venerdì 21 gennaio 2011

Quando i comunisti fanno i padroni: Paolo Cacciari sfratta madre e figlie

di Giacomo Tasca

Il fratello dell'ex sindaco di Venezia con alle spalle una carriera da contestatore e difensore delle occupazioni abusive, rinnega gli ideali di una vita per regalare una casa al figlio, leader dei no global locali




 

Venezia - Proletari duri e puri. Ma solo in pubblico. Poi nei propri affari privati si comportano come i padroni che combattono. E' la vicenda, segnalata dal Corriere del Veneto e riportata oggi dal Corriere della Sera, di Paolo Cacciari, fratello del più famoso Massimo ex sindaco di Venezia.

Comunista Paolo Cacciari ama definirsi "quello cattivo" per differenziarsi dal fratello filosofo. E in effetti il suo curriculum non lascia spazio ad equivoci: insegnante, giornalista, sindacalista, un passato nel Partito comunista, un presente in Rifondazione, consigliere comunale, assessore e vicesindaco a Venezia e anche deputato nell'ultima disastrosa esperienza di Romano Prodi.

Tutto suo padre La passione di Paolo viene trasmessa al figlio Tommaso che oggi è tra i leader e uno dei portavoce del Centro Sociale Rivolta di Marghera (Venezia). Che soddisfazione per il papà comunista un figlio no global. Peccato solo che all'attività politica da contestatori segua un comportamento privato da veri padroni capitalisti.

Lo sfratto L'episodio ha del paradossale: Paolo Cacciari sta per sfrattare dall'appartamento (appartenuto alla madre) in campo San Tomà una donna veneziana, Raffaella Mambelli, madre di due figlie che da anni paga regolarmente l'affitto al "Cacciari cattivo". Il tutto per dare al figlioletto Tommaso una casa in cui vivere. Intanto nell'attesa che l'appartamento venga lasciato libero, il ragazzo probabilmente continua a protestare contro gli sgomberi e a sostenere i "kompagni che okkupano"

L'aiuto del comune L'ufficiale giudiziario ha prolungato la scadenza fino al 21 febbraio ma per Raffaella la sostanza non cambia: "I mio lavoro è saltuario e non mi permette di pagare un affitto. Il Comune mi è sempre stato vicino: speriamo che mi aiuti anche questa volta". Una dichiarazione che fa sorridere: il comune guidato da Massimo Cacciari ha sempre sostenuto una cittadina che ora sta per essere sbattuta in mezzo alla strada dal fratello dell'ex sindaco.

Distinguo Il figlio Tommaso, indomito sostenitore del "diritto alla casa" interviene nella questione: "Quanto al diritto alla casa ho combattuto moltissime battaglie credo che siano in pochi in città a potermi insegnare qualcosa. Ma in questo caso è una cosa che va avanti da tempo, l'avevamo fatto presente più di una volta alla signora che il contratto non sarebbe stato rinnovato". E' proprio vero, non esistono più i comunisti di una volta.






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Bari ricorda il fascista di Crollalanza Fu anche ministro dei lavori pubblici

Corriere del mezzogiorno


Grazie a lui Fiera del levante, Università e lungomare
Il sindaco Emiliano:«Uomo sempre fedele a se stesso»



Araldo di Crollalanza

Araldo di Crollalanza


BARI - Uomo con una forte idea dello Stato e del nazionalismo, amante del suo Paese che voleva vedere tra le grandi nazioni del mondo, servitore della Patria, mazziniano di origine che fece suo il fascismo: sono i tratti essenziali della figura del barese Araldo di Crollalanza, emersi da un incontro organizzato a Bari per ricordarlo a venticinque anni dalla sua scomparsa.

LA CARRIERA POLITICA - Di Crollalanza, morto nell’86 a 94 anni, fu ministro dei lavori pubblici pubblici durante il fascismo e senatore della Repubblica dal ’53 alla morte. Aderì al fascismo già nel 1919, e guidò gli squadristi pugliesi durante la marcia su Roma. Dal 1926 al 1928 fu podestà di Bari. Deputato del Partito Nazionale Fascista dal 1924 al 1943, fu sottosegretario (1928) e nel 1930 ministro dei lavori pubblici (fino al 1935). A lui è intitolata una parte del lungomare di Bari. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha deposto una corona di alloro dinanzi al busto che ne ricorda l’effigie e ha parlato di lui come di un «uomo sempre fedele a se stesso, del quale ancora oggi la città porta l’impronta nelle grandi opere», dalla Fiera del Levante al lungomare all’Università. «Di Crollalanza non fu tra i più noti in termini di visibilità perchè - ha ricordato la vice presidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli - era uomo del fare più che dell’apparire, impegnato in una missione che guardava al benessere delle persone e ad un’Italia protesa con coraggio e ambizione all’avvenire di nazione forte e protagonista».


Redazione online
21 gennaio 2011




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Auckland, donna resta paralizzata dopo un succhiotto sul collo

Quotidiano.net


"Il coagulo generato dalla suzione è andato nel cuore della donna e ha provocato un piccolo ictus", hanno spiegato i medici







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Belgio: infiltrato in tv per svelare i trucchi dei giochi a premio telefonici

Corriere della sera


Preso di mira un programma dei canali privati fiamminghi prodotta dalla Endemol

La «spia» è Maxime De Winne


Lo spot che promuoveva il quiz telefonico
Lo spot che promuoveva il quiz telefonico
MILANO - Per sei mesi si è infiltrato sotto falso nome in una trasmissione televisiva e ha svelato i trucchi e gli inganni del suo quiz telefonico. Maxime De Winne, comico e professore d'arte drammatica belga, ha preso di mira un programma in onda sui canali privati fiamminghi Vtm e 2BE e prodotto da Endemol Belgique, la succursale belga di Mediaset, che fa capo alla famiglia Berlusconi.

INFILTRATO - Il comico è riuscito a farsi assumere dalla società di produzione per presentare un gioco che offre cospicue somme di denaro ai telespettatori che telefonano e risolvono gli enigmi proposti dagli autori. Armato di telecamera e aiutato da un collaboratore, De Winne ha immortalato i trucchi e gli espedienti usati nella trasmissione per non far vincere mai i concorrenti. Infine lunedì scorso, in una puntata del programma satirico Basta, in onda su l'emittente di Stato Vrt , ha denunciato tutto pubblicamente in un reportage giornalistico.

RISPOSTE IMPOSSIBILI - Le domande sottoposte ai telespettatori, che per partecipare al programma dovevano effettuare chiamate molto costose, erano di cultura generale e di logica. Come ha dimostrato De Winne più il gioco andava avanti, più le risposte diventavano impossibili: le soluzioni degli enigmi erano troppo complicate per una persona di media intelligenza e spesso erano volutamente sbagliate. Inoltre la trasmissione, secondo la denuncia di De Winne, non rispettava alcune elementari norme sui giochi televisivi. Ad esempio nessuno si accertava che dietro la cornetta ci fosse una persona maggiorenne.

SOSPESO - A meno di 24 ore dalla diffusione del reportage, i dirigenti delle due catene televisive hanno sospeso la trasmissione «in ragione dell'atmosfera da caccia alle streghe creatasi attorno al programma». Allo stesso tempo Endemol Belgique sta valutando se far causa alla trasmissione Basta per il danno d'immagine subito: infatti la società di produzione afferma che i giornalisti del programma satirico hanno dato un'interpretazione faziosa del gioco a premi, mentendo spudoratamente quando affermano che a questa trasmissione partecipano anche minorenni.

BUFERA POLITICA - Lo scoop di De Winne ha scatenato tante polemiche anche nel mondo politico. Importanti esponenti fiamminghi hanno minacciato di chiudere per sempre i programmi telefonici seguendo l'esempio di altri Paesi come l'Olanda. Altri invece, più pacatamente, hanno proposto regole più severe. Il segretario di Stato per la lotta alle frodi, Carl Devlies, ha promesso che una nuova legge sarà presentata nei prossimi giorni e ha rivelato che se non fosse approvata velocemente, tutti i giochi televisivi potrebbero essere proibiti. Da parte sua De Winne ha rivelato di essere soddisfatto del suo lavoro, ma con una punta di malinconia ha concluso: «Lavorando come presentatore in questi programmi ho truffato molte persone e perciò chiedo scusa».

Francesco Tortora
21 gennaio 2011



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L'ingerenza della Chiesa a seconda dei casi

Corriere della sera

I giornali di sinistra che citano il Vaticano sul caso Ruby

Il Giornale contro Annozero «Ha rivelato il cellulare di Berlusconi»

Corriere della sera

«Da ieri il numero del premier circola liberamente su internet». Record di ascolti per il programma di Santoro


MILANO - «La trasmissione Annozero ha fatto trapelare il numero di cellulare di Berlusconi». È quanto rileva il sito online de Il Giornale. «Durante la puntata, andata in onda martedì sera - scrive il sito del quotidiano - l'inviato Ruotolo ha mostrato l'agenda telefonica di Nadia Macrì (guarda il video), coprendo con un dito le ultime tre cifre dell'utenza telefonica del premier ovvero proprio le tre cifre che non erano state coperte da omissis nelle 389 pagine di verbale consegnate alla Giunta per le autorizzazione della Camera dalla Procura di Milano e pubblicate da molti giornali su carta e online.

IL NUMERO AD UNA ESCORT - «Nelle 389 pagine di verbale consegnate alla Giunta per le autorizzazione della Camera dalla Procura di Milano è riportata la rubrica della escort brasiliana Michelle. Tra i suoi numeri c'è anche quello del presidente del Consiglio». Anche in questo caso, prosegue Il Giornale «alcune delle cifre sono coperte da omissis, ma solo le prime quattro. Si leggono distintamente gli ultimi tre numeri, proprio quelli che Ruotolo ha coperto con la mano. Mettendo insieme i numeri di Michelle a quelli mostrati da Annozero si ottiene il recapito telefonico del Cavaliere. Pochi minuti dopo la fine della trasmissione il tam tam impazza su internet. Alcuni siti pubblicano subito a caratteri cubitali il numero del premier e la notizia inizia a viaggiare anche su Facebook» E da ieri sera - conclude Il Giornale - il cellulare di Berlusconi circola liberamente su internet».



IL GARANTE - Nel frattempo il garante della privacy ha diffuso un nuovo richiamo, dopo quello di giovedì, ai numerosi siti di informazione on line «a oscurare con urgenza i numeri delle utenze telefoniche riferibili a persone coinvolte nell'inchiesta sul cosiddetto caso Ruby e tratte dagli atti della procura di Milano», lo spiega una nota. «L'attività istruttoria e di verifica del Garante, volta ad individuare eventuali altri siti o altri casi di diffusione da parte di media dei numeri di quelle utenze telefoniche, è tuttora in corso - si legge -. L'Autorità richiama tutti i siti di informazione e tutti i media allo scrupoloso rispetto del principio di essenzialità dell'informazione, già più volte ribadito e ad astenersi dal diffondere i dati delle utenze telefoniche, ancorchè contenuti in atti giudiziari, la cui diffusione è eccedente rispetto al diritto di cronaca e inutilmente invasiva della riservatezza delle persone coinvolte», conclude la nota del Garante per la privacy.

ASCOLTI - Intanto è record stagionale di ascolti per Annozero di Michele Santoro, dedicato al caso Ruby. Il programma di Raidue - che ha visto ieri sera, tra l'altro, uno scontro tra il conduttore e Daniela Santanchè, che ha lasciato lo studio subito prima della fine della puntata, mentre Vauro mostrava le sue vignette - ha ottenuto una media 6 milioni 557 mila telespettatori pari al 24.63% di share.

Redazione online
21 gennaio 2011

Emiliano su Fb, la rivolta dei vigili urbani Salta l'incontro pacificatore coi sindacati

Corriere del mezzogiorno


Ieri la minaccia di disertare la festa del santo patrono
Il prossimo 26 gennaio ci sarà l'assemblrea generale



Michele Emiliano
Michele Emiliano



BARI — I vigili, davvero infuriati con il sindaco Michele Emiliano, ieri avrebbero voluto disertare, per non incontrarlo, la Messa del loro santo patrono, celebrata ogni anno in Cattedrale. E quando il sindaco ha tentato di metterci una toppa, ha fatto peggio e il tavolo della trattativa condotta dai sindacati, è del tutto saltato.



Ora il fronte sindacale, prima in ordine sparso, è compatto dietro ai lavoratori che chiedono una posizione più rigida. La prima dimostrazione? Un’assemblea generale, convocata da tutti e quattro i sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Cna) probabilmente per mercoledì 26, che è più o meno una dichiarazione di guerra. «Tutti i 600 vigili di Bari saranno riuniti - assicurano - per strada non resterà nessuno». Non tiene la pace, quindi, tra sindaco e agenti della polizia municipale, siglata durante l’incontro distensivo di Emiliano con i sindacati. Gli agenti non gli hanno perdonato quel lancio di accuse su Facebook: pubblicando due vecchi video inviatigli dai sostenitori, Emiliano aveva stigmatizzato l’atteggiamento di agenti indisciplinati. Era la seconda categoria nel mirino, dopo i netturbini. Ma i vigili non hanno preso il pubblico attacco del loro datore di lavoro con fair play.
 
L’altro giorno in 130 si sono dati convegno e hanno elaborato un documento dove ribadiscono le loro rivendicazioni (tra le altre anche quella di maggiore garanzia per l’uso della pistola che, in caso contrario, sono pronti a restituire). Gli agenti sono così arrabbiati da prendere le distanze anche dai sindacati «indifferenti». Ieri, in occasione della Messa in Cattedrale, celebrata dall’arcivescovo Cacucci, volevano restare sul sagrato o quanto meno mostrare le spalle al primo cittadino, per manifestare platealmente il loro disagio a condividere l’ambiente con Emiliano. I 130 iniziali, dopo le pressioni di un ufficiale che ha avviato la difficile mediazione, si sono ridotti a circa trenta che hanno rinunciato a partecipare alla funzione religiosa e sono tornati in servizio. Emiliano si è accorto della fronda. E ha tentato di porre rimedio. Con un irrituale intervento dal pulpito, cedutogli da Cacucci. «Bari deve entrare in Europa - ha detto - i controlli devono essere garbati ma severi. Sul rispetto delle leggi non si può transigere. Ma io ho piena fiducia in voi». Insomma, ha tentato di aprire uno spiraglio e nello stesso tempo di ribadire la necessità di una stretta.

Poi, qualche ora dopo, è tornato a esternare dal suo pulpito su Facebook: «Ho constatato l’irritazione del corpo nei miei confronti - ha scritto - per quello che è accaduto nei giorni scorsi su questa bacheca. Ho deciso dunque di convocare un’assemblea». Un passo falso, probabilmente: oltre ai vigili, a questo punto, si sono infuriati i sindacati. «Il sindaco - ricorda Antonio Lampedecchia, vigile e responsabile della Cgil Fp per il corpo - dimentica che le assemblee le convocano i sindacati». «E’ un atto ostile nei nostri confronti», sostiene Pino Gesmundo segretario della Cgil Fp. Così le organizzazioni dei lavoratori hanno abbandonato il tavolo della trattativa (su pistole e indennità) in corso con il direttore generale e il comandante dei vigili, e consegnato alla controparte le loro rivendicazioni per iscritto. «Decidano e lunedì ci diano risposte. Intanto tutti i sindacati uniti, convocano l’assemblea generale». Pare che Emiliano debba cambiare registro con i vigili.

Adriana Logroscino
21 gennaio 2011




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Affittopoli Milano, ecco tutti i nomi: nomadi e Prc, che... fortunati

Libero







Sul sito del Comune resiste ancora la lista anonima divulgata martedì mattina, con tutti gi affitti ma senza l’identikit dei titolari. Mentre la giunta si barrica dietro la scusa della privacy, però, l’elenco completo ha cominciato a circolare uscendo dalle segrete stanze di Palazzo Marino. Al posto dell’amministrazione comunale, tocca così a noi completare una volta per tutte l’«operazione trasparenza»: a partire da oggi, infatti, pubblicheremo a puntate tutto il database sul nostro giornale. Compresi gli inquilini dei contratti da pochi spiccioli in Galleria, quelli in piazza Duomo e i residenti alle soglie del lussuoso Quadrilatero.

I nomi dei privati e delle associazioni sono un grande classico: nel pozzo senza fondo dei “fortunati” del centro ci sono -  solo per fare qualche esempio - gli ambientalisti di Italia Nostra (16 euro al giorno in via Silvio Pellico) e l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, i reduci di guerra e il Club Alpino italiano. Un esercito di privilegi concessi negli anni da Palazzo Marino. Nella marea di numeri, colpisce l’occhio il canone d’affitto dell’Opera nomadi, l’associazione pronta a stracciarsi le vesti davanti a ogni sgombero del Comune. In via De Pretis 13 - zona Famagosta -, gli amici dei rom pagano soltanto 1.508 euro l’anno per 65 metri quadri. In pratica, quattro caffé al giorno. Niente di irregolare, per carità: si tratta solo di una svendita del patrimonio immobiliare pubblico. Il parcheggio di via San Marco, nel cuore elegante di Brera, paga meno di 2mila euro al mese per un business da 1422 metri quadrati. Dove la fame di parcheggi è alle stelle, il comune chiede solo 16 euro l’anno al metro quadro. Briciole.

Involontariamente comico il caso della Beic, la Fondazione che dovrebbe coordinare i lavori della Biblioteca europea: l’opera non si farà per carenza di fondi, ma gli uffici di via Dogana 4 (185 mq) continuano ad essere regalati a 1.800 euro al mese. Spese e riscaldamento compresi, s’intende.  Al Parco Sempione, l’associazione “La giostra nel parco” paga 19 mila euro l’anno per 308 metri quadrati; al centro sviluppo Italia-Russia, nella centralissima via Pellico 8, la giunta chiede appena 802 euro al mese per addirittura 491 mq.   “Saldi” anche per il circolo Arci Corvetto (16 mila euro l’anno per 3.500 mq) e per gli uffici postali di via Bergognone (14mila euro annui per 71 mq).
Nel calderone del Demanio spunta anche il cinema Anteo di via Milazzo, multisala radicalchic di Brera: all’anno scuce 161mila euro per 1400 mq (ovvero 115 euro l’anno al mq). «Il canone è stato rivalutato negli ultimi anni» spiegano dall’amministrazione del cinema. «Abbiamo fatto un grande investimento per ristrutturare di tasca nostra le cantine del Comune, che ora si trova locali perfetti senza aver speso nulla. Nessun privilegio». Gli anarchici del Ponte della Ghisolfa? In viale Monza pagano 388 euro al mese per 197 metri quadrati (anche se c’è un contenzioso in corso con l’amministrazione). Al ballerino Milton Morales, infine, il Comune chiede 477 euro al mese per 80 metri quadri in via Pellico 8. Un canone da rumba.

di Massimo Costa

I ROM DEL TRIBONIANO -
Un laboratorio con vista sul campo nomadi di via Triboniano costa ventidue volte di più di un appartamento in piazza Duomo 21.
Miracoli di Affittopoli: Franca Cotroneo, dalle finestre dell’alloggio comunale di 91 metri quadri concessole dal Comune a 43 euro al mese di affitto, potrebbe sfiorare la Madonnina con un dito. Salvatore Ferrazzo, invece, espone i suoi articoli da giardino accanto alle roulotte dei rom per mille euro mensili. «Mi hanno svaligiato gli attrezzi due volte» dice Ferrazzo, «ho fatto le denunce alle forze dell’ordine. Sono qui da 16 anni, ma l’affitto continua a salire per l’ adeguamento Istat».
Nessuna irregolarità: entrambi i contratti sono stati stipulati dal Comune secondo la legge. La sproporzione evidente, però, è solo l’ultima conferma dello sperpero. Dove le giunte potevano incassare, si sono accontentati di pochi spiccioli (l’alloggio di piazza Duomo è sotto sfratto, ma la procedura è ancora in divenire). In questo caso, il centro frutta venti volte meno del laboratorio di via Triboniano 231. L’area di Salvatore Ferrazzo sarà anche grande 2mila metri quadri, ma da qui piazza Duomo non si vede manco col binocolo.

I COMUNISTI IN CENTRO -  Falce e martello in pieno centro, a canone superscontato.
Tra i fortunati del Demanio ci sono anche due partiti dell’estrema sinistra: i Comunisti italiani, infatti, continuano a troneggiare dalla loro sede di via De Amicis 17, l’antico convento di Santa Maria della Vittoria. Una porzione del chiostro bianco, passato da tempo nelle mani di Palazzo Marino, ospita anche gli inquilini della giunta. Alla Federazione milanese dei Comunisti italiani è intestato un contratto da 670 euro al mese per 63 metri quadri. Con le spese e il riscaldamento, fanno 8.046 euro l’anno: una bazzecola rispetto a qualsiasi valore di mercato della zona.
A Rifondazione Comunista va ancora meglio: per i locali da 56 metri quadri in via Bellezza - zona Bocconi, mica una periferia proletaria qualunque -, i compagni versano soltanto 313 euro al mese. Per la cronaca: se chiedete a qualsiasi agenzia immobiliare, per quella cifra non riuscirete a strappare nemmeno uno scantinato. Storica la presenza dell’Udc in via Silvio Pellico 1 (25mila euro l’anno per 145 mq), mentre la Lega Nord ne paga 20mila l’anno per il casello di piazza XXIV Maggio.

21/01/2011





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Quel corpo della donna che piace tanto all'Unità

di Paolo Del Debbio


La De Gregorio lancia una crociata anti Cavaliere, reo di aver inventato la ragazza-oggetto. Invece lei...



 
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Ruby. Da ieri è nato l’Eserci­to della salvezza per salvare lei e le altre ragazze che avrebbero frequentato il premier. Via da questo ma­terialismo che sta devastan­do l’Italia. Salviamole fin che siamo in tempo. Mam­me, nonne, madri, sorelle, cugine, nipoti, nuore, don­ne semplici. Tutte insieme per combattere il degrado morale del Paese e buttare a mare Silvio Berlusconi.

A fondare il nostrano Sal­vation Army non è William Booth e non siamo nei bassi­fondi di Londra. Siamo in Italia, la fondatrice è Conci­ta Di Gregorio, direttore del­l’ Unità , non c’è da diffonde­re il cristianesimo ma la ri­nascita culturale italiana che salvi queste sciagurate e tolga di mezzo Berlusconi.

Ora va bene tutto perché finché c’è liberta di parola si può pensare e soprattutto dire tutto ma prima di passare all’Esercito della salvezza forse è bene ragionare un po’.

Provare che tutto quello che si racconta sia vero? Neanche per so­gno. L’indizio è la sentenza. Il fatto che Ruby abbia parlato in televisio­ne di fronte a un bel po’ di gente? Niente, tutto costruito. Il rispetto per la privacy laddove non ci siano reati penali comprovati? Macché, cialtronate.

Ora, uno può anche pensare il peggio possibile di Ruby e di tutte le altre ma da qui a sostenere che «l’Italia è ridotta a un bordello» e che sia necessaria questa rivolta na­zionale che chiama a raccolta tutte le donne del Paese contro quel gruppo di ragazze, Ruby in testa, non è eccessivo? Non siamo alla guerra di religione e allo scontro di civiltà tra le donne buone contro quelle cattive?

Ma come si fa a scrivere che que­ste ragazze si comportano così per­ché «questo è quello che hanno vi­sto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte elegge­re per le loro doti di maîtresse, le starlette televisive che diventano ti­tolari ai ministeri». Alla Di Grego­rio ce­rtamente non sfugge che que­sto modo di scrivere sentenze è pro­prio dei processi sommari dove si mette dentro tutto perché ciò che conta non è la verità ma la tesi che ha in testa chi scrive. Così si ragio­nava anche al tempo della caccia alle streghe. Sempre di donne si trattava. Se c’è qualcuno che ha sbagliato paghi ma che c’entrano le titolari di ministeri, che c’entra­no la Gelmini e la Carfagna, solo per fare due esempi? Che c’entra­no le «sue tv»? Cosa sono, scuole di avvio alla prostituzione? Dove, quando, come, chi? Nella furia sommaria tutto questo non conta. Il tritacarne non domanda e non ri­sponde, trita.

Ma poi, se come afferma la diret­trice dell’ Unità il baratro non è poli­tico ma culturale, se è l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevo­lezza e di dignità che crea questo bordello, se infine il tutto avviene a causa dell’«assenza di un’alternati­va altrettanto convincente » chi è re­sponsabile di questa alternativa? E se c’è perché non è convincente? Per causa delle «sue tv»? Se Berlu­sconi è la causa di tutto il male chi deve costruirel’alternativa? Perché non la costruisce?

Ma se queste ragazze indemonia­te formano uno sparuto gruppo che bisogno c’è di chiamare a raccolta tutte le donne italiane? E perché il direttore dell’ Unità , tanto turbata dall’uso improprio del corpo della donna, non ha avuto questi scrupo­l­i quando ha rilanciato il suo giorna­le usando un fondoschiena in pri­mo piano come testimonial?

La Di Gregorio mastica la politi­ca da tanti anni. Non sarebbe più logico e conseguente chiedere le elezioni invece di costruire l’Eserci­to della salvezza?

Una valigia di Luis Vuitton porta­ta al braccio e un autista come Lele Mora può diventare un inconfondi­bile segno della strega come fu tra il Quattrocento e il Settecento ave­re i capelli rossi, un neo nell’iride o possedere gatti neri, e quindi moti­vo sufficiente per buttare al rogo Ruby e le altre? Non fareste prima a tentare di buttare giù Berlusconi ­ammesso che ci riusciate - una vol­ta per tutte?




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Fine vita, decreto choc: "Curare una persona non è più un dovere"

di Alessandra Pasotti

Una donna colpita da ictus ha chiesto e ottenuto dal tribunale di designare un tutore che le garantisca di non essere mai ricoverata in ospedale, anche se questo potrebbe portarla alla morte. E' polemica



 

Il testamento biologico ancora non è legge, ma per la giustizia sembra un dettaglio arginabile. Dopo quello di Firenze, un altro tribunale ha accolto la richiesta, in questo caso di una donna, di poter decidere come e dove morire. In particolare, in questo caso, si è ottenuto di disporre cure e assistenza (se servisse anche infermieristica) ma solo domiciliare. Niente ospedali o case di cura: quello che si potrà fare per allungarle o migliorarle la vita potrà essere fatto solo tra le pareti domestiche. Questo il volere di una donna settantenne, vedova, che grazie al decreto firmato dal tribunale di Varese, ha ottenuto di poter nominare come proprio tutore un amico di famiglia, disponibile non solo a prendersi cura dei suoi interessi nel caso resti incapace di intendere e volere (come ritirare la pensione e provvedere ai suoi bisogni), ma anche a fermare eventuali ospedalizzazioni, accanimenti terapeutici e trasferimenti in case di cura.

«Sono qui perché sono sola - ha spiegato la donna al giudice tutelare Giuseppe Buffone -. Ho avuto un ictus tempo fa e ho paura che possa venirmi di nuovo cosicché rimarrei incapace di intendere e di volere. Ed, allora, ho voluto designare qualcuno per fare in modo che se rimango incapace di intendere e di volere questi provveda al posto mio. (…) In caso rimango incapace, io voglio rimanere viva finché possibile, perché sono cattolica, ma solo a casa mia. Io non voglio rimanere in balia di nessuno». Il giudice dopo aver disposto un accertamento sulle attuali capacità di intendere e di volere della donna, ha emesso il decreto, accogliendo la domanda. Con una motivazione destinata a far discutere sostenitori e avversari dell’opportunità o meno di scegliersi il proprio fine vita.

«Il nuovo trend giurisprudenziale – scrive il giudice nella motivazione- sconfessa, in via definitiva, la concezione paternalistica della scienza poiché vengono ad essere rivisitate le fondamenta su cui poggiava il rapporto tra medico e paziente. La persona, e non più la vita, diventa il perno attorno a cui ruota la medicina». «Ed in tal senso – continua - il diritto all’autodeterminazione terapeutica diviene un diritto da riconoscere anche all’incapace». In questo caso sarà giusto riconoscere alla donna, non tutte le cure possibili, ma solo quelle domiciliari. Com’è suo volere. «Costituirebbe un’insanabile contraddizione – spiega il giudice -negare al soggetto capace di dire ora per allora come questi vorrà essere trattato nel momento di sopravvenuta incapacità».

Anche in questo caso l’amministratore di sostegno è diventato strumento per realizzare il diritto all’autodeterminazione terapeutica. La decisione del tribunale è basata infatti sulla legge che nel gennaio di sei anni fa istituì la figura del tutore. Ma quello strumento normativo, pensato dal legislatore per questioni più specificatamente economiche si è rivelato adeguato a sancire e garantire la possibilità di scelta fino a comprendere decisioni in ordine ai trattamenti sanitari, all’alloggio, all’alimentazione, all’igiene «cosicché niente osta – scrive il giudice - a che vi sia corrispondenza tra l’amministrazione di sostegno e testamento biologico». L’unica differenza con il decreto emesso dal tribunale di Firenze è che in questo caso il giudice ha deciso che l’amministratore di sostegno diventerà tale solo nel momento eventuale del bisogno. Con tanto di garanzia scritta che nessuna cura sarà offerta in più di quelle espressamente specificate dalla donna. «Questo tribunale - si legge nel decreto - è in grado di nominare ad horas (istantaneamente ndr), se necessario, l’amministratore di sostegno, o di intervenire direttamente nei confronti dei medici curanti». Per evitare terapie non desiderate. In nome della legge (che ancora non c’è).






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L'ultima "invenzione" di Annozero Santoro dà il numero di Berlusconi

di Francesco Maria Del Vigo


Durante la puntata nuova colata di fango contro il premier: il processo viene celebrato in tv con intercettazioni tagliate ad arte e testimoni già screditati. E nell'intervista alla escort emiliana vengono mostrate le prime sette cifre del numero di cellulare del presidente del Consiglio. E unite alle ultime tre pubblicate da Indymedia...



 

Non c’è limite allo sputtanamento e alla violazione della privacy. Dopo le intercettazioni e i particolari della vita privata e sessuale, arrivano anche i numeri di telefono. Prima quelli di Fede, Mora e Minetti diffusi dal network di Indymedia, ora anche quello del presidente del Consiglio, in diretta tv ad Annozero. Ieri sera è andata in onda l’ennesima puntata della trasmissione-processo di Santoro, titolo: “Il fidanzato d’Italia”. Il Cav, ancora una volta, nel mirino. Un toccasana per lo share del programma di Raidue. Due ore abbondanti di trasmissione per frugare tra le lenzuola di Arcore.

Sandro Ruotolo, inviato di Annozero, intervista Nadia Macrì, escort di Reggio Emilia balzata agli onori della cronaca per aver millantato una conoscenza intima con il premier. La Macrì racconta nei minimi dettagli le sue presunte notti ad Arcore (racconti in parte smentiti da madre, ex marito e fidanzato) e poi apre la rubrica del telefono per esibire il numero del Cav. Presidente Silvio Berlusconi e una sfilza di numeri che il giornalista si affretta a coprire parzialmente con un dito. Parzialmente, appunto. Ruotolo copre le ultime tre cifre dell’utenza telefonica del premier. Un accorgimento che, normalmente, è sufficiente a impedirne la rintracciabilità. Normalmente, appunto. Ma nelle 389 pagine di verbale consegnate alla Giunta per le autorizzazione della Camera dalla Procura di Milano, e misteriosamente finite alla mercè del web, è riportata la rubrica della escort brasiliana Michelle. Tra i suoi numeri c’è anche quello del presidente del Consiglio. Anche in questo caso alcune delle cifre sono coperte da omissis, ma solo le prime quattro. Si leggono distintamente gli ultimi tre numeri, proprio quelli che Ruotolo ha coperto con la mano.

Il gioco è fatto: mettendo insieme i numeri di Michelle a quelli mostrati da Annozero si ottiene il recapito telefonico del Cavaliere. Pochi minuti dopo la fine della trasmissione il tam tam impazza su internet. Alcuni siti pubblicano subito a caratteri cubitali il numero del premier e la notizia inizia a viaggiare anche su Facebook. Grazie ad Annozero. Anche questa è libertà di informazione?



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Paolini lancia il malocchio: "Silvio diventerà impotente"

Quotidiano.net

Bologna, l'esibizionista romano lancia la sua maledizione goliardica a Silvio Berlusconi: "Diventerà impotente per la gioia di tutte le italiane che rappresentano degnamente la femminilità"


Bologna, 20 gennaio 2011


"La sporcizia non è quest'acqua, la sporcizia è dare la mano a un politico qualsiasi, non importa se di destra o di sinistra".

Piove forte davanti alla sede bolognese de 'Il Resto del Carlino'. Con addosso solo un costume a pantaloncino a fiori arancioni, l'esibizionista Gabriele Paolini fa due bracciate a rana in una pozzanghera d'acqua torbida. Attorno a lui due cronisti, un operatore con una telecamera, una decina di passanti incuriositi e gli uomini della vigilanza che lo guardano diffidenti.

Molti lo ricorderanno per le sue performance dietro alle telecamere dei telegiornali, mentre lancia preservativi o mentre grida che il Papa è un pedofilo. Ha scelto questo modo di trasmettere i suoi messaggi sedici anni fa e da allora non ha più smesso.


"Questo gesto goliardico – dice Paolini – serve per rendere impotente Berlusconi. Nel momento in cui mi sarò tolto anche i pantaloni, il malocchio sarà stato lanciato e a Berlusconi verrà bloccata l'erezione".

Paolini indossa un giaccone nero, una giacca marrone e una camicia. Si sfila lentamente strato per strato, con il megafono in mano. "Io rispetto i minori, non mi toglierò anche il costume", dice. L'allusione a Ruby, che all'epoca delle feste di Arcore aveva 17 anni, è evidente.

Toltisi i pantaloni, si avvicina a una pozzanghera, si bagna prima le mani, poi i piedi, poi la testa e alla fine si sdraia, prima di schiena e poi sulla pancia. Rimane nell'acqua alcuni secondi, adagiato sull'asfalto. L'atmosfera è surreale: a volte la sbarra che separa Via Mattei dal parcheggio della sede de 'Il Resto del Carlino' si alza. Escono alcuni giornalisti in macchina, si fermano un attimo a guardare lo spettacolo e se ne vanno scettici.

Rialzatosi, Paolini rincara la dose: "Vi dirò di più: dopo avergli bloccato l'erezione, lo farò anche diventare gay. Si sposerà con me! Ve lo immaginate quello che succederebbe se Berlusconi diventasse gay? Come minimo a Emilio Fede gli viene una sincope! Voglio dedicare questo malocchio goliardico a tutte le donne che rappresentano degnamente la femminilità e che saranno felici quando Berlusconi non potrà più entrare in un letto. Le donne sono la nostra unica finestra sul cielo: non esistono solo le Ruby mercificate e umiliate".

Mentre si riveste in silenzio, il capannello che s'è fermato attorno a lui si dilegua. Rimangono solo i cronisti a tremare dal freddo. Sono due i gradi fuori. Sembra finita lì, ma arriva un fotografo che è stato avvisato in ritardo dalla sua redazione. Paolini gli dice che se vuole può spogliarsi un'altra volta. Ma non c'è più nessuno attorno: il sipario è già calato sul suo quarto d'ora di gloria.

Davide Denina

Sfrattate le ragazze del caso Ruby

Corriere della sera

L'amministratore del condominio di via Olgettina caccia le 14 presunte escort: «danno al decoro del palazzo»



MILANO - Più veloce della magistratura fu l'ira dei condomini. Arrecano un «danno al decoro del palazzo»: per questo, l'amministratore del condominio ha sfrattato dal residence di via Olgettina 65 le 14 ragazze al centro dell'inchiesta sul «caso Ruby» sospettate di essere delle prostitute.

IL PALAZZO - Le giovani della scuderia di Lele Mora dovranno abbandonare i loro appartamenti entro otto giorni a partire da oggi. Nel palazzo di Milano Due, stando a quanto raccontato da alcune testimoni sentite nell'inchiesta sulle feste ad Arcore, vivono numerose soubrette ed escort in comodato d'uso a spese del premier Silvio Berlusconi. La dimora Olgettina è un complesso residenziale in via Olgettina 65 a Milano 2, a due passi dall'ospedale San Raffaele.

Un complesso di sei scale, decine di appartamenti dove vivono 14 showgirl che avrebbero partecipato alle feste del premier ad Arcore. Quattro appartamenti sarebbero stati intestati a Nicole Minetti «per conto delle ragazze che di fatto occupano l'immobile» e che non avevano le «condizioni richieste per l'intestazione, quali un idoneo contratto di lavoro». Lo scrivono i pm di Milano negli atti dell'inchiesta sul caso Ruby trasmessi alla Camera. Si tratterebbe delle showgirls Iris Berardi, Arisleida Espinosa, Annina Visan e Elisa Toti.


La consigliera regionale Minetti, si legge negli atti, «dalle conversazioni intercettate, sembra costituire per le ragazze indicate il tramite con Marcello Fabbri», agente immobiliare «della società Friza srl che gestisce l'immobile di via Olgettina», per ciò che riguarda «gli aspetti contrattuali». Mentre, secondo i pm, «per ciò che riguarda la copertura finanziaria degli oneri delle locazioni, sia in relazione ai canoni che alle spese correnti» la Minetti fa da tramite, per conto delle ragazze, con il manager di fiducia di Silvio Berlusconi, Giuseppe Spinelli.

Dei sette appartamenti, in totale, che gli inquirenti hanno individuato nel residence Olgettina, due sarebbero intestati a Marysthelle Polanco e uno a Barbara Guerra. «In particolare Fabbri - si legge ancora - mantiene i contatti con la Minetti e con lei si accorda per la firma dei contratti, per i «cambi» di assegnazione delle case e per l'incasso dei pagamenti dei canoni di locazione, delle caparre e delle cauzioni» Sette sono gli appartamenti affittati alle stesse giovani che ci abitano. Tra i loro nomi Barbara Guerra e Marysthelle Garcia Polanco, valletta di Colorado Cafè. Nella dimora Olgettina ha abitato anche il consigliere regionale Nicole Minetti che è coinvolta nell'inchiesta Ruby, accusata di induzione e favoreggiamento dela prostituzione.

LA LAMENTELA - Secondo quanto riferito da una delle giovani donne in questione, Marysthelle, nella lettera di sfratto dell'amministratore del condominio, è spiegato che la decisione è stata presa per le lamentele degli altri inquilini. «Non è giusto, anche noi siamo delle vittime. Io avevo anche tolto il mio nome dal citofono perchè mi insultavano giorno e notte» ha detto Marysthelle. «Io ero a Firenze per lavoro, ma mi hanno telefonato le altre ragazze per dire che era arrivata questa lettera - ha raccontato Marysthelle -.

È una lettera uguale per tutte, firmata dall'amministratore del condominio, che ci dice che dobbiamo lasciare l'appartamento entro otto giorni altrimenti farà intervenire la forza pubblica». «Io ho già telefonato al mio avvocato e gli ho detto di occuparsene - ha detto ancora Marysthelle -. Non credo che sia giusto nè legale un'imposizione del genere. Lo so che gli altri condomini si sono lamentati per la presenza dei giornalisti e dei fotografi davanti allo stabile, ma anche noi siamo delle vittime. Mi è capitato negli ultimi giorni di essere chiamata al citofono anche in piena notte e di sentirmi dire delle volgarità». Marysthelle è madre di una bimba e quando è scoppiato lo scandalo Ruby nei giorni scorsi ha ammesso di aver ricevuto dei soldi dal presidente del Consiglio Berlusconi da usare per la sua bambina. «L'appartamento è intestato a me - ha detto ancora Marysthelle -, ci abito con la mia bambina, non so proprio dove dovrei andare adesso e dove potrei portare lei».


Redazione online
20 gennaio 2011




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Berlusconi stands firm amid new sex allegations

 Italian PM Silvio Berlusconi is refusing to resign after this week saw several more alleged incidents of sexual misconduct added to the mountain of previous allegations. The revelations arose from court documents that are part of an ongoing probe into alleged abuse of power by the 74-year old. He later went on TV to deny the claims.



Yet more Berlusconi accusations appear

A 17-year-old bellydancer nicknamed Ruby then went public with allegations of Italian Prime Minister Silvio Berlusconi being sexually involved with her.


Terrorismo, colpo di scena in udienza «Parlavano di frutta non di bombe»

Corriere della sera


La perizia degli esperti: «Si riferivano a melegrane»
I due, un siriano e un francese, furono arrestati al porto



Il caravan con il quale sono arrivati a Bari
Il caravan con il quale sono arrivati a Bari

BARI - Colpo di scena oggi in aula durante il processo ai due presunti terroristi detenuti: lo sceicco-imam Ayachi Bassam, 65enne siriano, e l’ingegnere francese Gendron Raphael Marcel Frederic, 36 anni, entrambi accusati di terrorismo internazionale. Nelle loro conversazioni - è emerso durante il dibattimento - non parlavano di tonnellate di «granate», cioè di bombe, ma di «melagrane» ovvero di frutta.

LA PERIZIA - Alcune delle 35 frasi interpretate dall’accusa come indicative di attività terroristiche - emerge dalle perizie - sarebbero incomprensibili o addirittura tradotte in modo errato. Tra queste vi è proprio quella relativa al presunto acquisto di bombe. In un’intercettazione ambientale i due imputati parlano di una tonnellata di «romlan», una parola araba, del costo di 5 euro al chilo. Secondo l’accusa, la traduzione esatta è granata, alias bomba. Controbattono i periti della Corte di Assise e della difesa e spiegano che quella non è la traduzione adatta. Quella parola - dicono - si traduce "melagrano" e quindi stavano parlando dell'acquisto di frutta.

L'UDIENZA - Oggi sono stati ascoltati i periti nominati dalla Corte, incaricati di tradurre e trascrivere le intercettazioni ambientali (in arabo e francese) e il contenuto di sei pen-drive e di numerosi dvd (uno dal titolo Torture) trovati dalla Digos agli indagati e contenenti scene di addestramento militare, oltre al testamento ritenuto inedito di un kamikaze. Una cinquantina le conversazioni oggetto d’indagine nelle quali i due imputati, secondo il pm Francesca Romana Pirrelli, progettavano attentati terroristici in Francia e in Inghilterra. Oltre alla questione delle traduzione di alcune intercettazioni, oggi in aula è sorto il giallo relativo all’esistenza di una nuova pen-drive. Nel corso dell’udienza, infatti, il presidente della Corte, Clelia Galantino, ha comunicato alle parti dell’esistenza di una nuova pen-drive inserita, forse per errore, nel fascicolo degli atti di un altro processo in corso a Bari sulla tratta di esseri umani, e che risulterebbe sequestrata a Gendron. Della pen drive nè accusa nè difesa conoscevano esistenza e contenuto.

LE DICHIARAZIONI - Durante l’udienza gli imputati hanno rilasciato dichiarazioni spontanee. In un italiano dal marcato accento francese, Gendron ha parlato del suo lavoro come direttore di un centro islamico. «Le mie pen-drive - ha detto - erano sempre a disposizione di tutti quelli che lavoravano con me, quindi non so se il contenuto di quelle penne appartenga a me». Nel raccontarsi, ha citato la celebre frase del Vangelo di Giovanni «la verità rende liberi». «Se la ricerca della verità - ha detto rivolgendosi alla Corte - è un atto di terrorismo, allora io sono un terrorista». In arabo, assistito da un interprete, ha parlato invece Ayachi. Ha raccontato la sua storia. «Ho tre mogli e 12 figli e appartengo alle 36esima generazione che discende da Maometto. Non capisco come mi sono trovato in questa situazione. Non sono mai stato iscritto ad un partito politico, non ho mai partecipato ad una manifestazione contro uno Stato, in nessun altro Paese hanno intentato una causa contro di me e con i soldi che guadagno aiuto i poveri. Come ha fatto il pubblico ministero - ha chiesto Ayachi - a farmi diventare un grande terrorista? Vuole forse condannarmi a morte perché sono un discendente di Maometto?». Il 65enne ha poi parlato del contenuto delle pen-drive. «Portavo con me foto della mia famiglia. Non ho mai scaricato nulla da internet e non so nemmeno come si usa».


L'ARRESTO- I due presunti terroristi furono arrestati nel novembre 2009 al porto di Bari per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per questo sono stati condannati a quattro anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Nel loro camper proveniente dalla Grecia la polizia di frontiera e la guardia di finanza trovarono cinque immigrati clandestini. I sospetti degli investigatori portarono ad ipotizzare che i due facessero parte di una cellula terroristica. Le indagini furono per questo affidate ai poliziotti della Digos di Bari e qualche settimana più tardi ad Ayachi e Gendron, ritenuti leader in Europa di una rete di supporto logistico di Al Qaeda, fu notificato in carcere un mandato di arresto su disposizione della magistratura barese. Secondo l’accusa di due stranieri sarebbero legati ad un gruppo terroristico che avrebbe progettato attentati terroristici in Francia (in particolare all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi) e Inghilterra e che aveva a disposizioni armi, soprattutto esplosivi per preparare attentati.

LE INDAGINI - Ad incastrarli è stata la documentazione (tra i quali testi religiosi in lingua araba) che la Digos ha trovato nelle quattro pendrive e nei dvd che i presunti terroristi avevano nascosto nel camper la sera in cui sono sbarcati a Bari. Tra i documenti trovati, anche letture e commenti di comunicati di Osama Bin Laden e discorsi di al Zarqawi, resoconti di operazioni della resistenza irachena contro l’esercito Usa, foto di guerriglieri, manuali di combattimenti e scene di addestramento e combattimento. L’inchiesta barese si è avvalsa anche dei i risultati di rogatorie compiute in Francia e, in parte, in Belgio.


Angela Balenzano
20 gennaio 2011






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Rovinosa caduta di Grugger sulla pista di Kitzbuhel

La Stampa

Paura durante le prove della discesa libera  sulla pista austriaca di Kitzbuhel in Austria. A pochi secondi dallo start, Hans Grugger perde il controllo degli sci e sbatte al suolo. L'impatto è tremendo, il 29enne perde conoscenza. Immediati i soccorsi. Data la gravità dell'incidente le prove vengono sospese.