sabato 5 febbraio 2011

Totti accusato di evasione fiscale per 400 mila euro di tasse non pagate

Paul Getty jr in fin di vita. Rapito a Roma nel '73. Gli mozzarono un orecchio

Napoli, lungo inseguimento a Posillipo Preso Mariano. Al suo posto morì Petru

Il Mattino







Napoli - Camorra, un anno dalla morte di Petru Birlandeanu



Powered by ScribeFire.

Cassazione: "Vietato offendere l'amante" Una donna dovrà pagare multa di 800 euro

di Orlando Sacchelli


A Catanzaro una donna affronta l'amante del marito apostrofandola con questa frase: "Sei un cesso, ma ti sei vista?". Secondo gli ermellini l'ingiuria va punita con la multa perché la parte offesa, che fa l'avvocato, è stata oggetto del pesante apprezzamento nelle vicinanze del tribunale



 
Clicca per ingrandire
 

Roma - Può capitare, in una discussione animata, di pronunciare qualche parola di troppo. Ma attenzione, se il litigio dovesse avvenire tra voi e l'amante di vostro marito - o vostra moglie - contate fino a dieci prima di aprire bocca. Un'offesa potrebbe costarvi cara. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione condannando una donna che, in mezzo alla strada, si era rivolta all’amante del marito dicendole: "Sei un cesso, ma ti sei vista?". Di sicuro era una frase dettata dalla rabbia per il tradimento subito. Ma decisamente troppo "sopra le righe" per gli ermellini, che hanno fatto scattare la multa per il reato di ingiuria: otocento euro e il risarcimento danni a favore della parte offesa. 

La lite davanti al tribunale La donna insultata è una 43enne di Catanzaro. Il "fattaccio" si è verificato nel pieno centro del capoluogo calabrese. Per i giudici del merito - tesi condivisa dalla quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 3360 - la frase era particolarmente offensiva perché "rapportata al contesto in cui è stata pronunciata e riferita al ruolo professionale e all’ambiente sociale della parte offesa", la quale "svolge la professione di avvocato" e l’episodio si è svolto "a pochi metri dal tribunale", luogo "punto di incontro di appartenenti all’ordine degli avvocati". In altre parole, se la "cornuta" avesse offeso la sua rivale in luogo diverso - una stradina di campagna o, comunque, lontana dal centro - probabilmente se la sarebbe cavata con molto meno. E, magari, l'avrebbe fatta franca.

Lesa l'immagine professionale Le parole dell’imputata, ha concluso la Cassazione, "sono sicuramente tali da offendere l’aspetto fisico ed esteriore e sono idonee a ledere la sfera personale e privata di una donna, la cui immagine è stata offuscata anche nell’ambito del proprio ambiente professionale". Qualcuno dirà che si tratta di una sentenza "classista", particolarmente rigida perché la parte offesa è un avvocato. I giudici della Cassazione, in realtà, hanno valutato il "contesto", riconoscendo l'aggravante del danno d'immagine a livello professionale. Nessun trattamento di favore. 





Powered by ScribeFire.

Ora è Maurizio Crozza che detta la linea al Pd

di Redazione



Parlando della proposta fiscale del Pd Bersani cita Crozza: "Mica possiamo mettere una scarpa e una ciabatta!". E il popolo del Pd, riunito nell'assemblea nazionale, lo applaude. Poi il segretario democratico attacca Tremonti: "Senza crescita non si garantisce stabilità dei conti"


Roma - Sembrerà strano ma a ispirare la migliore battuta pronunciata da Pierluigi Bersani all'Assemblea nazionale del Pd è il comico Maurizio Crozza che, com'è noto, ha tra i bersagli preferiti nelle performance a Ballarò proprio il segretario democratico. Bersani stava illustrando la proposta fiscale del Pd, spiegando che deve essere organica nei suoi vari aspetti. Quando, a un certo punto, gli è venuta una battuta fulminante. Peccato che il copyright sia di Crozza: "Mica possiamo mettere una scarpa e una ciabatta!". Rendendosi conto di aver pronunciato una di quelle espressioni popolari che il comico gli mette in bocca quando lo imita, Bersani si è messo a ridere. E, come se non bastasse, ha ammesso il plagio: "Beh, scusa Crozza". Il popolo del Pd ha gradito, condendo il siparietto con un fragoroso applauso.
Scossa all'economia? Non con le chiacchiere Ovviamente non poteva mancare, dal leader del Pd, un velenoso affondo nei confronti del capo del governo. "La scossa all’economia non si fa a chiacchiere e conferenze stampa ma con riforme liberali. Per noi - ha puntualizzato Bersani - ci sono dei beni intoccabili, come la salute e l’istruzione, che non sono affidabili al mercato per il resto noi vogliamo un mercato concorrenziale".
Fiat, chiarimenti da Marchionne Sull’ipotesi di un abbandono di Torino da parte della Fiat Bersani ha detto: "Per l’amor di Dio! Sono stato ministro anche io. Io chiamerei Marchionne e gli direi: 'Dopo averci spiegato come si organizzano i turni e le pause, vuoi dirci cosa succede sulle prospettive con la Chrysler?'. Non vorrei - ha proseguito - che per i 150 anni dell’unità d’Italia, il regalo per Torino e l’Italia sia quello di diventare la periferia di Detroit. Perché noi non siamo mica d’accordo. Vogliamo risposte - ha concluso - sugli investimenti".
Non proproniamo la patrimoniale  Arrivando al delicato tema delle tasse il leader del Pd ha precisato: "Noi abbiamo una nostra proposta, che non è la patrimoniale. Ho letto un autorevole commentatore - ha aggiunto Bersani - che ha detto che non abbiamo una proposta. Ognuno faccia bene il suo mestiere: il politico deve farlo per bene, il cameriere per bene e il commentatore per bene, deve informarsi. Noi abbiamo una proposta", ha scandito a voce alta Bersani, ricordando i principi base della proposta varata dall’assemblea di Varese a dicembre.
Basta tremontismo Riferendosi alla politica economica attuata dal ministro dell'Economia Bersani affonda: "Tremonti è filosofo, è ragioniere ma non è idraulico, non mette la mano nell’economia. Stabilità e crescita devono darsi la mano - avverte il segretario del Pd - perché senza crescita non si garantisce stabilità dei conti".




Powered by ScribeFire.

Cgil contro la Car wash sexy «Basta con le donne oggetto»

Corriere della sera


A Mirano aprirà un'attività con le ragazze in t-shirt attillate e micro pantaloni. Il sindacato: «Non se ne può più». Il titolare: ci metto anche i ragazzi, così posso dare lavoro



Car wash sexy: a lavare le auto sono giovani in abiti succinti (web)

Car wash sexy: a lavare le auto sono giovani in abiti succinti (web)


VENEZIA - Sarà che il tema donna-oggetto non è mai stato tanto caldo, ma la Cgil di Venezia è scesa sul piede di guerra contro il progetto di un «car wash sexy» - quelli con le ragazze in t-shirt attillate e micro pantaloncini - che in primavera sbarcherà a Mirano, paesino della provincia. «Non se ne può più - dice Teresa Del Borgo, segretario confederale Cgil di Venezia - di vedere le donne considerate come oggetti, in questo caso con magliettine scollate e pantaloncini per attirare i clienti maschi». «Noi rifiutiamo, e dovrebbero rifiutarla anche gli uomini - prosegue - questa immagine delle donne, che è poi quella che porta a Ruby e alle feste di Arcore».

Conferma l’idea del car wash sexy, ma precisa che saranno solo alcune giornate di promozione «a spot», il titolare dell’autolavaggio con annesso impianto di carburante, Antonio Però, giunto nella provincia veneziana due anni fa da Milano. «Sono stato male interpretato, anche dalla Cgil - precisa - A parte il fatto che ho rilevato un impianto che era chiuso, l’ho rimesso in moto e ho così del lavoro, cosa che dovrebbe vedere sensibile la Cgil. Inoltre all’autolavaggio chiamerò non solo ragazze, ma anche ragazzi». «Saranno giornate a spot - continua - dove i clienti potranno lavare gratis le automobili e saranno aiutati da qualche bella ragazza o bel ragazzo. È stato alzato un polverone per nulla». Ma i giovani aiutanti, donne e uomini, saranno in abbigliamento succinto oppure no? «Rispetteremo le norme sul decoro - risponde Però - Fa sorridere in ogni caso che ci si scandalizzi per un paio di short quando sulle nostre spiagge si vede di tutto...».


(Ansa).


05 febbraio 2011





Powered by ScribeFire.

Scoperte archeologiche nei deserti La «mappa» la traccia Google Earth

Corriere della sera


Probabili siti individuati in Arabia Saudita grazie a un professore australiano. Ma vanno verificate sul luogo


Dopo il caso del cratere meteoritico in egitto trovato da ricercatori italiani


Il sito di Hegra, in Arabia Saudita
Il sito di Hegra, in Arabia Saudita
MILANO - C'era una volta l'intrepido Indiana Jones che, armato di frusta e di tanta passione, s'inoltrava nei luoghi più remoti della Terra per ritrovare preziosi reperti archeologici. Ma nel XXI secolo il celebre personaggio ideato da George Lucas e diretto al cinema da Steven Spielberg non è più al passo con i tempi: oggi le scoperte archeologiche più importanti si possono fare comodamente seduti sulla poltrona di casa usando Google Earth. Lo ha dimostrato recentemente David Kennedy, archeologo dell'università dell'Australia occidentale, che grazie al software che genera immagini virtuali della Terra utilizzando foto satellitari e aeree, è riuscito a scovare quasi duemila siti archeologici sconosciuti in Arabia Saudita.


I RITROVAMENTI - Lo studioso australiano ha individuato 1.977 potenziali siti archeologici, di cui 1.082 tombe in pietra a forma di goccia. Il professore ha confermato alla rivista New Scientist di aver chiesto successivamente a un amico che lavora nel Paese saudita di fotografare alcuni di questi siti archeologici. Le immagini confermerebbero che si tratta di reperti molto antichi. Confrontando le foto con alcuni siti archeologici che in passato ha visto in Giordania, Kennedy ritiene che i reperti possano essere stati costruiti 9 mila anni fa. Tuttavia lo studioso non si fa prendere dall'entusiasmo e rivela che è necessaria un’ulteriore verifica sul campo per ottenere la datazione certa: «Il problema è che con Google Earth è impossibile capire se abbiamo trovato una struttura beduina costruita 150 anni fa o 10 mila anni fa», ha dichiarato l'archeologo di Perth. Kennedy non è il primo studioso che si avvale del celebre software per scovare reperti antichi. In Inghilterra diversi archeologi hanno identificato grazie alle immagini satellitari siti risalenti all'epoca romana, mentre in Perù e in Belize con Google Earth sono stati ritrovati reperti costruiti ai tempi dei Nazca e dei Maya. E studiosi italiani hanno scoperto un cratere meteoritico in Egitto, poi verificato sul posto, grazie allo stesso sito.


IL DIVIETO DEI RELIGIOSI SAUDITI - Kennedy non ha potuto verificare sul campo le sue scoperte, perché l'Arabia Saudita ha leggi molto restrittive in materie di archeologia e non permette alla maggior parte degli studiosi di visitare i siti storici più antichi: «Non sono mai stato in Arabia Saudita», ha confessato l'archeologo. «Non è il Paese più semplice in cui entrare». Secondo Kennedy le fotografie aeree del Paese arabo non sono accessibili alla maggior parte degli archeologici ed è quasi impossibile ottenere il visto per poter visitare i luoghi antichi: «Ma con Google Earth il problema si può aggirare», continua lo studioso. I governanti dell'Arabia Saudita temono che la scoperta di nuovi siti archeologici, magari risalenti a epoche precedenti alla nascita dell'islam, possa minare la religione di Stato. Un editto emesso nel 1994 da un consiglio di religiosi affermava che la conservazione dei siti archeologici avrebbe «potuto portare la popolazione locale verso il politeismo e l'idolatria». Coloro che avrebbero trasgredito la norma - continuava l'editto - sarebbero stati puniti, anche con la pena di morte. Eppure in questa terra ricca di storia, secondo i ricercatori, ci sarebbero tanti siti archeologici che potrebbero essere studiati e visitati. Negli ultimi anni i governanti sauditi hanno permesso pochissime esplorazioni. Ad esempio hanno concesso ad alcuni studiosi di scavare le rovine dell'antica e poco conosciuta Hegra (oggi si chiama Maidan Saleh), città fondata oltre 2 mila anni fa dai nabatei, nomadi semiti dell'Arabia meridionale.


Francesco Tortora
05 febbraio 2011



Powered by ScribeFire.

Cuba, liberato un prigioniero politico

Bimba di 4 anni non può permettersi la mensa, il sindaco: «No a buoni pasto»

Il Messaggero


Il sindaco veneziano di Fossalta blocca l'iniziativa di maestre e bidelle dell'asilo. Ma intanto in paese scatta la solidarietà







Powered by ScribeFire.

Falsi invalidi, paralitico ballava la salsa, cieca lavorava al pc: denunciati

Il Messaggero


Falsi invalidi denunciati per truffa ai danni dello Stato: nei guai una 28enne impiegata al Genio civile e un operaio 57enne







Powered by ScribeFire.

Sudafrica, è caccia alla pistola di Mandela sepolta sotto la casa di una Popstar nel '62

Il dramma dell'asino volante. Non regge allo stress, muore dopo mesi

Libero







L’asino volante  russo - il povero animale fu lanciato in cielo attaccato a un paracadute la scorsa estate, per una trovata pubblicitaria - è morto d’infarto. Lo stress causato dalla terrorizzante esperienza, a distanza di mesi, ha ucciso Anapka.

L'AUTOPSIA - Questo il verdetto dei veterinari e rivelato dall’autopsia. L'asino era balzato all'onore delle croncahe dopo che le immagini dell'insolita performance, trasmesse in un video, avevano fatto il giro del mondo e scatenato l’indignazione degli animalisti. L'evento era dovuto a una campagna pubblicitaria che aveva l'obiettivo di indurre i bagnanti di una spiaggia nel sud della Russia a provare il brivido del paracadutismo.

IL VOLO -L’asino era stato attaccato a un paracadute, trascinato da un motoscafo ad alta velocità ed era stato lanciato ad alta quota - ragliante e terrorizzato - nel cielo azzurro sopra il mare d’Azov. Lo sventurato quadrupede era salito così in alto che, secondo i media locali, i bimbetti sottostanti, sulla spiaggia, chiedevano in lacrime alle mamme che ci facesse "un cane" attaccato a un paracadute. Anche l'atterraggio era stato atroce: "Trascinato per diversi metri lungo l’acqua e tirato fuori mezzo-morto, fino a riva", aveva scritto all’epoca un quotidiano locale.

IL CALVARIO - Da quel giorno, per lo sventurato animale, una femmina di una quarantina d’anni, era iniziato un calvario da cui non si è più ripreso. Ricoverato in autunno in alcune scuderie appena fuori Mosca, era divenuto via via sempre più debole, rifiutando il cibo, tanto che a dicembre i veterinari avevano tentato l’alimentazione forzata. "L'autopsia ha dimostrato una morte per infarto da miocardio", racconta oggi Yulia Dobrovolskaya, responsabile della scuderia. "Un animale giovane può recuperare, ma per un vecchio non c'è possibilità".

LE PROTESTE - L’infelice acrobazia aveva scatenato una tempesta di critiche: persino Brigitte Bardot, sempre in prima fila nelle campagne animaliste, aveva scritto una lettera di proteste al presidente russo, Dmitry Medvedev. In Gran Bretagna, il tabloid Sun aveva deciso di rintracciare il povero animale per sottrarlo al proprietario:alla fine i reporter british erano riusciti a farlo spostare in una scuola equestre di alto rango, legata al Cremlino. Anapka ha trascorso i suoi ultimi giorni nella scuderia della Dobrovolskaya.

05/02/2011





Powered by ScribeFire.

Vuoi divorziare? Aspetta 12 anni

La guerra di Miss Murphy "Ho vinto contro le pay tv"

Cassino, muore dopo 8 ore di attesa al pronto soccorso

Del Noce vince l'appello contro l'inviato di «Striscia»

Corriere della sera


Staffelli: «Sono allibito». Striscia ricorre in Cassazione per la microfonata del 2003


TV - L'attuale direttore di Rai Fiction: «Sentenza segna limiti dei giornalisti»


Del Noce mentre tira il microfono sul naso a Staffelli (da «Striscia»)
Del Noce mentre tira il microfono sul naso a Staffelli (da «Striscia»)
MILANO - La Corte di Appello di Roma ha condannato l'inviato di «Striscia la Notizia» Valerio Staffelli per violenza privata in danno dell'attuale direttore di Rai Fiction Fabrizio Del Noce, in relazione all'episodio della «microfonata» avvenuta nel dicembre 2003 in un ristorante romano e ripresa dalle telecamere della trasmissione televisiva. Lo riferisce la Rai in una nota. In primo grado il Tribunale aveva escluso che fosse legittimo il comportamento con il quale Staffelli aveva inseguito Del Noce fin dentro il ristorante, nonostante il direttore avesse manifestato chiaramente l'intenzione di non voler rispondere alle insistenti e ripetute domande dell'inviato di Striscia la Notizia. La reazione di Del Noce - ricostruisce ancora la Rai - era culminata nel colpire con un microfono Staffelli, gesto giudicato in primo grado come lesioni volontarie e oggi modificato in eccesso colposo di legittima difesa. «Questa sentenza costituisce un precedente e segna per la prima volta quelli che sono i limiti oltre i quali l'insistenza e a volte l'invadenza dei giornalisti possa costituire il grave reato di violenza privata», sottolinea la Rai in una nota.

LA SENTENZA - Dunque, Del Noce è stato condannato a pagare 400 euro di multa (dagli 800 del primo grado) e Staffelli a 20 giorni di reclusione, convertiti in 760 euro di multa. Il processo ha anche affrontato un secondo episodio di lite tra i due, verificatosi pochi giorni dopo, in cui Staffelli inseguì vanamente Del Noce per intervistarlo. Come in primo grado, l'inviato di Striscia la notizia - accusato di violenza privata - è stato assolto. Nel primo caso, la lite scoppiò il 30 novembre 2003, quando Staffelli chiese più a volte a Del Noce di commentare dichiarazioni di Paolo Bonolis circa «un regime in Rai», e Del Noce, strappatogli il microfono dalle mani, lo colpì sul naso. Il secondo episodio risale al successivo 20 gennaio, quando l'inviato di Striscia fallì un'intervista a proposito della presenza di un disabile in una trasmissione televisiva.

STAFFELLI - «Sono allibito, non ci posso credere» commenta Valerio Staffelli la pronuncia della Corte di Appello di Roma. L'ufficio stampa di Striscia la notizia, inoltre, ha annunciato che la trasmissione presenterà ricorso per Cassazione.



Redazione online
05 febbraio 2011



Powered by ScribeFire.

Quei corrispondenti esteri sdraiati sui fogli di sinistra

di Giancarlo Perna



Ecco perché l'Italia all'estero è una caricatura. I corrispondenti  ricalcano le panzane dei giornali di sinistra senza capire il nostro Paese



 

Dopo il caso Ruby si fa un gran parla­re di cosa all’estero si pensi dell’Italia. Il dibattito si infiamma e Stenio Solinas ci ha dato con sottigliezza la sua opinione su queste pagine. A scuotere i nostri animi patriottici è stata la tv franco-tedesca Arté che in un reportage sull’Italia berlusconiana ci ha messo in mutande. Chi però lo ha visto dice che è una fresconata, infarcita di an­tiberlusconismo di maniera che anzi­ché fotografare l’Italiane fa la caricatura. Pare che ci dipinga in massa fascisti e delinquenti, guidati da un ca­pocosca. Non ho mai stravisto per le opinioni che un popolo dà di un altro.

Sono frutto di pregiu­dizi e svelano più la mentalità di chi le formula che quella di chi le subisce. Naturalmente di­pende da chi parla. Se oltre ad aprire bocca ha pure testa, puoi divertirti. Una volta Ar­thur Schopenhauer disse: «Le altre parti del mondo hanno le scimmie, l’Europa ha i france­si ». Spassoso. Il filosofo non è stato tenero neanche con noi, pur amando l’Italia.Ci conside­rava allo stesso tempo impu­denti e vili, pusillanimi e borio­si: «Gente malfamata che ha volti così belli e animi così catti­vi »; «parlano in strada con voci orribili. Ma a teatro trillano a meraviglia». Oggi, purtroppo, al brillante Arthur si sono sostituiti nel far­ci le bucce i corrispondenti esteri di stanza in Italia. Ai loro scritti badano soprattutto i poli­tici pensando di trarne lumi. Perdono tempo.

È rarissimo, infatti, che lo sguardo degli in­viati stranieri abbia l’originali­tà e la f­reschezza che ci si aspet­ta da una persona che viene da fuori. Dico rarissimo per corte­sia, in realtà mai letto nulla sul­la stampa estera che non fosse già stradetto da quella italiana. Sola eccezione l’economia do­ve spesso lo straniero ottiene scoop e inediti. Questo dipen­de, credo, dallo snobismo dei tycoon italiani che si ringalluz­ziscono se a intervistarli sono Le Monde o la Faz anziché uno dei quotidiani italioti di cui so­no azionisti. Per il resto, il corri­spondente straniero è a rimor­chio della stampa nazionale, non solo per le notizie, che è lo­gico, ma anche per l’interpreta­zione, il che è deludente. La cir­costanza lo rende quanto mai inutile ai miei occhi di italiano. Lui arriva qui con tutto il ba­gaglio di pregiudizi, vecchi tal­volta di secoli, che nel suo Pae­se hanno su di noi.

Alcuni esa­geratamente favorevoli: il bel­paese, la brava gente, l’inge­gno vivace ecc. Altri immarce­scibilmente negativi: chiasso­si, imbroglioni, corrotti ecc. L’ultimo luogo comune è quel­lo del Berlusca mascalzone o, tutt’al più, marziano che do­vrebbe risalire sul disco volan­te e sparire. Il corrispondente che si attiene a questo brevia­rio, non va oltre il palmo di na­so e se, putacaso, in Italia acca­de qualche novità nemmeno se ne accorge. Se poi vuole an­dare controcorrente, si censu­ra perché non è quello che i suoi lettori si aspettano da lui. Questo spiega gran parte del­l’antiberlusconismo stantio delle corrispondenze estere. Nessuno che ci metta il cervel­lo, analizzi la reale situazione italiana e spieghi perché da lu­stri gli italiani continuino a vo­tare il Cav nonostante trappole e scandali.

Ne verrebbe un qua­d­ro inedito dell’Italia: quello di un Paese desideroso di molte li­bertà che solo il Berlusca pro­mette e che i suoi avversari boi­cottano. I corrispondenti non capisco­no un’acca di politica italiana e neanche ci provano. In parte è giustificabile. Il nostro linguag­gio è ambiguo. Parliamo di Giu­sti­zia e invece ci riferiamo all’in­giustizia della Giustizia. Per molti di noi un magistrato è un pm assatanato o una toga alla Nicoletta Gandus che su inter­net maciulla l’imputato che do­vrà giudicare ecc. Per un tede­sco, un giudice è un giudice, os­sia un pacato signore al diso­pra delle parti.

E allora quando dovrà riferire del Cav che si ri­fiuta di farsi giudicare, il tede­sco, avendo in testa la sua idea perfettina di giudice, scriverà un articolo indignato, dimo­strando di non avere capito niente di ciò che accade in Ita­lia. Di equivoci come questi ­che scavano un fossato tra noi e l’osservatore estero - si po­trebbero scrivere volumi. Limi­tiamoci a dire che, brancolan­do nel buio ma dovendo anche scrivere, l’inviato ha una solo strada: scegliere il giornale ita­liano cui ispirarsi. Per illustrare ai connazionali un Paese labirintico vuole esse­re chiaro e netto. Accantonerà perciò i giornali sfumati tipo Stampa o Messaggero e anche il Corsera troppo loffio. Gliene restano due fortemente schie­rati, Repubblica a sinistra, il Giornale a destra.

Il corrispon­dente tipo escluderà il Giorna­le , non solo perché vicino al Ber­lusca che è il demonio, ma an­c­he perché se il mondo va a de­stra, l’opinione resta di sinistra. E poiché lui è politicamente corretto preferirà Repubblica , l’Espresso ,Annozero di cui rical­cherà corrispondenze e panza­ne. E l’immagine dell’Italia gire­rà il mondo in base al pennello degli Scalfari e dei Santoro. Ovviamente questa pigrizia non è encomiabile, ma l’invia­to­estero non avrà rimorsi di co­scienza. Sforzarsi di capire l’Ita­lia al di là del macchiettismo, per lui è tempo sprecato. Gli ita­liani sono immoti, inassimila­bili, ingovernabili. Bisognereb­be, vivaddio, cambiarli! Que­sto è, in fondo, quello che pen­sa lo straniero che ci osserva. Tant’è che la stampa estera ha sempre auspicato per noi quel­lo che non avrebbe mai voluto a casa propria. Nell’anteguer­ra, ha tifato per il fascismo che ci avrebbe messo in riga; nel do­poguerra per il Pci contro la Dc per la stessa ragione; ora sono per il giustizialismo, anche se gli farebbe orrore avere nei loro Paesi i giudici, le ispezioni cor­porali e le intercettazioni che abbiamo noi. Ci volete male egregi colle­ghi? Ce ne faremo una ragione.



Powered by ScribeFire.

Montecarlo, il broker e i soldi all’uomo di Fini

di Redazione




Un’inchiesta di Panorama rivela: alcune società legate al finiano doc Proietti Cosimi avrebbero ricevuto 600mila euro dalla Atlantis. Ovvero, la holding del gioco d’azzardo controllata anche da Walfenzao, il regista delle offshore di Tulliani



 

Clicca per ingrandire
 
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Ricordate James Walfenzao? È il consulente olandese che l’11 luglio 2008 firma per conto della off-shore Printemps il contratto d’acquisto da An della casa nel Principato, quella che Fini aveva ereditato per la «buona battaglia» dalla contessa Colleoni. Walfenzao sembrava solo uno dei tanti professionisti (come Tony Izelar e Suzi Beach) coinvolti nell’affaire per creare un sistema di scatole societarie e nascondere il reale acquirente. Ossia quello che secondo le autorità di Saint Lucia (dove Printemps e Timara hanno sede) altri non è che il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani.
Sempre Walfenzao è l’uomo al cui domicilio di Montecarlo Tulliani, come ha dimostrato il Giornale all’inizio dello scorso autunno, domicilia le bollette delle utenze della casetta monegasca. Ma il suo ruolo non si ferma qui. Perché sempre Walfenzao, tramite la stessa società che ha «battezzato» le due off-shore (la Corporate agents St Lucia ltd), controlla la Uk Atlantis holding, plc. Che a sua volta controlla parte dell’Atlantis World Group, il colosso dei casinò (e, in Italia, del gioco legale) guidato dall’imprenditore, vicino ad An, Francesco Corallo.
Quando il link è emerso ha subito dato da pensare, anche perché nel 2004 Gianfranco Fini, insieme all’ex moglie Daniela Di Sotto e al fedelissimo segretario (due anni dopo entrato in Parlamento) Francesco Proietti Cosimi, detto «Checchino», andò in vacanza proprio a Sint Marteen, Antille Olandesi, dove la Atlantis ha la sua base, finendo immortalato a cena proprio nel ristorante di uno dei casinò del gruppo.
Possibile che l’apparizione di Walfenzao nella compravendita dell’appartamento, 4 anni dopo, fosse solo un caso? In che modo Tulliani, che Fini stesso indica come colui che reperisce l’acquirente, entra in contatto con il broker dei Paesi Bassi?
Ora le domande si moltiplicano. Perché nel numero in edicola, il settimanale Panorama racconta come una carrettata di soldi, più o meno 600mila euro, siano transitati tra il 2006 e il 2010 dal gruppo Atlantis a «società e associazioni collegabili al segretario particolare di Fini», ossia «Checchino» Proietti. Quest’ultimo è stato accostato alla Atlantis non solo per quella cena del 2004, ma anche perché nel 2005 viene intercettato dalla procura di Potenza mentre promette al Gruppo un intervento con il presidente dei monopoli di Stato per sanare il rischio che la società venisse fatta fuori dal business, a causa di problemi tecnici nel mettere online le sue «slot».
Ora saltano fuori anche questi insoliti flussi di denaro ricostruiti dal settimanale. Nel 2006, secondo Panorama, un bonifico piombato il 20 marzo in una piccola banca di Subiaco è oggetto di una «sos», la segnazione di operazione sospetta. Si tratta di 120mila euro destinati all’associazione culturale e ambientale «Simbruini», e l’ordinante è l’Atlantis world group of companies. La causale? Un «contributo organizzazione rassegna gospel». Solo che la rassegna non c’è mai stata, a quanto accertato da Panorama, che ha intervistato il sindaco di Subiaco, all’epoca capo dell’associazione. L’uomo, Pierluigi Angelucci, ha detto al settimanale che quell’operazione gli era stata richiesta dal segretario di Fini, e di aver consegnato i soldi, dopo averli ritirati in più tranche, proprio a Proietti, «a casa e in via della Scrofa». La fattura? Un falso, ammette lo stesso sindaco, per giustificare l’arrivo di quella sommetta. Proietti smentisce tutto, bolla come «assurde» le parole del primo cittadino.
Ma Panorama scova altri finanziamenti, diretti dal gruppo Atlantis alla «Keis Media», società della figlia e del nipote di Checchino. La Keis, prima di fallire a luglio 2010, aveva prodotto lo spettacolo di Loretta Goggi Se stasera sono qui e il musical «Robin Hood». Ricevendo per il primo due bonifici da 120mila euro da Atlantis servizi nel 2008 e nel 2009. E, per 100 rappresentazioni del secondo, 200mila euro dalla Bplus (nuovo nome della Atlantis servizi) nel 2010. A che pro quei soldi dal gruppo Corallo al segretario di Fini?




Powered by ScribeFire.

Se il censore Scalfaro guida le neofemministe

di Paolo Granzotto


 
La gente non sta più nella pelle. Sorge infatti il sole sul «sabato di L&G», dove L&G vuol dire Libertà & Giustizia, la chicchissima e doviziosa lobby (con l’incasso della patrimoniale pagata, a prossimo governo della sinistra, dai suoi soci e aderenti, si tireranno su un tre-quattro punti del Pil) che ha montato l’ambaradam per reclamare «la dignità delle donne». E le dimissioni del Cavaliere, calpestatore, oltre che della suddetta dignità, anche dei valori sinceramente democratici.

Molti calcheranno il palco del Palasharp, ma i riflettori saranno tutti puntati non, come si potrebbe pensare, su Roberto Saviano, personaggio un po' logoro e inflazionato, ma su quella vecchia gloria, su quel Grande Revenant di Oscar Luigi Scalfaro. Il quale ha già mandato a dire che la sua sarà una testimonianza di freschezza affinché «la democrazia vinca sull’anti-democrazia e sulla distruzione dei valori fondamentali su cui è risorta la libertà in Italia alla caduta della dittatura fascista con la guerra di liberazione».

Un concetto mai udito prima, una novità, una ventata di giovinezza intellettuale questo inedito richiamo al fascismo e alla guerra di liberazione. Quando si dice agilità di pensiero è al suo, suo di Scalfaro, che è obbligo riferirsi. L’emerito, dunque, sarà il madonno pellegrino di questo «sabato di L&G» e non potevano certo scegliere un testimonial migliore, più azzeccato. Sulla difesa della dignità della donna, dà dei numeri persino alla Concita De Gregorio. Egli infatti fu protagonista di un bel gesto, dalle donne assai apprezzato.

Fu quando in un assolato mattino dell’estate romana, scorse al tavolino del Caffè Doney di via Veneto una signora in abito che la lasciava sbracciata. Scalfaro le si fece sotto e dopo averle sibilato: «Si componga, svergognata!» le mollò chi dice uno sberlone e chi uno scapaccione. Si fece poi notare, sempre in tema di dignità della donna, al tempo dei referendum sul divorzio. Ch’egli vedeva in forma di cloaca dove avrebbero sguazzato le donne senza virtù che inseguendo solo l’immondo piacere mordevano il freno del vincolo matrimoniale.

Come garante della correttezza istituzionale, poi, Scalfaro si rese famoso col suo tonante «Non ci sto!» alla richiesta di render noto dove erano andate a finire le paccate di denaro, contante e frusciante, che in qualità di ministro dell’Interno riceveva dai Servizi ogni mese. E che proprio per l’ambigua, forse anche equivoca natura del malloppo i suoi predecessori o avevano rifiutato o avevano messo a bilancio. Lui no, lui li intascò tutti, dalla prima all’ultima lira così com’erano: cash. Quando gliene chiesero conto, era già intronizzato al Quirinale, s’arrabbiò pure. E con il «non ci sto!» mandò tutti a quel paese.

Sul senso della giustizia, che nella griffe del comitato organizzatore fa pendant con la libertà, non ne parliamo. Oscar Luigi Scalfaro se ne fece paladino fino alla morte. Di Enrico Vezzalini, di Arturo Missiato e altri tre imputati per i quali chiese - in veste di pubblico ministero «volontario» alla Corte d’assise straordinaria - la condanna alla pena capitale. Dura lex sed lex, si giustificò. Sì, però di lì a qualche mese le Corti d’assise straordinarie (e il codice di guerra che contemplava appunto la pena di morte) sarebbero decadute. Un cavillo per ottenere il rinvio della sentenza l’avrebbe trovato anche uno studente del primo anno di giurisprudenza. Scalfaro no. Pollice verso e avanti un altro.

Questo è dunque il campione che con la sua alta statura morale darà l’impronta civile e democratica alla sarabanda in programma oggi. Questo il pifferaio che farà danzare la rumba all’elegante e tremendamente «impegnato nel sociale» popolo del Palasharp. Ci sarà un sacco di bella gente, come alla prima della Scala. Poi, una volta salvata la dignità della donna, testimoniata la solidarietà alla procura milanese, rivendicati una dozzina di diritti umani condivisibili e non negoziabili come quello di sbirciare dal buco della serratura, tutti a Celerina o alla Santa: dicono che lassù c’è ancora una neve stupenda e che laggiù si possa fare quasi il bagno.



Powered by ScribeFire.

Attenti, spacciano i fotomontaggi di Silvio





La denuncia dei legali del premier a magistratura e Garante della privacy: c’è chi offre ai giornali foto hard di Arcore, ma si tratta di falsi. E intanto, pur di gettare fango, la stampa di sinistra ripiega su disegni e immagini manipolate



 

Arrivano le foto. Anzi, i foto­montaggi. Sull’argomento le indi­screzioni si susseguono da giorni in una giostra di smentite, mezze smentite, mezze conferme. Il Cava­liere desnudo, Silvio attorniato da ragazze in pose imbarazzanti, Ber­lusconi & le sue girl. E poi ancora, voci e boatos in un carosello inter­minabile. Vero. Verosimile. Falso. Il Fatto spinge sull’acceleratore, il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nicchia, gli avvocati del Cavaliere mettono le mani avanti: «Attenzione, sono solo foto­montaggi ». Per Bruti Liberati, il do­minus di questa inchiesta, si fa trop­po rumore per niente: «Sono foto irrilevanti o innocenti», ha spiega­to giovedì il magistrato. Insomma, nei faldoni qualche immagine c’è, ma è senza pepe e senza malizia. Un brodino da sbadiglio. Risultato: il tamtam riprende vorticoso.
Il Fat­to titola a tutta pagina Il papi desnu­do e, già che c’è, si porta avanti: ec­co un disegno in cui Berlusconi a petto nudo guarda una provocan­te Ruby, o una simil Ruby, seduta maliziosamente a pochi centime­tri da lui o, forse, sulle sue ginoc­chia. Per il quotidiano della coppia Padellaro-Travaglio il mercato del­le foto è in pieno svolgimento: «Qualcuno - scrivono Gianni Bar­bacetto e Antonella Mascali - si è presentato presso un’agenzia del settore per vendere pochi scatti, ma eloquenti, pretendendo oltre un milione di euro». E ancora: «In una delle foto che intendeva piaz­zare, Berlusconi appare senza ve­stiti circondato da alcune ragazze, in un momento in cui non ci sono atti sessuali espliciti». Ma per i legali del Cavaliere que­ste trattative sono inquinate. Qual­cuno ha avvelenato i pozzi dell’in­formazione: nelle redazioni gire­rebbero patacche su patacche.
Co­sì Niccolò Ghedini e Piero Longo annunciano denuncia alla magi­stratura e al Garante della privacy: «Da più giorni su alcuni quotidiani vengono pubblicate notizie riguar­danti immagini asseritamente ri­prese nei domicili del presidente Berlusconi... Si deve osservare che se davvero fossero state offerte ai giornali foto siffatte sarebbero da ri­tenersi sicuramente e palesemen­te false, frutto di montaggi e/o di manipolazioni non essendo possi­bile che il presidente Berlusconi si sia mai trovato nelle situazioni de­scritte ». Longo e Ghedini mettono co­munque le mani avanti e ricorda­no che le violazioni della privacy so­no punite dal codice penale. Ma il totofoto impazza. Ci sono i raccon­ti, controversi pure quelli, manca­no le immagini. Qualcuno, è il ra­gionamento che molti fanno, avrà pure scattato delle foto e immorta­lato scene piccanti.
Il Fatto sogna «l’impatto mediatico e politico che queste immagini potrebbero ave­re ». E ricorda che in un’intercetta­zione Emilio Fede dice a Nicole Mi­netti di aver pagato 10mila euro a una ragazza per far sparire gli scatti ripresi col telefonino. Insomma, ognuno la mette come gli pare, ma l’ipotesi che ci siano in giro fruttiri­toccati non può essere esclusa. Troppo clamore. Troppi interessi. Troppi attori in gioco. Alle feste di Arcore partecipavano molte perso­ne, qualcuno potrebbe sfruttare il caos e il polverone per piazzare qualche bidone. E c’è anche chi prova a decodifi­care il pensiero di Bruti Liberati: il capo della procura ha definito «irri­levanti » le immagini ma ha aggiun­­to che questa è la situazione «al mo­mento ». Ovvero, oggi, perché la po­li­zia non ha ancora completato il la­voro. E domani? La caccia, anzi il safari, prosegue con tutti i mezzi. E con le manovre di più di un merce­nario.
Le didascalie sono già pron­te. Ecco il racconto di Maria Makdoum, la danzatrice del ven­tre: «Scendemmo in una sala non molto grande... e le due gemelle De Vivo, che erano in pratica in mutan­de e reggiseno, hanno cominciato a ballare in maniera hard, avvici­nandosi al presidente che le tocca­va... ». E poi T.M., l’amica di Nicole Minetti: «Sembra di stare al Baga­glino ma è peggio. Un puttanaio». Sono veritiere queste narrazio­ni? Il bagliore dei flash potrebbe ri­solvere il problema e fornire il jolly a chi aspetta il tonfo del Cavaliere. Ma, si sa, pur di arrivare alla cadu­ta, c’è chi è pronto a tutto. Soprat­tutto, a pagare qualsiasi cifra. Il gio­co si fa sempre più azzardato. E pe­ricoloso. Foto. Disegni. Illustrazio­ni. E bufale.




Powered by ScribeFire.

I Fratelli musulmani fanno paura

Il Tempo



Il movimento che odia l'Occidente e vuole nazioni fondate sulla legge islamica. Un' organizzazione ben ramificata da quasi cent'anni in tutto il Medio Oriente che teorizza l'avvento di un nuovo ordine islamico purificato dalle influenze occidentali.


I leader dei


Un nemico insidioso preoccupa l'Occidente e i regimi arabi. Non è Al Qaeda ma i Fratelli Musulmani. Un' organizzazione ben ramificata da quasi cent'anni in tutto il Medio Oriente che teorizza l'avvento di un nuovo ordine islamico purificato dalle influenze occidentali. Vogliono un'islamizzazione dal basso, una sorta di socialismo in salsa coranica, che vuole trasformare la società seguendo la stretta ortodossia dell'Islam. Un modello che spaventa i governi arabi fondati sui regimi autocratici che, come risulta evidente dalle rivolte di questi giorni, tralasciano molti aspetti del welfare.

Origini La lunga storia dell'«Akhwan al Muslimeen» affonda le radici nella fine dell'Impero Ottomano. Fondati nel 1928 da Hassan el Banna, la cui tomba è meta di pellegrinaggi da tutto il mondo islamico, i Fratelli musulmani si caratterizzano subito per una forte connotazione religiosa: «Allah è il nostro obiettivo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via», e una spiccata attenzione ai problemi sociali: la Fratellanza si impegna sin dai primi anni per il riscatto dei lavoratori arabi al soldo delle compagnie occidentali sul Canale di Suez.

Diffusione Il movimento trova proseliti in tutto il Medio Oriente. Il ritorno alle tradizioni islamiche e la connotazione populista facilitano la penetrazione nelle società arabe ancora sotto il dominio straniero.L'organizzazione si struttura attorno alla figura di una Guida generale, un capo carismatico al quale gli aderenti devono totale obbedienza, il quale si avvale dei consigli di un ufficio generale per l'orientamento, la shura, e di un'assemblea generale consultiva di un centinaio di membri. Rifiutano il Sufismo, ma allo stesso tempo trovano punti di contatto con gli sciiti della Rivoluzione Khomeinista in chiave anti Occidentale e anti americana.

Organizzazione I Fratelli Musulmani promuovono l'islamizzazione dal basso perché solo così, sostengono, si crea l'uomo musulmano, la famiglia e la società musulmana. Per raggiungere questo scopo hanno mirato a creare un sistema di welfare che coprire ogni aspetto della vita. Dall'assistenza sanitaria, all'istruzione, alle formazioni di gruppi giovanili sul modello degli scout, fino a controllare le organizzazioni sindacali e professionali. In Egitto, Giordania e Siria la Fratellanza conta molti aderenti tra medici, ingegneri e avvocati. Dal punto di vista ideologico La Fratellanza islamica ha fatto della questione palestinese uno dei cardini della loro azione. Fortemente anti israeliani, i Fratelli Musulmani sono stati al fianco dei palestinesi durante gli anni dell'Intifada. La forza dell'organizzazione è la raccolta di fondi e il controllo di banche con notevoli depositi anche in Svizzera. Alla cassaforte dei Fratelli Musulmani contribuiscono le donazioni dei gruppi presenti in Europa, Nord America e America Latina.

Egitto Nella Terra dei faraoni i Fratelli Musulmani hanno sempre rappresentano una forza politica importante. Appoggiarono il movimento dei «giovani ufficiali liberi» che spodestò Re Faruk nel 1952 ma furono subito spazzati via e messi fuorilegge da Nasser. In migliaia vennero arrestati e torturati. In quegli anni di dura repressione prese forza la «deviazione» di Sayyd Qutb teorico dell'islamismo radicale e della jihad come guerra santa. Qutb fu arrestato e impiccato da Nasser ma il seme della sua ideologia trovò molti seguaci. Sayyd Qutb è il mentore di Ayman al Zawahri e ispiratore di quell'jihadismo terrorista che si realizzò in Al Qaeda. La morte di Nasser e la sconfitta nella Guerra dei sei giorni fece tornare in auge la Fratellanza. Ma il tentativo di Sadat di ricompattare l'Egitto dopo la débacle con Israele finì tragicamente con l'assassinio dello stesso presidente. La strage fu ispirata e organizzata dai Fratelli Musulmani che accusavano Sadat di aver firmato al pace con Israele. La Fratellanza finì così nuovamente fuorilegge in Egitto.
Palestina I Fratelli Musulmani nel frattempo si erano diffusi ovunque. Hanno combattuto accanto ai palestinesi e, in contrasto con la politica di Arafat e dell'Olp, troppo laica, e da essi ebbe origine il movimento di Hamas.

Giordania La dinastia hashemita ha aiutato in più occasioni i Fratelli musulmani. In particolare ne ha ospitato i membri in fuga da Siria e Iraq quando Assad e Saddan misero fuorilegge il movimento. Oggi la Fratellanza sostiene il re pur contestando l'azione di governo.
Altri Paesi I Fratelli Musulmani sono presenti, anche se in clandestinità, in Arabia Saudita, Yemen, Iraq. Il loro credo ha fatto proseliti in Cecenia e Pakistan dove opera con altre sigle.




Powered by ScribeFire.