domenica 23 gennaio 2011

Questo posto è mio»: l'anziana tifosa sfratta Ancelotti dalla sua poltrona

Il Mattino

Durante il match di FA Youth Cup fra Chelsea e Arsenal, Carlo Ancelotti si accomoda sugli spalti. Un’anziana si avvicina al tecnico italiano e gli mostra il biglietto, invitandolo ad alzarsi. Quella poltroncina, infatti, spetta di diritto alla signora. Come risulta dal tagliando che lo stesso Ancelotti controlla, prima di essere costretto a cambiare posto.

Domenica 23 Gennaio 2011 - 15:00    Ultimo aggiornamento: 17:35


Vescovo Padova: «Miotto non è morto da eroe, basta con l'esaltazione retorica»

Un arresto. Tanti ipocriti

Il Tempo


Siamo arrivati a un tale livello di follia collettiva: si sono così intricati i rapporti fra politica e giustizia, che si può assistere allo spettacolo delll'Unione di Centro, che solidarizzano con il condannato, pur affermando di rispettare la sentenza.


Totò Cuffaro


La sentenza della Cassazione chiude un processo a Salvatore Cuffaro (che ha un altro procedimento in corso), ma apre un problema politico e istituzionale gigantesco. Siamo arrivati a un tale livello di follia collettiva si sono così intricati i rapporti fra politica e giustizia, che si può assistere allo spettacolo del partito in cui Cuffaro milita, un partito d'opposizione, l'Unione di Centro, assieme al quale si schiera la maggioranza di centro destra, che solidarizzano con il condannato, pur affermando di rispettare la sentenza. Come se il rispetto delle sentenze possa consistere nell'eseguirne il dispositivo e considerarne falso il contenuto. Già, perché se si giudica, come la sentenza fa, Cuffaro un politico che, approfittando della sua posizione, ha favorito la mafia, allora quel giudizio ricade sul suo partito e sui suoi amici, che, oltre tutto, si trovano in Parlamento grazie al determinate contributo dei voti cuffariani. Insomma, la via dell'«umano dispiacere», scelta da Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, non sta in piedi.

La solidarietà espressa da Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliarello non può essere letta se non come un contrasto totale con il merito e il dispositivo della sentenza. Da ieri definitiva. È molto, ma non basta. Perché la via della condanna è stata scelta dalla Corte di cassazione, confermando la sentenza di secondo grado, dopo che il procuratore generale, ovvero colui il quale rappresenta le ragioni della sentenza di merito e, quindi, la pretesa punitiva dello Stato, aveva sostenuto, argomentando nel dettaglio, che l'aggravante mafiosa non era affatto provata. Insomma: è vero che Cuffaro passò delle notizie a Michele Aiello, è vero che aderì ad alcune sue raccomandazioni, ma lo fece pensando di rendere piaceri ad un uomo potente, non di favorire gli interessi della mafia. Che Cuffaro fosse consapevole di questo, secondo il procuratore generale, non era stato accertato dal processo e, quindi, aveva invitato la Corte a rinviare la posizione dell'ex governatore siciliano, ora anche ex senatore.

Ma i giudici, appunto, sono stati di diverso avviso. E qui si apre una questione: è il procuratore generale, Giovanni Galati, ad aver preso lucciole per lanterne, o le due sentenze di merito ad avere indotto la cassazione a non indebolire l'impianto accusatorio? La vedo così: se l'accusatore riconosce alcune ragioni, importanti, dell'accusato è segno che si tratta di un procuratore onesto e coraggioso, ma se la sentenza gli dà torto, affermando che la pena da scontare è superiore a quella da lui richiesta, allora è un incapace. Qualcuno ha sbagliato, ed è bene che si sappia. Il nostro discorso civile si è così corrotto, ci si è così abituati a vedere politici che cercano di evitare il processo e assassini che fanno marameo da lontano, che sembra accettabile esprimere un rispetto formale e un dissenso sostanziale. Invece no, non si può. Io posso ben dire che una sentenza è sbagliata, posso giudicarla malissimo, possono dire che i giudici non ci hanno capito niente, senza per questo far venire meno il rispetto per la giustizia. Qui,

invece, si è ribaltato tutto: quelli che invocano sempre le toghe ti danno del delinquente anche dopo che ti hanno assolto e quelli che sono amici dei condannati si dicono solidali, ma rispettosi. Non ha senso. Gli uni e gli altri testimoniano la morte della giustizia. Gli amici politici di Cuffaro non hanno scelta: o lo rinnegano, oppure affermano, a chiare lettere, che le sentenze (primo e secondo grado più cassazione) sono sbagliate. Chinano il capo davanti alla pena da scontarsi, come saggiamente ha fatto il diretto interessato (con anche un toccante riferimento alla propria cultura e ai figli), ma tengono la testa alta al cospetto di un giudizio che condanna anche loro, contrastandolo. La via scelta, invece, è un codardo sgattaiolare. Che è inguardabile dal punto di vista della stoffa personale, ma anche cieco da quello politico.

Difatti, il successore di Cuffaro alla Presidenza della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, è attualmente in carica grazie all'appoggio del Partito Democratico, che alle elezioni lo aveva avversato. Lasciamo perdere i trasformismi. Lombardo provvide, fin dall'inizio, a mettere in giunta magistrati della procura di Palermo (anche colui il quale sostenne l'accusa contro il carabiniere Carmelo Canale, avendo tre volte torto), ma non per questo è riuscito a controllare il fronte giudiziario, tanto che si ritrova indagato per mafia. Posto che Lombardo è innocente, posto che il Pd applica a intermittenza il principio delle dimissioni cautelari, che succede se, per malaugurata ipotesi, fosse condannato? Gli manifestano solidarietà umana, rispettando quelli che ne hanno accertato la mafiosità? Ci arriva un cretino a capire che è assurdo, ma non ci arriva una classe politica che se le fa sotto e non è degna d'essere considerata classe dirigente.


Davide Giacalone

23/01/2011





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Cuffaro va in carcere

Il Tempo


Condannato a 7 anni: "Adesso sconterò la pena". L’ex governatore della Sicilia a Rebibbia: "Ho un grande rispetto per la magistratura, sono sempre stato un uomo delle istituzioni".


Cuffaro


È entrato nel carcere di Rebibbia da una porta secondaria mezz'ora dopo aver appreso che la Cassazione aveva confermato la sua condanna a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. L'ex presidente della Sicilia, Salvatore Cuffaro, senatore dal 2008, ha sperato fino all'ultimo in un giudizio più leggero. Sembrava verosimile dopo la richiesta del procuratore generale di annullare il procedimento con rinvio della sentenza di condanna alla Corte di Palermo. Invece la doccia fredda è arrivata poco dopo le 16 di ieri. Cuffaro, che ha atteso la decisione in preghiera nella chiesa della Minerva, a due passi dalla sua casa romana al Pantheon, è rimasto sereno: «Adesso affronterò la pena come è giusto che sia, questo è un insegnamento che lascio come esempio ai miei figli» ha detto ai cronisti prima di raggiungere Rebibbia per costituirsi. «Sono stato un uomo delle istituzioni e ho un grande rispetto della magistratura che è un'istituzione, quindi la rispetto anche in questo momento di prova. Questa prova certamente non è facile - ha concluso Cuffaro - ma ha rafforzato in me la fiducia nella giustizia e soprattutto la mia fede. Se ho saputo resistere in questi anni difficili è soprattutto perché ho avuto tanta fede e la protezione della Madonna». L'inchiesta sulle «Talpe alla Dda» ha preso il via nel 2002.


Insieme con lui, tra gli altri imputati, anche il manager della sanità privata in Sicilia, Michele Aiello, indicato vicino al boss Bernando Provenzano. Una vicenda che ha svelato un intreccio politico-mafioso, facendo emergere fughe di notizie su indagini antimafia pervenute ad alcuni indagati attraverso delle talpe presenti alla Procura di Palermo. L'ipotesi di reato contestata a Cuffaro è stata di avere violato il segreto istruttorio. Il governatore, che sapeva di un'inchiesta sul boss di Brancaccio Giuseppe Guttaduro e della presenza di microspie nella sua abitazione, avrebbe avvertito indirettamente il mafioso, tramite un suo amico medico e avrebbe dunque fatto in modo che il boss scoprisse le cimici, bruciando l'inchiesta. Non solo. Al centro del dibattimento è finito un incontro tra Aiello e Cuffaro nel retro di un negozio di Bagheria, nel palermitano. Michele Aiello è accusato nello stesso processo di associazione mafiosa e di essere stato il prestanome di Provenzano. Le accuse sono sfociate nel rinvio a giudizio, il 2 novembre del 2004, del presidente della Regione siciliana. La sentenza è arrivata il 18 gennaio 2008, con la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento.


Non fu considerata l'aggravante mafiosa. Cuffaro festeggiò con un vassoio di cannoli, un'immagine rimasta indelebile. Ma il 23 gennaio 2010 la Corte d'Appello di Palermo ha riconosciuto l'aggravante e ha condannato l'ex governatore a 7 anni di reclusione. Eppure i guai giudiziari di Cuffaro non sono finiti. A Palermo è in corso un processo con rito abbreviato in cui l'ex governatore è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: i pm hanno chiesto una condanna a 10 anni di reclusione.


Alberto Di Majo

23/01/2011








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Vignetta contro il Papa Sito cattolico denuncia Vauro, Santoro e la Rai

di Orlando Sacchelli


Un sito cattolico ha presentato una denuncia per "offesa a capo di stato estero" contro la vignetta di Vauro su Benedetto XVI mostrata ad Annozero. Denunciati, oltre all'autore, anche Santoro e Garimberti.


Roma - Chi pensava che il ciclone-Santoro si fosse calmato, almeno fino alla prossima puntata, dovrà ricredersi. Finito nella bufera per aver rivelato il numero di cellulare del premier, Annozero ha fatto arrabbiare - e non poco - anche i cattolici. Il motivo? Una battuta di Vauro assai irriverente. Si dirà: ma è solo satira, nulla di grave. Può essere, però nella vignetta incriminata l'accostamento fra Benedetto XVI e la pedofilia era diretto (il Santo Padre, parlando di Berlusconi dice: "Se a lui piacciono tanto le minorenni, può sempre farsi prete"). Una battuta che ha creato non pochi imbarazzi. E reazioni sdegnate. La prima a infuriarsi è stata la sottosegretaria Daniela Santanchè, che ha lasciato lo studio di Annozero. Poi è arrivato un duro editoriale di Avvenire: "Non si possono infangare i preti". Infine la denuncia per offese a un capo dello Stato estero.


Denunciati vauro, Santoro e Garimberti Il sito cattolico Pontifex Roma ha denunciato Vauro, Santoro e il presidente della Rai Paolo Garimberti. L'ipotesi di reato è "offesa a capo di stato estero". La denuncia è stata presentata alla questura di Bari.


L'affondo di Avvenire "Alla Rai, finalmente, stavolta qualcuno s’è indignato. Spero solo che adesso Vauro e Santoro e qualcun altro che non sto a ricordare non facciano, loro, le vittime. E che in Italia ci sia più di qualcuno che comincia a farsi avanti e, senza ridere, dice chiaro e tondo che non si può continuare a infangare impunemente quegli onesti cittadini dell’Italia e del mondo che sono i preti". Lo scrive don Maurizio Patriciello nell’editoriale che firma sul quotidiano cattolico Avvenire, dedicato alle vignette di Vauro trasmesse giovedì sera, "che dovrebbero far ridere tutti e invece, spesso, mortificano e uccidono nell’animo tanti innocenti. Ma non si deve dire. È politicamente scorretto".


Satira e calunnia Oggi, denuncia il sacerdote, "è la satira il nuovo idolo davanti al quale inchinarsi. La satira, cioè il diritto dato ad alcuni di dire, offendere, infangare, calunniare gli altri senza correre rischi di alcun genere". Nello studio di Annozero molti "compreso Michele Santoro, ridono. Che cosa ci sia da ridere - confida don Patriciello - non riesco a capirlo. Ma loro sono fatti così, e ridono. Ridono di un dramma atroce e di innocenti violentati. Ridono di me e dei miei confratelli sparsi per il mondo impegnati a portare la croce con chi da solo non ce la fa. Ridono sapendo che tanta gente davanti alla televisione in quel momento si sente offesa in ciò che ha di più caro e soffre. Soffre per il Santo Padre offeso e perchè la menzogna, che non vuol morire, ancora riesce a trionfare. Per bastonare Berlusconi - conclude l’editoriale - si fa ricorso alla calunnia. E gli altri ridono. Vado a letto deluso e amareggiato, sempre più convinto che con la calunnia e la menzogna, decrepite come la befana o come le invenzioni di qualche battutista e di qualche sussiegoso giornalista-presentatore televisivo, non si potrà mai costruire niente di nuovo e stabile".  


Nell'occhio del ciclone Non è la prima volta che il vignettista toscano, con le sue trovate, finisce al centro delle polemiche. Tra le recenti più clamorose quelle sul terremoto in Abruzzo e sui soldati morti in Afghanistan. Ora è il Papa che finisce nel bersaglio. Ma dire che il Papa è un pedofilo può essere considerato satira? Una recente sentenza della Cassazione ha provato a dare una precisa definizione: "È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare



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L’Unità d’Italia? Da 150 anni gronda sangue dei terroni"

di Stefano Lorenzetto



Da direttore di Gente a paladino del Mezzogiorno col libro sui misfatti dei Savoia, Pino Aprile racconta come i 150 anni dell’Unità d’Italia grondino sangue dei terroni. A lui Al Bano al Festival di Sanremo dedica un inno, ma c’è chi lo minaccia di morte



La rappre­sentazione plastica di come sia impossibi­le mettere d’accordo polentoni e terroni l’ho avuta davanti al­la vetrina di una libre­ria di Verona. Sicco­me per la copertina del suo Terroni , edito da Piemme, Pino Apri­le ha scelto una silhouette capovolta dello Sti­vale, con la Sicilia a nord e la Campania a sud, una zelante commessa ha pensato bene di correggergliela esponendo il volume col tito­lo a rovescio. In un solo colpo la libraia ha così ristabilito il primato del planisfero, con­fermato il sottotitolo dell’opera ( Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud di­ventassero «meridionali» ) e ribadito senza volerlo la battuta di Marco Paolini riportata nelle pagine interne:

«Quando non si vuole capire la storia, la si trasforma in geografia». Uscito dalla tipografia Mondadori prin­ting di Cles, Trento, Val di Non (a dimostra­zione che l’Italia unita almeno per gli editori è cosa fatta), Terroni è diventato nel giro di dieci mesi bestseller, oggetto di scontro, ma­nifesto dell’orgoglio sudista, testo sacro per i revisionisti del Mezzogiorno, strumento di lotta politica e ora persino brano del Festival di Sanremo: Al Bano, 67 anni, pugliese di Cel­lino San Marco, inserirà nel suo Cd l’inno Gloria, gloria scritto da Mimmo Cavallo e ispirato al saggio di Aprile, 60 anni, pugliese di Gioia del Colle.

Non basta. Terroni è l’edizione multime­diale per iPad, con foto, interviste e spezzoni dal film E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri, in uscita a febbraio. Terroni è lo spettacolo teatrale che andrà in scena il 21 marzo al Quirino di Roma, «per rispondere a Umberto Bossi e alla sua arroganza, per dire basta a questo massacro che dura da 150 an­ni », proclama dalle pagine di Facebook l’at­tore- regista Roberto D’Alessandro, cresciu­to alla scuola di Gigi Proietti. Terroni , insom­ma, è tifo da stadio: non a caso l’autore, pur avendo ormai perso il conto delle ristampe («almeno una ventina»),rivela d’averne ven­duto 150.000 copie, mentre su Wikipedia un biografo infervorato gliene attribuisce addi­rittura mezzo milione, il che, anche a voler considerare le brossure veicolate da Mondoli­bri e gli e­book scaricati da Internet, appare piuttosto esagerato.

Pino Aprile è stato vi­cedirettore di Oggi e poi direttore di Gente . Prima d’avere come tar­g­et fisso Carolina di Mo­naco («ho scoperto che era calva: scoop mon­diale »),s’era sempre oc­cupato di terrorismo e politica. Da pensionato pensava di dedicarsi al­la passione della sua vi­ta: il mare. Ha diretto il mensile Fare vela e ha scritto tre libri dai titoli sanamente monomani­acali: Il mare minore , A mari estremi e Mare, uo­mini, passioni . Poi gli è scappato Terroni ed è fi­nit­o nell’oceano in tem­pesta: «Ho accettato fi­nora quasi 200 presen­tazioni. Nel frattempo sono giunti all’editore altri 500 inviti. In teoria avrei l’agenda piena di appuntamenti sino alla primavera del 2012, se non ricevessi altre ri­chieste. Invece conti­nuano ad arrivarne. Mi chiamano anche al­l’estero. La prima tra­sferta è stata in Svezia, quindi Londra, Zuri­go, Manchester, New York... Sono distrutto».

Ma la invitano solo i circoli dei calabresi o anche quelli degli emigrati veneti?
«Università, centri di cultura, associazioni italiane, come la Dante Alighieri».

È il libro di saggistica che resiste da più mesi in classifica o sbaglio?
«Vero. Spero che mi venga perdonato».

Com’è nata l’idea di Terroni?
«Avevo delle domande, cercavo delle rispo­ste. Se davvero a fine Ottocento i meridiona­li erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lun­go e successivamente con la fuga, emigran­do? Solo dopo molti anni ho pensato di far­ne un libro».

Ha ricevuto offese o minacce?
«Offese tante. Qualcuno mi chiede se non ho paura. E di che? Su Facebook un tale mi ha scritto: “Farai la fine di D’Antona”. Ho cer­cato di rintracciarlo, ma risultava inesisten­te. Del resto quella è una lavagna collettiva su cui compare di tutto: un estimatore mi ha dedicato lo slogan pubblicitario “Terroni, non ci sono paragoni”. È seccante la suppo­nenza di chi crede di sapere già tutto e non è nemmeno sfiorato dal dubbio».

Alla presentazione di Torino s’è quasi sfiorata la rissa. «Eravamo nella Sala dei Cinquecento, gli al­tri sono rimasti in piedi... Una persona ha in­veito contro Roberto Calderoli, che non era presente, per gli insulti rivolti dal ministro le­ghista ai napoletani. Gli interventi di Marcel­lo Sorgi, Massimo Nava e Pietrangelo Butta­fuoco sono filati via lisci. Quando ha comin­ciato a parlare Giordano Bruno Guerri, che ha scritto un libro sul brigantaggio postunita­rio, la stessa persona lo ha offeso. Lo storico è sceso dal palco per regolare i conti e il conte­statore s’è zittito. Meno male: Guerri discen­de dai pirati etruschi, ha profilo da pugile e mani da cavatore di ciocco».

Si può dire che Terro­ni abbia fatto venire al Sud la voglia di se­cessione che fino a ie­ri serpeggiava solo al Nord?
«No. È stato detto che Terroni incita i meridio­nali alla sollevazione. Fi­guriamoci! Il Mezzogior­no non ha voce: tutti i giornali nazionali, ec­cetto La Repubblica, si pubblicano al Nord e le tre reti televisive private sono di un editore lom­bardo che, da capo del governo, ha voce in capi­tolo pure in quelle pub­bliche. Per la legge di prossimità, la stampa trova più interessante il miagolio del gatto di ca­sa rispetto al ruggito del leone nella savana. Il Nord scopre che cosa sta accadendo dalle mie parti solo quando s’in­terroga sul successo di Terroni o del film Benve­nuti al Sud . Ma Terroni è il dito che indica la lu­na, non la luna. Ci sono libri che cambiano il cuore degli uomini. Mi spiace, il mio non è fra questi: sono nato di feb­braio e non ho avuto per padre putativo un mite falegname. La voglia di secessione del Sud ger­moglia come reazione agli insulti dei mini­stri del Nord. È meno forte e diffusa che in Lombardia o nel Veneto, ma cresce».

Quali sentimenti suscitano in lei i 150 an­ni dell’Unità d’Italia? «Di delusione, talvolta di disgusto. In quale Paese può restare in carica un ministro che ha trattato la bandiera nazionale come carta igienica? O un sindaco che ha marchiato con simboli di partito la scuola dei bambini? L’Italia unita era da fare, perché ogni volta che cade una frontiera gli uomini diventano più liberi, più ricchi, più sicuri, più felici. Ma non era da fare con una parte del Paese schie­­rata contro l’altra. La ricorrenza dei 150 anni poteva diventare l’occasione per fare onesta­mente una volta per tutte i conti con la sto­ria. Così non è».

Che cosa pensa dei Savoia?
«Si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione,era animata dal pio desiderio di unificare l’Ita­lia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Bog­gio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an­ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari».

Bruno Vespa mi ha confessato la sua sor­presa nello scoprire solo di recente che nel regno borbonico le imposte erano soltanto cinque, contro le 22 introdotte dai Savoia.
«I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita,il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Pie­monte per il 4. Negli Sta­ti via via annessi all’Ita­lia nascente, appena ar­rivavano i piemontesi spariva la cassa».

E di Giuseppe Garibal­di che cosa pensa?
«Romantico avventurie­ro, di idee forti, sempli­ci, a volte confuse, ma più onesto di altri nel de­nunciare, solo a cose fat­te però, le stragi e le rapi­n­e compiute nel Mezzo­giorno. Qualche proble­ma di salute, per l’artro­si che gli rendeva dolo­roso cavalcare: a Napoli arrivò in treno. Qualche disavventura familiare: la giovane sposa incinta di un altro. Qualche pa­gina oscura nel suo pas­sato sudamericano: la tratta degli schiavi dalla Cina al Perù. Ne hanno fatto un santino. Ma va bene così, ogni nazione ha bisogno dei suoi miti fondanti. Basta sapere chi erano veramente».

E di Camillo Benso conte di Cavour che cosa pensa?
«Grande giocatore, spe­cie nell’imprevisto. Non voleva la conquista del Regno delle Due Sicilie: gli bastavano il Lombar­do- Veneto e i Ducati. Già la Toscana gli pare­va in più. Ma quando l’avventura meridiona­le ebbe inizio, in breve la fece propria, persuase il re, neutralizzò Ga­ribaldi, ammansì chi si opponeva. Qualche suo vizietto sarebbe stato da galera. Come molti padri del Risorgimento, non mise mai piede al Sud: lo conosceva per sentito dire».

La peggiore figura del Risorgimento?
«Il generale Enrico Cialdini, poi deputato e senatore del Regno. Un macellaio che mena­va vanto del numero di meridionali fucilati, delle centinaia di case incendiate, dei paesi rasi al suolo. Prima di diventare eroe pluride­corato del Risorgimento, fu mercenario nel­la Legione straniera in Portogallo e Spagna. Uccideva i suoi simili a pagamento».

Quali sono gli episodi risorgimentali più rivoltanti,che l’hanno fatta ricredere sul­la sua italianità?
«Non si può smettere di essere italiani. Però mi sono dovuto ricredere circa il racconto bello e glorioso sulla nascita del mio Paese che avevo imparato a scuola. Da adolescente fremi d’indignazione per gli indiani stermi­nati sul Sand Creek e da grande scopri che i fratelli d’Italia nel Meridione fecero di peg­gio. La mitologia risorgimentale cominciò a vacillare quando lessi La conquista del Sud di Carlo Alianello. Vi si narrava la storia di una donna violentata e lasciata morire da 18 bersaglieri, che già le avevano ammazzato il marito. Il figlioletto che assistette alla scena, divenuto adolescente,si vantava d’aver ucci­so per vendetta 18 soldati di re Vittorio Ema­nuele a Custoza.

Poi il massacro di Pontelan­dolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, due delle decine di paesi di­­strutti, con libertà di stupro e di saccheggio lasciata dal Cialdini ai suoi soldati, fucilazio­ni di massa, torture, le abitazioni date alle fiamme con la gente all’interno. E le migliaia di meridionali squagliati nella calce viva a Fe­­nestrelle, una fortezza-lager a una settantina di chilometri da Torino, a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi. Per garantire ulteriore tormento ai pri­gionieri, erano state di­velte le finestre dei dor­mitori. Viva l’Italia!».

Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, mi confidò che era an­cora terrorizzato da certe storie atroci udi­te da bambino, quan­do il nonno gli rac­contava che, giovane bersagliere in Cala­bria, aveva trovato un suo commilitone crocifisso su un ter­mitaio dai briganti.
«Le ha anche racconta­to che cos’aveva fatto quel bersagliere? Era in un Paese invaso senza manco la dichiarazione di guerra. Maria Izzo, la più bella di Pontelan­dolfo, fu legata nuda a un albero, con le gambe divaricate, stuprata a turno dai bersaglieri e poi finita con una baio­nettata nella pancia. A Palermo uccisero sotto tortura un muto dalla nascita perché si rifiuta­va di parlare. Riferirono in Parlamento d’aver fucilato, in un anno, 15.600 meridionali: uno ogni 14 minuti, per die­ci ore al giorno, 365 giorni su 365. Ma il conto delle vittime viene prudentemente stimato in almeno 100.000 da Giordano Bruno Guer­ri. Altri calcoli arrivano a diverse centinaia di migliaia. La Civiltà Cattolica , rivista dei gesuiti, nel 1861 scrisse che furono oltre un milione. La cifra vera non si saprà mai».

Da Terroni :«“Ottentotti”, “irochesi”, “be­duini”, “peggio che Affrica”, “degenera­ti”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”: così i meridionali vennero definiti, e de­scritti con tratti animaleschi, dai fratelli del Nord scesi a liberarli». Io sono vene­to. Ha idea di quante ce ne hanno dette e ce ne dicono? Razzisti, analfabeti, beoti, ubriaconi, bestemmiatori, evasori fisca­li, sfruttatori di clandestini. Non crede che se cominciamo a tenere questo gene­re di contabilità, non la finiamo più?
«Devono finirla i Bossi, i Calderoli, i Borghe­zio, i Salvini, i Brunetta. Quella degradazio­ne dei meridionali ad animali preparò e giu­stificò il genocidio. Ricordo le parole di un intellettuale di Sarajevo: “Non è stato il fra­casso dei cannoni a uccidere la Jugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio del­la violenza, prima che sulla violenza”. Un mi­nistro della Repubblica ha minacciato il ri­corso ai fucili. In Italia, adesso. Non a Sa­rajevo, allora».

Lei scrive che Luigi Federico Menabrea, presidente del Consiglio dei ministri del Regno, nel 1868 voleva deportare in Pata­gonia i meridionali sospettati di brigan­taggio. Che cosa dovrebbero dire i veneti deportati per davvero da Benito Mussoli­ni n­elle malariche paludi pontine per bo­nificarle?
«Menabrea voleva deportare i meridionali per sterminarli. I veneti nelle paludi pontine non furono deportati: ebbero lavoro, casa, terra risanata con i soldi di tutti e a danno di quelli che vi morivano di malaria da secoli per trarne pane. Ma vediamo il lato positivo: fra poveri s’incontrarono.E dove il sangue si mischia, nasce la bellezza. La provincia oggi chiamata Latina ha dato all’Italia la più alta concentrazione di miss da calendario per chilometro quadrato. E pure Santa Maria Goretti, che si fece uccidere per difendere la propria femminilità».

Scrive anche: «La Calabria non appartie­ne, geologicamente, al Mezzogiorno, ma al sistema alpino: si staccò con la Corsica dalla regione ligure-provenzale e migrò, sino a incastrarsi fra Sicilia e Pollino». Recrimina persino sull’orografia?
«O è un modo per dire che a Sud vogliono venirci tutti?».

Si dilunga sul caso di Mongiana, che in effetti è impressionante. Però che cosa dimostra? Da Nord a Sud, ogni distretto industriale piange i suoi dinosauri.
«Mongiana, in Calabria, era la capitale side­rurgica d’Italia e oggi contende alla confinan­te Nardodipace lo scomodo primato di Co­mune più povero d’Italia. I mongianesi, sra­dicati dal loro paese, si sono trovati a lavora­re nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati ren­devano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri­masto neppure un fabbro. Il più ricco distret­to minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto struttu­rale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meri­dione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili­brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa co­sa con la cantieristica navale, l’industria fer­roviaria, l’agricoltura».

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, la città di Gaeta vuol chiedere un risarcimento per l’assedio savoiardo del 1861: 500 milioni di euro. Mi ricorda il Veneto, che pretende i danni di guerra dalla Francia per il saccheggio napoleo­nico del 1797: 1.033 miliardi di euro.
«C’è una differenza: al risarcimento di Gae­ta s’impegnò il luogotenente, principe di Ca­rignano, in nome del quale il generale Cialdi­ni, responsabile di quelle macerie, garantì per iscritto: “Il Governo di Sua Maestà prov­v­ederà all’equo e maggiore possibile risarci­mento”. Quando gli amministratori comu­nali andarono per riscuotere, il nuovo luogo­tenente, Luigi Farini, già distintosi con mo­glie e figlia nel patriottico furto dell’argente­ria dei duchi di Parma, consigliò loro di rivol­gersi “alla carità nazionale”».

Lei è arrivato al punto da dichiarare che Giulio Tremonti ruba al Sud per dare al Nord. Forse dimentica che il Veneto ha solo 225 dirigenti regionali mentre la Si­cilia ne ha 2.150. L’855 per cento in più. Che si aggiungono ai 100.000 dipendenti ordinari. Allora le chiedo: chi ruba a chi, se non altro lo stipendio?
«I fondi per le aree sottoutilizzate sono, per legge, all’85 per cento del Sud, e invece sono stati abbondantemente spesi al Nord. I 3,5 miliardi di euro con cui è stata abbuonata l’Ici a tutt’Italia erano quelli destinati alle strade dissestate di Calabria e Sicilia. I citta­dini della Val d’Aosta spendono il 10.195 per cento in più della Lombardia, pro capite, per i dipendenti regionali. Ma è una ragione a statuto speciale, si obietta. Giusto. Pure la Sicilia lo è. Il che non assolve né l’una né l’al­tra. Ma il paragone si fa sempre con l’altra».

Il sociologo Luca Ricolfi in Il sacco del Nord documenta che ogni anno 50 miliar­di­di euro lasciano le regioni settentriona­li diretti al Sud. E lei me lo chiama furto?
«Intanto i conti andrebbero fatti sui 150 an­ni. E poi lo stesso Ricolfi spiega che quei dati, valutati diversamente, portano a conclusio­ni diametralmente opposte. Non tutti sono d’accordo sul metodo scelto da Ricolfi. Va­da a farsi due chiacchiere col professor Gian­franco Viesti, bocconiano che insegna politi­ca economica all’Università di Bari».

S’ode a destra uno squillo di tromba: Ter­roni. A sinistra risponde uno squillo: Vi­va l’Italia! di Aldo Cazzullo. Che l’ha ac­cusata d’aver paragonato i piemontesi ai nazisti solo per vendere più copie.
«Incapace di tanta eleganza, a Cazzullo con­fesso che scrivo nella speranza di essere let­to. E non capisco perché il suo editore spen­da tanti soldi per pubblicizzare Viva l’Italia! se lo scopo è quello di non vendere copie. Il mio libro s’è imposto col passaparola».

Non nominare il nome di Marzabotto in­vano, le ha ricordato Cazzullo.
«Che differenza c’è fra Pontelandolfo e Marzabotto? Mettiamola così: il mio edito­re ha nascosto l’esistenza di Terroni , l’edi­tore di Cazzullo ha fatto il contrario. Nessu­no dei due ha ottenuto il risultato sperato».

Anche Ernesto Galli della Loggia e Fran­cesco Merlo hanno maltrattato il suo pamphlet.
«Libera critica in libero Stato: non si può pia­cere a tutti. A me piace non piacere a Galli della Loggia, per esempio. Prima ha parlato di “fantasiose ricostruzioni”. Poi, al pari di Merlo e di qualche altro, ha obiettato che le stragi risorgimentali nel Sud erano note e da considerarsi “normali” in tempo di guerra. A parte che a scuola tuttora non vengono stu­diate, allora scusiamoci con i criminali nazi­sti Herbert Kappler e Walter Reder per l’in­giusta detenzione; critichiamo gli Stati Uniti che hanno inflitto l’ergastolo all’ufficiale americano responsabile dell’eccidio di My Lai in Vietnam; chiediamoci perché si con­danni il massacro dei curdi a opera di Sad­dam Hussein. Insomma, solo l’uccisione in massa dei meridionali è “normale”?».

Sergio Romano sul Corriere della Sera s’è dichiarato infasti­dito dai «lettori meri­dionali che deplora­no i soprusi dei pie­montesi, l’arroganza del Nord, il sacco del Sud, e rimpiangono una specie di età del­l’oro durante la qua­le i Borbone di Napoli avrebbero fatto del lo­ro regno un modello di equità sociale e svi­luppo economico». E vi ha ricordato che, per unanime consen­so­dell’Europa d’allo­ra, «il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio go­vernati da una aristo­crazia retriva, pater­nalista e bigotta».
«Senta, foss’anche tutto vero, e non lo è, questo giustifica invasione, sac­cheggio e strage? Mi pa­re la tipica autoassolu­zione del colonizzatore: ti distruggo e ti derubo, però lo faccio per il tuo bene, neh? Infatti, l’Ita­lia riconoscente depo­ne ogni anno una coro­na d’alloro dinanzi alla lapide che ricorda il co­lonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, il carne­fice di Pontelandolfo e Casalduni, e nega ai pae­si ridotti in cenere - ri­masero in piedi solo tre case - persino il rispetto per la memoria».

Lei ha fatto il servizio militare?
«Arruolato, C4 rosso, se non ricordo male: mi dissero che, se fosse scoppiata la guerra, sarei finito in ufficio. I miei polmoni non da­vano affidamento: postumi di Tbc e quattro pacchetti di Gauloises al giorno».

Se scoppiasse una guerra, difenderebbe l’Italia o no?
«Oh, ma che domande sono? Lo chieda a Bos­si e a Calderoli! Io sono un italiano che preten­de la verità critica su com’è nato il suo Paese e la fine della sperequazione e degli insulti a danno del Sud. La questione meridionale non esisteva 150 anni fa, il Consiglio naziona­le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popola­zione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale».

Silvius Magnago, lo storico leader della Svp, mi disse: «La patria è quella cui si sente di appartenere con il cuore. La mia Heimat è il Tirolo. Heimat, terra natia. Voi italiani non possedete questo concet­to. Non potete capire». Che cosa signifi­ca patria per lei? E qual è la sua Heimat?
«Lo dico nell’esergo del mio libro, con paro­le rubate allo scrittore francese Emmanuel Roblès: patria è “là do­ve vuoi vivere senza su­bire né infliggere umi­liazione” ».

Sarebbe favorevole a un’Italia divisa in cantoni, come la Sviz­zera?
«No. Una frontiera non migliora gli uomini. Al più, può peggiorarli. Ma se la Lega, dopo vent’anni di strappi, re­cidesse l’ultimo filo che tiene ancora unito il Pa­ese, un attimo prima il Sud dovrebbe andarse­ne, contrattando l’usci­ta, per evitare di essere derubato di nuovo».

Su quali basi andreb­be­rifatta l’Unità d’Ita­lia?
«Eque. La forma garanti­sce poco la sostanza: va­da a spiegare ai giovani che la nostra è una Re­pubblica fondata sul la­voro. O che la legge è uguale per tutti. O che le Ferrovie dello Stato assi­curano il servizio in tut­to il Paese: Matera, ame­na località europea, è ignota alle Fs, lì il treno non è mai arrivato».

Fosse lei il presiden­te del Consiglio, che farebbe per ripulire Napoli dai rifiuti?
«Nominerei commissa­rio Vincenzo Cenname, il sindaco che ha fatto di Camigliano, provincia di Caserta, un esempio virtuoso nello smalti­mento, grazie alla raccolta differenziata che copre il 65 per cento del totale. Cenname s’è rifiutato di affidarne la gestione a un ente pro­vinciale, la cui inefficienza è testimoniata dalle immondizie che vengono lasciate nel­le strade per scoraggiare la raccolta differen­ziata a favore degli inceneritori. Per questo Cenname è stato rimosso dal prefetto, quasi fosse a capo d’una Giunta camorrista».

Siamo alla domanda delle cento pistole: i terroni hanno voglia di lavorare sì o no?
«Capisco che la domanda lei deve porla e im­magino che le costi dar voce agli imbecilli. Se fossi maleducato, risponderei: ma mi faccia il piacere! Non lo sono e quindi rispondo: quei 5 milioni di meridionali che stanno nel­le fabbriche del Nord, dall’abruzzese Sergio Marchionne in giù, come li vede? Sfaticati? Quei 20 milioni di emigrati nel mondo, che per la prima volta nella loro storia millenaria presero la via dell’esilio volontario dopo i di­sastri dell’Unità d’Italia, sono andati altrove a far nulla? La mia regione fu l’unica in cui per l’aridità della terra fallì il sistema di pro­duzione dell’impero romano, imperniato sulla villa. Ebbene di quei deserta Apuliae , de­serti di Puglia, la mia gente nel corso dei seco­­li, col sudore della fronte, ha fatto un giardi­no, rubando l’umidità alla notte con i muretti di pietra e piantando 60 milioni di ulivi. Mica co­me Bossi, che non ha la­vorato un giorno in vita sua. Anzi, sa che le dico, senza offesa, eh? Ma mi faccia il piacere!».

Il 52 per cento della popolazione di Terzi­gno, provincia di Na­poli, campa a carico dell’Inps. Sarà mica colpa dell’Inps? «Se mi togli tutto, mi at­tacco a quello che c’è. Assistenza? Assistenza! Non mi piace, ma non ho altra scelta. A Parma, 170.000 abitanti, il mini­stero ha deciso di eroga­re lo stesso i soldi per la metropolitana progetta­ta per 24 milioni di uten­ti, poi ridotti a 8, infine abbandonata, per ver­gogna, spero, nonostan­te lo studio costato 30 milioni di euro. È la città della Parmalat, la peg­gior truffa di tutti i tem­pi. Però la truffa del fal­so invalido scandalizza maggiormente. Be’, a me le truffe danno fasti­dio tutte. Quella del po­vero la capisco di più».

La metà delle cause contro l’Inps si con­centra in sei città del Sud: Foggia, Napoli, Bari, Roma, Lecce e Taranto. A Foggia è pendente circail 15 per cento dell’intero contenzioso nazionale dell’istituto. Tut­ti i 46.000 braccianti iscritti alle liste di Foggia hanno fatto causa all’Inps. Dipen­derà mica dai Savoia.
«Per quanto possa sborsare l’Inps da Terzi­gno a Lecce, non si arriverà mai ai miliardi di euro che ci costano le multe pagate per colpa degli allevatori padani disonesti, grandi elet­tori della Lega. O assolviamo tutti, ed è sba­gliato, o condanniamo quelli che lo merita­no. Con una differenza: la truffa delle quote latte è già accertata. Aspettiamo di vedere co­me finiscono i procedimenti contro l’Inps».

C’è poco da aspettare: a Foggia, su 122.000 cause presentate, 25.000 sono state spontaneamente ritirate dagli avvo­cati. Erano state avviate per lo più a no­me di persone morte o inesistenti.
«Ma non è detto che tutte le altre siano im­motivate. Ripeto: aspettiamo».

Non sarà che lei mi diventa il Bossi del Sud?
«Già l’accostamento è offensivo. Io non giu­dico il mio prossimo dalla latitudine e ho sempre lavorato; né ho festeggiato tre volte la laurea, senza mai prenderla. Mi hanno of­­ferto candidature, ma ho ringraziato e rifiu­tato, perché inadatto: sono incensurato, ho pagato la casa con i miei soldi e voglio mori­re giornalista».

Eppure Giordano Bruno Guerri ha scrit­to che Terroni è sostenuto da piccoli ma combattivi gruppi neoborbonici e dal Partito del Sud di Antonio Ciano, assesso­re a Gaeta, e potrebbe diventare il testo sacro di una futura Lega meridionale, contrapposta a quella di Bossi.
«Il libro, una volta uscito, va per la sua stra­da, come i figli. Non puoi dirgli tu dove anda­re. Terroni non è sostenuto: è letto. E chi lo legge ne fa l’uso che vuole, a patto di non attribuirlo a me. Stimo Ciano e seguo con attenzione il Partito del Sud, i Neoborboni­ci, l’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo, l’associazione Io resto in Cala­bria di Pippo Callipo, il movimento Io Sud di Adriana Poli Bortone. Ma resto un osservato­re interessato ed esterno. Ero anche amico di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucci­so dalla camorra con nove colpi di pistola. Ricordo i suoi funerali, con quei fogli tutti uguali attaccati alle saracinesche dei negozi chiusi e ai portoni delle case: “Angelo,il pae­se muore con te”. Oggi per fortuna Pollica va avanti nel suo nome. In una ventina d’anni da sindaco, Angelo aveva arricchito tutti, senza distruggere niente del territorio, vero capitale del paese. Ammiravo il suo corag­gio, la sua fantasia, la sua capacità di trasfor­mare le idee in fatti. Ho pianto accompa­gnandolo al cimitero. Se avesse potuto ve­dermi, si sarebbe messo a ridere».

Per chi vota?
«La prima volta votai Dc per ingenuità, su consiglio d’un amico. Delusione feroce. Poi a sinistra, senza mai avere un partito, cosa che ritengo incompatibile col giornalismo. Infine quasi stabilmente per i repubblicani di La Malfa, padre, ov­viamente. Alle prossi­me elezioni forse non vo­terò, anche se so di fare un regalo ai peggiori».

Non mi pare che la si­nistra, con l’unico presidente del Consi­glio originario di Gal­lipoli, abbia migliora­to la condizione del Sud.
«Massimo D’Alema ha il collegio elettorale a Gallipoli e la moglie pu­gliese. Ma è romano. E poi, ripeto, l’essere di qui o di là non significa nulla. Il meridionali­smo è una dottrina solo italiana, nel mondo. È stata praticata da uomi­ni eccelsi per cultura e moralità,ma è un’inven­zione di italiani del Nord, specie lombardi. Solo dopo una genera­zione sono sorti i meri­dionalisti meridionali. Che mi frega di dove sei? Fammi vedere cosa fai!».

Lei lamenta l’invasio­ne burocratica pie­montese del Meridio­ne, però Mario Cervi le ha ricordato che og­gi il Sud amministra col proprio persona­le la macchina buro­cratica e giudiziaria dello Stato nell’Italia intera. E i risultati non sono brillanti. «Tutti, ma proprio tutti gli enti, le banche, le aziende pubbliche o parapubbliche d’Italia sono in mano a settentrionali, in particolare lombardi, a parte un napoletano e tre roma­ni. Vuol dire che se cotanti capi non riesco­no a raggiungere buoni risultati la colpa è dei sottoposti? Se si vince è bravo il generale e se si perde sono cattivi i soldati? Quando dirigevo un giornale, la mia regola era: chiunque abbia sbagliato, la colpa è mia». 

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it 




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Lotterie travolte dal Gratta e vinci: nel 2011 ne resterà solo una, l'Italia

Preparano la ghigliottina

Il Tempo


Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali e foto sul Cavaliere. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario.

Silvio Berlusconi


Roma, basilica della Minerva, vicino al Pantheon. Un politico è seduto sui banchi della chiesa, prega di fronte alla Vergine Maria. Esce. Saluta i cronisti. Sale in macchina. Destinazione carcere di Rebibbia. Alle 16.35 di un pomeriggio grigio e piovoso Totò Cuffaro non è più un uomo libero. È una scena carica di dolore, intrisa di pietas.

Stesso giorno, stesso pomeriggio piovoso, stesso penitenziario dove sono rinchiusi essere umani. Un’entità di uomini e donne che si fa chiamare «popolo viola» festeggia l’ingresso in carcere di Cuffaro offrendo cannoli. Niente dolore. Niente pietas.

Stesso giorno, stesso pomeriggio, altra metropoli. Genova, università degli Studi. Roberto Saviano riceve una laurea honoris causa in giurisprudenza. Ringrazia. E nel momento solenne della celebrazione dedica il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano contro Berlusconi. Nessun umanissimo dubbio su dove sia il torto e il diritto. Niente pietas.

Altra città, le tenebre si sono fatte avanti, è sera, è l’ora degli sciacalli. Reggio Calabria, parla Gianfranco Fini: «Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità». Immagino sia lo stesso Fini che quando l’ex moglie fu indagata disse: «Le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo». Niente pietas.
Una serie di fatti distinti, storie in apparenza lontane l’una dall’altra, ma in realtà con un terribile tratto comune: il rumore sordo della cavalcata dei mozzaorecchi, il rullo dei tamburi degli squadroni che portano i ceppi, il digrignare di denti e la bava alla bocca di chi urla «nessuna pietà». Ha ragione la tostissima Marina Berlusconi quando dice che le parole di Saviano le fanno «orrore», ma vorrei ricordarle che quella cultura talebana, intollerante, giustizialista, illiberale, a senso unico, è ben veicolata proprio dalla Mondadori, la sua casa editrice che, en passant, pubblica Saviano e molti altri paladini della libertà.

Faccia uno sforzo, lasci perdere i guru del marketing di Segrate e scorra con attenzione le collane di libri, saggi, romanzi e tutto il resto della paccottiglia da libreria da rive gauche che sfornano quelli del laghetto. Scoprirà che il pluralismo culturale è ben diverso dalla narrazione di una società a una dimensione costruita con i soldi del Cavaliere Nero. Voglio esser chiaro, a costo di scartavetrare le parole. A Berlusconi non è stato risparmiato nulla, ma anche lui non si è risparmiato nulla. Doveva essere un falco, è rimasto una colomba. La sua avventura politica resta incompiuta proprio perché non ha fatto le riforme più dure e coraggiose.

Serviva una dose massiccia di reaganismo e thatcherismo per smantellare il sistema che impedisce all’Italia di crescere come potrebbe. Abbiamo atteso invano. È dovuto arrivare sedici anni dopo un signore che si chiama Sergio Marchionne per far saltare il sistema corporativo. Silvio invece ha perso tempo a mediare, a occuparsi di cose che non servivano a niente, a vedere improbabili amici e aspiranti cortigiani che gli hanno procurato solo guai e rotture di scatole.

Doveva usare il napalm per defoliare la giungla dello Stato parassita ed entrare nel pantheon dei riformatori al titanio, rischiamo di vederlo ricordato solo per le evoluzioni arcoriane con quella sventolona della Nicole Minetti. Eppure, se si lasciano perdere i cani rabbiosi che abbaiano e mostrano le zanne, la vista dei suoi accusatori fa riflettere. I tifosi dei tribunali del popolo sono antropologicamente contrari all’idea di democrazia.

Sono una massa informe che se ti vede per strada ti sputa addosso perché la pensi diversamente, perché sostieni che le ipotesi di reato restano ipotesi finché non c’è una sentenza definitiva; perché ricordi loro che tutti sono presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio; perché fai presente che la presunzione di colpevolezza non si è mai trasformata in voti vincenti; perché en passant fai notare che tutte le accuse vanno provate; perché in punta di diritto il pm è una parte, quella dell’accusa, e non il giudice terzo; perché spieghi sommessamente che i governi cadono per mano degli elettori non delle procure che selezionano i bersagli politici; perché dici che è una barbarie pubblicare online il numero di telefonino del presidente del Consiglio o di qualsiasi altro cittadino per poi procedere a un insultificio elettronico; perché fino a prova contraria in casa propria ognuno di noi fa quel che crede finché non limita la libertà di un altro. Il problema è che sta saltando tutto e forse è davvero troppo tardi. Nei Paesi decenti sono abituati a mettere a posto anche l’indecenza con una soluzione a presa rapida che si chiama «ragion di Stato».

Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali, altre intercettazioni e foto sul Cavaliere a luci rosse.

Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario, è solo una questione di tempo. Ho già visto montare questo clima durante Mani Pulite. Ne ho un ricordo vivissimo. Arresti in massa. Manette. Suicidi. Fughe. Esili. Vigliaccate.

E un’opinione pubblica che chiedeva la testa dei segretari politici del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in nome di una rivoluzione che in poco tempo si rivelò falsa e strumentale. La differenza tra ieri e oggi è che ieri la caccia al «Cinghialone» (Craxi) avveniva in presenza di uno scollamento fortissimo tra l’opinione pubblica e i leader di partito, mentre oggi la caccia al Cavaliere e alla politica tout court (non si illudano le altre sagome del Palazzo, la stessa furia colpirà anche loro) si svolge in uno scenario in cui gli elettori sostengono le proprie fazioni e i consensi di Berlusconi per ora sono solidi. Per questo una caduta rovinosa del Cavaliere oggi sarebbe un evento traumatico come pochi, un problema istituzionale che non si risolverebbe voltando pagina e facendo finta di niente.

Avanti così, senza una soluzione e un soft landing per il premier, sarà un disastro assicurato. Mi viene in mente uno straordinario testo teatrale di Georg Buchner, «La morte di Danton». Qui si racconta come Robespierre decida di decapitare Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Viene fatto tutto in fretta e furia, non c’è bisogno di prova e processo, perché «la rivoluzione sociale non è ancora finita, chi fa una rivoluzione a metà si scava da sé la propria fossa. La buona società non è ancora morta, la sana forza popolare si deve mettere al posto di questa classe rovinata in ogni senso. Il vizio dev’essere punito, la virtù deve dominare per mezzo del terrore». Buona fortuna, Italia.

Mario Sechi
23/01/2011




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E' morto in montagna Silvio Berlusconi l'operaio di sinistra omonimo del premier

Quotidiano.net


L'uomo, 57 anni, di Como, è scivolato su un lastrone di ghiaccio ed è precipitato percirca trenta metri sulle montagne della sua zona. Diceva: "Di Berlusconi operaio ci sono solo io"







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Buste-bio d'oro

Il Tempo


L'era della plastica si archivia a caro prezzo. Viaggio nei market: le nuove shopper costano da 8 a 15 centesimi. Ma i romani non le amano: si sciolgono, puzzano e non reggono il peso.


Le maxi buste di stoffa sono l'alternativa alle bio-buste


Si sciolgono subito. Ma si rompono anche subito. E alla cassa costano un occhio della testa: da 8 fino a 15 centesimi, il triplo delle vecchie buste di plastica, vendute a 5 centesimi. Nei supermercati ci sono già le buste bio. Ma i romani non le amano. Puzzano, non reggono il peso, costano troppo e non è riutilizzabile. «Si rende conto che una di queste buste ecologiche te la fanno pagare l'equivalente di 200 lire?» sottolinea Giovanni che fa la spesa con la moglie Armida al Billa di piazza Talenti. L'alternativa è il carrello o le sacche riutilizzabili, vendute da 90 centesimi a due euro. O, solo in questi due giorni a 1 centesimo se si fa una spesa di almeno 50 euro. Ma le borse più grandi arrivano a sfiorare i 3 euro, mentre le vecchie buste di plastica rimaste in magazzino vengono regalate alla clientela. «Il sacchetto ecologico è fragile, si rompe subito e ha un cattivo odore – sottolinea Elena che fa la spesa con la figlia Anna al Billa di piazza Talenti – Abbiamo optato per le sacche che possiamo riutilizzare più volte».

«Preferiamo il carrello – dice Alessandra, accompagnata dalla madre Gaetana – Il bustone-sacca arriverebbe a pesare troppo e sarebbe scomodo. Il sacchetto nuovo? Tanto per tenere separata la roba nel carrello». Stessa tendenza anche al Carrefour di largo Sergio Pugliese dove il supermercato vende parecchie buste in cotone, a 1,20 euro l'una. A 70 centesimi quella riutilizzabile e a 4,50 euro quella con le rotelline stile carrello. «No, devo salire sull'autobus e i nuovi sacchetti mi si rompono. Non li voglio» sottolinea Marisa. «A volte sono costretta a prenderle però perché mi dimentico quelle in stoffa a casa - dice Cristiana - Come m'è successo oggi».

«Mi sembra che vadano bene, ma riconosco che i sacchetti nuovi sono più piccoli di quelli che c'erano prima», rimarca Liliana. Al Sir-Conad di via Adriano Fiori è incetta di sacche in polipropilene utilizzabili più volte (85 centesimi). La folla è tanta e quindi la spesa viene infilata anche nei sacchetti ecologici: in questo supermercato vengono venduti a 8 cent. «Spero che non mi si rompano per strada» dice Attilio. Nel supermercato un distributore mette in mostra anche borse in tessuto a 1,95 euro e trolley da 9,90 euro. 

(ha collaborato Giuseppe Grifeo)



Grazia Maria Coletti

23/01/2011





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Souvenir usati come sporte ecco i virtuosi del riciclo

Il Tempo


È un’arte: fodere di vecchie borse scucite e riutilizzate. Così la voglia di risparmiare rimette in moto l’inventiva.



Supermercato


C'è chi scuce la fodera di vecchie borse che non usa più. Chi tira fuori dall'armadio sacche di tela omaggio di chissà cosa. O sacchetti con la foto dei monumenti simbolo delle capitali europei, souvenir che oggi fanno improvvisamente comodo per fare la spesa. Utilizzati come facevano i nostri bisnonni, quando andavano a comprare pasta e sale venduti sfusi. La voglia di risparmiare rimette in moto l'inventiva. Anche quando chi va al supermercato guida una Mercedes. Nel parcheggio davanti alla Pim di via Isacco Newton, ai Colli Portuensi, zona residenziale (e anche molto chic) a sud-ovest della capitale, ieri mattina, Clara caricava la spesa nel portabagagli di un'auto di lusso dentro una sacca griffata Pierre Cardin. Ma la sua è una shopper riciclata. «Ho scucito la fodera da una vecchia borsa che non usavo più e adesso ci vado al supermercato» confessa, sottolineando che «sono 20 anni che riciclo». Come Clara, tante le signore che ieri mattina sfoggiavano una shopper alternativa alla plastica. Ma anche alle bio-buste in mater-bi ricavate dalle fibre di mais o dall'amido di patate che costano un occhio della testa: dagli 8 ai 15 centesimi l'una. E per quelle in juta, cotone, shopping bag di tessuto non tessuto o platica riutilizzabile, che si vendono al supermercato si può arrivare a spendere fino a 5 euro. La palma però la merita la signora Bruna. Ne ha quattro in mano: una gialla, una rossa, una nera, e persino la busta bio. «Ho i cassetti pieni - dice - non esco mai senza».

Roberta, invece, riutilizza i souvenir dei viaggi all'estero. «Questo è di una vacanza ad Amsterdam con la famiglia» spiega mostrando una sacca bianca con la scritta in rosso nella mano destra, e nell'altra ne ha un'altra in stoffa blu. «Ma questo è un omaggio del mio macellaio di via del Casaletto - racconta - l'ha regalata ai suoi clienti sotto Natale, quando appunto si sapeva che col primo gennaio sarebbero scattate le nuove regole per la messa al bando dei sacchetti di plastica. È stata un'idea molto gradita». Eva è una bella ragazza rossa che sta entrando al supermarket con la sua shopper scozzese. «Sono 10 anni - dice - che non uso più le buste di plastica». Anche Maria, insegnante, ha la borsa ecologica, quella grande riutilizzabile. Ma la sua l'ha comprata all'estero. E costa meno. «L'ho presa in Francia, e l'ho pagata solo 60 centesimi molto meno dei prezzi di Roma» spiega dopo aver fatto la spesa insieme al figlio e al marito. «Alla Conad di via del Trullo costano 1,10 euro». Da viale dei Colli Portuensi a Villa Bonelli, il riciclo diventa un'arte da esibire come una moda. Davanti alla Conad, mentre piove, Rita Rocchi mostra la sua, veramente bella.

«L'ho presa a Firenze ed è dipinta a mano, era un omaggio per l'acquisto di una tovaglia». A Simona, invece, la shopper l'ha regalata la sorella. «L'ha acquistata in cartoleria pagandola 8 euro - racconta - Non ero abituata a portarmi la sportina da casa ma con quello che costano le buste bio e le altre adesso non esco più senza». Al bar invece la ragazza che fa i caffè si preoccupa. «Anche noi dovremo comprare le nuove buste per darle ai clienti - dice Fabiana -. Ma con che cuore fargliele pagare?».
(Ha collaborato Massimiliano Vitelli)



Grazia Maria Coletti

23/01/2011





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Agenzia delle entrate: veri concorsi e finte assunzioni

Il Mattino


Gent.ma Redazione,


desideravo mettere al corrente i cosiddetti cittadini "italiani" sulla inutilità e ipocrisia dei festeggiamenti sull'Unità d'Italia. Non metto in dubbio le gesta eroiche di allora ma la situazione attuale che denota un modo di fare della Pubblica Amministrazione che fa venire in mente gli staterelli che ci facevano studiare alle scuole elementari. Ho partecipato mal volentieri (solo perchè ero stata licenziata per una pseudo riduzione del personale) al concorso "statale" dell'Agenzia delle Entrate per 825 funzionari.

Dopo aver superato ben 2 prove scritte e dopo aver affrontato 6 mesi di tirocinio che loro definivano teorico pratico ma che in realtà si è rivelato di vero lavoro con le medesime responsabilità dei funzionari, senza contributi previdenziali tra l'altro, sono stata bocciata alla prova orale finale insieme ad altri sfortunati perchè, e soltanto perchè, probabilmente secondo la discrezione della Commissione non abbiamo saputo rispondere in 10 minuti a 3 domande estratte a sorte. E poi si lamentano che nel privato c'è il lavoro nero!!!.......

L'ipocrisia si intuisce dal fatto che con questa serie di concorsi nell'Agenzia delle Entrate fanno credere che hanno bisogno di funzionari per combattere l'evasione, intanto con questa balorda procedura non fanno altro che reclutare poveri illusi per farli lavorare a condizioni peggiori rispetto ai funzionari assunti per poi scaricarli in malo modo facendo loro pensare che non sono stati abbastanza preparati per poter affrontare brillantemente delle prove orali che sinceramente si sono rivelate delle farse per tanti e svariati motivi.

Ho contattato un sindacato di base spiegando tutta la situazione e mi hanno detto che non si può fare proprio niente, tra l'altro affrontare un ricorso al TAR è costoso, immaginate per un disoccupato!!!

Allora mi chiedo: tutte queste belle istituzioni di cui ero tanto orgogliosa cosa esistono a fare? I sindacati oramai sono dei pesi morti, non hanno le armi vere per combattere e far valere i diritti dei lavoratori (vedi caso Fiat). I lavoratori si sentono abbandonati dallo Stato e dai sindacati, se decidono di adire la giustizia affrontano lungaggini anche per una semplice causa di lavoro.

Riguardo poi all'Unità d'Italia posso testimoniare che è ormai divenuta una parola vuota, senza nessun significato concreto. L'ho potuto percepire lavorando all'Agenzia delle Entrate in una regione del Nord ed anche assistendo alle diverse decisioni delle Direzioni Regionali dell'AE sull'assunzione dei tirocinanti (in alcune Regioni li hanno persino presi tutti!!!). Attenzione il federalismo è già in atto e non si può di certo definire territoriale bensì clientelare!!!

Il nostro destino è stato deciso dal Direttore di turno che probabilmente voleva mostrare il pugno duro, mi è stato rivelato che costui per raggiungere i suoi obiettivi di produttività sarebbe capace di "vendersi sua madre". Non ci resta che l'indignazione, ma forse neanche quella alberga più in noi...........

Piuttosto si insinua nel nostro più profondo essere di cittadini e professionisti che credono ancora nella meritocrazia soltanto odio, livore, rassegnazione, totale assenza di speranza in un'Italia migliore...........

Grazia (Dott.ssa in Economia disoccupata)

Sabato 22 Gennaio 2011 - 21:26    Ultimo aggiornamento: Domenica 23 Gennaio - 10:51




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Napoli, inchiesta sui disoccupati Bros «Protesta-lavoro ma con doppio sussidio»

Nadia mi disse: voglio infangare il premier"

di Stefano Zurlo


La testimonianza dell’ultimo convivente della escort: "Venti giorni fa mi ha confessato di essersi inventata tutto, credeva che sputtanando Berlusconi poi sarebbe entrata al Grande Fratello. Con me invece è stata esplicita: Mai andata ad Arcore, mai fatto sesso col Cavaliere"



Lui l’ha buttata fuori di casa due settimane fa. «Speravo di essermi li­berato una volta per tutte di Nadia. Ma mi sono ritrovato sulla pagina di Reggio Emilia del Resto del Carlino : Nadia sosteneva che l’avrei minac­ciata, picchiata, non una ma due vol­te. E allora basta». 

Vendetta?
«No, ristabiliamo la verità. Io non ho picchiato nessuno, figurarsi». An­tonio Gentile, operaio ventinoven­ne di Reggio Emilia proprio come Nadia Macrì, la escort del momen­to, prende fiato: «E non è finita qua».

Che altro c’è?
«C’è un particolare, un dettaglio, che forse può interessare milioni di italiani». 

Quale?
«Nadia, venti giorni fa, in un mo­mento di intimità, a letto, mi ha fatto una confidenza che adesso, con lo strepito che ha provocato, ritengo di poter rivelare a tutti». 

Cosa le ha detto?
«Mi ha spiegato che lei su Berlu­sconi si era inventata tutto». 

Tutto?
«Tutto. È stata esplicita: “Non so­no mai stata ad Arcore, non ho mai fatto sesso con Berlusconi”. Queste le sue parole che si sono stampate nel mio cervello».

Ma com’è possibile? Pochi gior­ni fa Nadia ha raccontato al Fat­to le serate ad Arcore. I rappor­ti sessuali con il Cavaliere, cin­que minuti a turno per ragaz­za, l’incontro con Ruby, le ra­gazze che fumavano erba. «No, l’erba la fuma lei. Una canna dopo l’altra». 

Non mi ha risposto.
«Io non so se lei sia andata a Villa Certosa o ad Arcore. So quel che mi ha detto. Saranno gli investigatori a fare le loro verifiche, magari control­lando i telefonini. Però in quel mo­mento era sincera». 

Come fa ad esserne sicuro?
«Voleva creare una famiglia con me». 

E lei?
«No,avevo capito che non c’era fu­turo. Ci siamo frequentati per tre me­si, ma continuare era impossibile. Non ero più innamorato, non vede­v­o l’ora di troncare questa storia sen­za prospettive». 

Sarà, ma perché avrebbe lavo­rato di fantasia?
«Lei quel giorno, subito dopo Ca­podanno, mi diede una spiegazio­ne: voleva raggiungere il successo, puntava al Grande fratello, a qual­che trasmissione, a qualche pro­gramma. E riteneva che la strada del­lo sputtanamento di Silvio fosse la più breve per arrivare da quelle pa­ri ». 

Nadia non le ha mai fatto vede­re una sua foto con Berlusco­ni?
«Mi ha mostrato un’istantanea del Cavaliere con dedica: a Nadia Macrì. Ma questa foto non prova nul­la: c’è solo lui. E non so se la dedica sia originale. Intendiamoci, può an­che averlo incontrato a qualche fe­sta, questo non posso escluderlo. Lei stessa mi ha raccontato che la sua amica Perla Genovesi, all’epoca assistente del parlamentare di Fi En­rico Pianetta, l’aveva introdotta nel mondo della politica. Tutto può esse­re. Però il bunga bunga, il sesso, Ar­core e tutto il resto se li è cucinati lei da sola». 

Le telecamere di Annozero han­no i­nquadrato i gioielli che Ber­lusconi le avrebbe regalato.
«Ma va. A me ha detto che glieli aveva comprati il marito». 

Ah, quindi lei conferma indiret­ta­mente quanto ha svelato pro­prio ieri al Giornale l’ex marito di Nadia, Antonio Di Bella? 
«Io non leggo i giornali. Solo la Gaz­zetta dello sport, qualche volta». 

Chiaro. Ma lei ha alzato le ma­ni?
«Ma sta scherzando? Sono andato dall’avvocato, da Liborio Cataliotti, e col suo aiuto ho scritto la denuncia di diffamazione della Macrì. Non so­lo; sono disposto a ripetere le confi­denze sul premier anche davanti a un magistrato.L’importante è che la Macrì la smetta di tormentarmi». 

Lei l’avrebbe picchiata una pri­ma volta a Cutro, il suo paese
«È una vergogna. Io sono uno che va a testa alta, non ho mai fatto nien­te di male, a Cutro, in provincia di Crotone, tutti sanno chi è Antonio Gentile. Lo chieda a Vincenzo Iaquinta, che è del mio stesso paese ed è un amico». 

No, per favore, non ci allarghia­mo pure al calcio.
«Io so solo che il 10 gennaio l’ho mandata via e per non avere fastidi sono andato a dormire da mia mam­ma». 

Poi?
«Mi hanno chiamato i carabinieri, lei era davanti alla porta di casa, vole­va rientrare, c’erano pure i pompie­ri. Sono arrivato di corsa, lei è entra­ta, ha preso i suoi quattro stracci ed è sparita. La rivedrò in tribunale».




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Mister Gomorra fa il guardone

di Vittorio Sgarbi


Il popolare scrittore sposa per moda e compiacenza l'inchiesta delle toghe rosse contro la libertà sessuale. Scambia i desideri per crimini dimostrandosi così dilettante di giurisprudenza e ignorante di letteratura



 

È quasi imbarazzante ricordare che, nella storia umana e letteraria, l’erotismo confina con la trasgressione che non ammette regole. Perciò è tutelato dalla riservatezza e dalla menzogna, che ne sono elementi caratterizzanti. Nulla è più dirompente che invadere la sfera sessuale. E spesso essa confina con il ridicolo. Un grande uomo in mutande, in erezione, l’attività erotica del principe Carlo o del re Juan Carlos, o anche di Andreotti, di Emilio Colombo, di Oscar Luigi Scalfaro e giù giù fino a Fassino, Gasparri, Prodi, Pecoraro Scanio, Vendola, e il vederli nudi nell’atto sessuale ha qualcosa di intollerabile e di ripugnante. E infatti non si vede e non se ne parla.

Se da queste perverse immaginazioni, passiamo alle personalità letterarie, vediamo allora Saffo, per come lei stessa si descrive, e poi passiamo a Machiavelli, che racconta nei particolari una sua avventura notturna con una donna bruttissima, giù giù fino a De Sade, classico della liberazione sessuale confinante con la perversione, a von Sacher Masoch (dal cui nome deriva la diffusa inclinazione al piacere nelle sofferenza, detta masochismo), ad Oscar Wilde, arrestato per i suoi amori, a Rimbaud e Verlaine, oggi modelli trasgressivi ammirati, a George Simenon, il grande scrittore che ebbe fra amori liberi e amori a pagamento, diecimila donne, a Paul Leautaud, che ogni giorno era alla ricerca di un corpo nuovo, per irrefrenabile priapismo, a Pierpaolo Pasolini, modello culturale, grande intellettuale, certamente consideratissimo da Roberto Saviano e da molti politicamente corretti che, come Mr. Hyde, nella notte andava a caccia di corpi a pagamento ed è stato ucciso da un marchettaro, 

Pino Pelosi, che, pagato, non era disponibile alle richieste estreme del grande scrittore (di cui non si vorrà dimenticare l’ingiusto processo patito in Friuli per avere masturbato suoi allievi quindicenni consenzienti, e per questo cacciato dal Partito comunista), devo continuare? Ricordare L’ultimo tango a Parigi con l’episodio del burro o l’immagine poetica e lirica della tabaccaia nel film Amarcord di Fellini, prosperosa adulta sul corpo della quale si masturbano piccoli adolescenti minorenni?

È dunque arrivato il momento che la Boccassini apra un’inchiesta sul film Amarcord di Fellini. Per questa sua meritoria e inevitabile impresa (ove il reato non sia prescritto), in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale, potrà ricevere il plauso di Roberto Saviano, che non mancherà di dedicarle la prossima laurea honoris causa che qualche compiacente università vorrà attribuirgli per i suoi indiscussi meriti. Esattamente come ha fatto premiando l’inchiesta milanese sui gravissimi reati sessuali attribuiti al presidente del Consiglio. Nel manifestare la sua fede incrollabile nel pensiero unico del politicamente corretto e la sua incondizionata ammirazione per la Boccassini che ha inteso riconoscere gravissimi reati nel trasferire da parte del premier l’atmosfera delle discoteche e del divertimento notturno dei ragazzi, con l’eccezione della droga, a casa propria. Oltretutto, molte delle ragazze, subito considerate prostitute, sono le stesse che si agitano nei programmi televisivi d’intrattenimento.

O le Kessler facevano qualcosa di diverso dalle Veline? E le cubiste, danzatrici di lap dance, pagate per agitarsi freneticamente, fanno qualcosa di diverso dalle ragazze invitate ad Arcore che subito, ripeto, vengono considerate prostitute? Ricevere regali e prostituirsi? E se i regali li fa un uomo ricco, com’è normale che sia, diventa un cliente o è semplicemente un uomo generoso? Era una puttana Jackie Kennedy che stava con Onassis? E vendere il proprio corpo è un reato?

Così sembra pensare Saviano, grande dilettante di giurisprudenza e grande ignorante di letteratura, che pratica con ineguagliabile vittimismo. In un clima di conformismo e di assoluta violazione delle libertà individuali, il facile attacco a Berlusconi, dimenticando conquiste e comportamenti trasgressivi legati ai nomi di De Sade, Oscar Wilde, Pasolini, Sartre, Rimbaud, Verlaine, evidentemente poco letti da Saviano, ha determinato la comoda, opportunistica, ridicola decisione di Saviano il cui editore, come si sa, è Berlusconi che gli paga i cospicui diritti come paga alcune ragazze in omaggio alla loro bellezza (d’altra parte forse dimentica che qualcuno ha inviato cinquecento rose rosse a Barbara D’Urso): dedicare una laurea honoris causa attribuitagli, per moda e per compiacenza, a Ilda Boccassini e a quei magistrati di Milano che hanno aperto la più straordinaria inchiesta contro la libertà sessuale, indifferenti a chiunque sia stato con la minorenne Ruby pagandola, e interessati solo a Berlusconi.

Saviano non si chiede perché, nella obbligatorietà dell’azione penale da loro rivendicata, i magistrati non si interessano degli altri «clienti» di Ruby, non difficili da individuare con i metodi di indagine adottati nei confronti del premier senza alcuna denuncia di parte, e per ciò che riguarda persone adulte, del tutto abusivi, minacciando quelle elementari libertà individuali celebrate in un altro libro che evidentemente Saviano non conosce: «Moll Flanders» di DeFoe. Il conformismo dominante determina l’attribuzione di lauree honoris causa a personaggi che si mostrano vittime senza avere riscontrato rischi reali (nel caso di Saviano negati per esempio dal capo della mobile di Napoli, Vittorio Pisani) perché, come in questo caso, esse siano usate strumentalmente.

Forse sarebbe meglio darle a chi conosce il diritto e la letteratura e non trasforma istinti e desideri in crimini. E voglio aggiungere che, nella denuncia degli interessi mafiosi legati alla colossale truffa dell’eolico che comporta anche una distruzione del paesaggio in contrasto con l’articolo 9 della Costituzione non ho mai visto Saviano, nonostante le mie sollecitazioni, come nel sostegno alla battaglia contro la libertà sessuale dei magistrati di Milano. Io, per avere bloccato tutti gli impianti eolici e fotovoltaici a Salemi, sono stato pesantemente minacciato. Ma Saviano non ha aperto bocca. Capisco che stabilire la natura dei rapporti tra Ruby e il premier è un’impresa più importante che combattere la mafia del vento; ma per preoccuparsi della Boccassini e di Ruby Saviano ha la scorta, per combattere Matteo Messina Denaro e i suoi affari, a me l’hanno tolta.




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Berlusconi è morto Ma i porno pm no"

di Alessandro Sallusti


Ormai siamo alla barbarie di Stato. Uno stato di polizia violento e guardone che si permette di entrare non solo nella vita, ma pure nell'intimo dei suoi sudditi


 
È morto Silvio Berlusconi. Morto davvero, scivolando in un dirupo sulle montagne del Comasco. Fini e Bersani hanno però dovuto stroz­zare in gola l'urlo di gioia. Non era lui, so­lo un omonimo. Riposti i calici, i due sono tornati a concentrarsi sull'altra notizia del giorno. Che è questa. I pm avrebbero trovato immagini definite interessanti nei computer sequestrati alle ragazze che sono transitate anche una sola volta nella villa di Arcore. Siamo anche noi ansiosi di sapere, soprattutto vedere. L'Italia è col fiato sospeso. Chiediamo ai giudici qual­che piccola anticipazione. Tipo: si tratta di scatti di nudo integrale o parziale? Ci sono posizioni spinte o solite cose viste e riviste? E ancora. Quale è stato il grado di eccitazione di pm e poliziotti, quali i loro commenti. Ne hanno fatto copie per pa­renti e amici? 

Ormai siamo alla barbarie di Stato. Uno stato di polizia violento e guardone che si permette di entrare non solo nella vita, ma pure nell'intimo dei suoi sudditi. Tra persone adulte e consenzienti l'erotismo non è regolato da leggi ma da ormoni. La Procura di Milano sta violentando giova­ni ragazze molto più di quanto qualsiasi protettore possa fare con qualsiasi escort. E lo fa spendendo i nostri soldi, gli stessi che la giustizia dovrebbe usare per dare la caccia ai rapinatori che entrano nelle nostre case, agli spacciatori che offrono droga ai nostri figli fuori da scuola. Se vo­gliono vedere una donna nuda, che vada­no (cosa che sicuramente già fanno) in un sexy-shop e paghino con i loro di euro.

Questi magistrati guardoni hanno la co­pertura di politici e giornalisti che si defi­niscono liberali e garantisti. Godono a sguazzare nel pornofango della Boccassi­ni. Ma sono gli stessi che avevano definito «campagna di fango» la pubblicazione su il Giornale della foto della cucina Sca­volini nella famosa casa di Montecarlo che Fini ha svenduto al cognato. Il corpo del reato (la cucina) li fa inorridire, so­prattutto se inguaia Fini. Il corpo nudo li fa godere, soprattutto se scagliato contro Berlusconi.




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Morta Tullia Zevi, icona antifascista firmò l'intesa tra ebrei e stato italiano

Corriere della sera


Presidente delle Comunità ebraiche dal 1983 al 1998,
era ricoverata all'ospedale Fatebenefratelli di Roma


LUTTO, AVREBBE COMPIUTO 92 ANNI IL 2 FEBBRAIO


Tullia Zevi
Tullia Zevi
ROMA - È morta a Roma Tullia Zevi, presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane dal 1983 al 1998 e icona dell'antifascismo. La Zevi, una delle personalità più note e influenti dell'ebraismo, è scomparsa alla vigilia della Giornata della memoria che si celebrerà il 27 gennaio. A quanto si apprende in ambienti della Comunità ebraica la signora era ricoverata da giorni nell'ospedale della Capitale Fatebenefratelli.



LEGGI RAZZIALI ED ESILIO - Giornalista e scrittrice, di famiglia antifascista, Tullia Zevi avrebbe compiuto 92 anni il prossimo 2 febbraio. Discendente di una famiglia della borghesia ebraica, quando in Italia furono promulgate le leggi razziali era in Svizzera, in vacanza con la famiglia. Seguì il trasferimento in Francia, dove alla Sorbona di Parigi la Zevi proseguì gli studi filosofici cominciati all'università di Milano.
Ma neanche in Francia la famiglia Zevi si sentiva al sicuro e quando si preannunciò l'inizio della guerra, emigrò negli Stati Uniti, dove Tullia continuò a studiare all'università e a suonare l'arpa in diverse orchestre. In quel periodo conobbe Leonarda Bernstein e Frank Sinatra. A New York frequentò i circoli antifascisti e cominciò la professione di giornalista.



RITORNO A ROMA - Al termine della guerra rientrò in Italia con il marito Bruno Zevi, architetto e critico d'arte. Da giornalista era stata inviata a seguire il processo di Norimberga ai gerarchi nazisti. Per oltre trent'anni - dal 1960 al 1993 - Tullia Zevi fu corrispondente per il giornale israeliano Maariv, e in questa fase ebbe modo di scrivere anche sul processo di Eichmann a Gerusalemme. Nel 1978 divenne vice presidente dell'Ucei - l'Unione delle comunità ebraiche italiane -, per poi essere eletta presidente cinque anni dopo.



L'INTESA EBREI-STATO ITALIANO - Fu proprio nel suo ruolo di leader degli ebrei italiani che Tullia Zevi firmò, nel febbraio 1987, con Bettino Craxi, la storica intesa delle comunità ebraiche con lo Stato italiano. Nel novembre del 1992 fu la candidata italiana per il premio «Donna europea dell'anno» e quello stesso 1992 l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro le assegnò il titolo di Cavaliere di Gran Croce, la massima onorificenza italiana. Nel 1994 le fu assegnato il Premio Nazionale Cultura della Pace, mentre nel 1998 venne eletta membro della Commissione per l'Interculturalismo del ministero dell'Istruzione e membro della Commissione italiana dell'Unesco. Nel 2007, insieme alla nipote Nathania Zevi, ha pubblicato la sua biografia, intitolata «Ti racconto la mia storia. Dialogo tra nonna e nipote sull'ebraismo».
CORDOGLIO - Tra i primi ad apprendere della sua scomparsa e ad esprimere cordoglio, il presidente del Senato, Renato Schifani, che ha inviato alle Comunità ebraiche italiane «i sentimenti della profonda vicinanza propria personale e dell'intera Assemblea di Palazzo Madama». «Con Tullia Zevi scompare - ha dichiarato Schifani - un'alta figura intellettuale, testimone in Italia e nel mondo dei valori più nobili e condivisi della cultura ebraica di cui è stata apprezzata e indiscussa protagonista».
Profondo dolore esprime il presidente dell'Unione delle Comunitá Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, «per la scomparsa di una cara amica e una figura di alto livello umano e culturale». Il deputato Pd Emanuele Fiano, ha ricordato la Zevi come «donna di straordinaria cultura e lucidità... Ebrea orgogliosa è stata capace di portare le comunità ebraiche italiane allo straordinario risultato della firma dell'Intesa con lo Stato italiano».
Redazione online
22 gennaio 2011



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Caso Ruby, dedica di Saviano ai pm Marina Berlusconi: «Provo orrore»

Corriere della sera

Lo scrittore riceve la laurea honoris causa e parla dei giudici di Milano. La reazione della figlia del premier



MILANO - Roberto Saviano è uno dei laureati in filosofia di maggior successo al mondo. Eppure nei suoi libri e nei suoi interventi tratta prevalentemente questioni penali. Sarà per questo che ha accolto con favore la laurea ad honorem in Giurisprudenza che l'Università di Genova gli ha tributato. Quando poi sabato mattina, davanti a una gremita aula magna dell'ateneo ligure, ha pronunciato la sua lectio magistralis, il suo ultimo pensiero è andato ai magistrati di cui in questi giorni si parla di più, i tre pm del caso Ruby: «Dedico questa laurea a tre magistrati, la Boccassini, Forno e Sangermano, che stanno vivendo giornate complicate solo per aver fatto il loro mestiere di giustizia».

LA REPLICA - Non si è fatta attendere la replica della figlia del premier, nonché presidente di Fininvest e Mondadori: «Mi fa letteralmente orrore che una persona come Roberto Saviano, che ha sempre dichiarato di voler dedicare ogni sua energia alla battaglia per il rispetto della libertà, della dignità delle persone e della legalità, sia arrivata a calpestare e di conseguenza a rinnegare tutto quello per cui ha sempre proclamato di battersi». Per la primogenita del premier «Il mestiere di giustizia» non avrebbe nulla a che vedere con il caso Ruby e con le contestazioni di concussione e prostituzione minorile rivolte al padre: «La giustizia e coloro che sono chiamati ad esercitarla non dovrebbero avere nulla a che vedere con la persecuzione personale e il fondamentalismo politico che questa vicenda mette invece tristemente, e con spudorata evidenza, sotto gli occhi di tutti».

I PRECEDENTI SCONTRI - Non è la prima volta che Saviano, l'autore di punta della Mondadori con oltre cinque milioni di copie vendute (solo Gomorra ha superato quota 2,5 milioni in Italia e altri 2 all'estero) entra in rotta di collisione con la famiglia Berlusconi e quindi con la proprietà della sua casa editrice. Il trentunenne scrittore ha dato molto alla casa editrice di Saviano, garantendo tirature record non solo per Gomorra, rimasto ai primi posti della classifica per quasi tre anni consecutivi, ma anche per i successivi La Bellezza e l'inferno e La parola contro la camorra. La Mondadori ha ricambiato assicurando il necessario sostegno pubblicitario e la distribuzione muscolare, capace di raggiungere ogni scaffale utile alle vendite (supermarket e autogrill inclusi). L'intesa però ha cominciato a scricchiolare lo scorso 16 aprile, quando Silvio Berlusconi, commentando i dati sulla lotta alla criminalità organizzata, dichiarò: «La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c'è stato un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 paesi nel mondo e tutta la letteratura in proposito, Gomorra e il resto...». Come dire che Placido e Saviano fanno propaganda ai clan.


LA LETTERA DELLO SCRITTORE - Lo scrittore rispose a stretto giro, con una lettera aperta al premier: « Presidente le scrivo dopo che ha accusato chi racconta i meccanismi criminali di essere responsabile di supporto promozionale alle cosche. Le chiedo solo di fermarsi un momento a riflettere su cosa le sue parole significano per quanti trovano la forza di raccontare e di esporsi, rischiando. Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perchè rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Ciò che vogliono è il silenzio e solo mostrando come stanno le cose si ha la possibilità di fare resistenza». La casa editrice, ribadisce Saviano, fino a quel momento aveva sostenuto lo scrittore, aiutandolo ad affrontare le scomode conseguenze del suo impegno civile: «Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della famiglia Berlusconi. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse». Ma quel giorno qualcosa è cambiato: «Dopo le sua parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato».


LA PRIMA OFFENSIVA DI MARINA - Alla sortita di Saviano rispose direttamente il numero uno di Mondadori, Marina Berlusconi, primogenita del premier, cercando di ricomporre la polemica ed evitare dolorose fratture. Marina spiegò che quella del premier era «una critica, non una censura», assicurando massima libertà agli scrittori che pubblicano per Mondadori ed Einaudi, Saviano compreso. Tuttavia, nel dire questo, affermava di concordare con le parole del padre: «Certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l'immagine del nostro Paese». Saviano non rispose subito, lasciò trascorrere tre mesi, quindi in luglio, intervistato da Vanity Fair, ha riaperto il capitolo dei rapporti con il proprio editore: «E’ ovvio che dopo l’attacco di Marina Berlusconi per me molto è cambiato. Devo valutare molti fattori: quanto la proprietà incide sulle scelte, quanto permetterà ancora che ci sia libertà e se su alcuni libri si possa continuare a puntare». Parole che fecero tremare i piani alti di Segrate, terrorizzati all'ipotesi di perdere una firma da due milioni di copie.

TREGUA ARMATA A SEGRATE - Alcuni manager di casa Mondadori hanno cercato di allentare la tensione, e con giochi di equilibrio diplomatico hanno confermato solidarietà all'autore e stima al proprio datore di lavoro. Ma è stata Marina Berlusconi a mettere l'ultima parola: «Vorrei tranquillizzare Roberto Saviano, il quale riapre un po' a sorpresa una polemica tirandomi direttamente in ballo come presidente della Mondadori e costringendomi quindi a ripetere cose che ho già detto. La mia famiglia controlla la principale casa editrice italiana da vent'anni, e la Mondadori, anche se Saviano evoca inesistenti quanto impossibili contrapposizioni tra buoni e cattivi, è esattamente quello che abbiamo sempre voluto che fosse: è la migliore e la più concreta dimostrazione di come noi Berlusconi intendiamo e interpretiamo il mestiere dell'editore. Un mestiere che si fonda su alcuni valori irrinunciabili: il rispetto di tutte le opinioni, la libertà di espressione, il pluralismo. In tutto questo non c'è alcuna faticosa concessione e niente di eroico. Questi sono gli stessi valori ai quali sono stata educata e che ho visto e vedo mio padre difendere da sempre».


A. Cas.
22 gennaio 2011