sabato 15 gennaio 2011

Sono trafficante di eroina»: l'ex arbitro Moreno rischia 5 anni

Il Mattino






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Per scrivere un sms si distrae e finisce nella fontana

Il Mattino


LONDRA (15 gennaio) - Distratta dall'invio di un sms finisce per inciampare e "tuffarsi" involontariamente in una fontana. È accaduto in un centro commerciale della contea di Berkshire, in Inghilterra . E il video della imperdonabile distrazione finisce sul web.








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Scampa allo stupro grazie alla cagnolina: morso alla gamba l'aggressore scappa

Il Mattino di Padova


Drammatica serata nel Piovese per una barista ventenne. Afferrata e buttata a terra da un uomo che stava per violentarla e che è stato morso a un polpaccio


PADOVA. La sua cagnolina l'ha salvata dallo stupro. Una barista che lavora nel Piovese l'altra notte stava rincasando a piedi quando uno sconosciuto l'ha afferrata, buttata a terra e ha tentato di violentarla. La donna, tra i venti e trent'anni, ha tentato in tutti i modi di divincolarsi, ma è stato solo il provvidenziale intervento della cagnolina a mettere in fuga l'aggressore.

L'animale, infatti, ha reagito alle urla della sua padrona e ha morsicato a un polpaccio il violentatore, che prima ha imprecato nella sua lingua (probabilmente è dell'Est Europa), poi è fuggito.

La giovane, una volta libera, è corsa a casa e insieme al fidanzato ha chiamato i carabinieri della Compagnia di Piove di Sacco, che hanno mandato sul posto un equipaggio del Radiomobile. La ragazza ha raccontato ai militari ciò che le era successo. E ha mostrato loro la zona dell'aggressione: un'area illuminata e con molte telecamere di circuiti di sicurezza.

Gli investigatori sperano che almeno una telecamera abbia immortalato il violentatore.


15 gennaio 2011
 






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Accoltellati per aver chiesto una sigaretta Le telecamere riprendono tutto

Corriere della sera

 

Fermati per tentato omicidio una bolognese di 32 anni e il fidanzato tunisino di 25

 

Un’aggressione gratuita per «punire» due nordafricani che li avevano infastiditi con la richiesta di una sigaretta. Ogni istante di quella rissa, avvenuto nel tardo pomeriggio del 27 dicembre in Galleria Due Agosto, di fronte alla stazione di Bologna, era stato immortalato dalle telecamere comunali che riprendono la zona. E grazie a quelle immagini, e alle indagini della squadra Mobile, i presunti responsabili sono stati ora fermati dalla polizia per tentato omicidio e porto abusivo di armi.

Le manette, per tentato omicidio e porto illegale di armi, sono scattate per una bolognese di 32 anni e per il fidanzato, un venticinquenne tunisino, entrambi già noti alle forze dell’ordine.

 

 

I due sono stati rintracciati giovedì in piazza VIII Agosto, mentre in una baracca in zona Corticella, dove vive il nordafricano, sono stati ritrovati i due coltelli presumibilmente utilizzati per colpire i due malcapitati.

 

Ad avere la peggio fu un marocchino di 41 anni, colpito all’arteria femorale e ricoverato in rianimazione all’ ospedale Maggiore, mentre un connazionale di 28 anni fu raggiunto da una coltellata all’addome. I filmati delle telecamere, e le testimonianze raccolte dagli investigatori, non lasciano molti dubbi sulla dinamica dei fatti. La coppia (in compagnia di una terza persona che però non partecipa all’aggressione) viene avvicinata dai due marocchini con la richiesta di una sigaretta, ma è infastidita a tal punto da reagire alzando le mani: spintoni, calci, poi arrivano le due coltellate inferte, secondo la ricostruzione della polizia, sia dalla ragazza che dal compagno.

 

15 gennaio 2011

Rogo di Primavalle: Lollo in tribunale come «persona informata dei fatti»

Corriere della sera


Lunedì convocazione dal giudice per Achille Lollo già condannato a 18 anni, pena prescritta, per l'incendio in cui morirono Stefano e Virgilio Mattei nell'aprile 1973




EX LEADER DI POTERE OPERAIO




ROMA - Achille Lollo, ex leader di Potere Operaio, condannato a 18 anni di reclusione, pena prescritta, per la morte dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei, uccisi nel rogo di Primavalle del 16 aprile del 1973 è in Italia, e sarà interrogato lunedì mattina dai magistrati di piazzale Clodio. Finora tutti i tentativi di rogatoria internazionale da parte della Procura di Roma erano falliti. .



SOLO COME PERSONA INFORMATA DEI FATTI - Tornerà davanti al pubblico ministero di Roma, questa volta come persona informata sui fatti. Achille Lollo è, già stato protagonista come imputato della vicenda giudiziaria legata alla strage di Primavalle. Da qualche mese Lollo è tornato in Italia essendosi prescritta la condanna inflittagli per la vicenda. Il 16 aprile del 1973, nell'incendio della loro abitazione, morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei, di 22 e 10 anni. L'interrogatorio di Lollo, che è assistito dall'avvocato Tommaso Mancini, avverrà lunedì prossimo alle 11 davanti al pubblico ministero Luca Tescaroli al quale è affidata l'indagine su alcuni risvolti della vicenda.

INDAGINI RIAPERTE DOPO L'INTERVISTA DEL «CORRIERE» - «A Primavalle eravamo in sei» aveva detto Achille Lollo a Rocco Cotroneo nell'intervista in esclusiva al Corriere della Sera nel 2005. «Vi racconto chi c'era quella notte. Giurammo di non parlare per 30 anni, ma il silenzio non ha più senso» (per leggere l'intervista cliccare qui). In seguito alle dichiarazioni rilasciate la Procura di Roma decise di riaprire le indagini sul rogo di Primavalle ipotizzando per i responsabili il reato di strage. L'incendio era scoppiato nell'aprile del '73 nella casa del segretario di una sezione romana dell'Msi, Mario Mattei, nel quale morirono i figli Stefano e Virgilio Mattei.


Redazione online
15 gennaio 2011



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Venezia, muore il padrone: cane veglia da un mese la sua tomba al cimitero

Il Mattino


Non vedendolo tornare a casa, l'animale è scappato e l'ha cercato fino a trovarlo.

Ora lo aspetta un nuovo proprietario








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Un pentito alza il velo: "C’era anche Riina fra i killer di De Mauro"

Prega e scia, campionato riservato a preti e per la prima volta alle suore

Il Messaggero



ROMA (15 gennaio) - Neve e preghiere, campionato di sci aperto a preti e suore. Accade a Limone Piemonte, in provincia di Cuneo, dove un centinaio di sacerdoti e operatori pastorali, il prossimo 7 febbraio, si contenderanno la quattordicesima edizione di "Sursum corda", pressapoco uno slalom gigante, organizzata dalla parrocchia di San Pietro Apostolo. «La novità - racconta don Romano Fiandra, il sacerdote ideatore della competizione - sta nel fatto che la gara sciistica è aperta anche alle suore. Vedremo se quest'anno si faranno vive. Di solito temono la figuraccia, e all'ultimo non si presentano».

La competizione è stata ribattezzata "descensio fluctuosa". «Abbiamo chiesto l'ok all'apposita commissione in Vaticano - ragguaglia don Fiandra -. Volevamo dare l'idea delle tonache fluttuanti. Il nome è stato accettato».

Partita quasi in sordina nel 1997, la competizione, inizialmente frequentata solo da sacerdoti del cuneese, con un passaparola si è estesa a prelati di altre regioni. «E ora sono guai - scherza l'ideatore della competizione -. Soprattutto i genovesi sono fortissimi. Da quando sono arrivati loro la competizione per noi è praticamente persa in partenza».

Non c'è limite di età nel campionato di sci per religiosi. «Per i più anziani, però, - spiega don Romano Fiandra - c'è un abbuono. A seconda dell'anagrafe partono in vantaggio di qualche secondo. I secondi lievitano in base agli anni. Più anziani si è, più si parte in vantaggio. Ma a metà strada spesso i più vecchi soccombono».

La fama della competizione cuneese è arrivata addirittura in Francia dove esiste una edizione di "Sursum corda". Lo scorso anno, per una sorta di gemellaggio, come spiega don Fiandra, le due manifestazioni sono state unite e a Limone Piemonte sono arrivati sessanta preti sciatori francesi. Quest'anno si replica. Non solo sacerdoti di piccole parrocchie di provincia tra i partecipanti alla 'descensio fluctuosà. A dare filo da torcere ai preti sciatori al campionato, persino un monsignore. Si tratta del vescovo della diocesi di Saluzzo, Giuseppe Guerrini.




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Trucchi per regolarizzare i clandestini

di Paola Fucilieri


Nullatenenti con decine di dipendenti e spiantati che diventano titolari di società: ecco come i buchi del sistema hanno trasformato la sanatoria nell’ennesimo business in cui prosperano le organizzazioni criminali



 

Nullatenenti e spiantati che si dichiarano titolari di grosse società e vogliono assumere una ventina di operai; extracomunitari residenti in 30 metri quadrati che hanno bisogno di dieci domestici. 


Che la sanatoria per colf e badanti a Milano - la provincia italiana dove sono state inoltrate il maggior numero d’istanze per la richiesta di emersione dal lavoro clandestino, 43.505 - si sia rivelata un flop non è una novità. I conti della prefettura parlano di 34mila pratiche esaminate (con esito positivo nel 90 per cento dei casi) e 9mila che restano ancora da smaltire.
Una situazione aggravata dal fatto che il sistema telematico, previo pagamento di 500 euro all’Inps, dava l’opportunità d’inoltrare la richiesta di emersione anche a datori di lavoro completamente privi dei requisiti di legge, permettendo ai truffatori di approfittarne e di presentare un numero di domande superiori a quello previsto che indicava al massimo un collaboratore familiare e due badanti per ciascun richiedente.


Il risultato è che di questi truffatori ne sono emersi parecchi, come dimostrano le recenti indagini delle forze dell’ordine. Che oltre a vere e proprie bande di delinquenti - come le sei persone finite in manette per associazione a delinquere e appartenenti a una nota onlus milanese, il «Pinoy club» - devono controllare le credenziali di migliaia di singoli finti datori di lavoro arricchitisi proprio grazie a questo business illecito ma molto fiorente.


L'imprenditore / Un egiziano ha 60 domestici per due stanze

L'incensurato / Il milanese disoccupato che ha assunto 23 persone

Il balordo / Sempre al bar. Ma voleva 15 camerieri





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La Rai impari dalla tv svizzera

Corriere della sera


Ha ragione il direttore generale della Rai quando predica una Rai più pluralistica, specie nei talk di approfondimento. Ma basterebbe, come un tempo suggeriva Alberto Arbasino, fare un salto a Chiasso per accorgersi che in un servizio pubblico c'è qualcosa di ancora più importante del pluralismo: si chiama indipendenza.

Per la tv svizzera di lingua italiana, Harry Häner e Serena Tinari hanno realizzato un'inchiesta che mette in discussione il prodotto di una delle più grandi industrie farmaceutiche della Svizzera, la Roche.

Il documentario, girato fra Giappone, Italia, Inghilterra e Svizzera, ricostruisce l'avventurosa storia del Tamiflu, il farmaco che i governi hanno accatastato per proteggere la popolazione dalle pandemie. Ricordate? C'era il rischio dell'influenza suina e pareva che solo il Tamiflu - «prometteva di ridurre ad appena un giorno e mezzo la durata dei sintomi dell'influenza» - fosse in grado di debellarla. Poi, per fortuna, la swine flu non è stata così mortale com'era stata dipinta, ma il farmaco distribuito da Roche si è trasformato in un campione d'incassi. «L'influenza degli affari» (trasmesso nel programma «Falò», Rsi La 1, giovedì, ore 21.05) ha illustrato fatti, luoghi ed eventi di dieci anni di Tamiflu. E mostrato il «dietro le quinte» delle politiche mondiali per prepararsi alla pandemia: esperti che allo stesso tempo consigliano l'Organizzazione mondiale della sanità (la molto discutibile Oms) e l'industria farmaceutica. Così come la maggior parte della letteratura scientifica sul farmaco è stata «sponsorizzata» dalla Roche. E dire che uno dei principali epidemiologi che mette sotto accusa il Tamiflu vive a Roma (magari a due passi da Viale Mazzini), il dott. Tom Jafferson.

Insomma, se la Rai non si preoccupasse solo dei talk show politici (e della loro distribuzione partitica), ma facesse più inchieste di questo tipo, dimostrerebbe di essere ancora una tv al servizio dei cittadini e non soltanto del padronato politico.


Aldo Grasso
15 gennaio 2011



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Non voglio il sussidio, meglio lavorare»

di Redazione


Giosuè Meo ha 45 anni, sposato due volte, due figli acquisiti e la Fiat nel destino. Figlio di un operaio di Mirafiori, casa nel villaggio Fiat di Settimo Torinese, 23 anni di catena di montaggio alle spalle. Operaio di quarto livello, lavora alla linea di montaggio dell’Alfa Mito. Ieri il suo turno alle Carrozzerie cominciava alle 14: «Voterò sì perché manterrò il posto e guadagnerò di più. Se vincerà il no, da lunedì mi metterò in cerca di un nuovo lavoro. Qui non ci sarà futuro».

Entrò in Fiat nel 1988 con un’infornata di figli di dipendenti, da bambini giocavano nello stesso cortile e da grandi lavorano nello stesso reparto. «Pentito? Quando mai. Da ragazzo mi aveva assunto una legatoria con 80 dipendenti, il proprietario ci stava sempre col fiato sul collo. A Mirafiori salutavo il caposquadra a inizio turno, poi non lo vedevo più. Nessuno controllava il lavoro. La Fiat era una garanzia, nel bene e nel male; mio padre ci aveva mantenuto la famiglia e comprato casa». Altri tempi, le Carrozzerie avevano 13mila dipendenti ora ridotti a 5.500. «Mi misero a montare vetri. Ero giovane e mi piaceva lavorare, ero più veloce della linea: ne montavo 4-5 in sequenza per ritagliarmi qualche pausa, a volte anche il tempo di un caffè».

Meo è un testimone diretto della metamorfosi Fiat. «La linea di montaggio è fastidiosa, non ti puoi allontanare, non sei libero di gestirti il tempo. Ma i robot hanno cambiato moltissimo». Le tute blu li chiamano «partner», come in una convivenza che non diventa matrimonio. «Una volta montavamo le plance a mano, un pezzo alla volta. Ora che accorpano anche pedaliere e ventilazione, il partner li alza e li sistema mentre noi controlliamo con il joystick. Ai sedili ci spaccavamo la schiena per sollevare i pezzi e montarli, ora gli addetti devono soltanto fissare le viti. Al sottoscocca lavoravamo sdraiati, con le braccia sempre in alto e la faccia in su sempre sporca d’olio che colava, mentre adesso un supporto meccanico ruota il pianale di 90 gradi e me lo colloca di fronte: fissare un tubo o una marmitta comporta lo stesso sforzo di piantare un chiodo».

Tutto sommato, le novità introdotte dall’accordo del 23 dicembre sono poca cosa di fronte agli stravolgimenti indotti dalla tecnologia alle catene di montaggio. «È vero, perderemo 10 minuti di pausa, ma era una rinuncia già prevista due anni e mezzo fa, quando venne introdotto il nuovo sistema di controllo delle lavorazioni che ora sta uscendo dalla fase sperimentale. Lavoreremo di più, ma avremo anche più soldi. Il contratto attuale prevede cinque scatti biennali nei primi anni dopo l’assunzione, poi basta: significa che i “vecchi“ non vedono un aumento in busta paga da tempo immemorabile. Ora con il passaggio nella nuova società gli scatti già acquisiti vengono assorbiti nel superminimo e si aprirà un meccanismo per ottenerne altri cinque».

È così che Meo spiega il guadagno ottenuto in cambio del sì al referendum. «L'accordo di Natale mantiene le condizioni di miglior favore garantite da Fiat rispetto al contratto nazionale, come il trattamento dei giorni di malattia e il pagamento di straordinari, notturni e festivi. Da 1.100-1.200 euro netti al mese si potrà passare a 1.400-1.500. Non arriveremo ai livelli delle tute blu tedesche, ma in Germania la flessibilità è ancora maggiore». Il diritto di sciopero? «È garantito. E mi sembra corretto impegnarsi a non scioperare contro un patto dopo averlo accettato».

E Marchionne, com’è visto dagli operai Fiat? «È antipatico per il suo modo di parlare rude, ma chi bada alla sostanza non lo vede male. Magari non gli metterebbero i tappeti rossi di Chiamparino o della Chrysler, ma non dimentichiamo che nel 2005 eravamo sull’orlo del fallimento. Magari ci fossero altri 20 manager che ricattano l’Italia con miliardi di investimenti. Ma se prevalesse il no, da lunedì mi cercherei un altro lavoro. Termini Imerese ha chiuso, degli interventi del governo non mi fido, non mi aspetto altri interventi esterni. Da giorni la Fiom e i Cobas fanno terrorismo psicologico, ma io non voglio finire con gli assistenti sociali che mi passano 300 euro al mese di sussidio».



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La morte di Federica nel video del bus E' ostacolata da passeggero «contromano»

Il finto Vendola telefona a Marchionne. E l'ad di Fiat ci casca

Il Mattino


LECCE (14 gennaio) - L’imitatore di Nichi Vendola beffa al telefono l’amministratore delegato della Fiat: uno scherzo particolarmente riuscito organizzato dall'emittente radiofonica Rds. Pugliese l'imitatore: si tratta di Barty Colucci, originario di Ceglie Messapica e voce ormai nota del network nazionale.

Lo scherzo.
Il manager dialoga a lungo con il finto Vendola, spiegando le sue ragioni di fronte all’incalzante governatore della Puglia che, anche in veste di leader della Sel, difende il fronte del no al referendum, alternando battute ad argomentazioni serie, tanto da indurre Marchionne a replicare anche con fermezza. Uno scherzo durato almeno cinque-sei minuti, in diretta su Radio Dimensione Suono.
Nella parte finale della telefonata la parte più divertente dello scherzo con il finto Vendola che intona a Marchionne il “rap del dipendente Fiat”. «Caro Sergio, spero proprio di farti cambiare idea “rappandoti” la lettera di un dipendente Fiat»: e l’amministratore delegato del gruppo automobilistico di Torino, Sergio Marchionne, ascolta paziente e disponibile l’esibizione free-style del governatore della Puglia. Solo alla fine della telefonata, in cui Marchionne ribadisce che bisognerà aspettare il risultato del referendum sul nuovo contratto ma che “in Italia non si capisce il rischio che stiamo correndo in campo internazionale se non abbiamo il coraggio di affrontare questo atteggiamento sclerotico nelle relazioni industriali”, il falso Vendola svela la sua vera identità.



 Lo scherzo del finto Vendola a Marchionne



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Addio Milano, capitan De Amici ora vive di mare e tabacco

Corriere della sera


Dieci anni fa decise di investire tutti i suoi averi per recuperare un relitto

La storia di un milanese di 56 anni diventato lupo di mare:


«C’è un solo modo per prendere le decisioni definitive: investire tutto, ma veramente tutto, in qualcosa. Così non potrai più guardarti indietro». Questo pensò Marco De Amici quando, più di dieci anni fa, decise di investire tutti i suoi averi in un relitto. Sì, perché era un relitto quella barca, una goletta russa che si portava dietro una storia sciagurata di miliardari spariti nel nulla e belle amanti in fuga. Era inabissata nel porto di Genova: tre giorni in acqua, sembrava irrecuperabile. Non per lui però, uno che da tempo si è lasciato alle spalle Milano, una famiglia benestante di origine e che da anni vive in barca nei posti più impensabili del mondo. «Bastano pochi giorni sul fondo del mare a compromettere una barca – racconta, seduto nella cabina del suo veliero, nei cantieri di Voltri, Genova – ma io decisi che ne avrei fatto la mia casa». Così spese fino all’ultimo centesimo in quell’impresa che sapeva di assurdo, coinvolse dei ragazzi all’epoca studenti con la passione per il mare e, lentamente, il veliero Pandora tornò a vivere. Con il suo scafo verde acqua, la sua enigmatica polena, il suo albero che se lo guardi da sotto sembra voler sfidare il cielo. Adesso è la casa di Marco De Amici, che vive di poco: tabacco forte, the affumicato e l’aria da «salty dog».

Addio Milano, ora vive di mare e tabacco

Lupo di mare, come dicono gli inglesi, anche se nella sua vita precedente c’è Milano, ci sono i collegi, c’è una famiglia di industriali. Non ne parla volentieri, da tempo ha lasciato tutto per vivere di mare e di patrie improvvisate. «Ho vissuto nelle acque di Grado, poi mi sono spostato ai Caraibi – racconta – poi Rodi e san Vito lo Capo. Gente diversa, barche diverse. E oggi, a cinquantasei anni, sono fermamente convinto che per essere liberi si debba vivere dell’indispensabile». Aveva in mente da sempre questo veliero di diciotto metri circa, un esemplare quasi unico: è la riproduzione fedelissima di una goletta gabbiola russa del Settecento. «Quelle imbarcazioni postali, per capirci – spiega – che con cui le flotte nel Baltico comunicavano tra loro». Dalle vele allo scafo, tutto è stato eseguito seguendo alla lettera i disegni dell’Architectura Navalis Mercatoria, conservati nell’archivio di san Pietroburgo. È di fabbricazione russa, fatta in Carelia quindici anni fa, e l’ultimo proprietario è sparito a largo di Genova, lasciando il veliero in balia delle onde e la sua amante condannata a una latitanza misteriosa. La barca si chiamava Anna, come la sventurata Karenina e come la bella dama in fuga, ma De Amici l’ha ribattezzata Pandora. «Perché – spiega – nel rimetterla a posto, ogni giorno scoprivamo qualcosa, come nel vaso mitologico. Raschi vernice e scopri una tinta esotica, rompi un’asse e impari una struttura inedita. Queste barche erano piccole, veloci, dal piglio necessario per i loro delicati incarichi militari».

Bella e altera, ha sedotto anche Paolo Virzì, che qui ha girato alcune scene del suo «N. Io e Napoleone» e ha ospitato il set di «Elisa di Rivombrosa». Piccola, ma agguerrita, Pandora ha vinto ben due Tall Ships Races (regata di velieri), nel 2007 e l’anno scorso. Non solo. De Amici ha messo in piedi un originale progetto di nave scuola e ogni anno porta in barca (gratis, grazie all’associazione Stai, Sail Training Association, rintracciabile su www.stai-italia.it) studenti da tutta Italia e insegna loro a diventare autentici marinai. «Poche storie – taglia corto, simpaticamente burbero – in barca con noi si lavora. Drizzano, cazzano, imparano l’arte dei nodi. Trascorrono del tempo insieme. E questo grazie a strutture grandi e importanti che hanno creduto in noi. In primis lo Yacht Club Italiano, ma anche International Yacht Paint e Marina Yachting. Non è facile mantenere un veliero – conclude – specie se, come me e il mio secondo, Luca Buffo, viviamo di mare e tabacco».


Roberta Scorranese
15 gennaio 2011



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Ora è De Magistris a finire nel mirino dei giudici Ma lui si ricicla garantista: "Sereno, non lascio"

di Paolo Bracalini


Dopo il rinvio a giudizio a Salerno, anche la procura di Roma chiede di processare l’eurodeputato Idv: come toga avrebbe intercettato illegalmente alcuni parlamentari. Secondo il codice etico del suo partito dovrebbe autosospendersi. Anche Travaglio gli suggerisce "un passo indietro"



 

Roma

E siamo a due. A novembre è stato rinviato a giudizio dalla procura di Salerno per omissione di atti d’ufficio, due giorni fa anche la procura di Roma ha chiesto per lui il rinvio a giudizio, stavolta per abuso d’ufficio. Il 2010 è finito male e il 2011 comincia peggio per Luigi De Magistris, dipietrista per caso. Dopo una sfilza impressionante di flop giudiziari, come pm, il grillo parlante (tra grilli parlanti e grillini) dell’Idv rischia di ripetere i buchi nell’acqua anche nel suo nuovo mestiere. Da accusatore di candidati indagati (anche nel suo partito) e predicatore di questioni morali da risolvere (nel suo partito), De Magistris si ritrova eletto e indagato e contestato, ma con la ferma intenzione di non fare neppure mezzo passo indietro, proprio come gli indagati contro cui si scaglia. Anche se il cosiddetto codice etico dell’Idv (una chimera da barzelletta...), all’articolo 2, vieta che un iscritto, candidato o eletto dell’Idv possa mantenere l’incarico «quando sia stato emesso decreto che dispone il giudizio», e anche se persino il suo amico Travaglio gli ha consigliato la «mossa preventiva ed elegante» di autosospendersi dall’Idv «fino alla sentenza». Tutto inutile, non ci pensa proprio.

E ora c’è pure la nuova grana. Il procuratore aggiunto di Roma, Alberto Caperna, e il pm Caterina Caputo, chiedono il processo per l’ex pm De Magistris (in concorso con Gioacchino Genchi) per aver «acquisito, elaborato e trattato illecitamente (cioè senza chiedere l’autorizzazione alla Camera, ndr) i tabulati telefonici relativi a membri del Parlamento», tra cui Prodi, Mastella, Rutelli e altri. Lui su Facebook fa sapere che andrà dai giudici e anzi che lo farà «con animo assolutamente sereno». Un bell’esempio di rispetto delle istituzioni. Peccato che due righe dopo parta la filippica complottistica sulla giustizia a orologeria nei suoi confronti: «Ho pagato e pago un prezzo salatissimo per aver svolto inchieste che hanno intaccato il potere nella sua accezione più vasta». Insomma sempre viva la magistratura ma se toccano De Magistris è perché ce l’hanno con lui.

Del resto, quando è stato rinviato a giudizio a Salerno, alle domande del Corriere del Mezzogiorno ha risposto con argomenti sorprendenti per un giustizialista sostenitore delle «liste pulite» come lui. Spiegava, perfettamente in linea con il Pdl, di non avere la minima intenzione di dimettersi perché «che facciamo, lasciamo che ogni denuncia blocchi l’attività politica?». Urge un Lodo De Magistris, o almeno un legittimo impedimento anche per lui. E poi «attenti a dire che ogni azione della magistratura va presa per oro colato», ammoniva l’eurodeputato, improvvisamente garantista. E il processo che vedrà lui come imputato? «È un clamoroso errore giudiziario», diceva prendendo a prestito qualche dichiarazione dello studio Ghedini.

È noto, già che ci siamo, come De Magistris, il nemico degli scudi e l’amico dei magistrati, si sia recentemente premurato di sfruttare l’immunità garantita ai parlamentari europei, così da sottrarsi, grazie al deprecato privilegio, alla causa intentatagli da Clemente Mastella (definito a suo tempo grosso modo un criminale, ma era una semplice «espressione politica» secondo De Magistris. «È l’unico che applica il Lodo Alfano», gli ha replicato l’altro). Doppiezze e goffaggini che gli hanno procurato una quantità enorme di nemici anche dentro l’Idv, che lui frequentemente critica - però con due anni di ritardo rispetto ai giornali di centrodestra - per l’assenza di trasparenza e per le ambiguità nella scelta dei candidati.

Pare che Di Pietro gli stia preparando la festa per il prossimo esecutivo nazionale, dove si faranno approvare delle risoluzioni che confermeranno la piena fiducia a Tonino, affossando la «questione morale» sbandierata da De Magistris, cioè di fatto sfiduciandolo. E lui? Niente, aspetta e aspetterà. Dicono guardi a Vendola, ma non è chiaro se Vendola guardi a lui. Nell’incertezza, non si muove. Forse meglio così, perché quando lo fa tende a produrre danni. Basta vedere la fine di Why not, la super-inchiesta che metteva insieme tutto, genere serie tv, dalla mafia alle logge massoniche agli affaristi ai politici corrotti. Risultato: centocinquanta persone indagate e sputtanate, otto condanne in tutto, diversi milioni bruciati per «un’affascinante rappresentazione di inquietanti realtà occulte di poteri superiori» (scrisse il gup) che è stato un flop con pochi precedenti. Attenzione, sembra proprio che De Magistris voglia ripetersi con la politica.




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Finanza, brigadiere record: in pensione dopo 45 anni senza un giorno di malattia

Wi-fi libero per Comuni e Poste Ma è ancora caos sulle regole

Corriere della sera


La task force del Viminale


Doveva essere la fine dell'oscurantismo per il wi-fi pubblico, la liberalizzazione degli hot spot con la diffusione capillare di un accesso a Internet senza fili dai tavolini di bar, enoteche, ristoranti e, magari, librerie. Per adesso è il caos. Normativo e burocratico. Certo, la fine bipartisan del decreto Pisanu contro il terrorismo non poteva sortire effetti in così pochi giorni: è stato abrogato con il Milleproroghe da un paio di settimane e gli hot spot non nascono come i funghi. Ma il problema non è solo il poco tempo trascorso: la cancellazione dell'articolo 7 del decreto, che con i suoi vincoli frenava la diffusione del wi-fi pubblico, ha paradossalmente aumentato la confusione su chi deve fare cosa. Il sottobosco di norme, codicilli e regole che emergono dall'intreccio tra Codice delle comunicazioni e diritti come quello alla privacy è fitto. Tanto che uno staff del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che pure aveva dimostrato fiuto politico nel cavalcare la liberalizzazione del wi-fi, è blindato in questi giorni al Viminale per trovare delle «soluzioni tampone» che, per certi versi, potrebbero essere un passo indietro. A riferirlo è una fonte dello stesso ministero.

L'abrogazione del decreto - che aveva introdotto dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra non solo l'obbligo di registrazione alla questura ma anche quello da parte dell'esercente di fotocopiare e conservare la carta d'identità dei navigatori saltuari e non - attende ora il passaggio alle Camere. Ci sono 60 giorni per convertirla in legge. Nel frattempo, dopo l'allarme lanciato anche dal procuratore antimafia Piero Grasso sui pericoli legati dall'uso di reti pubbliche da parte di criminali e pedofili, ci sono due scuole di pensiero agli Interni: c'è chi vorrebbe tornare a dei vincoli pressanti, con il supporto e l'alleggerimento della tecnologia, e chi vorrebbe distinguere totalmente un hot spot pubblico, magari in un bar, dagli Internet point. A raccolta sono stati chiamati anche i superesperti della polizia di Stato e della polizia postale. È probabile che la soluzione passerà da piattaforme che dovranno effettuare il riconoscimento dei navigatori tramite sim telefonica o carta di credito. In ogni caso la materia andrà riordinata, anche perché non più al passo con i tempi. Senza contare che l'apertura in piena libertà da parte degli esercenti della propria rete al pubblico potrebbe comportare delle responsabilità: anche se non ci sono più le conseguenze penali della legge Pisanu, nei contratti con gli operatori è comunque previsto l'obbligo della gestione della rete con i precetti civilistici del buon padre di famiglia.

L'attivismo pubblico
E dunque? Tutto fermo come prima? A dire la verità no perché se il privato (leggi gli operatori telefonici) resta alla finestra per capire se, regole o non regole, si svilupperà una domanda di mercato magari tramite la diffusione di eBook e tablet stile iPad, il «pubblico» sembra invece molto attivo. Dopo il progetto lanciato ieri dal Comune di Milano che, come anticipato dalla cronaca di Milano del Corriere, per sei mesi attiverà una sperimentazione per aprire un'autostrada wi-fi in pieno centro da piazza Castello a San Babila, passando per il Duomo, il prossimo annuncio potrebbe arrivare dalle Poste Italiane.

L'amministratore delegato, Massimo Sarmi, starebbe valutando un progetto per aprire le reti wi-fi degli uffici postali. Una sorta di «piano blockbuster» per attirare i giovani. Sarmi starebbe anche pensando a una qualche forma di limitazione (magari in termini di mega di traffico dati al giorno) per evitare che gli uffici si trasformino in luoghi di ritrovo stile bar. È probabile che non si parli di tutti i 14 mila uffici del gruppo, ma anche l'apertura di poche centinaia di accessi proietterebbe le Poste alla guida del movimento wi-fi liberi: per adesso gli hot spot pubblici e gratuiti sono fermi a poco più di 4 mila. Anche se per Massimiliano Mazzarella di Futur3 c'è il pericolo che queste statistiche non diano una corretta visuale sulla dinamicità territoriale e locale. In effetti Futur3 con Trentino Network ha avviato uno dei progetti più interessanti con 1.250 hot spot in Trentino Alto Adige e 55 mila iscritti. Di questi 13 mila la usano almeno una volta al mese. «Il che dimostra che c'è una domanda per questo tipo di servizi» conclude Mazzarella. Il progetto che era partito con 2 milioni di investimenti da parte della Regione si autosostiene con un modello di business basato sull'intromissione di spot e pubblicità geolocalizzata nella navigazione, ma allo stesso tempo «ragionata» in termini di servizi locali per l'utente. Il mix è potente. Per usare la rete bisogna registrarsi. E dunque la società sa esattamente chi siete, cosa fate, quanti anni avete e quante volte usate la rete. All'utente decidere se accettare il baratto.

La mappa degli hot spot
In effetti il problema della mappatura dell'esistente c'è: ogni volta che si apre un hot spot outdoor bisogna inviare la segnalazione (cartacea!) al ministero dello Sviluppo economico. Per ora non sono state tirare le somme. Ma è possibile che l'attivismo degli enti locali abbia dato dei risultati portando quel numero a livello più concorrenziali in Europa. Solo la Provincia di Roma con un progetto voluto dal presidente Nicola Zingaretti ha superato quota 500. Ci si collega da bar e biblioteche ma tutte le pratiche sono gestite dalla piattaforma pubblica. Il comune di Venezia ne ha almeno 150 sul Canal Grande anche se nei vicoletti e nelle calli della laguna non c'è wi-fi che possa sfondare. E poi c'è il progetto Free Italia wi-fi lanciato da questi due enti locali insieme alla Regione Sardegna per una rete federata nazionale che permetta con le stesse credenziali di accedere da tutto il territorio nazionale a hot spot simili. A febbraio è attesa l'apertura del primo accesso di Free Italia a Prato. Poi c'è Firenze. Mentre le manifestazioni di interesse sono arrivate anche da Pistoia, Pesaro, Urbino, Potenza, Bari, Rieti, Torino e Carbonara. La dinamicità degli enti locali si giustifica sia con l'investimento richiesto molto ridotto (a Milano si partirà per esempio aprendo la rete già esistente dell'Atm) sia con la possibilità, nel caos normativo, di gestire con facilità la registrazione dei cittadini. Ciò non vuol dire che non ci siano ostacoli. Il ministero degli Interni starebbe proprio in queste ore valutando se sanzionare Genova e Perugia per difetti formali sull'apertura di hot spot pubblici. Inoltre ogni volta che la provincia di Roma vuole mettere un'antenna deve fare un Dichiarazione di inizio attività di 4-5 pagine al comune di Roma con relativo bollo da 52 euro. Ma è comunque interessante che la politica locale abbia compreso che l'offerta di un accesso Internet comincia ad essere equiparata dai cittadini a un accesso stradale. Dunque è valuta elettorale.

Massimo Sideri
15 gennaio 2011



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Cibi adulterati, non è più reato

Corriere della sera

Sparite le pene per chi vende cibo avariato



Dalle cozze tossiche alle mozzarelle blu: cancellata la norma che tutelava i consumatori


MILANO - Mercato ittico di Torino, quest'estate. Il pesce fresco esposto al sole, oltre 28 gradi, e alle mani dei clienti. Controllo dei carabinieri dei Nas. Reato: cattivo stato di conservazione, in base alla legge sulla Tutela degli alimenti numero 283 del 30 aprile 1962. Pena: arresto da tre mesi a un anno o multa fino a 46 mila euro.

Tutto questo però fino a metà dicembre 2010, poi più niente. Perché quella legge, tante volte applicata dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, è stata cancellata. Non esiste più, grazie all'entrata in vigore della procedura «taglia-leggi» (legge numero 246 del 28 novembre 2005). E non esistono più i reati che contemplava. Dalle cozze «tossiche» allevate a Trieste a quelle infettate dal virus dell'epatite o dal vibrione del colera, dalle alici con il parassita (l'anisakis) alle mozzarelle blu, dal maiale alla diossina ai cibi scaduti e «rinfrescati» cambiando le etichette, dalle cotolette alla salmonella alla carne vecchia «ringiovanita» con i coloranti, dal vino adulterato con additivi chimici all'olio di oliva fatto senza olive, dalle farine alimentari con il prione (vedi Mucca pazza) al mascarpone botulinato, dagli ortaggi con il piombo alle salse rese più rosse da sostanze cancerogene, dalle acque minerali ricche in cloroformio al pane o alla mortadella agli escrementi... L'elenco è chilometrico: tutti reati che oggi, con un colpo di bacchetta magica legislativa, non esistono più. Per mancanza di legge.

C'era stato un tentativo nel 2007 di «depenalizzare» tutti questi reati. Le polemiche bloccarono tutto. Oggi, invece, legge cancellata del tutto. E con essa quelle garanzie a tutela della salute pubblica (perché di salute pubblica si tratta) e della qualità made in Italy (quanti dei reati cancellati hanno in passato colpito prodotti fatti all'estero: pummarola colorata e latte in polvere con colla, mozzarelle blu e uova alla diossina). Difficile ora correre ai ripari: da questo momento, e fino all'entrata in vigore di un'eventuale nuova norma, sarà zona franca. Ieri mattina il procuratore Guariniello ha segnalato il problema al ministro della Salute Ferruccio Fazio, che si è subito attivato per correre ai ripari. La zona franca, però, ora c'è. Niente più magistratura di mezzo (a parte i casi gravi o mortali da codice penale), niente più sequestri preventivi, niente più blitz dei Nas.

Ma come è potuto accadere? Semplice. Tutte le disposizioni legislative anteriori al primo gennaio 1970 sono state cancellate dal «taglia-leggi», tranne quelle ritenute «indispensabili alla permanenza in vigore» che sono state elencate. La legge 283 del 1962 sulla tutela degli alimenti nell'elenco non c'è. Dimenticanza, distrazione, volontà? Non si sa. Quello che è evidente è che in Italia vi sono molti reati in meno. Cancellati per legge. Nella speranza che, gustando un tiramisù al botulino, nessuno resti paralizzato.


Mario Pappagallo
15 gennaio 2011




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Il generale affarista inventato dal Sismi

La Stampa


Sostituì Bourghiba senescente grazie all’aiuto degli italiani





MIMMO CÁNDITO

E’ finita come una storia d’altri tempi, di quando i dittatori se ne scappavano furtivamente in aereo portando in valigetta i numeri dei conti correnti svizzeri.

E’ un’assenza temporanea», dicono, naturalmente, i suoi sodali, ma lui, il gen. Zine El-Abidine Ben Ali, difficilmente lo rivedremo a Tunisi. Molto difficilmente, perché la sua storia di 23 anni di potere assoluto finisce qui.

Non amava la divisa, il generale, benché militare lo fosse fin dentro l’anima, con la costruzione d’una carriera passata attraverso le accademie d’armi di Francia e Usa. Ma i suoi interessi si erano concentrati da subito sui servizi di sicurezza, e tra spie e dossier è raro vedere uniformi militari. E Ben Alì - presidente per 5 volte, sempre con maggioranze vicine al 100 per cento dei voti - sotto i suoi gessati alla Caraceni, il sorriso smagliante, e gli occhiali da funzionario di polizia, metteva in pratica con successo quanto aveva appreso nelle aule del Senior Intelligence School del Maryland. Così con lui la Tunisia è finita al 144mo posto nell’Indice della democrazia dell’«Economist», e «Reporters sans frontières» ha messo il suo regime al 143.mo posto, su 173, nella classifica della libertà di stampa.

Un mondo di spie, insomma, di affari, e di galere e torture, nel quale il generale dalla faccia pulita si muoveva con la naturalezza di chi sta a casa propria, anche perché, poi, la sua stessa presa del potere era nata da un complotto internazionale di spioni, dove gli agenti di Tunisi avevano avuto una mano d’aiuto dal Sismi.

Fino alla sera di quel 7 novembre dell’87, a comandare a Tunisi era stato il vecchio presidente Bourguiba, fondatore dello Stato indipendente dal vecchio dominio francese. Ma, nato padre della patria, il leader del Neo-Destour con il passare degli anni era diventato un nonno della patria, con tutti i tratti tipici della demenza senile. Lo sapevano tutti, in quel tempo, a Tunisi, e i reporter che passavamo per i viali alberati della città a raccontare la fine del patriarca dovevamo raccogliere informazioni da tutt’altre parti che nel vecchio palazzo presidenziale, dove un fantasma dormiva di giorno e, a sentire i cortigiani, non aveva più d’un paio d’ore di lucidità quotidiana.

Solo che, all’ombra di questa rarefatta presidenza, si combatteva intanto una lotta di potere che non soltanto metteva assieme traffici e malaffari rivestiti di abiti ministeriali ma, anche, vedeva farsi largo una campagna di mobilitazione fondamentalista che rischiava di mettere in crisi l’impianto laico che Borguiba aveva voluto imporre al suo paese. E il golpe nasce in questo tormentato intreccio di politica e di interessi strategici, con una tecnica che ricordava certe pratiche di Laurenti Beria: Ben Alì, confortato dagli uomini che il suo ruolo di primo ministro e le sue alleanze di capospione hanno messo ai posti giusti, nella notte tra il 6 e il 7 novembre porta a palazzo un manipolo di professoroni in camice bianco che dichiarano «incapace di intendere e di volere» il semiaddormentato Bourguiba. Annuncio dello stato di emergenza, l’esercito che prende il controllo della tv e delle gendarmerie, e il golpe bianco è fatto.

Ma accadde più tardi, nell’ottobre del ‘99, che a Roma, di fronte alla Commissione Stragi, il generale Fulvio Martini, che per 7 anni è stato capo del Sismi sotto i governi Craxi, Fanfani, Goria, e Andreotti, e di storie sporche ha pieni i suoi armadi, riveli che «negli anni 1985-1897 fummo noi Sismi a organizzare un colpo di Stato in Tunisia, mettendo il generale Ben Alì al posto di Bourguiba». C’era aria di crisi, laggiù, spiega Martini, con grossi rischi di dare spazio al fondamentalismo in tutto il Maghreb; noi italiani avevamo interessi seri, e il capo del governo Craxi e il ministro degli Esteri Andreotti ci diedero direttive precise. «Ci fu il cambio di potere senza spargere una goccia di sangue» e, un mese dopo il golpe bianco, il presidente dell’Eni, il socialista Reviglio, viaggiava a Tunisi accompagnato da Craxi, a firmare un importante accordo industriale e finanziario. (Hammamet e il rifugio di Craxi in esilio arriveranno qualche anno dopo.)

Tutta la presidenza di Ben Alì trascorrerà tra quest’irresistibile attrazione per gli affari e però, contemporaneamente, l’ambizione di fare della Tunisia un paese moderno, aperto agli investimenti, spinto a sganciarsi dal sottosviluppo. Ma la corruzione, estesa, endemica, pilotata dallo stesso Palazzo, segna ogni pagina - anche la più marginale - del processo di modernizzazione, e alla testa pare porsi con le sue sfrenate ambizioni la stessa Presidenta, la moglie Leila, inseguita oggi dall’odio di tutto il paese in festa, che fa di lei la «Padrina» della mafia che dai saloni del Palazzo comandava tangenti e flussi sporchi di denaro illegale.

All’estero, il generale dal viso pulito e la Padrina ora aspettano soltanto che li si dimentichi. Ma a Tunisi, in un paese dove la speranza dev’essere reinventata, i giudici preparano i loro incartamenti d’accusa. Sono storie senza geografia.


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Mirafiori, battaglia all’ultimo voto Il mistero delle schede scomparse

di Stefano Filippi


nostro inviato a Torino


Il colpo di scena, che potrebbe portare a notte fonda alla invalidazione delle votazioni, con il ricorso a nuove consultazioni, arriva poco dopo le 23,30 quando è in corso lo spoglio delle schede nel secondo seggio. A prevalere, come nel primo spoglio, è ancora il «no», sempre di misura. Ma il giallo è in agguato perché qualcuno, fatti bene i conti, si accorge che all’appello mancano 58 schede. È il caos. C’è chi vuole invalidare subito il referendum: le schede sembrano essere svanite nel nulla. Sale ancora la tensione.

La commissione elettorale si riunisce e raggiunge un accordo: lo spoglio va avanti ma resta congelato l’esito del seggio numero 2 (montaggio), come quello numero 1 di matrice «rossa», quindi vicino alla Fiom. Il dato, eccetto le 58 schede fantasma, ha visto vincere il «no» con 444 voti, al «sì» ne sono andati invece 362. Unendo i primi due seggi, alle 24, il dato complessivo dava al «no» quasi il 54% e al «si» il restante 46%. Le operazioni sono proseguire a lungo, non sfuggendo - giallo a parte - ai lenti rituali del sindacato.

Lo scrutinio del referendum sull’accordo di Natale segue in pratica le consolidate liturgie fatte di accelerazioni e frenate, aperture e chiusure, momenti di tensione seguiti da pause di riflessione. Le nove urne allestite nei reparti delle Carrozzerie chiudono alle 19,30 ma non vengono aperte alle 19,31. Gli scatoloni con il prezioso contenuto devono essere trasportati in un unico salone. Deve essere insediata la commissione elettorale. Va conteggiato con precisione il numero dei votanti. Dev’essere vagliata con cura la regolarità delle operazioni di voto, svoltesi su tre turni.

Come è prassi per le trattative sindacali, che immancabilmente si chiudono con una firma «a tarda notte», anche il risultato del referendum di Mirafiori si conoscerà quando davanti ai cancelli della fabbrica la temperatura sarà di qualche grado sottozero. Le prime schede estratte dalle urne, quelle del reparto montaggio (paraurti e officine varie), storicamente «rosso», registrano il successo del «no» con il 55 per cento. Ma il dato del seggio è poco indicativo. O meglio, in un reparto vicino alla Fiom-Cgil, il 45% del «sì» è considerato indicattivo.

Nel pomeriggio le previsioni scommettevano su una vittoria dei «sì» all’accordo. Un elemento sopra tutti avvalora questa ipotesi: l'altissima partecipazione al voto. Le schede nelle urne sono state 5.213, quasi il 96 per cento degli aventi diritto e il 99 per cento dei lavoratori presenti. Storicamente, nelle elezioni per le rappresentanze sindacali unitarie a Mirafiori, maggiore è l’affluenza alle urne e più forte è l’affermazione dei sindacati moderati, quelli che hanno sottoscritto il patto con Sergio Marchionne. Le sigle favorevoli (Fim-Cisl, Uilm, Fismic, Ugl) sono ottimiste: a Pomigliano l’affluenza era stata inferiore, sia pure di poco, e i «sì» avevano prevalso nettamente, benché con percentuali inferiori alle previsioni.

In corso Tazzoli, davanti alla porta 2, il clima è tutt’altro. Il principale ingresso alla fabbrica è da giorni presidiato dai sindacati oltranzisti, Fiom e Cobas, rafforzati dai centri sociali. Camper, bandiere rosse, striscioni, capannelli in favore di telecamere, pattuglie di iscritti pronti a sostenere le ragioni del «no» davanti ai microfoni, in modo da fare pressione sulle tute blu che la pensano diversamente. C’è chi parla di «terrorismo psicologico»: la potenza mediatica delle federazioni estreme appare inversamente proporzionale alla loro rappresentanza reale tra i lavoratori.

Le urne erano state aperte l’altra sera per il turno di notte, il primo dei tre, con un seggio unico. All’uscita dai vari turni, la maggioranza degli operai di Mirafiori ha preferito evitare commenti. I pochi che accettano di scambiare qualche parola con i giornalisti raccontano di una scelta «molto difficile». «Non possiamo cancellare con le nostre mani decine di anni di conquiste e di diritti, sanciti dalle leggi e anche dalla Costituzione», dicono quelli del «no». «Mi manca poco alla pensione, ho votato sì per salvaguardare il posto di lavoro, mio e di tutti», dice una donna, e un collega le fa eco: «Solo cambiando possiamo attirare investimenti a Mirafiori e in Italia».



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Tunisia, Ben Alì fugge in Arabia Saudita Giallo su un aereo atterrato a Cagliari

Quotidiano.net


Scalo per fare rifornimento: smentita la presenza a bordo dell'ex presidente. La Francia gli avrebbe negato accoglienza. Il primo ministro Ghannouchi diventa presidente ad interim


Tunisi, 14 gennaio 2011



Un colpo di Stato incruento ha messo fine a 24 anni di potere incontrastato di Zine El Abidine Ben Alì in Tunisia, dopo un mese di rivolta contro il carovita, la disoccupazione e la corruzione. Nel pomeriggio il presidente ha lasciato il Paese, forse diretto in Francia o a Malta, e i militari hanno preso il controllo dell’aeroporto. La tv ha annunciato che il potere è stato assunto provvisoriamente dal premier Mohamed Ghannouchi fino a nuove elezioni.

Ghannouchi è apparso in tv e ha lanciato un appello all’unità a tutti i tunisini. Mi impegno - ha detto Ghannouchi in un messaggio televisivo - a rispettare la Costituzione e a portare avanti le riforme politiche, economiche e sociali annunciate attraverso consultazioni con tutte le parti politiche inclusi i partiti politici e la società civile".

È stato formato un direttorio composto da sei membri che guiderà il paese nei prossimi mesi. Secondo la tv 'al-Arabiya', il direttorio sarà guidato dal presidente del parlamento, Fouad el-Mabzaa. Nel team è prevista anche la presenza dell'attuale ministro della Difesa, Ridah Grira.
 

DESTINAZIONE ARABIA SAUDITA - La tv Al Arabiya, senza citare fonti, ha affermato che l'aereo dell'ex presidente tunisino Ben Ali è arrivato a Gedda, in Arabia Saudita, notizia confermata anche dall'Afp da fonti saudite che hanno chiesto di restare anonime. Una fonte dell'aeronautica ha precisato che il presidente tunisino Zine Al Abidine Ben Ali in fuga dal suo paese, dopo l'atterraggio a Gedda, e' transitato per la ''sala d'onore'', dello scalo saudita.

Secondo  al Jazira, Ben Ali ha lasciato Tunisi in direzione di Malta a bordo di un elicottero militare scortato da altri tre velivoli. Sempre secondo le stesse fonti, da un non meglio precisato aeroporto dell'isola del Mediterraneo il presidente tunisino si è poi imbarcato su un aereo privato verso un Paese del Golfo. In serata il ministero degli Esteri maltese ha precisato di non aver ricevuto richieste di accoglienza da parte di Ben Ali, riporta l'edizione online del quotidiano 'Times of Malta'. Una delle notizie circolate dopo la partenza di Ben Alì da Tunisi accreditava l'arrivo a Malta sotto protezione libica, mentre i suoi familiari invece sarebbero fuggiti già tre giorni fa dalla Tunisia (ieri era scoppiata la polemica in Tunisia perché uno dei suoi generi era fuggito in Canada con la moglie ed i figli).

GIALLO A CAGLIARI - Giallo su un aereo tunisino atterrato alle 21.20 senza preavviso allo scalo di Elmas, a Cagliari. A bordo non c'è il presidente Ben Ali: lo hanno confermato fonti del governo, dopo che la polizia è salita sul velivolo per verificare la situazione. Ci sarebbero soltanto due piloti e una hostess. Dopo mezzanotte, il velivolo ha presentato un piano di volo per la Tunisia: è decollato verso l'1 di notte e verrà scortato da due caccia dell'Aeronautica militare fino a fuori lo spazio aereo nazionale.

La notizia della presenza di Ben Alì era stata diffusa in prima battuta dal sito web del quotidiano spagnolo El Pais, secondo cui l'atterraggio sarebbe dovuto solo alla necessità tecnica di fare rifornimento. Le autorita' italiane hanno intimato all'aereo di fare immediatamente rifornimento e di ripartire con un nuovo piano di volo. All'equipaggio le autorità italiane avrebbero comunicato inoltre che, se non ripartiranno subito dopo aver effettuato il rifornimento, tutte le persone a bordo saranno considerati clandestini.

Dal momento che il volo non era tra quelli previsti dal traffico dello scalo sardo, si è attivato il meccanismo di sicurezza previsto in situazioni del genere, con le forze di Polizia che hanno circondato il perimetro intorno all’aereo, un Private Canadair Cl 600 sigla Ts Ibt che risulta registrato alla 'Cartago Airlines'.Le autorità hanno consentito di procedere al rifornimento comunicando al tempo stesso di proseguire il proprio tragitto al termine delle operazioni.

In aeroporto sono giunti i vertici di polizia e carabinieri che hanno seguito la vicenda puntualizzando comunque che il livello delle trattative e' ''alto'' e viene condotto direttamente a Roma. A bordo ci sarebbe il pilota, di nazionalità brasiliana, una hostess tunisina e un francese. Alle autorità italiane il pilota avrebbe chiesto di dormire perché molto stanco e, visto che l'aereo si trova in area Shengen non è stato possibile intervenire diversamente.

L'aereo non può essere obbligato a ripartire, né può essere perquisito. Difatti il pilota non è obbligato a fornire l'elenco dei passeggeri alle nostre autorità di Polizia. Tanto meno, secondo alcune ricostruzioni, l'aeromobile può essere obbligato a ripartire poiché essendo a terra non rappresenta un pericolo.

A quanto pare, il piano di volo originario prevedeva lo scalo tecnico a Cagliari per il rifornimento, e poi l'arrivo in Francia. Il governo transalpino ha però detto no all'arrivo di Ben Alì, di qui l'empasse: "Non deve arrivare a Parigi’’, avrebbero chiesto le autorita’ francesi a quelle italiane poco dopo le 21. Il velivolo - hanno accertato gli investigatori della 5/a zona della polizia di frontiera e della Direzione centrale della polizia di frontiera che sono rimaste sempre in contatto con il capo della polizia Antonio Manganelli - ha comunicato la prima volta con la torre di controllo di Cagliari alle 21.15 dicendo di dover atterrare in emergenza per fare rifornimento. Appena atterrato l’aereo, un Falcon commerciale da 15 posti, e’ stato fatto parcheggiare in un’area riservata dello scalo sardo.

A quel punto le autorita’ francesi si sarebbero messe in contatto con quelle italiane, chiedendo di verificare chi fosse a bordo dell’aereo. Prima che questo avvenisse, pero’, dalla Francia hanno ricontattato il nostro governo dicendo che il velivolo non sarebbe comunque dovuto atterrare a Parigi.

Il 'NO' DELLA FRANCIA - Mentre un aereo con la figlia e la nipote dell'ex presidente tunisino è atterrato all'aeroporto parigino di Le Bourget, il ministro degli Esteri francese ha reso noto di non aver ricevuto alcuna richiesta di asilo e che se ciò dovesse avvenire si consulterà con le "autorità costituzionali" di Tunisi. L'Eliseo si è affrettato a dichiarare che "la Francia prende atto della transizione costituzionale"; il presidente francese Nicolas Sarkozy e il primo ministro Francois Fillon si sono riuniti alle 19.45 all'Eliseo per fare il punto sulla crisi tunisina. Secondo la rete via cavo francese 'I-TELÈ, Sarkozy non vuole che l'ex presidente tunisino trovi rifugio in Francia. Altre fonti vicine al governo citate dall'agenzia France presse hanno detto che la Francia ''non auspica'' l'arrivo di Ben Ali sul territorio transalpino, spiegando che Parigi ha assunto questa posizione anche per scongiurare la collera della folta comunita' tunisina in Francia.

IL SACCHEGGIO - E' incerta la sorte della ricchissima e odiata famiglia Trabelsi cui appartiene Leila, la moglie del presidente tunisino Zin El Abidine Ben Ali. Secondo quanto afferma Le Monde nella sua edizione online, nel pomeriggio centinaia di giovanissimi hanno preso d’assalto le ville della famiglia a Gammarth, un sobborgo benestante nel nord di Tunisi, saccheggiandole e incendiandole. Armati di una lista di nomi, ragazzi fra i 16 e 17 anni hanno fatto il giro delle ville, attaccando sistematicamente quelle appartenenti alla famiglia Trabelsi e lasciando perdere le altre, comprese le piu’ lussuose.

‘’E’ stato un saccheggio organizzato. Gli insorti fanno uscire gli abitanti dalle case, tirano fuori le Mercedese dai garage, saccheggiano e poi danno fuoco’’, ha detto a Le Monde un giornalista tunisino che ha chiesto di rimanere anonimo. ‘’Due camionette della polizia cariche di agenti sono passate, senza intervenire. Non ho mai visto scene del genere’’, ha aggiunto. La moglie di Ben Ali e i suoi familiari, specie i suoi nipoti, e’ odiata dai tunisini in quanto e’ il simbolo dell’accaparramento delle ricchezze del Paese e della corruzione.

LE PROTESTE E GLI SCONTRI Dopo i 13 morti negli scontri della notte a Tunisi e in altre città, era arrivato l’annuncio dell’imposizione dello stato d’emergenza in tutto il Paese nordafricano con coprifuoco dalle 17 alle 7 del mattino. Le forze di sicurezza sono state autorizzate ad aprire il fuoco contro chiunque non obbedisca agli ordini ed è stato introdotto il divieto di assembramento fra più di tre persone. Il premier Ghannouchi, parlando ancora a nome di Ben Alì, aveva annunciato anche l’azzeramento del governo e l’impegno a convocare elezioni entro sei mesi.


Nel frattempo, però, la situazione è precipitata con scontri e lancio di lacrimogeni davanti al ministero dell’Interno, e il 74enne presidente ha lasciato la Tunisia. Secondo alcune fonti temeva una rivolta popolare cruenta come quella che nel 1989 in Romania portò alla destituzione e alla fucilazione di Nicolae Ceausescu.

Il rovesciamento di Ben Alì segna il culmine di una rivolta popolare che secondo le Ong ha fatto 66 morti tra i manifestanti. A innescare le proteste a metà dicembre era stato il suicidio di un ambulante laureato a Sidi Bou Sid, che si era dato fuoco dopo il sequestro delle merci da parte delle polizia. L’ambulante è deceduto il 5 gennaio.

"ITALIANI TRANQUILLI" - ‘’Non c’è’ nessun pericolo, al momento, per la comunita’ italiana in Tunisia con la quale l’ambasciata d’Italia e’ in costante contatto’’. Lo ha sottolineato, parlando con l’ANSA, il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi. ‘’Il governo italiano segue con attenzione gli avvenimenti in un Paese al quale e’ legato da rapporti storici di profonda amicizia’’, ha aggiunto, spiegando come ci sia anche un’ ‘’ansia personale’’ per il ‘’destino di un popolo che mi e’ caro’’.  Secondo il sottosegretario, e’ difficile ‘’prevedere quale sara’ lo sbocco’’ della situazione, ma ‘’l’auspicio’’ e’ che ‘’non ci siano ulteriori violenze’’
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ALITALIA BLOCCA I VOLI - Alle 18 dall’aeroporto di Tunisi è decollato il volo Air One AP 805, diretto a Milano Malpensa, atterrato a Malpensa alle 19.34. Lo comunica Alitalia spiegano che oggi, nonostante quanto accaduto a Tunisi, tutti i voli del gruppo Alitalia previsti da e per la Tunisia sono stati operati. La partenza del volo AP 805 “è stata resa possibile grazie all’impegno straordinario profuso in queste ore dal personale Alitalia/Air One dell’aeroporto di Tunisi e dall’equipaggio del volo del Comandante Giampietro Garbagna”, sottolinea la società rendendo noto che, per ragioni di sicurezza, Alitalia/Air One ha sospeso tutti i voli da e per la Tunisia fino a lunedì 17 gennaio compreso. Non appena saranno ripristinati i voli su Tunisi Alitalia “ne darà tempestiva comunicazione e valuterà l’opportunità di operare i voli con aeromobili più capienti per agevolare le partenze dei passeggeri”. A tutti i passeggeri è comunque garantito il rimborso totale del biglietto, in caso di rinuncia, o la possibilità di cambiare la prenotazione o l’itinerario entro il 31 gennaio.

I TURISTI STRANIERI - Nei giorni scorsi, molti paesi europei e gli Stati Uniti hanno sconsigliato ai loro cittadini di viaggiare in Tunisia se non per stretta necessità. Le proteste e i disordini, oltre alla capitale, hanno raggiunto ieri anche alcune località turistiche, tra cui Hammamet, sul mar Mediterraneo. ‘’In questo periodo dell’anno non sono molte le partenze per la Tunisia e in generale per altre mete internazionali. Tuttavia abbiamo ricevuto molte telefonate e richieste di informazioni anche da parte di chi deve partire nei prossimi mesi per il Paese africano’’: dice Roberto Corbella, presidente di Astoi, associazione che riunisce i maggiori tour operator. ‘’I nostri operatori associati - ha aggiunto Corbella - hanno fatto comunque spostare i turisti già presenti in Tunisia in localita’ piu’ tranquille, oppure, a chi era alla vigilia della partenza, e’ stata spostata la data del viaggio o, in alcuni casi, la destinazione. Attendiamo che la situazione si normalizzi e intanto siamo in contatto con l’Unita’ di crisi della Farnesina e con le autorita’ tunisine’’.

In seguito alle manifestazioni antigovernative, il tour operator britannico Thomas Cook ha deciso di avviare il rimpatrio anticipato di circa 1.800 suoi clienti che in questi giorni si trovano in vacanza nel paese. Lo riferisce la Bbc, che cita un portavoce dell’operatore. "Sebbene non ci sia stato alcun problema specifico per i nostri vacanzieri, abbiamo deciso di comportarci dando priorità alla loro incolumità - ha spiegato il portavoce - Per questo, a titolo di precauzione, abbiamo preso la decisione di riportarli nel Regno Unito al più presto possibile".



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