sabato 22 gennaio 2011

Santoro da il cellulare di Silvio. Prendetevi il suo

Libero








Nella puntata di Annozero di giovedì 20 gennaio, Michele Santoro ha tarsmesso in diretta il numero di cellulare del premier Silvio Berlusconi. Libero, seguendo il principio della "privacy secondo Michele", pubblica il telefono dove potete raggiungere il tribuno di Rai2.

L'articolo di Andrea Morigi


Al 3483406101, risponde Michele Santoro. L’autorizzazione alla divulgazione, per la proprietà transitiva, deriva dall’interessato, secondo il quale rientrerebbe nei limiti della libertà di stampa rendere noto - sebbene a rate - il numero del cellulare di Silvio Berlusconi. Nella puntata di Annozero andata in onda giovedì, si sono nascosti dietro un trucchetto. Hanno coperto le tre cifre finali. Le quali però, si possono ampiamente ricostruire, consultando le 389 pagine di verbale consegnate alla Giunta per le autorizzazione della Camera dalla Procura di Milano e pubblicate da molti giornali su carta e online.

Così, da due giorni, grazie al tam tam dei blog che hanno risolto il facile enigma spiegando come raggiungere telefonicamente il premier al 3351500431, migliaia di persone gli hanno intasato la linea. Alcuni per insultarlo e minacciarlo, altri magari per esprimergli solidarietà, altri ancora per mandargli qualche sms per scherzo, al bar con gli amici. Chi ci ha provato, riferisce che prima rispondeva una voce di donna, poi un segnale fisso di occupato.

Nella consapevolezza di camminare su ghiaccio sottile, lo stesso Santoro ci tiene a precisare che «se è quello il numero del cellulare di Berlusconi, non l’abbiamo dato noi. È Berlusconi che l’ha dato a Nadia Macrì. E la Macrì l’ha fatto vedere a Sandro Ruotolo che prudentemente ha cercato di coprire almeno delle cifre. Se fosse quello, perché io non so se è vero quello che racconta la Macrì, credo che l’avrà già cambiato da un po’».

Per quanto riguarda Santoro, invece, l’ultima parte del suo numero non risulta nota alle cronache giudiziarie. Non lo hanno né intercettato né indagato. Però potrà provare lo stesso brivido del contatto diretto con il pubblico. Potrà seguire lo stesso consiglio che dispensa lui al premier: «C’è poco da commentare ci sono tante compagnie telefoniche, se il premier è preoccupato cambi numero...». Se non gradirà, potrà anch’egli affidarsi a un nuovo gestore o chiedere una nuova Sim.

Gli arriverà qualche bacchettata, al massimo. Ieri, sull’argomento della pubblicazione selvaggia è intervenuto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, durante la celebrazione della Giornata dell’Informazione. Anche se ormai è un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, il capo dello Stato ribadisce l’esigenza di «un valido equilibrio tra i valori del diritto-dovere dell’informazione e quelli del rispetto della riservatezza delle indagini nonché della privacy e dignità delle persone». Richiama il «senso del limite e responsabilità che non può mancare nell’informazione, specie nella cronaca giudiziaria», anche se non si nasconde che «la materia è sempre e più che mai scottante».

Contro un’interpretazione colabrodo delle norme sulla riservatezza dei dati personali, nel frattempo, giunge un nuovo richiamo del Garante della privacy, dopo quello di giovedì, ai numerosi siti di informazione on line «a oscurare con urgenza i numeri delle utenze telefoniche riferibili a persone coinvolte nell’inchiesta sul cosiddetto caso Ruby e tratte dagli atti della procura di Milano». Non una parola, ovviamente, su chi ha fatto trapelare le informazioni. Ai magistrati e ai politici che hanno fatto girare il faldone dell’inchiesta Ruby non si accenna nemmeno. La minaccia riguarda solo il distributore al dettaglio. Sul grossista, nulla.

«L’attività istruttoria e di verifica del Garante, volta ad individuare eventuali altri siti o altri casi di diffusione da parte di media dei numeri di quelle utenze telefoniche, è tuttora in corso - si legge -. L’Autorità richiama tutti i siti di informazione e tutti i media allo scrupoloso rispetto del principio di essenzialità dell'informazione, già più volte ribadito e ad astenersi dal diffondere i dati delle utenze telefoniche, ancorché contenuti in atti giudiziari, la cui diffusione è eccedente rispetto al diritto di cronaca e inutilmente invasiva della riservatezza delle persone coinvolte», conclude la nota del Garante per la privacy.  Oscurare non serve. Ormai, tanto varrebbe rieditare il vecchio elenco telefonico, con nomi, cognomi, indirizzi e titoli. Almeno ci sarebbe da divertirsi un po’, privilegio ormai riservato soltanto a Teo Mammucari.

22/01/2011





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Atac, lo scandalo degli autobus verniciati due volte in un anno

Il Messaggero


Per le manutenzioni spesi 43 milioni. Aurigemma: troppi operai di ditte esterne nelle nostre officine









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L'Albania sull'orlo della guerra civile

Corriere della sera

L'opposizione sfida Berisha: «Torneremo in piazza». Lui: tentano golpe come in Tunisia. Ue: «Stop alle violenze»


MILANO - È ancora alta la tensione nella capitale albanese Tirana, dove venerdì sono state uccise tre persone a colpi di arma da fuoco durante una manifestazione dell'opposizione degenerata in violenti scontri con le forze dell'ordine. Un'evoluzione drammatica nella crisi politica che vive l'Albania da un anno e mezzo. Tre manifestanti sono arrivati morti in ospedale, centrati dalle pallottole. Negli scontri ci sono stati inoltre 55 feriti, tra i quali 25 poliziotti e 30 civili. Le tre vittime sono state «uccise a bruciapelo con armi leggere, con pistole. E la polizia non possiede tali armamenti», ha garantito il primo ministro albanese, Sali Berisha, durante una conferenza stampa. «Ogni responsabilità per questi incidenti e per queste vittime va direttamente attribuita agli organizzatori di questa manifestazione», ha aggiunto. Il capo dell'opposizione socialista, Edi Rama, ha accusato da parte sua la polizia di aver sparato contro i manifestanti, «uccidendo tre innocenti». E dalla sua porta un video che dimostrerebbe inequivocabilmente come a sparare sia stato un membro della Guardia di Repubblica, appostato all'interno della sede del governo.
La rivolta di Tirana

BERISHA ATTACCA I SOCIALISTI - Il primo ministro albanese Sali Berisha punta il dito contro l'opposizione albanese, accusandola di tentare «un colpo di Stato violento con uno scenario alla tunisina». Secondo Berisha, che ha parlato in nottata durante una conferenza stampa, il leader dell'opposizione socialista e sindaco della capitale Edi Rama avrebbe «voluto montare un colpo di stato violento, immaginando uno scenario alla tunisina per l'Albania». «Lui e queste carogne di Ben Alì albanesi hanno immaginato per voi, cittadini dell'Albania, uno scenario tunisino», ha aggiunto Berisha. La giornata di sangue era cominciata con una manifestazione indetta dall'opposizione socialista per chiedere le dimissioni del governo di centrodestra guidato da Berisha, e nuove elezioni. Rama ha respinto con forza ogni accusa di tentato golpe: «Non c'è nessun parallelo con la Tunisia» ha dichiarato, invitando Berisha a una «soluzione politica della situazione».



LA CRISI - È la prima volta che un corteo dell'opposizione dà luogo a violenze del genere, con vittime, dall'inizio della crisi politica che vive l'Albania. L'opposizione guidata da Rama non ha mai riconosciuto i risultati delle elezioni politiche del giugno 2009, accusando il potere di frodi. Da allora, è braccio di ferro. L'opposizione si rifiuta di svolgere un ruolo attivo in Parlamento e annuncia un riconteggio dei voti, richiesta che il governo Berisha non ha mai accettato di assecondare. La manifestazione di venerdì aveva come parole d'ordine le dimissioni di Berisha e la convocazione di elezioni politiche anticipate. Migliaia di dimostranti si erano radunati nel primo pomeriggio di fronte alla sede del governo, nel centro di Tirana, protetta da un importante cordone di agenti. La tensione è stata immediatamente evidente e i manifestanti non hanno impiegato molto a lanciare diversi oggetti, compresi sassi, contro i poliziotti. Questi hanno reagito sparando gas lacrimogeni e ricorrendo agli idranti per respingere i manifestanti e disperdere la folla.
L'APPELLO DELLA UE - In un appello congiunto, l'ambasciata degli Stati Uniti, la delegazione dell'Ue e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) a Tirana hanno invitato «tutte le parti» alla «calma e al contegno, e ad astenersi da provocazioni». Nella serata di venerdì, alti responsabili dell'Unione europea avevano già rivolto inviti alla calma, rammaricandosi «con forza» della perdita di vite umane, ma hanno sottolineato il diritto dei cittadini a manifestare. «Manifestare è uno strumento della libertà di espressione e permette ai cittadini di raccogliersi pacificamente», hanno rimarcato il capo della diplomazia europea Catherine Ashton e il commissario europeo incaricato dell'Allargamento, Stefan Fuele, in un comunicato congiunto. Il segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland, si è detto «molto preoccupato dall'esplosione delle violenze» e ha invitato «tutte le forze politiche a promuovere un dialogo costruttivo, nel quadro delle istituzioni democratiche attuali» albanesi.

Redazione online
22 gennaio 2011

Berlusconi: «Non ci pieghiamo e reagiremo all'aggressione»

Corriere della sera

Il premier: «È normale in democrazia che il presidente del consiglio sia sottoposto a spionaggio?»



MILANO - «Io non ci sto, non fuggo e non mi dimetto»: lo ha affermato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo oggi telefonicamente ad un convegno del Pdl a Milano. «Pensavano di piegarci - ha aggiunto - ma noi non ci pieghiamo e reagiamo all'aggressione». Berlusconi contrattacca ancora contro i pm milanesi. «È normale in una normale democrazia che il presidente del consiglio sia sottoposto a uno spionaggio del genere?» ha detto ancora il capo del governo. Tornando a parlare delle intercettazioni, ha detto: «Non sono state fatte a seguito di una notizia di reato ma per costruire una notizia di reato».

RIFORMA - «Siamo determinati a realizzare la riforma della giustizia che non siamo mai riusciti a fare non per mancanza di impegno ma per l'opposizione prima di Casini e poi di Fini. Una riforma che è richiesta da ciò che sta avvenendo da anni in Italia» ha sottolineato ancora il premier.

FINI - Gianfranco Fini, ha aggiunto il premier, ha messo in atto un «disegno eversivo» contro il governo, prima boicottando i tentativi di riforma sulla giustizia, e poi mettendo in atto la scissione di Futuro e Libertà. «Dal 2008 al 2010 - ha detto - Fini ha bocciato tutti i tentativi di riforma della giustizia, a partire guarda caso dalla legge sulle intercettazioni. Poi è stata messa in atto la scissione di Futuro e Libertà per mettere in minoranza il Governo, ma il disegno eversivo è fallito, e allora subito è scattata la via giudiziaria».

BERSANI - Non si fa attendere la replica del leader del Pd Pierluigi Bersani: «La situazione è drammatica. Qualsiasi soluzione è meglio, elezioni comprese, perchè in quel caso le vinciamo. Nell'universo di tutti i Paesi democratici solo noi siamo costretti a subire la violenza di un potere immorale che è riuscito a trasformare la leadership in una sorta di satrapia e a fare del consenso il grimaldello per la rottura di ogni regola scritta e non scritta»

Redazione online
22 gennaio 2011

Saviano: la mia laurea per i magistrati

La sicurezza stradale? Nello spot del ministero Proietti torna Mandrake

Il Mattino


ROMA - Gigi Proietti reinterpreta Mandrake, l'amatissimo personaggio di Febbre da cavallo, film cult degli anni '70, e diventa protagonista del nuovo spot sulla sicurezza stradale. Lo fa per la campagna istituzionale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, «Sulla buona strada», che nel 2010 ha già avuto il volto di Christian de Sica, di Linus, della Premiata Ditta e di Cristiano Militello. La campagna di comunicazione è stata inaugurata dal ministro Matteoli nello scorso giugno, che ha fatto leva sul claim ormai noto «Quando guido io non scherzo», attraverso alcuni dei volti più noti della comicità italiana.

Sabato 22 Gennaio 2011 - 11:35    Ultimo aggiornamento: 11:38












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L’Irlanda torna a 150 anni fa Tutti in viaggio verso l’America

di Luciano Gulli


Centomila giovani pronti a emigrare da un Paese dove non c’è lavoro. Come a metà Ottocento, quando la Grande carestia provocò l’esodo




«Quando la Quercia d’Irlanda salpò da Cork nell’ottobre del ’49, pensavamo di arrivare a New York nel giro di una settimana. Ma dopo due giorni di viaggio ci informarono che saremmo andati a Montreal, in Canada. Io avevo solo quaranta dollari, dissi al primo ufficiale, per caso la Irish Shipping mi avrebbe pagato il biglietto del treno da Montreal a New York? No, rispose lui, la società non era responsabile. Le navi da carico, aggiunse, sono le puttane del mare, farebbero di tutto per tutti. Un cargo è come il vecchio cane di Murphy, che fa un pezzo di strada con qualunque vagabondo». Frank Mc Court, «Che paese, l’America», Adelphi editore.

Sessant’anni dopo, la storia raccontata da Frank Mc Court si ripete. Ma a ben vedere è dall’Ottocento che, a fasi cicliche, la storia si ripete, e gli irlandesi si mettono in rotta per le Americhe con il fagotto dell’emigrante sulle spalle. Una volta - e i tempi di Frank Mc Court erano ancora «quella volta» - si partiva per fame, perché era andato male il raccolto delle patate, perché la paga di un operaio non bastava a sfamare una famiglia (dopo che una buona metà era svaporata al pub) e perché gli Stati Uniti, il Canada, visti da Dublino (ma anche dal Polesine o dalla Campania, se è per questo) sembravano davvero la terra promessa. Oggi, di fame non muore più nessuno, in Europa.

E nessuno di quelli in partenza per le Americhe, ora che la Tigre Celtica ha smesso da un pezzo di ruggire viaggia su un piroscafo, in un ponte di terza classe, con una giacchetta rattoppata e una valigia di cartone. Ma la spinta alla fuga, lo spettro che all’alba del 2011 si allunga ancora una volta sull’Irlanda ha lo stesso profilo grifagno di quello che già altre volte buttò la sua ombra su Dublino e Limerick, su Cork, su Galway e su Belfast.

Scappano i giovani, spinti dalla crisi economica, dalle promesse di austerità del primo ministro Brian Cowen e dalla disoccupazione, che l’anno scorso si è attestata al 13,5 per cento. E saranno folla. Racconta il Wall Street Journal che uno dei più accreditati istituti di ricerca di Dublino, l’Economic and Social Research Institute, stima in 100 mila i giovani che tra l’aprile prossimo e fino a tutto il 2012, lasceranno l’Irlanda. Numeri che configurano un autentico esodo, visto che stiamo parlando di una media di mille persone al mese, ovvero del 2 per cento della popolazione dell’intera isola.

Dove andranno? Andranno nel solito posto, dove già hanno fratelli, zii e una valanga di cugini. Non sarà più la statua della Libertà, non sarà più Ellis Island, ad accogliere questa nuova ondata di immigrati. Essi sbarcheranno verosimilmente in un aeroporto al quale hanno dato il nome di un loro celebre conterraneo che è stato addirittura presidente, e nessuno li guarderà stavolta come dei pezzenti. Però sarà lo stesso un’epopea, come quella che i loro progenitori hanno tracciato negli annali della storia americana con il loro lavoro, il loro genio, la loro capacità di sacrificio, la loro specificità, i loro celebri poliziotti e i loro malandrini. Pare che oggi siano 44 milioni (su una popolazione di 300 milioni) i cittadini americani di origine irlandese. Sicché non sarà ozioso domandarsi che cosa sarebbero stati gli Usa senza la loro massiccia presenza; senza quella poderosa iniezione cattolica nel gran corpo protestante di una nazione che mutò pelle, e carattere, grazie al melting pot, a quel crogiuolo in cui tutti si mescolarono; ma in cui gli italiani, gli ebrei, gli irlandesi (nel bene e nel male) scrissero a lettere incancellabili la storia del più grande Paese del mondo.

Furono loro, gli ultimi arrivati, quelli con le pezze al culo che diedero vita alle grandi organizzazioni criminali che si affermarono al tempo del proibizionismo. Ma sarà anche il caso di ricordare che l’Irish Mob, la mafia irlandese, era radicata a Boston, a New York, a Cleveland e a Chicago prima ancora che la parola Mafia, e il suo corredo di Padrini, risuonasse sul suolo americano. Gente svelta, duttile, intraprendente, come quel famoso trafficante di liquori che faceva di nome Kennedy, ed era il padre di una Dinasty politica piuttosto importante che cominciò con uno che si chiamava John, passò per uno che si chiamava Robert e si chiuse, un po’ malinconicamente, con uno che si chiamava Ted.




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Mafia, sette anni a Cuffaro In carcere entro cinque giorni

Corriere della sera


La condanna per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio


MILANO - La Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio emessa nell'ambito del processo «talpe alla Dda» nei confronti di Salvatore Cuffaro, ex governatore della Sicilia, oggi senatore. In particolare, la seconda sezione penale presieduta da Antonio Esposito ha rigettato il ricorso di Cuffaro, confermando così il verdetto emesso lo scorso 23 gennaio dalla corte di appello di Palermo. La condanna è ora definitiva. Cuffaro in questo momento si trova a Roma, nella chiesa della Minerva al Pantheon, raccolto in preghiera con la sua famiglia. Entro cinque giorni gli sarà notificato l'estratto della sentenza. Cuffaro, comunque, potrebbe decidersi di costituirsi in carcere anche prima dello scadere dei cinque giorni. In passato, dopo la condanna definitiva, l'ex parlamentare Cesare Previti si costituì spontaneamente nel carcere romano di Rebibbia.

DECADE DA SENATORE - Una delle conseguenze della conferma della condanna a 7 anni di reclusione per l'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, attualmente Senatore dei Popolari Italia, è quella della decadenza dal seggio di palazzo Madama. Lo si è appreso da fonti del collegio difensivo del senatore. Piuttosto che essere dichiarato decaduto dal Senato, Cuffaro potrebbe presentare le dimissioni.

LE REAZIONI - «È una sentenza che desta stupore e rammarico anche perché, ieri, la Procura della Cassazione, con una richiesta molto argomentata, aveva chiesto l'annullamento dell'aggravante mafiosa per l'episodio di favoreggiamento ad Aiello, richiesta che se accolta avrebbe sgonfiato del tutto la condanna», è il commento dell'avvocato Oreste Domignoni, difensore di Cuffaro in Cassazione insieme a Nino Mormino. La sentenza della Corte di Cassazione conferma l'impianto accusatorio sostenuto dalla procura in primo grado», dice invece il Procuratore capo di Palermo Francesco Messineo. «In primo grado il nostro impianto accusatorio era stato accolto dai giudici solo parzialmente - ha aggiunto Messineo -. La Corte d'Appello lo confermò e adesso arriva la sentenza definitiva. In ogni caso, non voglio aggiungere di più, perché le sentenze non si commentano ma si rispettano».

IL PROCESSO BIS - Cuffaro è attualmente imputato in un altro processo a Palermo, dove risponde di concorso esterno in associazione mafiosa. Il 28 giugno scorso in questo dibattimento i pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, a conclusione di una requisitoria durata per quattro udienze, ne hanno chiesto la condanna a 10 anni di reclusione. La richiesta di 10 anni è comprensiva dello sconto di un terzo della pena previsto per il rito abbreviato scelto da Cuffaro. Tra le vicende oggetto di questo processo, noto come «Cuffaro bis», quella delle candidature di Mimmo Miceli e Giuseppe Acanto, detto Piero, nelle liste del Cdu e del Biancofiore alle elezioni regionali del 2001. Entrambi, secondo l'accusa, furono sponsorizzati da Cosa nostra e Cuffaro per questo motivo li accettò come candidati nelle liste a lui collegate.


Redazione online
22 gennaio 2011





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Sogni erotici r frottole: il mondo di Nadia Macrì

Libero







A Ilda Boccassini non parlate di Michele Santoro. Non raccontatele dell’intervista alla escort Nadia Macrì, trasmessa proprio giovedì ad «Annozero». Doveva essere la prova finale contro Silvio Berlusconi: la ragazza ha raccontato di esser stata a cena ad Arcore. Serata discinta tra balli, strusci, il premier che sbuca nudo per immergersi in piscina. E poi Ruby, minorenne, pagata sotto gli occhi di Nadia dopo una prestazione sessuale. Insomma, ergastolo. Ma rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang da strike su tutti i birilli, le prove dell’accusa.

UN MARE DI BALLE - Se riavvolgi il nastro scopri in un attimo che la giovane ricorda male o, forse, ha raccontato un mare di balle. Per scoprire il bluff non serve particolare maestria. Ad «Annozero» dice di aver conosciuto Berlusconi tramite «Federico dell’ufficio di Lele Mora», mentre ai magistrati di Palermo aveva indicato il sindaco di Parma Vignali come punto di contatto. Ma quando è andata nella villa di Berlusconi? «Era il 24 agosto 2010», ripete due volte. E chi c’era? «Quella ragazza marocchina, Lele Mora ed Emilio Fede, i soliti». Andiamo a vedere i tabulati indicati nell’ordinanza: in effetti risulta che quella sera Ruby fosse nella zona della villa del premier ma di Mora non c’è traccia. La Macrì indica quindi di aver visto una persona che lì non c’era. Forse la procura non l’aveva individuato? Mistero. La Macrì parla di una ragazza «scura di pelle», una «splendida ragazza tipo indiana, alta, magra» che aspettava con lei in salotto, ma di questa signorina non c’è traccia. Né compaiono le «cinque, sei brasiliane molto belle pure loro» che lei assicura di aver visto al seguito di Mora o del suo sosia. «Dopo la cena andiamo in un privée - spiega a Ruotolo che la intervista - qualcuno faceva la lap dance, c’era un palo piccolino, niente di che… la ragazza marocchina aveva un seno grosso così era talmente ubriaca che girava per tutta la stanza con il bicchiere in mano» come barcollando «per tutta la sala, alcune erano in mutandine, altre come me a seno nudo».

"CINQUE, FAI ANCHE SETTE" - Il racconto si fa ancora più osé. Tutti in piscina ad aspettare Berlusconi. Che a un certo punto si presenta «già nudo». Per carità, tutto è possibile: la vita notturna del premier sta affondando tra critiche e condanne. Ma che si presenti alla folla femminile acclamante non ci crediamo. La diffidenza diventa incredulità nel fotogramma successivo: alla corte rimangono «cinque, sei ragazze, toh, fai anche sette» Massì, che cambia? E si arriva al sesso. La Macrì, sempre sotto un sorriso enigmatico, aggiunge: «Poi lui dopo un po’ si avvicinò a un’altra camera dove c’è un lettino per fare i massaggi …no? E dopo un po’ lui disse: allora, avanti la prossima, avanti la prossima. E ogni cinque minuti apriva la porta e noi consumavamo il rapporto sessuale, una alla volta, in cinque minuti».

SEX MACHINE - Una sorta di macchina sessuale, capace di consumare sette amplessi in 35 minuti. Un primato per chiunque, figuratevi un signore classe 1936. La Macrì non pare accorgersene. Altro primato: Ruby, quella sera avrebbe avuto un rapporto con il premier, ma è un dato che mal si concilia con l’attività che di certo l’intrattenne: dai tabulati risultano 18 telefonate e 5 sms in una manciata di ore. Nadia non avverte quindi la misura dell’incredibile che dal suo racconto rischia di coprire quello degli altri. Una storia che puzza di balla, come altre sempre smentite da chi le sta vicino e divide con lei sentimenti, affetti. Solo qualche tempo fa in una intervista aveva svelato di aver passato al telefono il premier all’adorata mamma, ma anche ieri Maria Luigia Peluso è tornata a smentire la figlia: ha detto che racconta «stupidaggini, solo stupidaggini. Conosco mia figlia meglio di chiunque altro e so com’è fatta. Ha visto che giornali e tv non si occupavano più di lei ed è voluta tornare ad essere protagonista. Racconta balle colossali per avere notorietà. Non si rende conto delle conseguenze che può avere questo comportamento». E la telefonata con il premier? «Non è mai successo. Non ho mai, e dico mai, parlato al telefono con il presidente».

IL RANCORE MAI SOPITO - La realtà è che la Macrì nutre un odio profondo per Berlusconi:  «È un razzista in tutto… a lui non piacciono i meridionali». Un odio che nemmeno nasconde: «Lui basta che paga, tutti gli leccano il culo… il mister b del cavolo paga, paga, paga, paga». E ancora: «Ragazzi, andiamo tutti in piazza a replicare» incita chi la segue sulla sua pagina di Facebook visto che lei, confessa, si sente «solo usata, ma avrò la mia vendetta». Già, la vendetta annunciata settimane fa, perché «non mi sembra giusto... lui è sempre così in alto e noi siamo sempre più in basso... dopo tutto quei scandali... non capisco perché credono a lui». Meglio allora credere a lei?


di Gianluigi Nuzzi

22/01/2011








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Santoro spaccia gioielli falsi

di Alessandro Sallusti


L’ex marito sbugiarda la Macrì: altro che Berlusconi, quei monili mostrati in tv glieli ho comperati io Bossi entra in campo: Silvio si riposi, facciamo noi della Lega 



 

Il Vaticano chiede più moralità, titolava ieri a tutta pagina il Corriere della Sera . Sai che notizia. È cir­ca duemila anni che cardinali e papi (Benedetto XVI lo ha fatto anche ieri) ripetono con forza l'invi­to, ogni volta inascoltati e alcuni spernacchiati da an­ticlericali e laici. Il collegamento con il caso Ruby è indiretto ma sono in molti a giocarci sopra. Da Fini a Bersani, tutti applaudono il Papa e si autochiamano fuori dal monito che riguarda sicuramente più loro di Berlusconi, avendo la Chiesa a cuore problemi come l'aborto, il divorzio, le manipolazioni genetiche e i matrimoni gay ben più delle frequentazioni private.
Fa piacere che il primo quotidiano d'Italia dia tanto spazio all'autorevolezza del Santo Padre, le cui paro­le sono solitamente confinate in poche righe nelle pa­gine interne. Ma si sa, queste sono le ore della grande ipocrisia. Fini che si indigna per la telefonata di Berlu­sconi in Questura e nasconde sotto lo zerbino le sue alla Rai per fare avere appalti alla suocera. La Melan­dri, che da ministra di Prodi amava frequentare le fe­ste in Kenia degli amici di Lele Mora e non pagare l'affitto di casa, va in tv e veste i panni indignati della grande moralizzatrice. Avviene tutto, e solo, nei salot­ti televisivi e sui giornali. Fa ridere vedere grigi opinio­nisti, intellettuali, donne con la puzza sotto il naso e tromboni attempati scodinzolare felici attorno a un gruppo di ragazzine dai costumi un po' discinti ed elevarle a faro del Paese. Tutti lì, ad aspettare come vecchi bavosi un osso, cioè la nuova sensazionale ri­velazione piccante che potrebbe cambiare il corso della (loro) storia.
Tra i più attizzati ovviamente c'è Michele Santoro. Altro che Lele Mora. Più che un giornalista ormai è l'agente di mafiosi e presunte escort. Pende dalle loro labbra, certifica le loro verità. Prendiamo Nadia Ma­crì, la ragazza che ha raccontato in diretta i regali e le super prestazioni di Berlusconi. La giovane ha mo­strato in diretta gioielli e monili ricevuti in dono ad Arcore. Ha mentito. Il suo ex marito racconta oggi a il Giornale che quando li ha visti in tv si è arrabbiato non poco: quei regali glieli aveva fatti lui ed è in grado di provarlo.
Santoro quindi spaccia falsi. Quello che dovrebbe fare inorridire è che lo fa sulla tv di Stato. Non è l'uni­co. I giornalisti Rai di sinistra (quasi la totalità) hanno rotto gli argini. È una corsa a chi la spara più grossa. Li vedi, sono felici di zittire i pochi ospiti non allineati sulla tesi della Boccassini. Sorridono, irridono quan­do gli spieghi che questo è l'unico caso giudiziario dove le presunte vittime smentiscono di esserlo. Non sono stato concusso, dice il funzionario della Questu­ra. Non sapeva che ero minorenne e non mi ha tocca­to, sostiene Ruby. Non conta. Noi stiamo pagando il canone per essere presi per il naso, violentati nell'in­telligenza. Vogliono Berlusconi morto e prendere il suo posto. Ieri Berlusconi ha ufficializzato che non andrà da giudici che non hanno titoli per interrogar­lo. E Bossi si è fatto scudo umano: Silvio si riposi, fac­ciamo noi della Lega, ha detto il leader del Carroccio. Credo che ancora una volta abbiano stappato cham­pagne ma la festa non ci sarà, se non eventualmente nell'urna (e non sarà la loro).



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Caso Ruby, spiate e ricatti Ecco tutto quello che non torna

di Stefano Zurlo



Dieci bugie spacciate con troppa sicurezza da magistratura, giornali, tifosi dell’inchiesta su Ruby. Un’indagine che è ancora in corso ma sembra già finita. Dieci verità mancate, figlie dell’euforia giacobina di questi giorni. Di questo clima incandescente in cui c’è chi aspetta, impugnando gli atti dell’inchiesta come forconi, la caduta dell’odiato Cavaliere. Attesa dal lontano 1994 



 
Dieci bugie. Dieci massime spacciate con troppa sicurezza da magistratura, giornali, tifosi dell’inchiesta su Ruby. Un’indagine che è ancora in corso ma sembra già finita. A leggere «Repubblica», nell’edizione di ieri, siamo già dalle parti della sentenza. Se non oltre. Col Cavaliere già con un piede al gabbio. Così, in un articolo sterminato, il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha messo in fila, come perle, le dieci menzogne di Berlusconi. Menzogne presunte, traballanti, sfocate, perché le cose non stanno così. Per questo oggi è «il Giornale» a mettere in pagina dieci bugie. Dieci verità mancate, figlie dell’euforia giacobina di questi giorni. Di questo clima incandescente in cui c’è chi aspetta, impugnando gli atti dell’inchiesta come forconi, la caduta dell’odiato Cavaliere. Attesa dal lontano 1994.  

1) A Ruby ha chiesto 5 milioni al premier
È lei stessa ad affermarlo in una telefonata del 28 ottobre: «Col mio avvocato abbiamo chiesto al Cavaliere 5 milioni in cambio del fatto che io passo per pazza, che racconto solo cazzate». L’avvocato storico di Ruby, Luca Giuliante, ha liquidato i 5 milioni con una risata e un’intervista al Giornale: «Anch’io, quando gioco al Superenalotto, mi immagino come sarebbe vincere certe cifre. Al massimo Ruby poteva chiedere un favore a me, ma certo non chiedere di averne attraverso di me». Lei stessa, intervistata da Alfonso Signorini nel programma Kalispèra! ha smentito. E ha offerto una chiave di lettura di quell’intercettazione: «Posso dire delle esagerazioni, ma non questo. Non capisco più quello che è vero o quello che viene scritto». Facile immaginare che in quella telefonata Ruby sognasse ad occhi aperti. Il 27 ottobre quasi implora il ragionier Giuseppe Spinelli: «Ho bisogno del suo aiuto perché non so veramente come fare». Altro che 5 milioni, Ruby è una ragazza disperata.

2) Ruby ha fatto sesso col premier
È Repubblica a mettere fra virgolette questa frase, attribuendola naturalmente a Ruby: «Ho fatto sesso col premier, lui sapeva che ero minorenne». Questa frase, però, la giovane marocchina non l’ha mai pronunciata. A dirla, de relato per usare un linguaggio consono ai pentiti, è un’altra ragazza che mette a verbale una confidenza presunta di Ruby. Ruby però ha smentito. Insomma, sulla giostra delle dichiarazioni si trova tutto e il contrario di tutto. Ruby, davanti alle telecamere di Kalispèra!, è stata categorica: «Lui non mi ha mai toccato nemmeno con un dito. Anzi, era disposto ad ascoltarmi a differenza di tutti gli psicologi che ho incontrato e che sono pagati per farlo». Può darsi che la Procura abbia ragione, ma l’ammissione di Ruby non c’è. C’è semmai l’esatto opposto.

3) Ad Arcore un puttanaio
È l’espressione che usa un’amica di Nicole Minetti, M.T. che una sera partecipa ad una cena a Villa San Martino. Conversando con un’altra ragazza al telefono, M.T. è esplicita: «Quando qualcuno ha iniziato a far vedere il culo, la serata è decollata in un susseguirsi di scene più o meno volgari, come se fosse naturale... Siamo proprio in un puttanaio dove ciascuno è libero di fare quello che gli pare». Il 16 novembre M.T. viene interrogata. E innesta non una ma due volte la retromarcia: «Nessuno mi ha proposto nulla, nessuno ha fatto sesso». Ma allora dov’è il puttanaio, le scene volgari e tuto il resto?

4) Soldi per il sesso
È la tesi di fondo dell’inchiesta: il Cavaliere pagava le ragazze per le loro prestazioni sessuali. Sembrerebbe un automatismo, ma non è così. La prova, paradossalmente, ce la dà ancora M.T. al telefono con la solita amica: «Berlusconi mi dice: “Come sei stata?” e io gli ho detto “no, non mi sono divertita”. Allora lui mi ha detto: “Avrei piacere di aiutarti negli studi, perché Nicole mi dice che studi, che sei una brava ragazza. Tieni”». E M.T. torna a casa con la busta regalo del Cavaliere. Come si vede, e gli esempi sono molti, Berlusconi aiuta chi ha bisogno. Con o senza sesso.

5) Le prove evidenti
Per la Procura le prove sono evidenti. Così evidenti che i pm giocano d’azzardo e chiedono il processo con il rito immediato. Dopo quasi diciassette anni di inchieste sul premier, bisogna ammettere che questa è una novità. Prima i pm avevano sempre seguito l’iter canonico, passando per il filtro dell’udienza preliminare. Questa volta accelerano e tentano lo sprint. Ma dov’è la pistola fumante, la prova regina, quella del ko? Se c’è, è ben nascosta negli armadi della Procura e al momento nessuno l’ha ancora vista. Ci sono, è vero, una valanga di intercettazioni. Ma le intercettazioni, come si è visto in anni e anni di inchieste nate fra squilli di tromba e poi finite su un binario morto o con molto meno clamore, promettono quasi sempre quel che non mantengono. Perché per loro natura sono scivolose, più di una buccia di banana, spesso incomprensibili, equivoche. E poi quando le si trascrive, anche questo è capitato in molte indagini, arrivano le sorprese. Le correzioni. Le variazioni rispetto a quel che si era capito dai brogliacci.

6) Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne
Anche questo non è provato. Il capo di gabinetto della questura di Milano Pietro Ostuni, protagonista della movimentata notte del 27 maggio, dà un’altra versione: «La parola minore non fu mai pronunciata». S’intende, al telefono con Berlusconi. Poi lancia un assist alla Procura: «Era implicito che si parlasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti». Basta la parola affido per chiudere la questione e pensare che Berlusconi sapesse? Quel che è implicito per un dirigente della polizia, abituato a maneggiare casi del genere, dovrebbe essere esplicito per il Cavaliere? Inutile cercare la soluzione del pasticcio con Ruby. Dice tutto e il contrario di tutto. Berlusconi sapeva, anzi no, anzi un po’. Le certezze vacillano.

7) Il premier non è mai stato spiato
Lo scrivono alcuni giornali che giocano con le parole e i tempi. La verità è che per mesi decine e decine di persone in entrata e uscita da Arcore sono state monitorate, spesso fotografate, intercettate, perfino pedinate. In molti casi si sono chiesti i tabulati retrospettivamente fino al gennaio 2010. Le intercettazioni compiute in meno di sei mesi, sarebbero almeno centomila, ma probabilmente centocinquantamila. Centocinquantamila telefonate e sms finiti nei brogliacci degli inquirenti. In questo modo, con una sorta di assedio elettronico lungo quasi un anno, è stata ricostruita la vita del premier all’interno delle mura di Arcore sera dopo sera.

8) Le ragazze di via Olgettina non sono state maltrattate come sostiene Berlusconi
Lo scrive la Repubblica che prova a ridicolizzare quel che, fra un videomessaggio e l’altro, ha affermato il presidente del Consiglio. Ma il quotidiano diretto da Ezio Mauro dà una versione tranquillizzante e quasi soporifera di quel che è accaduto venerdì mattina. Non è andata così. Ecco il racconto di Barbara Guerra, ex concorrente della Fattoria 4 ed ex schedina della Domenica sportiva, al Giornale: «Hanno bussato alle sei e mezzo del mattino. Mi hanno immediatamente sequestrato il cellulare e i computer, hanno messo sottosopra la casa, cercavano droga e materiale pornografico. Non mi hanno nemmeno dato la possibilità di chiamare il mio avvocato, ma l’hanno contattato loro. Mi hanno costretto a fare la doccia con la porta aperta e poi mi hanno fatto entrare in macchina e come una mafiosa mi hanno portato in questura. Mi hanno trattenuto fino alle otto di sera, senza mangiare e senza bere. Naturalmente tutto questo anche se non sono indagata ma solo una testimone».
9) Le ragazze non pagavano l’affitto
Il palazzo di via Olgettina è stato ribattezzato con disprezzo il «regno delle protette». S’intende, dal Cavaliere. E loro, le amiche di Emilio Fede e Lele Mora, sono finite alla gogna. Tutti, o quasi, hanno scritto che era lui a pagare l’affitto. Poi la scoperta: erano loro, le showgirl, a saldare. E di tasca propria. Non importa. Stufa del clamore, l’immobiliare Friza le ha sfrattate.

10) Silvio Berlusconi ha affrontato «solo» sedici processi
È la tesi di Repubblica che buca, come fosse un palloncino, la dichiarazione del premier. Il Cavaliere aveva detto: «Ho letto finalmente le 389 pagine dell’ultima persecuzione, la ventottesima in diciassette anni». Ma Repubblica parla solo delle inchieste che sono andate a dibattimento. E le altre? Berlusconi non ha torto. Basta ricordare quel che accade in Sicilia dove il premier è oggetto, dai tempi della sua discesa in campo, di inchieste incredibili. L’hanno accusato di essere fra i cosiddetti mandanti esterni delle stragi, è stato iscritto più di una volta nel registro degli indagati con contestazioni al cui confronto quelle del Rubygate paiono peccati quasi veniali. In pratica si sosteneva che avesse le mani sporche di sangue. Il fatto che non si sia arrivati al processo significa solo che i pm non sono riusciti a dimostrare i loro teoremi. Ma le Procure sono tenaci e non mollano la presa. Il numero esatto delle inchieste aperte e magari archiviate e poi riaperte e poi ancora riarchiviate e così via è davvero un mistero perché ormai per calcolarle ci vorrebbe un computer.



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Assalto giudiziario

di Gian Marco Chiocci


Massimo Malpica


Superteste o teste-bufala? L’escort (forse ex forse no, la ragazza non sembra avere le idee chiare in proposito) che ad Annozero è andata in scena ripetendo in versione sempre riveduta e corretta il racconto dei suoi presunti trascorsi hard con Silvio Berlusconi, sembra voler indossare il costume da «pistola fumante» contro il premier. Ha visto la droga, ha visto le orge, ha visto i soldi. E, adesso, in ritardo, ha finalmente visto Ruby. Ma come grande accusatrice non è esattamente blindata. Chi la conosce non le crede. E anche la sua storia è poco granitica. Semmai è elastica: cambia, si aggiorna, cerca di coincidere con le date e con i nomi emersi dal Rubygate.

A cominciare, appunto, dalla ragazzina del Marocco. Ruby Rubacuori nelle precedenti edizioni di «avventure col premier» targate Macrì non c’era mai stata. Salta fuori solo dopo che i pm milanesi vogliono processare il presidente del Consiglio proprio per la giovane Karima, accusandolo di sfruttamento di minore e di concussione. Ed ecco il miracolo: prima Nadia confida al Fatto Quotidiano che c’era una ragazza «troppo giovane», che «credo sia Ruby».

E poi, a favor di telecamera, quando è Sandro Ruotolo by Santoro che glielo chiede, Nadia addirittura è diventata «sicura» dell’identità di quell’ospite. Anche la data, che traballava, s’è fissata al 24 aprile del 2010, che come è stato scritto su tutti i giornali è un giorno in cui ad Arcore, tra gli ospiti della serata, c’era anche la ragazza del Marocco. Nadia, però, appena 5 giorni prima, nell’intervista al Fatto, aveva affermato con certezza di essere stata «due volte nella villa di Arcore, l’ultima a fine marzo dell’anno scorso».

Se Nadia sul tempo è relativista, in compenso deve avere doti divinatorie nell’azzeccare l’età altrui. Sempre sul Fatto, la Macrì ammette che la conversazione nei «festini» era scadente: con le altre ragazze (di cui non ricorda un nome, ndr) si parlava «solo dei soldi e del trucco». Eppure in quell’intervista Nadia parla di «minorenni» ad Arcore, ragazzine di «17 o quasi 18 anni», proprio «come Ruby all’epoca».

Secondo la mamma di Nadia, Maria Luigia Peluso, la spiegazione è semplice. «Esagera con la fantasia», ha ripetuto ancora ieri al Corriere del Mezzogiorno, confidando ben poco nell’attendibilità della figlia-superteste: «Come ho sempre detto racconta balle colossali per avere notorietà». Lei, Nadia, s’era già lamentata a novembre scorso dei giudizi severi di sua madre, che l’ha smentita anche rispetto al dettaglio raccontato dalla ragazza ai pm di Palermo a ottobre scorso, ossia di aver fatto parlare Silvio con la mamma («Gli disse, qui ci stiamo morendo di fame»).

Tutti coloro che l’hanno conosciuta non sembrano troppo convinti della genuinità delle rivelazioni di Nadia, e non lesinano giudizi poco lusinghieri su quella ragazza. C’è Lucio Rota, che pochi anni fa diede in gestione il suo bar vicino Parma alla Macrì e al suo compagno d’allora, e che descrive la ragazza come «violenta», «totalmente inaffidabile», «gran ballista», «una persona da prendere con le pinze». C’è Elisa Alloro, che sulle feste nelle case del premier ha scritto pure un libro, pronta a giurare che la «visita» della Macrì a Villa Certosa, a Pasqua 2009, finì ingloriosamente con la cacciata di Nadia, «violenta», che aveva litigato con la compagna di stanza.

L’ex fidanzato Marco Caroli è ancora più diretto. «Lei voleva entrare in contatto con personaggi famosi. E sfruttarli. Ricattarli», dice su Nadia, e aggiunge: «Aveva in testa il Cavaliere. E sapeva, o immaginava di sapere, come colpirlo». Stessa musica dall’ex marito, Tony Di Bella, che a novembre, all’Ansa, ha sparato a zero sulla madre di suo figlio: «Nadia Macrì è una grande bugiarda, una donna irrequieta, insoddisfatta della vita, che cerca solo pubblicità». Una donna che «ci maltrattava fisicamente: sia me che il bambino». Come è noto, la Macrì fu arrestata per maltrattamenti sul figlio.

Assolta in primo grado, è in attesa dell’appello. Di quella «disavventura», Nadia ha anche parlato nell’interrogatorio con i pm di Palermo dello scorso 26 ottobre, quello che ha dato «notorietà» a lei e alle sue storie. Al pm che le chiede come mai fosse stata arrestata, la Macrì risponde: «Sì, per maltrattamenti su mio figlio, però sono stata assolta perché non ci sono prove, comunque alla fine sono stata assolta perché non sono una buona madre, va beh, a quell’epoca ero giovane, tiravo molto di cocaina, ero in depressione post parto, cioè non stavo bene».

E il verbale palermitano, poi girato alla procura di Milano per competenza territoriale mostra anche un’altra faccia di Nadia, astiosa contro Berlusconi manco militasse nell’Idv, e che scherza con i pm, chiedendo a uno dei magistrati che le ricorda di dire la verità «lei come fa a sapere che io dico la verità?». Poi inanella a verbale una serie di interessanti riflessioni sul Cav, che «per me, non vale niente proprio». Dice di essere stata pagata da lui personalmente, «con i nostri soldi, capito? Noi paghiamo le tasse e lui le fa le tasse».

Non fosse chiaro, ribadisce dopo poche righe: «Lui con i suoi discorsi, trallallà, da Hitler, perché per me è così la storia, e poi io ero lì per i soldi non è che io sono una fan di Berlusconi, per me lui sbaglia, sbaglia parecchio perché per me lui deve fare il presidente, non deve fare queste cose qua, cioè lui è il primo mafioso perché secondo me...». Anche a verbale le date non tornano. Il festino a Villa San Martino sarebbe avvenuto «sempre prima di aprile», e dunque non il 24 aprile, come la Macrì ha detto da Santoro. D’altra parte che la memoria le faccia qualche scherzo lo ammette lei stessa, quando i pm le chiedono il nome di un «pierre» per cui aveva lavorato a Milano. Nadia si sforza, ma non ricorda come si chiama, «mi dimentico le cose io». I pm insistono: «Invece le deve ricordare». Lei taglia corto: «Troppa cocaina...».



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Nadia mente, quel bracciale è' un mio regalo

di Stefano Zurlo



L'ex marito sbugiarda la Macrì: "Quel gioiello gliel'ho preso io nel 2007 in un negozio di Gela pagandolo 159 euro. Anche il foulard di Marinella è un mio dono"

 

«È una bugiarda».
Chi?
«La mia ex moglie. Nadia Macrì. L’ho vista l’altra sera ad Annozero. Che faccia tosta».
Perché, Antonio Di Bella?
«Perché i gioielli che ha mostrato, glielo ho regalati io. Io, è chiaro?».
Scusi Di Bella, le domande le faccio io. Non erano un benefit del Cavaliere?
«Ma che Cavaliere. Il Cavaliere non c’entra niente. Nadia mente».
Lei si prende le sue responsabilità nel dare un giudizio così tagliente.
«No, io ristabilisco solo la verità. Il bracciale, tanto per cominciare...».
Il bracciale?
«Sarebbe un frutto dell’estasi del Cavaliere. Peccato che gliel’abbia preso io».
Dove?
«Al Blue Moon di Gela, la mia città, più o meno nel 2007-2008. Guardi, siamo stati sposati dal 2004 al 2008. Una vita fianco a fianco per cinque anni, più quelli del fidanzamento. E un figlio che oggi ha sei anni. So quel che dico».
Nessun dubbio?
«Ma va. Quel bracciale Swarovski, me lo ricordo bene, è costato 159 euro. Forse, se ho un colpo di fortuna, a casa ritrovo anche lo scontrino. Comunque, il proprietario se lo ricorda bene quel giorno. Abbiamo acquistato anche un orologio con i brillantini di Swarovski abbinato al bracciale e un paio di scarpe».
Un paio di scarpe? In gioielleria?
«Sì, sì. Il Blue Moon funziona così. Poi siamo andati in un altro negozio, che si chiama Fruscio, e abbiamo comprato biancheria intima. Compreso un perizoma».
Lei non è un ex marito. È un computer. E pure un tantino malizioso.
«Mi ricordo tutto. Tutto, tutto, nei dettagli. Ricordo anche i complimenti del proprietario del negozio: “Che bella moglie che ha”. Posso dire che c’è un altro testimone, un’altra persona oltre al titolare del Blue Moon, che può confermare. E posso continuare. Senza malizia. Io ho creduto al nostro amore, ho amato e ho sofferto. Mi permetta di parlare come un computer, come dice lei, ma anche con tutte le sensazioni che mi porto dentro».
Continui.
«Nadia ha mostrato alle telecamere anche un foulard».
Made in Arcore?
«Ma no. L’abbiamo preso a Porto Venere, in una boutique. Una boutique sotto un albergo. Credo che anche a Porto Venere abbiano in mente Nadia e il sottoscritto».
E la scritta «Marinella per Silvio Berlusconi»?
«L’avrà fatto aggiungere lei...»
Il prezzo?
«Diciannove euro e novanta centesimi».
Rieccolo: lei è un fenomeno?
«Ho un’ottima memoria. Ma poi è vera un’altra circostanza».
Quale?
«Cercavo di far felice mia moglie. Ho in mente l’assegno che ho staccato in un emporio di Max Mara. Lei aveva preso un cappotto, altri capi d’abbigliamento, un paio di pantaloni».
In totale?
«Quindicimila euro».
Però.
«Preciso solo che l’assegno l’ho staccato quando mi ha chiamato il direttore della banca, una filiale di Unicredit».
Ma lei non era insieme a sua moglie?
«Non quella volta. La telefonata mi ha colto di sorpresa. Ma sono andato di corsa a pagare».
Avevate un discreto tenore di vita, a quanto pare.
«Gestivamo un bar e una profumeria a Reggio Emilia. Potevamo permetterci certe spese. Ma erano sempre scenate, urla, litigi furibondi. Nadia era una mina vagante. E qui mi fermo per rispetto».




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Furti on line, è boom di denunce a Napoli Ecco come vengono rubate le password

Dubai: «Il Mondo» sta affondando

Corriere della sera


L'avvocato di una società coinvolta nella crisi del progetto immobiliare: le isolette stanno franando


MILANO - Aiuto, il mondo sta affondando. Ma in pericolo non è (soltanto) il pianeta Terra quanto piuttosto il picoolo arcipelago di isolette artificiali create davanti alla costa di Dubai e che, viste dall'alto, vanno a comporre un'ideale mappa geografica del pianeta. Soltanto che, come rivela il quotidiano britannico «The Telegraph», le isolette che avrebbero dovuto ospitare piccoli alberghi di lusso e ville da sogno, prima che la crisi economica fermasse il progetto, forse per sempre, starebbero lentamente franando, rendendo tra l'altro i canali che le separano non più navigabili.
LA TESI - A sostenere la tesi del crollo delle 300 isole, che sono già state vendute al 70%, anche se solo una di esse è abitata, è Richard Wilmot-Smith avvocato della Penguin Marine, la società che si era aggiudicata l'appalto del trasporto di uomini e mezzi da e per la costa di Dubai e che ora vuole sciogliere il contratto e per questo ha fatto causa. Durante il processo in corso a Dubai l'avvocato ha spiegato che lo stop al progetto ha creato conseguenze non solo sul piano legale, ma anche pratico. Le isole stanno franando e i canali tra di esse si stanno riempiendo di sabbia. Graham Lovett avvocato della Nakheel la holding di Stato che ha dato vita al progetto ha ammesso che attualmente l'iniziativa immobiliare «è in coma». Ma nega che le isolette stiano affondando e sostiene che il progetto va rilanciato. Sempre la Nakheel si risollevi dal peso di un debito che sfiora i 25 miliardi di dollari.



Redazione online
22 gennaio 2011




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Arriva il funerale ecologico: bare in cartone invece del legno

Il Messaggero


Materiali meno inquinanti e meno costosi per la cerimonia
funebre: in Giappone il metodo è già ampiamente utilizzato






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Napoli, per i terreni delle ecoballe lo Stato paga l’affitto ai casalesi

Rissa in tv tra Sgarbi e Gomez: «Sei un mafioso». «E tu un cortigiano

Il Mattino

MILANO - Rissa in tv venerdì sera a L'Ultima Parola, il talk show politico di Raidue condotto da Gianluigi Paragone, durante la registrazione della puntata sul caso Ruby. Tra due degli ospiti della trasmissione, il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez e il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi, sono volate parole forti: soprattutto da quest'ultimo, che ha esordito il suo intervento urlando e sbraitando contro l'ex cronista dell'Espresso. La discussione si fa subito molto accesa: Sgarbi, rivolto a Gomez, dice: «Sono sconcertato dalla totale assenza di coscienza di Stato di chi parla di Lele Mora e della 'Ndrangheta. Qui siamo di fronte ad un attentato alle istizioni: contro la magistratura, da parte degli stessi magistrati. Lo stesso Csm ha dato torto alla Fiorilli e ragione al governo sul caso Ruby».

Libero perché al pm non piace la Bossi-Fini

di Diego Pistacchi


Incredibile decisione del sostituto procuratore Francesco Pinto. Il presidente della sezione ligure dell’Anm è convinto che la legge non vada applicata per via di una norma comunitaria che la contrasta. E così l’ennesimo clandestino la fa franca



 

Genova - Il clandestino è libero di fare il clandestino. E di fregarsene persino dell’ordine di espulsione che gli è già stato notificato dal questore. Parola del pm che non chiede neppure al giudice e rimette in libertà lo straniero, arrestato dalla polizia, perché a suo avviso la legge Bossi-Fini non va applicata. Non vale. È carta straccia. Di più, per il magistrato genovese che ha ordinato di rilasciare immediatamente l’immigrato, in Italia è proprio vietato arrestare un clandestino. Un’«interpretazione» che però non appare così scontata neppure per i suoi colleghi vicini di scrivania. E che infatti costringe il procuratore capo di Genova a convocare tutti i suoi collaboratori per decidere come comportarsi, per scegliere come fare in modo che la legge sia davvero uguale per tutti e non dipenda da quel che pensa un singolo pm.
Il sostituto procuratore Francesco Pinto, presidente della sezione ligure dell’Associazione nazionale magistrati, non è tipo da farsi problemi ad assumere decisioni anche clamorose se tra le pieghe del codice, o meglio dei vari codici che possono essere presi in considerazione, c’è qualcosa che rafforza la sua linea interpretativa. E così questa volta ha trovato lo spunto per disapplicare la legge Bossi-Fini, quella tanto contestata da chi non sopporta la linea di fermezza del governo nei confronti dei clandestini, perché c’è una norma comunitaria che contrasta con le disposizioni italiane.
Pinto ha deciso di applicare la direttiva europea 2008/115 quando si è trovato di fronte un senegalese di 30 anni. Clandestino, vu’ cumprà, venditore ambulante senza permessi di soggiorno né licenze. Irregolare totalmente. E per di più, già sorpreso in passato senza documenti. Il questore di Genova gli aveva preparato un decreto di espulsione che lo avrebbe obbligato a lasciare l’Italia. Niente. Lui è rimasto e, nuovamente controllato, è stato arrestato. Sembrava tutto inappuntabile, invece il pm ha preso spunto dalla direttiva europea che non è mai stata neppure recepita dall’Italia, ma che dopo due anni è entrata automaticamente in vigore. Il magistrato non ha avuto dubbi. Anziché sostenere l’accusa nei confronti del senegalese, ha evitato persino di sottoporre la questione al gip e ha deciso che tra direttiva comunitaria e legge italiana fosse più giusto applicare quella favorevole al clandestino.
Il pm spiega anche i motivi delle sue scelte. E in pratica fa a pezzetti la Bossi-Fini. In quattro punti dice perché non va applicata. Nega che siano legittimi l’accompagnamento alla frontiera, la detenzione, la permanenza nei centri di identificazione e il termine di cinque giorni per abbandonare l’Italia. Tutto, insomma. «Sono disposizioni - scrive il magistrato - che risultano lesive del diritto alla libertà personale dello straniero così come tutelato dal corpo dei principi stabiliti dalla direttiva europea». E così persino l’arresto diventa «in tal modo vietato sì che impone l’immediata liberazione».
Su questa teoria non devono esserci però così tante certezze, visto che persino l’avvocato che difendeva il clandestino, ovviamente soddisfatto, ha ammesso come in Italia «l’orientamento non sia unitario. Ci sono varie correnti di pensiero. È ancora presto per cantare vittoria».
E ad avere qualche dubbio sulla scelta del pm che ha rilasciato il clandestino sono pure altri magistrati, tra cui il procuratore di Genova Vincenzo Scolastico, il capo di Pinto, che ha subito convocato un incontro con tutti i procuratori aggiunti e i sostituti. Per decidere una legge uguale per tutti.





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Messico: arrestato il boss che sparò al calciatore paraguayano Cabanas

Corriere della sera


Josè Jorge Balderas Garza è stato preso per colpa della fidanzata, che ha messo il suo indirizzo su Facebook

il centravanti sudamericano era stato gravemente ferito alla testa


Josè Jorge Balderas Garza, alias El JJ
Josè Jorge Balderas Garza, alias El JJ
WASHINGTON (USA) – Josè Jorge Balderas Garza, alias El JJ. Un nome lungo quanto il suo dossier penale. Dal 25 gennaio di un anno fa era ricercato per il tentato omicidio del centravanti paraguayano Salvador Cabanas, centrato da un proiettile alla testa in un locale di Città del Messico. Garza è stato catturato pochi giorni fa e a tradirlo, forse, è stata la sua fidanzata, l’ex modella colombiana Juliana Sossa Toro. Una piccola ingenuità compiuta dalla ragazza che, nella sua pagina Facebook ha rivelato dove viveva: Lomas de Chapultepec, Distretto federale (Città del Messico). Incrociando quel dato con altre informazioni, gli agenti hanno trovato Garza e un gruppo di complici a Lomas de Chapultepec.
LA VICENDA - Nel primo interrogatorio El JJ ha negato di aver sparato al calciatore e ha addossato la responsabilità alla sua guardia del corpo, El Contador, catturato in giugno. Tutto sarebbe nato per uno spintone. Cabanas, entrando nel bagno del locale Bar Bar, ha urtato Garza, è scoppiata una lite e il suo «gorilla» ha aperto il fuoco. Una versione che ha convinto solo in parte gli investigatori. Garza non è solo un uomo violento, ma è anche membro di un’organizzazione del narcotraffico. Per anni ha lavorato per Edgar Valdez Villareal, conosciuto come «La Barbie», un boss di origine texana finito in prigione nel 2010. Proprio «La Barbie», che ha accettato di collaborare con la giustizia, ha sostenuto di aver «rimproverato» El JJ per l’aggressione contro Cabanas ma poi lo ha aiutato a rifugiarsi in Colombia. Garza è poi rientrato in Messico dove ha ripreso a smerciare cocaina nella zona della capitale. Fonti di stampa non hanno escluso che sempre «La Barbie» abbia fornito informazioni interessanti alla polizia sull’ex complice. Insieme a Garza c’era Juliana Sossa Toro. Colombiana, 26 anni, la ragazza si era fatta notare partecipando ad un concorso di bellezza e girando videoclip in costume da bagno. Su Facebook sostiene di saper parlare anche l’inglese e l’italiano. Prima di lei, al fianco di El JJ, ci sono state molte altre donne. E alcune legate al mondo dello spettacolo. Tra loro Silvia Irabien, nome d’arte «La Chiva», vincitrice di un’edizione del Grande Fratello messicano.


Guido Olimpio
22 gennaio 2011



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E Libero rivela il cellulare di Santoro

Corriere della sera


«Vendetta» dopo la messa in onda del telefonino di Berlusconi: «Così Michele proverà lo stesso brivido»

IN PRIMA PAGINA SUL QUOTIDIANO


Michele Santoro
Michele Santoro
Occhio per occhio, numero per numero: sulla prima pagina di Libero, l'attacco a Michele Santoro, con la pubblicazione fin dal titolo di quello che il quotidiano dichiara essere il numero del cellulare del giornalista conduttore di «Annozero». «Discrezione Zero: Santoro dà il cellulare del Cav. Questo è il suo...» titola infatti il giornale diretto dalla coppia Belpietro-Feltri.

IL CASO - La polemica era scoppiata perché su Internet sono girate le ricostruzioni del numero integrale del cellulare di Silvio Berlusconi: gli ultimi 3 numeri già ricavati dal dossier spedito dalla Procura di Milano alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, erano stati addizionati ai numeri mostrati a Annozero sull'agendina della escort Nadia Macrì, di cui non si vedevano appunto gli ultimi numeri.

L'AFFONDO - «Nella puntata di Annozero andata in onda giovedì, si sono nascosti dietro un trucchetto. Hanno coperto le tre cifre finali» scrive Libero. «Le quali, però, si possono ampiamente ricostruire. Così da due giorni grazie al tam tam dei blog che hanno risolto il facile enigma», prosegue il quotidiano, migliaia di persone hanno telefonato al premier «intasandogli la linea. Chi ci ha provato riferisce che prima rispondeva una voce di donna, poi un segnale fisso di occupato». Così Libero ha deciso di pubblicare il numero di Michele Santoro: «Non lo hanno intercettato né indagato. Però potrà provare lo stesso il brivido del contatto diretto con il pubblico. Potrà seguire lo stesso consiglio che dispensa lui al premier: "C'è poco da commentare ci sono tante compagnie telefoniche, se il premier è preoccupato cambi numero". Se non gradirà, potrà anch'egli affidarsi a un nuovo gestore o chiedere una nuova Sim».


22 gennaio 2011



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Il moralista Ferrigno inchiodato da due video

Libero

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Il moralista delle intercettazioni inchiodato da un video. Carlo Ferrigno, ex prefetto di Napoli (dal 2000 al 2003) ed ex commissario antiracket (dal 2003 al 2006) in questi giorni è tornato sulle pagine dei quotidiani per essere finito, non da indagato, nell'inchiesta su Ruby. Al telefono con amici, commentava meravigliato i 'festini' di Berlusconi, parlava di "orge", di "Minetti con il seno di fuori", di "un vero puttanaio", concludendo con un sarcastico "Bella roba, tutta la sera...".

Il giusto distacco, da parte di un integerrimo servitore dello Stato. Peccato che da poco meno di un anno Ferrigno stesso abbia la sua bella patata bollente, decisamente più pesante di quella del Cavaliere. L'ex commissario è infatti indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale e iscritto nel registro degli indagati a Fermo per corruzione (un imprenditore lo ha denunciato perché per sbloccargli l'accesso al fondo antiracket avrebbe imposto una tangente 'in natura', vale a dire una serata in discoteca con tanto di escort)
 
ACCUSE PESANTI - Lo scorso 7 febbraio, infatti, l'associazione milanese "Sos Racket e usura" ha pubblicato un attacco, corredato da due video, proprio contro l'ex commissario. Secondo le denunce raccolte dall'associazione milanese, Ferrigno avrebbe ricattato le donne che si rivolgevano a lui perché vittime dell'usura, minacciando di bloccare le loro pratiche se non avessero detto sì alle sue pesanti avance. 'Adescamenti' e approcci consumati tutti tra Milano, Torino e Roma, tra le sedi del Comitato Nazionale Antiracket (in via Cesare Balbo 37, nella Capitale) e l'abitazione personale dell'ex commissario.



Sette donne che accusano Ferrigno di ricatti, minacce e violenze a sfondo sessuale. In cambio del sì delle vittime, prometteva accesso al fondo nazionale per le vittime dell'usura, copertura e agevolazioni nelle pratiche burocratiche. In caso contrario, assicurava di "avere molti amici in molte procure italiane". L'allora presidente dell'associazione Frediano Manzi presentò un esposto contro Ferrigno al Tribunale di Milano. Due delle vittime, una di Milano e una extracomunitaria residente a Torino, erano minorenni all'epoca dei fatti.
Nei due video che pubblichiamo, una 38enne bresciana racconta il primo incontro col prefetto, gli approcci amichevoli che via via si trasformano in aggressioni fisiche e psicologiche, aggiungendo poi di aver visto in casa dell'uomo cocaina.
Ferrigno si era difeso parlando di "accuse incredibili, in vita mia non ho mai avuto niente a che fare con simili cose, e neanche con la droga".


Da Google alla Grande muraglia il dominio del Pacifico

Il Tempo


Il motore della nuova economia nasce in Cina e sulla costa occidentale Usa. Come cambia la geografia delle potenze.


Repubblica Popolare Cinese La Cina scavalca il Giappone e diventa le seconda potenza economica del mondo dietro gli Usa; e nel 2020 potrebbe essere già la prima. Larry Page, uno dei due co-fondatori di Google, si riprende la guida del colosso di Mountain View congedando il ceo Erich Schmidt, l'uomo dei conti e di Wall Street. C'è un nesso tra queste due notizie? Sì: il loro epicentro è in entrambi i casi sul Pacifico. In quella AmeriCina che secondo molti sarà il vero asse economico, tecnologico e strategico dei prossimi decenni, rendendo la vecchia Europa sempre più marginale. Adesso che la visita di Hu Jintao negli Stati Uniti volge al termine, si faranno certo i bilanci su quanto abbia dovuto mollare Barack Obama, ma una cosa è certa: se l'intero dopoguerra fin quasi ad oggi ha rappresentato sotto l'aspetto politico, economico, militare e sociale l'era dell'Atlantico, prepariamoci alla lunga età dominata dal “grande mare calmo” come lo chiamò Magellano. Calmo? Il 2010 ha sovvertito parecchi valori che a noi europei sembravano consolidate certezze. Con 5.745 miliardi di dollari ed una crescita del 10,3 per cento nel 2010 la Cina ha dunque il secondo Pil del mondo, davanti al Giappone – 5.499 miliardi di dollari pur in aumento del 2% - e dietro gli Usa, 14.624 miliardi in aumento del 2,5. Ciò significa anche che le tre potenze pacifiche sommano già ora una ricchezza di 25 mila miliardi di dollari: poco meno della metà del Pil di tutto il mondo calcolato dal Fondo monetario in 57 mila miliardi di dollari (e dalla Cia in oltre 58 mila).

L'Unione europea è indietro: 14 mila miliardi, ed il trend di bassa crescita non la favorisce né nel suo assieme né per i singoli paesi, visto che nei prossimi anni Brasile e India dovrebbero scavalcare Gran Bretagna e Italia. Ma forse contano di più altre cifre. Negli ultimi 12 mesi la Cina ha sorpassato gli Usa quanto ad export: la sua quota mondiale è salita al 9,6 per cento, contro l'8,4 degli Stati Uniti. Ciò significa che un euro o un dollaro di merce su dieci che ogni istante viene venduta e comprata in tutto il pianeta è made in China, mentre vent'anni fa era per ben oltre made in Usa. Ma vuol dire anche che oltre un quarto del commercio mondiale è già un affare del Pacifico, e su questo mare nei prossimi dieci anni si concentreranno un terzo degli scambi.

E questo senza tener conto di ciò che è contraffatto o illegale. A loro volta da dove vengono l'export e il valore aggiunto americano? E dove vanno? La Apple ha appena annunciato che vende ormai in Cina il 10 per cento del suo fatturato. Tutte e tre le prime aziende per capitalizzazione quotate in America hanno in Cina il loro principale sbocco estero: Exxon, Apple e Microsoft. Lontano da Wall Street e dal Nasdaq, gli altri quattro big per capitalizzazione di borsa sono tutti quotati a Hong Kong: Petrochina, la banca IcbC, l'operatore di telefonia China Mobile e di nuovo una banca, la China Con Bank. Anche in questo caso i primi clienti dei cinesi sono Usa e Giappone. Nella disfida tra giganti un suo spazio ce l'ha anche l'Italia. Il nostro paese si è confermato nel 2010 il primo esportatore mondiale di robot, e indovinate qual è il suo principale mercato? La Cina, con il 15,1 per cento dell'export, circa il doppio di quanto vendiamo in Germania. Ma ciò che durante la visita di Hu ha fatto drizzare le orecchie di molti è il possibile sorpasso dei cinesi sugli americani nell'alta tecnologia: 141 miliardi di dollari investiti nel 2009 in settori che vanno dal genoma ai fotoni, fino al cosiddetto supersilicio per l'informatica. Ecco un altro motivo per seguire l'imminente sfida militare sul Pacifico tra cinesi e americani: entrambe le parti intendono fronteggiarsi a colpi di “netwar”, la dottrina dello scontro di reti con uso spinto di satelliti e informatica applicata dal generale David Petreus in Iraq e Afghanistan. Gli anni Ottanta, con lo scudo spaziale di Ronald Reagan, portarono i lettori laser ed internet nella nostra vita quotidiana. Ora i grandi nomi ed i laboratori di Silicon Valley si riposizionano sul Pacifico in attesa di una seconda ondata. Peccato che noi si debba fare da spettatori, tutti presi dalla Bce.


Marlowe
22/01/2011




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Anche il prossimo farà la stessa fine

Il Tempo


Il Cavaliere ha commesso molti errori mischiando allegramente la vita privata con quella istituzionale. Soprattutto non  ha fatto la riforma della giustizia e non ha mai governato gli apparati che dovevano proteggere la sua figura istituzionale.


Silvio Berlusconi La sabbia nella clessidra sta scorrendo, i mozzaorecchi avanzano e nel Paese si aprirà uno sbrego tra le istituzioni e il blocco sociale che ha votato Berlusconi. Il Cavaliere ha commesso molti errori, ha peccato di ingenuità e imprudenza, ha mischiato allegramente la vita privata con quella istituzionale, ha sbagliato con chi accompagnarsi e s’è fidato di qualche amico più che maldestro, ma gli errori che considero gravi sono due soli: non ha fatto la riforma della giustizia (veniva prima di tutto) e non ha mai governato gli apparati che dovevano proteggere la sua figura istituzionale.

Gli scandali a luci rosse non sono una novità della Seconda Repubblica, le feste scosciate non sono un’esclusiva di Berlusconi, la storia del nostro Paese ne è zeppa. Altro che Bunga Bunga. La differenza con il passato è che la Democrazia Cristiana aveva solidi legami con la magistratura, i servizi segreti, la polizia e i carabinieri, una rete che serviva - nei momenti essenziali - a far prevalere la ragion di Stato su qualsiasi altro tipo di pulsione o tentazione deviante, personale o di gruppo organizzato. Questo sistema ha consentito al Paese di cavarsela in periodi terribili, di mantenere la stabilità e assicurare la sovranità del Parlamento, tenendo a freno il naturale dispotismo della magistratura e dello stesso governo.

Nel caso di Berlusconi - ma anche di Prodi - tutto questo è saltato. La sua abitazione è stata sottoposta per mesi a un monitoraggio costante da parte della magistratura, ma nessun apparato della sicurezza vicino a Palazzo Chigi ha tutelato l’istituzione. Prima, durante e dopo l’inchiesta di Milano. È un dato di fatto su cui riflettere per l’oggi, ma soprattutto per il domani che attende l’Italia. Chiunque andrà al posto di Berlusconi, farà la stessa fine.

Mario Sechi
22/01/2011




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Torna in funzione la diga del Vajont cinquant’anni dopo il disastro: produrrà energia elettrica

Quotidiano.net

21 gennaio 2011


La diga del Vajont oggi Cinquant’anni dopo il disastro del Vajont, torna in funzione la diga il cui traboccamento causò quasi 2.000 morti il 9 ottobre 1963.
I comuni dei paesi distrutti dall’onda assassina sfrutteranno nuovamente le acque del torrente per produrre energia elettrica. Lo hanno reso noto stamani a Pordenone i sindaci di Longarone (Belluno), Castellavazzo (Belluno) ed Erto e Casso (Pordenone), in una conferenza stampa ospitata in provincia.
Prima di giungere alla sofferta decisione è stata incontrata la popolazione e le due associazioni legate alla tragedia del 9 ottobre 1963: quella dei superstiti, che ha dato un consenso rispetto a garanzie sull’uso pubblico delle risorse e quella dei sopravvissuti che invece resta totalmente contraria al progetto.
I sindaci hanno escluso rischi di natura ambientale ricordando che con gli introiti, circa 300.000 euro all’anno, per ogni municipio potranno pensare al rilancio dell’intera area. La società che gestirà la centralina sarà controllata al 60% dal soggetto pubblico. L’impianto produrrà circa 15 milioni di kilowatt ora all’anno.


La tragedia del 9 ottobre 1963

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Sono perseguitato. Lula? Coraggioso»

Corriere della sera


Battisti: «La destra brasiliana sapeva che sconfiggere me significava sconfiggere lui»




MILANO - Difesa ad oltranza, come sempre. «Sono un perseguitato»: lo ha detto Cesare Battisti, il terrorista condannato in via definitiva all'ergastolo in Italia per aver commesso 4 omicidi, in un'intervista a un periodico brasiliano nella quale sottolinea anche il «coraggio» dell'ex presidente Lula, che ha detto «no» alla sua estradizione in Italia, oltre a prendersela con il sistema giudiziario del Brasile.

SISTEMA GIUDIZIARIO - «Se Lula avesse deciso prima» del 31 dicembre, ultimo giorno della sua presidenza, «gli avrebbero dato addosso, perché‚ sconfiggere me equivale a sconfiggere lui. Ora, l'obiettivo principale della destra brasiliana è quello di colpire» il governo della presidente Dilma Rousseff, afferma Battisti, dal 2007 in un carcere in Brasile, in un'intervista - la prima dal molti mesi a questa parte - concessa al settimanale di sinistra «Brasil de Fato», che sul suo sito web ha anticipato una parte delle dichiarazioni. «Sono un perseguitato perchè scrittore, e con un'immagine pubblica. Se non fosse così sarei uno dei tanti, come diversi italiani usciti dal paese per lo stesso motivo.

Sono perseguito dallo Stato italiano» e in Brasile dal sistema «giudiziario». «Non esiste alcun paese nel mondo nel quale un'estradizione non sia decisa dal capo dell'esecutivo. Immaginiamoci se quanto ha deciso il potere giudiziario brasiliano fosse accaduto in un altro paese, per esempio la Francia. Sarebbe assurdo, impensabile», ha sottolineato Battisti, riferendosi alla decisione presa dal Supremo Tribunal Federal brasiliano di tornare a esaminare, a febbraio, il suo caso, anche dopo il diniego di Lula alla sua estradizione.

TRAUMA - Alla domanda del cronista su cosa pensi delle ripercussioni sulla sua vicenda, Battisti risponde: «È difficile parlare di questo, è la ragione per la quale sono rimasto traumatizzato ed ho avuto bisogno di uno psichiatra». «Mi basta vedere in Tv qualsiasi cosa riguardante l'Italia anche non su di me e subito.. perdo il controllo, entro in uno stato semi-cosciente - ha detto ancora - ieri, per esempio, una rete tv brasiliana ha parlato di Berlusconi con le sue prostitute e mi è bastato sentire la notizia «Italia» per rimanere cosi... (tremolante)». «Quando il mio caso è diventato internazionale, è diventato anche una moneta di scambio per molte cose. Hanno fabbricato - ha concluso Battisti - un mostro che non ha niente a che vedere con me».

Redazione online
22 gennaio 2011




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