lunedì 24 gennaio 2011

Aiuto, internet ha esaurito i "numeri" Il 2 febbraio finiranno gli indirizzi Ip

Il Mattino


Ecco l'“Ipcalypse”: sfruttati i 4 miliardi dell'attuale protocollo Niente paura: l'8 giugno iniziano i test sull'Ipv6





ROMA - E' già stata battezzata Ipcalypse, l'Apocalisse degli Ip, i numeri che vengono assegnati ogni volta che un computer o qualunque altro dispositivo che si connette al web. E' come se all'improvviso terminassero i numeri di telefono da associare a un nuovo cellulare appena comprato. Secondo gli esperti il 2 febbraio alle ore 4 di notte gli oltre 4 miliardi di Ip basati sul protocollo Ipv4 finiranno. L'allarme è stato lanciato da diversi specialisti e profetizzato da Vinton G. Cerf, uno dei padri di internet. Provocazione o realtà? Resta il fatto che il protocollo Ipv4 non può più sostenere l'enorme crescita della diffusione del web e che da anni gli esperti chiedono il passaggio a un nuovo sistema, l'Ipv6.

Il conto alla rovescia era iniziato anni fa.
Le previsioni stabilivano il 2013 come data di esaurimento degli Ip. La data sembra sia stata anticipata soprattutto per la forte domanda di connessione al web proveniente dall'Asia. Nascono gruppi su Facebook e profili di Twitter che scandiscono il conto alla rovescia. Appello anche da parte dell'American Registry for Internet Numbers: sarebbe rimasto a disposizione solo il 3% degli indirizzi. Il futuro del web dovrebbe essere l'Ipv6, il nuovo protocollo che consente di assegnare un numero immenso (o quasi) di indirizzi.

La data del 2 febbraio. La previsione è basata su un tasso di crescita degli Ip di circa un milione ogni ora ed è stata fissata dall'Hurricane Electric. L'attuale sistema Ipv4 (Internet Protocol Version 4) supporta oltre 4 miliardi di indirizzi. Indirizzi che starebbero per esaurirsi.

In attesa di un nuovo protocollo. Internet giunto al capolinea? Assolutamente no. Il futuro si chiama Ipv6, un sistema che consente di accettare un numero quasi infinito di connessioni (circa 340 trilioni) e che soprattutto utilizza non solo numeri per l'indirizzo, ma anche lettere. Molti specialisti stanno lavorando per la transizione alla nuova piattaforma. L'8 giugno, già battezzato “World Ipv6 Day”, giganti del web come Google, Yahoo! e Facebook inizieranno il test sul nuovo protocollo Ipv6 per 24 ore. Il passaggio alla versione più recente non è facile però. I due sistemi infatti non “dialogano” tra loro.

“8 giorni all'Ipcalypse”. «E' il momento più critico da quando abbiamo avuto l’idea della Rete – ha commentato Vinton G. Cerf, uno dei padri del web e oggi mente di Google - È come tentare di vendere un telefono non potendo più assegnare un nuovo numero». Fu proprio Cerf a sviluppare e collaudare nel 1977 i primi protocolli Ip per il progetto Arpanet (la prima rete da cui nacque il web come lo conosciamo noi). Google invita tutti al passaggio al protocollo Ip del futuro con un appello sul suo blog ufficiale. Intanto su Twitter il conto alla rovescia continua: “8 giorni all'Ipcalypse, restano a disposizione meno di 36milioni di indirizzi Ip”.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
Lunedì 24 Gennaio 2011 - 18:13    Ultimo aggiornamento: 19:34




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L'intellighenzia di sinistra contro il giustizialismo: "I politici non sono sbirri"

di Redazione


Lettera aperta del blog The front page: "L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri". L'elettorato si ribella



 

Roma - E' spaccatura nell'intellighenzia di dinistra. A dividere è proprio l'inchiesta su Ruby. A sollevare il dibattito è The front page, il sito di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi, in una lettera aperta alla sinistra (leggi l'appello): "Cari compagni, evitiamo di trasformare la sinistra in una nuova destra, pulita e reazionaria, bigotta e illiberale, antifemminista, moderata e populista. Siamo ancora in tempo. L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri". Un appello che ha subito diviso la sinistra, tanto che il sito è stato subito preso d'assalto dai lettori.

Un appello contro il giustizialismo Dalle pagine del sito The front page, l’appello è stato lanciato oltre che da Rondolino e Velardi, anche da Piero Sansonetti, Massimo Micucci ed Enza Bruno Bossio. "Cari compagni, per il nostro bene, fermatevi", è il titolo dell’articolo che sviluppa le ragioni per cui "non possiamo", in quanto sinistra, "sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso". Insomma, no al giustizialismo applicato al caso Ruby e a Silvio Berlusconi, perché "nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere".

Il dibattito su legalità e persecuzione La lettera aperta spiega che "il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo". "La corruzione va perseguita - aggiungono gli intellettuali - ma non è l’emergenza delle emergenze. E la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica, o esercitando la pressione della carcerazione preventiva, a volte abusiva". "L’esercizio della giustizia deve essere efficace, ma esemplare nel rispetto delle regole e nella sobrietà dei comportamenti, più di quanto non spetti agli imputati. Il braccio della legge deve esercitarsi senza ossessioni di protagonismo - sottolineano - I poteri di indagine non devono ridurre i cittadini, testimoni o sospettati, a numeri di telefono intercettabili e a condannati molto prima del giudizio, nè a quei poteri debbono sommarsi considerazioni moralistiche, nè va utilizzato in modo devastante il circuito mediatico come prima ed ultima sede di sentenza". "Non lo credevamo - concludono - ma oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide".

Il dibattito "spacca" la sinistra "Che dire dell’appello - commenta Manuel sul blog - disgustoso. E’ mai possibile che non ci sia un articolo (dico: uno) che critichi questo governo? Ma che razza di blog è questo? Qual è la sua mission? Lo sputtanamento mediatico del Pd?". Il dibattito è aperto. La lettera aperta di Front page spacca, letteralmente, in due l'elettorato di centrosinistra. Chiara l'accusa: "Patetici… ma andate nel sito dei Promotori della libertà…". Ma Roberto subito corregge il tiro: "La sinistra è questa. Libertaria, garantista, con il senso della storia ed attenzione a tutto ciò che può determinare innovazione nella società, in economia, nella cultura". Anche Alfredo Venturini fa i complimenti per il coraggio mostrato dal blog: "In un paese che va in malora, finalmente un po di buon senso espresso da gente forgiata da valori irrinunciabili". Tra i sottoscrittori c'è pure Gabriele Petrone: "La sinistra deve fare la sinistra, conquistare il consenso democratico, battersi si contro la corruzione, ma con i mezzi e gli strumenti dello Stato di diritto".



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L'Ikea è un labirinto, per far spendere più soldi

Corriere della sera


«Arma psicologica per confondere i favorire gli acquisti». L'azienda: «Li mettiamo solo a loro agio»

Ricerca di un'università inglese




MILANO - Non è stato costruito da re Minosse per rinchiudere il Minotauro, ma l'interno dell'Ikea è un vero e proprio labirinto. Lo afferma una ricerca scientifica condotta dal professor Allan Penn, direttore del Virtual Reality Centre for the Built Environment dell'UCL (University College London). In pratica, dice il professore, la struttura dell'Ikea è un'arma psicologica tesa a confondere e disorientare i clienti in modo da farli spendere sempre di più. «Il successo dell'Ikea si basa – dice Allan Penn- su una specie di imbarazzo dei clienti che perdono l'orientamento. Per raggiungere l'uscita bisogna girovagare in una serie infinita di svolte e giravolte. In questo infinito viaggio si mettono perciò nel carrello molte più cose di quelle preventivate».

SEDE DI LONDRA - Il professore, per la sua ricerca, si è basato sulla struttura dell'Ikea di Londra. «Ma i magazzini della società svedese sono più o meno uguali in tutto il mondo. Ovunque c'è un sentiero, segnato da strisce sul pavimento, lungo il quale il catalogo dei prodotti dell'azienda assume una forma fisica perché tutti gli oggetti sono esposti. Il concetto, insomma, è che restando nel labirinto si resta a contatto con mobili, seggiolini, lampade, padelle. Tutti prodotti a poco prezzo. Che vengono comprati».

SMENTITA - Ovviamente, un portavoce dell'Ikea ha smentito le tesi del professore londinese affermando che la struttura dell'Ikea è stata studiata solo per mettere a proprio agio i clienti, mostrando loro tutti i prodotti in vendita.

ORIGINI - L'Ikea ha 283 negozi in 26 differenti nazioni che hanno generato, nel 2010, 2,7 miliardi di euro di profitti. E' stata fondata nel 1943 dallo svedese Ingvar Kamprad, il quale già da piccolo aveva il la fissa degli affari: vendeva fiammiferi ai suoi vicini di casa. Poi si accorse che poteva pagarli meno acquistandoli da un grossista di Stoccolma. Dopo i fiammiferi si diede alla vendita di pesce, decorazioni per alberi di Natale, matite, sementi, penne a sfera e altri prodotti. A 17 anni, grazie ai soldi ricevuti da suo padre per i suoi eccellenti risultati scolastici, fondò il "labirinto", come lo chiama il professor Penn. Kamprad, che ha 84 anni, fino a poco tempo fa guidava un'auto vecchia di 15 anni, volava in classe economica e raccomandava ai suoi dipendenti di scrivere sempre su tutti e due i lati di un foglio per risparmiare la carta.


Paolo Torretta
24 gennaio 2011



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Gaffe di Ballarò, Floris replica al Giornale "Nulla di taroccato". Ma l'errore è evidente

di Redazione



Il conduttore di Ballarò replica alle accuse del Giornale, che lo aveva accusato di aver mostrato delle fan del premier in un servizio che elencava le presunte escort: "Era una pura rassegna stampa fatta solo di immagini, senza nemmeno un commento". E dà la colpa al giornale inglese Daily Mail



 
Milano - Giovanni Floris non ci sta. Prende carta e penna e replica al Giornale, che lo aveva accusato di essersi inventato delle prove anti Berlusconi nel corso dell'ultima puntata di Ballarò (leggi l'articolo di Giulia Guerri). "Il titolo de il Giornale ("La Rai inventa prove anti Silvio: le fan in foto trattate come escort") dice una cosa falsa - attacca Floris -. Ballarò non ha inventato, né taroccato nulla. Il servizio era una pura rassegna stampa fatta tra l’altro solo di immagini, senza nemmeno un commento. Imputare la scelta dell’impaginazione di un giornale a chi lo legge è una frontiera cui francamente non capiamo come si possa approdare". Floris si difende ma in modo non del tutto convincente.
La foto ricordo con il premier - Scrive Floris: "In realtà lo stesso articolo di Giulia Guerri spiega che ’un servizio ricostruisce le reazioni della stampa estera all’inchiesta sul capo del governo e riprende l’edizione online del giornale inglese Daily Mail". Vero, però, se una trasmissione devide di riprendere proprio quell'immagine mentre si parla di escort, non c'è da stupirsi se le persone ritratte si offendano. Lo scatto mostrato da Ballarò ritrae, assieme al premier, due donne. Una delle due è un’estetista di Pordenone. Dopo l'ultima puntata del programma di Rai3 il telefono della donna "ha iniziato a squillare all’impazzata". Il Giornale si è limitato a riprendere lo sfogo della donna pubblicato, per primo, dal Gazzettino di domenica.
Resta la gaffe "Il Giornale - prosegue Floris - sembra in realtà condannare la scelta del Daily Mail di inserire una foto di Berlusconi con delle fan all’interno del suo articolo e quindi la imputa a Ballarò. Una vicenda incredibile - conclude il giornalista - o forse solo triste se si pensa alla gloriosa storia de il Giornale, decideremo se darle rilevanza adendo le vie legali". Tralasciando i commenti ironici sulla storia del nostro quotidiano: non sarebbe stato più corretto ammettere di aver fatto una gaffe? Chi ha deciso di mostrare proprio quello stralcio, il Daily Mail o la redazione di Ballarò? E poi: La signora di Pordenone ha subito un grave danno d'immagine. Dettaglio trascurabile?




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Milano, case ai rom: ricorso respinto

di Redazione




I giudici respingono il ricorso del Comune di Milano e del ministero dell'Interno contro l'assegnazione di case popolari ad alcune famiglie nomadi




Milano - Ancora una volta un giudice si sostituisce alle istituzioni elette dal popolo. I magistrati del tribunale civile infatti hanno rigettato il reclamo del Comune di Milano e del ministero dell’Interno contro la decisione sull’assegnazione delle case popolari a 10 famiglie rom.
La sentenza Lo scorso 20 dicembre, il giudice monocratico del Tribunale civile aveva dato ragione ai rom,assistiti dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri,accertando il comportamento discriminatorio dell’amministrazione comunale, della Prefettura e del ministero dell’Interno. Le istituzioni, secondo l’ordinanza, non avevano dato seguito alla convenzione del maggio scorso stipulata tra la Prefettura, il Comune e alcune onlus, tra cui la Casa della Carità, con la quale era stato varato un piano per l’inserimento abitativo dei rom.
Il reclamo Dopo l’ordinanza del giudice, nei primi giorni di gennaio le prime famiglie rom erano entrate nelle case popolari . Nel reclamo contro l’ordinanza, gli avvocati del Comune hanno sostenuto che non è l’amministrazione che deve assegnare le case,che sono invece oggetto di contratti di locazione tra l’Aler (azienda che si occupa di edilizia popolare) e la Casa della Carità.
"Comune discrimina" I giudici della prima sezione civile spiegano: "La scelta di rivedere l'assegnazione degli alloggi già destinati alle famiglie rom ha connotati evidentemente discriminatori in quanto risulta fondata esclusivamente su ragioni etniche". Per i giudici le dichiarazioni del ministro dell’Interno Roberto Maroni, del sindaco Letizia Moratti e del Prefetto Gian Valerio Lombardi "hanno inciso immediatamente sulla mancata assegnazione degli alloggi".




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Istat, al Sud si muore prima che al Nord Maglia «nera» per Campania e Sicilia

Corriere del mezzogiorno


Gli italiani preferiscono finire al camposanto
in primavera e nascere in ottobre. Highlander a Bolzano



NAPOLI - Vivere al Sud, anzi morire al Sud. Secondo l'Istat nel Mezzogiorno la vita termina prima che al Nord. E sono la Campania felix e la Sicilia altrettanto felix a seppellire prima i propri cittadini.
La nuova indagine demografica rivela molti dati interessanti anche sulla cronologia e la concentrazione di vita\morte: in Italia si nasce a ottobre e si muore a marzo e, in media, sono gli abitanti delle Marche e della provincia di Bolzano a vivere più a lungo, mentre finiscono prima al camposanto quelli della Sicilia e della Campania.



MORIRE IN PRIMAVERA - Gli italiani preferiscono morire in primavera. Il dossier 'Indicatori demografici 2010' elaborato dall'istituto di statistica parla chiaro: negli ultimi anni parti e decessi si sono concentrati in particolare in due mesi. Per quanto riguarda le nascite, nel 2009 e nel 2010 (ma per quest'anno si tratta di una stima) il picco si è avuto in ottobre (circa 52.000), mentre le morti si sono verificate in media maggiormente nel mese di marzo (circa 54.000 casi).
HIGHLANDER A BOLZANO E NELLE MARCHE - Anche quest'anno le regioni più longeve sono quelle del Nord-est e del Centro. Due, in particolare, le zone degli 'highlander': la provincia di Bolzano e le Marche, al top della classifica regionale sulla speranza di vita alla nascita. Nella provincia di Bolzano, infatti, la speranza di vita è di 80,2 anni per gli uomini e 85,3 per le donne, mentre nelle Marche è di 80 per gli uomini e 85,5 per le donne (tutte stime riferite al 2010).
CAMPANIA E SICILIA, PRIMATO NEGATIVO - Al Sud, invece, si vive di meno. In fondo alla classifica dell'Istat ci sono infatti la Sicilia e la Campania, nelle quali rispettivamente un uomo vive in media 78,6 e 77,7 anni, una donna 83,5 e 83 anni. Ma anche la Liguria non se la passa bene: è terzultima nella classifica maschile (speranza di vita di 78,6 anni in media) e quartultima in quella femminile (84,1 anni).


Redazione online
24 gennaio 2011




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Un acquedotto del '600 a tre stelle Nella hall brilla il gioiello di tufo

Corriere del mezzogiorno


Ripulito e rimesso a nuovo in un albergo del Cavone



La cavità dell'acquedotto incastonato nell'hotel
La cavità dell'acquedotto incastonato nell'hotel

NAPOLI - Un acquedotto del '600 nell'hotel. Incastonato come una perla rara nella crosta tufacea che sorregge l'albergo «Correra», nell'omonima via del Cavone, a Napoli. Un cimelio storico rimesso tra l'altro a nuovo con una solenne ripulita dai titolari del tre stelle, che ospita mostre d'arte e perfomance. Un tunnel di tufo piccino, una decina di metri per 2,5 d'altezza, ma d'impatto straordinario, e non solo per gli amanti dell'archeo-genere. Nessuna pubblicità ad hoc accompagnerà il gioiellino secentesco da poco rimesso in sesto. «Non abbiamo pensato a nulla in particolare - spiega uno dei titolari, Vincenzo Calabrese - anche perché Napoli è già stracolma di tesori di questo tipo. Basta farsi un giro nel garage situato a pochi passi da noi, una grotta delle meraviglie...». Detto questo «è chiaro che se ad esempio il Comune avrà intenzione di inserire questo piccolo sito nei vari percorsi suggeriti ai turisti ne saremmo ben contenti».



Un acquedotto nell'hotel Correra: fotogallery

Entrando nella sala d'accoglienza del Correra, subito s'intravede la parete color ocra di fondo con un'apertura che dà sulla cavità: un pozzo sviluppato in altezza e in larghezza, adornato con volti pendenti di vecchie bambole. Dopodiché, scesi un paio di scalini, si penetra nel braccio dell'acquedotto, perfettamente conservato, esteso per una decina di metri.
LA STORIA DEGLI ACQUEDOTTI - Che il Cavone s'incrorci con la storia degli acquedotti partenopei non è una novità. In quella zona, nella Napoli antica, se ne incrociavano più o meno tre: quello della Bolla, che intersecava piazza Dante, il Serino nella zona dei Quartieri Spagnoli, e quello secentesco del Carmignano, che passava proprio nei pressi del Cavone integrando i preesistenti. Un termine, «Cavone», che indica il canyon tufaceo sotto il vetusto «colle della conigliera», zona di cacciagione ai tempi dei Borbone, dove oggi sorgono la caserma Salvo d'Acquisto e la chiesa di San Potito. La scoperta dei pozzi degli acquedotti in via Correra, come racconta l'esperto speleologo Clemente Esposito, è datata 1979, anno in cui avvenne un crollo del costone in seguito a piogge torrenziali, che provocò anche la morte di due donne anziane.
IMPLUVIO DEL SEBETO - Il Cavone, tra l'altro, come racconta Esposito, potrebbe essere l'impluvio del letto del mitico fiume Sebeto, che passava nella zona di piazza Dante. Zona che poi divenne ottima per quanto riguarda l'estrazione del tufo e che si sviluppò nel corso dei secoli come mercato. Piazza Dante si chiamava infatti largo Mercatello e il Cavone coi suoi fondaci divenne luogo di deposito merci, accatastate in bassi senza luce né aria, che ai giorni nostri sono divenuti fetidi appartamenti.



Alessandro Chetta
Marco Perillo
20 gennaio 2011
(ultima modifica: 21 gennaio 2011)





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Gb, 80enne ritrova l'auto dopo 3 anni nel parcheggio: era sempre rimasta lì

Corriere della sera


Gerald Sanctuary soffre di demenza e al ritorno dalla farmacia non ricordava più dove l'aveva posteggiata

avrebbe dovuto pagare 17mila euro di posteggio, ma i custodi hanno chiuso un occhio



L'auto ritrovata
L'auto ritrovata
MILANO - Dove ho lasciato l'auto? In un pomeriggio di maggio del 2008 un attempato signore britannico aveva posteggiato la sua Honda metallizzata in un parcheggio di un centro commerciale prima di andare a fare la spesa. Al ritorno però la macchina era sparita. O meglio: Gerald Sanctuary, ottantenne di St. Albans, nell'Hertfordshire, non ricordava più dove l'aveva lasciata. Da quel giorno sono trascorsi tre anni. La settimana scorsa la sua auto è stata finalmente ritrovata. Era proprio là dove l'aveva lasciata.
ALLA RICERCA DELL'AUTO PERDUTA - Chi va in giro a fare compere nei grandi centri commerciali, soprattutto di sabato pomeriggio, conosce bene la frustrazione di doversi ricordare, esattamente in quale spazio e in quale fila, ha posteggiato la sua vettura. Cosa accade tuttavia se in quel momento la memoria gioca brutti scherzi? E' la disavventura capitata a Gerald Sanctuary. Uscito dalla farmacia e tornato verso l'auto, l'anziano aveva dimenticato il luogo usato per il parcheggio. In uno stato di sconforto il nonno di quattro nipotini ha dunque cominciato e girovagare per ore alla disperata ricerca della sua amata Honda. Senza successo. Gerald Sanctuary, affetto da demenza, non ha potuto far altro che rinunciare e tornarsene a casa con un passaggio. Anche l'aiuto dei figli arrivati sul posto non ha dato frutti. Probabilmente l'auto era stata rubata, la conclusione logica.
SOTTO IL NASO - Lo scorso Natale, poi, la sorpresa: un posteggiatore del garage di St. Albans, a 40 chilometri da Londra, nota finalmente quell'auto sospetta e sporca, e avvisa la polizia. Alle forze dell'ordine basta qualche ora per rintracciare il legittimo proprietario. «E' incredibile, era là per tutto il tempo, proprio sotto il nostro naso», ha raccontato ai tabloid inglesi il figlio Nigel. La soddisfazione è stata maggiore quando Gerald ha rivisto la macchina nelle stesse condizioni in cui l'aveva lasciata. Con tutto il suo contenuto di effetti personali. Oltretutto, la carta di credito era in bella vista sul cruscotto. A quanto pare in tutti questi anni i posteggiatori non si sono mai accorti del tagliando per il parcheggio oramai scaduto. E con un pedaggio giornaliero di 8,50 sterline (circa 10 euro) il prezzo da pagare dopo due anni e mezzo di sosta era arrivato a quasi 17 mila euro. La National Car Parks (NCP), i gestori del garage, hanno chiuso un occhio e rinunciato ai soldi per l'uscita. La macchina è ripartita al primo giro di chiave.



Elmar Burchia
24 gennaio 2011



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Lui 46 anni, lei 41, in 19 anni 14 figli: «Ci aiuta la Provvidenza»

Il Messaggero


Fiocco azzurro in casa Scalco, a San Giorgio in Bosco: nove maschi e cinque femmine nella super-famiglia veneta







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Addio a LaLanne, il primo "palestrato"

Corriere della sera


A 96 anni se ne va l'antesignano dei culturisti. Insegnò all’America fitness e dieta sana a base di pesce e verdure

a sessanta anni trascinava A nuoto, con le caviglie incatenate, una barca di cinque quintali


Jack LaLanne in una foto degli anni Cinquanta
Jack LaLanne in una foto degli anni Cinquanta
WASHINGTON – È morto a 96 anni Jack LaLanne, icona americana, padre del culturismo, antesignano dei Mister Universo alla Schwarzenegger, che durante lo scorso secolo riplasmò letteralmente il fisico maschile. Apostolo della dieta sana e della ginnastica spietata, Jack LaLanne impose all’America il suo ideale di virilità, straripanti bicipiti e pettorali, vita sottile, e nessun vizio a tavola. Nemico dichiarato della obesità, tutt’oggi una piaga americana, La Lanne aprì la prima palestra a San Francisco in California nel 1936, a soli 22 anni, e insegnò all’America a saltare la corda, fare sollevamento pesi, e via di seguito, e a mangiare uova pesce frutta verdura invece del fast food.

Jack LaLanne con Happy, il pastore tedesco ammaestrato che lo accompagnava durante il
Jack LaLanne con Happy, il pastore tedesco ammaestrato che lo accompagnava durante il
L'ESEMPIO DEI BAMBINI - Ebbe un successo enorme. Nel ’51, lanciò il Jack LaLanne show alla tv californiana, un programma che dal ’59, per 25 anni, fu esteso a tutta l’America. Commentandone la scomparsa, causata da una polmonite, il dietologo Robert Thompson ha definito LaLanne «il pioniere del movimento salutista americano», l’ispiratore dei guru odierni della bella linea come l’attrice Jane Fonda e il dottor Atkins. «LaLanne», ha dichiarato Thompson «ebbe dalla sua un fisico eccezionale e una comunicativa straordinaria». La chiave iniziale del successo furono i bambini. LaLanne esordì alla tv con un cane ammaestrato, il pastore tedesco Happy, e chiese loro di costringere i genitori, i nonni, gli altri familiari a fare dieta e ginnastica. Reclamizzò inoltre lo yogurt con la frutta, la Power juce, il succo della forza, un misto di frutti e vegetali. E produsse attrezzature, tute, magliette per le proprie palestre, creando un impero industriale.
MUSCOLATURA - Dopo una lunga parentesi, tornò novantenne alla ribalta con un programma radiofonico sponsorizzato dal governo. LaLanne amava raccontare di essersi trasformato in un palestrato a 15 anni. «Mangiavo male, ero esile e debole. Mia madre mi ammonì che dovevo irrobustirmi. Mi dedicai agli sport e agli esercizi più pesanti, ore e ore tutti i giorni». Alto neppure un metro e settanta, pesante meno di settanta chili, LaLanne sviluppò una tremenda muscolatura. Fu considerato uno degli uomini più forti del mondo: a sessanta anni, trascinava ancora a nuoto, con le caviglie incatenate, una barca di cinque quintali dalla isola di Alcatraz, nella baia di San Francisco, fino alla città. Le sue foto, i suoi video, i suoi libri invasero l’America. Ma eccessi del culturismo a parte, ha osservato Thompson, fu un buon esempio per i giovani. Sposato a una salutista, con un figlio, nonostante la sua celebrità LaLanne condusse una vita riservata a Morro Bay. Un giorno alla radio, disse scherzosamente che non poteva morire «perché danneggerebbe la mia immagine». «Ebbe una salute di ferro» ha commentato Thompson «anche in tarda età, la conferma di quanto sia importante tenersi in forma e attenersi a un vitto equilibrato».
Ennio Caretto
24 gennaio 2011



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Ucciso per un cane, indagini chiuse Il pm: omicidio volontario per i tre

In coda per pane e caffè: è il Monopoli comunista

Corriere della sera


Si chiama «Queue». Nasce per insegnare cosa significò vivere in Polonia coi viveri razionati e i crimini di guerra

i tabloid britannici: «è IL GIOCO più noioso di sempre»



«Queue», il Monopoli comunista (da metro.co.uk)
«Queue», il Monopoli comunista (da metro.co.uk)
MILANO – Al posto di un hotel di lusso o di un appartamento, il nuovo Monopoli comunista mette in palio una decina di generi di prima necessità o comunque a basso costo: carta igienica, pane, caffè, una frusta elettrica per cucinare, una bambola, e più curiosamente, una guida della Bulgaria. Per accaparrarseli occorre pazientare e mettersi in coda, davanti a uno dei pochi spacci disponibili e riforniti. Con una serie di imprevisti a disturbare il gioco: si rischia di essere puniti e mandati in fondo alla fila, o i beni promessi possono non essere più disponibili all'arrivo alla propria meta. Vince il gioco da tavola chi riesce a comprare i dieci articoli prima degli altri giocatori.


IN CODA - Eccolo il gioco giudicato dai tabloid britannici «il più noioso di sempre»: si chiama Queue, «coda» appunto, e nasce per insegnare a chi negli Anni Ottanta ancora non era nato cosa significò vivere in Polonia in tempo di viveri razionati e di crimini di guerra, prima della caduta dei regimi comunisti nell'Europa dell'est. Lo ha progettato l'istituto polacco della Memoria, ovvero la Commissione incaricata della prosecuzione dei crimini attuati contro la popolazione polacca, dal 1939 alla fine degli Anni Ottanta. In particolare, il gioco da tavola che verrà lanciato a inizio febbraio si rivolge ai più giovani e agli studenti – si gioca dagli 8 anni in su – per dar loro modo di sperimentare l'impotenza davanti a file interminabili, con chi passa davanti perché raccomandato da qualche gerarca, con i viveri razionati e la difficoltà a reperire beni di ogni genere tipici di quegli anni, in Polonia e non solo.


IL GIOCO – Come nel Monopoli originale che Queue ha preso a modello, ci si muove su caselle tirando un dado o pescando carte dalla versione polacca dei mazzetti di «imprevisti» e «probabilità». Tra gli imprevisti, una improvvisa chiusura dello spaccio dove il giocatore avrebbe dovuto trovare il pane; tra le probabilità, la raccomandazione di una persona influente per avere i generi di prima necessità prima degli altri, o, magari, per passare davanti a tutti. Al posto della prigione, la punizione peggiore è quella di finire in fondo alla coda. E al posto delle casette colorate di hotel e appartamenti di lusso del Monopoli, i legnetti rappresentano tanti omini che si allineano a formare la coda degli avventori davanti alla bottega (rappresentata dalla casella sul tabellone quadrato).



Eva Perasso
24 gennaio 2011



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Choc in Olanda: ragazzo malato di mente al "guinzaglio" in ospedale

Corriere della sera

 

Il 18enne Brandon van Ingen è legato a una corda per evitare che aggredisca chi entra nella sua stanza

 

MILANO - Legato al muro con una corda per evitare che faccia del male agli altri. Ha turbato profondamente i telespettatori olandesi e ha causato un grande dibattito nei Paesi Bassi il documentario prodotto dall' Evangelische Omroep, trasmesso giovedì scorso durante il programma televisivo " “Uitgesproken" (Parlar chiaro). Il filmato racconta la triste quotidianità di Brandon van Ingen, diciottenne malato di mente, ospite della clinica psichiatrica "Heeren Loo"di Ermelo, comune olandese di 26 mila abitanti nella provincia della Gheldria. Le condizioni psichiche del ragazzo sono così problematiche che per diverse ore della giornata è costretto a rimanere immobilizzato. Quando nel piccolo appartamento in cui vive entrano gli infermieri o altre persone, Brandon è legato al muro con una corda elastica. I dottori affermano che il ragazzo è troppo pericoloso per essere lasciato libero e potrebbe mettere in pericolo la vita delle persone che lo curano.

 

 

DIBATTITO - I principali partiti politici olandesi, all'indomani della trasmissione, hanno convocato riunioni d'emergenza per ridiscutere le norme degli ospedali psichiatrici e verificare se è possibile migliorare le condizioni di vita dei malati. Secondo il ministro della salute olandese Marlies Veldhuijzen Van Zanten-Hyllner negli ospedali psichiatrici dei Paesi Bassi ci sono almeno 40 casi simili a quello di Brandon. Il ragazzo che è ricoverato in questo centro dal 2007, sentirebbe delle voci che lo invitano a fare «cose cattive e pericolose»: «La condizione di Brandon è così seria che egli deve essere privato della libertà per garantire l'incolumità sua e quella degli altri - ha scritto il Ministro della salute in una lettera inviata al Parlamento - «Per questo Brandon fa regolarmente uso di una corda elastica che egli stesso fissa ogni qual volta è in presenza di un assistente o di qualche altro ospite. La corda è sciolta quando è solo e di notte».

 

CURE ALTERNATIVE - Il Ministro della Salute ha rivelato di essere rimasta molto impressionata dalla trasmissione televisiva: «L'ospedale sta lavorando per trovare cure alternative per il diciottenne - scrive la Van Zanten-Hyllner - Stiamo facendo grandi sforzi per migliorare la situazione». Nel documentario sono apparsi anche un’ ex infermiera che fino a qualche mese fa lavorava nella clinica psichiatrica. La donna ha confessato di aver lasciato l'ospedale perché non riusciva più ad assistere Brandon in quelle condizioni. Ancora più chiara è stata la madre del diciottenne, che ha confessato: «E' come un animale in gabbia. Si sente come un cane al guinzaglio». Da parte sua l'ospedale ha cercato di tranquillizzare i tanti olandesi che hanno visto la trasmissione e hanno fortemente criticato i metodi di cura usati nel centro psichiatrico. In un comunicato diramato sabato scorso il portavoce della clinica ha specificato che il caso di Brandon «è davvero eccezionale e che la maggioranza dei pazienti ricoverati riceve delle cure completamente diverse».

 

Francesco Tortora
24 gennaio 2011

Come diventare ragioniere in 24 ore

Corriere della sera

 

Dentro il diplomificio di Aversa di Antonio Crispino

 

E' Fini il regista occulto delle toghe

di Andrea Cuomo


Scoppia il caso-Ruby e Fini mostra di saperla lunga. Malgrado la vicenda sembri sgonfiarsi sul nascere, malgrado il procuratore di Milano Bruti Liberati neghi l’iscrizione del premier nel registro degli indagati (4 novembre), Fini insiste e pochi giorni dopo, il 7 novembre, attacca il premier dal palco di Bastia Umbra, sentenziando: "La condotta di Berlusconi è moralmente inaccettabile". E puntualmente il 21 dicembre Berlusconi viene iscritto nel registro degli indagati




 

Roma - È il paradosso-Fini: politicamente il presidente della Camera non ne azzecca una da tempo, eppure si mostra sempre molto informato sulle mosse della magistratura contro il suo nemico giurato, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Solo apparentemente casuali sono le frasi, gli ammiccamenti e i comportamenti di Fini e dei suoi, che sembrano sapere sempre dove sta per cadere il prossimo colpo di mannaia dei giudici contro il premier.

Un po’ come se esistesse un pactum sceleris tra il leader di Futuro e libertà e le Procure: con il primo a difendere a spada tratta l’azione delle toghe «No-Cav» e le seconde a suggerire in anticipo le loro mosse al primo inquilino di Montecitorio per aiutarlo a sfrattare da Palazzo Chigi Berlusconi, ciò che naturalmente, per diverse ragioni, sta a cuore a entrambi i contraenti di questo contratto non scritto. Che poi per il momento Fini non abbia saputo beneficiare di questo non trascurabile «aiutino» giudiziario - «piano eversivo», lo definisce Berlusconi - non fa che confermare l’incapacità da parte del fondatore di An di diventare l’affondatore del Pdl, le difficoltà insormontabili nel trasformare i suoi sogni in solide realtà, come recita la pubblicità di un’immobiliare. Fini sembra quella squadra incapace di vincere il campionato malgrado gli venga fischiato a favore un rigore a settimana.

La prima ombra di un asse Fini-giudici si allunga il 1° dicembre 2009. Il presidente della Camera, che ha dato già parecchi segnali di volersi smarcare da Berlusconi, viene smascherato dal sito internet di Repubblica, che manda in rete un lungo «fuori onda» registrato giorni prima a Pescara durante un convegno su Paolo Borsellino. Fini chiacchiera con un magistrato amico, il procuratore capo della città abruzzese Nicola Trifuoggi, convinto di essere al riparo da orecchie indiscrete e straparla delle disavventure giudiziarie di Berlusconi. Fini sembra quasi bearsi delle parole del pentito di mafia Gaspare Spatuzza: «Il riscontro alle dichiarazioni speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perché è una bomba atomica». E poi: «Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli Interni e fa il nome di... (Berlusconi, ndr). Uno è vicepresidente del Csm e l’altro è presidente del Consiglio...». Ops: nei verbali con le dichiarazioni di Spatuzza resi pubblici il nome di Mancino non c’è, come può Fini essere così informato? Fini si rende conto della gaffe e innesta la retromarcia: parla di lapsus, di confusione tra le parole di Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino. Ma la manovra non convince e il dubbio che abbia beneficiato di un assist da qualche magistrato amico resta.

Passano i mesi, Fini e Berlusconi divorziano; il presidente della Camera resta invischiato nello scandalo della casa di Montecarlo e anche in questa incresciosa vicenda mostra di godere di un trattamento con i guanti bianchi da parte della magistratura. Si rende nota la sua iscrizione nel registro degli indagati per truffa aggravata lo stesso giorno (il 26 ottobre 2010) in cui i giudici della Procura di Roma decidono per l’archiviazione. Una cortesia mai usata nei confronti di Berlusconi. Di là la giustizia-clava, di qua la giustizia-minuetto.

Scoppia il caso-Ruby e anche in questo caso Fini mostra di saperla lunga. Malgrado la vicenda sembri sgonfiarsi sul nascere, malgrado il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati neghi l’iscrizione di Berlusconi nel registro degli indagati (4 novembre), Fini insiste e pochi giorni dopo, il 7 novembre, attacca il premier dal palco di Bastia Umbra, sentenziando: «La condotta di Berlusconi è moralmente inaccettabile». Fini lascia credere di giocarsi una scartina ma ha in mano il settebello: e puntualmente il 21 dicembre Silvio Berlusconi viene iscritto nel registro degli indagati. Circostanza resa nota poche settimane dopo, in modo che sia utilizzabile nel processo mediatico imbastito dai media e in quello politico in cui Fini - bisognoso di una sostanziosa iniezione di liquidi dopo il flop del 14 dicembre - gioca a fare il pubblico ministero.





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Da al Jazeera 1600 documenti segreti: "L'Anp offrì a Israele enormi concessioni"

Quotidiano.net


I 'Palestinian papers', in possesso anche del Guardian, coprono un decennio di trattative di pace. Le proposte sulla spianata delle Moschee, insediamenti nelle colonie, rientro dei profughi. Hamas: "Vogliono eliminare la questione palestinese"



Dubai, 24 gennaio 2011 - L’Autorità nazionale palestinese offrì enormi concessioni a Israele “su Gerusalemme e la sorte dei rifugiati” in cambio di un accordo di pace sostenibile e duraturo; le proposte, avanzate durante una serie di “riunioni di coordinamento della sicurezza”, furono respinte al mittente dalle autorità dello Stato ebraico. E’ quanto emerge da alcuni dei 1.600 "Palestinian papers", ovvero “documenti confidenziali” che l’emittente panaraba al Jazeera sta rendendo pubblici e che svelerano “i dettagli tenuti segreti relativi ai negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele nell’ultimo decennio”.

I documenti sono in possesso anche del quotidiano britannico The Guardian e riguardano oltre un decennio di trattative per la pace tra i palestinesi e gli israeliani. In questi si nota la disponibilità palestinese a concessioni importanti per giungere a uno stato indipendente. I testi danno l'impressione di un'Anp debole e della crescente disperazione tra i leader palestinesi per l'impasse nei colloqui e la crescente forza di Hamas.

LA "GRANDE GERUSALEMME"- Immediata la reazione del principale negoziatore palestinese, Saeb Erekat, che interpellato dall’emittente televisiva, ha parlato di una grande “menzogna”. Erekat è stato chiamato direttamente in causa per una conversazione avuta con l’ex ministro israeliano degli Affari esteri, Tzipi Livni: “Non è un segreto che vi abbiamo proposto la più grande Gerusalemme ebraica della Storia”, avrebbe detto il diplomatico palestinese secondo i documenti, che attestano anche come l’autorità palestinese sarebbe stata disposta a rinunciare “al quartiere ebraico e a una parte del quartiere armeno” della Città Santa. Livni (e attuale dirigente del partito centrista Kadima, all'opposizione) si è rifiutata invece di commentare i documenti che la riguardano. La Livni ha detto di essere determinata a mantenere il massimo riserbo, per non pregiudicare l'esito di future trattative con i palestinesi.


COLONIE ESPIANATA DELLE MOSCHEE - Erekat, inoltre, è accusato - secondo al Jazeera - di avere proposto delle concessioni senza precedenti sulla spianata delle Moschee, attraverso “una soluzione innovativa” non meglio precisata per il controllo di questo luogo santo (conteso da Anp e Israele) dopo un eventuale accordo di pace. E, d’altra parte, secondo altri documenti svelati dall’emittente panaraba, l’ex capo del governo palestinese Abu Ala avrebbe riferito agli israeliani che avrebbero potuto conservare “tutte le colonie a Gerusalemme ad eccezione di Abu Ghneim”, chiamata Har Homa dallo stato ebraico, la cui costruzione aveva inferto un duro colpo ai negoziati di pace. Abu Ala è citato, inoltre, in uno dei documenti che, nel 2008, contengono la richiesta a Tzipi Livni di “rafforzare il blocco israeliano imposto a Gaza”.


IL RITORNO DEI PROFUGHI - A proposito dei profughi, la cui sorte è uno dei principali ostacoli al proseguimento del processo di pace, Erekat si sarebbe detto pronto ad “accettare il ritorno di 10.000 di loro ogni anno, per dieci anni, per un totale di 100.000” sui 5 milioni totali.


L'OPERAZIONE "PIOMBO FUSO"- In uno dei documenti si legge, secondo al Jazeera, che il presidente palestinese Abu Mazen era stato informato da un alto responsabile israeliano del ministero della Difesa, Amos Gilad, “dell’intenzione di Israele di lanciare un’offensiva a Gaza” a fine 2008. “L’ho detto più di una volta, noi non rinunciamo alle nostre posizioni. Se avessimo effettivamente rinunciato ai profughi ed avessimo fatto tali concessioni, allora perché Israele non ha accettato di firmare un accordo di pace?” è stata la replica di Erekat, interpellato sul dossier di al Jazeera, che ha deciso di lanciare un sito internet dedicato esclusivamente a queste “rivelazioni”.


LE REAZIONI


"QUALCHE IMPRECISIONE" - Un collaboratore di Ehud Olmert, Yanki Galanti, ha confermato alla radio militare che nella sostanza l'ex premier e leader di Kadima era arrivato molto vicino a un accordo con il presidente dell'Anp Abu Mazen. Galanti ha colto tuttavia alcune ''imprecisioni''. Ha escluso ad esempio che Israele abbia avvertito i leader palestinesi della imminenza della operazione Piombo Fuso, lanciata contro Hamas a Gaza. Anche sulle cifre dei profughi palestinesi che - nel contesto degli accordi di pace - potrebbero rientrare in Israele Galanti ha escluso che il governo israeliano si sia impegnato a una cifra di 100 mila persone. ''Israele parlò allora del ritorno di mille profughi all'anno per cinque anni, dunque cinquemila persone''.


Galanti ha confermato invece che Israele e Anp discussero in dettaglio lo scambio di territori, a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Secondo i documenti di al Jazira, l'Anp accettò che i rioni ebraici di Gerusalemme est (con la eccezione di Har Homa' e Givat Zeev) sarebbero restati sotto controllo israeliano, assieme con il rione ebraico e una parte del rione armeno nella Citta' Vecchia. In quei rioni abitano oggi 200-250 israeliani.


HAMAS ACCUSA ABU MAZEN - L'Autorità nazionale palestinese (Anp) e Israele hanno creato un sistema mirato a eliminare la questione palestinese. Questa l'accusa che oggi il portavoce di Hamas a Gaza Sami Abu Zuhri rivolge al governo di Abu Mazen (Mahmoud Abbas).





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Piombino celebra Castro e il governo cubano

di Redazione


Bufera e polemiche a Piombino (Livorno): il Comune ha concesso la sala per una manifestazione a sostegno del governo cubano. La scusa? L’anniversario della nascita dell'eroe nazionale José Martì



 

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Bufera, pettegolezzi e polemiche a Piombino: il Comune infatti ha deciso di concedere la sala di Palazzo Appiani per una manifestazione a sostegno del governo cubano. Il 28 gennaio ospiterà Vladimir Perez, consigliere politico dell’ambasciata di Cuba in Italia, e Andrea Genovali del direttivo nazionale dell’Associazione Italia-Cuba.

La motivazione ufficiale per organizzare la manifestazione? L’anniversario della nascita di José Martì, eroe nazionale cubano, autore di opere immortali come La Edad de Oro. Ma tra Martí e il governo cubano che si fa propaganda sfruttando lo scrittore patriota, ce ne corre. Per accorgersene basta guardare il docu-film Wishes on a falling star, girato clandestinamente da tre giovani cineasti fiorentini (sarà proiettato in anteprima il 3 febbraio, a Firenze). In 55 minuti, esplora i bassifondi della Cuba di fine regime castrista, fra sesso facile e droga.





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Così furono nascoste le prove nell’inchiesta sul pool di Milano

di Giancarlo Lehner



Nel ’96 la procura di Brescia ordinò per tre volte alla Digos di recuperare i tabulati dei cellulari dei pm di Mani pulite. Ma sui telefonini di Di Pietro e compagni non fu mai fatto nessun controllo



L’articolo tre della Costituzione riguarda tutti i cittadini italiani, salvo i magistrati di Milano. La mia non è l’opinione di parte di un berlusconiano, perché, in qualche modo, di questo privilegio sono rimasto vittima: avvenne nel corso di uno dei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa intentati contro di me proprio dai magistrati del pool di Mani Pulite.

Al fine di difendermi io stesso e i miei avvocati avevamo fotocopiato gli atti dell’inchiesta che la procura di Brescia aveva condotto sulla fuga di notizie che il 21 novembre del 1994 permise al Corriere della Sera di ricevere dalla procura di Milano, in tempo reale e in copia cartacea, due delle tre pagine dell’invito a comparire dei magistrati milanesi a Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, all’epoca alla guida del suo primo governo, si trovava a Napoli per partecipare da «padrone di casa» a un convegno internazionale sulla criminalità organizzata. Fotocopiando dunque il faldone «Buccini - Di Feo» (dal nome dei giornalisti del Corriere che grazie alla fuga di notizie misero a segno lo scoop, Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo) mi era capitato tra le mani un fascicolo vuoto. Il frontespizio recitava: «Tabulati utenze cellulari magistrati milanesi». Il pm bresciano che indagava sulla fuga di notizie aveva insomma ordinato alla polizia giudiziaria di raccogliere i tabulati dei cellulari dei pm del pool per verificare date, orari, periodicità delle eventuali telefonate intercorse tra le toghe milanesi ed i cronisti del Corsera. Ma, nei faldoni dell’inchiesta, questi dati non c’erano: la polizia giudiziaria aveva, dunque, disatteso l’ordine del magistrato. Senza, peraltro, esserne chiamata mai a rispondere.

Il 6 ottobre 2000 il mio avvocato, Pietro Federico, pone la questione in tribunale, dicendo: «Su nostra istanza la Procura della Repubblica di Brescia, ha scritto al dottor Mariconda (dirigente della Digos alla questura di Brescia, ndr) chiedendo chiarimenti sulla mancanza di questi atti». Il dottor Mariconda, il 29 giugno 2000, aveva risposto: «In riferimento alla delega del 13 marzo 1996, a firma del dottor Salamone e dottor Bonfigli (i pm che indagavano sulla fuga di notizie, ndr), l’ufficio aveva rappresentato al pubblico ministero l’oggettiva difficoltà ad acquisire presso la Procura di Milano le utenze dei cellulari dei magistrati di quel capoluogo, in particolare il dottor Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Greco, Davigo e Di Pietro.

Con ulteriore delega del 13 giugno 1996 il dottor Bonfigli richiedeva l’acquisizione presso il Comune di Milano dell’elenco delle utenze cellulari assegnate dal Comune alla Procura di Milano nel periodo settembre-dicembre 1994. L’ufficio, con nota del 9 ottobre 1996, forniva l’elenco delle utenze fornite dal Comune senza poter indicare a quali magistrati fossero assegnate. In data 11 novembre 1996, il dottor Bonfigli conferiva all’ufficio ulteriore delega per verificare se dalle utenze in uso ad alcuni giornalisti erano state effettuate o ricevute chiamate presso utenze in uso ai magistrati della Procura di Milano. Alla delega veniva allegata una nota dell’allora procuratore di Milano, dottor Borrelli, con l’elenco dei magistrati e delle utenze a loro assegnate. È doveroso precisare - aveva dichiarato l’uomo della Digos - che l’ufficio ha esaminato esclusivamente i tabulati relativi ai giornalisti segnalati, mentre nessuna attività di riscontro è stata svolta riguardo ai tabulati delle utenze dei magistrati».

L’avvocato Federico prima a Cles, quindi in appello a Trento e, di nuovo, nella reiterazione dell’appello a Bolzano, chiese che fosse ascoltato il dirigente Digos Mariconda perché rispondesse alla seguente domanda: «È vero che mai nessun controllo venne da lei effettuato sulle utenze in entrata, in uscita, in partenza dai cellulari dei magistrati del pool di Milano querelanti, e comunque implicati e interessati ai procedimenti oggetto di causa, pur essendo stato disposto un accertamento dal dottor Bonfigli di Brescia?». Ma Mariconda non si degnò mai di venire in processo, nessuno lo costrinse a testimoniare e, alla fine il tribunale, specificamente quello di Bolzano, ritenne irrilevante ai fini dell’accertamento della verità la presenza del Mariconda.

Io, naturalmente, fui condannato.


*Deputato Pdl




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Intercettazioni fai da te, spiata pure l'Arcigay

di Gian Marco Chiocci



Sui siti della comunità omosessuale i colloqui sottotitolati del capo dell'associazione. L'ombra di un ricatto interno: registrate le strategie in vista delle elezioni del movimento.







Spy-gay, tra servizi segreti e servizietti audio. Sono arrivati a ipotizzare la Spectre internazionale e la massoneria deviata i seguaci (ma anche i detrattori) dell’Arcigay, la maggiore associazione omosessuale italiana vicina al Pd, increduli per le intercettazioni fai-da-te con la voce del presidente nazionale, Paolo Patanè, postate sui siti gay e su youtube. Tema della chiacchierata pirata dove si tirano in ballo nomi noti e meno noti del mondo omosex (politici come Vladimir Luxuria, Imma Battaglia e giornalisti Rai) lo scontro ferocissimo per l’accaparramento di voti in vista del congresso provinciale romano, e l’attivismo sfrenato dello stesso Patanè per arrivare con più delegati possibili all’assise nazionale di Perugia che nel febbraio 2010 l’ha incoronato presidente. A côté dello spionaggio omosessuale anche i veleni sulla gestione dei finanziamenti ottenuti dal ministero del Welfare (150mila euro all’incirca) per l’installazione di un numero verde istituzionale attivato da poco, però, a pagamento e in funzione solo a Bologna.

Ma andiamo per gradi. Da giorni, sui maggiori siti internet della comunità omosessuale (notiziegay.com, gaynews24 eccetera) rimbalza un’intercettazione telefonica fra il presidente dell’Arcigay Paolo Patanè e un iscritto. Chi l’abbia fatta è un mistero. L’ombra del ricatto, o della vendetta, si allunga sull’associazione. La voce del primo è nitida. Criptata, invece, quella del suo interlocutore. Per entrambi parlano, e quanto parlano, i sottotitoli che raccontano della strategia di Patanè di far fuori la concorrenza puntando a «pilotare» la nomina dei delegati al congresso nazionale. Obiettivo? Mettere le mani sui pacchetti di voti, per l’esattezza sui tredici associati provenienti dalla capitale. Stando alle regole dell’Arcigay, infatti, ogni comitato provinciale ha autonomia politica nella scelta dei delegati da inviare al congresso per l’elezione degli organi dirigenti.

La «truppe cammellate» evocate nell’intercettazione avrebbero avuto questo scopo: sostenere la lista «Essere futuro» (peraltro già criticata per la presenza, nel listino, di un professore coinvolto nel 2008 in una oscura vicenda di molestie sessuale in danno di due cadetti dell’accademia di Modena) e i delegati favorevoli alla sua elezione a presidente. Vere o manipolate che siano, le intercettazioni rintracciabili attraverso il link più cliccato sui siti gay (http://www.notiziegay.com/?p=67006) offre uno spaccato desolante del movimento omosessuale assai preoccupato da una seconda, possibile, ondata di audio-pirata. Rintracciato dal Giornale il presidente dell’Arcigay parla così della registrazione abusiva: «Questo episodio si commenta da solo. Verrà da me sottoposto all’attenzione della magistratura perché è un’operazione illegale, un atto grave.

È un gesto volgare, bisogna capire chi e perché lo ha messo in pratica». Un’idea sull’intercettatore misterioso, Patanè sembra averla. «So con chi stavo parlando in quel momento ma non so chi abbia materialmente registrato la telefonata. Il problema è che probabilmente è stato fatto un montaggio, sono state agganciate cose diverse, e quindi il risultato che ne viene fuori è il tentativo di far apparire una persona in una luce negativa». Il mondo gay è in subbuglio. Lo spettro di una compravendita di voti è tema di discussioni animate nell’associazionismo pro o contro Arcigay. «Non c’è mercimonio perché non c’è alcun cenno a un passaggio di denaro. La telefonata - insiste Patanè - non contiene affermazioni lesive di nessuna norma, regola, legge o principio. C’è solo un leader di una mozione che interloquisce con un possibile delegato, tutto qui. Non c’è niente di cui debba preoccuparmi, sono serenissimo. Più che al contenuto occorre interessarsi al “metodo” della registrazione e divulgazione in internet».

Nell’attesa di sapere se e quante ulteriori chiacchierate possano finire online, sul filo del telefono gay corrono polemiche a non finire. Il sospetto è che possa esserci del marcio anche nella gestione dei 150mila euro ottenuti dal ministero del Welfare per l’istituzione di un numero unico nazionale da attivarsi all’inizio del 2010 (ma in funzione solo a Bologna) e da pubblicizzare il più possibile con campagne mediatiche (di cui nessuno, secondo un reportage di Italia Oggi, nelle comunità gay è a conoscenza). Bert D’Arragon, a nome dell’Arci, ha stigmatizzato illazioni e sospetti spiegando che l’utenza esiste (vero) anche se non è «verde», perché il contatto che in pochissimi conoscono è a pagamento. E non è nemmeno «unico» ma solo «raggiungibile» a Bologna da tutta Italia. Sorpresa dallo tsunami telefonico Vladimir Luxuria: «Di questa cosa del numero verde non so niente, sulle intercettazioni finite su youtube invece, posso dire che è un fatto assai sgradevole, che mi ha sorpreso non poco. Da sempre io rispetto il movimento indipendentemente dal numero degli associati. Mai ho partecipato ai congressi Arcigay, mai ho dato indicazioni di voto perché non mi piace lavorare dietro le quinte, sono una persona che dice sempre le cose in faccia, io».

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




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L’artista più ricco del pianeta? E' un capolavoro di tirchieria

di Nino Materi


Damien Hirst ha un patrimonio di 215 milioni di sterline, ma offre stipendi da fame. Tra i divi-avari la Anderson, Beckham e Crocodile Dundee



 

Pamela Anderson, forte della sua quinta siliconata, prese subito di petto la questione. E urlò: «Caro mio, i soldi per pagarti il quadro non li ho... Sai, in questo periodo ho avuto un po’ di spesucce...». Così il pittore che le aveva fatto il ritratto oggi è ancora lì con la tela, nel disperato tentativo di sbolognarla (la tela, non la Anderson...) a qualcuno. E che dire dell’attore australiano Paul Hogan, alias il celebre Crocodile Dundee, che, tornato in patria per il funerale della madre, si è visto ritirare il passaporto per una serie di «pendenze» fiscali piuttosto cospicue? Per non parlare dei coniugi Beckham, fulminei - dopo aver consultato un esperto in ottimizzazione dei bilanci familiari - nel licenziare ben 14 persone del proprio staff.

Ma da ieri la palma della star più tirchia del globo spetta di diritto al quarantaseienne artista inglese Damien Hirst. Lui è la mente, gli altri sono il braccio. La sottile (mica tanto sottile...) linea di confine che separa il genio dalla manovalanza si insinua tra due cifre: da una parte 215 milioni di sterline (il patrimonio di Hirst), dall’altra 20 mila sterline (lo stipendio annuo che Hirst offre per assumere un collaboratore).

Il mito e lo sfigato sotto lo stesso tetto, quello dell’atelier in versione catena di montaggio targata Hirst: il nome-simbolo di un’arte che «non» è arte, ma che - proprio in forza di questa sua negazione - è diventata l’arte ambita dai collezionisti miliardari, tutti sbavanti per teschi diamantati da 50 milioni di sterline e animali in formaldeide da 111 milioni.
Ieri il Mail on Sunday giocava a fare lo scandalizzato: «L’artista più pagato del mondo offre una paga da fame a un suo potenziale assistente»; il quale però, nel momento in cui potrà vantare nel suo curriculum una collaborazione così prestigiosa, sarà destinato a sua volta a fare un sacco di soldi.

Qualcuno ha «dipinto» Hirst addirittura come il «pittore» (pittore lui? Ma se non ha mai preso un pennello in mano...) più tirchio del pianeta quando si tratta di retribuire chi lavora per lui. Di «ragazzi di bottega» Damien ne ha già cento, ma gliene serve un’altro per organizzare forse una «carica dei 101» in versione YBAs (Young British Artists) la corrente di cui Hirst è l’incontrastato «maestro». Maestro di cosa non si sa bene, visto che Damien risulta il capofila di un puro discorso di marketing globalizzato dove l’ingresso nei musei non è finalizzato alla contemplazione dei capolavori ma allo smercio selvaggio di gadget-paccottiglia, ovviamente con la «firmati» dell’autore; da Damien Hirst a Jeef Koons, fino all’ultimo dei Germano Celant.

La stampa, su queste dinamiche, preferisce glissare, privilegiando invece l’aspetto bozzettistico della vicenda: «Hirst sta cercando un apprendista di talento per i suoi lavori di pittura: badate bene, non un ragazzino appena uscito dal college e, quindi, senza alcuna esperienza, bensì uno che abbia “una pennellata forte e decisa”, che conosca “la teoria dei colori” e che abbia “competenze da disegnatore e da pittore”...». Tutta roba che, una volta ammessi nello studio «industriale» di Hirst, non servirà assolutamente a nulla: nei «padiglioni creativi» di Damien si realizza infatti tutto, eccetto che pittura. Né nella sua accezione classica, né in quella più arditamente moderna. Quello che Hirs chiede ai suoi dipendenti potrebbe farlo chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità e manualità: roba da travet dell’arte per gonzi, altro che «pennellata forte e decisa», «teoria dei colori» e «competenza da disegnatore e pittore»...

Il pollo che beccherà il contratto co.co.co. avrà un salario di «appena 20mila sterline l’anno». «Una vera miseria se paragonata alle cifre che incassa Hirst con i suoi lavori», evidenziano i tabloid britannici.
Nessun commento ufficiale da parte di Hirst. A conferma forse che, perfino quella del silenzio, può essere un’arte.



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Come si misurano le dittature

di Mario Cervi


La Storia conosce due tipi di despoti: "temporanei", come il presidente tunisino Ben Ali che fugge con il suo oro. E "millenaristi", come Hitler o Mao che sono sempre stati indifferenti ai conti in banca



 

La caduta del presidente tunisino Ben Ali ci ha dato modo d’assistere alla solita sceneggiata del «prendi i soldi e scappa». Non so quanto siano vere le notizie, o dicerie, secondo le quali la consorte del deposto, Leila, avrebbe caricato sul suo aereo, prima del decollo verso l’esilio, una tonnellata e mezza di lingotti d’oro. Certo è che questi uomini forti - finché lo sono - ma di mezza tacca non si riducono, se cacciati, a vivere in povertà. Di solito hanno provveduto tempestivamente a cautelarsi in qualche banca svizzera o in qualche «paradiso fiscale». La finanza è poco interessata ai diritti umani e molto al contante.

Il truce Idi Amin Dada è morto tranquillamente in Arabia Saudita, (nell’agosto 2003), lo stesso dicasi per Jean-Bédel Bokassa, dittatore della Repubblica Centrafricana e poi imperatore dell’Impero Centrafricano, destituito nel 1979 (e morto nel ’96). Un caudillo di lungo corso - ma spazzato via - come il paraguaiano Alfredo Stroessner si è spento novantatreenne a Brasilia, nel 2006. Molti veterani del pugno duro hanno dimostrato e dimostrano una eccellente salute. Né Gheddafi né Mubarak denunciano sintomi di cedimento. Fidel Castro per verità sembra malconcio, ma come frequentemente accade la sua malattia è un segreto di Stato, da custodire gelosamente. Spesso i dittatori muoiono senza essere stati malati, muoiono - vedi Leonid Breznev - ufficialmente sanissimi. Gli uomini sono autoritari, le donne a quanto sembra di mano lesta e di piede esigente. Imelda Marcos possedeva tremila paia di scarpe.

Siamo con questi personaggi nell’ambito delle dittature di ambizione limitata e di corto raggio. Il diverso rapporto con la ricchezza, con la «roba», con le prospettive del futuro distingue la dittatura temporanea - anche se lunghissima come è stata quella di Bel Ali in Tunisia - dalla dittatura millenaristica. Quest’ultima non si pone né problemi di durata temporale né problemi di proprietà. I suoi traguardi superano di molto la durata d’ogni vita umana, il suo desidero di possesso è insieme immenso e nullo. Perché desiderare palazzi e lingotti d’oro nei forzieri se il Paese intero, o addirittura un impero, ti appartiene? Il maresciallo Tito, un po’ a mezza strada tra il millenaristico e il folkloristico sgargiante alla Gheddafi, faceva la bella vita, amava uniformi vistose e un numero di nastrini e medaglie capace di coprire per intero l’esteso torace. Aveva rango storico, spietatezze da tiranno, ma anche un coté operettistico.

Li immaginate Hitler o Stalin o Mussolini o Mao che si preoccupano per la consistenza del conto in banca e allestiscono un tesoretto elvetico, in vista di rivolgimenti futuri? Con un cenno Stalin e Hitler potevano decretare la morte di migliaia d’uomini. E lo facevano con assoluta indifferenza. Ma gli affari no. Mussolini - altra tempra, in meglio - era insensibile al denaro, anche se poi il principe Torlonia gli concesse in uso l’omonima villa al prezzo simbolico d’una lira l’anno. Fu sempre disinteressato. Quando divenne direttore dell’Avanti! volle che il suo compenso fosse dimezzato, in confronto a quello spettante al suo predecessore. Con le amanti era avaro, o piuttosto distratto nei regali, la famiglia della favorita Claretta Pettacci si avvantaggiò indirettamente della parentela ambigua con il Duce, ma l’uomo più potente d’Italia non usò mai consapevolmente la sua potenza per arricchirsi o per arricchire altri. Non gli passava nemmeno per la testa.

Il Duce era in sostanza un solitario, non aveva amici e soffrì con disagio che qualche gerarca, come Italo Balbo, gli si rivolgesse con il tu anche dopo che era stato mitizzato (lo fece per prima Margherita Sarfatti, intelligente e ambiziosa ebrea convertita, trasformando il capopopolo Benito in Dux).Il Duce era autoritario, a volte cinico, ma non crudele. Crudelissimi invece Stalin e Hitler che amavano tuttavia le riunioni conviviali, avevano una cerchia di intimi con i quali amavano intrattenersi e soprattutto monologare, poi capitava che un intimo caduto in disgrazia fosse l’indomani messo al muro. Ai bisogni quotidiani di questi onnipotenti provvedevano apparati burocratici oscuri, loro non dovevano mai occuparsi di entrate e di uscite, simili preoccupazioni stavano troppo al disotto dei loro destini di grandi timonieri. Possiamo immaginare Francisco Franco che, da militare esperto di fureria e di intendenza, si preoccupa di sapere cosa c’è in dispensa. Gli Insonni no, il loro occhio guarda altrove, più in alto.

Non concepiscono l’eventualità d’essere sbalzati di sella, di finire in esilio. Anche perché ai millenaristici la cronaca e la storia di solito non offrono vie di fuga. O vincono e muoiono nel loro letto - come Stalin e Mao - o perdono e vengono uccisi o si uccidono, come Hitler e Mussolini. Anche quando abbia aspetti grotteschi e meschini - come il camuffamento di Mussolini da soldato tedesco - le fini dei dittatori di serie A che hanno per unità di misura i secoli o i millenni sono solitamente tragiche. Quelle dei dittatori di serie B a volte lo sono, a volte no, dipende dalle circostanze. Nicolae Ceausescu è stato fulmineamente messo a morte (nel 1989), tanti altri torvi protagonisti non meno infami di lui hanno trovato riparo. Ben Ali e madame Leila si aggiungono adesso alla lista degli esuli di lusso muniti di un solido salvacondotto in lingotti d’oro o in valuta equivalente.



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Il vescovo senza pietà per l'alpino caduto: "Non è un eroe di pace"

di Redazione


Monsignor Mattiazzo confessa perché ha snobbato i funerali dell’alpino ucciso: "Non sono eroi di pace, quella è una guerra". Eppure persino la Chiesa benedì le armi quando fermarono gli orrori del Kosovo



 

L’alpino Matteo Miotto ri­posa in pace, la sua memoria ancora no. Gli sopravvive un bel dilemma all’italiana,un di­lemma non nuovo, nè tanto meno così avvincente: è un eroe o non è un eroe?

Singolarmente, questa volta è lo stesso vescovo di Miotto a risollevare la questione. Il sol­dato era di Thiene, la diocesi è quella di Padova. E proprio la guida spirituale di questa dio­cesi ha suscitato clamore con la decisione di non celebrare i funerali privati del caduto, li­mitandosi a inviare una lette­ra di cordoglio. «La diocesi era rappresentata», ha spiega­to monsignor Antonio Mat­tiazzo ai giornalisti locali. E forse poteva fermarsi lì. Inve­ce ha tenuto ad un’aggiunta molto chiara: «Certo sono di­spiaciuto che il giovane sia morto. Ma andiamoci piano con l’esaltazione retorica. Non facciamone degli eroi. Quelle non sono missioni di pace. Vanno lì con le armi, dunque il significato è un al­tro, non dobbiamo dimenti­carlo...». 

Sua eccellenza, indubbiamen­te, solleva polvere con una presa di posizione piuttosto ideologica. Ai cristiani qua­lunque, che si mettono in co­da dietro a una bara, importa poco che dentro ci sia un eroe. Purtroppo c’è un ragazzo,che comunque ha lasciato la vita in circostanze molto partico­lari, servendo una bandiera e una Patria, regalando scritti toccanti nel segno di un’idea. Sembrerebbe naturale che da­vanti al corteo funebre, nel­l’ultimo giorno, ci sia il suo ve­scovo. In questo caso, il suo ve­scovo non ritiene degna la cir­costanza. Prende le distanze. Certo monsignor Mattiazzo ha mille ragioni quando vuo­le sottrarsi al coro retorico. Troppo spesso l’enfasi patriot­tica e militaresca sovrasta im­pietosamente il lutto vero. Normale e forse pure dovero­so che il religioso si neghi al rito profano dei superlativi epici. Ma nella sua posizione avrebbe un’opportunità uni­ca: salire sul pulpito per indi­rizzare le esequie in prima per­sona, celebrandole secondo la propria convinzione di fe­de, nel modo più giusto. 

Invece il soldato Miotto trova un vescovo che per evitare la retorica decide di scantonare. Con tutto il rispetto, difficile comprendere. Impossibile condividere. Ma c’è di più. monsignor Mattiazzo espri­me pure tutto il proprio disac­c­ordo sulla natura della spedi­zione italiana, schierandosi apertamente: non andiamo a portare la pace, andiamo a fa­re la guerra. 

Torna a riaffiorare l’annosa e irrisolta questione. Il vescovo l’affronta nel modo più linea­re e intransigente: dove ci so­no armi, c’è guerra.Una Chie­sa evangelica e spirituale in senso stretto non può accetta­re in nessun caso il ricorso alla forza. Questa la nobilissima e rispettabilissima posizione ideale. Ma le cose, nella prati­ca, sono maledettamente più complicate. Ci sono momenti e circostanze che richiedono la forza per difendere gli indi­fesi. La stessa Chiesa, anni fa, fu d’accordo con l’intervento militare per fermare gli orrori in Kosovo. E certo non avreb­be niente da ridire se in diver­se parti del mondo, oggigior­no, qualche soldato in più di­f­endesse i cristiani perseguita­ti da satrapi e regimi, da odio e intolleranze. 

Sono i discorsi di sempre. Dal­la sua nascita, la Chiesa è divi­sa sull’interpretazione del messaggio. Ne fu degnissimo testimone lo stesso San Fran­cesco, che persino tra i suoi vi­de nascere divisioni molto aspre: da una parte l’applica­z­ione rigida e letterale del Van­gelo, che addirittura ipotizza­v­a l’assenza di cattedrali e mo­nasteri, di regole e di gerar­chie, dall’altra una visione più storicizzata e più realisti­ca, dunque aperta a strutture, norme, istituzioni. Passano i secoli, ma siamo sempre al punto di partenza. Le armi mai, le armi qualche volta sì. Però neppure il vesco­vo di Padova, nel suo impeto pacifista, può negare una veri­tà evidente: tutto possiamo pensare dei nostri soldati, non che siano in giro per il mondo a scatenare tensioni, violenze, ingiustizie e sopru­si. Se su un elemento questa povera nazione raccoglie l’unanime ammirazione in­ternazionale, questo è indub­biamente l’approccio umano e leale, pacifico e moderato delle nostre spedizioni. 

Monsignore, sia detto con tut­ta l’umiltà del caso: continui a credere nei suoi ideali assolu­ti e a difendere le sue posizio­ni intransigenti, ma provi a scindere tra le imperscrutabi­li strategie politiche e il ruolo dei nostri militari. Forse, ri­pensandoci, il funerale di Mat­teo Miotto le apparirà come una grossa occasione persa. Lei si è trovato nella condizio­ne di spazzare via la retorica e riconoscere semplicemente l’importanza di una morte. Non era necessario chiamar­lo eroe. Solo per le lettere che Matteo ha lasciato scritte, un buon vescovo avrebbe sicura­mente­trovato le parole per di­pingerlo come un ragazzo ge­neroso, pulito, idealista. Un uomo giusto. Più di un eroe.  





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Floris come Santoro, gaffe in tv Le fan di Silvio trattate da escort

di Giulia Guerri




Una telespettatrice denuncia Ballarò: "Un mio scatto ricordo col premier mostrato nella sequenza delle presunte prostitute". E una mamma sbugiarda Annozero



 
Ci tengono col fiato sospeso da giorni. Ci hanno detto di averne trovate e di «interessanti» nei computer sequestrati alle ragazze di via Olgettina, e che quelle si sarebbero aggiunte alle prove «evidenti» che inchioderebbero una volta per tutte il premier alle sue colpe tanto da mandare il governo - e il Paese - gambe all’aria. Ce le hanno anticipate, annunciate, sventolate sotto il naso, lasciando che ognuno le immaginasse a modo proprio. Foto hard con Silvio? Le prime le mostra la Rai. Peccato che siano tarocchi.
La prova «evidente» numero uno viene mandata in onda martedì in prima serata, in una delle trasmissioni cult di Raitre, Ballarò. Milioni di italiani inchiodati al piccolo schermo per bearsi delle ultime e succose novità sulle notti di Arcore. Un servizio ricostruisce le reazioni della stampa estera all’inchiesta sul capo del governo e riprende l’edizione online del giornale inglese Daily Mail che mostra in sequenza i ritratti delle presunte escort.
In mezzo al calderone di veline, meteorine, showgirl e letterine, finisce anche la foto di due donne immortalate insieme al premier. Lo scatto della vergogna? La pistola fumante che tanto aspettavamo? Macché. Una delle signore, quella sulla destra e ripresa in primo piano in pieno volto, è un’estetista di Pordenone che - si sfoga sulle colonne del Gazzettino di ieri - si è fatta fotografare insieme al presidente del Consiglio in un pomeriggio d’estate a Porto Rotondo nel lontano 2004. Una foto ricordo insomma, ma tanto basta per finire nel tritacarne e per essere sbattuta sugli schermi della Rai insieme alle varie D’Addario, Noemi, Ruby in un’inchiesta che parla di prostituzione e di concussione.
Perché ormai pare che l’equazione sia proprio questa: sei una simpatizzante di Berlusconi, ti fermi a parlare con lui per strada e magari fate anche una foto insieme, ergo devi essere una poco di buono. Una che va ai festini nelle ville del Cavaliere e che sicuramente si è fatta dare anche dei soldi. Mica roba da poco. Sta di fatto che dopo la puntata di Ballarò, il telefono dell’estetista ha iniziato a squillare all’impazzata. Amici e conoscenti a chiederle conto di quella fotografia e di quell’associazione con un sexgate che non le lasciava scampo. Lei, la signora si è già mossa con i legali decisa a «visionare il materiale e sporgere querela nei confronti dei responsabili e dell’editore della trasmissione».
Se Floris rischia di dover rispondere in tribunale, la storia dei tarocchi della Rai non finisce qui. Perché alla prova «evidente» numero uno, si aggiunge la numero due. Questa volta è la mamma di un bambino di sette anni che scrive alla redazione del Giornale. Suo figlio è nato lo stesso giorno di Berlusconi, il 29 settembre ed essendo lei, la madre, una sostenitrice del premier aveva deciso di inviare alla segreteria della presidenza del Consiglio gli auguri raccontando la coincidenza dei due compleanni, cosa di cui va molto fiera. Passano un paio di giorni, e poi da Roma arriva una busta con una fotografia del Cavaliere con tanto di dedica per il piccolo. Una sorpresa, anzi di più. Un ricordo da incorniciare e mettere in bella mostra in salotto per farla vedere agli ospiti. T
utto bene? E no, perché succede che l’altra sera, giovedì, va in onda Annozero e il tribunale di Santoro in un’intervista alla escort emiliana Nadia Macrì mostra la foto del presidente del Consiglio, la stessa che la mamma ha incorniciato, come testimonianza di una conoscenza intima tra i due. «Prova schiacciante e scoop straordinario per Santoro!!! - s’indigna la signora -. Peccato che io il presidente non l’ho mai visto, che non sono una escort, ma una mamma che ha un figlio che compie gli anni il 29 settembre e che non faccio vita mondana, ma la foto ce l’ho anch’io. Vergognoso vedere un programma in prima serata sulla tv di Stato di questo genere». Alla faccia delle prove «evidenti».




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