martedì 1 febbraio 2011

Sono un pedofilo. Ho abusato di 114 bambini. Il più piccolo aveva un anno»

Corriere della sera


Erano in prevalenza maschi. E ospiti degli istituti dove lavorava. L'uomo sta collaborando con la polizia

Arrestato lo scorso aprile in Svizzera. Era un operatore sociale


MILANO - In Svizzera, un operatore sociale di 54 anni ha confessato di aver commesso atti di carattere sessuale con 114 bambini, uno dei quali di un anno, e persone disabili negli ultimi 29 anni in diversi istituti in Svizzera e in Germania. Lo ha comunicato oggi la procura della regione Berna Mittelland citata dall'agenzia di stampa svizzera Ats. Su altre otto persone vi è stato un tentativo di abuso. La maggior parte delle vittime - prevalentemente di sesso maschile - era costituita da disabili mentali o fisici.

IL MOSTRO - L'accusato, un bernese, ha approfittato inoltre di bambini del personale di alcuni istituti nei quali lavorava. La vittima più giovane è un bimbo che all'epoca dei fatti aveva un anno, ha riferito l'Ats. Circa i tre quarti dei casi sono prescritti. L'indagine è stata avviata nel marzo 2010 dopo che due ospiti maschi di un istituto per disabili avevano raccontato ai genitori di aver avuto contatti sessuali con un operatore sociale. Dopo le prime indagini i sospetti si sono rafforzati e all'inizio di aprile la polizia cantonale bernese ha arrestato l'uomo al suo domicilio nell'Oberland bernese e da allora si trova in detenzione. L'uomo si definisce pedofilo, si è mostrato «molto cooperativo» negli interrogatori. Sarà portato davanti alla giustizia per abusi sessuali e atti di carattere sessuali con persone prive di discernimento. In Svizzera, non si conoscono casi di pedofili accusati di così tanti abusi.

01 febbraio 2011



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Unindustria al governo: «Così la festa è a nostre spese»

Corriere della sera

UNITA' D'ITALIA


«Il 17 giorno pagato ma non di lavoro»



Maurizio Marchesini
Maurizio Marchesini


La proclamazione del 17 marzo come festa nazionale per celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia finisce, a sorpresa, nel mirino degli industriali bolognesi. Non certo per ragioni ideologiche, ma per più prosaiche questioni di «portafoglio». Il punto, spiega il presidente di Unindustria Bologna, Maurizio Marchesini, è che «l’onere della festa ricadrà completamente sulle imprese che, in questa fase ancora di crisi, si troveranno ad erogare la retribuzione per un giorno di mancata produzione». Insomma, fabbriche chiuse e lavoratori a casa con lo stipendio pagato, con un incremento del costo del lavoro «non inferiore allo 0,5% annuo».

E pensare, nota Marchesini che «in altre occasioni ci si è scontrati per pochi minuti di pausa caffè». Niente da eccepire sulla decisione del Consiglio dei ministri di considerare il 17 marzo festa nazionale: anzi, così si «attribuisce il giusto rilievo ad una ricorrenza di massima importanza», ci tiene a sottolineare Unindustria Bologna che, pur avendo dedicato (attirandosi più di una critica) l’ultima assemblea annuale alla spinosissima «questione settentrionale», apre le proprie assise sulle note dell’inno di Mameli. Tuttavia, «è singolare- sottolinea Marchesini- che venga addebitato interamente alle aziende il costo di una ricorrenza.

In questo momento, nel Paese, siamo in presenza di un dibattito particolarmente acceso sulla produttività: ciononostante, non si è tenuto conto dell’incidenza sui costi delle imprese di un’intera, ulteriore giornata pagata ma non lavorata». Per di più, insiste il numero uno degli industriali bolognesi (considerato più colomba che falco nell’affrontare il confronto con i sindacati), «con la crisi in atto le imprese vengono doppiamente danneggiate: quelle che stanno registrando i primi segnali di ripresa, perchè non potranno fare affidamento su un’intera giornata di lavoro.

E quelle ancora in difficoltà, perchè dovranno pagare costi aggiuntivi». Eppure una soluzione ci sarebbe. «Per mitigare almeno in parte l’impatto sui costi aziendali- suggerisce Marchesini- sarebbe opportuno prendere in considerazione un eventuale «assorbimento» della retribuzione già dovuta per la festività del 4 novembre (che viene festeggiata la domenica successiva) in quella che verrà erogata dalle aziende per il 17 marzo». In questo modo, conclude, «verrebbero sia pure parzialmente ridotti gli oneri derivanti da una festività eccezionale che le imprese, a suo tempo, non avevano potuto prevedere nell’ambito dei loro budget».

01 febbraio 2011




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Alla Camera consulta le foto delle escort L'ex sindaco di Bari: «Che male c'è?»

Corriere del mezzogiorno

Simeone Di Cagno Abbrescia risponde: è una goliardata. Ma è stato beccato da Oggi durante la sfiducia a Bondi



BARI - «In un momento di stanca del dibattito, ci siamo distratti scambiandoci l'iPad. Non ne facciamo un dramma, era una goliardata». Il parlamentare barese del Pdl, colto dagli obiettivi dei fotografi di Oggi.it a navigare su siti di accompagnatrici, durante il dibattito sulla sfiducia al ministro Bondi, alla Camera, non si sente in imbarazzo. L'ultraquarantenne (in realtà di anni ne ha più di sessanta) beccato dal settimanale, è l'ex sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia, come ai visitatori baresi del sito di Oggi non era sfuggito. È lui stesso a confermarlo. Senza sentire il bisogno di troppe giustificazioni.

Simeone Di cagno Abbrescia fotografato da Oggi alla Camera dei deputati

LA SPIEGAZIONE - «In certi momenti bisogna stare in aula anche se il dibattito non è avvincente - dice - di solito uso l'iPad per informarmi, leggere le agenzie. Ma può capitare di soffermarsi su una di quelle immagini diciamo porno che ogni tanto compaiono. Ora tutti fanno i casti, ma ce n'è di gente che le escort le frequenta, non le guarda su internet. E le vicende del Rubygate hanno incuriosito tutti, è inutile negarlo». Nessuna tentazione, al di là delle digressioni telematiche, invece, per il tre volte sposo Di Cagno Abbrescia. «La mia era solo curiosità, non ho mai cercato la compagnia di professioniste. Del resto ho sempre avuto donne giovani».

Adriana Logroscino
01 febbraio 2011

Non sono nemmeno indagata ma hanno perquisito casa mia"

di Redazione


La giornalista racconta in un file audio la perquisizione subita questa mattina per l'articolo pubblicato sul pm Ilda Boccassini (cronaca). "E' stata un'esperienza allucinante. Le forze dell'ordine avevano avuto mandato di compiere anche perquisizioni corporali. Hanno rovistato nella mia biancheria intima".


 
Roma - Trattata come uno dei peggiori criminali: i carabinieri in casa a cercare tra le carte e i computer, i famigliari impauriti, la perquisizione coroporale per trovare "prove" anche nella biancheria intima. La nostra collega Anna Maria Greco racconta in un file audio la perquisizione subita questa mattina per l'articolo pubblicato sul pm Ilda Boccassini. "E' stata un'esperienza allucinante - racconta la giornalista che da quindici anni si occupa di Giudiziaria per il Giornale -  le forze dell'ordine avevano avuto mandato di compiere anche perquisizioni corporali. Hanno rovistato nella mia biancheria intima".  


Ascolta la sua testimonianza.




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In Brasile c'è chi protesta e chiede di liberare Battisti

La Stampa



«Il no all'estradizione non basta. Battisti va liberato». In una pacifica manifestazione a favore dell'ex terrorista davanti all’ambasciata d’Italia a Brasilia, un centinaio di cittadini hanno scandito uno slogan a tempo di tarantella per la sua immediata scarcerazione: «Solta o homem, solta o homem, Berlusconi, solta jà» (Slega l’uomo, slega l’uomo, Berlusconi, slegalo già").

I manifestanti, provenienti dallo stato del Cearà, sono arrivati davanti all’ambasciata a bordo di due torpedoni mostrando cartelloni con scritto sopra "Libertà per Cesare" e si sono rivolti anche alla presidente Dilma Rousseff: «Dilma, dove sei? Fa prevalere la decisione di Lula» e «Dilma, vai oltre. Libera Battisti, tu sei stata arrestata come lui», ricordando il passato della "presidenta" sotto la dittatura militare. I pullman si sono poi diretti verso il penitenziario della Papuda, dove Battisti è detenuto dal 2007.

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Le prime foto di una tribù sconosciuta È minacciata dai tagliatori di legname

Corriere della sera


Vivono in Brasile, al confine del Perù, dove cresce l'opera di deforestazione illegale che distrugge il loro habitat


Le immagini diffuse da Survival International per sensibilizzare l'opinione pubblica

MILANO - E' la prima volta che si fanno vedere dal resto del mondo, non per loro scelta. Le immagini sono state diffuse da Survival International, un'associazione che tutela le culture indigene. Si tratta di indiani che vivono in Brasile, vicino al confine peruviano, a cui sarà dedicata la puntata "Jungles" del programma Bbc Human Planet (in onda giovedì 3 febbraio, ore 21 italiane). Le immagini sono state scattate dal Dipartimento brasiliano agli affari indiani, che ha autorizzato Survival a usarle per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di proteggere il loro territorio. Le immagini mostrano una comunità prospera con ceste piene di manioca e papaia appena raccolte nei loro orti.

La tribù sconosciuta in Amazzonia

LE MINACCE - La sopravvivenza della tribù è messa in serio pericolo dalla penetrazione massiccia e illegale di taglialegna nel lato peruviano del confine, denuncia Survival in una nota. Le autorità brasiliane ritengono che l'invasione stia spingendo gli indiani isolati peruviani verso il Brasile, e che i due popoli possano entrare in conflitto. Da anni Survival e altre ong chiedono al governo peruviano di intervenire per fermare l'invasione, ma è stato fatto ben poco. «È necessario ribadire che queste tribù esistono - ha dichiarato oggi Marcos Apurinã, coordinatore dell'organizzazione degli Indiani amazzonici brasiliani COIAB - quindi abbiamo deciso di appoggiare la diffusione di queste immagini che documentano i fatti. I fondamentali diritti umani di questi popoli vengono ignorati, soprattutto quello alla vita. Pertanto, è di vitale importanza proteggerli».

01 febbraio 2011



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La Corte Costituzionale mette in riga Il Fatto: non suggestioni i lettori

di Redazione



Rigettato un ricorso di Peter Gomez per una causa di diffamazione del premier. L'Alta Corte: "Il compito del giornalista è quello di dare notizie, ma un cronista non può mai suggestionare"


 
Roma - Il compito del giornalista è quello di dare notizie, ma un cronista non può mai suggestionare i cittadini. L'assioma sembra scontato, ma di questi tempi il giornalismo militante miete vittime. La Corte di Cassazione tira le orecchi al Fatto Quotidiano. Troppo spesso, l'edicola diventa un'aula di tribunale e si propone ai lettori "un processo agarantista" dinanzi al quale l'imputato ha come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione" L'Alta Corte rigetta così il ricorso del giornalista Peter Gomez contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma aveva dichiarato prescritto il reato di diffamazione ai danni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. 

Le competenze dei giornalisti La quinta sezione penale della Suprema Corte ha ribadito, con la sentenza numero 3674 depositata oggi, che "è diritto della collettività ricevere informazioni su chi sia stato coinvolto in un processo penale o civile, specialmente se i protagonisti abbiano posizioni di rilievo nella vita sociale, politica o giudiziaria". Proprio per questo "rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività". 

A ciascuno il proprio compito Insomma, "a ciascuno il suo", scrivono i giudici di Piazza Cavour. "Agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività". Infatti, si legge ancora nella sentenza, "è in stridente contrasto con il diritto-dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni 'a futura memoria', l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire: in tal modo egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista a fronte di indagini ufficiali né iniziate nè concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito". 

I rischi per il cittadino La Cassazione spiega infatti che "si propone ai cittadini un processo 'agarantista' dinanzi al quale il cittadino interessato ha come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione". Condivisibile, dunque, osservano gli ermellini, il verdetto di giudici d’appello, che avevano escluso nel caso in esame il corretto esercizio del diritto di cronaca: "Il giornalista ha integrato le dichiarazioni della fonte conoscitiva con altri dati di riscontro, realizzando la funzione investigativa e valutativa rimessa all’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria" e "l’assenza di verità dei fatti narrati", cioè di "finanziamenti di provenienza mafiosa all’ascendente manager dell’informazione e del trattenimento televisivi", conclude la Suprema Corte, "comporta l’evidente carica diffamatoria della narrazione e la totale assenza di evidenza del corretto esercizio del diritto di cronaca giudiziaria". 




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Indebitati per avere un seno nuovo

Corriere della sera


In aumento il fenomeno dell'intervento estetico pagato a rate: decolleté, naso e palpebre costano circa 5mila euro


nonostante la crisi



MILANO - Due misure in più di reggiseno, un naso più dritto, palpebre non cadenti: per molti italiani non sono consumi voluttuari, ma "esigenze irrinunciabili", tanto da spingere migliaia di famiglie a indebitarsi pur di permettere alla moglie, alla sorella, alla figlia, di coronare un sogno estetico anche in un momento di vacche magre. Il fenomeno del "seno nuovo a rate" è solo la punta dell'iceberg di un settore che, come e più di altri, sta pagando duramente la crisi: quello della chirurgia estetica. «L'impatto della crisi è stato devastante - ammette Andrea Grisotti, presidente della Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica -. All'inizio, tre anni fa, non la sentivamo; ma ora gli italiani si rendono conto che i soldi stanno finendo e chiudono i cordoni della borsa. Gli interventi sono calati del 40 per cento rispetto a due anni fa».

INDEBITAMENTO - A pagare lo scotto della crisi, spiega Grisotti, sono proprio «gli interventi chirurgici: seno, naso, palpebre, che costano tutti attorno ai 5mila euro. Mentre sono in crescita, malgrado tutto, le iniezioni di botox e di acido ialuronico per labbra e zigomi, che costano meno, anche se necessitano di periodiche visite per nuove iniezioni». Ma gli italiani che resistono alla crisi e si rivolgono al chirurgo plastico per rimodellare il proprio corpo non sono solo i più ricchi, anzi: «Continuano a venire anche persone con poca disponibilità economica. Il fenomeno dell'indebitamento delle famiglie non riguarda solo case o macchine, ma anche gli interventi estetici». Tanto che sono nate offerte da parte di banche e finanziarie pensate proprio per questo tipo di esigenze: un seno o un naso nuovo, ossia dai 4 ai 5mila euro di spesa, si possono rateizzare per un periodo fino a due anni: «Molti pagano a rate - conferma Grisotti - pur di non rinunciare a quelle correzioni estetiche che evidentemente vengono considerate irrinunciabili». (Fonte: Agi)

01 febbraio 2011



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Vespa: «Berlusconi sbaglia a telefonare, dovrebbe accettare un confronto in tv»

Corriere della sera

Il giornalista: «In privato il premier si lamenta di noi». «Certa sinistra non accetta trasmissioni moderate»


Vespa: «Berlusconi sbaglia a telefonare, dovrebbe accettare un confronto in tv»
Il giornalista: «In privato il premier si lamenta di noi». «Certa sinistra non accetta trasmissioni moderate» «Io non posso essere un Santoro di centrodestra»
 
di Paolo Conti


ROMA - «Berlusconi sbaglia a telefonare in diretta durante le trasmissioni. Soprattutto sbaglia a riappendere la cornetta. Sarebbe meglio che accettasse un confronto. Forse non avrebbe un uditorio amico ma lui riesce meglio quando c’è un contrasto piuttosto che quando tutti sono “seduti”» Così Bruno Vespa, intervistato da Corriere.Tv. E ammette: «Berlusconi non si lamenta in pubblico di “Porta a porta” ma in privato ha molto da ridire. Forse vorrebbe avere solo un certo tipo di ospiti.

Ma non sarebbe mai possibile né auspicabile». In quanto alle sue polemiche con la sinistra: «Una certa sinistra non ha mai accettato che potesse esistere una trasmissione Rai moderata. Ma in mezzo a tante trasmissioni di sinistra, non capisco perché non ce ne possa essere almeno una di un altro segno…. Raitre non ha mai avuto un palinsesto come l’attuale in tutta la sua storia. E non sono sicuro che sarebbe accaduto lo stesso sotto un’amministrazione Rai di centrosinistra».

Sui processi in tv il giornalista aggiunge: «Forse avrei potuto fare qualche trasmissione in meno su Cogne… ma se andiamo a rivedere la collezione del Corriere della Sera e lo spazio concesso al delitto e alle interviste alla Franzoni, forse si rivaluterebbe anche”Porta a porta”». Ironizza anche sulla ricerca di un «Santoro di centrodestra»: «Io non posso essere un Santoro di centrodestra semplicemente perché non riesco a fare trasmissioni a tesi e contro qualcuno. Ciò non toglie che Santoro sia un ottimo professionista»

Paolo Conti
01 febbraio 2011

Sesto, approvata in Consiglio comunale mozione anti-burqa nei luoghi pubblici

Corriere della sera


Il sindaco Oldrini: «Usanza contro le leggi, la storia e il comune sentire del nostro Paese»



Il documento presentato dalla Lega e votato anche dal centrosinistra


MILANO - Il Consiglio comunale di Sesto San Giovanni, che ha una maggioranza di centrosinistra, ha approvato quasi all'unanimità una mozione presentata dalla Lega Nord contro l'utilizzo del burqa nei luoghi pubblici. Nel documento, che è stato emendato, si legge che «il burqa e altre forme simili di vestiario, che coprono integralmente il viso delle persone (...) costituiscono, secondo la nostra cultura, una forma di integralismo oppressivo della figura femminile e di costrizione della libertà individuale». L'assemblea, dunque, nelle conclusioni della mozione impegna il sindaco, Giorgio Oldrini, ad adottare «urgentemente i provvedimenti necessari al fine di far rispettare, a qualsiasi persona presente sul territorio comunale che circoli in luoghi pubblici o aperti al pubblico a viso coperto, le nostre leggi vigenti in tema di sicurezza e di dignità della donna».

«DIGNITA' DELLA PERSONA» - «Condivido la decisione presa dal Consiglio - ha dichiarato Oldrini - Come ho avuto modo di dichiarare in passato, esistono usanze che contrastano con la storia, le leggi e il comune sentire del nostro paese. Il senso della dignità della persona che esiste in Italia è il frutto di secoli di battaglie culturali e civili che hanno costituito un avanzamento indubbio e che deve valere per tutti». Il capogruppo della Lega Nord, Alessandra Tabacco, ha spiegato che le modifiche apportate al testo non hanno cambiato il contenuto della mozione che, ha ricordato, è stata approvata in modo trasversale dai gruppi di opposizione e maggioranza con l'unico voto contrario del consigliere comunale dei Comunisti Italiani.

«Credo - ha commentato il capogruppo della Lega - che questo voto sia importante per rendere onore anzitutto alla dignità e alla parità delle donne, che troppo spesso per certe culture ad esempio quella islamica, sono ancora oppresse anche con forme di vestiario tipo l'uso del burqa che non ne permettono il riconoscimento. La nostra cultura e la nostra civiltà, anche grazie alle tante battaglie fatte nel tempo a favore della parità dei diritti, devono essere rispettate da chi è presente sul nostro territorio» (fonte: Ansa).

01 febbraio 2011



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Reti da pesca per raccogliere la spazzatura spaziale

Corriere della sera


L'Agenzia spaziale giapponese lancerà nello spazio una struttura d'acciaio speciale, lunga chilometri


servirà a catturare i detriti lasciati dai satelliti in disuso 



MILANO –
Dopo la pesca al delfino, controversa tanto quanto la caccia alle balene e quella ai rari e preziosi tonni rossi, il Giappone organizza una battuta di pesca speciale: lancerà chilometri di reti a maglie sottili per raccogliere quanti più detriti spaziali potrà e per combattere il problema della spazzatura dispersa nelle orbite.

LE RETI Per costruire queste reti speciali, l'agenzia spaziale giapponese (JAXA) ha reclutato una delle aziende produttrici di reti per pescatori più vecchia nel Paese. La Nitto Seimo da oltre cent'anni è abituata a rifornire pescherecci privati e grandi società che fanno attività marittime, ma questa volta il cliente ha una richiesta speciale: costruire maglie metalliche tanto sottili da catturare anche il pulviscolo spaziale, granelli di polvere che viaggiando a grande velocità nelle orbite finiscono per avere l'effetto di piccoli proiettili.
LA MISSIONE - Tali reti, lunghe chilometri, verranno agganciate a un satellite e lanciate con esso nello spazio. Dove si sganceranno, come racconta il Telegraph, e da dove inizieranno a orbitare intorno alla Terra raccogliendo i detriti che incontreranno sul loro cammino. Grazie all'uso di campi magnetici poi, le reti spaziali caricate di elettricità verranno attirate verso l'atmosfera, dove bruceranno prima di arrivare vicini alla Terra. Ma la Nitto Seimo, che studia i materiali e le fattezze delle reti già da sei anni, ha ipotizzato di arrivare alla struttura perfetta non prima di altri due anni.

SPAZZATURA SPAZIALE – I detriti dispersi nello spazio e oggi censiti sono migliaia. I primi produttori al mondo sono i cinesi, seguiti da russi e americani. Vanno da grandi strutture che si sono staccate da satelliti lanciati nel passato, porzioni di razzi, frammenti di collisioni o di esplosioni tra oggetti spaziali, fino ai più romantici guanti persi dall'astronauta del Gemini4 che passeggiava nello spazio, o la macchina fotografica che Michael Collins lasciò in orbita nel suo viaggio con il Gemini10. Anche se si tratta di piccoli detriti, per via della loro velocità (anche 36mila km all'ora) diventano pericolosi, sia per i satelliti lanciati che rischiano di venirne colpiti, ma anche per i piloti più volte messi in guardia sul rischio di tali incontri. Per ovviare al problema, le agenzie spaziali di tutto il mondo hanno centri di controllo che segnalano la presenza di oggetti non identificati sul cammino. In Europa per esempio lo fa la Esoc, European Space Operations Centre, che ha sede a Darmstadt, in Germania.

Eva Perasso
01 febbraio 2011



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Perquisizioni-bavaglio al Giornale

di Redazione



A disporre le perquisizioni il pm di Roma Silvia Sereni. Il reato sarebbe abuso d'ufficio. Ma l'articolo pubblicato (leggi qui) conteneva solo sentenze pubbliche del Csm. Il direttore Sallusti: "La perquisizione nell’abitazione privata della collega Anna Maria Greco non solo è un atto intimidatorio, ma una vera e propria aggressione alla persona e alla libertà di stampa". Pochi mesi dopo le altre perquisizioni per l'affaire Marcegagli



Roma - L'irruzione dei carabinieri. La normalità sconvolta. La scena è quella abituale, la vittima ancora una giornalista de Il Giornale. Dalle 9 sono in corso alcune perquisizioni nell’abitazione romana della cronista Anna Maria Greco. A disporle il pubblico ministero Silvia Sereni e, a quanto risulta, il provvedimento è stato ordinato per la presunta violazione dell’articolo 323 del codice penale, quello relativo all’abuso d’ufficio. Sotto la lente della magistratura l'articolo pubblicato giovedì 27 gennaio "La doppia morale della Boccassini". Un nuovo tentativo di mettere il bavaglio alla libertà di informazione e al Giornale in particolare dopo le perquisizioni di pochi mesi fa al direttore, Alessandro Sallusti, al vicedirettore, Nicola Porro, e alla redazione milanese del quotidiano per l'affaire Marcegaglia. 

Le perquisizioni I carabinieri hanno fatto irruzione a casa della giornalista intorno alle 9: hanno sequestrato il computer di Anna Maria Greco e persino quello del figlio della cronista. Perquisizioni sono in corso anche negli uffici della redazione romana del Giornale

Sallusti: "Attacco alla libertà di stampa" "Per l’ennesima volta la casta dei magistrati mostra il suo volto violento e illiberale" è il primo commento del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti. "La perquisizione nell’abitazione privata della collega Anna Maria Greco, autrice dell’articolo che conteneva sentenze pubbliche del Csm, non solo è un atto intimidatorio, ma una vera e propria aggressione alla persona e alla libertà di stampa. Stupisce che soltanto le notizie non gradite ai magistrati inneschino una simile repressione quando i magistrati stessi diffondono a giornalisti amici e complici atti giudiziari coperti da segreto al solo scopo di infangare politici non graditi".




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Predicatori a Milano sui vagoni del metrò

Corriere della sera


L'iniziativa dei pentecostali. Christian, ex Latin King: «I vecchi compagni mi picchiano, ma io vado avanti»



MILANO — La parola di Dio viaggia ogni domenica pomeriggio sulla linea 1 della metropolitana milanese, da piazza Duomo a Sesto Marelli, periferia nord della città. A diffonderla, vagone dopo vagone su opuscoli colorati con citazioni dalla Bibbia e del Vangelo sono hermano Juan Carlos (Sanchez) e sorella Claribel (Paredes), mentre, appena le porte si chiudono e il treno riparte, con voce baritonale hermano Josè (Manrique) attacca la predica: «Ascoltate la parola di Dio! Gesù è dentro di noi, ascoltate, ascoltate!». I passeggeri della domenica ascoltano svogliati, abituati a vedere di tutto sui treni della MM: i questuanti, i musici e ora, la novità: i predicatori del metrò. «Non mi piace il proselitismo», mormora al marito una signora infastidita. Un’altra rifiuta l’opuscolo che hermano Jonathan (9 anni) le porge. Con hermano Christian, un ragazzo non usa mezze misure: «Sparisci!».

Dura la vita per i predicatori della linea 1, fedeli del Movimento missionario europeo, una delle 70 chiese evangeliche pentecostali presenti a Milano e provincia. I predicatori, un centinaio, divisi in gruppi da 20-25 l’uno (dai bambini agli anziani, molti i giovani), sparpagliati per la città, sono gli ultras della fede. A quanto pare, il futuro del cristianesimo passa anche dal loro lavoro sotterraneo. Hermanos e sorelle, immigrati sudamericani che ogni domenica predicano in metropolitana per convertire i milanesi. «Entro il 2025 metà della cristianità del mondo sarà pentecostale.

In Usa, Brasile, e Africa i pentecostali stanno già superando i cattolici», afferma Alessandro Iovino del «Centro studi delle nuove religioni». In Italia i pentecostali che fanno parte della chiesa del «risveglio», nata successivamente alla riforma protestante del XVI secolo, sono in costante aumento (dopo cattolici e testimoni di Geova sono la terza presenza religiosa tra le confessioni con cui lo Stato ha stretto accordi, come l’ 8 per mille). «I dati dicono che i cittadini italiani di fede pentecostale sono 250 mila. Numeri che non tengono conto del fenomeno delle chiese etniche. Con gli immigrati, i fedeli arrivano a 400 mila».

A loro vanno aggiunte le altre chiese evangeliche: «Tra italiani e stranieri, gli evangelici sono circa 800 mila», aggiunge Luca Baratto che su Radio1 Rai conduce il programma Culto evangelico. Senza dimenticare «testimonial» come i calciatori, da Kakà a Legrottaglie e Cavani, che aderiscono agli «Atleti di Cristo», sportivi di fede evangelica pentecostale. Il proselitismo è uno dei fondamenti della dottrina e alla guida dei predicatori del metrò c’è pastore Michael Rodas. Peruviano, 41 anni, moglie e due figlie, fondatore del Movimento missionario europeo, in Italia da 18 anni.

«Quando ho iniziato, nel 1993 eravamo in cinque a predicare tra gli ubriachi che bivaccavano in piazza Duomo». La chiesa di pastore Michael (slogan: «Gesù è il Signore di Milano» ) è un capannone a Sesto S. Giovanni: «La domenica, per la funzione, arrivano 400 fedeli. Nella chiesa cattolica si prega a mani giunte, noi cantiamo, balliamo, esprimiamo la fede. Italiani? Al momento sono una decina». Sorella Carolina, 36 anni dall’Ecuador, lavora per un’impresa di pulizie e predica a ritmo rap: «Bisogna uscire dalle chiese e andare in strada, in metropolitana ovunque. La parola di Dio deve correre».

Christian, 30 anni, è un ex Latin King, la gang giovanile sudamericana: «Quando Cristo è entrato in me ho lasciato i Latin King. Ora cerco di portare loro la parola di Dio. Mi insultano, mi hanno picchiato, ma vado avanti». «Cristo è qui, Cristo è tra di noi!»: Tatiana Auruia, 21 anni, impiegata, Bibbia in mano affronta i coetanei che viaggiano in metrò: «Gli amici dicono che mi vesto da vecchia perché porto gonne lunghe, mai qualcosa di sexy. Ma il mio corpo è solo per l’uomo che sposerò». I pentecostali credono alle capacità soprannaturali, i carismi, che lo Spirito Santo conferisce ai credenti. Insomma, miracoli. L’ultimo, ai predicatori del metrò, è successo poco tempo fa: «Quando un ladro è entrato in chiesa per rubare. Non è più uscito, si è convertito ed è diventato uno dei nostri fedeli più devoti».

Roberto Rizzo
01 febbraio 2011




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Palermo, un cavillo azzera il processo a boss: tutto da rifare

Quotidiano.net


Un errore dei pm rende nullo il procedimento contro Filippo La Rosa, 47 anni, e un suo fiancheggiatore Salvatore Greco, 45 anni. Il boss era stato catturato a settembre del 2009, dopo 16 anni di latitanza


Palermo, 1 febbraio 2011


Un cavillo e il processo per mafia a carico del boss Filippo La Rosa, 47 anni, catturato nel suo feudo di Ciaculli a settembre del 2009, dopo 16 anni di latitanza, e di un suo presunto fiancheggiatore, Salvatore Greco, 45 anni, finito in manette nel luglio scorso, deve ripartire da zero. Così ha deciso ieri la prima sezione del tribunale (presidente Vittorio Alcamo), accogliendo un’eccezione sollevata dagli avvocati dei due imputati, Marco Clementi e Loredana Lo Cascio, circa la nullità del giudizio immediato con il quale i due erano finiti in tribunale.

Un’ordinanza che consentirà peraltro a Greco di lasciare gli arresti domiciliari e di tornare libero per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Il cavillo riguarda la scelta della procura di chiedere il giudizio immediato per gli imputati (altri tre presunti fiancheggiatori, Angelo Anello, Pietro Arnone e il figlio Francesco sono già stati condannati con l’abbreviato a due anni di reclusione). Richiesta che, in base al codice ed anche ad alcune sentenze della Cassazione, può essere formulata solo quando la fase incidentale del tribunale del Riesame (al quale gli indagati hanno naturalmente facoltà di appellarsi) è conclusa.

In questo caso, come hanno rimarcato gli avvocati, i tempi vanno a sfavore della scelta dei pm della Dda Ignazio De Francisci e Marzia Sabella, che avevano chiesto - ritenendo di avere prove tali da saltare la fase dell’udienza preliminare - il processo per i due nel settembre scorso. Quando già, però, la misura cautelare era stata impugnata dai legali davanti al Riesame.

Non ci sarebbero stati ostacoli al processo se la procura avesse aspettato che sul provvedimento si pronunciasse la Cassazione (dove l’istanza è stata peraltro di recente rigettata).

Il tribunale ha dovuto dunque restituire gli atti e il procedimento deve retrocedere alla fase delle indagini preliminari. La Rosa era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del cugino Giovanni Fici in via definitiva nell’aprile del 2008. Il delitto era avvenuto nel 1988, nell’ambito dei dissidi tra i Corleonesi, subito dopo la guerra di mafia. In questo processo era accusato di associazione mafiosa. Greco, invece, rispondeva di procurata inosservanza della pena inflitta a La Rosa: essendo in contatto con lui, secondo la Procura, avrebbe dovuto denunciare la presenza del latitante affinchè questi scontasse la condanna definitiva per l’omicidio.




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Quando i partiti erano più forti della tv

Il Tempo


Cinquant'anni fa nasceva Tribuna politica la trasmissione che lanciò anche in Italia la "moda" americana dei faccia a faccia in televisione.



Cinquant’anni fa, il 26 aprile 1961, la prima rete Rai trasmetteva Tribuna politica, nata «come l’istituzionalizzazione di quel dialogo tra i partiti» cominciato con tribuna elettorale. nella prima puntata ad illustrare ai telespettatori l'idea della rubrica, riassumibile nella tv al servizio della politica dove servizio è da intendere nel suo significato ambiguo e ambivalente - sia di spiegare al pubblico programmi dei partiti e proposte, sia di fare propaganda, seppure in maniera pluralista - saranno presenti in studio il ministro delle Poste e Telecomunicazioni Lorenzo Spallino ed il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Onofrio Jannuzzi.

Roba che oggi farebbe sbadigliare solo a leggerla sul giornale. Certo è che la svolta nel rapporto tra televisione, comunicazione e politica, era avvenuta l'anno prima - nel 1960 - quando l'allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani annunciò che sarebbe stata concessa «ai partiti politici la trasmissione di una serie di conferenze stampa» (la Tribuna elettorale) e di «una serie di discorsi in televisione» in vista delle elezioni amministrative del 6 e 7 novembre 1960. Cinquant'anni fa gli abbonati della Rai-tv, un solo canale, il primo, erano poco più di due milioni e la politica era più forte, molto più forte, della televisione.

In Italia. Non negli Stati Uniti dove, un mese e mezzo prima della decisione di Fanfani e del Governo sulla comunicazione elettorale e politica in tv, il 26 settembre 1960, alle ore 22, a Chicago, negli studi della CBS, il democratico John Fitzgerald Kennedy ed il repubblicano Richard Milhous Nixon, diedero vita al primo faccia a faccia tra due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
 Lo studio era scarno: il tavolo con il moderatore al centro e seduti ai lati, con il volto rivolto allo spettatore e leggermente inclinati l'uno rispetto all'altro, i due candidati. Prima del dibattito, secondo le regole stabilite per il confronto, sia Kennedy che Nixon parlano in un'introduzione di circa 8 minuti ciascuno.

Lo fanno in piedi, dietro un leggio, ne è stato predisposto uno per ciascuno a lato delle loro sedie. Dopo l'introduzione, il dibattito con i giornalisti che sono seduti faccia ai due e spalle al telespettatore. Ad ogni risposta, sia Nixon che Kennedy vanno dietro i rispettivi leggii. Kennedy, nel rispondere, guarda dritto in camera mentre Nixon si rivolge al giornalista che gli fa le domande. Quello di Chicago sarà il primo di quattro faccia a faccia: altri network, oltre alla CBS, metteranno a disposizione i loro spazi (dopo che il Congresso Usa avrà deciso di rimuovere l'obbligo di dedicare eguali quantità di tempo anche ai candidati minori alla Presidenza, altro che par condicio all'italiana!).

La seconda sfida è alla NBC, a Washington il 7 ottobre; il terzo duello alla ABC, il 13 ottobre. Questo sarà il più seguito dal pubblico (share di circa il 61%) e sarà pure il primo dibattito elettronico nella storia della tv: i due avversari duellano in teleconferenza, Kennedy parla da uno studio di New York mentre Nixon si trova a Los Angeles. Dulcis in fundo, ancora la ABC, negli studi di New York per il quarto match: è il 21 ottobre del 1960. Così mentre negli Usa il peso dei faccia a faccia in tv farà pendere la bilancia del voto in favore di Kennedy, più bravo e più telegenico (alla faccia di chi sostiene che i faccia a faccia in tv e - aggiungiamo noi - i talk politici non spostino voti!), in Italia ci siamo appena ingessati nella tv al rimorchio della politica.

Il ribaltamento, in questo rapporto di eros e thanatos, si avrà a cominciare dagli anni Settanta. Con il comparire delle tv commerciali, dapprima disattente alla politica nazionale, esplode la vanità del politico, nel senso letterale del termine, che condurrà ministri e oppositori sempre più spesso in tv. Al tempo stesso, agli inizi degli anni Settanta, la Tribuna politica e la Tribuna elettorale invecchiano di botto, perdendo pubblico nonostante l'offerta televisiva sia ancora ridotta, visto che ci sono solo il Primo ed il Secondo canale (nato nel novembre del 1961) mentre il terzo prenderà vita soltanto nel dicembre del 1979.

Eppure il linguaggio e la cultura degli italiani sono mutati: c'è stato il 1968, che ha cambiato i costumi, e la tv democristiana sembra roba di secoli fa. Non lo coglierà la politica e neppure la tv pubblica, questo suo deperimento, ma glielo farà capire il corso delle cose, con la nascita della neotelevisione e con la controprogrammazione della tv commerciale. In fondo, se la cosiddetta tv trash è arrivata in Italia soltanto negli anni Ottanta è anche perché la tv pubblica, e la politica che la vigilava (e la vigila!), non aveva intuito che l'Italia era ormai altro rispetto a quella delle parrocchie di paese degli anni Cinquanta.

Nel 1982 Enzo Tortora, geniaccio della tv nazionale e uomo colto, darà vita alla trasmissione Cipria, su Retequattro, una emittente privata. Dentro ci sarà una rubrica: le ugole del Palazzo, il cui scopo è quello di far cantare i politici. Scriverà Guido Quaranta, giornalista parlamentare (a cui Tortora chiese una mano per la trasmissione), nel suo libro «Scusatemi, ho il patè d'animo», raccontando il no di Dario Valori, vicepresidente comunista del Senato: «Mai cantato in vita mia ma, se anche lo facessi, non andrei certamente a gorgheggiare in tv. Fanfani mi toglierebbe il saluto e Berlinguer mi espellerebbe dal partito».

Eppure qualcuno (anzi, parecchi) che canta Quaranta e Tortora lo troveranno: Alfredo Biondi, del Pli, con un cavallo di battaglia di Aznavour, la deputata Dc Ines Boffardi, con una canzone di Mina dedicata agli immigrati, Ma se ghe pensu, ed intonata sulla tolda di un piroscafo in fonda a Genova. E poi molti altri, tra cui il segretario del Psdi Pietro Longo, con La vie en rose della Piaf ed un sottosegretario socialista alla pubblica Istruzione, Fabio Maravalle, che scelse Pinne, fucile ed occhiali di Edoardo Vianello: si vestì da subacqueo e si immerse in acqua, ad Ostia, cantando a voce alta. Insomma, nel 1982 il linguaggio delle Tribune alla Jader Jacobelli, nate 50 anni fa, era già morto e stecchito da tempo perché il televisivo aveva preso il sopravvento sul politico. Cambiandolo.

Massimiliano Lenzi
01/02/2011




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Il Vangelo secondo Lerner Berlusconi come Erode

Il Tempo


All'Infedele teleprocesso al Cav. La lettera di una suora paragona il re della Galilea al premier che viene accostato anche a Mubarak.
 




Silvio bifronte: un po’ Mubarak, un po’ Re Erode. La guerra santa dell’Infedele Gad Lerner mette a segno un altro duro colpo contro il presidente del Consiglio. Sono passati appena sette giorni dalla sfuriata televisiva di lunedì scorso quando Berlusconi definì la conduzione del programma «spregevole, turpe, ripugnante, basata su tesi false, lontane dalla realtà» e Lerner decide di rincarare la dose.

Troppo succulenta la possibilità di ripetere il record di ascolti della settimana scorsa e così ieri sera si è voluto vendicare. Il perbenismo ha imposto a Lerner un timido tentativo di superiorità annunciando di non voler cavalcare l'onda, «decisamente più redditizia» degli scandali legati al caso Ruby, poi però ha cambiato idea. «L'infedele deve fare L'infedele» e così, dopo aver aperto il programma con le immagini della conferenza stampa del 4 giugno del 2008 tra il premier italiano e il presidente dell'Egitto Hosni Mubarak, commentando «temo che ora Berlusconi dovrà chiedere consiglio a qualcun'altro», lancia l'ennesima crociata. Ovviamente contro il Cavaliere. Sullo sfondo dello studio è riprodotta una gigantografia di uno striscione con scritto «L'Italia non è un bordello». A fianco uno schermo. L'immagine è fissa e riprende una donna. Dietro di lei un pannello nero. In mano ha dei fogli bianchi. È Lunetta Savino.

Il grande pubblico l'ha conosciuta quando vestiva i panni di Cettina nella fiction Un medico in famiglia e ieri sera si è prestata a leggere una lettera di suor Rita Giaretta. Una donna, consacrata, impegnata da anni contro la tratta delle donne della Comunità Rut di Caserta che «come cittadina italiana» si è detta «sconcertata nell'assistere come, da "ville" del potere, alcuni rappresentanti del governo, in un momento di grave crisi, offendano, umilino e deturpino l'immagine della donna». E così una puntata che nelle anticipazioni prevedeva di muoversi tra il caso Belgio sull'orlo della secessione e la rivolta popolare che sta travolgendo i presidenti tiranni nostri alleati, dalla Tunisia all'Egitto, fa irruzione per l'ennesima volta il caso Italia divisa, come riporta il promo, «tra l'inesauribile harem di Berlusconi e il braccio di ferro sul federalismo: il nostro futuro sarà un'avventura?».

Un'avventura che L'infedele Lerner cavalca dando voce a una suora che, dopo aver espresso la sua inquietudine nel «vedere esercitare un potere in maniera così sfacciata e arrogante che riduce la donna a merce e dove fiumi di denaro e di promesse intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento», arriva a paragonare la villa di Arcore al palazzo di Erode, lo spietato e crudele re della Galilea: «Di fronte a questo spettacolo - conclude la religiosa - sento di alzare la mia voce e dire ai nostri potenti, agli Erodi di turno, "non ti è lecito! Non ti è lecito" offendere e umiliare la "bellezza" della donna; non ti è lecito trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro; e soprattutto oggi non ti è lecito soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onesta.

Tutto questo è il tradimento del Vangelo, della vita e della speranza!». Il premier diventa così un uomo diviso a metà: da una parte lo si vorrebbe vedere nei panni del presidente egiziano Mubarak messo all'angolo e costretto a trattare con le forze politiche dell'opposizione per effettuare le riforme costituzionali e dall'altra lo si paragona a quell'Erode che condannò alla decapitazione Giovanni il Battista per compiacere la bella Salomè. Una serie di accostamenti che piacciono, non solo a Lerner, ma anche a qualche ex alleato del premier che ora vede nel futuro di Berlusconi solo le dimissioni. Ne è convinto per esempio Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera, secondo il quale «entro dieci giorni l'inquilino di Palazzo Chigi sarà sotto processo per prostituzione minorile, e sarà devastante. Non potrà restare oltre». E affonda: «Ben Ali all'inizio non avrebbe voluto lasciare. E come lui anche Mubarak non vorrebbe farlo».




Alessandro Bertasi
01/02/2011






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La sinistra non vince nemmeno contro se stessa

di Gian Maria De Francesco


Dopo la figuraccia di Milano e il caos di Napoli, un’altra batosta per i democratici: pure a Cagliari trionfa il candidato di Sinistra ecologia e libertà. Ormai Bersani teme più Vendola del Cavaliere


 
Roma
 

«Il Pd è il primo partito in Italia a usare le primarie e il primo nel mondo a perder­le ». Corrado Guzzanti aveva ragione. Ma al­lora quando il segretario democratico Pier Luigi Bersani di tanto in tanto afferma - più per necessità che per convinzione - «siamo pronti alle elezioni e le vinciamo» di cosa sta parlando?

Forse farebbe meglio a concentrarsi sui «nemici» interni come Nichi Vendola piut­tosto che sull’avversario numero uno, ossia Silvio Berlusconi. Ebbene sì, perché il gover­natore pugliese ha giocato un altro tiro man­cino al derelitto Bersani sfilandogli con le primarie il candidato sindaco di Cagliari. Domenica scorsa, infatti, il candidato di Si­nistra e Libertà, Massimo Zedda, ha sbara­gliato il dominus locale del Pd, il senatore Antonello Cabras staccandolo di dodici punti (46 contro 34%). Ecco, forse il vero pro­blema è a Bari nella sede della Regione Pu­glia piuttosto che a Palazzo Chigi.

«Abbiamo la necessità - ha gongolato Ni­chi con la sua impareggiabile metrica - di ricostruire trame di buona politica e abbia­mo il dovere di farlo con le persone, all’aria aperta e non chiusi in stanze in cui non ri­suonano le domande di partecipazione e di cambiamento». In fondo in fondo, Vendola non ha tutti i torti: se il buon D’Alema tra­scorre le proprie giornate pensando a come mettere assieme una coalizione elettorale con Fini, Casini, Rutelli, Di Pietro e il gover­natore pugliese, può anche accadere che si verifichino incidenti di percorso come quel­lo di Cagliari.

O può anche accadere che le uniche pri­marie «vere» vinte dal partito a Napoli siano azzerate tra sospetti di brogli con cittadini cinesi in fila per votare Cozzolino e accuse di complotti. «Contro di me si sono battuti i sostenitori di un vecchio modo di far politi­ca », ha denunciato ieri sul Giornale il candi­dato partenopeo sconfitto, Umberto Ranie­ri, cresciuto alla scuola di Giorgio Napolita­no. Così Bersani, sicuro di vincere le prossi­me politiche ma indeciso sul tagliare defini­tivamente i ponti col bassoliniano di ritorno Cozzolino, ha inviato il «commissario politi­co » Andrea Orlando lasciando nelle sue ma­ni tutte le rogne.

Ma la celebre battuta di Guzzanti si riferi­va a un altro clamoroso rovescio del Pd: quello delle primarie milanesi dove lo «sponsorizzato» Boeri ha dovuto arrendersi al vendoliano Pisapia. Certo, i democratici le primarie sono abituate a perderle. Basti pensare al caso-Firenze: nel 2009 l’ex boy­scout (oggi rottamatore) Matteo Renzi sba­ragliò il «cocco» del partito Lapo Pistelli. Per concludere con quello che si sta rivelando il vero alter ego dei due alchimisti politici D’Alema &Bersani:il temibile Nichi Vendo­la che ha «umiliato» Francesco Boccia nel 2010 alle primarie pugliesi dopo averlo sem­plicemente sconfitto nel 2005.

Il líder Massimo può pensare a tutte le «ammucchiate» possibili e immaginabili e il suo segretario può mettere insieme anco­ra tante promesse in guisa di programma elettorale per attrarre voti, ma non si andrà da nessuna parte se prima non si risolveran­no un paio di questioni. La prima è una paro­la definitiva sulle primarie che non possono tradursi in una «sceneggiata» per far preva­lere i soliti apparati. Infatti, se c’è un posto dove il Pd le vince è Bologna dove non s’è dispersa l’eredità del vecchio Pci. A Napoli, invece, s’è inscenato un teatrino degli orro­ri con simpatizzanti di centrodestra accorsi a dar manforte al candidato bassoliniano.
 
La seconda questione è quasi filosofica. D’Alema è aduso a disegnare coalizioni nor­mali per governi normali di «Paesi norma­li », ma come tanti esponenti della sinistra non ha compreso che il limite tra la teoria politica e la realtà è dato dal voto. Se nell’ur­na elettorale gli italiani scelgono Berlusconi e se in quella delle primarie Pd si vota Ven­dola, non è perché D’Alema si sia spiegato male, è perché c’è una maggioranza che non lo vota.




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Afragola, bimbi in rivolta nel quartiere dei clan: «Qui moriranno i poliziotti»

Il Mattino







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