, una milizia internazionale nel­la quale via via si sono arruolati alti ufficiali, soldati semplici e merce­nari, da Daniel Pennac a Gabriel García Márquez, da Bernard-Hen­ri Lévy – sulla cui rivista La regle du jeu è apparso il messaggio di ringra­ziament­o a Lula per non aver ricon­segnato Battisti all’Italia firmato da Fred Vargas – fino alle seconde file italiane che aderirono all’appello pro-Battista lanciato dal foglio on line Carmilla , e tra le quali si conta­no curiosamente, oltre a Roberto Saviano, parecchi giallisti, quasi un marchio di fabbrica dell’intrica­ta vicenda, come lo è stato Battisti stesso, lo è la Vargas e lo sono Massi­mo Carlotto, Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Giuseppe Gen­na, Pino Cacucci...

I Signori del noir e le Dame in ros­so. Di Carla Bruni, Giovanna d’Arco di tutte le crociate della gauche , inelut­tabilmente caviar , si conosce tutto, anche molto di più del necessario: supermodella di grandissima bel­lezza, cantante e attrice di non al­trettanto talento, incarnazione fem­minea dello snobismo estetico pri­ma ancora che etico, italien antipa­tica ai francesi e ancora di più agli italiani, prima donna di Francia quale moglie del presidente Sarkozy è detta vezzosamente Car­là.

Non manca di prendere parte – quella a sinistra - ai dibattiti pubbli­ci e politici del suo e degli altri Paesi. Mai richiesta e raramente a proposi­to. Di Fred Vargas, paladina senza pau­ra­e senza vergogna di Cesare Batti­sti, alla cui causa nel 2004 ha dedica­to anche un libro – incomprensibil­mente non tradotto in Italia... -La verité sur Cesare Battisti ,si conosce meno della sua amica Carla Bruni, ma anche in questo caso molto più di quanto interessi. Ricercatrice di archeozoologia specializzata in me­dievistica, si chiama in realtà Frédérique Audouin Rouzeau, es­sendo Fred Vargas uno pseudoni­mo adottato in omaggio alla sorella gemella Jo (una pittrice che nelle sue opere si firma appunto Vargas, che è il cognome del personaggio in­­terpretato da Ava Gardner nel filmLa contessa scalza ).

Ha 54 anni, par­ticolare che infastidisce le donne, ha scritto una dozzina di gialli, parti­colare che infastidisce molti lettori, è nota in Francia come il tipico intel­­lettuale impegnato di sinistra (che infatti passa le serate all’Eliseo a par­lare di letteratura con i Sarkozy) e ha aiutato materialmente l’amico ex terrorista quando era in clande­stinità in Francia, tra il 2004 e il 2007: proprio una telefonata alla sua casa parigina ha permesso alla polizia di localizzare Battisti.

Da noi la Vargas è pubblicata, probabilmente per ca­so, da Einaudi, e ha ottenuto soprat­tu­tto su Repubblica recensioni entu­siaste, delle quale se ne ricorda una, imbarazzante, di Concita De Grego­rio, quando ancora non dirigeva l’ Unità . A proposito dei suoi libri si dice che «sa dispiegare una straordi­naria visionarietà, unita a una capa­cità di indagine psicologica e alla passione per meticolose ricostru­zioni ambientali». E «visionarietà», nel caso della proclamazione di in­nocenza per Cesare Battisti, sem­bra in effetti appropriata. Per il resto, come ha insegnato Du­mas un secolo e mezzo fa, se volete sapere chi, più di ogni altro, ha mo­bilitato l’intellighenzia internazio­nale a favore di un pluriomicida condannato a quattro ergastoli, ba­sta che cherchez la femme . In questocaso, due.




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Pisani: «A Napoli troppi controlli, gli scippatori si trasferiscono a Milano»

Corriere del Mezzogiorno


Il capo della Mobile: «Il lunedì partono, stanno a Milano due o tre giorni a far scippi e rapine, poi tornano»



Vittorio Pisani
Vittorio Pisani
Vittorio Pisani, capo della squadra mobile di Napoli. Un’altra rapina, altri ragazzi che sparano. Quanto è facile procurarsi una pistola?
«Tanto. Tantissimo» .

Conosce il numero di armi illegali che circolano in città?
«È impossibile fare una stima approssimativa degna di questo nome» .

Be’, voi sareste la polizia.
«Il mercato delle armi a Napoli è un affare particolare» .

Ce lo vuole spiegare?
«Il problema è che in questo settore non esiste un monopolio. Non c’è un trafficante di armi con il suo carico. No, qui le pistole vengono immesse sul mercato in maniera spicciola» .

E chi è che le vende?
«La criminalità straniera, soprattutto» .

Dove?
«Basta andare in un campo zingari. A Scampia, Caivano, Ponticelli. O, chessò, alla Doganella».

Conoscete le zone dove si vendono le pistole e non riuscite a intervenire?
«E come si fa? Come scopri rom o l’albanese che arriva con cinque, dieci pistole? Lo può fare chiunque» .

Magari ci saranno carichi più grandi...
«Macché. Ognuno al suo paese acquista una pistola per cento euro, e la rivende a Napoli a mille. Gli conviene portarne poche alla volta, tanto il guadagno è enorme» .

Pisani al momento dell'arresto del boss casalese Iovine
Pisani al momento dell'arresto del boss casalese Iovine
Vittorio Pisani, calabrese di Catanzaro, 43 anni e una passione per i testi giuridici scrive sulla Treccani), è il capo della squadra mobile della Questura di Napoli. Il poliziotto che ha chiesto ai suoi uomini di mostrarsi a volto scoperto perché «non si può chiedere coraggio ai cittadini se non lo mostriamo noi poliziotti» . Lo sbirro che indaga, contemporaneamente, sui grandi clan e i piccoli rapinatori. E che non vuol sentir parlare di microcriminalità.
«No, questa si chiama criminalità diffusa. E, al cittadino comune, fa più paura della camorra».

Pisani, dice che ci dobbiamo rassegnare a un futuro di rapine con pistole puntate alla tempia?
«I reati sono diminuiti» .

Sarà che non denunciano più...
«Denunciano, denunciano. La verità è che c’è una maggior azione di contrasto sia in termini di personale impiegato che di controllo del territorio coordinato. E, soprattutto, sono aumentate le misure di sicurezza passiva» .

Cioè?
«Oggi c’è una presa di coscienza da parte delle potenziali vittime. Chi ha l’auto nuova installa l’antifurto satellitare, chi teme furti mette le finestre blindate, chi esce la sera non indossa né gioielli né Rolex» .

E la chiama vita questa?
«Non lo so. Io preferisco passeggiare sul lungomare Napoli senza Rolex piuttosto che camminare a Milano con l’orologio al polso» .

Se è così non ci dovrebbe essere problema. Meno reati, meno criminalità...
«No, i rapinatori sono in costante aumento» .

Scusi, ma com’è questa storia. I reati calano e i delinquenti aumentano? E che fine fanno?
«Li esportiamo. Oggi commettere un reato a Napoli, tra strade videosorvegliate e cittadini attenti, è più difficile. Così il lunedì partono, vanno Milano, stanno lì due o tre giorni a far scippi e rapine, poi tornano. O magari vanno Roma per una sera» .

Bella cartolina...
«La mia sezione antirapine riceve richieste di aiuto investigativo dalle questure di tutt’Italia. Ormai sono collegati via computer con il nostro portale fotografico dei rapinatori» .

Non è che vuol far passare la tesi che mal comune è mezzo gaudio?
«No, però vorrei che una volta tanto si capisse che quello dello scippo è un fenomeno incontrollabile».

È una resa?
«No, è onestà. È un reato che non è facile prevedere. Cito sempre un episodio...» .

Quale? «
Una domenica ero sull’aliscafo di ritorno da Ischia. Ho incontrato, a bordo, tre affiliati a un clan, tutti con le rispettive mogli. E tutti con un Rolex d’oro massiccio al polso. Quando sono scesi dall’aliscafo, li ho seguiti con lo sguardo mentre andavano a prendere le moto. E sa cosa hanno fatto?» .

Scommetto che lo sa lei...
«Si sono tolti i Rolex e li hanno messi in tasca. Ecco cosa intendo quando parlo di imprevedibilità: può capitare chiunque di essere scippato, pure ai camorristi. E non ci si deve scandalizzare, accade in tutte le grandi città» .

Storia vecchia.
«Basta parlare con i poliziotti americani. Il centro di Washington è sicurissimo, ma i dintorni della città sono pericolosissimi» .

A Napoli non è sicuro neppure il centro, per la verità. E a Palermo e Bari gli scippi li hanno praticamente eliminati. Cos’è che non va qui?
«I paragoni sono improponibili. Napoli è la città con la più alta densità criminale d’Italia, qui il trenta per cento dei soggetti che controlliamo ha precedenti penali. E poi c’è una questione di fondo demografica» .

La butterà mica in sociologia adesso?
«No, ma la città illegale cresce più velocemente della città perbene» .

Come lo sa?
«Basta fare due conti. Lì, nei quartieri dell’illegalità, ci si sposa a vent’anni e si fanno quattro figli. Nelle famiglie perbene, invece, ci si sposa a 35 anni e si fanno al massimo due figli. Ecco perché la Napoli malavitosa sta prendendo il sopravvento» .

Condanna i figli dei rapinatori a fare i rapinatori?
«Le prospettive legali che offre Napoli sono insufficienti. E andare a fare rapine purtroppo frutta più dello stipendio di un operaio. Queste persone, che non hanno alcuna voglia di fare lavori umili, cosa faranno?» .

E voi invece che fate? Sicuro che fili tutto liscio nella lotta alla criminalità?
«Bisogna essere sinceri, e dire che da un punto di vista investigativo è più facile indagare su un clan che non su un delinquente occasionale. E così è andata a finire che la concentrazione delle risorse sulla lotta alla camorra ha oggettivamente penalizzato quella contro la criminalità diffusa, che invece...» .

Invece?
«È quella che colpisce di più la popolazione. Il cittadino medio, a meno che non sia un imprenditore vittima di estorsioni, non subisce danni diretti dalla camorra. Subisce, invece, rapine, furti, illegalità diffuse. Ecco, penso ci sia una sproporzione nella distribuzione delle risorse investigative e giudiziarie a favore della lotta ai clan» .

Dice che per indagare sui boss si sono trascurati rapinatori e scippatori?
«Dico che la camorra spesso è diventata un alibi» .

Addirittura?
«Sì, per molto tempo a qualcuno ha fatto comodo dichiarare che l’origine di tutti i mali di Napoli era la camorra. Quel che accade oggi, invece, non è colpa della camorra, tutt’altro. Il problema è che questa lettura errata ha portato a concentrare tutti gli sforzi nella lotta alla criminalità organizzata. C’è stato uno sbilanciamento di risorse impressionante. È venuta l’ora di riequilibrarle» .


Gianluca Abate
05 gennaio 2011




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Il San Carlo licenzia il direttore artistico: «Solo perché non ho risposto al cellulare»

Corriere del Mezzogiorno


Segalini via dopo appena sei mesi: «Il teatro riceverà
la lettera dell'avvocato a tutela della mia immagine»




Sergio Segalini
Sergio Segalini
NAPOLI —«Mi hanno licenziato in tronco, tramite lettera, e senza neppure i tre regolari mesi di preavviso: non ne hanno il diritto».
Si dice «ferito mortalmente» Sergio Segalini, figura di primissimo piano nel settore della classica e del repertorio settecentesco in primis, voluto a Napoli da Riccardo Muti al vertice artistico del San Carlo, massimo lirico del Mezzogiorno, nominato lo scorso primo luglio assieme al nuovo direttore del Ballo, Alessandra Panzavolta, ed oggi «saltato» dalla sua poltrona di consulente della Fondazione dopo neanche mezzo anno di lavoro. «Ed è per questo — precisa Segalini — il teatro riceverà la lettera del mio avvocato a tutela della mia immagine».


Nella storia del San Carlo, intanto, il caso non ha precedenti: mai un direttore artistico, o consulente alla programmazione che dir si voglia, è durato meno. E, il tutto, ad un passo dall’inaugurazione della sua prima, nuova stagione con l’«Olimpiade» pergolesiana rielaborata da Roberto De Simone, oltre la quale

Segalini aveva gettato un bel fascio di luce se non altro portando in locandina, a maggio, nella rara versione originale francese, i «Vespri siciliani» di Verdi.

Segalini, che accetta di parlare solo dopo che la notizia è trapelata dall’interno del teatro, stringe tra le mani la lettera che, nell’immediato e senza preavviso, rescinde un contratto previsto fino alla prossima primavera. La direzione del Teatro San Carlo, invece, si astiene da ogni commento considerando «questioni di normale amministrazione» quanto accaduto entro il rapporto di lavoro con il proprio neoconsulente artistico.


Ma quale il motivo della rottura? «Apparentemente un incidente, per mancata reperibilità del consulente nei giorni del rinvio a giugno del triplice concerto di Capodanno diretto da Daniel Oren» spiega Segalini. «Nel lasciare Napoli per trascorrere il Natale nella mia Venezia e giunto in aeroporto — spiega — , mi accorgo di non avere più il mio cellulare aziendale. Per un paio di giorni, durante i quali ho tra l’altro sporto denuncia per la perdita del telefono mobile di lavoro, ne faccio a meno, sapendo comunque di poter contare su un altro mio numero privato per comunicazioni urgenti. Tutto qua. Il giorno 27 ero tornato regolarmente rintracciabile ma ricevo la lettera in cui mi si chiedeva di non rientrare in Teatro». Eppure il maestro Segalini vanta un curriculum straordinario. Nato nel ’44 a Castell’Arquato (Piacenza) poi trasferitosi in Francia, critico e direttore della prestigiosa rivista «Opera International», autore di saggi monografici, esperto di voci, del nostro Settecento musicale più una ben salda esperienza alla guida artistica di alcune delle realtà musicali più significative d’Italia - ha lavorato per dodici stagioni, di cui cinque al fianco di Riccardo Muti, alla Scala di Milano, dal 2002 è stato segretario artistico e responsabile musicale del Festival di Spoleto, direttore artistico-musicale al Teatro Ponchielli e al Festival Monteverdi di Cremona, quindi alla Fenice di Venezia, al Comunale di Bologna, al Carlo Felice di Genova, al Festival della Valle d’Itria.


Ora il maestro si domanda: «Perché mi hanno chiamato a Napoli? Credevo di poter lavorare proponendo novità, di valorizzare la cultura partenopea, di promuovere, secondo quanto voluto anche da Muti, la rinascita di Napoli come capitale della Musica, di scoprire giovani squadre di talenti da segnalare per il futuro. Forse, l’Italia di oggi, non vuole il mondo che persone come me rappresentano… Ora, mi creda, non vedo l’ora di andar via da Napoli. Qui è un inferno». Infine le sue profetiche dichiarazioni contro i tagli al Fus rilasciate nell’abbandonare l’incarico alla Fenice in segno di protesta e ricordate dal Corriere del Mezzogiorno nell’articolo che ne anticipava lo scorso giugno in esclusiva la nomina alla guida artistica del San Carlo: «Le Fondazioni — aveva detto - non funzionano. Quello che serve è una vera riforma che consideri i teatri per quel che sono: motori di cultura, non aziende da gestire con criteri puramente manageriali».


Paola De Simone
05 gennaio 2011




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Scontri di Roma del 14 dicembre: arresti domiciliari per Manuel De Santis

Corriere della sera


Custodia a casa per il pizzaiolo di 21 anni che mandò all'ospedale un ragazzo di 15, colpendolo con un casco

Per lui l’accusa è di lesioni personali gravi


ROMA - È stato arrestato questa mattina, e gli sono stati subito concessi i domiciliari. Misura di custodia cautelare diversa dal carcere per Manuel De Santis il ragazzo di 21 anni che lo scorso 14 dicembre, durante la manifestazione a Roma contro la riforma dell’università, aveva colpito con un casco Cristiano, il ragazzo di 15 anni poi operato in ospedale per una frattura al naso. A darne notizia è uno dei suoi avvocati, Serena Tucci.

AUTODENUNCIA - De Santis — pizzaiolo che ha raccontato di essere andato in piazza per manifestare come precario — non era stato subito identificato dopo il fatto, nonostante il video che aveva ripreso la scena. Ed era stato lui stesso ad autodenunciarsi cinque giorni dopo, dicendosi pentito e pronto ad andare in galera. Per lui l’accusa è di lesioni personali gravi. De Santis aveva detto di aver colpito il ragazzo in un «momento di follia» mentre alcuni manifestanti stavano tirando oggetti contro una camionetta dei carabinieri. E che il suo obiettivo era evitare che il corteo si trasformasse in uno scontro con le forze dell’ordine.


Lorenzo Salvia
05 gennaio 2011



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Napoli, la «preghiera del netturbino» sui cassonetti dell'immondizia

Il Mattino




 



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Caso Claps, il medico legale: «Elisa tentò di disarmare il suo assassino»

Il baby rapinatore è clinicamente morto Il questore di Napoli difende il poliziotto

I tartassati da Equitalia Schiacciati da interessi e ansia di perdere tutto

di -

Le storie degli italiani nelle grinfie dell’agenzia. Non evasori, ma cittadini in arretrato coi pagamenti



RomaEquitalia, un nome un incubo. Chi non ha mai ricevuto una di quelle buste (quelle sì mortali) dette «cartelle esattoriali», venti pagine di cui non si capisce nulla se non che vogliono dei soldi, non sa che fortuna ha avuto.

Provi a chiederlo ai milioni di italiani caduti nelle forche caudine dell’agenzia di riscossione del dott. Befera, una specie di polizia fiscale modello Ddr. Col decreto Monti qualcosa cambia, ma pochissimo e non prima del 2014. Lo vediamo subito, ma prima facciamo un passo dentro gli incubi vissuti da famiglie, imprenditori, negozianti, cioè non evasori ma lavoratori e contribuenti in arretrato con qualche pagamento, di solito contestato (ma qui ovviamente l’onere della prova è invertito, Equitalia ti chiede i soldi e sei tu che devi dimostrare, magari a otto anni di distanza, che non è vero, che si sbagliano, che hai ragione tu, e valli a trovare i documenti, nel frattempo che l’interesse di mora sale spaventosamente...).


Il signor Giuseppe De Vecchi, che ha scritto qui al Giornale, un imprenditore di Milano, trent’anni di attività, per sei anni ha mandato lettere all’Inps per contestare dei contributi senza mai ottenere una risposta. Finché un giorno Equitalia, senza preavviso, gli ha ipotecato la casa. Lo Stato non paga mai, o lo fa con ritardi intollerabili (chiedete alle aziende a cui deve ancora 90 miliardi), ma se ritardi tu sei rovinato. La signora Maria Rita Mura, sassarese e titolare di una ditta, la Sarda Semafori Snc, ha rateizzato l’Iva e ha ritardato un pagamento di un giorno, un solo giorno.


Subito è entrata in scena la terrificante Equitalia. «Mi hanno trattata peggio di un evasore» racconta ancora sotto shock al cronista di Sassari Notizie. Perché? Perché per quelle 24 ore di ritardo le hanno fatto pagare in più 9mila euro! Incredibile ma tragicamente vero. A Genova una famiglia con tre bambini si è vista mettere l’appartamento all’asta per un debito di 15mila euro. A una signora di Roma (fonte Associazione Noi Consumatori), per una cartella esattoriale di 50 euro (multa) Equitalia ha disposto il fermo amministrativo dell’auto. L’auto ti serve per lavorare? Te la bloccano lo stesso. Al signor Nunzio, che fa l’autista da una trentina d’anni, è capitato di prendere un po’ di multe.


«Il mio titolare non le ha pagate e l’importo dovuto a Equitalia è cresciuto fino a 19.500 euro» racconta a Lettera43. Ma questo non sarebbe nulla, il fatto è che Equitalia gli ha pignorato la casa, l’ha messa all’asta e l’ha venduta senza nemmeno fargli una telefonata.

Lui l’ha scoperto quando ha bussato l’ufficiale giudiziario con carabineri e i nuovi proprietari. Bello no? Il fermo amministrativo di mezzi, anche da lavoro, riguarderebbe - dice il sito Agoravox - oltre 6 milioni di autoveicoli. Se poi si viene beccati a guidare nonostante il fermo, non importa che si debba lavorare, fanno 2.500 euro di multa immediata. Oppure, a scelta, un’altra cartella. Un girone infernale.


Il motto di Equitalia è «Per un Paese più giusto». Sarà, ma Francesco, 46 anni, licenziato, bimba a carico, «s’è visto ipotecare il mini-appartamento per non aver pagato il canone Rai», racconta Elena Polidori nel suo Resistere a Equitalia (Aliberti editore). Altra storia da ghiacciare il sangue è quella di Mauro Bordis, 58 anni, artigiano e restauratore di Moncalieri.

Per 6mila euro gli hanno ipotecato casa e tolto i fidi. «Le case non si toccano – singhiozzava il poveretto - non si può fare ammalare così la gente». È morto d’infarto poco dopo, lottando con le scartoffie di Equitalia. «Un caso fra migliaia, storie di piccoli imprenditori che non hanno evaso il Fisco - scrive la Polidori - ma che la crisi ha messo nelle condizioni di non riuscire a pagare subito i debiti con lo Stato». Hanno mandato una preavviso di ganasce persino a una onlus torinese che si occupa di malati di cancro, per 3mila euro di debito per tasse rifiuti...


Qualcosina è cambiata, ma pochissimo, il Salva-Italia non salva certo gli italiani da Equitalia. Il decreto Monti sostituisce l’interesse usuraio del 9% (lo spiega bene il quotidiano MF di ieri) con una cifra variabile che però non si capisce quant’è (pari al «rimborso dei costi fissi del bilancio Equitalia», quindi quanto per il tartassato? Boh).


La rateizzazione del debito si potrà prorogare fino a 72 mesi «ma solo in caso di peggioramento della situazione economica», se stai come prima no. I pignoramenti continueranno, con la sola differenza che sarà il debitore a mettere in vendita la sua casa e non più Equitalia. Sai che sollievo. E poi il termine per rendere operative queste minuscole novità è il 31 dicembre 2013. Quindi c’è tempo fino al 2014 per continuare gli incubi sotto forma di cartella. Equitalia non dorme mai.





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Quirinale, un elefante che non si mette a dieta

di -

La presidenza della Repubblica non ha nessuna funzione operativa, ma in questi anni è cresciuta fino a diventare un governo nel governo


In scia ad un articolo di Vittorio Feltri sui costi del Quirinale, e ad una replica di Donato Marra, segretario generale della presidenza della Repubblica, ci è arrivata una lettera, a firma Antonio Ratti, che tratta lo stesso argomento: e che mi sento autorizzato a commentare per avere scritto insieme a Nicola Porro un libro, Sprecopoli, dove un corposo capitolo è dedicato proprio al colle più alto.



Prendendo lo spunto da una vacanza presidenziale a Villa Rosebery, il Ratti si chiede perché Napolitano non vada in albergo. E propone che la villa sia visitata a pagamento dai turisti, che il Quirinale diventi prevalentemente museo, che la tenuta di Castelporziano accolga bambini disabili e bisognosi.

Proposte che corrispondono, ne sono sicuro, ai desideri di tanti italiani. Nell’essenziale la polemica riguarda una struttura mastodontica che ha duemila dipendenti e comporta spese molto superiori a quelle concesse alla regina Elisabetta (secondo cifre non aggiornatissime trecento dipendenti), o al re di Spagna (543), o a Barack Obama (466), o a Sarkozy (941). Con l’avvertenza che Barack Obama e Sarkozy sono Capi di Stato operativi, non con funzioni prevalentemente notarili o di moral suasion, come l’italiano e il tedesco.

Perché mai, si domandano i contribuenti, il Quirinale costa oltre duecento milioni di euro l’anno e la presidenza tedesca un decimo? Sono proprio necessarie, per lo svolgimento dei compiti assegnati al Presidente, le 1200 stanze del magnifico palazzo che fu residenza dei Papi? È chiaro che, a lume di buon senso non lo sono. Non lo erano nemmeno quando ospitavano i Re d’Italia (ma Vittorio Emanuele III adibiva il Quirinale solo ad ufficio, preferiva vivere nella villa dove Mussolini fu ricevuto il 25 luglio 1943 per un ultimo colloquio, e poi caricato su un’ambulanza).

L’anomalia del Quirinale sta nella sua grandiosa vastità. Lo scandalo del Quirinale sta nel numero degli addetti. Non so oggi, ma fino a qualche tempo fa vi si contavano 20 cuochi, 20 addetti alla biancheria, 6 addetti alle livree. Personalità straniere sono spesso ospiti del Presidente. Ma quest’apparato appare spropositato.

È oltretutto strapagato. Si dà per inteso che chiunque, nell’ambito pubblico, debba lavorare nei centri del potere (il Quirinale o Palazzo Chigi o le Camere) debba avere un sensibile aumento di retribuzione. Che poi rivendicherà, come diritto acquisito, quando sarà restituito alle normali mansioni.

In una delle sue sacrosante crociate contro lo spreco, Raffaele Costa propose che per il personale in servizio al Quirinale fossero soppresse «l’indennità di alloggio, l’indennità informatica, l’indennità di guida, l’indennità di servizio caccia, l’indennità di cassa, l’indennità di incarico, la quattordicesima mensilità, la triplice gratifica annua». Temo - ma non oso addentrarmi nei segreti della contabilità ufficiale stando alla quale i parlamentari italiani sono i meno pagati d’Europa - che poche tra queste escrescenze burocratiche siano state smantellate.

Anche perché a difesa dei peggiori privilegi si mobilitano sempre i sindacati del pubblico impiego oltre ai vari Tar, Consiglio di Stato e se necessario Corte costituzionale. La responsabilità del gigantismo quirinalesco non ricade sull’attuale presidente.

Viene da lontano e ricade su chi, per una straordinaria voluttà d’amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale, ha ideato la struttura della presidenza. (Non diversamente vanno le cose quando viene istituita una qualsiasi «autorità»). La prima preoccupazione dei politici e di molti burocrati è quella d’assegnare poltrone e stabilire emolumenti destinati possibilmente a familiari, amici, clienti.

Il marchingegno cui si è fatto ricorso per dilatare il Quirinale è stato semplice. Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri - per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via - ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato.

Il Quirinale come sintesi - in verità tutt’altro che sintetica - dello Stato. Bisognerebbe tagliare, sfoltire, restituire i consiglieri al loro ruolo individuale d’esperti, senza un seguito microministeriale. Ma chi prova a metter mano in quegli ingranaggi rischia d’esserne stritolato. Anche con la maggiore buona volontà si procede a ritocchi, non a riforme, si usano le forbici anziché il machete. Nelle spese per il Quirinale l’appannaggio del Presidente ha un’incidenza minima. Circa 220mila euro lordi l’anno, pur sempre una bella cifra ma meno di quanti percepisce un europarlamentare italiano.

Si può e si deve discutere dell’opportunità che il Capo dello Stato abbia a sua disposizione più residenze (il fasto cerimoniale che caratterizza la monarchia inglese non può caratterizzare una repubblica). Ma il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese - comunque da ridimensionare - quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico: e nessuno riesce a porre rimedio infrangendo - salvo che con modifiche timide - la regola italiana secondo la quale gli organici degli uffici pubblici possono variare solo in crescita, mai in diminuzione.




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All'asta il fucile automatico di Bonnie e Clyde

La Stampa


Ottant'anni dopo le loro imprese criminali, la storia di Bonnie e Clyde continua ad affascinare. Almeno questa è la speranza di una famiglia del Missouri che ha deciso di mettere all'asta un paio di armi rare che si ritiene sequestrate alla coppia fuorilegge nel 1933. Le armi sono di proprietà dei pronipoti di un detective della polizia che le ricevette da un collega al tempo coinvolto nell'operazione.


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Usa, la Kodak verso la bancarotta tramonta l'icona della fotografica

La Stampa

Al colosso delle pellicole servono un miliardo di dollari per uscire dalla crisi: i brevetti in vendita non bastano per saldare i conti





Roma
Eastman Kodak, icona della fotografia, verso la bancarotta. La società ha già avviato negoziazioni - riferisce il Wall Street Journal - per ottenere un prestito debtor-in possession da 1 miliardo di dollari per superare il periodo del Chapter 11 continuando a operare nella normalità. Una richiesta per la bancarotta potrebbe arrivare nelle prossime settimane, fra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio.

Il Chapter 11 consentirebbe a Kodak di organizzare un’asta, sotto la supervisione della corte per la bancarotta, per la vendita dei suoi 1.100 brevetti. La società in ogni caso sta cercando di evitare di depositare i libri in tribunale e sta compiendo l’ennesimo tentativo per cedere i brevetti senza alcun aiuto. Kodak, fondata 131 anni fa e con 19.000 dipendenti, ha messo in guardia sullo stato precario dei propri conti a novembre, avvertendo che se non fosse riuscita a vendere i propri brevetti o a raccogliere nuovi capitali avrebbe esaurito la liquidità a sua disposizione. Nelle ultime ore l’allarme è stato ribadito: Kodak sarà tolta dai listini se non riuscirà a rafforzare la propria posizione finanziaria nei prossimi sei mesi. I titoli Kodak sono in forte calo a Wall Street, dove hanno chiuso per 30 sedute consecutive sotto 1 dollaro.

Colosso della fotografia fino a pochi anni fa, Kodak ha sperimentato una forte crisi mentre tentava di orientare nuovamente la propria attività. I problemi si sono intensificati nel 2001. Lo scorso autunno Kodak ha assunto alcuni consulenti per ristrutturarsi e ha terminato una linea di credito da 160 milioni di dollari, alimentando i timori sulla sua sopravvivenza. Kodak tenta da mesi di risanare i propri conti con la vendita dei brevetti, un processo rallentato dai timori dei potenziali acquirenti sulla eventuale richiesta di bancarotta da parte della società.




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Colosseo prigioniero dei centurioni

La Stampa

Ancora un’aggressione per estorcere denaro dopo una foto. "Quelle sono poche mele marce"



GRAZIA LONGO
Roma

Le nuvole di pioggia non minacciano i finti gladiatori davanti al Colosseo e non li smuove neppure l’arresto del «collega» per una tentata estorsione a danno di un turista. «Gente come quello ci rovina la piazza - dicono -, noi invece lavoriamo onestamente». Sul loro concetto di onestà, in realtà, c’è molto da obiettare: sono tutti abusivi. 

Ma se glielo fai notare rispondono candidamente di non avere altra scelta. «Io sto qui da tre anni, da quando ho dovuto chiudere la bancarella al mercato» racconta Roberto. «Io sono un artista fallito e indosso la corazza da dieci anni», aggiunge fra il triste e il disincantato Gino. Hanno entrambi la stessa convinzione: «Alla gente piace farsi la foto accanto a noi, non diamo fastidio a nessuno, non obblighiamo nessuno. E poi vede la pattuglia dei vigili urbani? È sempre qui a tenerci d’occhio».

L’area, in effetti, è monitorata. Non a caso l’altro pomeriggio i carabinieri hanno arrestato, proprio durante un servizio di routine, un romeno di 38 anni che travestito da centurione, dopo essersi fatto fotografare da un componente di un gruppo, non si è accontentato della mancia (un euro e cinquanta) ed ha preteso 10 euro per le foto. A quel punto la vittima, un turco residente in Germania, a Roma in vacanza con la moglie, si è rifiutata di pagare ed è stata minacciata pesantemente dal centurione. Il finto romano antico ha anche tentato di impossessarsi della macchina fotografica per eliminare le immagini scattate. 

Da una verifica successiva, tra l’altro, è emerso che il centurione romeno si trovava a Roma nonostante fosse stato colpito da un decreto di allontanamento dall’Italia fino al 2015. Non è certo la prima volta che i falsi centurioni vengono arrestati. Ad agosto, per esempio, ai Fori Imperiali, vigili urbani travestiti da netturbini e da gladiatori sono riusciti a sgominare una banda di titolari di agenzie turistiche che si spartiscono il mercato delle guide al Colosseo.

Venti le persone identificate, nove delle quali sono state denunciate per violenza privata. Fra queste anche i responsabili di cinque agenzie, a loro volta ex gladiatori, che gli investigatori pedinavano da mesi con intercettazioni telefoniche e ambientali per sorprenderli mentre minacciavano i concorrenti di lasciare l’area del Colosseo e dei Musei Vaticani. Attorno ai monumenti e ai musei c’è infatti un giro d’affari di alcuni milioni di euro all’anno. 

Roberto e Gino, insieme a un terzo socio, chiedono 5 euro a foto. Ma c’è anche chi si spinge fino a 20. «So’ proprio quelli che ci svergognano, perché esagerano e fanno scappare i turisti - insistono -. Noi 5 euro ce li dobbiamo dividere in tre e quando siamo malati non guadagniamo». L’assessore comunale al turismo, Antonio Gazzellone, ribadisce l’importanza del monitoraggio delle forze dell’ordine: «Roma è una città che accoglie ogni anno milioni di turisti e la loro sicurezza è una delle nostre priorità».

Non a caso, l’ex vice sindaco della capitale e attuale senatore Pdl Mauro Cutrufo sta preparando una legge anti-stalking al turista. L’obiettivo è quello di introdurre elementi legislativi che supportino e facilitino il compito delle forze dell’ordine. «Quando viene aggredito, il turista è intimorito per tutta una serie di motivi - osserva Cutrufo -: si trova in una città straniera, ci rimane per poco tempo ed il più delle volte non comprende la lingua. Le persone in vacanza a Roma costituiscono il 23% del turismo nazionale e vanno protette il più possibile. Come va tutelata l’immagine della nostra città».




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Il dramma dei divorziati: esclusi dalla comunione

di Andrea Tornielli


Sono centinaia di migliaia i fedeli che non possono ricevere l'eucarestia perché si sono risposati, Ratzinger: "Il problema ora va approfondito".




 


Quando Silvio Berlusconi si accosta alla comunione, magari sotto l’occhio di qualche telecamera, la polemica è assicurata. Il Cavaliere lo ha fatto anche due giorni fa, durante i funerali di Matteo Miotto, l’alpino ucciso in Afghanistan, e L’Unità di ieri l’ha notato, seppur sommessamente, con un trafiletto, nel quale si leggeva: «Alla fine il premier con un guizzo va davanti al sacerdote che gli dà l’ostia, nonostante sia divorziato e quindi, per la Chiesa, “macchiato dal peccato”».

Una polemica ben più grande era stata sollevata nell’aprile 2010, in occasione dei funerali di Raimondo Vianello. Anche quella volta Berlusconi fece la comunione e il filmato che lo ritrae mentre riceve la particola è ancora scaricabile sul sito di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini scrisse delle proteste di numerosissimi lettori i quali chiedevano «come mai un noto divorziato risposato» potesse accedere ai sacramenti e fece commentare l’accaduto al teologo don Silvano Sirboni. Quest’ultimo, pur lamentando la spettacolarizzazione del gesto, riconobbe, a norma di diritto canonico, che stava alla coscienza del fedele giudicare se avesse o no le disposizioni interiori richieste per fare la comunione, spiegando che non spettava al sacerdote impedire il gesto, «a meno che la persona in questione non sia scomunicata o interdetta con pubblica sentenza».
Il teologo precisò pure che «dal punto di vista formale, cioè secondo un’interpretazione strettamente giuridica delle norme canoniche che riguardano la situazione coniugale», a Berlusconi era «concesso di accostarsi alla mensa eucaristica», in quanto sì divorziato e in attesa di un secondo divorzio, «ma giuridicamente è al momento un semplice separato e non convivente».

Al di là delle chiarificazioni, resta invece aperto il problema. Un problema che non riguarda soltanto alcuni leader politici con più di un matrimonio alle spalle, ma centinaia di migliaia di persone, le quali vorrebbero accostarsi al sacramento dell’eucaristia ma non possono farlo perché vivono in situazioni irregolari. Talvolta si rischiano generalizzazioni, come quella di pensare che i divorziati siano in quanto tali esclusi dalla comunione. Non è vero. Lo sono soltanto i divorziati che essendosi sposati in chiesa la prima volta, hanno contratto dopo la separazione un nuovo matrimonio civile oppure convivono stabilmente con un nuovo compagno o compagna.

Pur essendo la prassi dell’esclusione molto antica, ancora nei primi anni Settanta, la Congregazione per la dottrina della fede ammetteva la «probata praxis in foro interno», cioè l’ammissione ai sacramenti per scelta di coscienza approvata dal confessore. Le rigorose norme attuali risalgono all’esortazione apostolica «Familiaris Consortio», di Giovanni Paolo II (1981) e sono state ribadite da Benedetto XVI nella «Sacramentum Caritatis» (2007). Papa Ratzinger, che più di una volta ha mostrato attenzione al problema, raccogliendo le indicazioni emerse dal Sinodo dei vescovi definisce «situazioni dolorose» quelle «in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove nozze». Un problema pastorale «spinoso e complesso, una vera piaga dell’odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici». Ma ribadisce la prassi della Chiesa, «fondata sulla Sacra Scrittura», di non ammettere ai sacramenti i divorziati risposati. Ratzinger invita comunque i divorziati risposati, «nonostante la loro situazione», ad appartenere alla Chiesa, «che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione» alla messa. 

Poco dopo l’elezione, nel luglio 2005, dialogando con i sacerdoti in Valle d’Aosta, Benedetto XVI ammise che «il problema» sul quale «nessuno di noi ha una ricetta fatta», è «molto difficile e deve essere ancora approfondito»: «Da una parte dobbiamo rispettare l’inscindibilità del sacramento» del matrimonio e dall’altra si deve fare sentire «che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E noi dobbiamo anche soffrire con loro».





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Battisti, pugno duro di Frattini: "Stop alla ratifica del trattato commerciale"

Fra le intese siglate lo scorso aprile c'è anche quella per la fornitura di armi. Il Tribunale brasiliano riapre il fascicolo dopo il no all'estradizione dell'ex terrorista dei Pac


 

Roma, 5 gennaio 2011 - Franco Frattini avverte il governo brasiliano che "difficilmente" il trattato commerciale siglato ad aprile tra Italia e Brasile, tra cui quello per la fornitura di armi, possa essere ratificato prima che sia trovata una soluzione al caso Battisti. Così il ministro degli Esteri in un'intervista andata in onda nella notte alla rete brasiliana Rede Globo.

Il titolare della Farnesina ha detto di "sentirsi indignato al pensiero che Battisti possa vivere liberamente sulle spiagge di Rio (de Janeiro), godendosi il bel sole". Per Frattini, che rilancia l'ipotesi concreta di un ricorso contro il Brasile avanti alla Corte di Giustizia Internazionale dell'Onu all'Aja, "quando un terrorista è condannato da un Paese, quel Paese ha il diritto di tenerlo in prigione".

DOSSIER RIAPERTO - Il presidente del Supremo Tribunal Federal, Cezar Peluso, ha disposto ieri la riapertura del dossier riguardante Cesare Battisti. Il provvedimento, riferisce Globo.com, giunge dopo la richiesta di scarcerazione dagli avvocati dell'ex terrorista e il ricorso presentato dai legali dell'Italia al fine di bloccare tale richiesta.

L'avvocato che rappresenta il governo italiano nel processo di estradizione di Cesare Battisti, Nabor Bulhoes, ha depositato ieri un ricorso contro la richiesta di scarcerazione presentata lunedì alla Corte Suprema (Supremo tribunal federal, Stf) da parte degli avvocati che difendono l'ex membro dei Pac. I legali dell'ex terrorista, hanno riportato gli organi di informazione brasiliani, chiedono l'immediata liberazione del cliente.

La difesa di Battisti ha argomentato che l'ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva (Pt) ha deciso il 31 dicembre, nell'ultimo giorno del suo mandato, di negare l'estradizione dell'ex attivista in Italia. La documentazione del rilascio, a parere degli avvocati, potrebbe essere immediatamente prodotta dal presidente della Corte Suprema Federale del Brasile, Cezar Peluso, che è in servizio in tribunale.

Ma l'avvocato del governo italiano sosterrà che soltanto la plenaria della Corte Suprema, che si riunirà a febbraio, possiede l'autorità di concedere tutte le autorizzazioni necessarie a un eventuale rilascio. Secondo Bulhoes, la plenaria della Corte, nel decidere l'anno scorso a favore della sua estradizione, ha contestualmente deciso di mantenerlo in carcere. Pertanto, per annullare questa detenzione, sarebbe competente esclusivamente questo organismo.

Messico: nessuna pietà per i pagliacci

Corriere della sera


I narcos uccidono due clown di strada sospettati di essere spie dell'esercito: segni di tortura sui corpi

nello stato di tabasco, anche una domanda di troppo può essere fatale



Il messaggio di rivendicazione dei narcos sui cadaveri dei due uomini uccisi
Il messaggio di rivendicazione dei narcos sui cadaveri dei due uomini uccisi
WASHINGTON (USA) – «Resortito» ed «El Bigotito» hanno lasciato le loro case attorno alle 8 del 2 gennaio. E come ogni giorno si sono diretti verso la stazione dei bus, sulla strada che collega Cardenas a Comalacalco, nello stato messicano di Tabasco (sud est). E’ qui, tra pullman e camion, che i due cercavano di raccogliere qualche spicciolo esibendosi come pagliacci di strada. Ma secondo alcune voci – impossibili da verificare – «Resortito» e «El Bigotito» avevano un secondo lavoro. Erano informatori dell’esercito. Forse hanno commesso un errore, si sono traditi o sono stati traditi. Ed è arrivata la «punizione» dei narcos: una raffica di mitra.

SEGNI DI TORTURE - La polizia li ha trovati, ancora con i costumi da lavoro e il volto truccato, ai bordi di una via secondaria. Per il medico legale hanno subito torture. Un trattamento duro e rituale seguito dalla fucilazione: sul corpo di una vittima hanno individuato 22 proiettili, 13 sull’altro. Vicino ai cadaveri, su un foglietto, un breve messaggio di rivendicazione: «Questo mi è capitato perché facevo la spia e pensavo che la Sedena (il Ministero della Difesa, ndr) mi avrebbe protetto». Poi la «firma»: Fez. Sigla che potrebbe significare «forza speciale dei Los Zetas», uno dei cartelli della droga molto attivo nella regione. La moglie di «Resortito» – il suo nome era Rigoberto Cordova – scambiando qualche parola con la stampa locale ha sostenuto che il marito riusciva a stento a portare a casa qualche pesos:

«Siamo una famiglia povera e molto religiosa. Non so perché lo abbiamo ucciso». Più brusco il fratello: «Non vogliamo giornalisti, tantomeno foto». Probabilmente non si saprà mai se i due fossero davvero delle spie dell’esercito. O se, invece, sono stati eliminati per un'altra ragione. In certe zone del Messico spesso nessuno conosce il movente di un delitto. Magari Rigoberto e il suo compagno hanno fatto solo qualche domanda di troppo. E i Los Zetas non hanno gradito. I trafficanti sono molto sospettosi, vanno a caccia di infiltrati. Inoltre temono l’aiuto dato dall’intelligence Usa alle autorità locali, una collaborazione decisiva per la cattura di alcuni boss. Un tema sensibile, un patto da proteggere per motivi di riservatezza e orgoglio nazionale. Washington ha fornito tecnologia per le intercettazioni e - stando ad alcune indiscrezioni - ha un suo network di «talpe» nelle città sul confine. Una presenza che i narcos contrastano in modo spietato: hanno ucciso 61 ufficiali messicani che mantenevano i collegamenti con Fbi e Dea.


Guido Olimpio
05 gennaio 2011



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In ufficio assumono il suo scippatore

La Stampa



Palermo, sorpresa per una funzionaria di un assessorato regionale: il nuovo collega l'aveva derubata





LAURA ANELLO
PALERMO

Buongiorno dottoressa, questo è uno dei nuovi collaboratori dell’ufficio». Lei, funzionaria direttiva dell’assessorato all’Agricoltura della Regione siciliana, gli tende la mano, abbozza un sorriso e sbianca in volto. Poi sprofonda nella sua poltrona. «Ma quello, quello è il delinquente che anni fa mi scippò, quello che mi prese la borsa». Proprio lui. Che adesso è diventato suo collega, appena traghettato nei ranghi dell’amministrazione regionale insieme con altri 3213 «Pip»: gli ex detenuti, alcolisti, tossicodipendenti arrivati al traguardo del posto fisso grazie all’ultima infornata della giunta guidata dall’ex democristiano Raffaele Lombardo - oggi leader del movimento autonomista Mpa - e sostenuta da Pd, Udc, Fli e dall’Api di Rutelli.

Un esercito di disagiati avviati nel 2001 a improbabili «piani di inserimento professionale» (da qui la loro sigla) in imprese private che si conclusero con poche decine di assunzioni, poi passati a lavorare al Comune di Palermo per pulire spiagge, custodire scuole, sorvegliare sottopassaggi con 620 euro al mese e incarichi rinnovati ogni tre mesi. Adesso arrivati all'ambito traguardo della stabilizzazione di mamma Regione, con un compenso lievitato a 800 euro più assegni familiari e soprattutto un contratto a tempo indeterminato in mano. Per fare che cosa? Vallo a scoprire, in un’amministrazione che di dipendenti ne ha già 25 mila e conta 6500 stipendi inutili. La sfida è piazzarli tra uffici e assessorati, ma anche infiocchettarli come cadeaux per scuole, enti locali, università. Lui, il colletto bianco ex scippatore, ha guadagnato l’ingresso nel cuore dell’amministrazione, quell’assessorato regionale all’Agricoltura che è stato il motore della macchina clientelare dell’era Cuffaro, e che nel 1999 fu perfino teatro di un omicidio, con il funzionario Filippo Basile freddato nel parcheggio su mandato del collega Nino Sprio che lui si apprestava a licenziare dopo una condanna definitiva per truffa.

Ma lì siamo alla tragedia, al sangue, alla Storia. L’episodio dell’altro giorno, invece, sta a metà tra la pochade e la commedia all’italiana. Lei, la funzionaria, non si dà pace. «Quella faccia non me la dimenticherò mai, per poco non mi mandò all’ospedale», racconta a caldo a un collega che le sta di fronte, che non sa se ridere o piangere. «Ma sei sicura?». «Sicurissima». C’è poco da fare, è stato pure assegnato al suo stesso piano. È lui, lo scippatore di allora, che si ritroverà davanti ogni mattina, lui il collaboratore cui dovrà rivolgersi per fare fotocopie o mandare un plico da un piano all’altro, lui l’uomo con cui condividere l’ascensore o la macchinetta del caffè. Tenendosi stretta la borsa, non si sa mai. Inevitabile, prima o poi, che la Città Bianca e la Città Nera - come il giornalista Salvo Licata definiva le due Palermo, l’urbe colta ed elegante e il ventre profondo e irredimibile - si confrontassero faccia a faccia.

Una rotta di collisione tracciata dieci anni fa, quando Guglielmo Serio, il commissario straordinario incaricato di traghettare Palermo dall’era Orlando a quella del nuovo sindaco, firmò sotto l’assedio dei disoccupati e dei loro capipopolo l’immissione dei precari sotto l’ombrello del Comune, sia pure pagati con fondi regionali. Poche settimane e la città sarebbe andata alle urne chiudendo il quindicennio delle giunte «anomale» per riconsegnare Palazzo delle Aquile al centrodestra. Una serata indimenticabile con i politici e i funzionari sequestrati a Villa Niscemi, elegante sede di rappresentanza del sindaco. Una serata in cui il nobile intento di reinserire nella società «soggetti svantaggiati» si trasformò in paradossale meccanismo premiale e clientelare di massa, al di là di percorsi di riscatto, crescita personale, qualità.

Quel sistema che oggi in Sicilia fa apparire la parola meritocrazia un arnese del Paleolitico, che rende del tutto inutile (se non per i 1600 enti che organizzano i corsi) una formazione professionale che costa 240 milioni di euro l’anno e produce diplomati per i quali non c’è alcun posto nella pubblica amministrazione, straripante per i prossimi decenni di qualifiche basse e medie. Quel sistema che vede oggi la Regione - calcolano Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria nel libro «La zavorra» - pagare in via diretta o indiretta 144 mila stipendi facendo campare un siciliano ogni 239, mentre in Lombardia, ben più ricca e popolosa, c'è un regionale ogni 2500 abitanti.

Quel sistema che ha appena portato al record di 77 mila posti varati in un solo mese dalla giunta tra stabilizzazioni, incarichi e contratti a termine inseriti nella maxi-manovra sull’occupazione. C’è da stupirsi se su Internet monti la rabbia dei senza lavoro con la fedina penale intatta? E magari anche con un buon titolo di studio in tasca? «Io un’idea ce l’ho - scrive un anonimo sul sito SiciliaInformazioni -: che ne pensate se noi tutti laureati disoccupati organizzassimo una bella rapina, senza fare del male a nessuno, magari di caramelle o di Nutella, tanto per farci arrestare, così quando ci scarcerano puntiamo anche noi all’assunzione?». Come giocare a guardie e ladri. Cresciutelli, però.




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