venerdì 4 febbraio 2011

Egitto, Limousine travolge manifestanti

Corriere della sera

Almeno 30 persone falciate nella folle corsa

L'allarme dei ciclisti romani: «Siamo carne da macello»

Bersani: contro il Cav 10 milioni di firme voteranno pure i bimbi...

di Domenico Ferrara


Dopo i cinesi in coda per votare alle primarie di Napoli, Bersani propone una raccolta di firme per far fuori il Cavaliere. Obiettivo:10 milioni di sigle. Ma voteranno minorenni ed extracomunitari



 
Roma - Bersani ha trovato l'ennesima ricetta per stanare il Cav. Almeno lui ne è convinto, viste le ultime dichiarazioni rese all'assemblea nazionale del partito democratico. "Il Pd raccoglierà 10 milioni di firme di cittadini per dire a Silvio Berlusconi di andare a casa e le sottoscrizioni verrano portate a palazzo Chigi l’8 marzo, il giorno della festa della donna". Eccola l'originale strategia di Bersani. Orginale si fa per dire, visto che un precedente recentissimo ha coperto di ridicolo la raccolta firme. Troppo facile ammucchiare firme, se a firmare sono anche i cinesi.

Il precedente Se ne era accorto pure Walter Veltroni nelle ultime primarie nel capoluogo campano. “Ho visto che a Napoli c'erano molti cinesi che votavano: o erano dei cinesi democratici, o c'è qualcosa che non va”, aveva commentato Veltroni. E anche questa volta c'è il rischio che qualcosa non vada. Il leader del Pd mostra i muscoli, non solo al Cav ma anche al suo antagonista interno.

Impresa difficile Il suo progetto è a dir poco ambizioso: 10mila gazebo per 10milioni di firme. Pari a un quinto degli italiani. Ma, come giorni fa aveva fatto notare l'editorialista Caldarola sul Riformista, una cosa sono le firme, altra cosa sono i voti. Perché, visti i precedenti e i controlli poco serrati, non ci stupirebbe che a vergare il foglio democratico fossero minorenni, extracomunitari, senza dimenticare i soliti cinesi. All'impresa non crede nemmeno Veltroni, il quale ha ricordato a Bersani il risultato di due anni e mezzo fa quando il Pd raccolse poco più di 12milioni di firme. Insomma Bersani è entrato in un vicolo cieco. Dovrà battere il record di Veltroni, dovrà mostrare muscoli tesi al presidente del Consiglio. Ce la farà o dovrà ricorrere anche all'ausilio dei peruviani?




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Furto sacrilego alla sinagoga di via Guastalla, rubati i «tesori»

Corriere della sera


Gli oggetti religiosi, di ingente valore, appartengono alla comunità ebraica da secoli. Indagini in corso

NESSUNA Rivendicazione che faccia pensare a un movente politico





MILANO - È un furto dalla portata storica quello subito venerdì dalla comunità ebraica di Milano. Ad essere trafugati dalla sinagoga di via della Guastalla, durante la notte, sono stati i cosiddetti «tesori», oggetti che appartengono agli ebrei milanesi da secoli e che hanno un ingente valore. Secondo quanto appreso da fonti della comunità, i ladri hanno portato via «sei coppie di Rimonim, i puntali d'argento cesellato che sovrastano il Sefer Torà, e quattro Keter, delle corone», argenti e ori «preziosissimi». Il valore economico potrebbe essere stimato tra i 400 e i 500mila euro, ma è inestimabile quello storico. Ciò che ha lasciato sgomenta la comunità è il fatto che si tratta di oggetti storici, risalenti al Sei-Settecento, che erano rimasti in seno agli ebrei milanesi nei secoli, anche durante le persecuzioni della Shoah. Il presidente della Comunità ebraica milanese, Roberto Jarach, ha espresso parole di grave preoccupazione, precisando che le indagini vengono condotte con il massimo sforzo.

LA SCOPERTA - I carabinieri sono intervenuti poco dopo le 11 alla sinagoga di via Guastalla a Milano dopo essere stati avvertiti dal responsabile del tempio che ha segnalato il furto di diversi oggetti sacri in oro. L'atto, secondo quanto riferito dai carabinieri, non è stato accompagnato da alcuna rivendicazione che faccia pensare a un movente politico. Gli investigatori della Compagnia Duomo, che si sono recati in via della Guastalla dopo la telefonata dei religiosi, escludono quindi che dietro la sparizione possa esserci qualcuno con intenti razzisti e hanno confermato che nessuna scritta o telefonata di rivendicazione è stata lasciata.

LA CHIAVE D'ORO - Come si legge sul sito ufficiale della Comunità ebraica milanese, il primo ad accorgersi dell'inaudito furto sacrilego, venerdì mattina, è stato rav David Schunnach. Nel corso dei preparativi per lo shabbat Rosh Kodesh di sabato, si è accorto della sparizione della chiave d’oro per l’apertura dell’Aron Ha-Kodesh (armadio sacro). «Dopo essere riuscito ad aprire l’armadio con una chiave di riserva, rav Schunnach si è trovato di fronte alla sconcertante scoperta ed è stato colto da malore». Non risulta che siano state commesse forzature o effrazioni né all'armadio sacro né agli ingressi del tempio. Gli oggetti trafugati, «di rilevante valore storico, religioso ed economico», erano abbastanza ingombranti, e non potevano essere comodamente trasportati in un sacca.

FURTO SU COMMISSIONE - Dato il valore, anche religioso, degli oggetti rubati, il sospetto fin dall'inizio è stato che si sia trattato di un furto su commissione, portato a termine tra il pomeriggio e la notte di giovedì. Si sono sparse voci secondo cui gli oggetti sacri sarebbero già stati ritrovati all'estero; la comunità ebraica milanese però non conferma la notizia del ritrovamento. Sono in corso i rilievi da parte della Scientifica dell'Arma, mentre i carabinieri della Compagnia Duomo e del Comando provinciale stanno recuperando i filmati delle diverse telecamere di sicurezza poste all'interno e all'esterno del tempio. Ritenuta un potenziale obiettivo terroristico, la sinagoga di via della Guastalla è infatti uno dei luoghi più controllati della città, con una pattuglia dell'esercito in presidio fisso davanti all'ingresso e dotata di allarmi e molte telecamere a circuito chiuso, oltre ai controlli dei funzionari della sicurezza della comunità ebraica.


Redazione online
04 febbraio 2011



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Le procure sfidano il governo: "Vietato arrestare i clandestini"

di Redazione



Dal primo gennaio la procura di Roma ha deciso di disapplicare quanto stabilito dalla legge Bossi-Fini, perché la ritiene in contrasto con una direttiva europea del 2008: anche se le forze dell’ordine fanno arrivare a piazzale Clodio le denunce, i fascicoli sono destinati a finire in archivio.




 
Roma - Non viene più chiesto l’arresto degli immigrati fermati per la sola clandestinità. Dal primo gennaio la procura di Roma hanno scelto di disapplicare quanto stabilito dalla legge Bossi-Fini, perché la si ritiene in contrasto con la direttiva europea 2008/115/Ce del 16 dicembre 2008. Ed anche se le forze dell’ordine fanno arrivare a piazzale Clodio le denunce, questi fascicoli sono destinati a finire in archivio. Rispetto alla clandestinità, lo Stato italiano avrebbe dovuto adeguarsi entro il 24 dicembre 2010 - si spiega - ma ciò non è avvenuto.
Procure all'assalto La procura di Roma, ma anche quelle di Firenze, Torino e Pinerolo, hanno deciso di fare da sole. Una circolare che spiega i diversi passaggi e a cui tutti i pubblici ministeri in udienza dovranno attenersi, sarà inviata a breve dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dall’aggiunto Leonardo Frisani, che coordina il pool che si occupa di immigrazione. In questo modo - è stato sottolineato - viene colmato un vuoto normativo "anche per evitare di incorrere in sanzioni dell’Unione europea".
Violata la Bossi-Fini Il punto è tutto sulla violazione dell’articolo 14 della legge Bossi-Fini che stabilisce che una persona non abbia ottemperato al decreto di espulsione entro cinque giorni debba essere arrestato e può essere condannato a pene varianti tra uno e cinque anni di reclusione. La direttiva europea, invece, stabilisce che lo straniero irregolare deve essere allontanato dal territorio con un certo iter: rimpatrio volontario, espulsione coattiva, la libertà personale può essergli privata solo al fine di garantire il suo effettivo allontanamento al massimo per 18 mesi in centri di identificazione e di espulsione (Cie) e non in strutture carcerarie.
"Il fatto non costituisce reato" Secondo l’Ue infatti non può essere previsto in questi casi l’arresto, la detenzione o sanzioni penali. Secondo la giurisprudenza vigente della Corte Costituzionale la norma sovranazionale che sia chiara e precisa deve avere immediata applicazione. Di qui la decisione della procura di Roma, secondo la quale l’arresto in questi casi deve ritenersi illegittimo e debba anche concludersi per l’archiviazione degli atti perché, vista la norma dell’Ue, il fatto non costituisce reato.




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Tv svedese mette il maschio in mutande. E la censura blocca lo spot: sessista

Corriere della sera

 

L'accusa: gambe, torace, braccia, molto muscolosi e la sagoma dei genitali visibile attraverso le mutande

 

MILANO - Via dalla tv lo spot che ritrae l'uomo come un oggetto sessuale. Mentre in Italia il caso Ruby ha riaperto il dibattito sulla mercificazione del sesso femminile, in Svezia è uno spot che usa un'immagine maschile a dividere l'opinione pubblica. L'Autorità di garanzia che vigila sulle pubblicità infatti ha censurato una pubblicità che fino a qualche giorno fa andava in onda sull'emittente televisiva Boxer e che intendeva promuovere il palinsesto della stessa tv privata. Per pubblicizzare i suoi nuovi programmi, l’emittente ha girato una réclame in cui compariva Robert, un personaggio seminudo e tutto muscoli, steso su un tappeto di pelle di pecora che indossa solo boxer bianchi. L'autorità di garanzia ha giudicato lo spot «sessista» perché volge tutta l'attenzione dello spettatore verso l'organo sessuale del protagonista della rèclame.

 

 

CENSURA - La censura è scattata dopo che un telespettatore ha denunciato la pubblicità all'autorità di garanzia. Secondo l’accusatore «concentrare l'attenzione sull'organo sessuale e sulle sue dimensioni non ha nulla a che fare con il prodotto che s'intende reclamizzare, e anche se così fosse, questo non è un modo di ritrarre né un uomo né una donna». Il querelante ha anche sottolineato che la forma fisica di Robert potrebbe mettere sotto pressione gli uomini che aspirano ad avere il suo stesso fisico: «Il corpo eccessivamente muscoloso - ha scritto il telespettatore - è uno stereotipo e una rappresentazione irrealistica che può creare problemi sia ai giovani che agli anziani». L'autorità di garanzia ha immediatamente accolto la protesta e in una nota ha spiegato i motivi della censura: «Anche se l'intenzione era di presentare un collegamento umoristico tra l'uomo e il prodotto, Robert è mostrato, attraverso la sua postura e la mancanza di vestiti, come un mero oggetto sessuale, in un modo che potrebbe essere considerato offensivo per gli uomini in generale». La nota rivela che «le gambe, il torace, le braccia e l'addome dell'uomo nello spot sono molto muscolosi e la sagoma dei suoi genitali è visibile attraverso le mutande».

 

DIFESA - Nella dichiarazione l'autorità di garanzia aggiunge che la Svezia continuerà a garantire il rispetto dell'uguaglianza sessuale: «Questo impegno - aggiunge la nota - ha reso il nostro paese una delle società più rispettose della parità sessuale nel mondo». L'emittente televisiva Boxer ha protestato contro l'accusa di sessismo e si è difesa affermando che il personaggio contestato è usato dalla stessa tv da circa 10 anni per promuovere i suoi pacchetti di programmi televisivi: «Robert - taglia corto una dichiarazione scritta del network - è un personaggio di una disarmante simpatia, molto cortese e in un certo senso è la parodia di un geek». Naturalmente la censura ha aperto un acceso dibattito in Svezia. A suo sostengo si è schierato Aftonbladet, uno dei tabloid più letti in Svezia. Secondo il quotidiano la decisione è giusta e l'ufficio di garanzia avrebbe fatto la stessa cosa se l'emittente avesse usato un'immagine femminile. Di tutt'altro avviso molti blogger scandinavi: essi hanno bocciato la censura sostenendo che in fondo «Robert è innocuo e inoffensivo» e sarebbe giusto «riportarlo in vita».

 

Francesco Tortora
04 febbraio 2011

Venezia, si presenta come una religiosa, in realtà tortura gli animali e poi li uccide

Ambra, Spaak e Ferrari La carica delle moraliste dalla memoria corta....

di Cinzia Romani


Catherine Spaak, Ambra Angiolini e Isabella Ferrari, un passato da ninfette che le ha portate al successo con non poche polemiche. Ma oggi si indignano per il mercimonio della donna



 
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S'incendia la scena italiana, attizzata dal caso Ruby, e subito accorrono le pompiere. Si chiamano Ambra,Catherine e Isabella: per la verità di mestiere farebbero le attrici, ma un tempo furono ninfe. Anzi, ninfette, termine inventato dal grande scrittore Vladimir Nabokov, che con "Lolita" passò molti guai, appena apparso il suo libro esemplare, inviso ai bigotti. Nei tardi Cinquanta, del resto, destava scandalo che signori attempati restassero ammaliati dalle ragazzine, la cui "propria, vera natura, non è umana, ma di ninfa (cioè demoniaca); e intendo designare queste elette creature con il nome di "ninfette" " (così Nabokov in "Lolita"). E adesso che Ambra Angiolini, Isabella Ferrari e Catherine Spaak, donne mature, mogli e madri (la Spaak è nonna, di mariti ne ha avuti tre), spendono il proprio nome per mettere fine al mercimonio della donna, firmando appelli per dire basta al governo Berlusconi in nome d'una dignità femminile offesa dalla satiriasi dilagante, emerge la memoria di certe loro ammiccanti presenze.

Era il 1984 quando, su "La Repubblica", si poteva leggere che "Non è la Rai" era "una trasmissione per pedofili". In epoca non troppo remota, Curzio Maltese, firma del quotidiano romano, s'indignava perché Gianni Boncompagni, ideatore del programma televisivo a base di ragazzine disinibite, aveva "i lettoni a casa". E chi era la Musa adolescente di Boncompagni, quella che, in gonnellino scozzese veramente corto (stile Minetti) faceva su e giù, col gioco dello zainetto, non ancora donna, non più bambina? Ambra Angiolini, poi icona gay che ora, due figli e un marito e lo splendore nell'erba che scolora e la Comencini e Ozpetek sdoganatori dal ghetto pop, s'indigna "perché le donne è come stessero su una bancarella". Non per inchiodare Ambra, come faceva Nabokov con le adorate farfalle, all'esordio della sua carriera, quando Boncompagni la guidava via auricolare e lei sembrava cinica, in video, però...

 "Era una violenza: è drogata, è lolita, è la puttana bambina, è l'icona per i pedofili", racconta Ambra in un'intervista, riportando l'immagine che i media fornivano di lei, brava a far perdere la testa ai maschi coetanei, ma, ancor più, agli ultracinquantenni bavosi. "A un certo punto sono diventata culturalmente chic", ironizza l'attrice, insieme al Gotha femminile dei cinematografari,a ribadire che no, il corpo della donna non si tocca. Strano il corto circuito tra "Repubblica" - giornale sponsor della stolida protesta tardofemminista e accusatore, negli edonistici Ottanta, d'una certa dolce vita condita da Sesso&Potere - e le sue testimonial, accomunate da un uso del corpo erotizzante per contratto, cioè per soldi.

Zio Gianni è stato fidanzato con Isabella Ferrari quando lui aveva 47 anni e lei 15 (correva il 1980 e la ragazzina Fogliazza, vero nome dell'attrice di "Caos calmo", aveva vinto il concorso "Miss Teenager": la relazione tra i due destò scandalo).

Catherine Spaak, anche lei presa da altera indignazione, resta però il prototipo della "ninfetta". Chi ha visto "La voglia matta" (1962), con Catherine diciassette all'esordio, sa che in quel film (molti altri del genere, con lei protagonista, seguiranno) il "vecchiaccio" Tognazzi impazziva per Francesca e la sua frangia, il suo bikini,le sue mossette falsamente acerbe. Vietato ai minori di 14 anni, "The Crazy Urge" (così "La voglia matta" nei paesi anglofoni) è nel curriculum della signora Spaak, che ha conosciuto "I dolci inganni" da vicino. E adesso? Ambra, Catherine e Isabella, incendiarie da ragazze e pompiere da donne fatte,fanno le signore: recitano a teatro (la Angiolini al top, con "I pugni in tasca" di Bellocchio:il massimo dello Spirito Rivoluzionario) e manifestano contro il tiranno. Le attrici,del resto, soprattutto quelle indignate, hanno talento per la maschera.




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Berlusconi: «L'Italia è una repubblica giudiziaria commissariata dalle procure»

La Nutella fa male" Mamma Usa fa causa La Ferrero: "Gli esperti ci danno ragione"

Quotidiano.net


Secondo una signora californiana la crema di nocciole contiene troppi grassi quindi non sarebbe "buona per la salute". L'azienda italiana: "Attacchi simili tentano solo di scalfire il successo del prodotto"


New York, 3 febbraio 2011


Presto per i bambini americani potrebbero finire i pomeriggi felici passati a spalmare Nutella: in California una mamma ha denunciato la Ferrero, perché a suo avviso utilizzerebbe pubblicità ingannevole per promuovere la la crema alle nocciole più famosa del mondo.

Nonostante la propensione al ‘junk food’, il cibo spazzatura, di molti americani, Athena Hohenberg, madre di quattro figli, è rimasta "scioccata": leggendo le informazioni nutrizionali si è accorta che la crema alle nocciole contiene un’alta percentuale di grassi saturi e di zuccheri.

La denuncia, depositata presso il tribunale federale di San Diego, chiede alla giustizia americana di proibire a Ferrero di scrivere sull’etichetta della Nutella indicazioni come "buona per la salute", "equilibrata", "per una prima colazione gustosa e equilibrata", e "per un’alimentazione completa".

La donna ha anche chiesto all’azienda italiana di lanciare una nuova campagna pubblicitaria che corregga le informazioni finora divulgate "affinché i consumatori sappiano che la Nutella contiene una quantità pericolosa di grassi".

La signora Hohenberg ha intenzione di trasformare la sua azione legale in una denuncia collettiva, a nome di tutti i consumatori che, influenzati dalla pubblicità, hanno comprato e consumato la Nutella dal 2000. "Queste persone hanno speso troppi soldi ingannate dalle bugie della pubblicità che diffonde immagini false di mamme e bambini felici di mangiare la crema alle nocciole", scrive Hohenberg nella denuncia.

La donna chiede alla Ferrero il risarcimento dei danni e la distruzione di tutte le confezioni di Nutella che contengono quantità di zuccheri e grassi superiori ai valori di riferimento stabiliti dai nutrizionisti.

LA REPLICA 

 Elise Titan, portavoce della Ferrero negli Stati Uniti, ha commentato la denuncia sostenendo che gli ingredienti utilizzati dall’azienda italiana sono di qualità, così come la pubblicità diffusa per la promozione della famosa crema alle nocciole.

"Un caso già smontato più volte in passato", è invece la replica che giunge direttamente dalla Ferrero. "Attacchi simili - afferma in una nota l’azienda dolciaria di Alba - tentano di scalfire il successo della crema da spalmare più nota al mondo che presidia da sempre i mercati come icona del made in Italy e dell’Italian way of life. Il Giury della pubblicità italiano, all’inizio del 2007, si è già pronunciato in un caso analogo a favore della nostra società, che nell’occasione si è avvalsa delle relazioni di esperti nutrizionisti e pediatri secondo cui una prima colazione a base di una fetta di pane e Nutella, di un bicchiere di latte e di frutta risulta essere bilanciata per iniziare la giornata, nel quadro di una dieta variata".

La Ferrero ricorda inoltre che "nel settembre 2007 al convegno annuale dell’autorevole American College of Nutrition negli Stati Uniti si e’ espresso un giudizio scientifico positivo sull’uso nel corso della prima colazione di una crema spalmabile a base nocciola’’ e che "il giudizio positivo è stato ripreso in altre autorevoli ricerche pubblicate nel 2008 nel The Journal of International Medical Research - Breakfast: a good habit, not a repetitive custom e nel 2010 nel Critical Reviews in Food Science and Nutrition - Dietary choices for breakfast in children and adolescents".




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Cesare Battisti scrive da carcere: "Mai provocato morti o feriti"

Quotidiano.net


L'ex terrorista ammette di aver fatto parte dei Pac ma nega che le sue avioni abbiano fatto vittime. La missiva ha causato uno scontro nel parlamento brasiliano



Brasilia, 4 febbraio 2011  - Una lettera di Cesare Battisti in cui l’ex terrorista si dichiara innocente in merito ai crimini per cui fu condannato in Italia ha causato il primo scontro nel Senato brasiliano, che si è insediato martedì. La lettera è stata letta dal senatore Eduardo Suplicy, che ha reso visita a Battisti nel carcere Papuda di Brasilia e che difende l’innocenza dell’ex militante del Pac, al contrario di quanto invece sostiene l’opposizione, favorevole all’estradizione in Italia.

Nella lettera Battisti ammette di aver fatto parte dei Proletari armati per il comunismo ma sostiene che le sue azioni non hanno mai causato morti o feriti. Fino a questo momento nessuna autorità giudiziaria mi ha mai chiesto se ho commessi assassinii, continua battisti.

Proprio giovedì il governo italiano ha ripreso la battaglia giuridica per ottenere l’estradizione di Battisti.
L’avvocato Nabor Bulhoes, che difende gli interessi di Roma, ha depositato al Supremo Tribunale Federale (Stf) due ricorsi: un’impugnazione e un reclamo, rivolti entrambi contro la decisione dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva di non concedere l’estradizione in Italia dell’ex terrorista rosso.

agi





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Follia Chivu, pugno a Rossi «Mi sento un uomo di m..., sto male»

Il Mattino


BARI

«È difficile da spiegare, perché ho perso per un attimo la lucidità. Sono qua perchè voglio chiedere scusa a Marco»: così ai microfoni di Sky Cristian Chivu fa pubblica ammenda per il pugno sferrato a Marco Rossi durante Bari-Inter che non è stato visto dall'arbitro Romeo.



«Con un briciolo di dignità che mi è rimasto - ha aggiunto il giocatore romeno - voglio pubblicamente chiedere scusa perché non è da me, perché mi spiace per quello che ho fatto. Mi sento un uomo di m..., mi sento male». «È stata una cosa che non ho mai fatto e vorrei chiedere scusa a tutti quelli che guardano il calcio - le parole di Chivu - a tutti quelli che seguono questa squadra, ma voglio chiedere, soprattutto, scusa alle mie due bambine, che magari un giorno guarderanno».
Venerdì 04 Febbraio 2011 - 09:51    Ultimo aggiornamento: 09:52




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Camion carichi di rifiuti-veleno guidati da ragazzini. Come in Gomorra

Il Mattino


di Rosaria Capacchione

NAPOLI - La sola differenza è di ordine, per così dire, estetico: il guidatore del camion non ha nessun bisogno di cuscini per raggiungere l’altezza del volante. Per il resto la scena è la stessa di quella vista nel film Gomorra, con i ragazzini reclutati dal trafficante di rifiuti per trasportare in discarica ciò che nessuno voleva trasportare. Cioè, tonnellate e tonnellate di veleno. L’opera di Matteo Garrone, che pure è ispirata alla realtà, a Marcianise ha fatto da battistrada a uno spregiudicato imprenditore ed è diventata la trama di un’inchiesta giudiziaria, l’ennesima, sulla gestione dei rifiuti e sul sistema degli appalti.


Nei panni ricoperti da Toni Servillo troviamo Angelo Grillo, chiacchierato signorotto nel settore delle pulizie, titolare del colosso Cesap e della Ecosystem 2000, l’impresa subentrata alla Saba - sospesa in virtù del certificato antimafia macchiato - nella raccolta dei rifiuti urbani.

Nessun formale passaggio di cantiere, previsione di tagli di organici e stipendi, immancabile protesta dei settantatrè dipendenti.

Ma ecco che il 26 gennaio accade l’impensabile. Quando i netturbini vanno a prendere servizio, nella piazzola di sosta degli automezzi non trovano i compattatori. Sono in giro per la città, alla guida ci sono dei ragazzini - una quindicina - alcuni dei quali minorenni, tutti privi di patente, di abilitazione, di assicurazione, di contratto di lavoro. Ma non basta. Alle rimostranze dei dipendenti sollevati dall’incarico, ecco la risposta di Grillo: «Mettetevi i giubbotti antiproiettile perché vi faccio sparare. Io ho la copertura della camorra, e non vi pago nemmeno gli stipendi»...



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Siamo tutti indispensabili" Così la Casta salva se stessa

La Stampa






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Corona vs. libero: "Io furbetto? Se vi becco, vi spezzo"

Libero





"Mi attacchino pure, fino a che non li ho a un metro. Poi gli stringo la mano. E quella mano lì, non scrive più": risponde così lo scrittore Mauro Corona all'articolo pubblicato giovedì su "Libero" a firma di Camillo Langone. Dai microfoni della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, Corona si difende: "Io ho sempre detto che andavo in televisione per promuovere i miei libri, perchè ho una famiglia da mantenere".
Di seguito pubblichiamo l'articolo di Camillo Langone.

Non esistono più gli eremiti di una volta. Se penso a uno scrittore solitario e appartato penso a Céline, penso a Cioran, penso a Gómez Dávila, tutti ampiamente defunti, non penso più a Mauro Corona, che invece è vivissimo ma appartato solo per finta.

Lo stravenduto autore friulano ha costruito la sua fortuna sull’immagine di montanaro antimoderno, bevitore insocievole, scalatore di vette inviolate, ultimo abitante di un villaggio spopolato le cui case stanno per essere inghiottite dal bosco.

Ci hanno creduto in tanti a questa favola e ci ho creduto anch’io, che pure mi considero guardingo, poco abbindolabile: forse perché è bello credere nelle fiabe, dimenticare la realtà prosaica almeno per la durata di un romanzo. In un momento di sbandamento apparentai Corona addirittura a Paolo Nori, considerandolo, alla pari dello scrittore parmigiano, una delle rarissime, preziosissime epifanie contemporanee dell’anarca jungeriano. E non avevo neanche bevuto tanto, quel giorno. Ora che la cotta grazie a Dio è passata, la verità mi appare nuda e non è un bello spettacolo.

Senza veli
Devo dire che da qualche tempo è lo stesso Corona a insistere nel mostrarsi senza veli, talmente sicuro di sé da ritenere ormai superfluo il vecchio travestimento. Ieri mi sono imbattuto in una sua dichiarazione raccolta da Antonio Prudenzano: «Mio figlio debutta come scrittore? Avrei voluto scriverlo io un libro così!». In questo modo ho scoperto che ha un figlio: di per sé non sarebbe una notizia strabiliante, ma i dettagli bastano e avanzano per distruggere il mito del Corona Gran Selvatico. «Sono molto felice per il debutto letterario di mio figlio».

Un professore universitario romano, ad esempio un Massimo Ammaniti padre di Nicolò, non avrebbe parlato diversamente. Certe felicità sono debolezze tipiche del ceto intellettuale più accademico e più urbano, un montanaro fiero dovrebbe sognare per il sangue del proprio sangue un futuro da padrone della funivia, non da imbrattacarte. «Matteo mi rende davvero orgoglioso». Matteo? Sì, il figlio di Corona si chiama Matteo, che forse è il nome più somigliante a Mauro che ci sia: uguali le prime due lettere, uguale l’ultima...

Utile al marketing
Per fortuna non credo nella psicanalisi, altrimenti mi sarei sentito obbligato a riempire una pagina di ricami sulla questione. Credo di più nel marketing e so che in questo momento gli uomini della distribuzione editoriale si stanno strofinando le mani: già il lettore bue tende a comprare sulla base del cognome (Francesco Carofiglio entrò in classifica perché confuso col fratello Gianrico), se poi i nomi si assomigliano moltissimo il gioco è fatto.

Il delirio di onnipotenza onomastica non si è fermato a Matteo, ho appena scoperto che Corona ha prodotto altri figli e tutti con la M: Martina, Marianna e Melissa. Meno male che stavolta il sesso è diverso da quello del padre e almeno ci sarà risparmiata una somiglianza di barbe e bandane.

Tornando a Matteo, che cosa avrà scritto di così geniale? Un «thriller psicologico», dice la presentazione che certifica in due parole la modesta originalità dell’opera, racchiusa nell’ambito di un genere seriale. «Si sviluppa nel chiuso di poche stanze». Ottimo, allora la montagna non c’entra niente.

Invece c’entra, giura l’editore, che essendo l’editore storico di Corona padre (potevate dubitarne? In tutta la faccenda si respira l’aria asfittica del maso chiuso) è abituato alle arrampicate, prima sulle cime dei monti e adesso sui vetri: «Un libro angosciante come pochi, specchio di quella che è stata la dura montagna che Matteo Corona, a differenza di Mauro Corona, narra per metafore».

Da uomo di poca fantasia non riesco a immaginare come un tinello possa divenire metafora delle Dolomiti, pazienza, cercherò di sopravvivere. Il romanzo potrebbe essere bello a prescindere, obietteranno i più ottimisti. Permettete di dubitarne: sempre la Biblioteca dell’Immagine ci fa sapere che il padre ha «dato un contributo fondamentale» all’opera del figlio, comportandosi da «spietato editor», soprattutto aiutandolo a tagliare. Ora, se i libri di Corona senior hanno un problema, questo è la prolissità, e non ho mai visto un logorroico insegnare l’asciuttezza.

Spot in video

Ma può darsi che non sia vero niente, che il padre non abbia dato nemmeno uno sguardo alle bozze del figlio e che il comunicato-stampa sia un assemblaggio di panzane avente come unico obiettivo il solito pugno di copie in più: ormai è abbastanza chiaro che l’intera famiglia ha un debole per la pubblicità, per i media specialmente di massa, a cominciare dal capostipite che senza la sua dose periodica di telecamere va in astinenza e dà in escandescenze.

Ancora ci si ricorda la furiosa polemica contro Fabio Fazio colpevole di non invitarlo: si era dimenticato della costante presenza nel salotto di Madama Bignardi perché i bestselleristi son fatti così, Corona o Saviano son tutti uguali, piangono e fottono, cioè vanno in televisione per lamentarsi di non andare in televisione. Siccome però le ospitate non bastano mai, in questi giorni si è fatto confezionare uno spot a pagamento, dove con l’eterna canottiera quattrostagioni e un botolo in grembo promuove il nuovo romanzo La fine del mondo storto alla maniera di un prodotto da ipermercato.

Ma cos’è questa smania di apparire, ma non stava tanto bene nella baita lassù sulla montagna, «un nido dove non mi raggiungono se non fanno il quarto grado di arrampicata»? Anche quello mi sa che era soltanto un comunicato-stampa.


di Camillo Langone
03/02/2011




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La guerra spaziale tra Usa e Cina

La Stampa







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Rumsfeld: "Abu Ghraib? Dovevo dimettermi subito"

La Stampa

Maurizio Molinari


Molti aneddoti e pochi rimorsi nelle memorie dell'ex capo del Pentagono
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Rivendica i successi ottenuti, dissemina battute al fiele, svela episodi inediti e ammette un unico rimorso: l’autobiografia di Donald Rumsfeld conferma il carattere spigoloso dell’ex capo del Pentagono nell’Amministrazione di George W. Bush che guidò gli interventi in Afghanistan e Iraq.

I successi che rivendica in «Known and Unknown» sono militari: la rapidità con cui, dopo gli attentati dell’11 settembre, mise in piedi l’attacco all’Afghanistan ottenendo il rovesciamento dei taleban così come la deposizione in Iraq del regime di Saddam Hussein «senza il quale il Medio Oriente sarebbe oggi un posto assai più pericoloso». Il ricordo delle due campagne militari è disseminato di graffi e battute in ogni direzione. Sull’Afghanistan ricorda di aver litigato «con i neocon che sostenevano l’uso dell’esercito per diffondere la democrazia nel mondo», facendo capire che rovesciare i taleban era tutt’altra cosa rispetto a «fare carriera pensando di poter trasformare gli afghani». Sull’Iraq si sofferma a descrivere i «flip flop» - cambiamenti d’opinione - dei leader democratici, che prima sostennero la guerra e poi vi si opposero: Hillary Clinton, John Kerry e John Biden «sono tipi con i quali non vorresti mai trovarti dentro una trincea». Come dire, tendono a tradire non solo il prossimo ma anche se stessi. Loquida Colin Powell, l’ex Segretario di Stato con cui duellò proprio sull’Iraq, come «uno che si atteggia a indipendente di pensiero», mentre alla tv Cnn rimprovera di essersi opposta all’intervento contro Saddam «spingendosi fino a nascondere i gravi crimini contro l’umanità che aveva commesso contro la sua gente».

La mancata cattura di Osama bin Laden resta un obiettivo mancato sui monti di Tora Bora dai soldati che erano sotto il suo comando ma ne attribuisce la responsabilità a chi gli avrebbe dovuto dare «più truppe come avevo chiesto» per tagliare la via di fuga ai leader di Al Qaeda verso il confine pachistano. Le uniche pagine dove il rimorso diventa palese, dichiarato, sono quelle dedicate allo scandalo di Abu Ghraib - la prigione militare irachena dove i soldati americani commisero gravi abusi sui detenuti - perché scrive: «Avrei dovuto insistere di più per dimettermi da ministro della Difesa». Per due volte Bush rifiutò la richiesta ma ora Rumsfeld scrive che avrebbe dovuto continuare a presentarla fino ad obbligare il Presidente a licenziarlo per i gravissimi fatti. Riguardo alle critiche ricevute per aver schierato troppo pochi soldati in Iraq ammette solo che «forse in alcune occasioni ne sarebbero serviti di più» mentre sulla vicenda del messaggio di Ronald Reagan che avrebbe consegnato a Saddam Hussein precisa: «Fu mandato dal Dipartimento di Stato».

Fiele anche per i rivali repubblicani. John McCain «ha la tendenza a cambiare opinione per fare piacere ai media» mentre George Bush padre mentì quando lo accusò di aver spinto il presidente Gerald Ford a nominarlo capo della Cia per allontanarlo dalla Casa Bianca: «Fu proprio Bush a chiedermi di guidare l’intelligence». Henry Kissinger, durante gli ultimi giorni del Watergate, si irritò per l’atteggiamento del giovane Rumsfeld nei confronti di Richard Nixon, ammonendolo: «Rummy, non discutiamo neanche più con il Presidente». D’altra parte lo stesso titolo dell’autobiografia si propone di irridere critici e avversari perché evoca il gioco di parole che fece in una conferenza stampa del 2002 sulle armi di distruzione di massa sovrapponendo i concetti di «conoscere» e «non conoscere» al fine di evadere le domande più insidiose dei reporter. Il fine dell’opera è comunque di far sapere agli americani che ogni decisione presa sin dal 1975, quando era capo di gabinetto di Ford, si è basata sull’attento esame di documenti e informazioni disponibili in quel momento. Anche per questo quando il libro arriverà in commercio l’8 febbraio debutterà il sito «www.rumsfeld.com» che consentirà di consultare, decisione per decisione, tutti i testi sulla base dei quali Rumsfeld ha compiuto scelte che hanno segnato la storia americana. E a chi gli ha chiesto se si tratta di un diario top secret lui ha risposto: «No, sono documenti che in gran parte non ho mai riletto».

Fra retroscena alla Casa Bianca e aneddoti personali, ad essere disseminate fra le pagine sono le «Rumsfeld’s Rules», le regole di vita frutto dell’esperienza. Quella a cui tiene di più è «più duramente si lavora, più si è fortunati» mentre l’altra, che evoca i processi pubblici a cui spesso è stato sottoposto, è «se non ti criticano significa che non stai combinando molto».




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Il golpe dei futuristi I finiani pregano "Sant'Ilda Boccassini"

Il Tempo


Retromarcia: gli esponenti di Fli disposti a tutto per abbattere il Cav. Tradiscono il garantismo e si affidano alle foto in mano ai Pm di Milano.


Il pm Ilda Bocassini


Enzo Raisi si ferma un attimo alla bouvette. Un caffè. Si stropiccia gli occhi con i palmi delle mani, i gomiti appoggiati al bancone del bar della Camera. «Sono stanco, sto lavorando troppo». Su, onorevole, non faccia così. La vita all'opposizione è pure più facile, meno impegni. «Questo lo dice lei», s'inalbera il deputato di Fli. E spiega: «Ho fatto una scommessa impossibile. Fini viene a Bologna, la mia città. Ho preso una sala da mille persone. Rischio. O la va o la spacca». Sarà così difficile?

«Certo. Perché siamo in una città rossa. E poi c'è il clima... Un clima negativo. Mi vergogno di essere deputato. C'è un clima di schifo nei confronti della politica, di tutta la politica. E anche quest'inchiesta sulle donne, Ruby e quant'altro sicuramente ha contribuito ad aumentare la distanza tra gente e politica. Non ci fa piacere, ma sarà così. Sempre di più». Come sempre di più? Raisi cerca di svicolare, si allontana. Poi si lascia scappare: «Arriveranno le foto, i filmati in alta risoluzione». Ma come Raisi? «Sì, sì. Le foto. Ce ne saranno diverse. Pure i video e altro ancora». Ma il procuratore di Milano ha detto che non sono rilevanti... «Saranno pure irrilevanti ma impressionanti sì.

Voglio vedere quando verranno fuori». Scusi, ma lei non era garantista? Raisi s'arrabbia: «Io sono garantista. La cosa paradossale è che io, Urso e insomma tutta l'ala garantista di An siamo con Fli. Gasparri, La Russa e i forcaioli con il Pdl. E il Pdl va contro i magistrati... Ora la saluto, ho da fare». E va via. Il clima è questo. I finiani sembrano i portavoce della Procura di Milano. Sotto sotto tifano per la Boccassini. E stanno in attesa che accada qualcosa. Alessandro Ruben è uno che non parla con nessuno. Appena vede un giornalista che gli va incontro, gioca d'anticipo e gli fa: «Ci sono novità?».

Così mette subito in chiaro che lui non sa nulla e comunque non dice nulla. E tra un silenzio e un sospiro ammette: «C'è un'aria strana, non riesco a comprendere, come se stesse per succedere qualcosa. Lei che sa? Sa qualcosa?». Arriva Aldo Di Biagio, altro deputato futurista, che s'è appena procurato una ferita in mezzo alla fronte. Ci scherza su: «Sono andato a caccia, mi sono ferito con un ramo». Poi avverte: «Ne vedremo delle belle. Le inchieste non sono finite. Non solo foto, si parla di altre accuse. E guardi, il problema sarà soprattutto all'estero».

Anche Benedetto Della Vedova la pensa così: «Ma lei provi a varcare le Alpi. Non appena parli con uno straniero ti devi fare mezz'ora di battute e battutine su Berlusconi e il bunga bunga». Raisi conferma: «Sono andato a Londra e pure un bancarellaro del Nepal mi prendeva in giro». Insomma, la speranza - dice un finiano che chiede anonimato - è sempre quella: Berlusconi si levi dalle scatole. La novità stavolta è che la speranza la chiamano «Santa Ilda Boccassini». Fabio Granata esulta: «Per Futuro e Libertà è stata una giornata importante: abbiamo bloccato il federalismo e votato compattamente a sostegno dell'inchiesta dei magistrati milanesi.

Mette invece tristezza - dice - registrare l'entusiasmo sfrenato all'esito scontato del voto di tanti amici della Destra politica italiana, cresciuti nei comuni valori della militanza a difesa della legalità, ed oggi ridotti ad acclamanti e irriducibili sostenitori dell'impunità del premier. Almirante - conclude l'esponente di Fli - a guardarli si rivolterebbe nella tomba». La linea morbida ormai è stata del tutto cancellata all'interno di Fli. Roberto Menia è orfano di Silvano Moffa, ormai alla guida dei Responsabili. L'ex sottosegretario all'Ambiente si è completamente allineato alla componente bocchiniana e ha anche scritto un editoriale per Generazione Italia, il sito del capogruppo. E pensare che le colombe volevano candidare proprio alla guida del gruppo alla Camera contro Italo.

Scomparsi anche i garantisti. Giuseppe Consolo, per esempio, in Giunta per le Autorizzazioni aveva espresso perplessità sulla richiesta dei magistrati milanesi. E in Aula un altro deputato-avvocato come Nino Lo Presti è costretto ad ammettere l'«imbarazzo» per la situazione. E motiva così la scelta del suo partito: «Il nostro voto sarà contrario perché riteniamo che il presidente del Consiglio abbia il dovere, ma anche la necessità, di difendersi nel processo».








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Vi racconto la vera Ruby"

di Gian Marco Chiocci



Un'imprenditrice, Graziana Cubeta, in esclu­siva al Giornale racconta la storia della sua amica marocchina, conosciuta nei primi mesi del 2009: "Il primo incontro in un locale di Messina. Mi disse che era egiziana. Mi confessò d’aver subìto molestie, violen­ze inaudite dal padre, e che per questo motivo era scappata di casa. La salvai dalla strada d'accordo con mia madre e con un padre di famiglia, che insieme alla figlia in un secondo momento la ospitò"


nostro inviato a Messina

 
La storia di Ruby, tale e quale, un anno prima. Una storia inedita, tenuta nasco­sta dagli inquirenti, da legge­re dunque con estrema atten­zione. Dopo averla racconta­ta in dieci pagine di verbale al­la polizia di Messina, l’amica del cuore della minorenne marocchina la ripete in esclu­siva al Giornale . Lo sfogo di Graziana Cubeta, titolare di un’agenzia di marketing e moda sullo Stretto, arriva di getto. Tutto d’un fiato: «In questi mesi sono arrivati a of­frirmi fino a 40mila euro per un’intervista su Ruby.

E se non ho mai aperto bocca è perché credevo bastasse quel che avevo riferito, nei detta­gli, in un drammatico interro­gatorio durato 13 ore. Col pas­sare del tempo, però, ho visto che uscivano verbali, intercet­tazioni, articoli che descrive­vano Ruby per quello che non era, e mai un accenno a quel che avevo raccontato io insie­me a quel padre di famiglia che si era preso a carico la ra­gazza per salvarla dalla stra­da. Evidentemente la nostra verità non faceva comodo a chi vuole dipingerla per forza come una ragazzina di facili costumi. Ora vi dimostro che Ruby non è, non può essere, una prostituta».
Da dove cominciamo?
«Dal nostro primo incon­tro, in un locale di Messina. Primi mesi del 2009. Ruby mi viene presentata da una si­gnora che gestisce un centro estetico e che conosco per­ché le avevo curato la pubbli­cità del negozio. Non so per­ché ma con quella ragazza nordafricana, bellissima, en­tro subito in confidenza. Par­liamo a lungo, fino a quando mi prende da parte e mi confi­da di essere terrorizzata: “Ti devo parlare, voglio fidarmi, non ho scelta. Sento che sei una brava persona, devo rac­contarti delle cose orribili. Non conosco nessuno, aiuta­mi, ti prego”».
Che cosa le raccontò?
«L’esordio è una bugia: mi dice di essere egiziana e che è qui in vacanza. Poi, successi­vamente, si apre sempre più aggiungendo che è musulma­na, marocchina e minoren­ne. Ci resto di sasso per la mi­nore età perché le dò minimo 23-25 anni. Mi confessa d’aver subìto molestie, violen­ze inaudite dal padre, e che per questo motivo è scappata di casa. Ammette che a tutti dice qualche bugia e di essere maggiorenne perché sennò non trova lavoro, e quel poco da fare che trova lo deve sem­pre abbandonare perché tutti le saltano addosso. Non ha un tetto, due soli vestiti in una busta di plastica, mai un euro in tasca, a volte dorme sulle panchine o nei parchi. Insom­ma, si muore letteralmente di fame. “Aiutami, ti prego”.

Mi racconta tutta la sua vita, inti­mamente, senza freni. Del­l’olio bollente in testa, delle frustate sulla schiena di cui esistono le foto scattate dai medici. Delle botte prese per­c­hé ha deciso di cambiare reli­gione. Lo stesso identico rac­conto che ha fatto nell’intervi­sta a Signorini in tv. Doman­datevi. Che motivo avrebbe avuto di mentire, in tempi non sospetti, a me che non so­no nessuno e per di più una persona che in modo disinte­ressato le sta dando una ma­no? Non mentiva, ne sono si­curissima. Tornando a quel periodo, mi fa subito una gran pena, giuro. Decido di aiutarla d’accordo con mia madre e con una bravissima persona, un padre di fami­glia, che insieme a sua figlia in un secondo momento la ospita a casa».
Torniamo alla prostituzio­ne. Perché, a suo dire, Ru­by non può averla esercita­ta?
«Ci sto arrivando. Tra le la­crime Ruby confessa che la donna che gestisce il centro estetico dove lei lavora l’hari­petutamente invitata a prosti­tuirsi in feste e case private di gente facoltosa.Mi giura d’es­sersi sempre rifiutata di fare sesso a pagamento perché, so­lo l’idea, la fa vomitare. Prefe­risce morire di fame, come ef­fettivamente si moriva, piut­tosto che cedere. Se solo si fos­se venduta, tanto era bella e richiesta a Messina, sarebbe diventata presto miliardaria. E invece niente. Eppoi era sot­to ricatto: perché non avendo un tetto Ruby dormiva nel centro estetico. “Aiutami a scappare...” ripeteva».

Ma lei alla polizia ha rac­contato anche queste co­se?
«Questo e quello che ora le dirò. Basta andare a prender­si il verbale. È tutto lì».

Continui.
«Un giorno Ruby scappa dal centro e si presenta a casa mia. Io chiedo aiuto a un ami­co dei miei genitori perché lei è minorenne. Per quello che posso fare le compro qualche vestito visto che non ha nep­pure le mutande, le offro un letto, da mangiare, la mia ami­cizia. Presto però iniziano strane telefonate anonime e minatorie. Ruby poi casca in un tranello teso dalla sua ex datrice di lavoro che, a sua in­saputa, l’ha denunciata per il furto di un bracciale rivendu­to, sempre a detta della don­na, per comprarsi vestiti e bor­se griffate: all’appuntamento Ruby però trova la polizia che la trascina in questura anche perché priva di documenti (che il padre le aveva seque­strato). Da qui mi telefona in preda alla disperazione. Con l’amico dei miei genitori ci precipitiamo da lei e...».

Sembra di rivedere la Mi­netti...
«Faccia lei. La trovo in lacri­me, che trema. Quando mi ve­de mi abbraccia e non lascia la mano un secondo. Spiego a chi la sta interrogando che era impossibile quel che rac­contava la proprietaria del centro estetico, che evidente­mente aveva paura di quel che Ruby mi potesse raccon­tare sulle pressioni a prostitu­irsi. Dimostro facilmente che la ragazza vive con un amico dei miei genitori (che firmerà anche una sua deposizione), che non ha mai avuto un cen­tesimo e che se solo avesse davvero rubato il bracciale coi soldi avrebbe potuto com­prarsi vestiti o fare la bella vi­ta, e invece vive dei 20 euro al giorno che le regalo. Alla poli­zia Ruby ha il coraggio di de­nunciare le pressioni di quel­la donna, ma al tempo stesso è terrorizzata all’idea di finire nuovamente nella comunità di delinquenti e drogati da do­ve era già scappata».

L’hanno rilasciata?

«Sì, dopo l’intervento di al­cuni politici da me interpella­ti. L’indomani la mandano in una casa di accoglienza di ra­gazze madri, un ambiente de­cisamente più tranquillo. Ma per lei era come stare in un carcere. Per questo, dopo due mesi, scappa. Senza dir­mi una parola. Ci sono rima­sta male, ma poi ho capito la sua scelta, la sua voglia di vive­re, di emanciparsi, di diventa­re una ballerina. Quando ho sentito il suo nome in tv per poco non cado alla sedia. Non ci volevo credere. Lei che rischia di far cadere il go­verno, il premier indagato per aver fatto sesso a paga­mento con Ruby? Non scher­ziamo. Non s’è prostituita quando stava morendo di fa­me, figurarsi se ha tradito se stessa una volta raggiunto il sogno di Arcore».




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