domenica 30 gennaio 2011

Il decalogo delle istituzioni allo sbando

La  Stampa



Cerchiamo sempre di essere marziani (ma basterebbe essere svizzeri) planati sul pianeta terra e capitati in Italia.

Nell'ordine notiamo:

1. Il Presidente del Consiglio dei ministri indagato per reati immondi, uno dei quali - la concussione -viene tranquillamente ammesso dallo stesso.

2. Lo stesso presidente del Consiglio per difendersi attacca e strepita contro la magistratura.

3. I magistrati che  accusano il presidente del Consiglio lo fanno per l'ennesima volta negli ultimi 14 anni e per raggiungere il suo scopo certo non bada a spese.

4. Il partito di maggioranza del Paese chiede le dimissioni del presidente della Camera che è anche il fondatore dello stesso partito (da pochi mesi espulso non si capisce bene da chi, né perché)

5. Il Presidente della Camera è da mesi al centro di uno scandalo che non aiuta a risolvere, non lo spiega, non ne prende le distanze.

6. Il Presidente del Senato accorda un dibattito sul caso che riguarda il Presidente della Camera, mettendo di fatto una Camera contro l'altra.

7. Il ministro degli Esteri che solo una volta in tre anni era andato al Senato a rispondere a un'interpellanza parlamentare, si fionda a Palazzo Madama con tanto di documenti richiesti direttamente al governo di Santa Lucia e arrivati senza rogatoria internazionale perché richiesti dai giudici, né con una valigia diplomatica ma , più prosaicamente con un pacco FedEx.

8. Lo zelante ministro degli Esteri non ha detto una parola, alle Camere, di quel che accade in Egitto, per esempio.

9. Il Copasir, comitato di controllo dei servizi segreti, non si riunirà più perché i due partiti che compongono la maggioranza, non intendono partecipare ai lavori in quanto con il passaggio di un depuitato all'opposizione, non hanno più la maggioranza. Il Comitato, di fatto, non lavora più.

10. Polizia e Carabinieri, altro pilastro dello Stato si lamentano perché dalle notti di Arcore , si capisce che più che tutela della sicurezza del premier e dei suoi ospiti, le forze dell'ordine fanno da tassisti per le ragazze. E il prefetto di Milano, su indicazione del premier, aiuta e raccomanda una ragazza fidanzata di un narcotrafficante che ha patteggiato 8 anni dopo il sequestro di dodici chili (chili!) di droga a ottenere il passaporto italiano. E le fa pure saltare la fila e  non pagare il parcheggio. "La chiamo da parte del Presidente Berlusconi" dice lei. E lui:  "Me lo saluti".

Potremmo anche andare avanti

Marco

marco.castelnuovo@lastampa.it




Powered by ScribeFire.

Benevento, gli ritirano la patente e lui usa quella del padre morto

Il Mattino


BENEVENTO - Privato della patente ha tentato di sostituirla con un’altra intestata al defunto genitore. Ma i carabinieri lo hanno individuato e denunciato. I.S., 48 anni, residente a Paduli, già noto alle forze dell'ordine, si era visto sospendere la patente da qualche tempo in conseguenza di una segnalazione nei suoi confronti per uso di stupefacenti.

L’uomo, dopo aver ritrovato in casa la patente del padre defunto, ha pensato di sostituire la foto tessera con la sua e di modificare le generalità del documento. Il lavoro però non deve essere riuscito a regola d'arte ed è arrivato un altro espediente. Il «falsificatore» ha danneggiato con dell’inchiostro il documento, rendendolo parzialmente illeggibile, e si è presentato agli uffici della Motorizzazione di Benevento chiedendo la sostituzione del documento danneggiato e fornendo le generalità del genitore.

Allo sportello non hanno impiegato molto tempo a notare più di una incongruenza sui dati forniti ed hanno chiesto l'intervento dell'Arma. I carabinieri della stazione di Paduli hanno così accertato che all’uomo la patente era stata sospesa per una precedente segnalazione come assuntore di stupefacenti alla Prefettura di Benevento e che l'uomo aveva escogitato questo laborioso escamotage. È stato denunciato per falsità e sostituzione di persona.
Domenica 30 Gennaio 2011 - 12:30




Powered by ScribeFire.

Vi raccomando queste raccomandazioni

di Massimiliano Parente



Per farsi pubblicare un libro è indispensabile saper coltivare le relazioni giuste con le persone giuste Uno scrittore ve ne fornisce l’elenco aggiornato: dalla Lipperini alla Sgarbi e da Mieli a Lagioia



Volete pubblicare un romanzo? Per favore non ivolgetevi a me, non ne posso più. Certo, con gli anni ho imparato a difendermi, e gli aspiranti li mando tutti da chi detesto, usandoli come un’invasione di cavallette: «Vai da Scurati, a mio nome, ti aiuterà sicuramente». Ma oggi, in esclusiva per il Giornale, vorrei rendere un servizio pubblico a me stesso svelandovi da chi dovete farvi raccomandare o meno per trovare un editore.

Se volete pubblicare con Einaudi Stile Libero, si sa, ci sono Severino Cesari e Paolo Repetti. Tuttavia, se frequentate il demi-monde letterario, in giro vedrete sempre Repetti, con la barba, mai Cesari, perennemente malato e chiuso in casa a lavorare (per questo è malato), l’importante è non commettere l’errore di agganciare Repetti di persona, vi mangerà vivi. Cercate di procurarvi piuttosto una bella raccomandazione di Paolo Mauri o Antonio Gnoli di Repubblica. In alternativa provate con Loredana Lipperini, mentre se conoscete Eugenio Scalfari potrete ambire direttamente ai Supercoralli. In generale, se avete la tessera di un partito, meglio la tessera del Pd che quella del Pdl, meglio ancora se siete pugliesi e vendoliani. Un segreto: esiste anche un certo Luca Briasco, che fa non so cosa in Senato e lavora per Repetti, aspettatelo fuori dal Senato con il vostro manoscritto e metteteglielo in mano.

Se volete pubblicare per Adelphi fate prima a suicidarvi: se valete qualcosa i calassiani amano le scoperte postume, se non valete niente meglio per tutti, uno in meno. Se puntate alla Rizzoli e siete giovani e carine andate dritte da Michele Rossi, che talvolta, forse per sbaglio, manda mms erotici alla mia fidanzata, quindi andateci solo se il vostro cognome non inizia con la A perché in quella zona deve esserci molto traffico non solo telefonico. Se siete spregiudicati chiamate Rossi e spacciatevi per amici di Mieli, Mieli Paolo, attenzione, non Mario. In alternativa potete tentare alla Bompiani sequestrando Elisabetta Sgarbi e chiedendo un riscatto a Mieli. L’unico rischio è che Mieli ve la lasci e lei vi assuma come cameraman. Non vi passi in mente di rapire Antonio Franchini, della Mondadori: non solo è molto intelligente e colto ma è anche cintura nera di judo e jujutsu.

Se volete giocare la carte delle parentele sappiate che sono influenti solo quelle dei bestselleristi: Camilleri è riuscito a far pubblicare il genero Francesco De Filippo, Carofiglio ha infilato il fratello Francesco e la madre Enza Buono a Marsilio e Nottetempo, Christian Raimo raccomandava Veronica Raimo e ora pare sia il contrario. Quanto ai critici lasciateli perdere, un giro di telefonate tra gli addetti ai lavori mi conferma che «tutto ciò che arriva da La Porta, Trevi e Pedullà junior sono sempre fregature e favori, così come non funzionano le aspiranti scrittrici raccomandate da Baricco e Pascale e i giovanotti di Antonio Veneziani».

Se siete aspiranti scrittori omosessuali andate da Fabio Croce, il quale prima o poi gli omosessuali li pubblica tutti, e giocatevi appunto il nome di Mario Mieli tra i morti e Antonio Veneziani tra i vivi, stavolta stando attenti a non sbagliarvi con Mieli Paolo e Veneziani Marcello, altrimenti sono cazzi. Se avete più di cinquant’anni millantate un’amicizia intima con Dario Bellezza, se più di sessanta anche con Pasolini (da chiamare rigorosamente Pierpaolo), tanto Bellezza e PPP ne frequentavano così tanti che potete esserci anche voi.

Se siete eterosessuali non andate da Pietro D’Amore, in Via Isonzo, e tenete vostra moglie, se giovane e bella, alla larga da Vivalibri, noto luogo di relazioni pericolose oltre ai paraggi di Baricco e Pascale. Consigliato farsi raccomandare da Fulvio Abbate presso Emanuele Bevilacqua, della Cooper. Se non avete grandi ambizioni andate da Alberto Gaffi Editore in Roma in una delle sue sedi ex sedi della Democrazia Cristiana con tanto di bassorilievo di Aldo Moro di fronte a cui inginocchiarsi. Per avere udienza buttate lì il nome di un qualsiasi politico italiano degli ultimi cinquant’anni, va bene anche Picone in una frase con tante supercazzole e scappellamenti a destra.

Se avete scritto un libro rivoluzionario degli anni Settanta fuori tempo massimo andate a Derive&Approdi, un nome una garanzia e anche una coppia di fatto: Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni. Lì potrebbe contare una telefonatina del compagno Cesare Battisti, o di uno degli autori che assomigliano a noiosi padri di famiglia ma che, in passato e en passant, come hobby, hanno partecipato al sequestro Moro. Se non sapete riconoscere Moretti da Morucci o nessuno dei due, accontentatevi di una raccomandazione di Franco «Bifo» Berardi o Nanni Balestrini o Edoardo Sanguineti, anche se uno dei tre mi pare sia morto e non ricordo mai quale.

Se siete un ingegnere e avete un titolo che terrorizzerebbe perfino Gaffi in Roma, tipo «Breve storia dell’abuso edilizio in Italia», mettetevi in giacca e cravatta e andate da Donzelli Editore, lì più che i titoli e le raccomandazioni fanno colpo tutti i titoli personali, avvocato, dottore, professore, credo vadano bene anche quelli nobiliari, per questo hanno in catalogo molti libri su Totò, mica perché era Totò.

Se invece siete dei musicofili arrabbiati e volete denunciare i loschi retroscena della Rca, o siete degli ex direttori del Tg1 degli anni Novanta e volete denunciare i loschi retroscena del Tg1 di oggi (tanto non ci siete più, appunto), o siete Don Backy e volete denunciare i loschi retroscena di Celentano, se insomma volete denunciare qualcuno di cui a nessuno frega più nulla, andate senza raccomandazioni da Francesco Coniglio ma sappiate che è più facile avere un appuntamento con Silvio Berlusconi che vedere Coniglio. Coniglio è un’entità astratta, Coniglio è Dio, non esiste. Invece, una dritta: lo trovate a intervalli regolari a mangiare un gelato al bar dei due fratelli in Piazza Regina Margherita, se non lo riconoscete chiedete a uno dei due fratelli, non importa quale, tanto sono gemelli.

Se siete Proust o Joyce o comunque scrittori veri non valicate la soglia della Fazi Editore, in Via Isonzo, né della Newton Compton, in via Panama: sono negozi di bassa macelleria mascherati da boutique. Elido Fazi, da poco sposato con la sua editor Alice Di Stefano, vi spiegherà che lui ha scoperto degli irlandesi che se ne fottono di Joyce, e vi mostrerà i tabulati di vendita per dimostrarvi chi ha ragione tra lui e Joyce. Stessa minestra alla Newton Compton, dove Raffaello Avanzini vi spiegherà che Proust e Joyce non contano niente:

«Ma che so’ letteratura quelli? Li conoscete in quattro, la letteratura è quella che vende, te faccio vede’» e anche lui vi sventolerà i fatturati, elogiandovi Vito Bruschini o Massimo Lugli, e se non li conoscete cazzi vostri, avete studiato troppo. Se comunque volete tentare lo stesso andate dall’editor Giusi Sorvillo stavolta a mio nome e sul vostro romanzo allegate un mio giudizio negativo apocrifo (esempio «non è letteratura ma paccottiglia commerciale, sembra Lisa Jane Smith»): vi prenderanno subito.

Infine se siete ombelicali e sociologici e vivete alla Garbatella ma siete peace and love e preoccupati per il global warming e iniziate ogni discorso con «la mia generazione» potete sperare nei boy scout della minimum fax. Lì, a Ponte Milvio, c’è la fortunata coppia Marco Cassini e Daniele De Gennaro. L’entratura buona è direttamente Nicola Lagioia, direttore editoriale della collana Nichel. Se non volete faticare troppo, imparate a memoria almeno questo passaggio dell’ultimo intervento di Lagioia per Il Sole 24ore, e non cadete nella trappola di dire che David Foster Wallace o Bolaño sono grandi scrittori, alla minimum fax i grandi diventano sempre più piccoli e i piccoli sempre più grandi, e quindi «venendo agli anni Zero, gli allibratori ultimamente scommettono molto su David Foster Wallace e Bolaño quali prossimi candidati al processo di canonizzazione.

È probabile che entrambi passino la prova del tempo. E tuttavia, a distanza di qualche lustro dall’uscita delle loro opere più note, il giudizio su di esse ha già subìto le prime modifiche. Se negli anni Novanta sembrava che il mondo dovesse essere salvato dal furore analitico - bianco, protestante, anglosassone - di Foster Wallace, dopo la crisi creativa a stelle e strisce il sol dell’avvenire sembra ora sorgere a sud di Bolaño». Non significa nulla, il pensiero di Lagioia, ma ci sono tutte le parole chiave per essere accettati nel club di Cassini: salvare il mondo, crisi a stelle e strisce, il sud, il giudizio su di esse, il sol dell’avvenire. Auguri e figli sterili.



Powered by ScribeFire.

Ho visto le foto. Busco non mente"

Il Tempo


Il padre della migliore amica di Simonetta difende l'ex fidanzato della vittima. In aula si è detto che a Raniero non furono mostrate le immagini a poche ore dal delitto. Ma Giovanni Villani giura che alle 3.30 del mattino erano sul tavolo del dirigente della Mobile Cavaliere.


Hanno detto che è un bugiardo. Che ha mentito sull'alibi, che ha cercato di depistare le indagini. Hanno sostenuto che aveva dichiarato il falso quando in aula riferì che la notte del delitto lo schiaffeggiarono e gli misero sotto gli occhi le foto del cadavere di Simonetta: non potevano essere già state sviluppate quelle atroci immagini del corpo martoriato, crivellato da trenta coltellate. Dalla scoperta del delitto erano passate solo poche ore. Quindi, quella di Busco era una menzogna. Una delle tante che aveva messo in circolazione per garantirsi l'impunità, per non pagare le sue colpe. Ma c'è un testimone che giura di aver visto quegli scatti raccapriccianti alle tre del mattino dell'8 agosto, quindi tre ore e mezzo prima che Raniero venisse interrogato.

È il padre di Donatella Villani, la migliore amica della vittima, quella a cui Simona indirizzò una delle lettere messe agli atti del processo. «Erano all'incirca le due e mezzo del mattino, squillò il telefono e una voce maschile dall'altra parte della cornetta disse: "Sono il dirigente della Squadra Mobile Nicola Cavaliere. Ho bisogno di parlare con sua figlia. Me la può portare in Questura?" - racconta Giovanni Villani, 69 anni, un negozio di frutta a Morena - Cavaliere non mi disse che cosa era successo. Verso le 3 e 20 arrivammo a San Vitale. Donatella entrò nell'ufficio di Cavaliere e io andai nella sala d'attesa. Qui vidi Raniero Busco seduto, la testa poggiata sulle braccia, che piangeva a dirotto. "Che è successo?", gli chiesi.

 "Hanno ammazzato Simonetta", replicò lui. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. Per quello che ho potuto osservare, non aveva graffi, ferite e nemmeno cerotti sulla mani e sulle braccia». Villani, che nel suo quartiere tutti chiamano Giovannone per la stazza non certo efebica, a questo punto esce dalla stanza, lasciando Busco a singhiozzare in solitudine, bussa alla porta di Cavaliere ed entra. «Anche mia figlia stava piangendo. Aveva saputo. Io ero in piedi e, sul tavolo del dirigente vidi una quindicina di foto del corpo di Simonetta.

Ricordo che c'erano un sacco di buchi, di ferite, e poco sangue. Donatella non poteva scorgerle da seduta perché Cavaliere sul tavolo aveva alcune cartelle e forse la borsetta della vittima, se ricordo bene». Ma perché il signor Villani queste cose non le ha dette prima, perché non si è presentato in aula in questi ultimi undici mesi? «Ho seguito il processo in tv e non ho mai saputo del particolare delle foto - spiega lui - Quando mi hanno detto che in televisione si era messa in dubbio l'amicizia di mia figlia per Simonetta mi sono arrabbiato, mi è tornata in mente quella notte e oggi ho deciso di parlare».

Sì, perché Giovannone ha visto crescere tutti e due, Raniero e Simona. «Era una comitiva di ragazzi acqua e sapone e Simonetta veniva spesso a mangiare da noi - riferisce - Spesso si toglieva le scarpe, era un suo vizio. Quando si metteva seduta, se le toglieva. Comunque le due ragazze erano amiche per la pelle. E nessuno può insinuare il contrario. Ancora oggi Donatella, che ormai ha 41 anni e due figli, piange ogni volta che si accenna alla sua amica uccisa e spesso va a pregare sulla sua tomba a Genzano. E lei capisce che sentir dire che ha tradito l'amicizia di Simonetta mi fa imbufalire. Solo un depravato - conclude Villani - può aver fatto una cosa del genere. E Busco non è un depravato. Io posso gridare al mondo che Raniero è innocente. Ma mi piange il cuore perché l'assassino di quella poveretta resterà impunito».


Maurizio Gallo
30/01/2011




Powered by ScribeFire.

Caselli si rassegni: ad Arcore di "penale" c’è solo la parola

di Vittorio Sgarbi


Il procuratore di Torino invoca la condanna di Berlusconi. Ma in ballo non ci sono reati, al massimo gli attributi del Cav. Secondo questi giudici rispettare i diritti significa emettere sentenze sommarie



 

L’assoluta sicumera con cui alcuni fallaci magistrati sostengono il primato dell’accusa, in un momento in cui le inchieste si manifestano come attentati alle elementari libertà individuali, in un rinnovato clima di inquisizione, contrasta con una infinita serie di errori storici che hanno visto gli accusati e i condannati come simboli positivi. Nel processo a Socrate la ragione era dalla parte dell’accusa? E nei processi a Giordano Bruno, Galileo, Pasolini, Braibanti, Gramsci, la ragione era dalla parte dell’accusa? E nei più recenti processi, accompagnati dall’infamia e dal ludibrio, a Calogero Mannino, Francesco Musotto, Corrado Carnevale, Franco Nobili, Vito Gamberale, la lunga gogna, l’umiliazione di accuse sbagliate è giustificabile, soprattutto senza che nessuno sia stato chiamato a pagare per il suo errore? Cosa fa dunque pensare che le ragioni dell’accusa meritino comunque rispetto e impongano all’accusato di discolparsi?

Questa esaltazione catartica dell’accusa sembra nascondere una prepotenza religiosa, legata all’ombra del peccato, sulla dimensione laica della giustizia. Non è contemplato l’errore, e tantomeno il pregiudizio, quasi sempre moralistico. Un tale atteggiamento si ravvisa nel pensiero del procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, che sembra non sopportare il ribaltamento del ruolo da accusato ad accusatore, tipico delle rivoluzioni culturali (e anche sessuali).

Per lui Caifa ha sempre ragione. Prevedibile, benché più grave, la posizione di Giancarlo Caselli che, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino, senza il minimo turbamento per avere chiesto e ottenuto il carcere per Calogero Mannino sulla base di accuse rivelatesi inconsistenti, ha sentenziato tetragono: «Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il presidente Berlusconi nel corso degli anni ha moltiplicato gli interventi per indurre nei più l’immagine della giustizia come campo di battaglia di interessi contrapposti, anziché luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite».

E quale sarebbe la tutela dei diritti secondo Caselli, di grazia? Allegare 616 pagine di vaniloqui telefonici di ragazze desiderose di essere considerate, aiutate, promosse, anche amate, per una richiesta di perquisizione, senza alcun interesse penale e solo per diffondere un profilo moralmente discutibile dei comportamenti sessuali di una persona, può essere considerata tutela di diritti? E quali? Nell’evidente e prepotente violazione della privacy, senza alcun profilo di reato? E perfino l’insistenza sulla minore età che non preclude figli, matrimoni e mantenimento, non ostacola doni e regali e neppure rapporti d’interesse che non possono essere in alcun modo fatti coincidere con la prostituzione, soprattutto se si instaurano rapporti di responsabilità e di conoscenza, non è un modo suggestivo per mettere in cattiva luce un antagonista politico con lo stesso discredito che si usò nei confronti di Carnevale?

Le stesse cose ritornano ma non si possono fare i processi sulla base di valutazioni moralistiche dei comportamenti, soprattutto sessuali. La sfera sessuale è sacra e nessuno l’ha vista così oscenamente sfregiata come il presidente del Consiglio. Con l’assoluta evidenza ben descritta da Maria Giovanna Maglie di un mondo femminile di donne consapevoli e voraci che «prima spolpano il Cavaliere e poi lo sputtanano». Questo soltanto appare dalle intercettazioni.

E la Maglie conclude, sulla base di quanto si è, con disgusto, letto: «Una considerazione mi scappa, queste sono veramente delle sanguisughe, e la loro giovinezza non può essere un alibi per tanta spolpante irriconoscenza». Vero è che non c’è nulla di male a desiderare di frequentare e vedere donne giovani e belle. È ricostituente, perfino una medicina. Mio padre, novantenne, quando vede una ragazza di vent’anni, riprende vigore e piacere com’è naturale e come era davanti a giovani corpi per Luchino Visconti, per Pasolini, per Balthus, per Socrate, per Platone, per Moravia, per Simenon, per Henry Miller, per Kennedy e per quegli attori americani che hanno confessato la loro sex addiction.

Tutto questo per Caselli è reato e merita di essere condannato non moralmente ma penalmente. È ingiusto ed eversivo ribellarsi, inaccettabile rivendicare la riservatezza per la sfera privata, ancorché di un premier. Eppure abbiamo combattuto con Pannella e con tutti i difensori delle libertà perché «nessuno tocchi Caino». Battaglie anacronistiche? Principi indifendibili per l’idolatria dell’accusa? Da nessun punto di vista riesco a giustificare questa indagine penale.

Ad evidenza nulla di penalmente rilevante. E però comincio a capire ora perché essa è stata concepita. È penale perché riguarda il pene. È per questo equivoco che ne stiamo parlando. I magistrati di Milano non hanno potuto resistere alla formidabile attrazione del pene. E lo hanno visto al centro di una vicenda che si muove intorno a quello più simbolico ed emblematico del presidente del Consiglio come rappresentante di tutti gli italiani. Punendo lui hanno inteso punire tutti i peccatori credendo di essere non un tribunale laico ma un tribunale ecclesiastico e hanno voluto mettere in discussione le ragioni del pene. È in questo senso che la loro indagine è penalmente rilevante. Ma di pene si tratta, non di pene.



Powered by ScribeFire.

La topica (impunita) del pm che sequestrò la luce

di Stefano Zurlo


Mise i sigilli a un'enorme centrale di Voghera. E dopo le accuse la Procura ha dovuto scusarsi. L'ultima impresa di Cotugno è la confisca dello yacht di Briatore: una mossa ad alto impatto mediatico



 

La centrale elettrica. La fabbrica. L’ufficio urbanistica del Comune. E poi, a scendere, persino un marciapiede, una rotonda al casello dell’autostrada, e lo yacht di Flavio Briatore. Il pubblico ministero Walter Cotugno si è fatto un nome prima a Voghera e ora a Genova dove è entrato in rotta di collisione con la barca del marito di Elisabetta Gregoraci. La sua specialità è sempre la stessa: i sequestri. Nella sua carriera ha sequestrato di tutto: ha paralizzato per due anni l’ufficio urbanistica di Voghera, una città di 40mila abitanti, costringendo l’amministrazione, fra arresti e blocco delle pratiche, a chiedere la consulenza di dirigenti esterni; ha spento per sei mesi la centrale elettrica di Torremenapace, un colosso da 250 milioni di euro appena fuori Voghera; ha messo in ginocchio, anche se per un periodo breve, un’azienda specializzata nella produzione di tappi per bottigliette, la Crown Cork oggi Obrist, provocando la reazione rabbiosa degli operai che hanno alzato la voce e scandito slogan sotto il tribunale e le sue finestre.

Ora ha «arpionato» i 63 metri del Force Blue e ha costretto la famiglia Briatore a scendere a terra. Cotugno è un tipo tosto: non ha paura di affondare la spada della giustizia, costi quel che costi, ma non ha nemmeno paura di aprire un altro fascicolo prima che il precedente sia chiuso. Risultato: molte indagini, iniziate con grande clamore, si sono risolte in nulla. O con risultati modesti, sproporzionati agli alti costo sociali delle sue iniziative e, per dirla con i parametri dei chirurghi, Cotugno è uno dei pm più invasivi d’Italia: interventi a gamba unita, naturalmente giustificati dal suo punto di vista dall’applicazione della legge, risultati microscopici, da zerovirgola, che spesso fanno sorgere la più retrospettiva delle domande: ma perché ha stoppato quelle turbine, perché ha chiuso quell’ufficio, perché ha sigillato quell’attività?

Una questione importante che però i suoi superiori hanno tranquillamente ignorato ritenendola superflua: così, dopo aver furoreggiato a Voghera, nella nebbiosa provincia italiana, ora il mastino combatte sul mare di Genova la sua nuova battaglia. Eppure c’è chi ancora deve fare i conti con il suo passaggio, certo non indolore, sulla linea del Po. «Ha ordinato l’alt a molti miei progetti quando ero sindaco di Voghera - racconta al Giornale Aurelio Torriani, oggi Pdl e allora Forza Italia - è arrivato a sequestrare addirittura una rotonda all’ingresso dell’autostrada e un marciapiede».

Ma le operazioni che hanno segnato la comunità sono due: il blitz all’Urbanistica e quello alla centrale elettrica di Torremenapace. «A Torremenapace - spiega l’avvocato Antonio Rossi - è stata paralizzata per cinque mesi un’impresa che stava nascendo. Non solo: Cotugno ha bloccato un impianto costato 250 milioni di euro per un reato, una violazione delle norme a tutela dell’aria, che si può cancellare pagando un obolo di mille euro». Una modesta contravvenzione ha messo ko gli ingranaggi. Non è un po’ troppo?

L’indagine è andata avanti, la centrale è faticosamente ripartita, col tempo sono emersi nuovi e più consistenti capi d’imputazione. Ma alla fine in tribunale l’impianto che è crollato è quello dell’indagine, e il pm che aveva ereditato il fascicolo di Cotugno, intanto emigrato a Genova, ha chiesto e ottenuto una raffica di assoluzioni, spruzzate qua e là dall’immancabile prescrizione. Insomma, oltre che impacchettare la centrale, come faceva Christo con i monumenti, Cotugno ha ottenuto ben poco. E ancora peggio è andata con l’assalto all’Urbanistica. Il pm aveva annusato un computer sospetto e inseguito una serie di condoni poco trasparenti, per allargarsi poi a macchia d’olio: una raffica di arresti, tutto il settore bloccato per un periodo intollerabile, dal 2006 al 2008, il sindaco Torriani sotto scacco pure lui per la trasformazione di un magazzino in studio medico.

A Voghera non c’era più nessuno che potesse maneggiare quei dossier e dare risposte ai cittadini esasperati per la lunghezza delle procedure. Così l’amministrazione ha dovuto bussare a tecnici esterni per tamponare le falle. Una situazione incandescente finita in farsa: il pm Ilaria Perinu, che come per Torremenapace si era ritrovata a gestire il dossier aperto dal collega, si è accorta che nella perizia del consulente ingaggiato dalla procura a suo tempo c’era un errore di impostazione: un «dieci» era invece un «venti». Così, in aula, coraggiosamente la Perinu ha demolito, tanto per cambiare, il lavoro di Cotugno, riconoscendo una sorta di «vizio d’origine», quel calcolo errato che faceva sballare le operazioni. Conclusione: tutti assolti, anche qua, a parte due patteggiamenti. E tutti in fila a chiedere allo Stato il risarcimento per l’ingiusta detenzione.

Lui, invece, il mastino, ha cambiato aria: basta con la provincia, avanti verso la grande città, la metropoli. Genova. Dove ha preso di mira Briatore e la sua imbarcazione. Il padrone del Billionaire protesta. Quello yacht è un’azienda, viene noleggiato, incassa. Per ora però il Force Blue resta a terra. Domani si vedrà.



Powered by ScribeFire.

La ricetta del successo Ecco come nascono i telepredicatori

di Maurizio Caverzan


Gli anchormen non si accontentano più di dettare la linea alla sinistra: vogliono guidare il Paese. Travaglio e Saviano hanno il polso dei loro seguaci più di Vendola e Bersani



 


I supplenti dell’opposizione hanno preso la laurea in tv. Nelle fumerie d’oppio della prima sera­ta. Nei calderoni altrimenti deno­minati talk show. Nelle piazze vir­tuali più o meno ribollenti. Ades­so però si preparano a esercitarsi nelle piazze tout court , il 13 feb­braio prossimo, davanti al Palaz­zo di giustizia di Milano. Del re­sto, il momento è quello che ve­diamo tutti i giorni nei tg e nei pro­grammi di approfondimento con risse e telefonate incorporate. Lì, sotto i nostri occhi, si sta consu­mando la grande metamorfosi del conduttore. Un po’ come av­viene per certi mostri, certi supe­ruomini dalla doppia vita che po­polano il cinema per ragazzi e che, in particolari condizioni, si trasformano. Ecco qua, i supplen­ti dell’opposizione sono gli esseri geneticamente modificati della specie «tribuni televisivi». Santo­ro, Lerner, Travaglio conduttori militanti lo sono sempre stati. Sa­viano, invece, la laurea (non quel­la honoris causa ) l’ha presa di re­cente.

Ora che l’ Armageddon si avvici­na, assistiamo a uno scatto in avanti. Annozero , Il Fatto quoti­diano , gli scritti di Saviano non so­no più solo programmi tv, testate giornalistiche, espressioni intel­lettuali. Sono strumenti di attività politica, marchi e soggetti che in­nescano appartenenze, per i qua­li si può tifare. In buona parte so­no le condizioni esterne a provo­carlo. Innanzitutto la radicalizza­zione dello scontro tra poteri del­lo Stato. Poi l’ostruzionismo im­potente e maldestro dei cosiddet­ti organi di controllo, dalle autho­r­ity fino ai vari tentativi del diretto­re generale della Rai Mauro Masi. Infine, ma soprattutto, la latitan­za dell’opposizione tradizionale. Così Santoro & Co. riempiono un vuoto. 

Per capire come stanno le cose in un certo mondo che non si può più definire solo banalmente di si­nistra (l’antiberlusconismo è di­ventato un fattore ancor più ag­gregante come dimostra il caso di Futuro e libertà) basta confronta­re due iniziative pubbliche con­tro il premier. La raccolta di firme indetta da Bersani e appunto la manifestazione a sostegno della Procura di Milano promossa da Santoro e soci. Come si è visto pro­prio ad Annozero nel duetto tra Rosy Bindi e Paolo Mieli che invi­tava il Pd a rovesciare nelle urne le eventualissime 10 milioni di adesioni anti-Cav, l’iniziativa dei gazebo suscita reazioni che van­no dallo scetticismo all'ilarità pas­sando per la compassione (nella parodia de Gli Sgommati di SkyU­no, il povero Bersani che racco­glie le firme diventa un arrotino o un cantante da metrò). Tutt’altra accoglienza,frutto di tutt’altra de­terminazione e del sèguito con­quistato in televisione, è quella ot­tenuta dall’annuncio del raduno davanti al tribunale milanese: un’idea che vellica il popolo vio­la, scalda gli animi, schiera le piaz­ze. 

Qualche giorno fa Saviano ha stabilito che a Napoli bisognava rifare le primarie e Bersani si è adeguato dopo aver rinviato l’as­semblea nazionale del partito. 





Powered by ScribeFire.

Questa magistratura è intoccabile I suoi errori costano 400 milioni

di Anna Maria Greco


Ecco i risarcimenti ai cittadini vittime di ingiusta detenzione o di errori giudiziari negli ultimi 10 anni. Ma nello stesso periodo sanzioni dure solo per una decina di toghe. La Corte europea ha condannato l'Italia a ripetizione per le sentenze lumaca



 

Roma


La Casta, com’è stata chiamata quella dei magistrati, difende se stessa con la giustizia «domestica» e corporativa. Quella del Csm, dove si celebrano i processi promossi dai titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il Procuratore generale della Cassazione.

Nell’ultimo decennio in Italia la media dei magistrati colpiti dalla rimozione dall’ordine giudiziario per gravi illeciti disciplinari, è di 1,3 ogni anno. Tra il 2000 e il 2007 la sanzione più grave è stata applicata 6 volte, nel triennio 2008-2010 ha riguardato 7 toghe. Nel 2008 le sanzioni disciplinari di vario grado hanno colpito meno dello 0,5 per cento dei magistrati.
Per il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, che ne ha parlato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che l’altissimo numero degli esposti di privati cittadini, dice l’alto magistrato, «è la testimonianza più evidente dell’insoddisfazione, largamente diffusa, per il “servizio giustizia”». Delle 1.382 denunce arrivate lo scorso anno alla Procura generale ne risultano 573 di privati, anche se per Esposito in realtà sono molti di più per un errore di classificazione.

Le cause intentate dai cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari, negli ultimi 10 anni sono costate allo Stato italiano circa 400 milioni di euro.
A questa insoddisfazione dei cittadini, secondo il Pg, «non si può sempre ovviare con lo strumento disciplinare, concepito dal legislatore come rimedio specifico per reprimere situazioni di grave patologia comportamentale dei magistrati». Esposito sottolinea che ci sono «altri strumenti» nell’ordinamento per contrastare i comportamenti colpevoli dei magistrati.

Il problema è che leggi come quella sulla responsabilità civile delle toghe, rimangono lettera morta. E i dati della Commissione europea per l’efficacia della giustizia dicono che nella classifica della severità delle sanzioni applicate ai suoi membri, la magistratura italiana si trova al sesto posto fra i Paesi del Consiglio d’Europa.

Spesso non solo giudici e pm non pagano per inchieste basate sul nulla, violazioni dei criteri di competenza, dispendiose e spettacolari azioni che portano dopo anni ad archiviazioni, ma neppure questo ha riflessi sulla loro carriera politica, come dimostrano tanti casi di promozioni e normale scalata nella carriera malgrado curricula fortemente macchiati.
Nella recente riforma dell’ordinamento giudiziario si pone fine all’automatismo e si introducono le valutazioni periodiche di professionalità e produttività, ma il sistema è ben lontano dall’essere a regime. Ci vorrebbero, tra l’altro, gli standard di produttività delle toghe previste dalla legge. Per il settore civile, però, è partita in grave ritardo questo mese solo la prima sperimentazione in tre città (Bologna, Firenze e Caltanissetta), mentre per il penale siamo in alto mare.

Il Pg della Cassazione spiega che da due anni trasmette al Csm fascicoli da archiviare perché non sono stati individuati comportamenti illeciti, che però evidenziano «vistose cadute di professionalità, non solo tecnica», perché se ne tenga conto nella progressione di carriera e per l’attribuzione di incarichi direttivi. Ma è il Csm a decidere e la forza delle correnti a Palazzo de’ Marescialli è sempre forte.

Quello dei ritardi nel deposito delle sentenze è un problema enorme. Ed Esposito denuncia: «Non siamo più in grado neanche di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo (legge Pinto, ndr.». La Corte europea di Strasburgo ci ha condannato per 475 casi di ritardi nel pagamento dei risarcimenti: si è passati da quasi 4 milioni di euro del 2002 agli 81 del 2008, di cui ben 36,5 non ancora pagati. Esposito richiama i capi degli uffici giudiziari, chiede controlli maggiori per velocizzare i tempi della giustizia e smaltire l’arretrato che soffoca i tribunali. Ma sono richiami che sentiamo ogni anno e quasi sempre rimangono inascoltati.



Powered by ScribeFire.

E' nato "Forza Giudici"

Il Tempo


Trasmissioni televisive, giornali, intellettuali Il partito di Santoro è pronto alla battaglia. L'appello: Domenica 13 febbraio, senza bandiere o simboli di partito, saremo davanti al Tribunale di Milano in difesa dell'indipendenza della magistratura e della libertà.



Hanno trasmissioni televisive e giornali. Una fetta dell’opinione pubblica pende dalle loro labbra. E, soprattutto, hanno i magistrati. Gli unici che in questi 17 anni hanno dimostrato di poter impensierire Berlusconi. Signore e signori ecco a voi «Forza Giudici».
Il partito che il 13 febbraio, sotto la sapiente leadership di Michele Santoro, muoverà i primi passi a Milano. Davanti al tribunale che rappresenta ormai l'ultimo «baluardo» dell'opposizione al Cavaliere. Non è una novità. Ci provarono già nel 2002 con i Girotondi. Ma il meccanismo, nonostante qualche manifestazione ben riuscita, si inceppò quasi subito. Troppa improvvisazione. Allora, a scatenare i «moti di piazza», era stato il grido di Francesco Saverio Borrelli. «Resistere, resistere, resistere» era un ottimo slogan, ma il procuratore generale di Milano non aveva il piglio del leader. In diversi tentarono di rivestire quel ruolo.

Chi ci riuscì più di altri fu, probabilmente, Nanni Moretti. Ma alla fine anche lui fu costretto ad alzare bandiera bianca. Nove anni dopo ci riprovano. Molti dei protagonisti sono gli stessi di allora, ma stavolta la situazione è diversa. «Forza Giudici» sembra aver deciso di combattere il Cavaliere sul suo stesso terreno. Ha un leader carismatico che ogni giovedì sera «telepredica» a 7 milioni di persone. Non solo, ma Santoro ha anche fatto un giro «dall'altra parte» candidandosi alle elezioni europee del 2004 nelle file dell'Ulivo (730mila preferenze). Il suo, quindi, non sarebbe un esordio in politica. Al suo fianco poi Michele può già schierare, oltre ad una serie di «tramissioni d'area» (da Report a Parla con me, passando per Che tempo che fa), una squadra di tutto rispetto.
Si parte dalla carta stampata dove spicca sicuramente Il Fatto quotidiano vicediretto da Marco Travaglio. Il giornalista potrebbe a ragione vestire i panni dell'ideologo di «Forza Giudici». Più riservato di Santoro, preferisce poter esporre il suo «verbo» in assenza di contraddittorio. Di certo Il Fatto ha un feeling diretto con procure e magistrati che non disdegnano scrivere sulle sue pagine. Diverso il caso di Barbara Spinelli. Il «partito Repubblica» difficilmente lascerà la ribalta del palcoscenico al conduttore di Annozero, ma la sua editorialista, che spesso interviene sul Fatto, è una battitrice libera.

E non a caso ha lanciato assieme a Santoro e Travaglio l'appello per la manifestazione del 13 febbraio. Più defilato, almeno per ora, Paolo Flores D'Arcais con il suo Micromega. Sul sito della rivista non c'è traccia della mobilitazione di Milano. Ma il direttore, già animatore dei Girotondi, difficilmente mancherà. Per ora si limita a dare le stampe due volumi per festeggiare i 25 anni del bimestrale (uno uscito il 25 gennaio, l'altro il primo marzo) dal titolo emblematico: «Berlusconismo e fascismo». Tra gli interventi anche quello di Andrea Camilleri, il papà di Montalbano, che rappresenta il mondo degli intellettuali organici a «Forza Giudici».
Con lui, ovviamente, Roberto Saviano che non passa mai di moda. E la politica? Quella ovviamente insegue. Certo, ci sono gli «indipendenti» come Luigi De Magistris che, eletti nei partiti, li picconano dall'interno. Ma fondamentalmente il Palazzo insegue. Anzi, è proprio l'assenza della politica ad aver spalancato le porte a «Forza Giudici». Che tra una bastonata al Pd e una a Di Pietro (l'ex pm sarà a Milano il 13 febbraio), ha già preso in mano le redini dell'opposizione al premier.



Nicola Imberti
30/01/2011




Powered by ScribeFire.

Dopo Santoro c'è l'odio di Fini: "Isolate i bimbi dei berlusconiani"

di Gian Maria De Francesco


Sul sito di Generazione Italia Granata lancia l'appello alla guerra santa contro gli elettori del Pdl. E i fan del Fli si scatenano: "Contro questa gentaglia facciamo come in Tunisia". Un supporter: "Impaliamo la Santanchè e mettiamo Bondi al rogo". Poi l'avvertimento: "Per pulire tutto questo marciume dobbiamo essere pronti allo scontro fisico"



 

Roma - «Quando mancasse il consenso, c’è la forza». Lo af­fermava Benito Mussolini ieri. E, in buona sostanza, lo ripeto­no oggi sul web i militanti di Fu­turo e libertà. Per rovesciare il governo democraticamente eletto di Silvio Berlusconi esi­stono due possibilità: applica­re un surrogato delle leggi raz­ziali del ’38 nei confronti dei simpatizzanti del Pdl e dei loro figli isolandoli dal resto della società. Oppure replicare in Italia i moti di Tunisi e del Cai­ro. Gianfranco Fini potrà an­che gloriarsi dell’essere riusci­to a passare da «fascista del 2000» ad amico di Israele e del­le comunità ebraiche. Ma il «suo» popolo è rimasto indie­tro e le parole del leader produ­cono solo odio.
Lo testimonia quanto acca­d­uto sul sito web di Generazio­ne Italia, la corrente avanguar­dista dei finiani. L’ultimo inter­vento del pasdaran Fabio Gra­nata è stato un invito alla jihad . «Il premier e i suoi asca­ri avranno durissime e adegua­te risposte, in ogni sede», ha scritto nel suo ultimo post di­menticando che gli indigeni africani erano truppe regolari del Regio Esercito. A leggerlo sembrerebbe che la casa di Boulevard Princesse Charlot­te a Montecarlo non sia mai esi­stita e che il presidente della Camera non abbia nulla da chiarire attraverso dimissioni necessarie. Il partito grazie al quale Granata siede in Parla­mento è diventato un «ricetta­colo di cricche, affaristi e inda­gati per reati mafiosi». Il Cava­liere e «i suoi accoliti sono un pericolo per la democrazia», ormai.
Per gli ideologi, come il «mo­derato » Karl, serve una nuova apartheid antiberlusconiana. «Senza arrivare ad estremi­smi, io dico che ognuno nel proprio microcosmo dovreb­be incominciare a smettere di parlare con parenti, amici e colleghi elettori del Pdl, isolar­li sui luoghi di lavoro, evitare di salutarli, impedire che i pro­pri figli giochino coi loro ».Gat­to è d’accordo: «La peggior pu­nizione per quella “gentina” (la cui unica forza consiste nel­la forza di un’unione di mag­gioranza) è quella di trovarsi improvvisamente isolati». Mentre Curzio pensa già a Piazzale Loreto e aspetta che «l’incubo berlusconiano sia fi­nito per insultarli sulla pubbli­ca piazza» e intanto ne annota i nomi. 
Per gli altri aficionados di Granata resta solo la «guerra santa». Enrico disegna uno sce­nario inquietante. «Fermiamo il tiranno. Difendiamo la de­mocrazia e la Costituzione. Pronti a combattere», scrive a caratteri cubitali aggiungendo in seguito carinerie come «Im­paliamo la Santanché! » e «San­dro Bondi al rogo!». Mario, in­vece, progetta lo scontro di piazza se il 13 febbraio a Mila­no dovessero concomitare la manifestazione del Pdl contro il golpe della magistratura, la «sceneggiata» dei santorian­travaglisti e il congresso fonda­tivo di Fli. 
«Vi sono momenti in cui la libertà la difendi con la testa, ed altri in cui invece la de­vi difen­dere anche con le gam­be e con le braccia. Tutti a Mila­no il 13 febbraio!». Alessandro è dello stesso avviso: «È ora di cominciare a far volare le peda­te nel culo». 
Poi ci sono anche i nostalgi­ci. Quelli di Almirante come Baffo: «Ma quanto ancora do­vremo aspettare per ritrovare un politico che abbia il corag­gio di dire che per ripulire il marciume dovevamo essere pronti anche allo scontro fisi­co? ». E quelli di Galeazzo Cia­no che sperano in un 25 luglio all’incontrario come Stefa­no65: «Convocarlo al Quirina­le, aspettarlo fuori con un’am­bulanza guidata dai Carabinie­ri, portarlo in una caserma (la Podgora sarebbe ok), ricovero all’Ospedale militare del Ce­lio, con piantonamento inter­forze e dopo qualche giorno trasferimento in carcere mili­tare e governo di salute pubbli­ca».
È inutile che i farefuristi co­me Filippo Rossi pensino alle manifestazioni unitarie di ispi­razione veltroniana, la gente di Fli vuole il golpe. «Questa volta possiamo fare da soli e non c’èbisogno...degli Ameri­cani », commenta Giovanni. Una testa calda come Massi­mo scrive invece: «Spero che succeda qualcosa tipo la Tuni­sia, non se ne può più». Graym gli tiene bordone: «Ma siamo forse inferiori ai tunisini? O se ne va o lo dobbiamo cacciare col forcone!». I «ragazzi» di Fi­ni sono pronti alla guerra civi­le. Il presidente della Camera continua a far finta di niente.  





Powered by ScribeFire.

Sordomuta contro il canone Rai Non paga: non ci sono sottotitoli

di Redazione




Una ssordomuta fin dalla nascita dovrebbe pagare entro il 31 gennaio 2011 il canone Rai ma fa ricorso. Cosa risponderà l'azienda?



 

La Rai non è proprio per tutti: una signora sordomuta chiede l'esenzione dal canone rai perché non tutti i programmi televisivi sono sottotitolati per i non udenti. Carmela De Paola, classe 1966, originaria di Auletta, Salerno, dipendente delle Poste a Roma, nubile, è affetta da sordomutismo fin dalla nascita. Questa patologia non le ha impedito, però, di cercare di avere una vita «normale», ha infatti una patente di guida speciale con la quale si reca al lavoro, vive a casa con la sua amica ed «assistente» di sempre, Amelia, e coltiva molti hobby. È una grande appassionata del piccolo schermo, non solo per i film, ma anche per le trasmissioni televisive: in particolare è una grande ammiratrice di Bruno Vespa e vorrebbe seguire la trasmissione «Porta a Porta». Come tutti gli altri italiani, avendo un'età inferiore ai 75 anni, dovrebbe pagare entro il 31 gennaio 2011 il canone Rai. La signora ha però deciso, tramite i propri legali Lorenzo Amore, Giacinto Canzona e Anna Orecchioni, di richiedere all'azienda l'esenzione dal canone in considerazione del suo stato di sordomutismo che le impedisce di «usufruire pienamente» dei servizi offerti dalla Rai. In particolare - spiegano i legali - la signora De Paola lamenta il fatto che mentre i film sono comunque sottotitolati per i non udenti, molte trasmissioni di interesse politico-culturale, in primis «Porta a Porta», non solo sottotitolati e, quindi, per lui non è possibile seguirle. «Tale omissione - spiega l'avvocato Canzona - da parte dell'Azienda pubblica rappresenta una forma di discriminazione per i non udenti, privandoli, di fatto, della possibilità di seguire la televisione pubblica, pur dovendo pagare la relativa tassa».




Powered by ScribeFire.

Abusi sui bambini, allarme per gli imam pedofili

di Francesco De Remigis



Molestie sugli allievi delle lezioni di corano. Un religioso arrestato a Treviso, altri casi in Olanda e Inghilterra Il rappresentante degli immigrati in Veneto: "Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la questione esiste"



 

Il primo caso di un religioso musulmano alle prese con la sconvolgente accusa di pedofilia in Italia è stato registrato nell’ottobre 2008. Coinvolto in un’ indagine della Procura di Udine, poi passata a quella di Trieste, l’imam sarebbe stato uno degli animatori di un circolo di persone che immetteva immagini pedopornografiche on line. Dopo averle girate in locali riservati, le registrazioni venivano trasferite in rete e scambiate con altri utenti.

Il tema della pedofilia come pratica diffusa tra le guide religiose del culto islamico, con ampi margini di rischio anche in Italia, si è proposto di nuovo cinque mesi fa. Grazie a un musulmano che ha scelto di aprire una riflessione sulle scuole coraniche che operano nel nostro paese senza alcun tipo di controllo. Abdallah Khezraji, marocchino vicepresidente della consulta regionale per l’immigrazione veneta, ha trovato il coraggio di parlarne, spiegando che è arrivato il momento di esaminare la piaga della pedofilia ovunque, «anche nella comunità islamica, grazie alla copertura di qualche imam».

In un’intervista al Corriere del Veneto ha detto: «Non tutti sono così. Diciamo però che è stato forte lo choc nello scoprire che pure alcune figure religiose, che per noi sono sacre, risultano gravemente compromesse con la pedofilia». Un fenomeno condannato soltanto ufficialmente nel mondo musulmano. Secondo Khezraji, «la questione infastidisce e imbarazza talmente da far sì che non se ne parli, al punto che si fa finta che il problema non esista. Invece anche noi islamici dobbiamo aprire gli occhi e ammettere che il mostro può nascondersi pure nella nostra comunità».

Ad avvalorare le sue preoccupazioni, gli abusi compiuti a danno di decine di minori marocchini che erano stati affidati agli imam per lo studio del Corano, e che invece sono finiti nella tana di alcuni pedofili. Nonostante i casi si ripetano, in Europa (e in Italia) se ne parla ancora poco.

Il caso di Mohammed Hanif Khan, imam di 42 anni incarcerato per violenze su un ragazzo dodicenne in una moschea di Sheffield, è solo il più recente. Nel processo a suo carico che l’Alta Corte di Nottingham sta svolgendo in questi giorni, ha negato gli stupri, dicendo di aver solo aiutato il minorenne a superare la difficile situazione che viveva in famiglia. Quella che sembra una semplice giustificazione va però contestualizzata, per comprenderne la gravità. Come se l’abuso di un minorenne dentro la moschea non fosse considerato realmente un reato nelle periferie del mondo islamico.

Pure nella ricca Dubai, lo scorso anno, un imam proveniente dal deserto è comparso davanti ai giudici per rispondere dell’accusa di violenze nei confronti di un bambino di 8 anni. «E’ ingiusto, non ho commesso alcun crimine», ha detto al tribunale secondo quanto riportato da Gulf News, confermando che in molti paesi da cui provengono gli imam l’abuso è considerato soltanto un brutto costume. Nel Maghreb qualche imam è finito in Tribunale. Non senza difficoltà da parte delle famiglie, che continuano spesso a tollerare certe situazioni. Ad Algeri, invece, ne sono stati processati ben cinque nel giro di un anno, dopo una grande campagna di sensibilizzazione partita dalla stampa. Idem in Egitto. In Marocco, per sottrarre i bambini al potere degli imam, il re ha cambiato perfino la legge sulla scuola (vedi intervista). Ed ha chiuso alle moschee fai- da-te.

Ora questo fenomeno che ha interessato il Maghreb per decenni si sta spingendo pericolosamente in Europa. In Spagna, l’anno scorso, è stato arrestato un imam accusato di abusi sessuali nei confronti di cinque bambine, a cui dava lezioni di Corano in una moschea di Murcia. Quarantasette anni, marocchino, si era istallato appena l’anno precedente nel sud-est del paese, presso la moschea di El Algar.

Un altro caso in Olanda. In una piccola sala di preghiera un altro predicatore è stato accusato di abusi su una bambina di tre anni e mezzo. Solo nell’agosto 2008 madre e figlia hanno sporto denuncia presso le autorità marocchine.

Se a livello sociale c’è ancora chi nella comunità islamica fatica a dare il giusto peso a certi episodi, la giustizia ha invece ben compreso l’importanza di perseguire casi del genere. Quella olandese, ad esempio, ha fatto sapere di essere intenzionata a richiedere l’estradizione dell'imam accusato di violenze. Che nel frattempo si era rifugiato in Marocco.



Powered by ScribeFire.

Italiani perseguitati da Stalin e poi dimenticati in Crimea

di Stefano Lorenzetto



Oggi a Kerch si gettano tanti garofani rossi nel Mar d’Azov, in ricordo dei compatrioti deportati in Siberia nel 1942. L’unico che aiuta i superstiti è un barista che, dopo aver visto l’Urss, prese il vizio della libertà



 

Sono rimasti in 300, né giovani né forti. Circa un centinaio di famiglie. Tutte le loro speranze sono riposte in una cinquantina di bambini e nell’amata patria, l’Italia, che non hanno mai visto. Abitano a Kerch, in Crimea, ieri Urss, oggi Ucraina. Alcuni parlano ancora la nostra lingua. Portano i cognomi degli avi, emigrati qui tra il 1830 e il 1870 soprattutto dalla Puglia, ma anche dalla Campania e dalla Liguria: Barone, Bassi, Binetto, Capuleti, Carbone, Cassanelli, De Lerno, De Martino, Dell’Olio, Di Pinto, Fabiano, Giacchetti, La Rocca, Le Conte, Maffione, Mezzino, Nenno, Petringa, Porcelli, Scaringi, Scolarino, Scuccemarro, Simone, Zingarelli.

La tragedia dei loro padri e dei loro nonni si consumò esattamente come oggi, fra il 29 e il 30 gennaio 1942, dopo vent’anni di purghe staliniane punteggiate da arresti, torture, fucilazioni. Ingiustamente accusati di simpatizzare per Benito Mussolini, gli italiani furono radunati nel giro di due ore dai militari sovietici per essere deportati ai confini con la Siberia. L’ordine partì sempre da lui, Iosif Visarionovich Dzugasvili, detto Stalin, al quale poco importava che in quella colonia avessero nel frattempo trovato rifugio molti fuoriusciti antifascisti. Poterono portare con sé solo otto chili di bagaglio. Furono rinchiusi nelle stive delle navi e poi, attraversato il Mar d’Azov, ammassati come bestie dentro i vagoni piombati di tre convogli ferroviari. I treni diretti verso le steppe gelate del Kazakistan avanzarono fra la neve fino a marzo. A farlo oggi in auto è un viaggio di 8.000 chilometri, ci vogliono cinque giorni.

Vecchi e bambini furono uccisi dalla fame e dal freddo nei due mesi di calvario sulla strada ferrata. Una madre finse di allattare il figlioletto morto, nella speranza di potergli dare cristiana sepoltura all’arrivo. I sopravvissuti vennero rinchiusi nei lager di Akmolinsk e Karaganda e utilizzati come schiavi nella Trudarmia, l’Armata del lavoro, sotto la ferrea sorveglianza dell’Nkvd, il Commissariato del popolo agli affari interni. Metà di loro - secondo alcune fonti almeno 500, seconde altre circa 1.000 - non tornarono più indietro. Per capire a che prezzo l’altra metà scampò alla morte, è sufficiente ascoltare la testimonianza resa fra le lacrime al sito Sovietmemories.it da una discendente di Sergio De Martino: «Raccontava che si finse sordomuto per sei mesi. Ogni notte lo torturavano perché confessasse un furto. Allora lui chiese a qualcuno di procurargli ago e filo, nascondendoli nel pane, e si cucì la bocca per fare in modo che non lo torturassero più».

I pochi che riuscirono a rivedere Kerch rimpiansero ben presto di non essere morti. Ricorda Maria Scogliarino, alternando l’italiano al russo: «Nel 1953 mio padre si rivolse al tribunale per riavere la proprietà della nostra casa. Il giudice sentenziò che ci spettava un terzo dell’abitazione, ma non ci venne mai restituito. Dopo qualche tempo il regime cominciò ad assegnare appartamenti a tutti, tranne che a noi italiani». Solo nel 1956, nella relazione al XX congresso del Pcus, Nikita Krusciov condannò questo «brutale, mostruoso genocidio di popoli» e spiegò che gli ucraini erano sfuggiti alla medesima sorte solo perché erano troppi «e non vi era luogo dove deportarli». Ma si dovette arrivare al 14 novembre 1989 perché, caduto il Muro di Berlino, il Soviet supremo dichiarasse illegale la deportazione dei nostri connazionali di Kerch.
Sono trascorsi esattamente 25.202 giorni da quel 30 gennaio 1942 in cui cominciò lo sterminio degli italiani di Crimea, L’olocausto silenzioso come hanno intitolato il loro libro Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati che vive a Kerch, e Giulio Vignoli, giurista e storico, per oltre vent’anni docente di diritto internazionale all’Università di Genova, studioso delle minoranze italiane in Europa. Dei superstiti non interessa nulla a nessuno. Peggio: il nostro Paese ne ignora addirittura l’esistenza.

Solo un italiano di frontiera, figlio di un maresciallo sardo dell’esercito e di un’altoatesina di lingua tedesca, poteva prendersi cura di questi fratelli d’oltrefrontiera dimenticati da tutti. Si chiama Walter Pilo, è nato a Bolzano nel 1951, ha una moglie e due figli «ai quali», dice con orgoglio, «sono riuscito a trasmettere il sentimento della patria che ho ricevuto da mio padre». Titolare di due bar, uno a Riva del Garda e l’altro a Torbole, vent’anni fa Pilo s’è messo in testa un’idea folle quanto eccelsa: aiutare gli uomini a non perdere la libertà. Così nel luogo dove abita, Arco, provincia di Trento, ha fondato L’Uomo Libero, una Onlus di cui è tuttora presidente. Tricolore sulla manica della tuta di pile e logo dell’associazione cucito sul petto, Pilo è riuscito ad arruolare 300 soci, che nel momento del bisogno sono capaci di mettersi una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio.
«L’Unione Sovietica s’era appena dissolta e con essa la cortina di ferro. Mi venne la voglia di recarmi nei Paesi dell’Est per capirne di più e fare qualcosa. Per quelli della mia generazione fino ad allora erano stati solo luoghi di facili conquiste, da visitare con le calze di seta in stock nella valigia». I bisogni degli uomini liberi dal 1991 a oggi si sono via via allargati e Pilo ha promosso anche la costruzione di capanne per il popolo Karen in Birmania, un asilo in Eritrea, le adozioni a distanza a Betlemme, l’apertura di un centro per l’infanzia in India, l’arrivo della corrente elettrica in due enclave serbe del Kosovo, il sostegno economico agli italiani d’Argentina che hanno perso tutto nel default, i progetti di solidarietà in Bolivia, Cile ed Ecuador. Ma, su tutto, brilla l’impegno per i compatrioti che vivono di stenti in Crimea.
Le vittime del comunismo sono quelle che le fanno più pena.
«È così. Nel 1991 mi trovavo a Varsavia, indeciso se prendere il volo Aeroflot verso l’ex Ddr o verso la Lituania. Optai per la seconda destinazione. A Vilnius, ancora presidiata dall’Armata rossa, mi ritrovai nel bel mezzo di un raduno del movimento Sajudis, che aveva proclamato l’indipendenza dall’Urss. Quando seppe che era presente un italiano, il presidente della Repubblica, Vytautas Landsbergis, volle che salissi sul palco. Io, imbarazzatissimo, me la cavai con quattro parole in inglese sulla libertà».
E poi?
«Cominciai a girare: Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Croazia, Bosnia, Serbia. Allo scoppio della guerra nell’ex Jugoslavia, mi dissi che dovevo fare qualcosa. Organizzai l’operazione Scatoletta, coinvolgendo le scuole di Arco e Riva del Garda. Furono raccolte 800 tonnellate di cibi non deperibili, 38 viaggi per portarle in Bosnia-Erzegovina, Slavonia, Dalmazia».
Com’è arrivato a occuparsi degli italiani di Crimea?
«Attraverso Giulia Giacchetti Boico, che abita là. È una fragile casalinga quarantenne con un coraggio da leonessa. Quattro fratelli di sua nonna furono arrestati durante le purghe staliniane, fra il 1933 e il 1937: due vennero fucilati, uno scomparve nei gulag siberiani, il quarto tornò a casa ma fu deportato nel 1942. Giulia presiede l’associazione Cerkio, acronimo di Comunità emigrati regione di Kerch italiani di origine. Cerkio come il cerchio della vita che continua, anche se i marinai sono rimasti senza navi e senza lavoro, gli insegnanti e i musicisti fanno le pulizie o vendono conserve al mercato e i neolaureati s’ingegnano come manovali nell’edilizia. I più ricchi sono i pensionati, che ricevono dalle 800 alle 1.000 grivne al mese: fra i 75 e i 95 euro».
Una storia di emigrazione semisconosciuta.
«Eppure è cominciata con l’impero romano e proseguita con le Repubbliche marinare di Genova e Venezia. A Soldaia, oggi Sudak, 150 chilometri da Kerch, il padre e lo zio di Marco Polo avevano una compagnia di commerci con l’Oriente. A Odessa, sul finire del Settecento, un abitante su dieci era italiano. Furono gli zar a favorire nell’Ottocento l’immigrazione degli italiani, soprattutto da Trani, Bisceglie e Molfetta. Erano per lo più contadini, marinai, maestri d’ascia che si dedicarono alla coltivazione dei terreni incolti, alla pesca e alla cantieristica navale, visto che Kerch si trova sull’omonimo stretto che collega il Mar Nero col Mar d’Azov. Da qui si diffusero anche a Feodosia, l’antica Caffa, Odessa, Simferopoli, Mariupol, Batumi e Novorossijsk. Secondo il Comitato statale ucraino per le nazionalità, fra il 1897 e il 1921 gli italiani rappresentavano circa il 2 per cento della popolazione della provincia di Kerch. Dopo la rivoluzione d’ottobre cominciò la crudele repressione comunista.
A partire dal 1939 agli stranieri fu imposta la cittadinanza sovietica. Con la collettivizzazione gli agricoltori italiani furono costretti a conferire le loro proprietà a un kolchoz intitolato a Sacco e Vanzetti, in onore dei due anarchici giustiziati negli Stati Uniti, costituito da Anselmo Marabini, che nel 1921 era stato con Antonio Gramsci uno dei membri del primo comitato centrale del Pci. A indottrinarli arrivò Paolo Robotti, il famigerato cognato di Palmiro Tognatti, rifugiato in Urss. Il suo primo atto fu la chiusura della chiesa cattolica che era stata costruita nel 1840. Il vescovo Aleksander Frison fu imprigionato dal 1929 al 1931, nel 1935 venne arrestato definitivamente, accusato di spionaggio, condannato dopo un processo farsa e fucilato a Mosca il 20 giugno 1937. Anche il fratello di Giancarlo Pajetta, Giuliano, esponente del Pci, soggiornò nel 1934 fra gli italiani di Kerch. Molti anni dopo, uscito vivo dal campo di concentramento di Mauthausen, non risulta che si sia mai preoccupato di sapere che fine avessero fatto quei suoi connazionali rinchiusi nei lager russi».
Avrà pensato che loro erano di sicuro morti.
«Invece in Kazakistan vivono ancora 500 italiani, figli dei pochi sopravvissuti alla deportazione staliniana. Don Edoardo Canetta, un sacerdote milanese da vent’anni missionario nella capitale Astana, ha scoperto che gli archivi del ministero degli Esteri custodiscono 800 schede di italiani morti a Karaganda, scritte in cirillico, che nessuno ha mai consultato. Giuliano Pajetta è deceduto nel 1988. Avrebbe avuto tutto il tempo per occuparsene». 
Lei che cosa fa per gli italiani di Crimea?
«Piccole cose. I panettoni a Natale, i libri in italiano. Non vogliono soldi. Mi hanno chiesto i tricolori, perché ne avevano solo un paio con lo stemma sabaudo. E anche i rosari. La chiesa dedicata all’Assunzione di Maria fino al 1992 era stata adibita dal regime comunista a magazzino. Ora ci sono due nicchie vuote ai lati dell’altare. Vorrebbero che gli mandassi una statua della Vergine e una di San Nicola il Pellegrino. È il patrono di Trani, il paese della Puglia da cui partirono molti dei loro antenati. Lo festeggiano il 2 maggio. Ho già chiesto il preventivo a una ditta laziale. Il parroco, don Casimir Ludovik Tomasik, è polacco. Per la prima volta ha potuto celebrare nella loro lingua col messale romano che gli ho spedito dall’Italia».
S’accontentano di poco.
«Quando celebrano il loro patrono, all’inizio e alla fine della manifestazione intonano il Va’ pensiero di Giuseppe Verdi, che nel Nabucco viene cantato dagli ebrei prigionieri in Babilonia. Il loro più grande desiderio è l’Italia. I vecchi vorrebbero vederla almeno una volta prima di morire, ma non hanno certo i soldi per il viaggio, né osano chiederli. Sognano di andare in pellegrinaggio dal Papa. Videre Petrum. Bisogna capirla, la religiosità slava. Non è come la nostra. Dieci giorni fa ero a Gerusalemme e osservavo un gruppo di fedeli dell’Est in visita al Santo Sepolcro. Non s’inginocchiavano: si prostravano a terra, con tutto il corpo».
L’Italia che cosa fa per gli italiani di Kerch?
«Niente. Lei pensi che fino a dieci anni fa non potevano neppure comprarsi un semplice dizionario russo-italiano o italiano-russo. Avrebbero diritto allo status giuridico di deportati. La Germania e la Romania l’hanno fatto riconoscere alle proprie minoranze in Crimea. Noi no. A Kerch c’è un monumento ai deportati, due ruote di un carro merci su un binario morto, con i nomi di tutte le etnie che vennero sterminate da Stalin. Manca quella italiana. I nostri compatrioti il 29 e 30 gennaio di ogni anno ricordano i loro cari inghiottiti nei lager del Kazakistan gettando centinaia di garofani rossi nel Mar d’Azov. Uno spettacolo tristissimo e commovente. Io ho lavorato tre anni e mezzo in Inghilterra e due anni in Francia. So che cosa significa essere italiano in una terra che non conosci. Solo da straniero capisci che cos’è la nostalgia».
Chissà se a Kerch celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia.
«Tutti i giorni. Fra loro hanno costituito un fondo di solidarietà intitolato alla regina Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III e madre di re Umberto. Hanno avuto più dal Regno d’Italia che dalla Repubblica. Dal 1992 al 1997 l’ambasciata d’Italia in Ucraina ha ricevuto 47 domande di riottenimento della cittadinanza italiana: solo due sono state accettate. Il professor Giulio Vignoli telefonò al nostro ambasciatore a Kiev per sollecitare interventi a favore degli italiani di Crimea: un funzionario gli disse al telefono che era “un illuso”. Giulia Giacchetti Boico da anni scrive regolarmente all’ambasciata e per anni non ha mai ricevuto risposta. Finalmente a Natale del 2003 le arrivò una cartolina con gli auguri stampati in inglese. Nel 2007 un altro biglietto, sempre in inglese, con l’aggiunta di una frase in italiano scritta a mano: “Ringraziamo per gli auguri”. È già un progresso. Ma non eravamo il Paese della Società Dante Alighieri? Quando s’incontrano, gli italiani di Kerch recitano a memoria le poesie di Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale. Si studiano ancora in Italia?».




Powered by ScribeFire.

Contrada, recluso in casa tra soldatini di piombo e lirica

La Stampa







Powered by ScribeFire.

Gli arabi ad Auschwitz per scoprire la Shoah

La Stampa






Powered by ScribeFire.

Miss Padania, la sinistra boicotta e una delle ragazze si ritira

Corriere della sera



Domenica la tappa toscana del concorso si svolgerà a San Miniato, a Pisa. E la kermesse di bellezza è diventata un caso politico: la sinistra non vuole che le ragazze sfilino in città e promette battaglia



Valentina Tafi, la ragazza ritirata
Valentina Tafi, la ragazza ritirata


SAN MINIATO (PISA) - Ci sono anche sette giovani romene in gara nella tappa toscana per di Miss Padania, in programma domenica sera a San Miniato. Sette romene, però, «italianizzate», o «padanizzate» che dir si voglia, perchè residenti nel nostro Paese da oltre dieci anni. «Non abbiamo niente contro gli stranieri - spiega Pietro Vanni, responsabile locale della Lega Nord e promotore della serata - noi siamo contro i clandestini e chi delinque». «Noi non siamo come vorrebbero far credere i nostri avversari - prosegue Vanni - come certa sinistra che proverà a rovinarci la festa. Non abbiamo niente contro gli stranieri. Anzi, madrina della serata sarà Sylvie Lubamba, straordinaria bellezza di colore con in tasca la tessera della Lega».

Le polemiche degli ultimi giorni hanno fatto già la prima «vittima»: Valentina Tafi, 23 anni da San Miniato, che ha deciso di rinunciare alla sfilata per il clamore delle divisioni politiche. «Volevo solo cogliere un’opportunità per farmi vedere - dice la biondissima toscana - ma ci si è messa di mezzo la politica e ho preferito tirarmi fuori. Sono educatrice di asilo nido e non voglio problemi con i miei concittadini. Nessuna minaccia, per carità, ho solo scelto di ritirarmi, perchè non avrei sfilato serena». La scelta della Lega Nord Toscana di organizzare l’evento nel centro pisano ha scatenato le reazioni della sinistra che ha promosso una serie di iniziative contro la manifestazione leghista. A contendersi la qualificazione verso le prossime tappe sono alcune giovanissime toscane, per lo più provenienti dall’area fiorentina, decise ad andare fino in fondo. La serata si aprirà con una cena per un centinaio di simpatizzanti e militanti leghisti, alla quale dovrebbe partecipare anche il figlio del Senatur, Renzo Bossi. Ma già nel pomeriggio la Lega vorrebbe portare in giro per il centro del paese le 17 aspiranti reginette padane, anche se la sinistra toscana si è già organizzata per boicottare l’evento: alle 16.30 nella piazza del Bastione sarà proiettato un documentario che, spiegano Cobas, Sel e le altre organizzazioni antifasciste, femministe e dell’area antagonista che hanno promosso il presidio, «testimonia l’antitalianità leghista».

Le ragazze saranno impegnate nel centro storico per alcuni servizi fotografici. «Spero che non piova - conclude Vanni - e se proprio deve piovere che piova, e tanto, di pomeriggio quando ci saranno in piazza quelli della sinistra antidemocratica. La nostra è una festa e un’opportunità per far conoscere San Miniato e le sue bellezze. Paghiamo la Siae e stiamo nelle regole, gli altri lo fanno? Sono solo un danno per l’Italia e un costo per i cittadini perchè per colpa loro polizia e carabinieri saranno costretti agli straordinari per garantire l’ordine pubblico». Non ci sarà, come inizialmente annunciato, il figlio di Bossi tenuto lontano da altri impegni politici.


29 gennaio 2011




Powered by ScribeFire.