martedì 18 gennaio 2011

I Chigi "salvano" l'ospedale

Il Tempo


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Ariccia: no al cambio di destinazione altrimenti torna ai Principi. L'atto di donazione del 1912 vincola la struttura a curare bimbi rachitici e deformi.


sanità

Un atto notarile di novantanove anni fa potrebbe cambiare le sorti dell'ospedale Spolverini di Ariccia. Facendolo tornare nelle mani dei donatori, all'epoca proprietari, i principi Chigi. È Teresa Fani, presidente del neocomitato «lo Scudo» per la difesa della salute dei cittadini dei Castelli a rendere noto il documento che, a suo dire, potrebbe addirittura rimescolare le carte. L'asso nella manica è saltato fuori col cambio di destinazione della struttura disposto dal piano di riordino della Regione, nonché dagli intenti paventati dal primo cittadino di Ariccia Emilio Cianfanelli da quando il distretto sanitario della Asl Rm H ha ceduto, nell'agosto del 2007, in permuta al Comune di Ariccia la piena proprietà dell'ospedale.

I principi Chigi nel 1912 sottoscrissero la donazione all'ente Istituto chirurgico ortopedico per la cura dei bambini deformi e rachitici, l'area di loro proprietà, di 16.518 metri quadrati, sulla quale è stato costruito l'ospedale appartenente all'Istituto stesso. Una donazione vincolata però. Si legge nell'atto: «Sottoposta a condizione sospensiva e risolutiva a che l'Istituto non sia mai destinato ad altro scopo all'infuori della cura dei bambini rachitici e deformi». «L'ospedale, dunque – spiega Fani - al quale sono stati ridotti i ricoveri in day hospital da trenta a tre, e in degenza da cinquanta a venticinque posti letto, e che in un anno ha perso circa 100 ricoveri di bambini affetti da neuropatia motorio-sensitiva ereditaria, a questo punto dovrebbe tornare ai Chigi». A gran voce il Comitato chiede, dunque, che venga rispettata la volontà dei donatori, e che la mission dell'ospedale, congestionato da senologia e oncologia, torni ad essere quella della cura della riabilitazione dei bambini e dei malati con disabilità fisiche. «Adesso siamo cresciuti – dice Marina Garcea, del Comitato – e nessuno cura più noi e i nostri figli, rivogliamo indietro il centro di riferimento per la nostra malattia».

Maria Chiara Rai

18/01/2011



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Londra e le torture nel Bangladesh

La Stampa




Per combattere il terrorismo il governo britannico ha collaborato a lungo con Dacca, dove la violenza per fare parlare i presunti colpevoli era quotidiana. L'incubo della prigione di Uttara. Botte, elettoshock e spalle bucate con il trapano. Lentamente. Anche a cittadini inglesi

Li torturavano. E gli inglesi lo sapevano. Al governo c’erano Tony Blair prima e Gordon Brown poi, i laburisti insomma, e l’obiettivo era quello di combattere il terrorismo, di prevenire attacchi sul territorio britannico. Per questo con l’inizio del nuovo millennio Londra aveva stretto un patto di reciproca collaborazione con il Bangladesh, Paese considerato decisivo sullo scacchiere della follia. Il senso era banale: scambiamoci informazioni sensibili. In che modo? Ognuno usava il proprio. Nella Repubblica Popolare asiatica, ad esempio, affidavano il lavoro al Rapid Action Battalion, unità paramilitare di pochi scrupoli e molti risultati. Chiunque fosse sospettato di fare parte di un gruppo combattente veniva trascinato all’interno del famigerato Tfi (Task Force of Interrogation) di Uttara, un palazzone cupo circondato da guardie armate e filo spinato, dove la pietà non era considerata una norma di relazione decisiva. Una specie di mattatoio dove il passaporto non garantiva nessuna forma di salvaguardia. Nove celle soffocanti, dove non tutti sono usciti vivi.

Quanti cittadini inglesi sono stati pestati e umiliati tra quelle mura? I casi accertati sono almeno tre secondo una inchiesta del «Guardian», quelli sotto osservazione almeno una dozzina. Violenze feroci. Di cui i ministri degli esteri Jacqui Smith, Alan Johnson e David Miliband, avrebbero potuto essere a conoscenza. Nessuno dei tre ha voluto dare una risposta alle domande dirette del quotidiano. Silenzio assoluto. Solo l’ufficio stampa di David Miliband ha fatto sapere che per l’ex pupillo di Hillary Clinton «la tortura è da condannare in tutte le sue forme».

Poche settimane prima di un viaggio della Smith a Dacca, al ministero degli esteri britannico viene consegnato un dossier di Uman Right Watch che racconta dettagliatamente come si svolgono gli interrogatori a Uttara. «I prigionieri vengono lasciati in piedi per sei giorni consecutivi, con le mani legate a una sbarra sopra la testa. Vengono picchiati e torturati con l’elettroshock». E’ un documento identico a quello prodotto pochi mesi prima dallo stesso dipartimento della Smith. «Li fanno parlare con la violenza. Fanno così con tutti. Anche con i cittadini inglesi». La Smith tace. I servizi segreti inglesi, l’MI5 e l’MI6, hanno procedure diverse. Prima di muoversi chiedono. Hanno bisogno dell’autorizzazione per tutto. Se il governo non dice di sì loro non si muovono. Ma se loro sanno il governo sa e il flusso di informazioni è biunivoco e continuo.

In Bangladesh Faisal Mostafa, cittadino inglese di Manchester, viene detenuto circa per un anno senza imputazioni precise. Picchiato, umiliato, segregato. Una volta rientrato in Patria racconterà di essere stato legato ad una sedia. Gli occhi bendati. «Mi hanno bucato la spalla destra e un’anca con un trapano». Lentamente. I referti medici confermano la ricostruzione. Un destino simile toccherà anche a Gulam Mustafa di Birmingham e Jamil Raham di Swansea. Danni collaterali? Vite di serie B? Adesso lo scandalo è esploso. E il governo se ne occuperà. Matiur Rahman, vicecomandante del Rapid Action Battalion, dice che «gli inglesi erano interessati ad avere notizie. Il massimo delle notizie. Volevano sapere se questi uomini erano legati a dei network internazionali». Hanno fatto di tutto per accontentarli.





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L'etichetta d'origine ora è legge

Afghanistan, morto militare italiano: colpito da un terrorista con la divisa

Ruby al telefono: «Cinque milioni per tacere, il premier ha accettato»

Il Mattino


Le accuse e le contraddizioni della ragazza nelle carte
dei pm di Milano inviate alla Camera: dal premier a 16 anni











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Regole milanesi: quando il gatto litiga con il cane finisce giù dai bus

di Domizia Carafoli


Secondo la normativa di viaggio della società dei trasporti, in caso di attriti tra i due, a dover scendere è sempre il felino (col suo proprietario)



 

Questa notizia arriva da Plymouth, Devonshire, Inghilterra. Ogni giorno il mio collega Casper, gatto bianco e nero di 12 anni, sale sull'autobus numero 3 che alle 10,55 di ogni mattina ferma davanti a casa sua. Rimane a bordo per tutti i 18 chilometri del percorso prima che l'autobus ripassi davanti a casa sua un'ora dopo. Sono almeno tre anni che Casper si fa questo viaggetto e ormai i conducenti della compagnia di trasporti «First Bus» lo conoscono, gli dicono «Hi Casper» e lo tengono d'occhio, casomai si scordasse di scendere alla fermata giusta.

Ma è improbabile che Casper si sbagli. Noi gatti abbiamo una memoria portentosa. Quindi ogni mattina a mezzogiorno il conducente gli dice «Bye Bye Caspy» e aspetta che scenda con gli altri viaggiatori. Ora io, gatto milanese, di fronte a notizie di questo genere mi lecco irritato la coda. A me su un mezzo dell'Atm, azienda dei trasporti milanesi, non mi ci farebbero mai salire, così, da solo. Nemmeno sul «Nuovo Sirietto» che è modernissimo ma strettino e quando ci salgono le mamme sudamericane con i passeggini dei pargoli grandi come portaerei, bloccano tutta la vettura. Ha voglia il conducente a dire «Guardi signora che per salire deve chiudere il passeggino», loro niente.

Io invece, gatto di modesta corporatura, posso salire sul tram o sull'autobus solo se il mio padrone mi schiaffa in una striminzita gabbietta di 50 centimetri per 30. Il mio padrone è obbligato a pagare il biglietto anche per me ma questo non mi garantisce il diritto a viaggiare in santa pace. Se infatti sale sul tram un altro padrone con il cane, io in teoria dovrei smammare. O per lo meno: devo farlo se il cane non sopporta la mia presenza e incomincia a ringhiare e abbaiare. Allora non ci sono santi: secondo il regolamento dell'Atm io e il mio padrone dobbiamo «occupare un altro posto, cambiare vettura o al limite abbandonare il mezzo o la stazione».
Il cane invece rimane a bordo, anche se è un botolo ringhioso e insolente. Questa è discriminazione bella e buona, anzi razzismo animale. Un cosa incivile che ricorda i tempi bui in cui in negli Stati Uniti, se un bianco saliva sull'autobus, il negro doveva cedergli il posto. Finché un giorno una donna di colore, stanca morta,si rifiutò di alzarsi e la cosa finì. Era ora.

Ed è ora di far cessare certe discriminazioni anche in Italia. Lei che ne dice, ministro Brambilla? Pensi che un passeggero può salire su un mezzo dell'Atm portandosi gratuitamente in spalla il fucile da caccia e io invece pago e non sono nemmeno garantito. Che cosa dice? Che il fucile deve essere scarico? Ah, be’, meno male. Però non mi sembra carino nei nostri confronti viaggiare esibendo un fucile da caccia.
Comunque l'Atm sugli animali è molto precisa. Consente infatti che viaggino gratuitamente sui mezzi pubblici pulcini e pesci (accompagnati suppongo) ma in numero non superiore a due.

Che non venisse mai in mente a qualche originale di viaggiare sull'autobus con un pollaio o con un acquario! Comunque, se il cane ringhia alla vista del pulcino, chi deve scendere? Il cane o il pulcino? Questo il regolamento dell'Atm non lo specifica. Si preoccupa solo che noi gatti non diamo fastidio ai cani. Noi siamo animali di seconda categoria. Questo è ingiusto, discriminatorio e perfino anticostituzionale. Ministro Brambilla, aspetto il suo parere.





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Berlusconi dietro le stragi del '93»

Corriere della sera


L'accusa del pentito Ciramitaro al processo di Firenze: «Me lo disse Francesco Giuliano»



FIRENZE - «Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti», per le stragi del 1993 «e in un'altra occasione mi fece il nome di Berlusconi». Lo ha detto il pentito Giovanni Ciaramitaro, deponendo a Firenze al processo sulle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano che vede imputato Francesco Tagliavia.

LE LEGGI SPECIALI - «La ragione delle stragi - ha aggiunto - era l'abolizione del 41 bis, l'abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C'erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d'arte». In un'altra circostanza, durante una latitanza, «chiesi a Giuliano - ha detto Ciaramitaro - perchè dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi».

INDICAZIONI DI VOTO - «Da quando avevo 20 anni - ha detto ancora Ciaramitaro - mi hanno sempre detto cosa dovevo votare politicamente, io e tutti gli altri. Nel '94, quando ci sono state le elezioni in Sicilia, abbiamo votato tutti per Berlusconi, perchè Berlusconi ci doveva aiutare, doveva far levare il 41 bis». Ciaramitaro ha detto che poi parlò con Bagarella, che «dopo l'arresto di Riina, secondo me, era il numero uno di cosa nostra». «Berlusconi ci doveva aiutare - ha spiegato - doveva far levare il 41 bis, cosa che in quel periodo non è successa. Io mi sono lamentato con Bagarella personalmente, dicendogli che là» (nelle carceri) «ci stanno ammazzando a tutti. Perchè ancora non ha fatto niente? Lui mi ha risposto in siciliano: in questo momento lascialo stare perchè non può fare niente. Mi ha fatto capire che c'erano altri politici che gli giravano attorno, nel senso di vedere quello che lui faceva, e quindi lui non si poteva esporre più di tanto. Comunque appena c'è la possibilità lui ci aiuterà. Questo è stato il dialogo che io ho avuto con Bagarella».

(Fonte: Ansa)

18 gennaio 2011



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La Lega: "Per Battisti dovevamo fare come gli israeliani con Eichmann"

Quotidiano.net


Cosi’ il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni, in aula, nella dichiarazione di voto sulla mozione unitaria per l’estradizione di Cesare Battisti. Nel 1960 il mossad andò in Argentina ctturò il nazista e lo riportò a Gerusalemme



Roma, 18 gennaio 2011 - La Lega propone una soluzione poco 'politica': “Forse bisognava fare come gli israeliani nel 1960, quando andarono in Argentina, impacchettarono Eichmann e se lo portarono a Gerusalemme. E’ un paradosso, ma non piu’ di tanto”.

Cosi’ il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni, in aula, nella dichiarazione di voto sulla mozione unitaria per l’estradizione di Cesare Battisti, ricordando il criminale nazista che alla fine del conflitto mondiale si rifugio’ in Sud America. Qui fu individuato e raggiunto dal Mossad che lo rapi’ e lo porto’ in Israele dove fu processato e condannato a morte.





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Fiat, Cgil: l’Italia che perde e va dal giudice

di Giuseppe De Filippi


La svolta di Mirafiori: il sindacato sconfitto al referendum su Mirafiori vuole impugnare la consultazione. È un eterno vizio nazionale: tentare il ribaltone contro qualsiasi verdetto. Dalla politica all’economia.



 
Perdere si può anche perdere. E (se non ci si fa troppo l’abitudine) può essere un’esperienza utile e anche dignitosissima. L’importante è non perdere male. Ci permettiamo di ricordare alla Cgil questa regoletta, alla base delle relazioni sociali e anche personali, nei Paesi in cui vige la competizione, e quindi ormai da estendere a tutto il mondo aperto alla concorrenza internazionale. Il bad loser, chi non sa perdere, è il modello del reietto, di chi si pone fuori dalla convivenza civile. 

A Mirafiori si poteva anche combattere una sfida antiquata e senza speranze. E sappiamo quanto la segreteria generale del sindacato abbia tentato di evitare di imbarcarsi nel duello voluto dalla Fiom. Ma, una volta cominciata la partita, la sconfitta, prevista, inevitabile, poteva comunque avere una sua funzione. Poteva essere il punto di partenza per rifondare un pezzo di rappresentanza sindacale. E invece niente da fare. Non si discute, non ci si confronta, non si ragiona e via con la scorciatoia, via col ricorso alla magistratura.

Un malcostume italiano che non trova certo la Cgil isolata. Anzi: è un comportamento sempre più diffuso quello di ricorrere a un terzo, a un «giudice», una volta che si è persa la gara. Si pensi ai risorsi sugli esiti elettorali; o a quelli su decisioni aziendali, pubbliche o private; o alle impugnazioni delle gare d’appalto. Come se qualunque risultato non fosse mai garantito da uno svolgimento regolare della partita, qualunque essa sia. Mentre c’è sempre a disposizione un «terzo tempo» per correggere le cose.

Nel caso specifico, Cgil pensa alla Consulta, da investire sulla legittimità costituzionale dell’accordo di Mirafiori nel suo complesso e particolarmente delle parti che riguardano il patto sulle regole per gli scioperi futuri. Basta la minaccia di questa mossa per spegnere il cervello (politico, s’intende). Viene accantonata la prospettiva di rinascita attraverso il lavoro, faticoso, di riflessione su una strategia che ha portato a essere posti in minoranza e scaricati anche da gran parte dei tradizionali referenti politici, e la parola passa agli avvocati. Si è visto (ampiamente) nella lotta politica come funziona questo effetto narcotizzante: si smette di pensare e piano piano si perde il controllo anche delle proprie organizzazioni. 

Nelle relazioni industriali sarebbe ancora più distruttivo. Tra aziende e sindacati, anche se ciò dà fastidio a certi ideologi, il confronto ha il vincolo della concretezza: oltre certi limiti non si può rinviare, non fare, mediare. Gli accordi servono per dare un riferimento agli investimenti. Mentre è devastante la sola minaccia di un ricorso contro un accordo firmato da un'ampia rappresentanza sindacale e poi sanzionato anche da un referendum in fabbrica. Per fare in parte la figura di chi non sa perdere era già bastata la noiosissima radiografia del voto, andando a cercare la provenienza dei sì e dei no, come se i voti si pesassero e non si contassero. Ed era bastata anche la stucchevole e offensiva distinzione tra lavoratore e lavoratore. Arrivare anche al ricorso alla magistratura sarebbe la sanzione definitiva di questa serie di errori.

Le partite, insomma, devono finire, altrimenti non si passa mai al torneo successivo. I tifosi possono anche arrabbiarsi, ma conviene anche a loro che le partite finiscano. Altrimenti, ricorso dopo ricorso, le squadre non cambiano mai. Un po' come non cambiano mai i conduttori televisivi, eternamente reintegrati dai magistrati. Alla Cgil potremmo suggerire un po’ di senso dell’umorismo e ricordare che, guarda caso, la stessa famiglia proprietaria della Fiat è scivolata nella tentazione del ricorso chiamando in causa la magistratura per rimettere in discussione un paio di scudetti del passato. E che gusto c'è a vincere in un'aula di tribunale un campionato già archiviato? Ecco, lo stesso gusto che ci sarebbe a fermare un investimento già programmato.




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Fede si tenne una parte del prestito a Mora

Corriere della sera


I pm: accordo all'insaputa del premier



Emilio Fede, direttore del Tg4
Emilio Fede, direttore del Tg4
MILANO - Che i pm sospettassero finanziamenti ingenti del premier Silvio Berlusconi all'impresario tv Lele Mora (accusato di reclutare prostitute per le sue feste) tramite l'amministratore del «portafoglio» personale del premier, Giuseppe Spinelli, si era intuito venerdì dalla richiesta di perquisire l'ufficio di Spinelli, subito elevato al rango di spazio immune perché «pertinente» alla segreteria politica del presidente del Consiglio. Domenica Berlusconi stesso, nel videomessaggio, aveva ammesso di aver aiutato «l'amico Mora» con «un prestito». Ma ora, dalle intercettazioni sui telefoni dei due indagati per favoreggiamento della prostituzione, sembra di capire che a caldeggiare a Berlusconi la richiesta di Mora di ricevere circa 1 milione e 200 mila euro sia stato il direttore del Tg4 Emilio Fede, che con Mora avrebbe concordato di trattenere per sé 400.000 euro. All'insaputa di Berlusconi.

Il 22 agosto 2010, alle 18.22, Fede e Mora (che è in grossa difficoltà economiche dopo il fallimento da 17 milioni di euro della sua Lm Management costatogli un'inchiesta per bancarotta) cominciano a immaginare cosa dire al Cavaliere. Fede: «Lele, studiamo insieme... Gli dico: "Senti, ho visto Lele, non sta bene ed è preoccupato, forse credo che una mano bisognerebbe dargliela, hai fatto tanto bene a tanta gente, lui poi se lo merita più degli altri"». Mora raccomanda a Fede di assicurare al premier che «poi lui metterà in vendita due o tre cose e saprà come ritornare indietro tutto... Tanto poi campa cavallo che l'erba cresce...».

Ma c'è da superare l'iniziale ostracismo di Spinelli e di un «avvocato della m... che ha detto "ah perché poi se viene fuori che lui eh... procurava programmi eccetera"». Allora Fede sceneggia con Mora il discorso a Berlusconi: «Gli dico: "Guarda, quest'uomo (Mora, ndr) c'ha dato tutto ed è quello che c'ha dato soprattutto la riservatezza... Capisco la prudenza e tutto, ma io ti dico solo questo: che lui sarà al Creatore anche fisicamente oltre che... perché lui rischia la bancarotta... allora diventa peggio il problema"». A Berlusconi, Fede stabilisce con Mora che chiederà «uno e due, di cui 100 (Mora, ndr) li da a me in due rate che ho prestato 50 e 50", capito?».

Mora: «Certo».
Fede: «Vuol dire che possono diventare uno e mezzo: io ne prendo quattro e tu otto, va bene?».
Mora: «Benissimo, meraviglia, meraviglia, bravo direttore, bravo».
Fede: «Ecco, allora, adesso la cosa è avviata. Eh, dimmi che sono bravo e sono un amico»
Mora: «No bravo, di più».
Il 30 agosto, da una telefonata tra Spinelli e Mora, si capisce che qualche soldo in anticipo già gira. Spinelli: «Scusi eh se la disturbo, è una domanda eh, la mia... eventualmente, se facessimo dei circolari le andrebbero bene oppure...?».
Mora: «Benissimo anche quelli».
Spinelli: «Ecco, allora mi facilita forse, allora tento quella strada lì, eh, dei circolari...?» (assegni).
Mora: «Va benissimo, grazie ragioniere».
E il 2 settembre, a ruota, è contento anche Fede: «Son contanti, no?».
Mora: «No, no, cir... circolari».
Fede: «Senti, casomai la mattina io fossi... posso mandarti uno... busta chiusa a ritirare?».
Mora: «Si! Anche alle 11.00».
Fede: «Eh! Mi fai un regalo, un regalissimo!».
Spinelli, risulta il 27 settembre, ha una sola preoccupazione: e cioè che, quando Mora deve andare ad Arcore, non si faccia vedere troppo. Spinelli: «Per evitare e dare, non ho certo bisogno di spiegare a lei, ma è uno scrupolo che io ho adesso, dato che potrebbe incuriosire qualcuno che può essere lì fuori, capito?, anche se non so, forse non c'è nessuno, anziché entrare nel cortile principale...».
Mora: «...entro da dietro».
Spinelli: «Ecco, ecco, sì ecco».
Mora: «Dalle cucine, va bene».
Spinelli: «Se poi mi chiama...così le vengo incontro io intanto».

Luigi Ferrarella
18 gennaio 2011



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Legalità e pettegolezzi: le telefonate sono prove? Allora arrestateci tutti...

di Mario Giordano


Boccassini & Co. usano il metodo Woodcock e spiano dal buco della serratura dei colloqui privati. Chi di noi al cellulare non s’è mai vantato di cose inesistenti?



 

«Non puoi immaginare quello che avveniva là». Pare di sentirla la ragazzotta che al telefono si vanta con l’amica per la serata speciale appena trascorsa. Sei stata al ristoran­te? Macché. In discoteca? Me­glio. A una festa? Di più. E dove sei stata, allora? Dal premier Berlusconi. Ci devo credere? Ti giuro. Berlusconi in perso­na? In persona. Già normal­mente, per dire, quelle fanciul­le sono del tipo che se passano sotto un albero hanno attraver­sato la foresta amazzonica e se salgono su un dosso è come se avessero scalato l’Himalaya,fi­gurarsi che cosa succede se vengono invitate a cena ad Ar­core. Come minimo racconta­no di essere entrate nel castel­lo da mille e una notte. La fanta­sia non ha freni, pur di farsi bel­le con le amiche giurerebbero di aver avuto rapporti ravvici­nati anche con Aladin e il ge­nio della lampada.
Se telefonando, come in una canzone di Mina. In fondo il problema è tutto qui: da quan­to si è appreso buona parte del­le prove in mano ai magistrati del bunga bunga si basano su intercettazioni di chiacchiera­te telefoniche fra svolazzanti fanciulle: «Ho chiesto 5 milio­ni di euro», «Un puttanaio», «Ma tu non sai, cara mia...». «Io sono più importante di quella», «Silvio mi chiama tut­ti i giorni»... Ma quali prove ci sono che quelle ragazze non la stiano sparando grossa, come si usa, per epater le bourgeois che c’è in ognuno di noi? Leg­gendo gli atti, in effetti, viene un dubbio: che succederebbe se si prendessero per vere tut­te le dichiarazioni che si fanno al telefono con gli amici? Co­me minimo ci sarebbero mi­gliaia di italiani che hanno fat­to l’amore con la Bellucci, nes­suno che fa cilecca a letto e mi­lioni capaci di far a Rocco Sif­fredi la figura di un sottodota­to. 
Se telefonando, appunto. Chiamatelo «metodo Tim-Vo­dafone ». O anche, se preferite, «metodo Woodcock». In effet­ti il pm di Potenza si divertì un sacco a diffondere le chiacchie­re telefoniche del principe che sognava di sodomizzare le bambine («urlando»), di spac­care il naso a Lucia Annunzia­ta, di «pulirsi il culo» con il ma­nifesto mentre insultava i car­dinali e diceva «i sardi puzza­no e s’inchiappettano le ca­pre ». Reati contestati? Tanti. Reati provati? Nessuno. «As­solto per non aver commesso il fatto». Come diceva la vec­chia regola del giornalismo? Separare i fatti dalle opinioni. Ecco, per evitare certi inconve­nienti basterebbe che i magi­strati imparassero a separare i fatti dalle telefonate. Le due co­se non sempre coincidono. An­zi, quasi mai. 
Volete una prova? Ripensa­te per un attimo alle telefonate che avete fatto negli ultimi tre mesi. Siete sicuri di non essere imputabili di tentata corruzio­ne ( «Darei un miliardo per ave­re subito quel documento dal­­l’Inps... »)? O di tentato stupro («Quando si veste così le salte­rei addosso...»)? Siete sicuri di non aver millantato rapporti sessuali con una collega che a malapena vi ha sorriso alla macchinetta del caffè? Siete si­curi di non esservi vantati per un premio in denaro che non avete mai ricevuto? Gli italia­ni, si sa, sono un popolo di eroi, santi, poeti, navigatori e sbruffoni. Ma se ogni sbruffo­nata fosse realtà, beh, allora considerando quel che raccon­tano i pescatori, nei fiumi non ci sarebbe nemmeno più una trota. 
Ad ascoltare le telefonate, in effetti, siamo tutti fenomeni. I tre o quattro sfigati della cricca avrebbero già cambiato il vol­to dell’Italia e governato le sen­tenze. I segugi del Giornale avrebbero invaso Mantova. E Berlusconi sarebbe stato fatto santo in Calabria, come dice­va in un’intercettazione Ago­stino Saccà, rischiando oltre che l’incriminazione pure la Santa Inquisizione. Al telefo­no, si sa, tutti fanno gli sboro­ni, tutti sono un po’ spacconi. Di presunti reati se ne commet­tono un casino. Soprattutto, però, il reato di falsità. Al telefo­no con il collega tutti i capi so­no stronzi, in compenso al tele­fono con il capo tutti i colleghi sono stronzi. E gli autori? Han­no scritto tutti libri bellissimi. E i musicisti? Hanno fatto tutti dischi splendidi. Ricordate il produttore De Angelis (caso Saccà) quando parla di Berlu­sconi? «Le sue canzoni, presi­dente, sono belle. Prendono. Sono toccanti». Manca poco che si metta a piangere in diret­ta Telecom. Ma io me l’imma­gino­appena messo giù il telefo­no che fa una pernacchia, deci­so piuttosto che sentir quel di­sco ad accettare due ore di mar­tello pneumatico in stereofo­nia. 
Che ci volete fare? È così: al telefono non siamo mai since­ri. Siamo sempre sbrigativi. A volte volutamente cinici, co­me quelli che ridevano sul ter­remoto, a volte un po’ cazzoni. Quando parliamo al telefono siamo i migliori allenatori del­la Nazionale, i migliori giocato­ri di golf, i piloti d’auto più spe­ricolati d’Italia. Ognuno ha la sua piccola vanteria, il suo an­golo del gradasso, il suo picco­lo palcoscenico personale. Adesso, per esempio, io fini­sco l’articolo e chiamo la reda­zione del Giornale : «Se mi ta­gliate una riga vengo lì e vi strozzo». Speriamo non senta la Boccassini. Il tentato omici­dio, altrimenti, non me lo to­glie nessuno.  




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L'ex legale di Ruby: "I 5 milioni dal Cav? Sono solo fantasie"

di Enrico Lagattolla



L'ex legale di Ruby, Luca Giuliante, rivela: "La ragazza parla di soldi? Una battuta o un desisderio". Poi spiega: "Ha solo 18 anni, denuncia i limiti della sua età"



 

Milano - Una risata. L’avvocato Luca Giuliante, fino a qualche mese fa, era il legale di Karima El Mahroug. È stato lui a seguire le pratiche per l’affidamento della ragazza, prima che la bufera scoppiasse. Nell’intercettazione del 28 ottobre 2010 riportata nell’invito a comparire per Silvio Berlusconi, Ruby dice che «con il mio avvocato gli abbiamo chiesto (al Cavaliere, ndr) 5 milioni in cambio del fatto che io passo per pazza, che racconto solo cazzate». Ecco, all’epoca di quella conversazione l’avvocato di cui parla la giovane marocchina era ancora Giuliante. E per questo, ora, ride.
Avvocato, cosa pensa di questa telefonata?
«Dev’essere la proiezione di un desiderio elaborato dalla sua fantasia. Anch’io, quando gioco al Superenalotto, mi immagino come sarebbe vincere certe cifre».
Ha mai fatto da intermediario tra Ruby e Berlusconi?
«Ma figuriamoci».
È così impossibile?
«Al massimo poteva chiedere un favore a me, ma certo non chiedere di averne attraverso me».
In un’altra telefonata (è il 26 ottobre), Ruby racconta che lei le avrebbe spiegato dell’urgenza di «trovare una soluzione, perché tu eri minorenne, e adesso siamo tutti preoccupatissimi».
«Ma dai! Per quel che ne so, non c’era e non c’è alcun motivo per essere preoccupati».
Intercettazione del 26 ottobre. Berlusconi, secondo le parole della ragazza, le avrebbe fatto questa proposta: «Dille (a Ruby, ndr) che pagherò il prezzo che lei vuole...».
«(Giuliante ride ancora). Io e il presidente del Consiglio a parlare di una cosa simile? Ripeto, Ruby attraverso me non poteva chiedere favori a nessuno, né cinque o 50 euro che fossero, tantomeno cifre che non riesco neanche a immaginare».
Perché allora ha detto quelle cose?
«Non ne ho davvero idea. Quello che posso pensare - e sia chiaro lo dico in modo benevolo, vista l’amicizia che ci lega - è che Ruby è una ragazza di appena 18 anni che vive in un mondo senza punti di riferimento, incluso il valore delle parole. Le sue dovevano essere solo delle battute».
Altra telefonata del 26 ottobre. Parla Ruby. «Io frequento casa sua (di Berlusconi, ndr) da quando c’avevo 16 anni».
«Tendo ad escluderlo. Da quanto ne so, Ruby è arrivata a Milano nel dicembre del 2009, e credo che prima di allora non abbia mai frequentato la casa del premier».
Però ad Arcore c’è andata.
«Non so quando e quante volte sia stata a villa San Martino. Ma non mi sorprende che si potesse credere che fosse una 24enne».
Che idea si è fatto della ragazza?
«Dopo averla assistita, abbiamo maturato un rapporto di affetto e amicizia. Ma è chiaro che denuncia tutti i limiti della sua giovane età. E ora è vittima di una vicenda più grande di lei».
Sarà pure giovane, ma non sembra affatto ingenua.
«Il suo è più che altro un atteggiamento. È una 18enne che non ha avuto una vita facile, ed è stata costretta a crescere rapidamente. Ma conoscendola, la sostanza è un’altra. E cioè che è e resta una ragazza di 18 anni».
Per quale ragione ha lasciato la sua difesa?
«Gliel’ho scritto in una lettera a fine ottobre. Sui giornali stavano uscendo le prime notizie riguardo al fascicolo aperto dalla procura di Milano. E io, in altri procedimenti, sono stato il legale anche di Lele Mora (sotto inchiesta in questa indagine, ndr). Era opportuno un passo indietro».





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I verbali dell'inchiesta La macelleria dei pm: teorema senza prove

di Redazione



Macché inchiesta blindata: nelle 389 pagine d’invito a comparire al premier manca qualsiasi evidenza di rapporti sessuali con la minorenne marocchina. Il Cav messo alla gogna per le parole in libertà al telefono di una ragazza




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Per cominciare. La prova regina che incastra l’indagato Silvio Berlusconi al reato di sfruttamento della prostituzione minorile non c’è. Non esiste «evidenza» di riscontri diretti di quel rapporto sessuale contro soldi con la ragazzina marocchina Ruby, dato invece per acclarato dalle indiscrezioni riportate dalla stampa amica delle toghe. Nelle 389 pagine dell’invito a comparire al premier inviate dalla procura di Milano alla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera (spedite, per la prima volta, anche su supporto informatico) c’è di tutto ma non una foto, un video, un’intercettazione del sesso fra la «bambina» e il presidente del Consiglio. Non c’è la confessione delle vittima sacrificale. Il metodo D’Addario, tanto decantato, è un’invenzione. Ci sono parole in libertà di Ruby, che spesso diventano fango solo a trascriverle, perché contraddicono altre sue confidenze fatte alle amiche, al papà, al fidanzato, a chiunque si imbatta in questa meteorina senza speranze che dall’anonimato s’è ritrovata a decidere lei le sorti dell’Italia non prima d’aver sfruttato la notorietà per guadagnarci su. Un’aspirante soubrette che straparla. Dice una cosa e il suo contrario. Cambia più volte versione nel stesse telefonate intercettate. È teste d’accusa formidabile ma anche teste a difesa inattaccabile. Rubi è una ragazza diventata appena maggiorenne e finita in una vicenda più grande di lei.

LA PROVA CHE NON C’E’ E SPUNTA FRISULLO DEL PD
Per capire in che razza di macelleria giudiziaria è finito il Cavaliere occorre sfogliarle bene le pagine della vergogna. Centinaia di nomi buttati dentro le carte a sputtanare persone per bene e presunte prostitute, giornalisti e veline, amici e parenti, calciatori, politici d’ogni colore come il dalemiano Sandro Frisullo (l’ex vice di Vendola quota Pd, arrestato nel caso Tarantini) il cui nome compare nell’agenda di una presunta prostituta trascritta nera su bianco dai pm. Nessun riguardo per il nome del politico pugliese, mentre paradossalmente l’omissis è riservato a una parte del suo numero di cellulare. Riconoscibilissimo, dunque. Per non dire dei parlamentari - una su tutte la deputata Rossi del Pdl - le cui guarentigie sono state calpestate senza scrupolo.

Ma dicevano di Ruby. La notizia che dalla Camera rimbalza alle agenzie di stampa è ghiotta mediaticamente, condensata in uno stralcio d’intercettazione in cui la giovanotta rivela a un’amica che Silvio, o chi per lui, le avrebbe detto di negare tutto e di farsi passare per pazza in cambio di cinque milioni di euro. Testimone l’avvocato. Sarà. Purtroppo, però, le cose iniziano a non tornare da subito. Telefonando al papà, il 26 ottobre scorso, la marocchina aggiunge che Berlusconi praticamente si piegò a ogni suo desiderio pur di salvare la pelle. Era ai suoi piedi. Praticamente sotto ricatto, anche se dagli atti saltano fuori numerose richieste inevase di aiuto economico (siamo a settembre) che Ruby rivolge telefonicamente al commercialista Spinello.

LA MAROCCHINA BATTE CASSA E IL COMMERCIALISTA NICCHIA
Il 19 ottobre Ruby lo contatta e batte cassa. «Non ha novità per me?». Spinelli: «Non sono stato autorizzato a fare nulla». E ancora. Il 27 ottobre, alle 18.04, Ruby insiste con Spinelli: «Ho bisogno del suo aiuto perché non so veramente come fare (...). Per favore parli con lui, cerchi di avere novità perché la situazione sta per diventare molto critica anche se non so perché». A sentire Rubi il presidente del Consiglio, a un certo punto, le avrebbe detto di tacere. «L’importante è che lei chiuda la bocca, che neghi tutto, che dica di essere pazza ma l’importante è che mi tiri fuori da tutte queste questioni». E poi all’amica Poliana: «Berlusconi mi ha detto: dobbiamo trovare una soluzione. È un caso che supera la D’Addario e la Letizia, perché tu eri minorenne, siamo tutti preoccupatissimi».

Ora. Al di là che in interviste e interrogatori Ruby ha sempre sostenuto il contrario, ovvero che il capo del governo fosse stato sempre all’oscuro della sua vera età. Al di là che l’avvocato di Ruby, in teoria a conoscenza dei cinque milioni, parla di fantasie infantili della sua assistita. Al di là dei mille motivi che spingono la ragazza a sostenere fino a sette versioni differenti, nel passaggio di una telefonata si sente Ruby parlottare in casa con un’amica: «Ho negato il tutto, sono andata a casa sua ma lui pensava fossi maggiorenne, pensava che avessi 24 anni anche perché non li dimostro, poi dopo che ha scoperto che ero minorenne mi ha buttato fuori casa perché io sto cercando di salvaguardare lui così a me ne torna qualcosa». Un’interesse di Ruby a cavalcare l’affaire Berlusconi? Verrebbe da pensarlo a leggere la trascrizione della chiacchierata con Antonio P: «Ma noooo, non è per quello, è perché finché ci sta lui io mangio, se lui se ne va, che cazzo mangio più?».

L’ETÀ DELLA MINORENNE TRA BUGIE E OMISSIONI
Già, come si fa a campare senza Silvio? Domanda che dovrebbe incuriosire i pm, che invece si dicono certi della consapevolezza di Silvio della minore di Rubi. Prove? Scampoli di prove? Perché ne era a conoscenza Emilio Fede, che con la ragazza aspirante miss cinema ci ha scambiato due battute a un festival a Sant’Alessio Siculo due anni fa («Questa ragazza va seguita, ha tredici anni!»). Altre prove? Un interrogatorio di una persona che parla de realto, per sentito dire della Lolita marocchina: «Ricordo che lei diceva di essere molto amica del presidente del Consiglio con il quale, a suo dire, è stata spesso a casa del premier dove ha cenato, ballato, fatto sesso con lui il quale le dava molto denaro». Ruby ci giocava con l’età. Nessuno, per anni, ha saputo quante primavere avesse. S’è divertita persino col suo ex fidanzato carabiniere a cui ha detto prima una cosa e poi un’altra e un’altra ancora, per concludere alla grande. «Mi disse della sua amicizia con Berlusconi a cui non disse che era minorenne, ma che glielo avrebbe detto in seguito». A seconda dei testi, il Cav sapeva tutto, non sapeva, sapeva poco o forse non abbastanza.

In mancanza della pistola fumante i pubblici ministeri hanno puntato sulla famosa «notte in questura». Se Berlusconi fece pressioni per l’affidamento di Ruby alla Minetti vuol dire che sapeva che l’affidamento riguarda i minori, e che quindi la ragazza marocchina non aveva diciotto anni. Ma il capo di gabinetto della questura di Milano, interrogato il 30 ottobre, ricostruisce la telefonata con il presidente del consiglio in questi termini: «La parola minore non fu pronunciata». A verbale il dirigente Pietro Ostuni una concessione ai magistrati la fa: «Era implicito che si trattasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti». Implicito, almeno per il dirigente di polizia esperto di tematiche che riguardano clandestini e minori e che non sono il pane quotidiano di un politico. «Affido», fuori dal burocratese questurino, è un verbo della lingua italiana dal significato anche generico. «Affidatela alla consigliera Nicole Minetti» è davvero la prova che Berlusconi conoscesse la minore età di Ruby Rubacuori? Tutto qui?

C’è poi il riferimento al denaro che Ruby dice d’aver preso dal premier «che si è interessato» alla sua disastrata vita privata, come racconta la ragazza. Un altro punto chiave per accusare Berlusconi di sfruttamento di minore ipotizzando che i soldi fossero passati da Arcore a Ruby in cambio di «atti sessuali». La versione della marocchina, quella di un aiuto disinteressato, è bastata a far sorridere i detrattori del cavaliere. Tutti a pensare, o a dire, eccola qua, la panzana delle panzane. E invece no. Non solo perché la parola di Ruby quando è contro il premier viene presa per buona, ma perché dagli stessi atti emerge che più di una persona ha preso soldi da Silvio senza dover offrire nulla in cambio.

LA SUPERTESTE PAGATA PER CENARE E GUARDARE
Su questo punto è la stessa procura che si dà la zappa sui piedi sopravvalutando il contenuto di un’intercettazione telefonica fra due amiche di Nicole Minetti, l’igienista dentale accusata di fare la maîtresse di Arcore. Il racconto di una di loro, presente a una serata a Villa San Martino, sembra portare acqua alla procura. Scene da Sodoma e Gomorra, festini alla Rocco Siffredi: «Quando qualcuno ha iniziato a far vedere il culo - dice M.T. - la serata è decollata (...) in un susseguirsi di scene più o meno volgari, come se fosse naturale, tutto questo buttasù (...). Dopodiché la scena è peggiorata in una sala discoteca mhmmm, e il degenero più totale cioè siamo proprio in un puttanaio, dove ognuno è libero di fare quel che gli pare...». Bene. Premesso che la stessa M.T. ammetterà tre frasi più avanti che «nessuno mi ha proposto nulla», la stessa superteste convocata dai magistrati smonta la portata della sua intercettazione. A verbale il 16 novembre dirà che in quel «puttanaio» nessuno «ha fatto sesso» in sua presenza.

IL PUTTANAIO INESISTENTE SOLO BALLETTI E RISATE
E il Bunga Bunga? Solo balletti provocanti, danze allegre, risate, abiti succinti. «Niente sesso in mia presenza» insiste il teste-chiave. Che inconsapevolmente finisce per distruggere la tesi «soldi=prestazione sessuale». All’amica che le chiede informazioni ulteriori, la superteste M.T. taglia corto: «Berlusconi mi dice, “come sei stata?” e io gli ho detto, “no, non è il mio stile. Non mi sono divertita”». Il Cav non sembra offendersi. Anzi. «Lui mi ha detto: “guarda, vorrei darti un contributo per i tuoi studi, questo è quanto”. Io lì per lì siccome non ho fatto niente di male e siccome mi viene detto “avrei piacere di aiutarti negli studi perché Nicole mi dice che studi, che sei una brava ragazza, tieni...”, io ho detto grazie, ho preso e sono andata.

Lui mi ha detto: “Allora, ma nemmeno mi ringrazi?”, tipo una battuta». Morale della storia: la ragazza che ha criticato il discutibile gusto dei party di Arcore, torna a casa coi soldi in tasca «perché ho ritenuto di prenderli», ma non certo come retribuzione a una nottata di sesso sfrenato. «M’avesse detto, “tie’, siccome sei una bella figa...”, allora, cioè avrei detto, “vabbe’ grazie, arrivederci”». E invece no. Berlusconi - sono parole sue al telefono - ha saputo da Nicole che M.T. era in difficoltà e le ha fatto un presente. Anche se la ragazza ha due lauree e alle serata non si è divertita, anche se nella vita non fa la danza del ventre per campare, la sua versione non è così lontana da quella di Ruby. E ce ne sono altre di ragazze che raccontano la stessa storia. Perché così, furbette o bisognose, fra quelle belle ragazze era la prassi.

SILVIO È STANCO? RICATTI E FURBATE
C’è chi ci prova a spillare quattrini al generoso Berlusconi, come Iris B., che il 19 settembre legge una letterina all’interlocutore Fabio: «Che tirchieria sta gente. Ascolta cosa gli ho scritto: “Inizio questa lettera ringraziandola di cuore per avermi cambiato la vita, sei una persona buonissima, veramente unica (...) ho però un forte bisogno di lavoro perché in casa non ho nulla dalla mattina alla sera, impazzisco, e anche perché mantengo tre famiglie, mia madre con la nonna, mio padre con l’altra nonna, l’altra che ha due figli solo 450 euro.

Mi vergogno tantissimo a dover sempre chiedere qualcosa, ma non vorrei tornare ad andare a letto con persone che non mi piacciono”...». Un lamento greco. Una supplica paracula. Uno dei tanti pianti poi asciugati dai fazzoletti di Spinelli, chiamato Spin, factotum con la cassa di casa Berlusconi. Soldi e regali in cambio di servizi sessuali? Non parrebbe a leggere le parole entusiaste della mamma di un’altra ragazza, Francesca C. che «usando il telefono di Francesca» fa presente «all’altra figlia Elena che Francesca ha ricevuto un braccialetto d’oro con un diamantino e la lettera F incisa e che alle ragazze è stata data una busta con duemila euro».

Furbizia, spregiudicatezza, assuefazione a un clima festoso, goliardico, anche se certo criticabile e di gusto discutibile. Un clima che forse aveva stancato già da tempo lo stesso Protagonista di quelle serate, il padrone di casa Silvio Berlusconi. Almeno così emerge da un’intercettazione del 4 ottobre tra Iris e Imma. La prima: «Ma tesoro, se questo (Berlusconi, ndr) dice anche che vuol ridurre le cene, già ci dà una miseria (...) in più ci riduce le cene (...). È ora che iniziamo a rubare qualcosa dalla casa». Gli inquirenti raccontano l’oggetto del progetto del furto ipotizzato: «Magari una bottiglia di vino o una sua foto da giovane da vendere su Ebay a qualche fan».

VILLA SAN MARTINO LA DIMORA PIÙ SPIATA
La telenovela sessuale di Ruby si chiude laddove si apre quella delle cene a Villa San Martino. Quel che viene alla luce dalla lettura delle carte è incredibile. La residenza del premier ad Arcore monitorata notte e giorno. Tutti gli invitati, dicasi tutti, del periodo oggetto di intercettazione, vengono schedati, scandagliati, intercettati direttamente o indirettamente. Le note della Direzione Centrale Polizia Anticrimine si aprono tutte così:

«Serata ad Arcore». Segue la data, l’orario, i presenti alle cene, che solo in alcuni casi si tramutano in dopocene o in feste con o senza lo strimpellatore Apicella. I telefonini dei presenti vengono localizzati con le stesse identiche celle. Tutti nel calderone, indipendentemente dall’accertamento delle singole, presunte, responsabilità. I movimenti dei presenti finiscono per essere comparati con i famosi video delle auto pedinate fin sul cancello di Arcore pubblicati dal settimanale Oggi. La residenza del premier diventa un colabrodo. Con la scusa delle intercettazioni alla Minetti e alle altre commensali che nella migliore delle ipotesi i pubblici ministeri sembrano ritenere un gruppo di professioniste del meretricio, il controllo di ciò che avviene in villa è capillare. Maniacale.

Ossessivo. Non si risparmia nemmeno la salute del premier, oggetto di una chiacchierata fra Lele Mora ed Emilio Fede: «Sta giù, non ha l’adrenalina perché gli hanno levato tutte le pastiglie, senza adrenalina è negativo». In altre intercettazioni lo stato di salute di Silvio è passato ai raggi X con le intercettazioni sbobinate e messe agli atti. Barbara, una ragazza di passaggio, si lascia andare: «L’ho visto, ti assicuro, cioè ti ricordi come era prima con me? Cambiato totalmente. Ti assicuro, è sempre carino e gentile, però... tutta un’altra tipologia di rapporto». Le ragazze, più che squillo, sembrano hostess. Bellezze di una corte. Pronte alle feste e altrettanto desiderose di vedersi rimunerate con regali, soldi, favori o piccole parti in tv.

E in quest’ottica va interpretato lo sfogo di Fede al telefono con la Minetti, sfogo ovviamente stravolto dalle indiscrezioni riportate fuori dalle mura di Montecitorio. Il direttore del Tg4 si lamenta dello spessore umano di alcuni dei frequentatori di Arcore. «Pensa che questi che facevano la fame, pompini a trecento euro, anche meno. Facevano notte con qualcuno a trecento euro. Adesso hanno il centro benessere, il centro estetico». Quella cifra rapportata a un rapporto orale è stata fatta passare per una sorta di tariffario di Villa San Martino». Ancora Fede nella stessa chiacchierata rivela la Minetti di aver stoppato un velato tentativo di ricatto a Berlusconi. «(...)Una di quelle che circolavano, io, l’altro ieri, le ho dato di tasca mia, senza farlo risultare a lui, 10mila euro! Va bene? Perché aveva delle fotografie scattate col telefonino, aveva bisogno di soldi, dico vabbe’, te li do io (...). Vanno poi a ricattare e fare i porci».

 Ma Fede, nella gogna mediatica, ci finisce lo stesso. Non solo perché sospettato di portare la «carne» per il Drago (motivo per il quale è indagato) ma anche perché a sua volta, secondo gli inquirenti, avrebbe tentato di arricchirsi alle spalle di Berlusconi. Tutta una serie di intercettazioni fra lui e Lele Mora è riportata nell’invito a comparire. Il motivo è un prestito di cui Mora ha bisogno e per il quale chiede a Fede di spendersi presso il Cavaliere. Un riscontro preciso arriva dalle parole di Berlusconi nel videomessaggio dell’altro giorno allorché conferma il prestito a Mora. Per i magistrati, però, Fede voleva tenersi una parte della somma.

FEDE TRA LA TRAPPOLA E IL FANGO
Il giornalista di Mediaset non è il solo a finire sulla graticola dei pm e dei media. Ci finiscono davvero tutti. La schedatura delle persone in transito ad Arcore non risparmia nessuno. L’informativa della cena del 22 agosto 2010, a esempio, sì apre con i movimenti del premier: «L’invito alla cena è giunto da Silvio BERLUSCONI (tutto maiuscolo, non sia mai sfuggisse alla lettura dei parlamentari dell’opposizione) che contatta o viene contattato dalle ragazze, invitandole direttamente o tramite alcune di loro (...).

Le ragazze si chiamano l’una con l’altra per avere notizie sull’organizzazione della cena, cosa che rende difficile ricostruire i passa parola e chiarire le modalità con cui la cena viene organizzata». Si parla sempre di cena, mai di dopo cena. È così difficile ricostruire i vari passaggi che non si hanno problemi a mettere in mezzo alcune parlamentari del Pdl presenti, come Maria Rosaria Rossi, intercettata in tutte le salse su telefoni altrui, le cui parole - solo in teoria tutelate dall’immunità parlamentare - finiscono tranquillamente sulle carte trasmesse a Roma dalla procura di Milano.

 La chiacchierata scherzosa con Emilio Fede del 24 agosto, che ha per oggetto il bunga bunga, è interamente trascritta a pagina 169 dell’invito a comparire per Silvio Berlusconi. L’oggetto è sempre lo stesso, ma la domanda sorge scontata: queste cene si trasformano automaticamente in festini orgiastici, come ci lasciano intendere alcune ricostruzioni stampa basate su intercettazioni tutte da riscontrare? Anche qui, ci sono prove certe, inattaccabili, incontestabili dei party erotici? Agli atti c’è chi dice di sì, chi giura di no, chi non si sbilancia. A spulciare con attenzione le 389 pagine del documento giudiziario qualche dubbio sorge, e non per spirito di parte. Quando Emilio Fede commenta con Lele Mora la serata del 25 agosto, una di quelle considerate «sospette» dalla procura, si lascia andare a racconti che dimostrano tutt’altro: «Poi, sai, eravamo in otto persone, non più di dieci, forse, niente poi era stanco (...).

C’era una di quelle di Napoli, un di quelle del meteo, poi c’era Annina in partenza per la Romania, c’era l’onorevole quella simpatica, poi c’era la moglie del pianista, la moglie di Danilo, quella che canta, poi c’era Iris, neanche so come si chiama». Moglie, amici, conoscenti. Tutti al bunga bunga? Anche il passaggio della intercettazione in cui Barbara F e Sabrina A citano il giornalista Carlo Rossella, presidente di Medusa, è pazzesco. «Bene, allora, c’era anche un produttore importante, il produttore di Medusa. Bene! bene! Era pieno di gente. Una ventina di ragazze, pieno, era pieno». Sesso? Macchè. E allora perché buttare in mezzo Rossella? Ancora la testimone della procura, l’asso nella manica dei pm coordinati da Ilda Boccassini. Cosa dice del Bunga Bunga M.T. che è stata ad Arcore il 19 settembre?

Parla di una cena. «C’erano anche Emilio Fede e Carlo Rossella (...). La cena consistette in una caprese, verdure, pollo grigliato e poi gelato. Durante la cena il presidente sollecitò alcuni suoi collaboratori a prelevare degli omaggi per le ragazze presenti». E poi? «Berlusconi cominciò a cantare, mi dedicò una canzone francese(...). I canti furono accompagnati da balletti tipo trenino». Insomma «durante la cena non è successo di particolarmente strano». Solo dopo «sentii alcune delle ragazze dire “scendiamo al Bunga Bunga” che poi ho capito essere in riferimento a un locale al piano di sotto dove è allocata una sorta di discoteca». Qui, il massimo del peccato, «divanetti, un palo da lapdance» e ovviamente ragazze «in abiti succinti» o in «atteggiamenti con connotazioni equivoche ma senza che si siano mai stati consumati atti sessuali in mia presenza». Leggete bene: senza che siano mai stati consumati atti sessuali.



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L'intreccio tra letto e potere

Il Tempo


Storie di uomini potenti innamorati di donne "scomode" o vittime di malelingue. La relazione tra Togliatti e la Jotti scandalizzò i vertici del Pci e al Quirinale i servizi segreti spettegolavano sulla moglie di Leone.


Palmiro Togliatti e Nilde Jotti


La Repubblica italiana era appena nata, il 2 giugno del 1946, quando cominciò a fare i conti con un intreccio non certo nuovo, sopravvissuto nella storia degli uomini a tutti i regimi: l’intreccio tra letto e potere. A inaugurare sotto questo aspetto l’epoca repubblicana fu Togliatti il mitico leader del Pci. Che all'Assemblea Costituente, sulla soglia dei 50 anni, perse letteralmente la testa per una deputata emiliana del suo partito di 27 anni più giovane, Nilde Jotti. 


Che lo ricambiò immediatamente di un amore tanto intenso quanto ostacolato, ricavandone per molto tempo solo amarezze e umiliazioni. Fra le quali credo le fosse stata risparmiata solo la solerte iniziativa di qualche Procura antesignana di quelle che oggi amano rovistare tra le lenzuola dei politici non graditi. Allora non c'era il divorzio e il matrimonio di Togliatti con Rita Montagnana, che già gli aveva dato un figlio, avrebbe potuto legittimamente procurare alla nuova coppia, una grana giudiziaria per adulterio, per quanto protetta poi dall'immunità parlamentare. Il partito fu con Togliatti e Nilde Jotti meno indulgente della magistratura.


Li guardò a vista, pur senza mettere in discussione la leadership politica che il segretario del Pci si era guadagnato, fra l'altro, con una lunga permanenza a Mosca durante il fascismo, con il gradimento di Stalin e con gli onori governativi al ritorno in Italia, quando Togliatti divenne vice presidente del Consiglio con Alcide De Gasperi e ministro della Giustizia. La coppia fu costretta, si disse per ragioni di sicurezza, a vivere in un modesto alloggio ricavato nella sede nazionale del partito.

Dove era più facile controllarla, e non solo proteggerla. La morsa si sarebbe un po' allentata solo dopo l'attentato che Togliatti subì davanti a Montecitorio il 14 luglio 1948, quando Nilde Jotti non si lasciò intimidire da nessun bacchettone in abito di agente o funzionario del partito e irruppe nella stanza d'ospedale dove il suo uomo era ricoverato, espellendone di fatto la moglie. Il partito subì, ma non del tutto. Per scalare veramente i gradini delle istituzioni, sino a diventare la prima donna alla guida -e che guida- della Camera, dove siede oggi con ben altro stile politico Gianfranco Fini, la Jotti dovette attendere la morte di Togliatti. Che avvenne durante una vacanza in Russia il 21 agosto 1964.

 La seconda comparsa di quello che il nostro direttore Mario Sechi chiamerebbe «u pilu» nella storia della nostra accidentatissima Repubblica risale alla primavera del 1953, durante una campagna elettorale decisiva per De Gasperi e per la Dc: quella che si sarebbe conclusa con una affermazione mutilata dello scudo crociato e dei suoi alleati di centro. Per pochi voti non scattò il premio di maggioranza contemplato da una legge elettorale che la sinistra aveva definito «truffa», nonostante occorresse ben il 50% dei voti più uno per farne scattare il congegno.

De Gasperi non lo volle mai dire pubblicamente nei circa dieci mesi che gli rimasero di vita dopo quelle elezioni, ma confidò subito ai suoi amici il sospetto che la Dc avesse subìto gli effetti degli schizzi di fango della vicenda di Wilma Montesi, una giovane trovata morta l'11 aprile 1953 sulla spiaggia di Torvajanica. I giornali comunisti il mese dopo, quando mancavano solo 32 giorni alle elezioni del 7 giugno, insinuarono che tra i responsabili della morte sospetta della donna ci fosse Piero Piccioni, figlio del prestigioso esponente della Dc Attilio, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

La campagna riprese più forte dopo le elezioni, sfociando il 26 marzo 1954 nell'arresto di Piero Piccioni per omicidio colposo, a seguito -si sostenne- di un'orgia durante la quale la Montesi avrebbe avuto un malore da droga. Seguirono il 19 settembre le dimissioni del padre dal governo. Il 28 maggio 1957 Piero Piccioni fu assolto con formula piena, ma la carriera politica del genitore, caratterizzata da un forte anticomunismo, era stata irrimediabilmente spezzata.

Voci e storie di letto intrecciate con il potere lambirono, diciamo così, anche il Quirinale durante i sette anni del mandato presidenziale di Giovanni Gronchi, di cui apparve subito sospetta -per la fama che aveva di tombeur de femme- la decisione di separare la residenza familiare, in una traversa di via Nomentana, da quella di capo dello Stato, nel palazzo dove oggi lavora ed abita con la moglie Giorgio Napolitano. E dove decise di lavorare e anche di abitare con la sua famiglia, fra gli altri, Giovanni Leone durante i sei anni e mezzo del suo mandato, interrotto il 15 giugno 1978 con le dimissioni per voci e accuse di corruzione rivelatesi poi infondate, con la condanna in tribunale di chi le aveva diffuse: Camilla Cederna.

Tra le altre infamie, il povero Leone aveva dovuto subire anche pesanti pettegolezzi sulla moglie, corredati di fotografie nelle quali furono avvertiti dallo stesso Presidente, a torto o a ragione, i segni di qualche sventurato dirigente dei servizi segreti. Letto e potere s'intrecciarono anche nelle vicende politiche di un ministro storico delle Partecipazioni Statali, il democristiano Giorgio Bo, e del leader socialista Bettino Craxi, tutte di natura rigorosamente eterosessuali. Di altro tipo furono invece le storie di letto e di potere che recentemente l'omosessuale dichiarato Nichi Vendola ha attribuito ad "autorevoli" esponenti della Dc, senza farne tuttavia i nomi.



Francesco Damato
18/01/2011




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