venerdì 28 gennaio 2011

Napoli, donne pusher e sentinelle del clan La droga lanciata dalle finestre

Il Mattino


Quattordici arresti all'alba. Lo spaccio ripreso notte e giorno dalla polizia.

In fuga «Harry Potter», il figlio del boss







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Santoro: «Presidio davanti al tribunale» E Romani chiede l'intervento dell'Agcom

Corriere della sera

Il conduttore di Annozero annuncia un'iniziativa in difesa della magistratura al palazzo di giustizia di Milano


MILANO - «Il 13 febbraio senza bandiere e simboli di partito saremo davanti al tribunale di Milano in difesa dell'indipendenza della magistratura, della democrazia e dei valori nati dalla resistenza». Lo ha annunciato Michele Santoro, nel corso di una conferenza stampa, spiegando di aver firmato insieme a Barbara Spinelli e Marco Travaglio un appello per parteciparvi. Ma all'indomani della polemica sul battibecco in diretta con il direttore generale della Rai, Mauro Masi, il conduttore si ritrova nel pieno di una bufera politica che vede scendere in campo il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che ha scritto al presidente dell'Autorità garante per le comunicazioni, Corrado Calabrò, lamentando violazioni da parte del giornalista agli obblighi derivanti dal contratto di servizio.

«AFFERMAZIONI DENIGRATORIE» - In un comunicato, viene precisato che con la lettera a Calabrò, inviata per conoscenza anche al presidente della Vigilanza Sergio Zavoli e al presidente del Cda della Rai Paolo Garimberti, serve per chiedere all'Autorità «di valutare la possibilità di attivare i poteri di verifica e istruttori di cui all'art. 48, T.U., cit., nonché ogni ulteriore iniziativa di rispettiva competenza». Secondo il ministro, «è accaduto che nel corso della trasmissione del programma Annozero del 20 e del 27 gennaio si sia dato ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche, che sarebbero state proferite da soggetti coinvolti nell'attività di indagine da parte della magistratura requirente». Le puntate in questione sono state dedicate al caso Ruby e al coinvolgimento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato nell'inchiesta per concussione e prostituzione minorile.




«ATTIVITA' ISTRUTTORIA INDEGNA» - L'intervento di Romani segue quello di Masi che già a molti era apparso irrituale, visto che il dg si è dissociato dal programma ipotizzando possibili violazioni ma senza mettere un veto alla sua andata in onda. Il direttore generale è tornato sulla vicenda evidenziando che a suo parere «è indegna l'attività istruttoria parallela che svolgono taluni sulla televisione del servizio pubblico come se avessero ricevuto chissà quale delega dall'autorità giudiziaria che ancora una volta dovrà verificare l'attendibilità di un teste di accusa che anche ieri sera ha rivelato in diretta televisiva fatti e circostanze oggetto di un procedimento penale ancora in fase di indagine preliminare. Ricordo peraltro che Santoro - ha tenuto a precisare Masi- è presente nel palinsesto Rai non per una libera scelta editoriale ma in forza di due sentenze, come tutti ben sanno molto peculiari, dei giudici del lavoro per cui è evidente che una dissociazione a tutela dell'Azienda non può non avvenire nella forma più esplicita».



IL GIALLO DELL'OSPITE PDL - Santoro, dal canto suo, nella conferenza stampa ha spiegato che «in questo Paese c'è una cabina di comando che decide tutto in funzione degli umori del premier, e noi non possiamo dipendere dai suoi umori». In particolare, visto che il Pdl lo ha accusato di non aver voluto far partecipare alla trasmissione l'on. Sisto, ha spiegato che erano stati presi accordi direttamente con Bonaiuti per avere in studio il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, e che poi dalla segreteria di Masi sarebbe arrivata la comunicazione di una sostituzione del capogruppo pidiellino con Niccolò Ghedini o con il ministro Alfano, concordata direttamente con i vertici del Pdl. Invece, «pochi minuti prima dell'inizio della trasmissione si è presentato l'onorevole Sisto con un pass non so neanche firmato da chi ed io - ha precisato Santoro - ho risposto educatamente che non aveva l'invito per la festa. A questo punto facciano venire Sgarbi, come Masi chiede da tempo, facciano venire 60 ragazzi vestiti di tricolore e facciamo un bunga-bunga pure da noi».

Redazione online
28 gennaio 2011

Montecarlo, chi l'avrebbe detto? La procura di Roma protegge Fini...

di Andrea Indini



Le carte incastrano Fini: ora deve lasciare. E' l'epilogo: il timbro ufficiale arriva da Santa Lucia. Ora anche il Corriere chiede le dimissioni del leader Fli. La Camera è in mano al leader di un partito d'opposizione. I pm soccorrono Fini: "Prove irrilevanti".



Milano - Dopo la tempesta il silenzio. Non una parola. Da Santa Lucia sono arrivate le carte che provano che Giancarlo Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo. Ma dal presidente della Camera, Giancarlo Fini, neanche un cenno di risposta. D'altra parte non ce n'è bisogno. A rispondere ci ha pensato la procura di Roma che si è schierata in difesa del leader Fli proprio quando anche il Corriere della Sera ha rotto ogni indugio e ha chiesto nel fondo di Sergio Romano le dimissioni dalla presidenza di Montecitorio. I pm romani hanno infatti definito "irrilevati" i documenti di Santa Lucia. In realtà, il problema non cambia. Gli italiani si aspettano ancora che Fini mantenga fede alla promessa fatta il 25 settembre: "Se dovesse emergere che la casa di Montecarlo è di Tulliani, allora mi dimetterò". 

Il ruolo di presidente della Camera Al tempo il Giornale era stato accusato di dossieraggio. Al tempo si diceva che l'affaire monegasco altro non fosse che una montatura. Al tempo si accusava il nostro quotidiano di inseguire fantasmi in estate, quando le notizie scarseggiano. I colonnelli del Fli avevano addirittura puntato l'indice accusandoci di una macchinazione creata per demolire Fini. I fatti ora dimostrano il contrario. Da Santa Lucia sono arrivate le carte (autentiche) che provano che "le società off shore coinvolte nella compravendita della casa monegasca sono di Giancarlo Tulliani". 

Ora è tutto nero su bianco. L'inchiesta è chiusa. Avendo fatto parte di Alleanza nazionale, politici come Maurizio Gasparri sono così costretti a prendere atto che "quel patrimonio non è stato sempre utilizzato nella maniera appropriata". Ad accorgersene c'è pure Romano che sul Corsera si interroga sul ruolo del presidente della Camera partendo da quel 25 settembre 2010 in cui proprio Fini "disse che se la casa, venduta dal suo partito, fosse risultata appartenere al fratello della sua compagna, non avrebbe esitato a dimettersi". Ma le dimissioni tardano ad arrivare. 

Le prove incastrano Fini Il video parla chiaro. E ora che le prove ci sono il leader di Futuro e Libertà difficilmente potrà evitare di farci i conti. Secondo Romano, infatti, "corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale". In realtà, non corriamo il rischio. E' già così. Un problema che da alcuni mesi a questa parte i parlamentari di Pdl e Lega chiedono allo stesso presidente Fini di affrontare in un dibattito aperto in Transatlantico. Dibattito che l'ex An ha sempre censurato. 

Da quando Fini si è messo fuori dal partito e dal governo, infatti, il suo ruolo è divenuto incompatibile con le sue funzioni istituzionali. "Certi sdoppiamenti sono da evitare - si legge sul Corriere - ma i regolamenti parlamentari  non permettevano di obbligarlo alle dimissioni e la prova di una promessa dipende, dopo tutti, dal modo in cui è mantenuta". Uno sdoppiamento a cui il capogruppo del Fli, Italo Bocchino, non crede: "Fini è membro del Parlamento e come tutti ha il diritto di chiedere le dimissioni del premier. E' invece assurdo che il capo del governo chieda le dimissioni di chi presiede un istituzione che difende l’operato del Parlamento". 

I giudici corrono a difenderlo Il silenzio di Fini è giustificato. Non ha bisogno di difendersi. Ci pensa la procura di Roma a "stracciare" le carte inviate da Santa Lucia. Nelle deduzioni che hanno accompagnato la trasmissione degli atti al gip che dovrà pronunciarsi sull’opposizione alla richiesta di archiviazione delle posizioni di Gianfranco Fini e di Vincenzo Pontone, i pm romani fanno sapere che il contenuto degli atti inviati dal governo di Santa Lucia circa la titolarità delle società off shore che si sono succedute nella proprietà dell’immobile di Montercarlo ereditato da An nel 1999 "appare del tutto irrilevante circa il thema decidendum".

Non importa se nelle tre pagine arrivate dal paese caraibico emergerebbe che Tulliani è il titolare delle società Printemps Ltd, Timara Ld e Jaman directors Ltd. Nelle deduzioni inviate al presidente dei gip Carlo Figliolia, che il 2 febbraio esaminerà l’opposizione alla richiesta di archiviazione, la procura di Roma ribadisce "la richiesta di archiviazione" dal momento che mancano "elementi costitutivi dell’ipotizzato delitto di truffa".

La credibilità di Fini Tuttavia anche Romano invita Fini a "chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel miglior modo possibile". Secondo il governo e la maggioranza la risposta è "no". Lo dimostra l'impasse che si è venuta a creare nel Copasir, dove con un colpo di mano Fini è riuscito a dare la maggioranza all'opposizione. Lo dimostrano le secche e ripetute minacce al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a "dimettersi" dopo il fango del caso Ruby. 

"Ogni sua decisione istituzionale - avverte anche Romano - nelle prossime settimane, potrebbe diventare ragione o pretesto di sospetti e accuse". Il calendario dei lavori, la durata dei dibattiti e il diritto di parola di un deputato. E ancora: i tempi di una singola interrogazione."Tutto ciò che rappresenta il lavoro quotidiano di un presidente della Camera - chiarisce Romano nel suo editoriale - portrebbe trasformarsi in materia di contestazione e complicare ulteriormente la situazione politica". 

Le dimissioni diventano doverose La promessa fatta con tutti gli italiani non lascia più spazio a tentennamenti. Le prossime mosse del presidente della Camera e leader di uno dei partiti d'opposizione non sono però scontate. Fini potrebbe infatti fare finta che le carte di Santa Lucia non esistano e andare avanti a fare politica dallo scranno più alto di Montecitorio. Oppure potrebbe decidere di dimettersi e tenere fede alla parola data ai cittadini il 25 settembre scorso. Nel frattempo, però, Montecitorio resta nelle sue mani. E i lavoro parlamentari rischiano di essere viziati. Il leader leghista Umberto Bossi invita ad "abbassare i toni" e "fare meno casino". Ma, intanto, l'anomali resta. E, per dirla con le parole di Romano: "Il vero problema è se la casa Italia, in queste condizioni, possa essere decorosamente amministrata nell'interesse di coloro che la abitano".




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Santoro e Travaglio rivoluzionari: mobilitano la piazza contro il Cav

di Redazione


Insieme a Travaglio e alla Spinelli il conduttore di Annozero organizza una manifestazione in risposta a quella lanciata ieri dal Pdl. Stessa città (Milano) e stesso giorno (il 13 febbraio). Cambia solo la piazza: il centrodestra sceglie il Duomo, il giornalista il tribunale. Il Pdl: "In piazza contro i giudici politicizzati". E Santoro rilancia: "Noi in difesa del lavoro della magistratura".



Roma - Stesso giorno. Stessa città. Cambia solo la piazza. Il conduttore di Annozero, Michele Santoro, lancia la sfida al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e chiama a raccolta il proprio popolo. Insieme a Marco Travaglio e all'editorialista del Fatto Barbara Spinelli Santoro sta organizzando una manifestazione per protestare contro il premier e contro il governo. Si terrà il 13 febbraio davanti al tribunale di Milano. Non è stato scelto un giorno a caso. Ieri sera, infatti, i vertici del Pdl avevano deciso di indire una manifestazione per protestare contro i "giudici politicizzati". Il giorno? Sempre il 13 febbraio, ma in piazza Duomo. E' così che Santoro lancia la sua nuova sfida. E diventa il capo-popolo degli anti-Cav. 

Santoro in piazza con Travaglio Santoro, la Spinelli e Travaglio hanno deciso di lanciare un appello. "Il 13 febbraio senza bandiera e simboli dei partiti - annucia il conduttore di Annozero - saremo davanti al tribunale di Milano per manifestare in difesa del lavoro della magistratura e dei valori di indipendenza e autonomia che sono fondanti nella nostra Costituzione". Nel corso della conferenza stampa convocata alla Fnsi dopo le polemiche seguite alla puntata di ieri sera di Annozero che si è aperta con uno scontro in diretta tra il conduttore e il direttore generale della Rai, Mauro Masi, Santoro fa sapere che "si tratta di un appello per sottolineare il livello di emergenza raggiunto in questo paese dall’informazione e da tutti i poteri che dovrebbero essere autonomi dal Potere politito". E annuncia: "Noi vogliamo solo fare i giornalisti, come i magistrati di Milano credo che vogliano fare solo i magistrati". 

Le accuse di Santoro al Cav Santoro motiva la propria scelta accusando Berlusconi di "ingerenza" sui palinsesti della Rai. "Quando i politici chiamano in tv e attaccano dobbiamo far finta di niente? Non possiamo accettare tutto questo, è lo stravolgimento della democrazia". " Se il presidente del Consiglio - tuona, ancora, Santoro in conferenza stampa - ci aizza la gente contro, ci mette anche a rischio, perchè noi siamo gente normale che cammina per strada e non ha i suoi 40 giannizzeri e non usa le scorte come taxi. E' meglio - insiste il conduttore di Annozero - lasciare anche una prova documentale di questo". Santoro torna poi sull’intervento del direttore generale della Rai Mauro Masi ieri, che ha chiamato "senza sapere cosa avrei detto, con un discorso preparato". 

Annozero da record ma è polemica Nuovo record stagionale per la puntata di ieri sera di Annozero, che si è imposta nel prime time, superando anche l’incontro di Coppa Italia Juventus-Roma. La trasmissione di Michele Santoro, con la telefonata in diretta del dg Mauro Masi, è stata seguita da 7 milioni e 87mila telespettatori con uno share del 25,72%. Ma i commissari dell’Agcom hanno richiesto di sottoporre con urgenza alle valutazioni del Consiglio del 3 febbraio le puntate del 20 e 27 gennaio 2011 della trasmissione Annozero poiché hanno rinvenuto in esse possibili profili di violazione dei principi e della normativa in materia di "obiettività, completezza, lealtà, imparzialità dell’informazione, nonchè di presentazione veritiera dei fatti e degli avvenimenti, in modo tale da favorire la libera formazione delle opinioni".

Romani: "Violate le regole" Il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, ha inviato al presidente dell’Agcom Corrado Calabrò "una lettera di segnalazione delle violazioni che la Rai ha concretato nel corso della trasmissione del programma Annozero del 20 e del 27 gennaio in relazione ai generali obblighi derivanti dal contratto di servizio". Nella missiva, inviata per conoscenza anche al presidente della commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli, e al presidente della Rai, Paolo Garimberti, "si richiede all’Autorità di valutare la possibilità di attivare i poteri di verifica e istruttori di cui all’articolo 48 del testo unico nonché ogni ulteriore iniziativa di rispettiva competenza". 

La rabbia di Berlusconi Berlusconi liquida con poche parole i contenuti di Annozero e la conduzione di Santoro: è la solita trasmissione faziosa. Durante il Consiglio dei ministri di questa mattina, infatti, il Cavaliere è tornato a puntare il dito su Annozero e il suo conduttore dopo la puntata di ieri dedicata ancora una volta al caso Ruby. Il presidente del Consiglio, riferiscono fonti ministeriali, avrebbe chiesto l’intervento del ministro delle Comunicazioni Paolo Romani per evitare trasmissioni di questo genere. Oltre ai contenuti il governo accusa il programma di Rai2 il deputato Pdl Francesco Paolo Sisto, membro della Giunta per le autorizzazioni. "Questo dà la misura della deriva padronale del signor Santoro", commenta il portavoce del Pdl Daniele Capezzone ribadendo che "la Rai non è sua, ma dei cittadini che pagano il canone, e, attraverso il canone, anche il suo sontuoso stipendio".




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La procura protegge Fini

di Andrea Indini


Le carte incastrano Fini: ora deve lasciare. E' l'epilogo: il timbro ufficiale arriva da Santa Lucia. Ora anche il Corriere chiede le dimissioni del leader Fli: "In queste condizioni la casa Italia non può essere amministrata decorosamente". La Camera è in mano al leader di un partito dell'opposizione che non tiene fede alle promesse fatte. Ma tutto tace: nonostante la promessa fatta agli italiani l'ex An non prende una posizione. 

 

Milano - Dopo la tempesta il silenzio. Non una parola. Da Santa Lucia sono arrivate le carte che provano che Giancarlo Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo. Ma dal presidente della Camera, Giancarlo Fini, neanche un cenno di risposta. D'altra parte non ce n'è bisogno. A rispondere ci ha pensato la procura di Roma che si è schierata in difesa del leader Fli proprio quando anche il Corriere della Sera ha rotto ogni indugio e ha chiesto nel fondo di Sergio Romano le dimissioni dalla presidenza di Montecitorio. I pm romani hanno infatti definito "irrilevati" i documenti di Santa Lucia. In realtà, il problema non cambia. Gli italiani si aspettano ancora che Fini mantenga fede alla promessa fatta il 25 settembre: "Se dovesse emergere che la casa di Montecarlo è di Tulliani, allora mi dimetterò".
Il ruolo di presidente della Camera Al tempo il Giornale era stato accusato di dossieraggio. Al tempo si diceva che l'affaire monegasco altro non fosse che una montatura. Al tempo si accusava il nostro quotidiano di inseguire fantasmi in estate, quando le notizie scarseggiano. I colonnelli del Fli avevano addirittura puntato l'indice accusandoci di una macchinazione creata per demolire Fini. I fatti ora dimostrano il contrario. Da Santa Lucia sono arrivate le carte (autentiche) che provano che "le società off shore coinvolte nella compravendita della casa monegasca sono di Giancarlo Tulliani".

Ora è tutto nero su bianco. L'inchiesta è chiusa. Avendo fatto parte di Alleanza nazionale, politici come Maurizio Gasparri sono così costretti a prendere atto che "quel patrimonio non è stato sempre utilizzato nella maniera appropriata". Ad accorgersene c'è pure Romano che sul Corsera si interroga sul ruolo del presidente della Camera partendo da quel 25 settembre 2010 in cui proprio Fini "disse che se la casa, venduta dal suo partito, fosse risultata appartenere al fratello della sua compagna, non avrebbe esitato a dimettersi". Ma le dimissioni tardano ad arrivare.
Le prove incastrano Fini Il video parla chiaro. E ora che le prove ci sono il leader di Futuro e Libertà difficilmente potrà evitare di farci i conti. Secondo Romano, infatti, "corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale". In realtà, non corriamo il rischio. E' già così. Un problema che da alcuni mesi a questa parte i parlamentari di Pdl e Lega chiedono allo stesso presidente Fini di affrontare in un dibattito aperto in Transatlantico. Dibattito che l'ex An ha sempre censurato.

Da quando Fini si è messo fuori dal partito e dal governo, infatti, il suo ruolo è divenuto incompatibile con le sue funzioni istituzionali. "Certi sdoppiamenti sono da evitare - si legge sul Corriere - ma i regolamenti parlamentari  non permettevano di obbligarlo alle dimissioni e la prova di una promessa dipende, dopo tutti, dal modo in cui è mantenuta". Uno sdoppiamento a cui il capogruppo del Fli, Italo Bocchino, non crede: "Fini è membro del Parlamento e come tutti ha il diritto di chiedere le dimissioni del premier. E' invece assurdo che il capo del governo chieda le dimissioni di chi presiede un istituzione che difende l’operato del Parlamento".




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Ora Carmen Llera fa la moralista Ma c'è da arrossire a rileggerla...

di Luigi Mascheroni




Ora la scrittrice fa la moralista sul caso Ruby, ma non molti anni fa con i suoi racconti sollecitava l'immaginario erotico

 

All’ondata moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby» non si sono sottratte neppure le signore che, l’altra sera, erano ospiti di Gad Lerner, su La7. Ilaria D’Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l’uso indecente del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che esce dall’intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo.

Avessero anche mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell’Olgettina, ha sollecitato l’immaginario erotico dei telespettatori.

Molti dei quali l’hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l’amante del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all’epoca andava per i 73 anni, quasi quanto Berlusconi - relazione che solo i maliziosi pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c’erano di mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui». Ossia il triangolo sessuale al centro del romanzo autobiografico Diario dell’assenza uscito nel 1996 da Bompiani.

L’«io» era la ancora bellissima Carmen Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso», nato a Beirut, giornalista televisivo sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e l’altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con «gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del libro (40 pagine circa). Il secondo «lui» si guadagna la dedica -

Scrivo per essere amata, a F. - e fu identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l’incipit - «Sono già cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so dire se mi manca, credo di no (...) Le mot Gad deux lettres hébraiques: guimel et dalet...» - e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner. Quando nel luglio 2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato era già all’avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».

Il pezzo fu ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari, politici e giornalistici... La scrittrice, successivamente, smentì qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando in un’intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus» (in castigliano? in catalano? in basco?...), ma tant’è. Tutti si buttarono a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier, leggere Kundera - persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag. 19), «So che la mia bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell’ingresso» (pag. 27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo le cosce.

Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo soltanto a pagina 35...). Di tutto questo naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa Carmen l’aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato «Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»...), dice - pagina 103 - «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif (mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».




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Arriva la "lista nera" delle ricerche: così Google sfida la pirateria online

La Stampa






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Saviano e i giudici: facile fare gli eroi nella bambagia

Libero



Ho letto il pezzo di ieri di Roberto Saviano su Repubblica. Sono d’accordissimo. Nelle primarie di Napoli del Pd è venuta a galla la vera essenza della cultura mafiosa e, purtroppo, ormai di tutto quello che noi, per anni, abbiamo chiamato orgogliosamente il Bel Paese. Saviano è giovane. Beato lui. La mia generazione aveva una visione delle cose molto limitata: i formaggi, la cucina, i vini, le ragazze, la Ferrari, Meazza, Piola, gli zii, i topi italiani erano di gran lunga i migliori del mondo. Mondo che, peraltro, nessuno di noi aveva mai visto.

Saviano è l’idolo dei miei figli e nipoti. Ha dedicato la sua laurea honoris causa ai giudici di Milano. È stato un atto di grande risonanza mediatica, ma forse non un atto di grande coraggio, come quelli  che hanno fatto molti poveracci sopravvivendo alla Seconda tragica guerra mondiale. Ha fatto inchieste importanti, scritto libri denuncia, si è battuto per la libertà di pensiero e per i prigionieri politici nei Paesi sudamericani, arabi e africani, vivendo però in Italia e scortato di tutto punto. Se avesse detto e scritto le stesse cose da quelle parti, lo avrebbero fatto fuori. L’accanimento dei giudici di Milano li ha fatti diventare degli eroi nazionali, ma loro si muovono nel bunker ben protetto della democrazia; Garibaldi l’hanno esiliato a Caprera, Che Guevara l’hanno trucidato e Craxi l’hanno fatto morire in Tunisia.
28/01/2011




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Fisco pazzo nel mondo Tassate corna e cravatte

di Massimo M. Veronese



Negli Stati Uniti si paga dazio sui tatuaggi, in Svizzera se non versi il dovuto ti sopprimono il gatto, in Cina ti costringono a fumare per far quadrare i conti dello Stato e in Polonia ti tolgono il sangue. Letteralmente...



Sarà colpa della crisi che picchia duro o dei tagli che non finiscono mai, sarà che per far quadrare i conti ti devi arrangiare come puoi, meglio se alle spalle dei fratelli, ma quando lo Stato deve metterti le mani in tasca, come piace dire alla politica, la fantasia non manca mai. Prendi l’Australia. Forti di uno studio scientifico che dimostra quanto i gas scaricati nell’aria da bovini e ovini, cioè rutti e flatulenze assortite, contribuiscano in modo consistente all'aumento dell'effetto serra hanno pensato bene di metterci sopra un balzello: esattamente 60 centesimi l’anno a bovino e 8 a ovino, più o meno cinque milioni di incassi. Non è esattamente dare fiato ai conti pubblici ma quasi. Perchè l’idea potrebbe allargarsi dato che 1 miliardo e 57 milioni di bovini e 1 miliardo e 300 milioni di ovini nel mondo producono un quinto di tutte le emissioni globali di metano. Per portarsi avanti, in Irlanda un bovino costa già 18 euro all’anno e in Danimarca 110.

Se ti sposti in America però ti prendi le tue belle soddisfazioni: basta concedere a un politico la possibilità di importi un canone qualunque e lui, obbedendo alla legge di Murphy, lo farà. L’erario Usa è un killer a sangue freddo: è stato lui, e non l’antimafia o l’Fbi, a spedire in galera Alphonse Capone detto Al. Come racconta Tgcom lo zio Sam impone tasse sui tatuaggi, sull’acquisto dello sciacquone da bagno, sul fatturato dei night club. Lap dance, localini a luci rosse, club privè. Che è praticamente come tassare le corna coniugali. E nel Tennessee se ha più di un grammo di droga in tasca devi pagare all’Erario una marca da bollo dal costo variabile in base alla sostanza. Grazie ai pusher nelle casse dello Stato siano entrati sei milioni di euro solo nel 2005. Conti, come si dice i bilanci delle squadre di calcio, drogati.

Ognuno, anche a livello tributario, ha le sue perversioni. L’Olanda concede aiuti fiscali a chi fa corsi di magia e stregoneria, la Svizzera sopprime sul posto l’animale domestico, cane o gatto che sia, se il padrone non paga i 50 franchi annuali dovuti all’Erario, norma che ha più di un secolo, dicono si chiami «la tassa che non perdona», ma che conserva sempre qualcosa di bestiale. Ognuno poi passa alla cassa a modo suo: in Gran Bretagna certe tasse sono a tempo, in Canada le paghi con i buoni fedeltà, il Brunei, così la facciamo finita una volta per tutte, nemmeno le fa pagare.

Anche nell’Europa dell’est la new economy pretende creatività per stare al passo con i tempi. In Ungheria hanno proposto un prelievo sulle cravatte per finanziare la cultura, in Polonia il prelievo te lo fanno invece direttamente in vena. Gli esattori del fisco polacchi, e poi dicono di Dracula, regalano sgravi fiscali a chi dona sangue. Quarantacinque euro di sconto. Per non svenarti insomma ti devi svenare. E in Russia si è scatenata una battaglia legale tra il fisco, che vuol tassare i resti archeologici di mammuth come fossero minerali, e le aule di giustizia che lo proibiscono. Dovesse spuntarla il primo, ironizzano i russi, la nuova tassa sui mammuth si andrebbe ad aggiungere ad altre stravaganze entrate nella storia: come l’imposta sulla barba introdotta da Pietro il Grande, il balzello prussiano sui passerotti che disturbavano il sonno o il dazio veneziano sull'ombra prodotta dai tendaggi dei locali sul suolo pubblico.

In Cina, e poi li chiamano paesi emergenti, «il fumo nuoce gravemente» è stato sostituito sui pacchetti di sigarette con un metaforico «il fumo è patriottico e fa bene alla nazione». Perchè là come qui sulla stecca c’è la percentuale di Stato. Con la differenza che nella provincia di Hubei gli impiegati sono obbligati a consumare almeno 250mila pacchetti all’anno e in altre si obbliga all’acquisto di 400 cartoni di sigarette l’anno. In Italia non abbiamo leggi così, ma sappiamo fare di meglio. Da noi, tanto per dirne una, non si può morire dopo i 99 anni perchè il codice fiscale non lo consente. Così una volta le dichiarazioni dei redditi di seimila centenari sono state ritenute sbagliate. E i vecchietti multati. Ma gli highlander non se la sono presa più di tanto. A pagare e morire, dicono, c’è sempre tempo...



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Ma guarda che sorpresa Un D'Avanzo scatenato contro le intercettazioni

di Redazione




Ecco l'articolo che documenta il voltafaccio di Repubblica: da garantista con Vittorio Emanuele a giustizialista anti Cav


Un atto d’accusa senza possibilità d’appello. Contro i magistrati ma an­che contro i giornalisti, colpevoli di abusare indegnamente delle intercet­tazioni telefoniche. I primi per pigri­zia, i secondi per morbosità masche­rata da «completezza dell’informa­zione». Una sentenza che sembra scritta oggi e che invece risale a ben cinque anni fa, al 19 giugno 2006, quando uscì sulle pagine di «la Repub­blica », a firma Giuseppe D’Avanzo. Sì, avete letto bene. L’autore della se­verissima reprimenda che denuncia­va «i due abusi incrociati e sovrappo­sti che provocano la barbarie della ci­viltà » e invocava «la tutela della pri­vacy dei singoli » dopo che sul «Corrie­re della Sera » erano uscite le intercet­tazioni di Vittorio Emanuele di Savo­ia, è lo stesso Giuseppe D’Avanzo che da più di un anno veste i panni del no­vello Torquemada. E che cavalcando le intercettazioni e le rivelazioni sulla vita privata del premier, conduce una battaglia a tutto campo contro il Cava­liere. La coerenza forse non sarà una virtù ma a rileggere quell’articolo di cui pubblichiamo ampi stralci forse qualcuno proverà un po’ divergogna.

di Giuseppe D'Avanzo

 
Siamo travolti dalle intercetta­zioni telefoniche. Da quasi un an­no ci piovono addosso decine di migliaia di frasi rubate. Comin­ciammo con la moglie del gover­natore della Banca d’Italia e baci in fronte. Oggi siamo al Savoia e alle sue voglie pazze. Nel frattempo, abbiamo sbir­ciato molti mondi. Il mondo ta­roccato di Stefano Ricucci e dei suoi amici del «quartierino». Il pianeta politicamente ambizio­so di Giovanni Consorte. E poi il mondo sotterraneo di Luciano Moggi; di arbitri in cerca di gloria; di giudici in cerca di un biglietto di tribuna; di pubblici ministeri in cerca di notizie per l’amico da proteggere. Non si salva nessu­no, pare(...).  
In questo teatro non c’è alcun attore innocente e soprattutto non c’è nessuno che faccia il suo lavoro con misura e rispet­t o degli altri, salvo rimpro­verare agli altri intempe­ranze e violazione della privacy. Naturalmente, i n prima fila c’è la magistra­tura. L e intercettazioni telefo­niche, informatiche, tele­matiche e ambientali so­no mezzi di ricerca della prova previsti dalla legge, e questo s i sa. Possono es­sere disposte solo per rea­ti di particolare gravità e, con l’autorizzazione di un giudice, per «gravi indizi» e quando sia «assoluta­mente indispensabile a i f i­n i della prosecuzione del­le indagini».  
È una estrema ratio che dovrebbe trovare il suo li­mite nell’articolo 15 della Costituzione: «La libertà e segretezza di ogni forma d i comunicazione sono i n­violabili». In realtà una magistratura pigra abusa delle intercettazioni. Con quel metodo di lavoro in­vasivo, si afferra rapida­mente i l risultato «oggetti­vo» senza dannarsi trop­po l’anima. Oggi si intercetta per il piccolissimo spaccio e per il grande traffico di droga. Per l a manipolazio­ne di una Opa e per una truffa di poche centinaia d i migliaia d i euro. È suffi­ciente contestare l’asso­ciazione per delinquere. L a bulimìa intercettatoria h a numeri spaventosi che oggi non hanno confronti internazionali.
 
Secondo l’Eurispes, ne­gli ultimi dieci anni, sono state intercettate in Italia circa 30 milioni di perso­ne; nel 2004 per l e intercet­tazioni sono stati spesi o l­tre 300 milioni di euro e il 2005 h a registrato una spe­sa ancora maggiore. Nel 2001 i telefoni intercettati sono stati 32.000. Sono di­ventati 45.000 nel 2002. 77.615 nel 2003. 92.781 nel 2004 e nel 2005 hanno superato i 107.000. Consi­derati i tempi medi delle intercettazioni, circa 45 giorni, ogni anno sarebbe­r o intercettate oltre u n m i­lione e 500.000 persone. Non è solo l a magistratu­ra a rendere ipertrofico il meccanismo. N e abusa la polizia giudiziaria quan­do diffonde le intercetta­zioni per mettere u n pub­blico ministero riottoso d i­nanzi al fatto compiuto o per condizionare le inda­gini.  
Ne abusano gli avvocati che, secondo convenien­za, scaricano in pubblico le «carte» dell’altro impu­tato per proteggere, dal clamore o dalle responsa­bilità, l’assistito che paga la parcella. 
Prima conclusione, allora. Le intercettazioni sono neces­sarie alle indagini, ma non tutte le indagini hanno biso­gno di intercettazioni. E tutta­via se le intercettazioni han­no sempre di più un effetto devastante per il diritto dei cittadini non lo si deve soltan­to a quel che finisce negli atti giudiziari, ma all’uso scape­strato e allegro che si fa di que­gli atti. La pubblicazione di quelle carte, al di là di ogni ne­­cessità, è quasi sempre colo­rata da una irritante ipocri­sia. Per non rimanere tartufe­scamente nel vago (anche se chi è senza peccato scagli la prima pietra) si può parlare di come il Corriere della Se­ra ha maneggiato l’affare giudiziario del Savoia. 
Editoriale rituale di Piero Ostellino che censura «le gi­gantesche e rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone». Qual è l’in­chiesta? In sette pagine pie­ne non si riesce a capire di che cosa si sta parlando, quali sono i fatti che hanno provocato l’indagine e gli ar­resti. La cronaca dell’affare è infatti soltanto a pagi­na 6. Non pare esse­re quello il tas­sello più im­portante. Il maggiore ri­lievo è affida­to da pagina 2 a pagina 3 a sbirciare nel buco della ser­ratura. A sbatte­re nero su bianco chiacchiere telefoni­che, nomi, facce, storie di sesso vero o presunto, turpi­loqui, vaniloqui, millante­rie e arroganza.  
Sembra essere una curio­sità morbosetta il solo inte­resse pubblico che il giorna­le diretto da Paolo Mieli at­tribuisce all’avvenimento. Chi fa sesso con chi. Come. Dove (...).  È la seconda questione. Il giornalismo italiano - tutto il giornalismo italiano, nes­suno escluso - diffonde a piene mani intercettazioni non per fare informazione, per rispettare quel «patto eti­co » con il lettore che gli impo­ne di rendere (anche con fra­si rubate) comprensibile la re­altà, di spiegare per quanto è possibile che cosa è accaduto e perché. Quelle frasi rubate sono pubblicate per mero scandalismo. Per voyeuri­smo. Il giornalismo c’entra co­me il cavolo a merenda. A chi fa i giornali non interessa sa­pere di che cosa è responsabi­le, se è responsabile, il Savoia e la sua miserabile corte, a ri­costruire il contesto che solo rende possibile comprender­ne gli errori o i reati.  
Vuole soltanto raccontar­ne la vita oscura, le miserie, le volgarità, le voglie, come se ci fosse un delizioso godimento a scoprire il mostro nella fac­cia dell’altro, nella vita degli altri. L’abuso delle intercettazio­ni della magistratura non ha nulla a che fare con l’abuso che ne fa il giornalismo italia­no, ipocritamente dissimula­to dalle consuete litanie con­tro la magistratura e da quel­la stupidaggine che nelle re­dazioni suona così: «Si pub­blica tutto ciò che abbiamo» anche se il più candido di noi sa che è vero per alcune carte ma non per tutte, natural­mente. I due abusi incrociati e sovrapposti provocano la barbarie della civiltà che ab­biamo sotto gli occhi.  
In un Paese dove il crimine di mafiosi e colletti bian­chi è patologico, sa­rebbe necessario un dibattito pubblico che possa tenere insieme le ne­cessità inve­stigative, la tutela della privacy dei sin­goli (soprattut­to se non indaga­ti, soprattutto se le intercettazioni persona­li sono irrilevanti per le inda­gini), un diritto-dovere di in­formare e di essere informati che trovi limiti nell’interesse pubblico e nel diritto altrui. Sarebbe sufficiente soltanto ritrovare le ragioni di codici deontologici che sappiano es­sere condivisi e rispettati. Fi­nirà, come sempre in Italia, con una nuova legge, con un nuovo reato iscritto nel codi­ce penale. Con la stessa impu­nità e barbarie.
(Articolo tratto da Repubblica del 19 giugno 2006)




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I guai di Futuro e Libertà Tengono tutti famiglia: gli affari dei colonnelli

di Maurizio Caverzan



Su Panorama gli intrecci di società e i favori (con soldi pubblici) ai parenti di Bocchino, Briguglio e Granata, i paladini di legalità... Dal cognato del capo ai figli dei leader in ballo milioni di euro



Affari di famiglie. Anzi, di famiglie allargate: mogli, cognati, figli, amici e parenti vari. I tre moschettieri Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata, fedelissimi del presidente della Camera Gianfranco Fini, il D’Artagnan della situazione, grandi moralizzatori della vita politica che hanno combattuto la crociata separatista del Fli «non sembrano immuni dal morbo familistico». Come scrive Panorama nel numero in edicola oggi, «negli ultimi anni milioni di euro pubblici sono andati a società amministrate o partecipate da parenti dei tre finiani». In Sicilia ci sono le società che fanno capo alla famiglia Granata e quelle del clan Briguglio. A Napoli invece c’è la ragnatela di Bocchino e consorte.

Ricerca e innovazione, corsi di formazione, sport e eventi sono i campi di azione della galassia di Granata. Dal 2001 al 2006 lui è assessore regionale ai Beni culturali e poi al Turismo. Così, tra il 2005 e il 2006, la Lucas Engine di cui è amministratore Luigi Martines, sposato con Sabrina Cortese, sorella di Paola, moglie di Granata, percepisce la bellezza di 423.450 euro per attività di «promozione e sostegno al sistema regionale per la ricerca e l’innovazione».

Interpellato da Panorama Granata dichiara di non aver «mai dato direttamente contributi a mio cognato, al limite lo hanno fatto altri assessorati». Ma la Lucas Engine che privilegia il settore energetico, ottiene casualmente denaro pubblico (24mila euro) anche per un progetto di studio su bizantini, normanni e svevi in Sicilia proprio durante il suo mandato. Quando Granata torna a Siracusa come vicesindaco, il palazzo a cinque piani che ospita la ragioneria comunale acquistato dalla solita Lucas Engine viene affittato allo stesso comune con contratti prima di sei poi di 10 anni, con una procedura che «ricorda alla lontana quella del cognato per eccellenza: Giancarlo Tulliani». Si resta sempre a Siracusa ma si cambia campo d’intervento con i 351mila euro assegnati in dieci anni da Regione, Provincia e Comune al club sportivo Match Ball (nove campi da tennis e due piscine), a cento metri dal Teatro Greco di Siracusa, di proprietà della moglie di Granata. Con la Cuiform i fondi (non ancora definiti) arrivano invece per un progetto sulla formazione.

Ma la formazione è il terreno d’azione privilegiato dell’altro campione del futurismo, Carmelo Briguglio, messinese che, insieme a Granata, vara il Cufti (Consorzio universitario per la formazione turistica internazionale), ente pubblico con le quote distribuite a metà tra l’Azienda del turismo di Taormina (area Briguglio) e quella di Siracusa (Granata). Ma anche qui c’è di mezzo una donna. È Crocifissa Maltese, detta Fina, che ha sposato Briguglio in seconde nozze. È lei il dominus del Consorzio, nel quale, distribuiti nei vari organismi, si trovano amici d’infanzia e cognati vari fino a un totale di cinque parenti dell’inflessibile onorevole. Morale, scrive Panorama «dal 2002 a oggi il Cufti, o l’“Ente Briguglio” come l’hanno malevolmente ribattezzato nel Messinese, ha ricevuto dalla regione quasi 16,6 milioni di euro».

Per scavare nell’«impero di carta di Bocchino», invece bisogna spostarsi a Napoli, dove il braccio destro di Fini sfoga la sua «passionaccia per l’editoria». E dove si pubblica il Roma, quotidiano da 4.500 copie che percepisce, attraverso la società di cui è azionista di maggioranza Gabriella Buontempo, mogli di Bocchino, la cifra spropositata di quasi 2,5 milioni di euro l’anno di fondi pubblici. Poi ci sono i finanziamenti ottenuti da L’Indipendente fino a prima della cessione della testata...




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Tanti articoli dalle toghe Fatto, Repubblica, Unità sono le gazzette dei pm?

di Stefano Zurlo


Il giudice del caso Ruby sul Fatto parla della condizione femminile in Italia. Da Spataro ai vari Ingroia e Caselli: tanti pontificano sulle inchieste. 


 
Milano - Puntano il dito contro i giornalisti ma poi mettono la loro firma in testa a corrosivi articoli pubblicati in prima pagina. Capita anche questo nel nostro paese. Capita che i magistrati procedano con la sciabola contro cronisti politicamente non corretti, capita addirittura che li querelino, ma capita anche che quei magistrati entrino nel vivo delle questioni incandescenti che dividono l’opinione pubblica. C’è una certa tradizione, in Italia, su questo versante: una pattuglia di giudici, anche molto titolati, scrive. Incide i problemi come fanno i chirurghi, oppure più semplicemente, sfrutta il trampolino della visibilità per dibattere questioni alte. Un esempio? Lo si trova, guardacaso, sul Fatto quotidiano: Annamaria Fiorillo, il pm della notte di Ruby in questura, il magistrato al centro delle polemiche con il Ministro degli interni, la Fiorillo dunque scrive un dotto articolo, in cui si prende sul serio sin dall’incipit:

«Vorrei approfittare di questo scorcio di visibilità. del tutto involontario e transitorio...». Poi, dopo aver sfiorato il tema Ruby e dopo aver seminato un enigma di cui forse non è difficile vedere la soluzione - «il nemico del genere femminile non è affatto il genere maschile e nemmeno un solo determinato individuo maschio (che per pudore chiamerò L’innominato)», passa a discutere della condizione delle donne, “noi e il maschilismo“, nel nostro Paese, chiude parafrasando Mao: «Le donne, tutte le donne, sono l’altra metà del cielo».
Un articolo come un altro, ci mancherebbe. Un articolo come quello che uno dei magistrati di punta della Procura di Milano, Armando Spataro, ha scritto, guardacaso, sempre sul Fatto qualche giorno fa. Qui Spataro, come sempre lucido e concreto, contestava la tesi della giustizia a orologeria, a proposito dell’esplosione del caso Ruby 24 ore dopo il verdetto della Corte costituzionale sul legittimo impedimento: una tesi che si può condividere oppure no e però va tenuto presente che arriva dalla cattedra autorevole della Procura di Milano.
E’ questo il punto. La magistratura è una e trina: scava alla mattina, al pomeriggio spiega sui giornali quel che ha fatto al mattino, alla mattina e al pomeriggio scrive comunicati e talvolta querela chi le ha fatto le pulci. Non sono troppe parti in commedia? Giancarlo Caselli, altra toga illustre, ha consegnato più di un editoriale a giornali - L’unità e la Repubblica - ritenuti vicini al cosiddetto partito dei giudici, partito che, naturalmente, per le correnti che lo compongono, non esiste. Insomma, le toghe tagliano le unghie al potere politico, poi lo colpiscono sui giornali e già che ci sono attaccano i giornalisti che li hanno attaccati. 

Antonio Ingroia, motore di molte delicate inchieste palermitane su Berlusconi e il berlusconismo, dopo aver partecipato al forum di lancio del Fatto - pure lui si è trovato dale parti del quotidiano di Padellaro e Travaglio - ha scritto uno splendido libretto, molto ben argomentato, C’era una volta l’intercettazione, che già dall’uso dell’imperfetto va all’attacco del governo e della sua politica giudiziaria: la tomba dei faldoni. Quale è il confine fra l’Ingroia Pm e l’Ingroia saggista? Risultato: Ingroia va avanti a intercettare, la legge è sempre coniugata al futuro.

I giudici si lamentano per il ruvido trattamento subito dai giornali. Per carità: la denigrazione, cui accennava Edmondo Brut Liberati nel suo comunicato di ieri, non è accettabile, ma la critica sì. Come peraltro riconosce lo stesso Bruti Liberati. Dunque, basta mettersi d’accordo sul concetto di par condicio. Le inchieste oggi in Italia nascono fra squilli di tromba dei giornali, vengono svelate in tempo reale, poi i pm le ratificano in prima pagina. Peccato che quando non gradiscono le indagini o gli editoriali della stampa, ricorrano a comunicati o passino direttamente alla carta bollata. Qualcosa non funziona. Ed è da molti anni che è così.





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Fini deve lasciare

di Massimo Malpica



In Senato le carte sulle società off-shore aperte ai Caraibi per la casa monegasca. Sono la prova che il proprietario è il cognato di Fini. Nonostante tutti gli indizi, il fratello di Elisabetta ha sempre negato ogni evidenza. Ma ora il castello di bugie è crollato




Roma

Più che pistola fumante, è l’eco di un colpo già esploso in autunno che risuona nell’Aula di palazzo Madama. Un colpo che, ecco la novità, non era a salve. Dietro a Printemps e Timara c’è Giancarlo Tulliani. Fino a oggi in molti lo sospettavano, compreso il «cognato» eccellente, Gianfranco Fini. Ora è un carteggio ufficiale tra il capo del governo di Saint Lucia, Stephenson King, e il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, a certificare quei sospetti come verità, a ribadire che gli esiti dell’inchiesta interna non hanno cambiato di una virgola ciò che nella capitale dell’isola caraibica già sapevano da settembre. Tulliani è il beneficial owner delle due offshore che si sono passate la casa di Montecarlo, (s)venduta da An nel luglio del 2008 per 300mila euro.

Dunque i broker internazionali di questa storia – Walfenzao, Izelaar – erano solo comparse, intermediari. Non è un caso, in fondo, che quello sia il loro lavoro. Jason Sam a Monaco, Corporate agents ltd a Santa Lucia, «battezzano» società di facciata, scatole vuote per clienti facoltosi che preferiscono appoggiarsi all’industria delle offshore per intestarsi beni mobili e immobili senza dare nell’occhio.

Non è illegale. Ed è questo che l’inchiesta delle autorità di Saint Lucia ha accertato. Tulliani, il «beneficial owner» delle due offshore, e gli intermediari coinvolti nella compravendita, «hanno rispettato leggi e regolamenti» di Saint Lucia. Di più, al governo dell’isola non interessava sapere, come scrive chiaramente il primo ministro King a Frattini, spiegandogli come anche il primo «confidential memo», quello che incastrava Tulliani come beneficiario effettivo, sarebbe dovuto restare riservato.

Ma per il fratellino di Elisabetta conta poco la «compliance» con le norme di Saint Lucia. Lui ha sempre negato di essere anche solo coinvolto di striscio in queste società. Nonostante le apparenze, che lo vedono protagonista dei lavori di ristrutturazione della casa, nonostante a quell’indirizzo si sia trasferito proprio lui. Nonostante la domiciliazione delle proprie bollette a casa del broker James Walfenzao. Nonostante un contratto d’affitto in cui le firme di locatario e locatore appaiono identiche. Circostanza questa che smentisce in maniera sonante anche l’ultimo, estremo tentativo di salvataggio compiuto da Giuseppe Consolo, ieri a Porta a Porta, e la tesi propugnata dal parlamentare-avvocato di un Tulliani «semplice beneficiario dell’immobile in quanto paga un regolare affitto».

Forse il giovane Tulliani sperava che l’inchiesta interna finisse per graziarlo, nel nome della privacy, santa patrona delle offshore. Così non è stato. Il colpo non era una bufala, non era manipolato. E, appunto, non era nemmeno a salve. Qualunque sia il gioco a cui Tulliani ha voluto giocare, sembra che gli sia andata male. Ma va anche peggio per Fini. «Se verrà dimostrato che la casa è sua, non esiterò a dimettermi», spiegò a settembre. Il carteggio ufficiale tra i governi basterà, come certezza?




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Le indagini sono finite: ecco i nostri risultati"

di Redazione


La lettera inviata dal primo ministro di Santa Lucia Stephenson King al ministro degli Esteri Franco Frattini sulle società off shore coinvolte nella compravendita della casa monegasca: sono entrambe di Giancarlo Tulliani



UFFICIO DEL PRIMO MINISTRO
Greaham Louisy Administrative Building
Waterfront, Castries
Saint Lucia

STRETTAMENTE PRIVATO E CONFIDENZIALE

10 dicembre 2010

Sig. Franco Frattini
Ministro degli Affari Esteri
Piazzale della Farnesina, 1
00138 Roma

Egregio Ministro Frattini

Facciamo seguito alla Sua richiesta con riferimento alla questione delle nostre indagini da noi effettuate relativamente alle società Printemp Ltd., Timara Ltd, e Jaman Directors Ltd.
Abbiamo allegato una copia della nota ufficiale emessa dal Procuratore Generale e Ministro della Giustizia e a me indirizzata, che è stata pubblicata da diversi quotidiani internazionali, in cui si concludeva che il Sig. Giancarlo Tulliani era il proprietario-beneficiario di tali società.

I contenuti di tale nota, che si supponeva essere di carattere privato e confidenziale, furono diramati esclusivamente per uso e informazione interni. La lettera in questione non era intesa a scopo divulgativo o per essere resa pubblica.

Le nostre indagini e il nostro interesse sono iniziati a seguito di comunicati stampa pubblicati da quotidiani internazionali, in quanto alcune società iscritte nei registri della giurisdizione di Saint Lucia interessavano gli investigatori dei giornalisti italiani. Nostro interesse primario era quello di assicurare che le suddette società e i loro agenti iscritti nei registri agissero conformemente alle leggi e alle norme vigenti che governano il settore "offshore" di Saint Lucia. E' sempre stato nostro intento che lo scopo di tali indagini fosse esclusivamente quello di accertare l'osservanza delle nostre leggi da parte delle società e dei loro rispettivi agenti, nonché quello di salvaguardare la reputazione della nostra giurisdizione offshore.

Una volta che ciò fosse stato stabilito, era altresì nostra intenzione non esprimere da parte nostra alcun altro interesse nella questione. Le indagini e tutte le informazioni raccolte a tale riguardo erano autentiche. Tuttavia, poiché gli effettivi agenti e il proprietario-beneficiario di dette società sono risultati agire conformemente alle nostre leggi, norme e regolamenti, il Governo di Saint Lucia ha di conseguenza ufficialmente chiuso le indagini riguardanti le società Printemps Ltd., Timara Ltd. e Jaman Directors Ltd., e non sussiste alcun ulteriore interesse da parte della nostra Giurisdizione per questa vicenda.

La ringraziamo per la Sua collaborazione e La preghiamo di non esitare a contattarci per qualsiasi ulteriore richiesta di assistenza da parte nostra.
Cordiali saluti

STEPHENSON KING
Primo Ministro




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Zagaria jr, l’omaggio di agenti e reclusi In fila per salutare il fratello del superboss

Cuffaro trasferito in una cella con tre detenuti comuni

Corriere del mezzogiorno


Uno sta scontando una pena per duplice omicidio e un altro per truffa. È sempre al piano terra di Rebibbia



PALERMO - Salvatore Cuffaro, condannato in via definitiva a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e per violazione del segreto istruttorio, è da ieri in una cella con altri tre detenuti «comuni», di cui uno sta scontando una pena per duplice omicidio e un altro per truffa. Da una cella singola del reparto G12, riservato ai «nuovi giunti», l’ex governatore della Sicilia - secondo quanto si è appreso - è stato trasferito nella sezione G8, sempre al piano terra, tra i reclusi in cosiddetta «media sicurezza». Si tratta, in sostanza, di detenuti comuni, che devono scontare una condanna definitiva. Per Cuffaro questa potrebbe essere tuttavia una sistemazione temporanea: probabilmente - si è appreso da fonti penitenziarie - presto gli verrà assegnata una cella singola, sempre a Rebibbia. I primi giorni di detenzione l’ex senatore del Pid li avrebbe trascorsi tranquillamente, per lo più leggendo.

27 gennaio 2011




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Berlusconi su Santoro: "Dittatura Italiani non pagate il canone Rai"

La Stampa


Ad Annozero il giornalista si scontra con il Dg Masi che telefona in diretta
Il premier: "Trasmissione vergognosa. Non hanno fatto partecipare 60 nostri supporter se un bravissimo avvocato"



ROMA

«È vergonoso, è incredibile che non abbiamo fatto entrare i nostri 60 ragazzi, e abbiano rifiutato un bravissimo avvocato come Francesco Paolo Sisto. Questa è una dittarura, bisognerebbe che gli italiani non pagassero più il canone, perché la maggior parte ha votato Silvio Berlusconi ed è costretta a non vedersi rappresentata dal servizio pubblico». Lo ha detto, secondo quanto riferiscono i presenti, il premier Silvio Berlusconi durante la cena di compleanno di Micaela Biancofiore alll’Hotel Majestic commentando la trasmissione che ieri sera Michele Santoro ha dedicato al caso Ruby. Durante la trasmissione ha telefonato in diretta il dg Rai Mauro Masi che ha bacchettato il giornalista.

«Alla fine a poterci difendere c’era solo Belpietro - ha tuonato alla cena Berlusconi - e doveva andarsene anche lui». La rabbia del premier contro Santoro non s'è fermata qui: «Togliamo l’athority per le tlc, tanto non serve a niente», ha aggiunto. «E allora cancelliamo anche i servizi segreti che sul caso Ruby non ti hanno avvertito per niente- ha repicato uno dei ministri presenti -: basta con queste migliaia di persone in vacanza permanente».

Nonostante fosse infuriato con Michele Santoro e la sua trasmissione sul caso Ruby, alla festa ieri sera il Cavaliere è sembrato a tutti di ottimo umore: ha cantato in francese, raccontato barzellette, e festeggiato affettuosamente la Biancofiore quando ha spento le candeline rosse sulla grande torta di fragole e panna in abito Gai Mattiolo total red. Berlusconi si è appartato a parlare con i ministri Maroni e Frattini, che rappresentavano il governo alla festa insieme alla Gelmini, la Carfagna e Romani. Presenti anche molti deputati del Pdl.

Intanto, al termine della puntata di AnnoZero Michele Santoro s'è tenuto lontano dalle polemiche: «Non ho fatto alcuno scontro con il direttore generale della Rai Mauro Masi e «non commento le reazioni politiche alla trasmissione», ha detto. Santoro precisa: «ho chiarito le prerogative mie e quelle del direttore generale. Ripeto, nessuno scontro. Se poi lui l’ha avuto con me, fatti suoi. Ho fatto il mio lavoro come al solito».

E quanto alle reazioni politiche che sono venute alla puntata, come quella dello stesso presidente del Consiglio e di alcuni ministri e di parlamentari della maggioranza che chiamano in casa la commissione di Vigilanza e parlano di richiesta di sospensione del programma, Santoro replica «nessun commento».

A pochi giorni dalla telefonata in diretta di Berlusconi all’Infedele e dallo scontro tra il premier e Gad Lerner, nel corso della puntata della trasmissione di Santoro il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha telefonato in diretta chiamare Annozero. «A tutela dell’azienda mi debbo dissociare dalla maniera più chiara dal tipo di trasmissione che lei sta impostando, come quella della settimana scorsa«, è il monito del dg al giornalista, che apre un duro botta e risposta tra i due. «Ad avviso mio e dei nostri legali - avverte Masi - lei sta violando il Codice di autoregolamentazione sui processi in tv, tema sollevato non più tardi di venerdì scorso anche dal presidente della Repubblica Napolitano».

Santoro - che nell’anteprima aveva preso le distanze dalla circolare del dg sulla necessità di una partecipazione paritetica del pubblico rispetto alle posizioni degli ospiti («io le claque non le voglio») - incalza il dg chiedendogli a più riprese se intenda chiudere la trasmissione. «Io non interrompo la trasmissione: ho sempre garantito che andasse in onda -, precisa Masi». «Non stiamo violando le regole? Risponda!» insiste Santoro. «Non sono io che debbo stabilirlo«, dice allora il dg. E ancora, pungolato dal giornalista: «Dissocio me stesso e l’azienda da un tipo di trasmissione che potrebbe violare il codice», frena. Poi un un brusco buonanotte di Santoro chiude la conversazione.

Dopo la telefonata, Masi fa sapere di aver ribadito per iscritto a Santoro, dopo aver visto la scaletta, «la preoccupazione per un taglio del programma che metteva al rischio l’azienda da nuove sanzioni, anche economiche. È arrivato il momento in cui ognuno deve assumersi e proprie responsabilità ed io mi sono assunto le mie, ripeto, a tutela dell’azienda e dei cittadini telespettatori». E poi, poco prima della chiusura della puntata, sottolinea: »Sul rispetto delle regole vado fino in fondo«.

Con il dg si schierano governo e Pdl. «Anche stasera Annozero ha superato ogni limite del decoro, della decenza e del rispetto della deontologia giornalistica», attacca il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, annunciando che si attiverà presso le sedi opportune per «richiedere la più stretta osservanza delle regole così gravemente violate«.

Il portavoce del partito, Daniele Capezzone, critica Santoro e parla di toni «da piazza Venezia«, mentre altri esponenti del Pdl protestano per l’esclusione del deputato Francesco Paolo Sisto dagli ospiti e di sessanta simpatizzanti dal pubblico, chiedendo la sospensione del programma.

Il Pd invoca invece le dimissioni del dg: »Con una telefonata, iniziata con toni da censura golpista e conclusa con un balbettio da operetta, Masi conferma che non può continuare a guidare la Rai«, accusa il responsabile del forum comunicazioni, Paolo Gentiloni. Sulla stessa linea l’Idv: »È in gioco la democrazia del Paese«, è la convinzione del portavoce Leoluca Orlando. Sul fronte Rai, il consigliere Nino Rizzo Nervo si augura che »presto Masi si dissoci da se stesso per avere ancora una volta dimostrato che non è in grado di guidare il servizio pubblico e, prendendo coscienza della sua imperizia, tolga il disturbo«.

Carlo Verna, segretario dell’Usigrai, parla di »delirio senza precedenti« del dg, chiede un »incontro urgente« all’azionista ministero dell’Economia e sollecita »risposte« dal cda. .




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Più procura per tutti

Il Tempo


Casa Tulliani è di Tulliani. Fli denuncia Frattini. E le carte della procura di Milano sul Ruby-gate arrivano a ondate. Siamo al caos istituzionale. È una guerra in cui non ci sarà vincitore, l’epilogo sarà quello del deserto radioattivo della politica.


Nella strategia militare c’è una sigla che quando compare fa venire i brividi: MAD. Significa Mutual Assured Destruction, cioè mutua distruzione assicurata. È lo scenario della guerra termonucleare: le armi sono letali per tutti, non esiste armistizio né pace. C’è solo la distruzione totale. Cari lettori de Il Tempo, mi pare che le istituzioni della nostra Repubblica stiano correndo questo rischio. La giornata di ieri è esemplare: il ministro Franco Frattini risponde in Parlamento a un’interrogazione sul caso Fini-Montecarlo, i parlamentari di Futuro e Libertà denunciano Frattini alla magistratura e chiedono le dimissioni del presidente del Senato.

Nel frattempo le carte della procura di Milano sul Ruby-gate arrivano a ondate, un’operazione che punta a tritare mediaticamente Silvio Berlusconi. Il quale a sua volta risponde a questo assalto con altrettanta veemenza. È una guerra senza confini che si proietta sui giornali e sulle televisioni, in particolare sulla Rai, dove la falange di Annozero compie la sua missione antiberlusconiana del giovedì sfornando un programma dal quale il direttore generale di Viale Mazzini, si dissocia telefonando in studio. Caos e più procura per tutti. È una guerra in cui non ci sarà vincitore, l’epilogo sarà quello del deserto radioattivo della politica. La caccia a Citizen Berlusconi va oltre ogni limite istituzionale, ormai sconfina nell’odio personale e di fazione. Quando la pioggia e la cenere radioattiva si poseranno, in uno scenario lunare, vedremo avanzare nel Paese una sola armata: quella della magistratura.


Mario Sechi
28/01/2011




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Trafugano i cavi della Telecom e isolano 200 persone, due arresti a Paternò

Corriere del mezzogiorno


S'erano impossessati di 300 metri di rame dalle linee della società, fermati mentre lo trasportavano in auto



Cavi di rame utilizzati in telefonia
Cavi di rame utilizzati in telefonia

CATANIA - Il sempre più pregiato, richiesto e quindi trafugato rame, ha provocato stavolta l'isolamento di circa 200 abitanti di contrada Fontane Bianche, a Paternò, in provincia di Catania. Gli utenti sono rimasti senza linea telefonica a causa del furto di 300 metri di cavi di rame dalle linee aeree della società. Due presunti autori del furto, Luigi Borzì, di 25 anni, ed un incensurato di 28 sono stati però arrestati poco dopo dai carabinieri.

ALLO SCOPERTO - I ladri sono stati sorpresi mentre a bordo di un’auto, di proprietà del 28enne, trasportavano il rame, già privo dalla guaina che lo rivestiva.


Redazione online
27 gennaio 2011




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Furti di opere d'arte, recuperati 3.529 beni per un valore di 2.275.500 euro

Corriere del mezzogiorno


Il saccheggio diminuisce ma rimane la piaga endemica dei tombaroli. I carabinieri hanno intensificato i controlli



I carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale
I carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale

PALERMO - Sette colpi in meno: diminuiscono i furti di opere d'arte in Sicilia, dove dai 51 del 2009 si è passati ai 44 del 2010. È uno dei risultati dell'attività svolta durante lo scorso anno dai carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale, che hanno inoltre recuperato 3.529 beni del Patrimonio culturale, per un valore commerciale di 2.275.500 euro.

IL CONTROLLO DEL MERCATO - Il calo dei furti, secondo gli investigatori, sarebbe in parte spiegabile anche attraverso l'intensificarsi delle attività di controllo al mercato, sia quello di tipo tradizionale, esercizi commerciali, fiere e mercatini, sia al nuovo mercato telematico, siti web. Secondo i dati che provengono dalla banca dati dei Beni culturali illecitamente sottratti, costantemente aggiornata dallo speciale nucleo dei Carabinieri, nell'Isola sono stati due i furti nei musei (uno nel 2009); undici quelli ai danni di Enti pubblici (7 nel 2009), ventidue quelli alle chiese (27 nel 2009), nove ai danni di privati (16 nel 2009).

PALERMO, PRIMATO DEI FURTI - In particolare sono stati registrati per provincia: un furto ad Agrigento (8 nel 2009); due a Caltanissetta (nessuno nel 2009), nove a Catania (13 nel 2009), nessuno ad Enna (2 nel 2009), tre a Messina (7 mel 2009); diciassette a Palermo (8 nel 2009), due a Ragusa (nessuno nel 2009); quattro a Siracusa (2 nel 2009); quattro a Trapani.


I NUMERI DELL'OPERAZIONE - Nell'ambito dell'attività di prevenzione i militari hanno portato a termine 683 controlli ed ispezioni, (484 nel 2009), in tutte le province siciliane: 113 verifiche sicurezza a musei, biblioteche e archivi (81 nel 2009), 174 controlli ad aree archeologiche (102 nel 2009), 85 controlli ad aree tutelate da vincolo paesaggistico (50 nel 2009), 215 controlli a esercizi antiquariali, commerciali e privati (202 nel 2009), 96 controlli a mercati e fiere antiquariali (49 nel 2009). Inoltre, sono state elevate 17 sanzioni amministrative per inosservanza degli obblighi previsti a carico dei commercianti.

DIMINUITI I FURTI IN CHIESA - Altro dato che emerge e' la diminuzione dei furti ai danni di chiese ed enti religiosi. Un calo determinato, secondo gli investigatori, anche da un maggior controllo, in sinergia con l'Arma territoriale, attuato dalle varie diocesi siciliane che hanno migliorato i sistemi di sicurezza e di allarme ed avviato la completa catalogazione informatica dei beni chiesastici. I carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale, inoltre, nel 2010 hanno recuperato 2.193 beni archeologici, 540 beni d'antiquariato, 426 beni librari e archivistici, 348 beni paleontologici e 22 beni artistici falsi, per un totale di 3.529 oggetti del Patrimonio culturale, quantificabili in un valore commerciale di 2.275.500 euro (901.700 euro nel 2009) che nel corso del 2010 sono stati restituiti, attraverso musei, chiese, soprintendenze, alla fruizione della collettività e dei privati.

LA PIAGA TOMBAROLI - I numeri relativi ai reperti archeologici recuperati, secondo gli investigatori, «è sintomatico di una situazione endemica di saccheggio dei siti archeologici siciliani, da parte di tombaroli, che difficilmente può avere riscontro attraverso le segnalazioni e le denunce di simili tipologie di reato (scavo clandestino)». Le segnalazioni di scavo clandestino nei siti archeologici siciliani, giunte al Nucleo dei carabinieri da tutte le soprintendenze dell'isola, relativamente al 2010, sono state 15 a fronte delle 25 del 2009. Tra le attività di carattere repressivo più significative che hanno visto impegnati i Carabinieri vi sono state quelle relative al recupero di 930 reperti archeologici ad Agrigento, il 23 aprile 2010, e al recupero di 124 oggetti sacri a Messina, il 7 dicembre 2010, in entrambi i casi presso abitazioni private.


Redazione online
27 gennaio 2011




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Protezione civile: arrestata Marta Di Gennaro, ex vice di Bertolaso

Corriere della sera


Fermato anche il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania


Accuse di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali: in manette altri 12


Marta Di Gennaro
Marta Di Gennaro
MILANO - Marta Di Gennaro, ex vice di Guido Bertolaso alla Protezione civile, e il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania, sono stati arrestati nell'ambito di un'operazione per reati ambientali eseguita in varie zone d'Italia dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) e dalla Guardia di finanza di Napoli, coordinata dalla procura della Repubblica di Napoli. Ai due è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. Nella stessa operazione sono state arrestate altre dodici persone e vi sono 38 indagati, tra questi vi sono anche l' ex presidente della Campania, Antonio Bassolino, l'ex assessore regionale Luigi Nocera e l'ex capo della segreteria politica di Bassolino, Gianfranco Nappi. Le accuse sono di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali. Sequestri di documentazione sono stati messi in atto in diverse sedi istituzionali, come la Prefettura di Napoli, la Regione Campania ma anche la Protezione civile di Roma e in sedi di aziende di rilievo nazionale.

PERCOLATO IN MARE - Secondol la procura di Napoli ci sarebbe stato un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani che ha portato a immettere per anni sul tratto di costa tra Napoli e Caserta percolato non trattato, liquido prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani. Il percolato era portato nei depuratori senza alcun trattamento e da lì finiva in mare. Per Marta Del Gennaro si tratta del secondo provvedimento cautelare, perché già coinvolta in un'inchiesta sempre in materia di rifiuti; anche Catenacci è stato già indagato nell'ambito del suo ruolo di commissario e attualmente è a capo della Sapna, società provinciale per il reciclo dei rifiuti.

Redazione online
28 gennaio 2011



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E intanto le toghe scrivono sulla gazzetta "amica"

di Stefano Zurlo


Il giudice del caso Ruby sul Fatto parla della condizione femminile in Italia. Da Spataro ai vari Ingroia e Caselli sono in tanti a pontificare su inchieste delicate


Puntano il dito contro i giornalisti ma poi mettono la loro firma in testa a corrosivi articoli pubblicati in prima pagina. Capita anche questo nel nostro paese. Capita che i magistrati procedano con la sciabola contro cronisti politicamente non corretti, capita addirittura che li querelino, ma capita anche che quei magistrati entrino nel vivo delle questioni incandescenti che dividono l’opinione pubblica.

C’è una certa tradizione, in Italia, su questo versante: una pattuglia di giudici, anche molto titolati, scrive. Incide i problemi come fanno i chirurghi, oppure più semplicemente, sfrutta il trampolino della visibilità per dibattere questioni alte. Un esempio? Lo si trova, guardacaso, sul Fatto quotidiano: Annamaria Fiorillo, il pm della notte di Ruby in questura, il magistrato al centro delle polemiche con il Ministro degli interni, la Fiorillo dunque scrive un dotto articolo, in cui si prende sul serio sin dall’incipit:

«Vorrei approfittare di questo scorcio di visibilità. del tutto involontario e transitorio...». Poi, dopo aver sfiorato il tema Ruby e dopo aver seminato un enigma di cui forse non è difficile vedere la soluzione - «il nemico del genere femminile non è affatto il genere maschile e nemmeno un solo determinato individuo maschio (che per pudore chiamerò L’innominato)», passa a discutere della condizione delle donne, “noi e il maschilismo“, nel nostro Paese, chiude parafrasando Mao: «Le donne, tutte le donne, sono l’altra metà del cielo».

Un articolo come un altro, ci mancherebbe. Un articolo come quello che uno dei magistrati di punta della Procura di Milano, Armando Spataro, ha scritto, guardacaso, sempre sul Fatto qualche giorno fa. Qui Spataro, come sempre lucido e concreto, contestava la tesi della giustizia a orologeria, a proposito dell’esplosione del caso Ruby 24 ore dopo il verdetto della Corte costituzionale sul legittimo impedimento: una tesi che si può condividere oppure no e però va tenuto presente che arriva dalla cattedra autorevole della Procura di Milano. E’ questo il punto. La magistratura è una e trina: scava alla mattina, al pomeriggio spiega sui giornali quel che ha fatto al mattino, alla mattina e al pomeriggio scrive comunicati e talvolta querela chi le ha fatto le pulci. Non sono troppe parti in commedia?

Giancarlo Caselli, altra toga illustre, ha consegnato più di un editoriale a giornali - L’unità e la Repubblica - ritenuti vicini al cosiddetto partito dei giudici, partito che, naturalmente, per le correnti che lo compongono, non esiste. Insomma, le toghe tagliano le unghie al potere politico, poi lo colpiscono sui giornali e già che ci sono attaccano i giornalisti che li hanno attaccati. Antonio Ingroia, motore di molte delicate inchieste palermitane su Berlusconi e il berlusconismo, dopo aver partecipato al forum di lancio del Fatto - pure lui si è trovato dale parti del quotidiano di Padellaro e Travaglio - ha scritto uno splendido libretto, molto ben argomentato, C’era una volta l’intercettazione, che già dall’uso dell’imperfetto va all’attacco del governo e della sua politica giudiziaria: la tomba dei faldoni.

Quale è il confine fra l’Ingroia Pm e l’Ingroia saggista? Risultato: Ingroia va avanti a intercettare, la legge è sempre coniugata al futuro.I giudici si lamentano per il ruvido trattamento subito dai giornali. Per carità: la denigrazione, cui accennava Edmondo Brut Liberati nel suo comunicato di ieri, non è accettabile, ma la critica sì. Come peraltro riconosce lo stesso Bruti Liberati. Dunque, basta mettersi d’accordo sul concetto di par condicio. Le inchieste oggi in Italia nascono fra squilli di tromba dei giornali, vengono svelate in tempo reale, poi i pm le ratificano in prima pagina. Peccato che quando non gradiscono le indagini o gli editoriali della stampa, ricorrano a comunicati o passino direttamente alla carta bollata. Qualcosa non funziona. Ed è da molti anni che è così.




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Annozero, scontro in diretta tra il dg Masi e Michele Santoro

Corriere della sera

Il direttore chiama in trasmissione: «Mi dissocio»


MILANO - Scontro in diretta su Raidue tra Michele Santoro, conduttore di Annozero che stasera torna sul caso Ruby, e il direttore generale Mauro Masi. Dopo l'anteprima, in cui sono stati proposti stralci delle intercettazioni sulle feste di Arcore, Masi ha telefonato in trasmissione dissociarsi dall'impostazione della puntata.

LA TELEFONATA - «Non sono mai intervenuto direttamente - ha esordito Masi al telefono rivolgendosi a Santoro - anche quando mi ha citato in diretta. Ma stavolta faccio un'eccezione. A tutela dell'azienda di cui sono direttore generale e che è anche la sua azienda, mi debbo dissociare nella maniera più chiara dal tipo di trasmissione che lei sta impostando, ad avviso mio e dei nostri legali in base al codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione dei processi in tv, tema sollevato non più tardi di venerdì scorso anche dal presidente della Repubblica Napolitano».

Santoro, che aveva aperto la puntata prendendo le distanze dalla circolare di Masi sulla necessità di una partecipazione paritetica del pubblico rispetto alle posizioni degli ospiti, ha allora incalzato il dg chiedendogli se a suo avviso la trasmissione violasse le regole e dunque se volesse chiuderla. Masi allora ha risposto: «Le sto dicendo che ritiro me stesso e l'azienda dal tipo di trasmissione che sta facendo». «Se ritira se stesso - ha commentato Santoro - mi pare anche buono». «Ho sempre garantito che la trasmissione andasse in onda - ha detto ancora il dg -. Ma non sono io che debbo stabilire se le regole vengono violate o no», ha ribadito Masi, prima che Santoro chiudesse bruscamente la conversazione con un secco buonanotte.



LE ACCUSE DI IDV - «Ormai telefonare in diretta alle telefonate televisive è diventata una moda. Masi è un pallido imitatore di Berlusconi e ha già fatto troppi guai, economici e di immagine, alla più' grande azienda culturale del Paese. Ha tentato di intimidire il conduttore e gli autori e di censurare Annozero, ma gli è andata male. Ha fatto una figura barbina, dovrebbe avere il buon gusto di dimettersi». È il commento del capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi, il primo a commentare l'incursione telefonica di Masi nel salotto di Santoro.

L'INDIGNAZIONE DEL PD - «Con una telefonata, iniziata con toni da censura golpista e conclusa con un balbettio da operetta, Masi conferma che non può continuare a guidare la Rai»: è invece questo il commento del responsabile del forum comunicazioni del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, a proposito dell'intervento del direttore generale della tv pubblica nel corso della trasmissione di Annozero. «Milioni di telespettatori hanno constatato l'assoluta inadeguatezza di un vertice Rai ridotto a fare minacciose telefonate su commissione nei confronti del programma di informazione di punta della propria azienda», conclude Gentiloni.


LA DIFESA DI CAPEZZONE - «Forse Santoro l'ha dimenticato: lui non è il padrone della Rai, ma qualcuno a cui il principesco stipendio è pagato con i soldi dei cittadini. Il modo in cui si è rivolto al direttore generale Masi e al pubblico fa pensare a una nuova Piazza Venezia. Negli anni Trenta c'era la radio, ora il balcone è televisivo. Stasera Annozero sta superando ogni limite». Taglia corto Daniele Capezzone, portavoce del Pdl.

Redazione online
27 gennaio 2011