sabato 29 gennaio 2011

Di Pietro sale sul carro di Santoro e Travaglio: "In piazza per fermare il dittatore di Arcore"

di Andrea Indini


Il 13 febbraio il popolo anti Cav protesta davanti al tribunale di Milano. Ci sarà anche il leader Idv: "Fermeremo le manovre golpiste del premier". Dal Pdl invece senso di responsabilità: "Non scenderemo in piazza". E la Santanché spiega: "Non vogliamo alzare i toni"






Roma - Non poteva certo mancare Antonio Di Pietro alla manifestazione del 13 febbraio. Mancava soltanto il laeder dell'Idv per avere davanti al tribunale la più agguerrita platea degli anti Cav. Così l'ex pm di Mani Pulite salta sul carro di Santoro, Travaglio e compagni per "fermare le manovre golpiste di Berlusconi". Una manifestazione - quella del 13 febbraio - che si nasconde dietro al diritto di espressione, ma che ha come unico scopo quello di scaldare la piazza contro il presidente del Consiglio. Così, mentre il Pdl fa sapere che non manifesterà contro i pm politicizzati proprio per evitare che lo scontro si faccia troppo forte, Di Pietro butta benzina sul fuoco. E la situazione, già resa incandescente dall'assalto giudiziario messo in atto dalla magistratura, rischia di farsi sempre più pericolosa.

Di Pietro in piazza con Santoro La manifestazione di fronte alla procura di Milano era stata convocata da Beppe Giulietti, Federico Orlando e Articolo 21. Subito è stata rilanciata ieri da Barbara Spinelli, Michele Santoro e Marco Travaglio. Oggi anche Di Pietro ha fatto sapere che non mancherà: "Non si può più rimanere inerti di fronte alle manovre sempre più sfacciatamente golpiste dell’uomo che, indegnamente, ricopre la carica di presidente del Consiglio e che ormai, pur di sfuggire alla giustizia, è pronto davvero a tutto". Proprio nel giorno in cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva chiesto di abbassare i toni, l'ex pm si è subito adoperato per riscaldare gli animi accusando il Cavaliere di "tenere in ostaggio" l'Italia. L'intenzione di Di Pietro è proprio quella di fare leva sulla "rabbia che cresce in questo paese" per poterla portare in piazza: "Mobilitiamo l’indignazione collettiva per evitare la rivolta violenta che oramai è alle porte se non ci diamo una mossa a liberare il paese dal nostro piccolo meschino dittatorello di Arcore".

Il senso di responsabilità del Pdl Al contrario di Santoro e compagni il Pdl ha dimostrato senso di responsabilità nel tentativo di far rientrare lo scontro che si è venuto a creare nelle ultime settimane. Il coordinatore Ignazio La Russa ha fatto sapere che non ci sarà alcuna manifestazione del Pdl il 13 febbraio, né a Milano né in altre regioni d’Italia. "Noi non vogliamo alzare i toni - ha spiegato il sottosegretario Daniela Santanchè - noi li vorremmo abbassare ma bisognerebbe parlare con quel partito che è composto oltre che dall’opposizione dal partito dei giornali, in testa Repubblica, al partito di quei giornalisti televisivi diventati militanti". Per questo, ha spiegato La Russa, il Pdl preferisce allestire dei gazebo in tutta Italia per raccogliere le firme al governo: "Sottoscrivere la fiducia al presidente è più importante di rinchiudersi nei teatri o qualsiasi piazza". "L’unica notizia della giornata è che finalmente abbiamo scoperto che il Pd ha trovato due leader - ha chiosato la Santanchè - al Sud coperto da Saviano che ha commissariato le primarie e al Nord Santoro, che ha gettato la maschera".







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Opposizione addio, è l'era dei tribuni

di Vittorio Macioce


L'assenza di leader politici veri ha lasciato campo libero ai predicatori dell'odio contro il premier, che ora spingono l'Italia verso la guerra civile con toni da Santa Inquisizione. Così la Boccassini non è più un pm: è la dea purificatrice



 


Addio politica, questo è il tempo dei tribuni. Mi­chele Santoro, Barbara Spinelli e Marco Travaglio danno appuntamento al popolo giacobino il 13 feb­braio davanti al tribunale di Milano. Qui si sta an­dando verso un punto di non ritorno. Questa è una piazza diversa. Non è quella politica. Non è sindaca­le. Non è la società civile. È la piazza dei predicato­ri, quelli che hanno fatto dell’antiberlusconismo un’ideologia. Lo scontro a questo punto è radicale. Bersani, Fini, D’Alema, Veltroni, Vendola, Di Pie­tro, Casini non sono più i leader dell’opposizione. Pagano un vuoto di leadership e personalità. Il ri­schio ora è che l a politica torni ostaggio di quello che avviene in Procura.

Comunque vada a finire sarà una cicatrice che ci porteremo nel futuro. Montecchi o Capuleti. L’Italia sarà dinuovoque­sto. Torna inmente ilmo­nologo finale di Mercu­zio: «Maledette le vostre due famiglie. Avete fatto di m e carne per vermi». Il potere si riconosce dai gesti. Rosy Bindi è se­duta dentro l’anfiteatro di «Anno Zero», sta spie­gando la strategia futura del Pd. C i crede. È ottimi­sta. Non si preoccupa di chi sarà il candidato pre­mier. Questo - dice - non è fondamentale. Santoro la ascolta. Fa una smor­fia. Scuote la testa e con u n gesto della mano l a li­quida, interrompendola. L’immagine è quella di un leader di partito che sorvola, u n po’ infastidi­to, sulle sciocchezze di una peones.

Il potere si riconosce dalle parole, d a u n s ì o d a u n no. Il ventre d i Napoli nasconde di tutto. Qual­cuno pensava che Bassoli­no era stato inghiottito dai rifiuti. È bastato scava­r e u n po’ per ritrovarselo ancora lì, con il sorriso d i sempre. S i v a a votare per le primarie e spunta il suo candidato. S i chiama Coz­zolino e d è vincente. Im­barazzo. Sorpresa. Be­stemmie. Sembra che il voto sia taroccato. S i rac­conta di cinesi in fila ai seggi del Pd. Cozzolino ­si grida - h a imbrogliato. Che fare? Saviano c i pen­s a s u e poi f a sapere: van­n o annullate. È tutto sba­gliato, è tutto da rifare. Bersani un minuto dopo si mette sull’attenti: fac­ciamo come dice Savia­no. E così sia.

Cosa accade quando i tribuni prendono l a piaz­za? Non si ragiona più di democrazia, m a l a logica diventa quella della guer­r a civile. I tribuni non v o­gliono semplicemente mandarea casa Berlusco­ni. Non credono nel voto. Nonci credono perché ri­tengono che il corpo del­­l’Italia sia corrotto. È in­cancrenito. Bisogna fare piazza pulita di tutto il berlusconismo. Il Cava­liere è lo specchio della parte sporca del Paese. Come scrive D e Magistris sul Fatto non è più temp o d i mezze misure. Chi non s i schiera è u n collabora­zionista. L a questione in­sommaè diventata antro­pologica. Questa è l a piaz­za dei puri, gli altri sono gli appestati. Serve u n Ar­mageddonche divida i vi­vi e i morti.

L a piazza dei tribuni vuole l a fine d i u n mondo. La democrazia non basta per realizzare tutto questo. Serve l a «giu­stizia ». Qualsiasi mezzo è morale s e serve a ripulire questo pezzo di terra. L a Boccassini, come una fu­ria rossa, non è più solo u n pm, m a una dea purifi­catrice. Esagerato? Sareb­b e bello s e non fosse così, m a l a morte della politica ci sta facendo scivolare ogni giorno di più verso questa dimensione. Il P d cercava u n Papa stranie­ro, verrà commissariato da una confraternita di Savonarola e dagli angeli del giustizialismo. I tribuni non teorizzano tutto questo. Non sem­pre, almeno. Ma il loro modo di ragionare parte da qui. Sono cose che ti urlano i n faccia a microfo­ni spenti. Saviano, da qualche tempo, h a preso anche lui i voti. Non è più l o scrittore che h a raccon­tato Gomorra. È il santo dell’antimafia. E qui c’è il salto di qualità, la prova che stiamo andando ver­so la metapolitica. L a le­galità è un valore, non una religione. L a legalità non ha bisogno di santi. Quando la folla va nelle piazze dei tribunali d i so­lito si porta dietrounafor­ca.



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Bandito Giuliano, smentita compatibilità dna

Libero







"Smentisco che dagli accertamenti finora eseguiti sia emersa la compatibilità tra il dna estratto dal cadavere riesumato a ottobre a Montelepre, ritenuto del bandito Giuliano, con quello dei consanguinei finora usato per la comparazione". Così il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio  Ingroia, ha smentito le notizie riportate da alcuni quotidiani sull'accertamento del dna del re di Montelepre, Salvatore Giuliano, il leggendario bandito ucciso a Castelvetrano (Trapani) nel luglio 1960.

L'INCHIESTA -
La Procura di Palermo ha contestualmente aperto un’inchiesta per accertare che il cadavere che riposa da cinquantanni nel cimitero di Montelpre sia effettivamente quello del bandito o di un’altra persona. Il   procuratore aggiunto, che coordina l’inchiesta, esclude così al momento anche la possibilità "della sostituzione di cadavere che costituisce oggetto dell’indagine". I risultati definitivi del dna comparato si avranno soltanto nelle prossime settimane.

L'IPOTESI - In precedenza era trapelato che gli accertamenti medico-legali e il test del Dna avessero confermato che i resti sepolti nel cimitero di Montelepre fossero del bandito. I magistrati di Palermo avevano riaperto le indagini dopo 51 anni in seguito all’esposto dello storico Giuseppe Casarrubea, il quale aveva ipotizzato che Giuliano avesse fatto uccidere una persona per farla seppellire al posto suo e potere così godersi una indisturbata latitanza. Il profilo genetico estratto da quanto restava della salma avrebbe coinciso, infatti, con quello del nipote Giuseppe Sciortino Giuliano, figlio della sorella del bandito; anche l’esame obiettivo delle ossa, il femore in particolare, evidenzia una corrispondenza con l’altezza del criminale: in base alla carta d’identità e alla scheda del servizio militare era alto 162-166 centimetri.

29/01/2011





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Casalinghe, assicurazione infortuni: pagamenti entro il 31 gennaio

Sbagliano foto, va in carcere per 2 anni: ma era solo un omonimo del colpevole

Il Messaggero


di Giulio De Santis

ROMA - Non ci sono soltanto i processi lumaca a rendere amara la vita nei tribunali, perchè certe volte la giustizia può diventare crudele in tempi rapidi ma sbagliando clamorosamente. Come è successo a Marco Moreschini, 34 anni, che oggi avrebbe una vita diversa, magari più bella, se quattro anni fa le forze dell’ordine avessero mandato la foto giusta ai magistrati che cercavano un suo omonimo. Cioè quella del vero Marco Moreschini, nato negli anni’60, sospettato di essere coinvolto in una rapina violenta. Purtroppo per un errore inspiegabile inviarono la foto del Marco più giovane. Che da quel momento è stato privato della libertà per due anni, è stato condannato in un primo processo per un crimine mai commesso, ha rischiato di gettare la vita al vento. Un calvario terminato la scorsa settimana, quando il Tribunale di Roma si è occupato nuovamente del suo caso dopo che la Corte d’Appello aveva annullato la prima condanna e lo ha dichiarato innocente. E ammettendo anche la distrazione di chi confuse le foto da esaminare. Negligenza rimarcata più volte dal pubblico ministero nel corso della discussione.

Tutto ha inizio la notte del 7 giugno del 2007.
Sono le quattro del mattino quando due studenti universitari vengono fermati da un pazzo con ascia sul Ponte delle Valli che vuole i loro portafogli. I due giovani consegnano soldi e due assegni. Pochi giorni dopo una signora anziana va in Banca a cambiare i due assegni rubati. La fermano e lei spiega: «Ma me li ha dati mio figlio, Marco Moreschini. Quando è nato? Negli anni 60”. Gli inquirenti che stanno indagando, chiedono la foto segnalazione di Marco Moreschini nato negli anni 60. Ad essere inviata però è un’altra foto. Quella di Marco Moreschini, nato nel ’77. L’altro Marco esce dall’inchiesta sulla rapina. Per sempre. D’altronde è troppo gracile per compiere una rapina cosi violenta. Mentre nei gangli della giustizia rimane impigliato il Marco giovane.

E tutto accade per un altro scherzo del destino. Il suo volto, i suoi lineamenti somigliano per un incredibile coincidenza alla persona responsabile della rapina. Cosi dicono le due vittime, due studenti universitari fuori sede, quando vedono la faccia paffuta del giovane Marco. MorescHini finisce in carcere dove resta un anno. Poi va ai domiciliari per altri dieci mesi. Viene condannato in primo grado a marzo del 2008. In appello il processo è annullato. E si ricomincia tutto da capo. Un odissea che Marco affronta male, nonostante sia innocente. Si lascia andare con la droga. Intanto emerge una altra incredibile coincidenza: la sua somiglianza con chi aveva commesso la rapina, tale da confondere le due vittime. Entrambe, senza sapere nulla sull’identità del sosia di Marco, si dicono sicure che si, «è lui che ci ha rapinati». Ormai l’accusa fa acqua da tutte le parti. E cosi i giudici della settima sezione penale assolvono Marco Moreschini giovane. E l’altro Moreschini? Ormai è tardi. E non si troverà mai. »Un incredibile svista nell’invio della foto ha provocato questo terremoto» commentano gli avvocati Pasquale Ciampa e Daniel Giudice, difensori del ragazzo assolto.

Sabato 29 Gennaio 2011 - 14:57    Ultimo aggiornamento: 14:58




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Anche il Santoro olandese bacchetta Annozero: "Regime in Italia? Non c'è mica il comunismo..."

di Matthias Pfaender



Martin Simek è uno degli anchorman più famosi d'Olanda e si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria: "Santoro? Non è un giornalista ma un attore che recita male la parte del conduttore. Nel mio Paese non gli permetterebbero di fare un programma così fazioso"



 


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Conosce bene l'Italia (si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria) ed è uno dei più noti giornalisti ed anchorman d'Olanda. 

Martin Simek, che ne pensa di «Annozero»?

"Non mi piace. Questione di braccio".


Che braccio?
"Quello di Santoro, no? Avrà ben notato che per tutta la puntata non lo abbassa mai. Sempre lì a gesticolare...".

No, non l'avevo notato. Ma che c'entra?
"Quello è l'atteggiamento di un attore, non di un giornalista. Santoro recita, e male, la parte del conduttore. Come si fa a prendere sul serio uno che parla così... Dovrebbe prendere esempio da Celentano".

Il molleggiato?
"Certo. Lui sì che è affidabile: rilassato ma concentrato al tempo stesso. Quello che dice Celentano dallo schermo è genuino. Non dico che sia giusto o che la gente debba prenderlo per verità assoluta. Dico solo che quando Celentano dice una cosa, si vede che ci crede. E quindi induce il telespettatore ad ascoltarlo e a riflettere. E a trarre poi le proprie conclusioni autonome".

Come dovrebbe fare un buon giornalista.
"Già. Ma Santoro è l'opposto di questo. Lui non conduce un dibattito, ma fomenta lo scontro tra i vari ospiti. E tiene le redini del programma in modo da far passare per vera una tesi pregressa. Che, puntata dopo puntata, è sempre contro il vostro presidente del Consiglio".

A proposito del premier, lei gli ha appena dedicato un libro: "Berlusconi, una leadership moderna"
"Ma non sono un fan di Berlusconi".

Non lo metto in dubbio...
"Forse lei. Ma qui in Olanda io ho questa etichetta. Colpa di "Repubblica"".

Scusi?
"In genere in Olanda i giornalisti, ma accade in quasi tutto il nord Europa, quando devono parlare dell'Italia, leggono "Repubblica". E basta. Quindi chiunque tenti, come ho fatto io, di trattare il caso Berlusconi in modo freddo, distaccato, cercando di dare una visione analitica del fenomeno, e dunque senza parlare di regimi, viene indicato come fan del Cavaliere".

Beh, il "regime italiano" e l'"allarme democratico" sono peraltro due cavalli di battaglia della retorica nei programmi di Santoro.
"Ma non scherziamo. Io sono fuggito da Praga, la mia città natale, a vent'anni, quando arrivarono i carrarmati sovietici. Quello sì che era un regime".

E la libertà d'espressione, secondo lei, in Italia è garantita a tutti?
"Il fatto stesso che Santoro faccia un programma del genere lo conferma. In Olanda del resto non glielo permetterebbero. Lo fermerebbero prima".

Nei libertarissimi Paesi Bassi?
"Certo. Ma questo vale per quasi tutti i vostri talk-show".

Perché?
"Tutti che urlano, si interrompono, non si capisce niente".

Non si salva nulla?
"L'ultima volta che la vostra tv mi ha interessato è stato il 14 dicembre scorso".

Che programma era?
"La diretta da Montecitorio delle dichiarazioni di voto di fiducia al governo. Non molto emozionante, ma almeno lì i politici potevano fare un discorso senza essere interrotti. Da voi questo non capita mai".

Mi permette un'ultima domanda?
"Prego"

Ma ha lei Berlusconi piace?
"Non mi piace non mi dispiace"

Una risposta più democristiana che olandese.
"Allora, le farò un esempio. Io adoro il tennis. Da sempre. Ma il tennis di oggi non mi piace molto. Non c'è più eleganza, classe o stile".

Dunque?
"Ora, anche se il tennis moderno non mi piace, non potrei mai negare che Nadal sia un campione assoluto, un fuoriclasse. E' il giocatore perfetto per questo tipo di tennis".

Quindi Berlusconi è il più bravo dei politici in una fase però in cui la politica è brutta?
"Esatto. Aspettate e vedrete. Berlusconi è stato un precursore. I prossimi grandi leader saranno simili a lui".





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La badante si sposa con ottantenne e poi caccia da casa la figlia di lui

Corriere della sera


La figlia, una cinquantenne proveniente dall’Isola d’Elba, ha chiesto aiuto ai carabinieri per tornare nell’appartamento e ha scoperto che la badante si era sposata in segreto con il padre



PIOMBINO - È andata a trovare a Piombino il padre anziano, ma la badante l’ha cacciata di casa. Quando la figlia, una cinquantenne proveniente dall’Isola d’Elba, ha chiesto aiuto ai carabinieri per tornare nell’appartamento, ha scoperto che la badante si era sposata in segreto con il padre, poco meno che ottantenne. Il fatto, quanto meno singolare, è accaduto ieri in un appartamento nella periferia di Piombino. Erano le 19,30 quando i carabinieri hanno ricevuto la telefonata della figlia, sbattuta fuori dall’appartamento del padre pochi minuti prima. I carabinieri, accompagnati dalla donna, sono entrati in casa per chiedere spiegazioni alla badante, una moldava di 48 anni.
Secondo la ricostruzione, la figlia era arrivata a casa nel tardo pomeriggio e si era fermata a parlare con il padre, fino a quando la badante, avvicinandosi l’ora di cena, aveva perso la pazienza. Dopo una breve lite la moldava aveva messo la donna alla porta, senza che il padre anziano intervenisse a sua difesa. Quando i militari hanno chiesto spiegazioni, la badante ha spiegato di avere il diritto di cacciare la figlia, dal momento che, oltre ad assistere il padre, ne era la coniuge a tutti gli effetti. E in verità gli accertamenti hanno confermato che l’ottantenne e la badante si erano sposati davvero lo scorso ottobre. Ovviamente la notizia ha lasciato di stucco la figlia che si è vista costretta ad andarsene, riservandosi di far valere le proprie ragioni nelle sedi legali.

29 gennaio 2011




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Russia, "vedova nera" uccisa da un sms

Corriere della sera


Pianificava un attacco nella Piazza Rossa a Capodanno, ma il telefonino avrebbe fatto scattare il detonatore

la notizia È stata diffusa dai servizi segreti



MILANO - Aveva pianificato un attentato terroristico da portare a termine la notte di Capodanno vicino alla Piazza Rossa di Mosca. Ma poche ore prima di dirigersi verso il luogo simbolo della capitale russa, avrebbe ricevuto un sms di auguri che ha fatto scattare il detonatore collegato alla sua cintura esplosiva ed è morta sul colpo. La notizia del fallito attentato della kamikaze islamica, diffusa nei giorni scorsi dal quotidiano Moskovsky Komsomolets e girata al giornale moscovita dai servizi segreti russi, è stata ripresa dai più autorevoli organi d'informazione stranieri. Tuttavia la soffiata potrebbe essere una bufala astutamente confezionata dai servizi segreti russi all'indomani dell'attentato di Domodedovo per mantenere alta la tensione nel Paese.

LA VERSIONE DEI SERVIZI SEGRETI - L'anonima "vedova nera", nome con il quale sono identificate le kamikaze assoldate dal terrorismo islamico, sarebbe appartenuta allo stesso gruppo responsabile dell'attentato dello scorso 24 gennaio all'aeroporto di Domodedovo che ha provocato 35 morti. Secondo i servizi segreti moscoviti il sms che avrebbe scongiurato l'ennesimo attentato terroristico a Mosca, sarebbe stato inviato automaticamente dall'operatore telefonico. Gli 007 della Fbs affermano che l'esplosione sarebbe avvenuta in una casa al centro di Mosca che la kamikaze avrebbe preso in affitto. La donna non è stata ancora identificata, ma secondo gli agenti dell'ex Kgb potrebbe essere la moglie di un pericoloso terrorista, arrestato nel settembre scorso. I servizi segreti dichiarano di aver arrestato una complice della kamikaze: si chiamerebbe Zeinat Suyunova e sarebbe originaria del Daghestan, uno dei territori della Repubblica Russa più martoriati dagli attentati islamici. La ventiquattrenne Suyunova sarebbe stata acciuffata dalla polizia qualche giorno dopo il fallito attentato.

DUBBI SULLA VERIDICITÀ DELLA STORIA - Come ha fatto notare il Daily Telegraph se la kamikaze fosse riuscita ad arrivare vicino alla Piazza Rossa la notte di Capodanno avrebbe potuto provocare la morte di centinaia di persone. I gruppi terroristi del Caucaso spesso usano il telefono portatile come detonatore. Spesso a far scattare l'esplosione non è il kamikaze, ma un suo complice che, piazzatosi in un punto strategico, invia un sms al candidato suicida nel momento in cui ritiene che l'esplosione possa causare il maggior numero di vittime. Ciò che rende inverosimile la versione dei servizi segreti è il fatto che la kamikaze abbia tenuto acceso il telefonino nelle ore precedenti all'attentato, invece di azionarlo poco istanti prima del blitz terroristico. Da parte loro i servizi segreti russi concludono che se l'attentato è fortunatamente fallito, è tutto merito della "negligenza" della kamikaze.

Francesco Tortora
29 gennaio 2011



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Deportato racconta il dramma dei campi e muore davanti agli studenti di Urbino

Il Mattino



URBINO - Stava raccontando ad una platea di studenti di Urbino i giorni bui della sua deportazione nella Germania nazista, e le tante volte in cui la morte l'aveva sfiorato. Improvvisamente si è accasciato sul tavolo ed morto. Nando Ugoccioni, 87 anni, deportato da ragazzo in un campo nazista, se ne è andato ieri sera, proprio nel Giorno della memoria, nel corso di un incontro organizzato dagli studenti universitari di Urbino. La città dove viveva e dove era molto conosciuto, come ex segretario comunale e animatore sportivo. Ugoccioni era stato invitato a parlare nel Collegio Tridente dalle associazioni studentesche Pantarei e FuoriKorso Urbino.

Dopo la proiezione di alcuni video
e una lettura di poesie, aveva raccontato di getto, e in maniera dettagliata, i suoi ricordi drammatici. Verso le 23, quasi alla fine del suo discorso, si è sentito male ed è spirato davanti agli studenti. Inutili il massaggio cardiaco e una respirazione forzata praticatigli da un'equipe del 118. La testimonianza di Ugoccioni aveva molto toccato l'uditorio. Nel 1942, militare a Bologna nel Genio Ferrovieri, Ugoccioni fu catturato dalle milizie naziste e caricato su un treno diretto al campo di Stettino, all'epoca in Germania. Per tre anni aveva lavorato quasi come uno schiavo in una fabbrica siderurgica. Solo nell'aprile del 1945 era potuto tornare a casa. Da poco tempo l'anziano aveva ricevuto la medaglia d'onore del presidente della Repubblica per gli ex internati, e un premio della Provincia di Pesaro Urbino. 

Venerdì 28 Gennaio 2011 - 21:20    Ultimo aggiornamento: Sabato 29 Gennaio - 15:49




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Ancona, ateo denuncia vescovo: "Dire che l'ostia è corpo di Cristo è abuso di credulità"

Quotidiano.net


L'ex comandante dei vigili urbani di Ancona e dirigente dell’Ufficio statistica del Comune in pensione, membro dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti porta avanti la sua 'crociata' contro la religione







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L'Idv sblocca il Copasir. Contro il Cav

Il Tempo


Il partito di Di Pietro rinuncia subito al suo rappresentante al Senato all'interno del Comitato. Si dimette Briguglio. New entry Viespoli (Fli) e Laffranco (Pdl) per ristabilire gli equilibri.



Disposti a tutto pur di «braccare» Silvio Berlusconi. I dipietristi sono fatti così. È una questione congenita, sembrano avercelo nel dna. L'ultima occasione per dimostrare il loro antiberlusconismo militante i rappresentanti dell'Idv la hanno avuta grazie al Copasir. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica era stato «bloccato» giovedì dal presidente Massimo D'Alema dopo la decisione di Pdl e Lega di disertare le riunioni fino a quando non fosse stato riequilibrato il rapporto tra maggioranza e opposizione (a favore di quest'ultima per 6 rappresentanti a 4, dopo il passaggio all'opposizione del finiano Briguglio).

La «paralisi» del Copasir avrebbe, di fatto, sospeso fino a data da destinarsi l'audizione del sottosegretario Gianni Letta sul «caso Ruby» e allontanato ancora di più la possibilità che il Cav, convocato più e più volte da il "leader maximo", riferisse davanti al Comitato sulla sua sicurezza. È a questo punto che entra in scena l'Idv. Il partito di Di Pietro rinuncia con prontezza al suo rappresentante del Copasir al Senato, Giuseppe Caforio pur di - così dicono - ristabilire gli equilibri e andare avanti. «Non abbiamo esitato a fare un passo indietro - spiegano i capigruppo di Senato e Camera, Felice Belisario e Massimo Donadi - perché noi che rispettiamo le Istituzioni, vogliamo che esse funzionino al meglio, specie in un settore dello Stato di importanza assai delicata».

Già. Poi, però aggiungono: «Intendiamo anche smascherare chi vuole paralizzare il Copasir per evidenti scopi di parte». Appunto. Motivazioni "politiche" a parte, le dimissioni di Caforio hanno innescato una serie di movimenti che dovrebbero portare al ripristino della parità. Alle dimissioni del senatore Idv, infatti, sono seguite quelle del finiano Carmelo Briguglio e al loro posto dovrebbero entrare rispettivamente, Pasquale Viespoli (Fli) e Pietro Laffranco (Pdl).

Le "new entry" saranno formalizzate probabilmente lunedì dai presidenti delle Camere. In questo modo il rapporto tra maggioranza ed opposizione all'interno dell'organismo - alterato con il passaggio di Fli all'opposizione - torna ad essere cinque a cinque. Gli esponenti di Pdl e Lega dovrebbero quindi scendere dall«Aventino» e consentire al Comitato di riprendere i lavori. Tutto bene, dunque? Niente affatto. La maggioranza, infatti, non ha gradito l'operato di D'Alema.

«Il fatto che il presidente - ha detto Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato e componente del Copasir - anziché richiamare le opposizioni a un atto di inevitabile responsabilità, abbia preferito evocare "forzature" e "giochi di ritorsioni" da parte della maggioranza, getta un'ombra grave sulla sua imparzialità, della quale, la maggioranza non potrà non tener conto». Gli fa eco il capogruppo Maurizio Gasparri: «L'arroganza di D'Alema e la irresponsabilità di altri - ha riferito - ha raggiunto livelli incredibili ed è veramente desolante che per ripristinare il diritto si sia dovuta elevare una formale protesta. Sono molto preoccupato per quanto è avvenuto.

E credo che quanto ha detto e fatto D'Alema dimostri come sia poco adatto a svolgere una funzione che richiederebbe ben altra saggezza ed equilibrio. Ma so bene - è l'avvertimento - perché D'Alema ha voluto ottenere la presidenza del Copasir. E anche di questo prima o poi si dovrà parlare con chiarezza». La risposta è arrivata da Ettore Rosato (Pd), membro dl Copasir, che ha definito «gravissimo l'attacco personale a D'Alema che si è distinto per una gestione al di sopra delle parti. Occorre poi - ha proseguito - anche la volontà politica di salvaguardare il ruolo istituzionale di questo organismo». Lo scontro, insomma, anche dentro il Copasir, continua.

Nadia Pietrafitta
29/01/2011




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E Carofiglio si scorda del comunismo

di Marcello Veneziani



Lo scrittore magistrato scrivei un libretto sulla neolingua. Ma ignora l’esistenza del comunismo che fu la prima fabbrica del ’900 di paro­le distorte, elevando la menzogna a si­stema, come provò Solzenicyn



Gianrico Carofiglio ha un occhio solo, il sinistro. Lo scrittore magistrato è autore di un libretto sulla neolingua, ora molto citato, La manomissione delle parole, in realtà dedicato a Berlusconi e a suo padre putativo, il Nazifascismo. Ma presentandolo in copertina il tema è omesso: esempio lampante di mano­missione della parole. Nel libro Carofi­glio ignora l’esistenza del comunismo che fu la prima fabbrica del ’900 di paro­le distorte, elevando la menzogna a si­stema, come provò Solzenicyn: è vero ciò che serve al Partito, è falso ciò che nuoce al Medesimo. Gli eredi del comu­nismo sono ancora in servizio ma lui non li vede. Il giudice con un occhio so­lo non nomina mai il Terrore, la dittatu­ra giacobina, la meccanica della Rivolu­zione che, come spiegò Cochin, mani­pola la verità e la realtà. Il giudice mono­culare afferma che 1984 di Orwell è un romanzo sulle parole distorte nei regi­mi nazifascisti; ma Orwell, in 1984 co­me ne La fattoria degli animali , pensa­va a Stalin e al comunismo egualitario dove «alcuni sono più uguali degli al­tri ».

Ma di questo non c’è traccia. Il giu­dice- scrittore guercio non vede il comu­nismo che chiamava democrazia la dit­tatura, pace lo sterminio di classe, liber­tà l’oppressione dei popoli, uguaglian­za la servitù al Partito, e verità (pravda) la menzogna militante. L’uso a rovescio di fatti e parole ha un grazioso nome so­vietico, Disinformazia, ma il giudice emiplegico lo ignora. Per Carofiglio la neolingua l’ha inventata il nazifasci­smo e poi il berlusconismo, suo erede. Carofiglio cita frasi, bugie e slogan di Berlusconi e dei suoi fan di cui sarebbe gioco da bambini trovare l’equivalente nella propaganda avversa della sini­stra. Perché la propaganda distorce la realtà da ambo le parti. Ma lui detesta gli imparziali e dice di preferire i parti­giani e i ribelli. Io temo un giudice che dice di odiare chi non parteggia, perché vuol dire che odia la giustizia, per defini­zione imparziale. Carofiglio ha un oc­chio solo, il sinistro, e detesta chi vuol vedere le cose per intero. Dio ci scampi dai giudici monoculari con l’aggravan­te di essere scrittori.




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Santoro vuole la guerra civile

di Vittorio Macioce



Dopo le polemiche sullo show Santoro fa l'appello alla piazza. L'assenza di leader politici veri ha lasciato campo libero ai predicatori dell'odio contro il premier, che ora spingono l'Italia verso la guerra civile con toni da Santa Inquisizione. Così la Boccassini non è più un pm: è la dea purificatrice



Addio politica, questo è il tempo dei tribuni. Mi­chele Santoro, Barbara Spinelli e Marco Travaglio danno appuntamento al popolo giacobino il 13 feb­braio davanti al tribunale di Milano. Qui si sta an­dando verso un punto di non ritorno. Questa è una piazza diversa. Non è quella politica. Non è sindaca­le. Non è la società civile. È la piazza dei predicato­ri, quelli che hanno fatto dell’antiberlusconismo un’ideologia. Lo scontro a questo punto è radicale. Bersani, Fini, D’Alema, Veltroni, Vendola, Di Pie­tro, Casini non sono più i leader dell’opposizione. Pagano un vuoto di leadership e personalità.

Il ri­schio ora è che l a politica torni ostaggio di quello che avviene in Procura. Comunque vada a finire sarà una cicatrice che ci porteremo nel futuro. Montecchi o Capuleti. L’Italia sarà dinuovoque­sto. Torna inmente ilmo­nologo finale di Mercu­zio: «Maledette le vostre due famiglie. Avete fatto di m e carne per vermi». Il potere si riconosce dai gesti. Rosy Bindi è se­duta dentro l’anfiteatro di «Anno Zero», sta spie­gando la strategia futura del Pd. C i crede. È ottimi­sta. Non si preoccupa di chi sarà il candidato pre­mier. Questo - dice - non è fondamentale. Santoro la ascolta. Fa una smor­fia. Scuote la testa e con u n gesto della mano l a li­quida, interrompendola.

L’immagine è quella di un leader di partito che sorvola, u n po’ infastidi­to, sulle sciocchezze di una peones. Il potere si riconosce dalle parole, d a u n s ì o d a u n no. Il ventre d i Napoli nasconde di tutto. Qual­cuno pensava che Bassoli­no era stato inghiottito dai rifiuti. È bastato scava­r e u n po’ per ritrovarselo ancora lì, con il sorriso d i sempre. S i v a a votare per le primarie e spunta il suo candidato. S i chiama Coz­zolino e d è vincente. Im­barazzo. Sorpresa. Be­stemmie. Sembra che il voto sia taroccato. S i rac­conta di cinesi in fila ai seggi del Pd. Cozzolino ­si grida - h a imbrogliato.

Che fare? Saviano c i pen­s a s u e poi f a sapere: van­n o annullate. È tutto sba­gliato, è tutto da rifare. Bersani un minuto dopo si mette sull’attenti: fac­ciamo come dice Savia­no. E così sia. Cosa accade quando i tribuni prendono l a piaz­za? Non si ragiona più di democrazia, m a l a logica diventa quella della guer­r a civile. I tribuni non v o­gliono semplicemente mandarea casa Berlusco­ni. Non credono nel voto. Nonci credono perché ri­tengono che il corpo del­­l’Italia sia corrotto. È in­cancrenito. Bisogna fare piazza pulita di tutto il berlusconismo. Il Cava­liere è lo specchio della parte sporca del Paese. Come scrive D e Magistris sul Fatto non è più temp o d i mezze misure.

Chi non s i schiera è u n collabora­zionista. L a questione in­sommaè diventata antro­pologica. Questa è l a piaz­za dei puri, gli altri sono gli appestati. Serve u n Ar­mageddonche divida i vi­vi e i morti. L a piazza dei tribuni vuole l a fine d i u n mondo. La democrazia non basta per realizzare tutto questo. Serve l a «giu­stizia ». Qualsiasi mezzo è morale s e serve a ripulire questo pezzo di terra. L a Boccassini, come una fu­ria rossa, non è più solo u n pm, m a una dea purifi­catrice. Esagerato? Sareb­b e bello s e non fosse così, m a l a morte della politica ci sta facendo scivolare ogni giorno di più verso questa dimensione.

Il P d cercava u n Papa stranie­ro, verrà commissariato da una confraternita di Savonarola e dagli angeli del giustizialismo. I tribuni non teorizzano tutto questo. Non sem­pre, almeno. Ma il loro modo di ragionare parte da qui. Sono cose che ti urlano i n faccia a microfo­ni spenti. Saviano, da qualche tempo, h a preso anche lui i voti. Non è più l o scrittore che h a raccon­tato Gomorra. È il santo dell’antimafia. E qui c’è il salto di qualità, la prova che stiamo andando ver­so la metapolitica. L a le­galità è un valore, non una religione. L a legalità non ha bisogno di santi. Quando la folla va nelle piazze dei tribunali d i so­lito si porta dietrounafor­ca.



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25 anni fa l'esplosione dello Shuttle Challanger in diretta tv

Campania, se il ciclo della spazzatura dà lavoro al doppio delle persone

Corriere della sera


Il tir fa incassare al proprietario 550mila euro l'anno, al conducente 24mila: redditività che supera anche Apple

il welfare della nettezza urbana

di  FEDERICO FUBINI




L'impianto di Tufino, nell'agro Nolano, sorge lungo un'enorme collina divelta. Le escavatrici della camorra hanno disegnato una mutilazione nel panorama, una di quelle cave che da anni alimentano l'edilizia e creano discariche illegali - lucrosamente affittabili - per i rifiuti di Napoli. Ora la più recente immondizia prodotta dalla città staziona in trenta camion da trenta tonnellate l'uno, a 1.500 euro a carico per una giornata di servizio, davanti ai cancelli dell'impianto dove verranno trattati. Siamo nel primo pomeriggio, ma i camionisti pagati otto euro l'ora se ne sono andati per non passare la notte in fila. Sanno che non entreranno finché la precedente spazzatura filtrata nell'impianto, per l'esattezza la parte che non brucia, non troverà una discarica in Puglia, Sicilia, Toscana o Emilia-Romagna disposta ad accoglierla. In Campania non ce ne sono più.

O non ancora. Ma più quei rifiuti triturati devono andare lontano, più costano al contribuente di Napoli (fino 150 euro la tonnellata per la «solidarietà» delle altre regioni), più danno lavoro ai camionisti campani e più arricchiscono i proprietari dei mezzi. Per questi ultimi meno discariche a norma di legge si aprono in Campania, meglio è. Meno si fa raccolta differenziata, che semplifica la filiera, richiede meno addetti e fa risparmiare i cittadini, più si moltiplicano gli affari: qualche tempo fa la Procura di Santa Maria Capua Vetere fece pedinare i sacchetti dei rifiuti organici disciplinatamente separati dalla cittadinanza e si accorse che gli uomini sugli automezzi li buttavano nel mucchio con tutto il resto non appena si allontanavano.

L'effetto «consorzi»
Di recente poi le decine e decine di ditte di trasporti privati si sono aggregate in tre o quattro «consorzi», in modo da impedire che qualcuno abbia l'idea di provare un po' di concorrenza al ribasso sulle tariffe: un tir da rifiuti può far incassare al proprietario 550 mila euro l'anno, di cui circa 24 mila da dare al conducente e non molto di più in gasolio. Una redditività superiore a quella di Apple o Goldman Sachs. Per pochi fortunati, è quella che la Corte dei conti definisce una «rendita di posizione ingiustificata». Per migliaia di camionisti sono pur sempre dei posti di lavoro. Ma per i contribuenti di Napoli e dintorni è un onere che la magistratura contabile stima in 48 milioni di euro l'anno di spesa evitabile se solo il sistema di smaltimento fosse più efficiente e si aprissero moderne discariche nelle vicinanze.

Resta da capire chi siano i beneficiari ultimi di questo segmento della filiera. Di fronte alla Corte di giustizia dell'Ue, 10 mesi fa, l'avvocato dello Stato difese il governo sul caso-rifiuti adducendo l'argomento della criminalità organizzata come «causa di forza maggiore» per spiegare il disastro (obiezione respinta e Italia condannata: la camorra non è un terremoto o uno tsunami, osservarono i giudici a Lussemburgo). Nella sua ultima relazione al Parlamento, la Procura di Santa Maria Capua Vetere cita i trasporti come il settore più infiltrato dalla malavita. E Rosaria Capacchione sul Mattino ha mostrato che varie ditte nel trasporto rifiuti urbani, arruolate dal commissariato per l'emergenza, sono legate al clan Zagaria.

La moltiplicazione degli addetti
Ma c'è una lezione più vasta, perché questa in realtà è la terra del welfare-spazzatura. La morale campana è che un ciclo della nettezza urbana che non funziona dà da vivere al doppio delle persone rispetto a un sistema efficiente. In media italiana gli addetti del settore sono 1,7 ogni mille abitanti, in Campania almeno tre (senza contare, ovviamente, l'ipertrofico trasporto su gomma). E non è tanto il fatto che allo Stir di Tufino, «Stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti» di proprietà della società provinciale Sapna lavorano per esempio in 78 (più il gabbiotto stipato di guardiani, i giardinieri e la ditta di pulizia dei macchinari), mentre un impianto simile a Montespertoli ha 11

addetti e non uno di più. Né pesa troppo il fatto che nell'altro impianto Stir di Giugliano, avviato a suo tempo dalla Fibe-Impregilo, a un metalmeccanico di secondo livello vengono riconosciuti 4 mila euro netti al mese per qualche ragione legata alla convivenza con il «territorio». Non sono questi i dettagli importanti, perché quel che conta è l'equilibrio generale. È il suo peso che rende il sistema così difficile da industrializzare al servizio del cittadino. Il principio su cui tutto si fonda è semplice: peggio va l'igiene urbana, meglio va per coloro che ne possono in qualche modo beneficiare finanziariamente con nuovi contratti a spese del contribuente.

Ci sono certo le società di servizi in subappalto che lasciano i sacchetti per strada - scrive la Procura di Santa Maria Capua Vetere - nei Comuni le cui giunte non pagano presto e bene. E ci sono le «isole ecologiche» (piazzole per i rifiuti organici) la cui costruzione in Campania costa 300 euro, mentre altrove si fanno con la metà. Che dire poi dei «centri di trasferenza», parcheggi di rifiuti ammassati in aie concesse in affitto dai privati, che non servirebbero se lo smaltimento semplicemente funzionasse. In genere, scrive la Corte dei conti, gli «oneri di produzione sovrastimati a prescindere dalle procedure di verifica» si riscontrano ovunque.

Ma appunto c'è un dato più ampio, e riguarda l'occupazione. In Campania gli addetti diretti al settore sono 12 mila, quando una stima media sull'Italia direbbe che ne bastano al più settemila. A questi, è ovvio, vanno aggiunti 3.500 lavoratori socialmente utili che da dieci anni e per 600 euro netti al mese seguono un corso di formazione in raccolta differenziata (ovvero: come si prende un sacchetto colorato e lo si butta su un camion). Loro da dieci anni aspettano di passare all'azione, ma la lista delle tragiche bizzarrie potrebbe continuare per un pezzo. Eppure, più di tutto quel che sembra contare è appunto il risultato economico complessivo. Prendiamo il comune di Napoli, un campione più misurabile del fenomeno.

Il reddito e la spesa
Nell'ultima contabilità che si è chiusa, sul 2009, la spesa dedicata ai rifiuti urbani rappresenta una quota di tutto rispetto nell'economia cittadina. In raccolta e smaltimento vanno 210 milioni, poi la società municipalizzata Asia ne perde altri 20, per un fatturato pari al 12% del bilancio comunale. Secondo gli esperti basterebbero 600-700 addetti in tutto, in realtà ce ne sono 2.400 (più i 650 delle due società coadiuvanti Lavajet e Docks Lanterna). Alla fine il risultato è fin troppo prevedibile: a Napoli il reddito lordo per abitante non arriva ai 17 mila euro l'anno, eppure l'imposta comunale sulla nettezza urbana supera nettamente i 400 euro per abitazione, con aumenti in certi anni anche del 30%.

A Pordenone il reddito per abitante è quasi il doppio e la Tarsu costa meno della metà. Ma lì non finanza un welfare distorto, imperniato sul principio del disastro ecologico. Una volta inclusi i costi per i rifiuti industriali, a una stima prudente l'intero settore a Napoli vale almeno il 2,5% del Pil dell'area comunale. Un'industria rilevante, se solo funzionasse. Invece è proprio la disfunzione che nutre il «welfare» pagato con la Tarsu e rende dunque l'intero sistema così difficile da cambiare. Non è solo incuria, se in cambio di tasse altissime i contribuenti ricevono sporcizia: fa parte dell'equilibrio del sistema.

Nuove discariche
E dire che basterebbe così poco, anche senza perdersi nei sacchetti multicolori della differenziata. In Olanda i cementifici si alimentano di rifiuti urbani combustibili per il 92% del fabbisogno, in Campania siamo a zero (e in Italia al 10%). Al nuovo termovalorizzatore di Napoli, se mai si farà, non serviranno costosi trasferimenti e trattamenti preliminari del «prodotto». E già un primo passo sarebbe quello di provare ad aprire discariche ben fatte e vicine, anche perché tra due anni tutte quelle esistenti in Italia saranno piene e il dramma dei rifiuti rischia di non essere più un'esclusiva campana. Per ora però si muovono passi diversi e più audaci.

Di recente la A2A, la società lombarda alla quale la Protezione civile ha dato in gestione gli impianti-chiave di Napoli e dintorni, prova un'altra strada: esportare via nave rifiuti trattati all'enorme discarica vuota di Cadice, in Andalusia. L'affidamento (senza gara d'appalto, solo con una «selezione sul mercato») è andato alla Markab Consulting di un certo Francesco Cirrincione: inizierà portando 30 mila tonnellate per un contratto che può valere oltre 4 milioni e potrebbe crescere di molto in seguito. «Siamo un'azienda grossissima - spiega Cirrincione - abbiamo impianti in Austria e in Germania». A fine 2009, in base ai dati Cerved, Markab aveva un solo dipendente e lo ha pagato 33 mila euro lordi: per tanti nella filiera di questo raffinato welfare, veramente un'inezia.


29 gennaio 2011



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Prodi torna in cattedra per sparlare degli italiani

di Maurizio Caverzan



In un’intervista a un settimanale tedesco, Prodi definisce così il popolo di centrodestra: "Parcheggiatori in seconda fila e gente allergica alle leggi". La colpa? Di Berlusconi. Screditare il Paese dall'estero è la solita moda radical chic



Ecco qua: noi italiani siamo «gente allergica alle leggi». Parola di Romano Prodi. Avete capito bene, proprio lui, il nostro ex premier. E se lo dice il Professore che ci ha governato per quattro anni in due tornate diverse (1996-1998 e 2006-2008)... La colpa, ça va sans dire, è tutta di Berlusconi. E qui non c’è nulla di nuovo. Ciò che più conta invece è il vezzo, il costume, l’abitudine, quasi un mantra tipico dell’italiano in trasferta oltreconfine: sparlare del proprio Paese, descriverlo come un girone infernale, la terra del malaffare, la patria del Male.

Intervistato da Stern nell’ultima pagina solitamente riservata agli ex personaggi famosi (non proprio una vetrina lusinghiera), il fondatore dell’Ulivo non ha resistito alla tentazione di descrivere l’Italia come il regno della confusione. E «in questa confusione - ha sentenziato - nessuno vuole le elezioni». Subito dopo però si è corretto, cogliendo al volo l’occasione per rincarare la dose di melma da rovesciare sullo Stivale: le elezioni «potrebbero esserci in qualsiasi momento, non per strategia, ma come conseguenza del caos».

Che il nostro Paese non scoppi di salute è fatto evidente non solo in Germania. Tuttavia le considerazioni di natura politica il Professore ha preferito riservarle alla conferenza tenuta ieri all’Istituto universitario europeo di Fiesole. Sempre con il sottinteso che quando c’era lui andava tutto molto meglio, ha detto che «l’Italia non ha una politica mediterranea», che «a Napoli le primarie si possono fare anche bene», che «Berlusconi doveva dimettersi dieci anni fa».

A Berlino, invece, nessuna analisi di contenuto politico. Il bersaglio eravamo direttamente noi italiani, probabilmente colpevoli di aver voltato le spalle alla sinistra alle ultime elezioni, quelle sì indette a causa della sua impossibilità a governare. «Berlusconi incarna tutti coloro che parcheggiano in seconda fila», ha flautato Prodi. E «in Italia sono la maggioranza. Questa gente - ha sottolineato con malcelato disprezzo - è allergica alle leggi». Ecco qua il nostro identikit: viviamo nel caos, siamo dei parcheggiatori abituali in seconda fila, una razza allergica alle leggi.

Smarrito il garbo e la pacatezza abituali, anche Prodi ha indossato i panni del provinciale all’estero. Che, oltre che da navigati politici, è il ruolo preferito appena varcata la frontiera anche da affermati intellettuali e da imprenditori ben piazzati nel Belpaese, magari con residenza e cittadinanza di riserva in Svizzera. Coccolati da qualche università, invitati a tenere qualche lectio magistralis, lusingati da qualche giornale radical chic, non esitano a sfogarsi contro la povera Italia e i suoi abitanti. Prima del Professore, l’aveva fatto lo scrittore Antonio Tabucchi di cui sono noti i ripetuti strali lanciati da Parigi contro le istituzioni italiane. Poi è arrivata la lezioncina schizzinosa di De Benedetti in trasferta a Oxford per una conferenza di alto profilo scientifico, ma da dove ha calato i suoi siluri contro l’eterno rivale indovinate chi.

Adesso si è aggiunto l’ex premier Romano Prodi. Sarà l’amarezza derivata dalle sue poco gratificanti esperienze governative a fargli descriverci come «gente allergica alle leggi»? Chissà. Tuttavia, non sarebbe bello se il Professore arrivasse alla conclusione che «governare gli italiani non è difficile. È inutile».




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Saviano, il guru che confonde il fango coi gulag

di Alessandro Gnocchi



Secondo lo scrittore ingranaggio fondamentale della "macchina del fango" sarebbe il Giornale, reo di avere "organizzato e squadernato il dossier" sugli amori privati della Boccassini. Ma il sermone savianesco ha una dimensione grottesca se si guarda al pulpito da cui è recitato

 

«Per vedere quello che abbiamo davanti al naso serve uno sforzo costante», scriveva ieri Roberto Saviano su Repubblica, citando George Orwell. L’autore di Gomorra, ormai adagiato nel conformismo, questo stesso sforzo non ha voluto compierlo prima di vergare la sua predica (o profezia?) sulla necessità di ribellarsi alla «macchina del fango». Il tono si fa subito visionario: «Bisogna fare uno sforzo che coincide con l’ultima possibilità di non subire la barbarie». Amen.

La «macchina del fango», dice Saviano, si fonda sul gossip e sulla violazione della privacy. Serve a «delegittimare» e «intimidire» gli avversari politici. Umiliarli, controllarli, zittirli. Ingranaggio fondamentale della «macchina del fango» sarebbe il Giornale, reo di avere «organizzato e squadernato il dossier» sugli amori privati di Ilda Boccassini, il pubblico ministero del Ruby-gate. Sono tirati in ballo anche i precedenti: la vicenda Boffo e quella sulla casa di Montecarlo finita nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Ne è stato fatto un uso strumentale? Se ne può discutere, non prima di aver allargato il campo senza ipocrisie all’intera stampa italiana.

E senza dimenticare che i tre casi citati sono fondati su documenti. La notizia parzialmente scorretta sull’ex direttore dell’Avvenire fu rettificata in prima pagina. Per tornare agli amori della Boccassini, la provocazione era chiara: la privacy è sacra per tutti ma quella dei giudici è più sacra, come testimonia la reazione di Saviano. Che si sveglia solo adesso. Non ebbe nulla da dire quando il suo direttore Ezio Mauro pubblicò per settimane le dieci domande a Silvio Berlusconi sul Noemi-gate, rivelatosi una colossale bufala. E non lo indignano oggi le intercettazioni penalmente irrilevanti sbattute in pagina senza farsi troppi scrupoli perché servono a umiliare il presidente del Consiglio. Il sermone savianesco assume una dimensione grottesca se si guarda al pulpito da cui è recitato. È proprio Repubblica ad aver elevato il gossip ad arma politica contro il premier. Dov’era lo scrittore mentre Giuseppe D’Avanzo trasformava le inchieste in fotoromanzi fondati per intero su pettegolezzi?

Saviano spiega come ha fatto a capire i meccanismi della delegittimazione: «Ho imparato a studiare la macchina del fango dalla storia dei regimi totalitari, come facevano in Albania o in Unione Sovietica con i dissidenti». Sorge spontanea una domanda: Roberto, ma sei sicuro? Perché in Arcipelago Gulag il simbolo della dissidenza Aleksandr Solzenicyn scrive proprio altre cose. Se non hai voglia di affrontare i tre volumi originali editi da Mondadori, ripiega pure sulla eccezionale biografia dedicata al Premio Nobel da Ljudmila Saraskina (Solzenicyn, San Paolo 2010). Lì troverai un’accurata descrizione di come funzionava la giustizia (si fa per dire) in Unione Sovietica.

Sai come incastrarono Solzenicyn e tanti altri come lui, ma meno famosi di lui, negli anni di guerra e anche dopo? I servizi intercettavano la posta a tappeto. E sceglievano quali indagini aprire, quale nemico del popolo colpire. Prima si intercetta chiunque con una scusa qualunque, poi si trova il reato: non ti ricorda almeno un po’ la nostra giustizia secondo il rito ambrosiano e napoletano? Tu che hai una laurea honoris causa in Legge, e quindi senz’altro conosci la materia, non hai qualcosa da dire su questo andazzo che molti giuristi, anche con idee di sinistra, ritengono devastante per la nozione stessa di diritto? Non ritieni che sia questo il problema, il vero pericolo per la libertà di tutti (e sottolineo: di tutti, non di Berlusconi)? Evidentemente no, perché tu confondi la giustizia con il sostegno acritico ai pubblici ministeri.

Torniamo all’Urss. Una volta «intercettato», la sorte dell’imputato era segnata. C’era la lettera, assimilata a una «prova» anche se non provava nulla. Trovare testimoni a suffragio degli inquirenti era un gioco da ragazzi. Chi veniva convocato in tribunale sapeva già la risposta giusta e accontentava i giudici per evitare guai ulteriori. Il «mostro» veniva sputtanato sui giornali. Il carcerato era chiuso in una cella poco più grande di una bara fino all’inevitabile confessione. Poi Gulag o confino. Il marchio d’infamia non finiva neppure con la morte o con il rilascio. Solzenicyn fu accusato di complottare contro il potere sovietico in base a un carteggio (intercettato dai servizi militari, l’autore era al fronte) neanche troppo compromettente. In ogni caso, era innocente.



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Estradizione Battisti, il presidente del Brasile spiega il «no» a Napolitano

Corriere della sera


BRASILIA - Il «no» all'estradizione di Cesare Battisti annunciato da Lula a dicembre corrisponde ad «un parere giuridico fondato nell'interpretazione sovrana dell'Avvocatura dello Stato sul trattato bilaterale relativa all'estradizione»: lo afferma la presidente brasiliana Dilma Rousseff in una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.




IL CONTENUTO - Rivolgendosi «all'amico Presidente», nella lettera (con data 24 gennaio, pubblicata in facsimile dal giornale Folha de S. Paulo, un quotidiano) Rousseff si dice inoltre «dispiaciuta per la divergenza» sorta per il caso Battisti, così come per il fatto che tale episodio «si sia prestato a manifestazioni ingiuste nei confronti del Brasile, del mio governo e dell'ex presidente Lula». La posizione espressa da Lula non esprime «alcun giudizio sulla magistratura italiana e tanto meno sullo Stato di diritto nel suo paese».

Nella lettera la presidente brasiliana Dilma Rousseff sottolinea di «condividere la sua affermazione sul fatto che una divergenza giuridica, anche se importante, non intralcerà un rapporto secolare quale quello tra Italia e Brasile». La lettera si apre con un «ringraziamento» per «la gentilezza delle dichiarazioni» del presidente Napolitano in occasione «della mia elezione e successivo insediamento» quale capo dello Stato, lo scorso primo gennaio. Tali dichiarazioni - sottolinea ancora la presidente brasiliana - «manifestano la grande amicizia tra i nostri popoli e governi, e riflettono l'opinione di un uomo pubblico con un lungo e rispettato percorso politico». (fonte: Ansa)

28 gennaio 2011




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Agricoltori «spremuti»: arance a 7 cent al kg, ma al bar una premuta costa 3 euro

Corriere del mezzogiorno


La denuncia di Coldiretti: i frutti non vengono raccolti per la crisi, ma sono a pagati a peso d'oro nel bicchiere



NAPOLI - Sono il simbolo della Sicilia eppure oggi sono vittima di un paradosso. Le arance da una parte non vengono raccolte a causa della crisi - per non far crollare il prezzo e a causa delle importazioni - dall'altra vengono pagate a peso d'oro se premute nel bicchiere.
Circa tre euro. È questo infatti il costo di una spremuta d’arance per la quale si utilizzano soltanto tre frutti (5 centesimi) per un bicchiere. La denuncia è della Coldiretti siciliana.


7 CENTESIMI AL KG, 3 EURO AL BAR - «È davvero paradossale che in Sicilia le spremute abbiano un prezzo così elevato paragonato a quanto ricava l’imprenditore agricolo che vende il suo prodotto da 7 a 20 centesimi al chilo. Una spremuta, invece, consumata al banco, costa in tutta l’isola da 1, 30 euro a 2, 50 con punte di 3 euro se viene servita al tavolo», affermano il presidente e il direttore della Coldiretti, Alessandro Chiarelli e Giuseppe Campione.

ARANCE NON RACCOLTE E PREZZI ALLE STELLE - Il paradosso è tutto siciliano e ne pagano le spese gli agricoltori: «Mentre i produttori agrumicoli stanno vivendo l’ennesimo anno di crisi, determinata dalle importazioni massicce – aggiungono - si vive la contraddizione di non raccogliere il prodotto perché non conveniente e pagare ad un pezzo assurdo 3 arance spremute. Allo stesso modo si acquistano aranciate che contengono solo il 12 per cento di succo. Bisogna dire basta a questo sistema che premia l’industria e penalizza l’imprenditore agricolo costringendolo a svendere un prodotto unico».


CENTO PER CENTO SICILIANE - L'appello è rivolto a tutti i consumatori: «All’aranciata anonima bisogna preferire il succo spremuto dalle arance al cento per cento siciliane e favorire l’installazione di macchine spremiagrumi nelle scuole, negli ospedali e in tutti i luoghi pubblici dandole in gestione alle cooperative agrumicole. La possibilità di bere del succo fresco fa diminuire il consumo di bevande gassate che della frutta hanno solo l’aroma, a volte, ricreato chimicamente».

25 gennaio 2011
(ultima modifica: 28 gennaio 2011)




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