lunedì 17 gennaio 2011

Polpo Paul, la gloria continua: Sea Life gli dedica una statua

La Prefettura: via la scorta a Sgarbi E lui: «Mi dimetto, esposto a minacce»

Corriere del Mezzogiorno


Il critico, primo cittadino di Salemi, era sotto protezione dal 2009 perché aveva denunciato alcune intimidazioni



Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi


TRAPANI - Gli tolgono la scorta e lui annuncia le dimissioni: potrebbe concludersi qui, dunque, l'avventura del sindaco-critico d'arte Vittorio Sgarbi, dal 30 giugno 2008 alla guida del Comune-laboratorio di Salemi. La Prefettura di Trapani, infatti, ha deciso di revocargli la tutela, che veniva svolta dalla guardia di finanza e che gli era stata assegnata nell’agosto 2009, dopo che Sgarbi aveva denunciato di avere subito minacce intimidatorie.

LE DENUNCE DEL SINDACO - E ora il critico d'arte ferrarese decide di mollare, non senza polemiche: «Non posso non rilevare l'assoluta mancanza di rispetto e di garanzia per il mio ruolo, nell’avermi così esposto all’azione di quanti possono colpirmi dopo le conclamate denunce contro gli speculatori, la mafia dell’eolico e i documentati scontri con gruppi, assai minacciosi, interessati a queste forme di speculazione». Per Sgarbi proseguire nel suo ruolo di sindaco senza la protezione garantita fino ad oggi dai finanzieri sarebbe troppo «pericoloso»: «La tutela», polemizza, «viene facilmente assegnata a magistrati di cui spesso non si è apprezzata alcuna attività repressiva rispetto a comportamenti documentatamente criminosi e devastanti per il territorio: per questo annuncio le mie dimissioni».

«UNA MINACCIA AL GIORNO» - «Evidentemente per la prefettura di Trapani la presenza di un sindaco così esposto, popolarissimo, più volte minacciato, non rientra negli obiettivi da tutelare», conclude Sgarbi, che ricorda anche una serie di iniziative «scomode» intraprese durante il suo mandato e denuncia quello che a suo avviso è un atteggiamento fatto di due pesi e due misure: «La stessa istituzione del museo della mafia ha rappresentato una proposta altamente rischiosa, non diversamente, per esempio, dalle denunce giornalistiche e letterarie di Roberto Saviano a cui nessuno si sognerebbe di togliere la scorta. Evidentemente chi non rientra nelle logiche dell’antimafia di maniera, non merita di essere tutelato. Ogni giorno, da quando sono sindaco», sottolinea Sgarbi, «ho ricevuto telefonate anonime e di minaccia».


Chiara Marasca
17 gennaio 2011




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Boston, gatto chiamato come giurato

Corriere della sera


Tutto nasce da un errore dell'amministrazione Usa: il micio Sal giudice popolare ad un processo


Era stato indicato nello stato di famiglia, ignorata la qualifica di «felino»


Il gatto Sal con i suoi famigliari (da YouTube)
Il gatto Sal con i suoi famigliari (da YouTube)
MILANO - Chissà se i suoi miagolii verranno ritenuti attendibili, fatto sta che a Boston un gatto è stato convocato come giurato in tribunale. Nonostante le proteste della sua padrona che ha più volte ripetuto che si è trattato di un malinteso. Tutto nasce dal fatto che Anna Esposito, la padrona dell'animale, «Sal», lo ha inserito nel censimento 2010, ben specificando che si trattava di un felino, fatto, questo, probabilmente sfuggito alla macchina burocratica Usa. La notizia è stata riportata dal quotidiano inglese «Daily Mail».

Un'altra immagine di Sal (da YouTube)
Un'altra immagine di Sal (da YouTube)
ALLA CORTE SUPREMA - Sal si dovrà dunque presentare come giurato alla corte Suprema di Boston il 23 marzo. E la signora Esposito si chiede ironicamente come farà a rispondere all'eventuale avvocato dell'accusa o della difesa: «Quando gli chiederanno colpevole o non colpevole cosa farà? Dirà miao?». Anche il marito di Anna Esposito è molto sorpreso: «Com'è possibile? Gli piace stare seduto sulle mie ginocchia mentre guardiamo le serie poliziesche alla tv, ma nonostante tutto non è qualificato per fare il giurato». (Fonte: Apcom)


17 gennaio 2011



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Il topo che agita Downing Street

Corriere della sera


A Londra un grosso roditore filmato di fronte alla casa di David Cameron. E a New York invadono il metrò



PIAGHE METROPOLITANE


Topo in diretta sulla Bbc
Topo in diretta sulla Bbc
MILANO - Cercasi disperatamente Pifferaio Magico per Downing Street e per la metropolitana di New York. L'annuncio, anche se un tantino stravagante, potrebbe di certo risultare utile sia all'inquilino della residenza al numero 10, il primo ministro David Cameron, che ai passeggeri della subway nella Grande Mela. In questi giorni due video stanno facendo il giro della blogosfera. I protagonisti? Due grossi roditori.

IL TOPO DI LONDRA - Gli spettatori della BBC sono stati testimoni la scorsa notte di un ospite alquanto sgradito presente sui gradini della sede del governo del Regno Unito: un grosso ratto. A documentare la curiosa scena sono state le telecamere della Bbc che stavano riprendendo in diretta il commento del corrispondente politico Gary O'Donoghue. «Non sarà certo il primo e neanche l'ultimo topo che vedremo davanti al civico più famoso d'Inghilterra, soprattutto da quando non c'è più Humphrey», scrive ironicamente l'inglese Mail. Il famoso felino, a partire dal 1989, è stato infatti la mascotte di tre primi ministri: Margaret Thatcher e John Major, conservatori, che lo coccolarono, poi del laburista Tony Blair che invece lo sfrattò. Il micio morì nel 2006.


Un grosso ratto sulla faccia di un passeggero in metropolitana a New York
Un grosso ratto sulla faccia di un passeggero in metropolitana a New York
PIAGA METROPOLITANA - Negli Usa, invece, è un video girato col cellulare lo scorso giovedì notte sulla linea 4 della metropolitana a Brooklyn ad agitare gli animi. In uno dei vagoni un uomo ha ripreso un grosso roditore che si muove velocemente tra le gambe dei pendolari fino a finire in faccia ad un passeggero appisolato. Anche se i topi a New York ci sono sempre stati, negli ultimi anni questa popolazione clandestina è diventata una vera e propria piaga. Se ne contano a frotte, sono presenti ad ogni angolo di strada e oramai si infilano ovunque. La sequenza, ripresa dagli organi d'informazione, ha riacceso il dibattito sulla mancanza d'igene nei parchi della città e sui mezzi pubblici.

VIDEO-BUSINESS - Il filmato, cliccato finora quasi 1,5 milioni di volte, ha in ogni caso fatto la fortuna del ventunenne Jeffrey Forde, l'autore dell'inconsueta ripresa. Il ragazzo ha venduto il materiale video a diversi media per alcune migliaia di dollari. Preoccupate si dicono però le autorità: una soluzione per arginare questo fenomeno sembra per ora lontana. Si stima che nell'intera città, con più di 8 milioni di abitanti, ci siano almeno 17 milioni di topi. Ce ne sono di tutte le specie: dal topolino domestico ai ratti norvegesi (i topi di fogna) fino agli agili ratti dei tetti.




Elmar Burchia
17 gennaio 2011



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Lo show è un vero disastro: mago si buca la mano in diretta tv

Il Mattino

SUCRE (17 gennaio) - Piccolo incidente in diretta per un mago boliviano. Durante un numero dei suoi, si è ferito una mano infilzandosi mentre cercava di schiacciare un bicchiere.
Nonostante il dolore, lo showman non si è lamentato e ha pulito la sua mano grondante sangue: emblematica l'espressione della sua valletta, letteralmente scioccata da quanto accaduto.

Caso Ruby, gli atti alla Camera: «Tante giovani donne si prostituivano»

Corriere della sera

Aperto il fascicolo che contiene le oltre 300 pagine dell'inchiesta milanese. La Giunta si riunisce mercoledì


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MILANO - «Un rilevante numero di giovani donne si sono prostituite con Silvio Berlusconi presso le sue residenze, dietro pagamento di corrispettivo in denaro da parte di quest'ultimo». È quanto si legge nella «domanda di autorizzazione ad eseguire perquisizioni domiciliari nei confronti del deputato Berlusconi» firmata dai pm di Milano e inviata alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Copia della richiesta della procura di Milano è stata pubblicata sul sito della Camera dei deputati

IL RUOLO DELLA MINETTI - In particolare, si parla del ruolo di Nicole Minetti che, «in concorso con Fede Emilio e Mora Dario (detto Lele, ndr)», avrebbe indotto diverse ragazze alla prostituzione. Tra queste c'era anche Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori. Nelle cinque pagine in cui si chiede l'autorizzazione alle perquisizioni anche delle residenze del premier Berlusconi, si spiega in particolare che «i contenuti delle dichiarazioni testimoniali» rese da Ruby (all'epoca dei fatti minorenne e «parte lesa» del delitto di induzione alla prostituzione minorile) e il «complesso degli atti di indagine compiuti» fanno ritenere che: «Minetti Nicole, in concorso con Fede Emilio e Mora Dario (detto Lele, ndr.), nonchè in concorso con ulteriori soggetti, abbia continuativamente svolto un'attività di induzione e favoreggiamento della prostituzione di soggetti maggiorenni, e della minore El Mahroug, individuando, selezionando, accompagnando un rilevante numero di giovani donne, che si sono prostitute con Silvio Berlusconi, presso le sue residenze, dietro pagamento del corrispettivo in denaro da parte di quest'ultimo, nonchè gestendo e intermediando il sistema di retribuzione delle suddette ragazze a fronte dell'attività di prostituzione svolta».

«AMPI RISCONTRI» - I pm di Milano, sempre secondo quanto si legge nella richiesta di autorizzazione a procedere, avrebbero trovato «ampi riscontri investigativi» sulle case date dal premier Silvio Berlusconi ad alcune ragazze che partecipavano alle serate di Arcore.ha raccontato la stessa Ruby ai pm nell'interrogatorio del 3 agosto scorso. La ragazza ha infatti raccontato che «alcune giovani donne ch partecipavano ai suddetti eventi ricevevano in corrispettivo da Silvio Berlusconi la disponibilità gratuita di appartamenti ubicati in "Milano due"».

RUBY A CASA DEL PREMIER - «Allo stato degli elementi raccolti» le indagini della procura di Milano hanno consentito di verificare come Ruby «abbia frequentato la residenza di Silvio Berlusconi in Arcore dal febbraio 2010 al maggio 2010» scrivono i pm di Milano nella richiesta di autorizzazione alla perquisizione dell'ufficio di Giuseppe Spinelli, a Segrate. Nella richiesta non sono indicate le date in cui Ruby sarebbe stata ad Arcore ma si cita la relazione della Polizia in cui si da conto dell'analisi delle celle radio-base agganciate dai telefoni utilizzati da Ruby. Da qui risulta che la giovane marocchina è stata ad Arcore il 14 febbraio, la notte tra il 20 e 21 febbraio, quella tra il 27 e 28 febbraio, il 9 marzo, il 4 e 5 aprile (Pasqua e Pasquetta), il fine settimana del 25 aprile (24, 25 e 26), la notte tra il 1 e il 2 maggio.

L'ITER ALLA CAMERA - Il presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, Pierluigi Castagnetti, ha aperto in mattinata il fascicolo, con la richiesta di autorizzazione a procedere per Berlusconi. Le carte con cui la procura chiede di perquisire gli uffici di Giuseppe Spinelli, addetto alla contabilità del Cavaliere, saranno fotocopiate e solo dal pomeriggio i commissari ne potranno prendere visione. Castagnetti ha anche preannunciato l'intenzione di mettere la richiesta all'ordine del giorno della prossima convocazione della giunta, mercoledì, per l'avvio dell'esame. Lo stesso Castagnetti è stato il primo dei parlamentari ad aver letto gli atti che accusano Silvio Berlusconi. Lasciando l'ufficio di Motecitorio, per una breve pausa, ha ammesso di aver provato imbarazzo per quanto letto: «Embeh, un po' a disagio lo sono, insomma... «Sono arrivato per varie ragioni solo fino a pagina 80 e posso confermare che per il momento non è ancora successo niente che non sia sui giornali. Adesso si capisce perchè Berlusconi ha fatto quelle dichiarazioni in televisione. Evidentemente disponeva di queste carte già domenica sera». Castagnetti ha poi annunciato che il relatore della richiesta della Procura di Milano sarà il vicepresidente di Montecitorio Antonio Leone (Pdl).




DAI PM? - Il Cavaliere in ogni caso non sembra intenzionato a presentarsi dai pm di Milano che l'hanno convocato per il prossimo fine settimana. Ufficialmente non è stato deciso nulla, ma l'orientamento della difesa sarebbe quello di evitare, al momento, un interrogatorio davanti a chi lo accusa di concussione e prostituzione minorile per la vicenda di Ruby. Dopo il videomessaggio con il quale ha respinto gli addebiti muovendo accuse all'operato dei pm di Milano, quale sarà la prima contromossa «giudiziaria» del premier che venerdì ha ricevuto un invito a comparire in vista di una richiesta di giudizio immediato non si sa ancora con certezza. Con certezza invece si sa che in queste ore si sta studiando la strategia processuale per affrontare la nuova tegola giudiziaria. Una delle ipotesi è che presenti un legittimo impedimento per il 21, il 22 e il 23 gennaio le tre date alternative indicate dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Piero Forno e dal pm Antonio Sangermano nell'atto di convocazione. In questo modo, si guadagnerebbe il tempo necessario per mettere a punto la tattica difensiva per cercare di "sfilare" il procedimento alla magistratura milanese in quanto - secondo il premier ed i suoi difensori - non avrebbe la competenza funzionale: il fascicolo, è la tesi degli avvocati del presidente del Consiglio che come lui respingono nel merito le accuse, in primo luogo doveva essere trasmesso subito, o comunque entro 15 giorni dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati (che risale al 21 dicembre scorso) al Tribunale dei Ministri, senza nemmeno effettuare alcuna attività di indagine come invece è stato fatto con le perquisizioni di venerdì.

Redazione online
17 gennaio 2011

Donne e corpi da spot Ecco La Réclame, format di denuncia

Corriere della sera

Il progetto sarà presentato al Senato il prossimo 19 gennaio



MILANO - Uso grottesco e inadeguato del corpo femminile. Da qui prende le mosse La Réclame, un progetto video (in formato web series) finalizzato proprio a rappresentare in modo ironico e disincantato, con tanto di voce fuori campo, i meccanismi che regolano l’utilizzo inappropriato e a volte addirittura fuori luogo della figura femminile in manifesti e spot. Firmato dal collettivo artistico Le Occasioni, e supportato dal bando «Creatività Giovanile» di Fondazione Cariplo, La Réclame prende spunto da pubblicità recensite dal collettivo stesso o segnalate in Rete dagli utenti o da associazioni o "captate" attraverso il passaparola.

L'EVENTO - Il progetto sarà presentato dalla casa di produzione Non Chiederci La Parola il prossimo 19 gennaio presso Sala Zuccari, al Senato, in occasione dell'evento «Questione femminile, Questione Italia» organizzato dall’associazione Pari O Dispare. Tra le ospiti Emma Marcegaglia, Anna Maria Tarantola, Susanna Camusso, Emma Bonino, Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Maria Ida Germontani, Linda Lanzillotta.

SPOT E ARTE - «Fare pubblicità è un’arte - spiega Cristina Tagliabue, Presidente di Non Chiederci La Parola -. Ormai, quasi, cultura. Perché art director e agenzie creative sono gli ideatori di immaginari che si riflettono in tutto il nostro quotidiano. E quando oggetto delle pubblicità sono le donne - aggiunge la Tagliabue -, diventa particolarmente importante sapere chi ha originato un manifesto, uno spot, un claim. Generare immagini che permeano il nostro quotidiano è una professione, ma anche una responsabilità».

Redazione online
17 gennaio 2011

Crac Parmalat, il pm chiede la condanna di 4 banche estere

Google News Italia chiusa l'istruttoria L'Antitrust: "Rivedere il diritto d'autore"

Quotidiano.net


Il motore di ricerca sotto indagine per possibile posizione dominante. Tra gli impegni assunti da Google c'è anche quello di consentire agli editori di rimuovere o selezionare i contenuti


Roma, 17 gennaio 2011 - L'Antitrust ha chiuso l'istruttoria per possibile abuso di posizione dominante nei confronti di Google, accettando e rendendo vincolanti, gli impegni presentati dal motore di ricerca nell'ambito del procedimento avviato a suo carico.

Ne dà notizia la stessa Autorità che ha comunque inviato una segnalazione a Governo e Parlamento, chiedendo che venga rivista la normativa a tutela del diritto d’autore, adeguandola alle innovazioni tecnologiche ed economiche del web.

Con gli impegni Google consentirà agli editori di rimuovere o selezionare i contenuti presenti su Google News Italia, renderà note agli editori le quote di ripartizione dei ricavi che determinano la remunerazione degli spazi pubblicitari, rimuoverà il divieto di rilevazione dei click da parte delle imprese che veicolano pubblicità con la sua piattaforma.

In sintesi, come effetto dell’istruttoria conclusa dall’Antitrust, ci sarà un maggiore controllo da parte degli editori on line sui propri contenuti nell’ambito del servizio Google News, e più trasparenza e verificabilità delle condizioni economiche applicate dalle imprese di siti web che si avvalgono dei servizi di intermediazione pubblicitaria di Google.

Secondo l’Autorità, tuttavia, "un’istruttoria antitrust non può sciogliere - spiega in una nota - il nodo dell’adeguata remunerazione dell’attività delle imprese che producono contenuti editoriali online, per lo sfruttamento economico delle proprie opere da parte di altri soggetti. Occorre dunque una legge nazionale che definisca un sistema di diritti di proprietà intellettuale in grado di incoraggiare su internet forme di cooperazione virtuosa tra i titolari di diritti di esclusiva sui contenuti editoriali e i fornitori di servizi innovativi che riproducono ed elaborano i contenuti protetti da tali diritti".

Per l’Antitrust "è necessario, in una prospettiva pro concorrenziale, superare l’oggettivo squilibrio tra il valore che la produzione di contenuti editoriali genera per il sistema di internet nel suo complesso e i ricavi che gli editori online sono in grado di percepire dalla propria attività. Si tratta di un’esigenza che, vista la dimensione sopranazionale del fenomeno internet, deve essere promossa dalle istituzioni italiane anche presso le opportune sedi internazionali".







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Battisti, Torreggiani: "Se ci sarà bisogno andrò in Brasile"

Quotidiano.net


Così figlio del gioielliere per il cui omicidio è stato condannato Cesare Battisti: "Mi chiedono di andare a spiegare la mia posizione. Mercoledì sarò a Strasburgo per parlare con i delegati europei del caso"


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Milano, 17 gennaio 2011 - "Se ci sarà bisogno di andare in Brasile per spiegare la verità farò anche questo". Così Alberto Torreggiani, figlio del gioielliere per il cui omicidio è stato condannato Cesare Battisti, a margine dell’incontro con l’Ufficio di presidente del Consiglio regionale lombardo.

Torreggiani, che nella sparatoria in cui fu ucciso il padre riportò una ferita che oggi lo costringe a vivere su una sedia a rotelle, ha continuato: "Non credo che sia necessario andare in Brasile, anche se ho una forte richiesta di alcuni esponenti, anche del mondo politico, che mi chiedono di andare a spiegare la mia posizione. Il mio interesse non è andare in Brasile, sto facendo altre cose qui".

I prossimi impegni di Torreggiani, infatti, sono l’organizzazione di una "manifestazione nazionale. Una piazza di gente tutta unita a far sentire la sua voce". Un’iniziativa che dovrebbe essere pronta "per fine mese" o comunque entro "la prima settimana di febbraio". Poi c’è il "Comitato cittadini per la giustizia, che lavorerà. Prenderemo le problematiche sulla giustizia e cercheremo di dare il nostro contributo".

Inoltre, sottolinea Torreggiani, "mercoledì sarò a Strasburgo. Grazie al presidente Berlusconi, sono riuscito a ottenere di parlare con i delegati europei del caso Battisti". Il figlio del gioielliere ucciso tiene a far sapere che "non si fermerà mai", anche se "il parere della Corte brasiliana sull’estradizione di Battisti sarà ancora negativo".

Insomma, Battisti deve scontare la sua pena, anche perchè "i suoi compagni si sono presi la responsabilità e, anche grazie ad alcuni sconti di pena, ora sono fuori. Lui, invece, con quel ghigno, dopo 30 anni, si fa beffe di noi familiari".

Infine, Torreggiani ammonisce: "Non estradandolo creiamo un precedente, apriamo una porta per cui delinquenti e assassini possono poi vivere liberi. Vorrebbe dire sovvertire l’ordine democratico. Quando la giustizia non funziona le società vanno in declino".





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Napoli: ai disoccupati corsisti-«fantasma» due milioni in ticket mensa dalla Regione

Io, il Cavaliere e Tremonti Vi racconto i segreti del Pdl"

di Giancarlo Perna



Intervista all'ex ministro Antonio Martino. "Ho scritto il programma di Forza Italia nel '94. Oggi mi rottamano". "Berlusconi ha messo i liberali in parlamento, altro che il Pli". Fini? "Mi ha deluso, non poteva fare un partito da Montecitorio"


 
Questa intervista ad Antonio Martino ha l’andamento sinfonico corrispondente all’attuale treno di vita dell’ex ministro (Esteri e Difesa) nei governi Berlusconi I, II, III. Raggiunti i 68 anni, ritiratosi dall’università per non pagare più gabelle previdenziali all’avido Tremonti, in disparte nel Pdl di cui è deputato per la quinta volta e detestando le panchine dei giardinetti, Martino si è dato alla musica classica. Su questa passione ritaglia esistenza e interviste. Quella che segue è così scandita: Andante nostalgico sul tempo che fu; Crescendo polemico con uso di tamburi e mazzuoli sul rotondetto Tremonti che a fine trattamento esce pelle e ossa; Finale accorato.

L’ufficio di Montecitorio del mio ospite è lo specchio della sua anima di siculo-anglosassone, liberale già nel ventre della mamma per influsso del babbo, il grande europeista, Gaetano. La sobrietà è einaudiana: scrittoio, biblioteca, striminzito sofà chippendale, disadatto tanto per seduzioni che pennichelle. Martino a sua volta è semplice e diretto. «Vedo che si fa delle méche grigie», sfotte accennando al leggero sale e pepe sulla mia testa. Per la cronaca, lo spiritosone è tre volte più canuto di me. Lascio perdere e gli do sotto.


Con l’intervista si riaffaccia al Giornale dopo una dozzina d’anni.
«Piacevole ritorno. Vi scrissi il mio primo articolo, dei molti, nel 1976. Quando li rileggo mi rendo conto che non ero stupido, allora».

Erano i tempi di Montanelli.
«Ho la presunzione di credere di avere fatto un buon lavoro. Mi trovai benissimo soprattutto con la condirezione di Federico Orlando che, per altri versi, detesto».

Lei è defilato anche nel Pdl.
«Sono stato defilato: mi hanno rottamato. Non mi ha giovato il mio scarso entusiasmo per le politiche economiche di Tremonti».

Eppure fu lei l’autore del programma economico che permise a Fi di stravincere nel ’94.
«Nel kit del candidato Fi c’erano undici cassette. Nove erano mie. Berlusconi voleva pagarmi per il lavoro. Declinai, dicendo: “Dottore, io a queste idee ci credo”».

Perché il Cav non chiamò lei all’Economia?
«Mea culpa. Berlusconi me l’offrì ma chiesi consiglio al mio maestro, l’economista Milton Friedman, che disse: “Come accademico non puoi accettare compromessi. Da politico, devi”. Scelsi la Farnesina perché non volevo fare mercanteggiamenti in economia. Feci malissimo».

E arrivò Tremonti...
«Sì. Il peggio arrivò nel 2001 quando - con la sciagurata riforma Bassanini - divenne superministro dell’Economia dopo l’accorpamento di Finanze, Bilancio e Tesoro. Finanze e Tesoro sono in rapporto dialettico e non possono stare in mano alla stessa persona».

Che successe?
«Quello che è sotto gli occhi di tutti. Tremonti è il monocrate del governo. Non si muove foglia che lui non voglia. Lui ha l’unico portafoglio, gli altri sono al verde. Anche il premier con lui ha i suoi problemi».

La diminuzione delle tasse è andata farsi friggere.
«Lui pensa che abbassare le aliquote riduca le entrate. Vero il contrario: meno evasori ed economia più vivace che porta soldi all’Erario».

L’arrembaggio estivo allo yacht di Briatore?
«Una vergognosa operazione sudamericana dell’Agenzia delle Entrate. Tanto più che legalmente Briatore aveva ragione».

Le tv al confine svizzero per riprenderci sul presupposto che siamo tutti spalloni?
«È lo stato di polizia di orwelliana memoria».

E dire che il governo si proclama liberale.
«Ci sono quattro tipi di governi. L’ottimo che parla e agisce da liberale: Reagan e Thatcher. Il buono che parla socialista e governa liberale, Blair. Quello che parla e agisce da socialista: Prodi. Mi ripugna, ma è sempre meglio di un governo che parla liberale e agisce socialista».

Tremonti però è stato bravo nella lesina.
«Vero. Anche grazie al cattivo carattere, ha impedito l’espansione della spesa. Ma ha usato la scure e tagliato sia il grasso sia l’osso».

Il ministro, sulla crisi, vede nero, il Cav rosa.
«Chi prevede calamità soffre due volte: quando le pensa e quando si avverano. Se non si prevedono si soffre solo se accadono. Due anni fa, Giulio previde il petrolio a 200 dollari. È ancora sugli 80».

Lei che avrebbe fatto?
«Una radicale riforma fiscale, accompagnata da tagli di spesa».

Il negativo del Cav?
«Eletto per le idee liberali, meno tasse, meno Stato, non ce la sta facendo».

Il buono?

«Con lui siamo approdati nel XXI secolo. Dopo sessant’anni, l’ortodossia catto-comunista è quasi scomparsa».

Il Cav ha un domani?
«Ha un temperamento unico: non molla mai. Ha affrontato attacchi che avrebbero stroncato un toro. Ma è lì, in gran forma».

I liberali del Pdl sono emarginati.
«Ma ne ha portati più Berlusconi in Parlamento che il Pli in tutta la sua storia».

Un liberale come Della Vedova è passato con Fini che considera più liberale del Cav.
«Un caro amico che sbaglia. Che il Fli sia liberale, lo nego assolutamente. Come faccia poi a stare con i Granata e i Bocchino, proprio non so».

Fini?
«Mi ha deluso. Non può da presidente della Camera fondare un partito. Bertinotti lasciò gli incarichi a Rifondazione. Si è completamente squalificato».

L’opposizione è il disastro che si dice?
«Purtroppo per il governo, sì. Non ha leader, non un programma, neanche coesione. Se li avesse, farebbe trottare il governo e il Fli non sarebbe mai nato».

Elezioni anticipate?
«Possibili, anzi probabili. Non auspicabili perché l’esito è incerto».

Vuole che il Cav la ricandidi?
«L’idea dei giardinetti e del cane che bagna il tronco dell’albero, non mi entusiasma».

Se non sarà ricandidato, chi voterà per ripicca?
«Insolente. Mai voterei per ripicca».

Allora?
«Voterò Pdl, se c’è Berlusconi».



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Il rogo di Primavalle: inchiesta 38 anni dopo "Tre persone indagate"

di Gian Marco Chiocci


Rogatoria in Nicaragua per Manlio Grillo che, con Achille Lollo, è stato condannato per la morte dei fratelli Mattei



 
nostro inviato a Rio de Janeiro

Da Roma a Rio de Janeiro fino a Managua. Rimbalza come una biglia nel flipper la notizia della clamorosa riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle. Schizza impazzita dall’altra parte dell’Oceano nel giorno in cui il Giornale rivela che Achille Lollo, uno dei tre mostri di Potere Operaio condannati a 18 anni quali assassini «colposi» dei fratelli Mattei bruciati vivi il 16 aprile del 1973, è tornato a Roma libero da pendenze giudiziarie (mai scontato un giorno di galera, condanna prescritta) dopo una latitanza trentennale trascorsa soprattutto in Brasile.

La procura di Roma, che nell’ottobre scorso aveva archiviato il supplemento di inchiesta nato nel 2005 dalle dichiarazioni choc del condannato Lollo sulla compartecipazione all’agguato anche dei compagni Diana Perrone, Elisabetta Lecco e Paolo Gaeta (indagati e poi archiviati) ha messo sott’inchiesta nuovamente questi tre soggetti. Che risultano iscritti a modello 21 per il reato di strage, in concorso fra loro. E ciò alla luce di nuovi elementi top secret emersi nelle indagini e dagli accertamenti incrociati dopo il confronto fra le interviste rilasciate da Lollo con quelle del compare di Pot Op, Manlio Grillo (anche lui condannato per Primavalle al pari di Manlio Clavo) rifugiatosi in Nicaragua insieme al brigatista Alessio Casimirri col quale inaugurò il ristorante Magica Roma.

Latitanza dorata col placet dei sandinisti che diedero ospitalità a rifugiati rossi del calibro di Guglielmo Guglielmi, Tommaso Gino Liverani, Giovanni Lucchesi, Maurizio Leonelli, Angelo Vignolo, Almachiara D’Angelo, Enrico Castaldo, Daniela Dolce e molti altri. I magistrati romani hanno ripreso e sviluppato il fascicolo nato dalle dichiarazioni di Lollo (archiviato tre mesi fa) sulla base di quanto esternato in più interviste da Grillo, oggetto di specifica richiesta di rogatoria dei pubblici ministeri alle autorità di Managua. Nella prima intervista a Repubblica, del 17 febbraio 2005, l’ex katanga diventato maestro di diving a Managua smentiva l’amico Achille sostenendo che a partecipare materialmente all’attentato erano stati solo loro, che Lollo «aveva fantasie da borgataro», che dunque «i tre accusati da Lollo erano innocenti». Di lì a poco, alla giornalista Solange Manfredi, Grillo fece ulteriori rivelazioni che in parte smentivano le sue frasi virgolettate precedentemente da Repubblica. Specie laddove escludeva il coinvolgimento di Paolo Gaeta e Diana Perrone, senza invece fare alcun riferimento a Elisabetta Lecco, quasi a voler lasciare intendere la fondatezza del coinvolgimento di quest’ultima nell’esecuzione dell’agguato con una tanica di benzina.

L’interesse dei pm per Manlio Grillo punta soprattutto a fare luce su determinati aspetti che l’ex Pot Op ha sollevato nelle sue confessioni. A cominciare dall’interrogatorio a caldo subìto in Svizzera da Oreste Scalzone, Valerio Morucci e Jaroslaw Novak interessati a capire come si erano svolti realmente i fatti di Primavalle. Per passare alle presunte raccomandazioni dell’avvocato Tommaso Mancini, attraverso suo fratello Enzo, sul profilo «negazionista» da tenere con i media rispetto all’uscita kamikaze di Lollo.
La necessità di sentire Manlio Grillo in qualità di testimone, con l’obbligo di dire la verità, nascerebbe dunque dalla necessità di appurare le sue reali conoscenze sull’eventuale coinvolgimento di Paolo Gaeta, Diana Perrone ed Elisabetta Lecco.

E in subordine per cercar di capire, una volta per tutte, se l’azione di Primavalle fosse un’iniziativa sporadica e isolata oppure rientrasse in una precisa strategia criminale inserita nel contesto della lotta armata che un’organizzazione come quella di Potere Operaio (nella quale militava Morucci, futuro brigatista rosso) poteva aver realizzato in tandem con affiliati alla formazione militarista della stella a cinque punte. Anche perché nella chiacchierata con la giornalista Solange il buon Grillo si lasciò andare a confidenze devastanti. Una su tutte. L’esistenza di un Grande Vecchio, burattinaio della lotta armata: «Altri due compagni, di cui uno è il capo effettivamente, a te lo dico, che è quello che ci ha detto “Fate sto nucleo e poi vediamo”, capisci? Quello è uno grosso, quello sta fuori. Si è salvato pure da tutte ’ste cose delle Brigate Rosse. Non ho mai capito, nessuno l’ha mai saputo, il nome di questo. È uno potente adesso - continua Grillo - già allora era potente a livello politico, potente ai livelli di Br e caso Moro. Duemila persone in galera e di lui? Da nessuno è mai stato fatto il nome suo». Anche di questo la procura di Roma vuol chiedergli conto.




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Rogo di Primavalle, Anchille Lollo sentito dai pm

di Redazione

L’ex terrorista di Potere operaio viene sentito dal pm Luca Tescaroli e dall’aggiunto Pietro Saviotti nell’ambito dell’inchiesta sul rogo di Primavalle. Nell’aprile del 1973 la tragedia in cui furono uccisi Stefano e Virgilio Mattei.



 

Roma - Achille Lollo negli uffici della procura di Roma in piazza Adriana. L’ex terrorista di Potere operaio viene sentito dal pm Luca Tescaroli e dall’aggiunto Pietro Saviotti nell’ambito dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, avvenuto nell’aprile del 1973 in cui furono uccisi Stefano e Virgilio Mattei.

Lollo sentito in procura Il motivo per il quale viene ascoltato Lollo nell’ambito dell’inchiesta sul rogo di Primavalle è tutto in un’intervista che lo stesso Lollo rilasciò dopo che la corte d’appello di Roma aveva sancito la prescrizione ed estinzione della sua condanna. La sua lunga latitanza in Brasile, da cui è tornato pochi mesi fa, finì una volta che i giudici stabilirono che la pena a 18 anni di reclusione non andava più scontata. Lollo nell’organizzazione dell’attentato, in quella intervista rilasciata al Corriere della sera nel 2005, coinvolse altri tre ex simpatizzanti della formazione Potere operaio: Diana Perrone, Elisabetta Lecco e Paolo Gaeta. In seguito a quelle parole gli stessi furono iscritti sul registro degli indagati per il reato di strage. Ulteriori accertamenti però sono stati negli anni impediti dal fatto che Lollo non si mise mai a disposizione degli inquirenti che gli chiedevano l’audizione tramite rogatoria.





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Iran, è giallo su Sakineh Sospesa l'impiccagione: "I figli l'hanno pedinata"

di Redazione


Sospesa la sentenza di impiccagione. Il governo ha spiegato che la donna, condannata a morte per l'omicidio del marito, è stata graziata a causa del perdono concesso dai figli della coppia



 

Teheran - L’Iran ha sospeso la sentenza di impiccagione a Sakineh Mohammadi. Il capo della commissione parlamentare iraniana per i diritti umani, Zohre Elahian, ha spiegato in una lettera al presidente brasiliano Dilma Rousseff che la donna, condannata per l'omicidio del marito, è stata graziata a causa del perdono concesso dai figli della coppia.

Sospesa la condanna a morte Sakineh Mohammadi Ashtiani era stata colpita da una sentenza capitale per adulterio e complicità nell’omicidio del marito. "Sebbene la sentenza di lapidazione non sia stata ancora finalizzata, la sentenza di impiccagione è stata sospesa per il perdono" dei figli, si legge nella lettera citata dalla agenzia di informazione Isna. La donna, arrestata nel 2006, dovrà però scontare dieci anni di prigione, aggiunge Elhian nella missiva. L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva lo scorso luglio aveva offerto asilo politico alla Ashtiani, ricevendo un secco no da Teheran. Il Brasile intrattiene legami stretti con l’Iran ed ha tentato in più sedi di mediare per risolvere la controversa sul nucleare.





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I 150 anni tra unità e secessione Ora impariamo dagli Stati Uniti

di Mario Cervi


In America si commemora la sanguinosa guerra tra Nord e Sud. Lo scontro tra "revisionisti" confederati e storici pro Lincoln è aspro



 

È tempo di revisionismi, a 150 anni dal fatidico 1861. Revisionismi italiani, anzitutto. Con l’ufficialità nazionale - e un certo numero di volonterosi - impegnati a celebrare degnamente quel portento che fu la nascita del nostro Stato, con i «borbonici» intenti a raccontare che la calata dei piemontesi a sud fu peggio delle scorrerie naziste, con i militanti della Lega per i quali il federalismo e le camicie verdi sono più importante della Patria e del tricolore. Molte asprezze, nessuna certezza. Ma vale la pena di notare, mentre imperversa con toni accesi questo dibattito, che un’altra ondata commemorativa - con relativa querelle - è in corso dall’altra parte dell’Oceano, negli Stati Uniti. Nel 1861 si fece l’Italia e in contemporanea, con l’inizio della sanguinosissima guerra di secessione (600mila morti), si rischiò di disfare l’America.

Dopo che nell’autunno del 1860 Abraham Lincoln era stato eletto presidente, il via alla disunione fu dato, il 20 dicembre, dal South Carolina. Il 9 gennaio 1961 fu la volta del Mississipi, il 10 gennaio della Florida, l’11 gennaio dell’Alabama, il 19 gennaio della Georgia, e poi in successione la Louisiana (26 gennaio) e il Texas (primo febbraio). Un paio di mesi dopo se ne sarebbero andati la Virginia, il Tennessee, l’Arkansas, il North Carolina. Il gigante che aveva per etichetta l’acronimo wasp (white anglo saxon protestant) ma che nel sud fondava la sua prosperità agricola sulle braccia degli schiavi, stava perdendo pezzi.

Le passioni che allora divamparono si sono spente. Ma sono in corso, qua e là nel sud degli Usa, festeggiamenti, rievocazioni e - potevano mancare? - dispute. Il tema del contendere è questo: davvero in quello scontro una parte - la parte dei repubblicani di Lincoln - si battè per l’umanità, la civiltà e il progresso e la parte opposta, i cosiddetti confederati, fu oscurantista e brutale? Si trattava, secondo questo schema, di decidere se la schiavitù, come istituzione riconosciuta e codificata, dovesse ancora esistere.

Punto e basta. Molti americani - di ieri e di oggi - non sono disposti ad accettare questa semplificazione. Sostengono che essa fa torto al sud, che egoistici interessi industriali e meschine ambizioni politiche si sovrapposero al sì o no per la schiavitù. Viene sottolineato che molti sudisti non erano proprietari di schiavi, e che combatterono e morirono per difendere le loro case e le loro famiglie. Vi furono insomma motivi ideali in quel pronunciamento ribelle, non soltanto la pretesa di perpetuare una istituzione che ha accompagnato la storia degli uomini durante millenni, che fu accettata senza ripugnanza dai grandi filosofi dell’antichità, ma che oggi ispira orrore.

Proprio per non turbare le coscienze dei sudisti, le targhe ed epigrafi in memoria di quella stagione cruenta evitavano in generale d’individuare la schiavitù come nodo della questione. Ma il tabù è stato infranto. In Georgia una lapide attuale così si esprime: «La secessione cominciò come risposta all’elezione di Lincoln in novembre e con la convinzione che il partito repubblicano avesse la lotta alla schiavitù come missione e obbiettivo». Questo riconoscimento non piacerà ai revisionisti del sud che insistono sulla bontà e onestà della causa confederata. Della polemica si è occupato, sull’Herald Tribune, Jeff Jacoby. Per arrivare alla conclusione che le anime nobili non mancarono nell’esercito sudista, ma che la schiavitù ebbe in quella guerra un ruolo determinante.

Un «moderato» come Alexander Stephens - che era amico personale di Lincoln ma che fu vice presidente dei confederati - così parlò pianamente, nel marzo del 1861: «In contrasto con coloro che ritengono che la schiavitù sia sbagliata, il nostro nuovo governo è fondato sull’idea opposta. Il negro (scritto così, come in italiano) non è uguale all’uomo bianco. La schiavitù, ossia la subordinazione alla razza superiore, è la sua (del negro) normale e naturale condizione».

Le chiese cristiane si adeguarono non di rado a questi concetti, così lontani dall’insegnamento del Vangelo. Nel 1452 papa Niccolò V propose al re del Portogallo di ridurre in schiavitù tutti i musulmani dell’Africa settentrionale. Una «istruzione» di Pio IX così recitava: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento».

Il 31 gennaio 1865 il Congresso approvò l’abolizione della schiavitù, il 14 aprile Lincoln fu assassinato. L’emancipazione degli schiavi negli Usa, lo sappiamo, non segnò la fine delle discriminazioni razziali. A volte il costume evolve molto più rapidamente delle leggi, a volte molto più lentamente. La grande ferita della guerra di secessione, che non ha impedito all’America di affermarsi come superpotenza mondiale, è da tempo cicatrizzata.

Forse meglio cicatrizzata, nonostante la ferocia delle battaglie, di quanto sia avvenuto in Italia per i mali del meridione e il «brigantaggio». L’America ha capito che un secolo e mezzo è un tempo lungo, è bastato per trasformare un grande Paese emergente in un Paese dominante e per decretare la fine di imperi. Ma per gli apostoli italiani del sud il tempo e la storia sono pietrificati ad allora, e vengono posti come un macigno su ogni discussione riguardanti l’oggi. Sono giuste e utili le riflessioni su remoti e meno remoti fatti della storia nazionale. Meno giusto e meno utile è il piagnisteo rancoroso.



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Le Pen boccia Fini

Il Tempo


"Ha fatto l'opportunista ed è scivolato a sinistra". La figlia del fondatore del Front National, antico alleato del partito del presidente della Camera: Gianfranco ha tradito gli ideali.


Jean-Marie Le Pen e Gianfranco Fini


Marine Le Pen eredita la leadership del Fronte Nazionale e annuncia la svolta: non sarà mai come quella di Fini che approfitta ancora una volta del salotto buonista di Fazio. È il volto fresco della destra estrema francese. Bionda, sorridente, Marine Le Pen è il nuovo presidente del Fronte nazionale. Succede al padre, il vecchio patriarca Jean Marie, il duro e puro che nel 2002 spaventò la Francia e l'Europa giocandosi al ballottaggio la poltrona dell'Eliseo con Chirac. 


Eletta alla presidenza con il 67 per cento dei consensi, Marine Le Pen eredita un Fronte nazionale che ha voglia di riscossa e soprattutto già erode il consenso di Sarkozy. Aria nuova nel partito di destra più conservatore in Europa. Nuova ma senza cedimenti sull'identità. E chi pensava già a un parallelo con la svolta di Fiuggi ha sbagliato totalmente. 


Marine Le Pen, dimostrando quel temperamento che il padre considera la prima qualità della figlia, non cede alla diplomazia e va già dura con i «camerati» italiani un tempo alleati. «Non credo che si possano fare paralleli - ha affermato la Le Pen - Tra l'altro credo che la svolta di Fini sia stata talmente radicale che alla fine è deragliato a sinistra...».

Poi l'affondo. «In ogni caso - ha aggiunto - lui si alleò con Berlusconi, noi con l'Ump (il partito del centrodestra francese ndr.) non ci andremo mai. Il partito di Sarkozy - ha continuato - è in totale divergenza con i nostri principi. Loro sono europeisti, noi siamo per gli Stati nazione. Non c'è alcun punto in comune, ma una profonda differenza politica. Non scenderemo mai a patti elettorali».

Lontanissimi gli anni degli abbracci tra Fini e Le Pen sul palco di Piazza del Popolo nelle prime campagne elettorali per le «Europee». Una bocciatura a tutto campo dalla signora della Destra francese che appena un mese fa ha scatenato un putiferio Oltralpe per le sue dichiarazioni sugli islamici. «Le preghiere dei musulmani per strada equivalgono all'occupazione nazista della Francia», ha detto.

Molte critiche, ma tantissime espressioni di solidarietà al punto che il presidente Sarkozy, nel discorso di fine anno, ha ripreso lo stesso concetto. Marine Le Pen, 42 anni, una vita sentimentale burrascosa: si è sposata e divorziata due volte, non ha intenzione di rinnegare le proprie idee soprattutto quelle sull'immigrazione.


Al contrario di quanto fatto da Gianfranco Fini, l'ex camerata del Movimento sociale italiano. I pilastri del Fronte nazionale non vengono traditi. Anti islam, contro l'immigrazione ma «senza razzismo», tiene a precisare la Le Pen. Vuole la pena di morte e la fuga dall'Ue la donna forte dell'FN: «La nostra proposta è chiara. Ripristinare lo stato-nazione, ridandogli tutta la sovranità perduta a vantaggio del mostro europeo che si sta formando a Bruxelles».

Marina Le Pen vuole cambiare quell'immagine «caricaturale e non corrispondente alla realtà» che il Fronte ha all'estero: per questo punta su temi sociali contro la mondializzazione. Mai però, contro le idee che hanno fatto forte il partito. «Per gli elettori – ha detto Marine - la scelta del 2012 sarà semplice: dovranno decidere tra la mondializzazione e la nazione». Il Fronte nazionale con Marine Le Pen può diventare il terzo incomodo nelle presidenziali francesi. Fedele alla linea, a differenza di Fini, la figlia di Jean Marie Le Pen può sognare di correre per l'Eliseo dalla corsia «destra» senza ammiccamenti a sinistra.




Maurizio Piccirilli
17/01/2011






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Il conto dei pm: 300 milioni

Il Tempo


Le indagini sul premier hanno costi giganteschi. 105 procedimenti avviati, 1.000 magistrati coinvolti, 530 perquisizioni. E mai una condanna. 

Magistrati


È il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini a fare i conti. «Sono i numeri a dimostrare la persecuzione giudiziaria di cui è vittima ormai da diciassette anni Silvio Berlusconi: 105 procedimenti avviati, 1.000 magistrati coinvolti, 530 perquisizioni, 2.500 udienze, 10 assoluzioni e 13 archiviazioni. Nonostante questo spiegamento di forze un solo numero manca all'appello, quello di una condanna. 


Per questo motivo la maggioranza degli italiani ha capito da tempo da che parte stare e rinnova la sua fiducia nei confronti del premier e del suo governo che continuerà - conclude il ministro - a lavorare per il bene del Paese». Le cifre fornite dal ministro sono impressionanti. 


Ma quanto costa allo Stato, e dunque a noi contribuenti, la campagna giudiziaria contro il Cavaliere? In realtà a comunicare i primi dati sull'offensiva era stato lo stesso Berlusconi lo scorso 14 gennaio in un messaggio inviato ai promotori della libertà riferendosi a «una persecuzione che si è articolata su 105 indagini e in 28 processi, il record assoluto credo di tutta la storia dell'uomo in qualunque paese del mondo.

Questi processi hanno impegnato i miei difensori in 2.560 udienze, con più di 1.000 magistrati intervenuti con un costo, per me, di oltre 300 milioni di euro in avvocati e consulenti e credo con un costo di pari importo per lo Stato e quindi per i contribuenti» ha detto il premier. In tutto 28 processi – aveva ricordato il premier – che hanno dato luogo a 10 assoluzioni, 13 archiviazioni mentre sono 5 i processi ancora in corso. Inoltre «nessuno di questi processi è collegato alla mia attività di governo come presidente del Consiglio».

In realtà, il costo sostenuto dallo Stato potrebbe risultare molto più alto rispetto ai 300 milioni di euro stimato da Silvio. Cui andrebbero aggiunte le spese effettuate per le intercettazioni. In generale sono costate oltre 272 milioni di euro le intercettazioni telefoniche e ambientali nel corso del 2009: sotto controllo 119.553 telefoni e 11.119 ambienti. Questi, almeno, gli ultimi dati del ministero della Giustizia comunicate lo scorso 16 giugno dall'Associazione nazionale magistrati sulle intercettazioni.

L'unico numero che è stato invece ricavato con un ragionamento è quello delle persone intercettate: sono meno di 40mila, cioè lo 0,07 della popolazione italiana; un dato questo che si ottiene dividendo il numero delle utenze sottoposto a controllo per tre, visto che in media ogni persona intercettata utilizza tre o più numeri telefonici. Complessivamente i «bersagli» sono stati 132.384, poco meno dell'anno precedente, quando si erano attestati su 137.086. Rispetto al 2008 però c'è stato un aumento di spesa, visto che allora le intercettazioni erano costate poco più di 233 milioni di euro.

La gran parte della spesa è rappresentata dal noleggio degli apparati per intercettare (computer, server o altro materiale informatico) costato nel 2009 ben 214 milioni di euro. Altri 45 milioni di euro sono stati pagati alle compagnie telefoniche per il noleggio delle linee. Linee che invece in Paesi come la Francia e la Germania vengono fornite a costo zero.

Non solo. Secondo un recente articolo apparso sul Sole24Ore, Il budget dell'Italia per la giustizia, circa 7 miliardi di euro, è il più alto d'Europa. Oltre due terzi degli stanziamenti – più di 5 miliardi – sono assorbiti da capitoli di spesa che hanno a che fare con gli stipendi e più in generale con il costo del lavoro. Intanto, i 7,2 miliardi destinati dall'Italia al comparto giustizia (nel 2006 erano il 7% in più), nel 2010 sono saliti a 7,4 miliardi. Tra il 2011 e il 2013, le previsioni indicate nella legge di stabilità riportano i fondi intorno ai 7 miliardi.



Camillla Conti
17/01/2011







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Io pilota di Tornado abbattuto in Iraq Per l'Italia sono eroe, ma non di guerra»

Il Mattino







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Napoli-rifiuti, un cittadino su due non ha pagato la Tarsu nel 2010

I giudici di Repubblica: sentenza già scritta, il premier andrà in galera

di Stefano Zurlo




I segugi di Ezio Mauro vanno oltre i pm e la Costituzione: fanno il processo sul giornale e calpestano la presunzione d’innocenza



 

Il tribunale speciale di Repubblica si porta avanti: il Cavaliere ha già un piede nella cella. Va bene il processo lampo col rito immediato e il salto dell’udienza preliminare. Ma a Piero Colaprico e Giuseppe D’Avanzo, che firmano una lenzuolata a doppia pagina, non basta. Ruby esige altro. E già dalla titolazione ci informano che su Berlusconi incombe «il rischio del carcere». Addirittura?

Sì, qui siamo già oltre l’inchiesta e siamo anche al di là di quell’antico retaggio costituzionale chiamato presunzione di innocenza. Siamo oltre il processo, oltre l’eventuale sentenza, l’appello e la Cassazione. Siamo alla presunzione di colpevolezza. E non c’è tempo per riflettere su complicate questioni di procedura, sulla competenza o sul fantasma del tribunale dei ministri che aleggia sull’inchiesta di rito ambrosiano.

No, il ragionamento, serrato, è molto semplice: in caso di condanna, Berlusconi andrà dritto in galera. Repubblica ricorda anzitutto che il favoreggiamento della prostituzione è punito con una pena compresa fra i 6 mesi e i 3 anni. Poco? «Qualche sciocco - ammoniscono i due giornalisti - ironizza sull’esiguità della pena, come se la limitatezza della sanzione rendesse trascurabile il reato». E invece no: non è così. «Quello sciocco - prosegue la lenzuolata - ignora che, se dovesse volgere al peggio, non ci possono più essere scappatoie per il capo del governo, perché in questo caso non esiste la discrezionalità dei giudici. Anche se dovesse essere condannato (per dire) a una settimana di reclusione, a due giorni di carcere, nessun cavillo o prodigalità potrebbe impedire che quella settimana, quei due giorni, Silvio Berlusconi li sconti davvero». E così Repubblica scorta Berlusconi direttamente in cella.

Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari aveva parlato nelle scorse settimane di declino, anzi di fine del berlusconismo, di una stagione al tramonto fino a ipotizzare un nuovo 25 aprile con la nascita di Futuro e libertà e l’uscita dei finiani dalla maggioranza. Si preparava, in parlamento e sui giornali, il ribaltone, la sfiducia era data per sicura, si aspettava il rantolo finale del governo. E intanto si lavorava all’uncinetto la soluzione di un esecutivo tecnico, o di solidarietà nazionale o di responsabilità.

Tutto, fuorché guidato da Silvio Berlusconi. Sappiamo che le manovre di palazzo sono fallite, il Cavaliere ha vinto la sfida, anche se di pochissimo, ed è rimasto a Palazzo Chigi.
Un colpo duro per chi aveva già frettolosamente celebrato il funerale del premier. Tutto rinviato, tutto slittato a data da destinarsi, tutto di nuovo in alto mare. Ma ora c’è l’inchiesta su Ruby, l’inchiesta corre veloce e Repubblica corre ancora più veloce dell’indagine. Il grimaldello è l’articolo 4 bis del nuovo ordinamento penitenziario. Eccola, è questa l’arma segreta che chiuderà definitivamente i conti con il Cavaliere.

È incredibile: una settimana fa, preistoria, si attendeva con trepidazione l’esito della sentenza della Consulta: adesso il dibattito si è già spostato sui benefici concessi ai detenuti. I permessi premio, le misure alternative al carcere, addirittura il lavoro all’esterno, come se il Cavaliere fosse un mafioso o un assassino fra i tanti. Manca il pigiama a righe, la catena ai piedi e l’ora d’aria, ma non sempre si può avere tutto subito.


Comunque, l’attesa soluzione politica del fattore B passa per il carcere e per le pieghe dell’ordinamento giudiziario. Che all’articolo 4 bis mette un formidabile sbarramento ad un eventuale trattamento soft; per il reato contestato al premier, il favoreggiamento della prostituzione minorile, si può pensare alla detenzione a casa o all’affidamento in prova solo in un caso: quando i detenuti collaborano con la giustizia.

Siamo, come si vede, dalle parti di una specie di 41 bis preventivo. Carcere sì, ma non all’italiana. Carcere vero. Meglio se a spaccare pietre, come in una colonia penale. Poi, Repubblica ingrana la retromarcia e finalmente torna nel mondo: gli avvocati del premier sanno che il vero pericolo non è la galera, ma la «rovina della sua immagine». Che, ad ogni buon conto, può sempre rivelarsi utile per lo scopo ultimo, la cacciata del presidente del Consiglio da Palazzo Chigi.

E allora, dopo aver vagheggiato qualche fortezza, magari un penitenziario di impianto borbonico su un’isola o austriaco dalle parti del Quadrilatero, Repubblica completa l’accerchiamento, prefigurando quel che accadrà già oggi o domani con l’arrivo delle carte milanesi alla giunta per le autorizzazioni di Montecitorio. Il quotidiano è pronto a impugnare quelle trecento torbide pagine e a scagliarle contro il premier. Per la lapidazione finale.



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Gli amici di Battisti banditi dalle biblioteche E' polemica a Venezia

di Marino Smiderle


Iniziativa dell’assessore alla Cultura della Provincia di Venezia: "Boicottare gli intellettuali che hanno difeso il terrorista"



 
Venezia - Roberto Saviano è salvo. Il suo Gomorra potrà tranquillamente essere distribuito dalle biblioteche della provincia di Venezia. Questo perché un paio di anni fa, con una buona dose di preveggente buon senso, lo scrittore napoletano chiese e ottenne dalla rivista online Carmilla («Letteratura, immaginario e cultura di opposizione») di ritirare la propria firma apparsa, insieme ad altre duemila e passa, in calce a un appello datato 2004 «per la liberazione dello scrittore Cesare Battisti». 

Ed è proprio contro i moltissimi autori (aleno 40) che all'epoca firmarono robe tipo «la vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale», o ancora «ha vissuto povero ed è povero tuttora, nulla lo lega a “terrorismi” di sorta, se non la capacità di meditare su un passato che per lui si è chiuso tanti anni fa», che si è scagliato l'assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, arrivando a lanciare una iniziativa-choc: «Via dagli scaffali delle biblioteche civiche i libri degli intellettuali che difendono questo terrorista».

L'idea di un boicottaggio civile, in realtà, è partita dal Comune di Martellago (Venezia). Qui un consigliere comunale del Pdl, Paride Costa, e un semplice cittadino, Roberto Bovo, hanno sparato la proposta di togliere dalle biblioteche del sistema veneziano i libri scritti da coloro che hanno firmato una simile scemenza. Speranzoni l'ha fatta propria e ora punta a un coinvolgimento regionale.

Il rischio di rispondere a una scemenza con un'altra scemenza è grande. I precedenti di chi voleva bruciare i libri in piazza non è molto incoraggiante. Ma qui in Veneto l'irritazione nei confronti della decisione del Brasile di non estradare l’ex terrorista in Italia, arrivata dopo anni di fastidiosa ipocrisia transalpina, ha fatto arrabbiare parecchia gente. 

Far passare Battisti per «un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto, in una parola, un intellettuale vero» (questo hanno firmato, tra le altre follie, gli autori le cui opere Speranzoni oggi vorrebbe al rogo, pardon, al macero) non è quel che si dice un omaggio ai poliziotti Antonio Santoro e Andrea Campagna, al gioielliere Pierluigi Torregiani, al macellaio Lino Sabbadin, per l'omicidio dei quali Battisti è stato giudicato colpevole dalla giustizia italiana. Giustizia che evidentemente merita elogi e attestati di stima solo se si occupa della vita notturna del premier.

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano - ha dichiarato Speranzoni al Gazzettino - perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali: è necessario un segnale forte dalla politica per condannare il comportamento di questi intellettuali che spalleggiando un terrorista».

Tra questi paladini della giustizia figurano i nomi di Daniel Pennac, Vauro, Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa e Massimo Carlotto. «Speranzon sappia - ha dichiarato quest'ultimo - che ho firmato anche per i Rom, il chee dal suo punto di vista è ancora più grave. E ora che mi accadrà? Una cosa è sicura: anche se dovessi cambiare idea domattina sul caso Battisti, certo non ritirerei mai quella firma. 
Io a questo ricatto non cedo».
 
La deriva di chi si compiace di recitare la parte dell'intellettuale à la page e finisce col difendere assassini indifendibili e l'esasperata boutade di chi reagisce chiedendo di togliere i libri dalle biblioteche civiche, fanno capire che questo resta un paese capace di dividersi anche su un criminale comune condannato per omicidio con sentenza passata in giudicato. Non un gran segnale. Sempre meglio, comunque, di quei paesi che, influenzati anche da deliranti appelli di «uomini di cultura», quel criminale se lo coccolano.





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Qui Dubai Dove l’islam imita gli Usa

di Marcello Veneziani



La competitività ipermoderna del mondo arabo fa più paura del suo feroce arcaismo



 
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Islam contro New York = 11 settembre. Islam + New York = Dubai. Bisogna venirci a Dubai, per capire la capricciosa varietà del mondo. Dubai è davvero la New York del deserto, l’ebbrezza dei grattacieli che colse chi sbarcava nel Novecento nella Grande Mela si è trasferita là. Dubai e la vicina Abu Dhabi sono la New York del terzo millennio. Che aspiri a prenderne il posto lo prova anche il richiamo sinistro ad altre Twin Towers. A Dubai, Burj Al Khalifa, inaugurata da poco, è la torre più alta del mondo, supera gli 800 metri che si percorrono con l’ascensore in meno di un minuto. Una meraviglia dell’uomo, soprattutto di sera, sintesi tra la modernità occidentale e il minareto.

Il razzo di Allah. Lo stesso Dio che arma i terroristi ispira queste magiche imprese da mille e una notte: gli uni distruggono torri, gli altri le edificano in nome dello stesso Allah.

Ma Dubai è una spremuta globale di architetti famosi, capitali e design, Armani in testa. Poi la crisi finanziaria della holding di Dubai di due anni fa; ora però ha ripreso a pulsare, nuovi grappoli di grattacieli stanno sorgendo. Dubai non è il regno del pacchiano, come pensavo insieme a tanti.

A Dubai bisogna venirci per capire che i grattacieli possono ancora farti provare una meraviglia infantile, come le strade, gli hotels, perfino i centri commerciali, e addirittura i giochi delle fontane. Vedi palazzi bellissimi, alcuni splendono di oro, altri metallici, tutti imponenti, con profili di lussuosa bellezza, curve nei cieli attraverso un’esuberanza di sagome. Più le immagini dello sceicco Mohammed, padrone di tutto. 

Vedi la Vela, l’hotel più maestoso e costoso del mondo, vedi «The Mall», un ipermercato grande come cinquanta stadi di calcio, e dentro piste da sci, cascate mirabolanti e un acquario popolato di squali e di pesci piatti, enormi razze che ti guardano come fantasmi dal volto umano, e muovono le labbra come se ti volessero sussurrare qualcosa.

La metro panoramica sfreccia tra i grattacieli e la sopraelevazione non disturba, come a Genova o a Roma, ma s’innesta magnifica nel paesaggio ipermoderno. Vedi le strade di marmo, lucidate come una casa, le spiagge refrigerate, vedi Palm Jumeirah, l’isola artificiale eretta sui rifiuti, a forma di palma con i suoi rami di ville e di hotel che s’irraggiano sul mare, e un treno attraversa il suo tronco, sospeso sull’acqua. Senti di vivere in una Svizzera solare, avverti che qui tutto è frutto dell’uomo, niente era in natura. 

Non c’è paesaggio naturale, oltre il sole e il mare, tutto è costruito dall’uomo. Un sole potente, senza pretesti di nuvole, un cielo sgombro, il Nulla riempito dall’uomo. Ti riconcili con la creatività umana e la modernità spettacolare. Non avverti il kitsch, il fastidio per la finzione che si prova quando vai a Montecarlo o a Porto Cervo. Perché il kitsch è imitazione stucchevole dell’esistente, la caricatura dell’autentico, eccessiva e leccata. Qui no, perché il tutto sorge dal nulla, spunta dal deserto, che non è punto d’arrivo come nelle società nichiliste, ma è punto di partenza.

Chi dice che l’unico modo per sconfiggere il fanatismo islamico è corromperlo con i consumi e i costumi dell’Occidente, non ha previsto la variabile Dubai, dove l’ipermodernità, l’ipermercato, l’iperconsumo coabitano con la visione araba e sultanesca di lussi e lussurie, da paradiso d’Allah. Il lago artificiale che si stende sotto la Torre e offre ogni pochi minuti uno spettacolo eccezionale di fontane danzanti con le luci, i fuochi che spuntano dall’acqua e la musica che le accompagna, è una gigantesca Alhambra ultramoderna. 

Il principio femminile è rappresentato dall’acqua che danza in zampilli come odalische, e il principio maschile è rappresentato dal fuoco che fiammeggia sull’acqua e penetra tra le fontane flessuose al ritmo della musica. A Dubai non ci volevo venire, convinto che l’ipermodernità può essere usata ma non ammirata. Si ammira la bellezza della natura o dell’arte, i capolavori della tradizione, non i monumenti al futuro. Ma mi sono ricreduto. Pensavo di vedere paesaggi disumani e invece ritrovo il trionfo dell’ingegno umano, la potenza creativa che, mediante la ricchezza degli emiri venuta dal nulla, petrolio e finanza, trasforma il deserto in civiltà.




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Il Secolo incorona i "nuovi" leader: i super riciclati Granfranco e Nichi

di Massimo Malpica



Il foglio della Perina li dipinge comer protagonisti del futuro, ma occupano poltrone da decenni. L'ex capo di An e il governatore Vendola hanno in comune l'essere stati "graziati" dai pm



 

Roma

Il new deal della politica nostrana? Ha già i suoi paladini, rivela l’edizione domenicale del Secolo d’Italia, sparando in prima pagina i faccioni di Fini e Vendola, con un titolo eloquente: «Gianfranco, Nichi e la politica nuova: galeotto fu il libro». Galeotta però è anche la testata, perché un secolo, inteso non come quotidiano ma come periodo di tempo, non basta nemmeno a contar gli anni del presidente della Camera (59) e del governatore pugliese (52).

Non proprio ragazzini, e neppure di primo pelo nel Palazzo del potere. I due golden boy che, secondo il quotidiano diretto da Flavia Perina, sono la coppia predestinata a cambiare gli scenari della politica italiana, non sono esattamente saltati fuori dal nulla. Solo per restare allo sbarco in Parlamento, Fini si è seduto la prima volta tra i banchi dei missini a Montecitorio nel 1983, 28 anni fa, quando al posto che lui ora occupa c’era Nilde Iotti.

Ma la sua carriera politica ha radici ben più profonde delle «appena» otto legislature che lo hanno visto deputato, visto che la militanza del presidente della Camera risale, per sua stessa ammissione, al 1968. Fascista, missino, postfascista. E, infine, anche se il Secolo ora lo vede come uomo guida di un «progetto» per «riportare la politica (...) fuori dal teatrino personale in cui si è ingolfata da quasi due decenni», finiano.

Una svolta, l’ultima, condotta con spregiudicatezza dallo scranno «super partes» di presidente della Camera, ma squisitamente politica quanto personalistica: prima con la spaccatura interna al Pdl, poi con la nascita dei gruppi di Fli, prossimamente con la fondazione del nuovo partito che concluderà il dietrofront cominciato dopo aver sciolto An nel partito unico del centrodestra. La parabola dell’ex delfino di Almirante è lunga e costellata di momenti alti e bassi e di mutamenti di linea e di pensiero, tra i peana per Mussolini «più grande statista del secolo» al fascismo «male assoluto». Ma non è nuova.

In questo, in effetti, il parallelo con Nichi Vendola regge. L’enfant prodige della sinistra da tempo non è più in fasce: il governatore pugliese era nel comitato centrale del Pci 21 anni fa, e cinque anni prima era stato vicepresidente della Fgci. Eretico, certo, ma anche uomo d’apparato, Vendola annovera nel curriculum quattro legislature come deputato, ed è stato tra i fondatori di Rifondazione comunista prima e di SeL poi. Dal 2005 governa la regione Puglia.

Promosso sul campo vincendo le primarie del Pd, la sua prima esperienza è stata segnata dai disastri nella sanità regionale. Una voragine nei conti, ma anche le inchieste giudiziarie che hanno scoperchiato un sistema poco immacolato, radicato secondo gli inquirenti ben dentro la macchina amministrativa della Regione. A farne le spese per primo l’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, accettato da Nichi, e dallo stesso difeso pubblicamente quando l’opposizione in consiglio ne rimarcò il clamoroso conflitto d’interessi (i figli lavorano nel settore delle protesi sanitarie come fornitori) e poi, all’inizio del 2009, indagato e costretto a lasciare la giunta. Storia replicata quando a finire coinvolto dall’inchiesta fu il vice di Nichi, Sandro Frisullo, indagato e poi arrestato per associazione per delinquere e turbativa d’asta. Lo stesso Vendola, per alcune nomine di primari, è finito indagato per tentata concussione, cosa che non gli ha impedito di confermarsi alla guida della Regione. Da qui ora lavora per il grande salto.

La magagna giudiziaria è l’ultimo parallelo con Fini, indagato per truffa aggravata per l’affaire immobiliare monegasco. Ma per entrambi la procura ha già chiesto l’archiviazione. Se sono il nuovo che avanza, non saranno le toghe a fermarli.



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