lunedì 7 febbraio 2011

Terrorista tunisino in Italia da Guantanamo E il gup lo libera subito

di Redazione



Ben Mabrouk Adel, detenuto per oltre sette anni a Guantanamo e consegnato all’autorità giudiziaria italiana nel 2009, è stato condannato a due anni ma rimesso in libertà. Sulla decisione ha pesato la detenzione "illegale" a Guantanamo







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Scontri a Arcore, il giudice libera subito i teppisti Guardateli: festeggiano brindando coi compagni

di Redazione




Napolitano si schiera contro il popolo viola: "Gli scontri provocati dagli estremisti sono inammissibili". Ma i due giovani arrestati ieri sono già stati scarcerati: festeggiamenti davanti al tribunale. Il giudice: "Il loro ruolo negli scontri non è stato di particolare gravità". 

 
Roma - Il giorno dopo i violenti scontri fuori da villa San Martino, arriva la denuncia delle istituzioni e della politica. Ieri avevano preso le distanze gli animatori del popolo viola, oggi arrivano la bordata di Napolitano, la denuncia di Maroni e lo smarcamento di Casini. Dopo avera assunto informazioni dal ministro dell'Interno, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha denunciato "le inaccettabili violenze" fatte dal popolo viola e dai centri sociali. Ma, nonostante la denuncia del colle, il gip ha già scarcerato i due giovani arrestati per gli scontri di ieri.

Già scarcerati gli arrestati I due giovani fermati ieri in seguito agli scontri avvenuti ad Arcore sono stati rilasciati. Il giudice non ha disposto alcuna misura cautelare per loro: "Il ruolo degli arrestati non è connotato da particolare gravità". Il giudice ha convalidato l’arresto compiuto dalle forze dell’ordine ma ha ritenuto che non sussistano le esigenze per disporre alcuna misura cautelare. Per Giacomo Sicurello (23 anni) era stata chiesta la custodia cautelare in carcere, per Simone Cavalcanti (21 anni) l’obbligo di dimora nel suo comune di residenza. "Ciò che hanno dichiarato i ragazzi - afferma Mauro Straini, legale di uno dei due arrestati - è ciò che si vede nelle immagini registrate e da quei video non emerge alcun comportamento violento". I giovani presenti nel tribunale di Monza hanno accolto la notizia con il grido: "Giustizia!".

"Ho solo restituito un manganello" "Ci sono delle immagini che dimostrano che non abbiamo fatto alcuna violenza", si è difeso Cavalcanti spiegando che, "quando abbiamo capito che non potevamo arrivare alla villa, abbiamo cercato di bloccare la strada e qui sono partite le cariche". "Abbiamo addirittura restituito un manganello alle forze dell’ordine". Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti sono stati accolti fuori dal tribunale di Monza da degli amici che hanno festeggiato la liberazione con una cassa di birra e dei fumogeni e hanno esibito uno striscione con la scritta "Hit the road Jack". Questo infatti il soprannome con cui è conosciuto il giovane negli ambienti antagonisti.

La denuncia di Napolitano Napolitano ha chiesto a Maroniisodi di scontri tra dimostranti e polizia verificatisi nei pressi della residenza del Presidente del Consiglio ad Arcore. Secondo quanto riferito dallo stesso Quirinale, "è risultato che i promotori della manifestazione, rispettando le modalità concordate con le autorità di polizia, sono rimasti estranei a ogni deviazione dal percorso stabilito e a ogni violenza". "Il presidente della Repubblica - si legge ancora nella nota del Colle - ha convenuto che l’esercizio del diritto costituzionale a manifestare pacificamente non degeneri, specie in un momento di tensione politica e istituzionale come quello attuale, in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi estremisti".

Maroni: condanne esemplari Poi parla lo stesso Maroni: "Spero che chi si è reso responsabile dell’aggressione ai poliziotti subisca una condanna esemplare". Il titolare del Viminale ha detto di non avere alcun commento sui disordini di ieri "se non la condanna di ogni forma di violenza". "La protesta è sempre legittima - ha precisato a margine di un incontro con i lavoratori di Induclas, a Varese - ma, quando diventa atto di violenza, si lanciano sassi e bottiglie contro i poliziotti non c’è nessunissima giustificazione: sono fatti che vanno colpiti e continueremo a farlo". 

Casini si smarca: "Non vogliamo finire come la Tunisia..." Anche Casini non ci sta e prende le distanze dalle violenze di ieri. "Le manifestazioni davanti alla casa di Berlusconi ad Arcore non sono certo la risposta giusta da dare al governo ed al presidente del Consiglio", dice oggi Pier Ferdinando Casini che invita a "lasciar perdere i violenti, che è meglio che stiano nelle patrie galere e non agli eventi politici". "Ma - osserva il leader Udc - l’idea stessa di protestare con quelle modalità ed in quel luogo, rischia di essere l’altra faccia della medaglia del degrado che stiamo vivendo. L’opposizione deve dare un’altra idea dell’Italia non la stessa, eguale e contraria. Con tutto il rispetto per gli altri - conclude - non siamo nè in Tunisia nè in Egitto e non vogliamo finirci". 




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150°, Bolzano si tira indietro: "Ci sentiamo parte dell'Austria"

di Redazione




La provincia di Bolzano annuncia che non parteciperà a nessun evento per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia: "Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia"




Bolzano - Bolzano non festeggerà il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. "Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia. Anche per questo motivo non abbiamo grande interesse di parteciparvi". Sono le parole di Luis Durnwalder, il presidente della giunta provinciale altoatesina, nel confermare che la Provincia Autonoma di Bolzano non parteciperà a nessun festeggiamento ufficiale a Roma per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Insomma, niente stand del "made in Alto Adige" nemmeno alla mostra delle Regioni e delle eccellenze territoriali che sarà allestita dal 26 marzo a fine luglio al Vittoriano e a Castel Sant’Angelo a Roma.

"La mostra non ci interessa" "Per la mostra di Roma non ho ricevuto nessun invito e questo tema non è stato discusso in giunta. Se devo essere sincero non è che abbiamo tanto interesse per queste celebrazioni e non partecipare non credo sia un grandissimo problema - ha proseguito duramente Durnwalder -. Non mi sembra il caso di festeggiare e posso dire che non è una questione etnica e non vogliamo offendere nessuno. I 150 anni per noi non rappresentano soltanto Garibaldi ed i moti di fine Ottocento ma ci ricordano la separazione dalla nostra madrepatria austriaca. Noi non abbiamo fatto iniziative per favorire l’Unità d’Italia come altre regioni. Non volevamo nel 1919 e non volevamo nel 1945. Successivamente abbiamo accettato il compromesso dell’autonomia amministrativa. Se gli italiani vorranno parteciparvi lo possono fare, certamente noi non ci opporremo". Singolari sono le motivazioni della mancata presenza.

Mancano soldi e personale... Nel ricco Alto Adige pare che il costo della partecipazione all’evento, 200 mila euro più Iva, sia ritenuto eccessivo. Ad "ostacolare" la macchina altoatesina, che non ha nemmeno formato il previsto comitato locale per l’evento, ci sarebbe anche l’"improvvisa" mancanza di personale da inviare a Roma. Il vicino Trentino, che ovviamente sarà presente, ha proposto alla provincia di Bolzano di cedere metà del proprio stand ma anche questa ipotesi dovrà essere vagliata, ed approvata, dalla giunta provinciale.



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Francia, vince 10 milioni di euro e salva la ditta in cui lavora

di Domenico Ferrara


Un camionista sbanca alla lotteria e compra l'azienda in cui lavorava. Ripiana i debiti e toglie dalla cassa integrazione 14 operai. E assume pure il suo ex capo 



 

Parigi - La sua vita è cambiata il 4 settembre scorso. A chi non succede se vince dieci milioni di euro alla lotteria? Il figlio di un operaio che diventa miliardario e che salva la sua impresa dal fallimento. Sembra una sceneggiatura di un film, ma è pura realtà. E' successo ad Alexander, uomo normanno di 50 anni, che ha riscritto la sua storia. E anche quella di 14 operai. Perché il fortunato vincitore è l'unico in grado di salvare dalla bancarotta l'impresa dove lavorava come camionista, una ditta di trasporti nel Calvados.

Il salvataggio E così non ci pensa due volte, la acquista, sborsa centinaia di migliaia di euro per salvarla, paga tutti i debiti e la riporta in un attimo in attiva. Nessun cassaintegrato e camion di nuovo sulla strada. "L’ho presa per evitare che 13 o 14 persone si ritrovassero disoccupate", ha dichiarato il filantropo neopresidente della società al quotidiano francese Le Paresien. Lo slancio di generosità non ha limite. E il protagonista della vicenda decide di salvare anche il suo ex capo. Altro che vendetta o rancori da subordinazione. A lui offrirà nuovi incarichi e mansioni da svolgere. "Mi ha fatto pena, gli ho detto di restare...", commenta scherzosamente il nuovo boss.

Parsimonioso "Il trasporto è la mia vita, non si decide di smettere così dal giorno all'indomani", ha detto il nuovo capo. Un uomo che ha la testa sulle spalle e che progetta di sviluppare la società e di creare nuovi posti di lavoro. A una condizione però: "Se vedo che nel futuro perdo troppi soldi, mi fermo". Difficile però perdere 10 milioni di euro...



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Proposta choc dei finiani: "Sì ai docenti trans"

di Francesco Maria Del Vigo


Della Vedova ospite di Klaus Davi: "Un insegnante trans? Se è corretto, rispetta le regole e fa bene il suo lavoro, non vedo controindicazioni. Accade già in molti paesi". Ma 12 anni fa Fini non voleva neppure i docenti gay...



 
 
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Milano - Insegnanti transessuali? Perché no. E' l'ultima sparata dei finiani, dodici anni dopo il discusso divieto di Fini ai docenti omosessuali arriva il sì ai transgender. Ad aprire ai trans in cattedra è il superlibertario Benedetto Della Vedova, vice presidente vicario del gruppo di Fli alla Camera. "Un insegnante trans? Se è corretto, rispetta le regole e fa bene il suo lavoro, non vedo controindicazioni, almeno al liceo, come accade in molti altri Paesi, vedi la Germania, gli Usa ecc. Gli insegnanti vanno valutati per le loro capacità. Il giudizio deve prescindere dal loro orientamento sessuale. Essi si giudicano dalla qualità del lavoro e del loro insegnamento. Non credo che si possa discriminare un insegnante che sceglie di cambiare sesso, per esempio. Ci possono essere trans, gay o eterosessuali che trasmettono un cattivo esempio e trans, gay o eterosessuali che trasmettono un buon esempio", Della Vedova ha affidato la sua proposta a Klaus Davi durante il programma-web Kaluscondicio.


Quando Fini non voleva i docenti gay... Un'apertura che farà discutere, anche all'interno dello stesso movimento finiano. Una dichiarazione che suona come l'ennesima giravolta del presidente della Camera. Correva l'anno 1998 quando Gianfranco Fini, allora leader di Alleanza Nazionale, divise il mondo della politica con una dichiarazione che da molti venne bollata come omofoba. Era il 9 aprile e Fini era ospite al Maurizio Costanzo Show insieme all'allora presidente dell'Arcigay Franco Grillini. Il dibattito s'infuoca, Grillini tira fuori il fascismo e Fini sui gay perde le staffe: "Se lei mi chiede: 'Un maestro dichiaratamente omosessuale puo' fare il maestro?', la mia risposta è no. Sarebbe diseducativo e moralmente non opportuno, che chi e' omosessuale dichiarato o chi arriva a considerare la pedofilia, tutto sommato, una forma d'amore, possa fare l'insegnante". Apriti cielo: un diluvio di condanne, anche dall'interno dello stesso Polo della Libertà. Oggi un esponente di spicco del suo movimento politico va oltre e scavalca tutti i tabù: un transessuale in cattedra. E viene quasi da chiedersi se non esistano due Fini...





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Russia: ubriachi al volante, si finisce così

Corriere della sera


Un uomo penzola grondante di sangue da un cartellone pubblicitario, si vedono solo le gambe e il sangue

Dall'altro lato il resto del corpo: braccia, testa e il volante ancora in mano


Il cartellone choc russo
Il cartellone choc russo
MILANO - «Questo corpo potrebbe essere il tuo». Conficcato in un cartellone pubblicitario, insanguinato, appeso e senza vita per aver guidato con troppo alcol in corpo e livelli di attenzione troppo bassi per poter tornare a casa in sicurezza. Il grande spot campeggia, realistico ed efficace, per le vie di Nizhniy Novgorod, la quarta città per estensione della Federazione russa, più conosciuta come Gorky (nome che le rimase fino al 1990). Qui, come nel resto della nazione, vodka e altri alcolici uccidono non solo chi sta al volante, e in tutta la Federazione le statistiche ufficiali raccontano che in un anno vengano fermate circa 1 milione di persone per guida in stato di ebbrezza.


LO SPOT – Il cartellone pubblicitario è spoglio come un manto stradale. Sulla destra campeggia una scritta, che dice suppergiù «Questo corpo potrebbe essere il tuo». Il corpo di cui si parla è quello di un ragazzo, jeans e sneakers, di cui si ha doppia visuale. Davanti le sue gambe penzolano prive di vita accanto a macchie rosse di finto sangue, dietro invece si vedono il giubbino scuro, la testa riversa, il volante ancora tra le mani e un cappellino da Babbo Natale calzato in testa. Crudele, ma efficace, la pubblicità mira a sensibilizzare quegli autisti che si mettono in marcia con livelli di alcol nel sangue sopra la soglia, e arriva dopo che già la scorsa estate il presidente Medvedev aveva annunciato lotta dura e tolleranza zero con campagne di informazione contro la piaga dell'alcolismo.
ITALIA – Se in Russia ogni anno muoiono 35 mila persona e altre 115 mila rimangono gravemente ferite a causa di scontri in auto o moto, l'Italia lo scorso anno ha mostrato dati migliori rispetto al passato. Secondo il rapporto di fine anno di Polizia stradale e Carabinieri, i fermati per guida in stato di ebbrezza sul suolo italiano nel 2010 sono stati circa 40 mila, gli incidenti sono diminiti del 5,7% e i morti su strada sono stati in tutto 2.444.
INCIDENTI – Negli anni le immagini crudeli di molti spot e di affissioni pubblicitarie hanno fatto parlare, inorridire, ribellare i consumatori. Fino ad arrivare all'estremo di Crashvertise, di cui si parla nelle ultime settimane in Rete e che ora è disponibile anche in Italia: sul luogo dell'incidente quasi veloci quanto i soccorsi e le forze dell'ordine arrivano avvenenti signorine dotate di cartelli che reclamizzano un dato prodotto. Non è detto che l'incidente sia reale, perché questo marketing del macabro propone anche di creare finti set pubblicitari, inscenando l'incidente proprio come sul set e sfruttando la vecchia e risaputa regola, che davanti a un incidente tutti si fermano a guardare.

Eva Perasso
07 febbraio 2011



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Bunga bunga, statue di Roma indignate 150 cartelli per «un'Italia migliore»

Il Messaggero


Iniziativa del gruppo Nessun dorma: «Siamo stanchi di vedere il nostro paese deriso a livello internazionale»







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Dalla carta di debito all'usuraio

Il Tempo


Sempre più anziani si impoveriscono e finiscono nelle mani degli strozzini. Fanno acquisti a rate con le "revolving" senza sapere che gli interessi possono raggiungere il 23 per cento.


Anziani al supermercato Rita ce la faceva. Anche se era rimasta vedova, aveva la casa di proprietà, una pensione poco sotto i mille euro e un figlio con un impiego. Tutto è cominciato quando il «ragazzo» ha perso il lavoro. La donna ha chiesto un prestito con cessione della pensione, rinunciando ogni mese a un quinto del reddito. Poi Rita si è fatta prestare altro denaro da una società finanziaria. E la richiesta del condominio della sua quota per portare a termine un intervento di ristrutturazione nel palazzo, circa diecimila euro, per Rita è stata la classica goccia. Il vaso è traboccato. Il suo bilancio familiare è saltato. Un brutto giorno l'ufficiale giudiziario ha bussato alla sua porta e le ha pignorato i mobili.

Così la povera vedova si è rivolta all'Ambulatorio Antiusura, una onlus presieduta dall'avvocato Luigi Ciatti, per accedere al fondo di prevenzione del Tesoro. Ma Rita non è sola. Il 29 per cento delle persone che chiede assistenza all'Ambulatorio è composto da pensionati. Anziani poco informati dei meccanismi finanziari, sicuri di poter trascorrere una vecchiaia tranquilla dopo anni di lavoro e che, invece, finiscono nelle grinfie delle finanziarie e da queste, spesso, nelle mani soffocanti degli usurai. Un fenomeno in aumento dopo che, un paio di anni fa, è stato consentito che anche le pensioni (come già gli stipendi) potessero essere date in cessione per pagare un prestito.

«Il sovraindebitamento di queste persone, che poi porta a rivolgersi agli usurai - spiega Ciatti - nasce nella maggior parte dei casi dall'uso delle revolving cards, carte d'indebitamento che ti consentono di fare acquisti subito e di restituire la spesa in "comode" rate mensili di 30-40 euro. Però, chiedono interessi fino al 23 per cento, quando la soglia del tasso d'interesse stabilito dalla legge è di poco più del 25. Quindi si tratta di percentuali molto vicine a quelle degli strozzini. Una trappola per tutti - continua Ciatti - e ancora di più per persone che magari non sono pratiche del settore e non sono state informate in modo adeguato».

Un altro fenomeno è quello della delega a ritirare la pensione. L'usuraio la incassa per conto del suo debitore, al quale (fatti i suoi sporchi calcoli) dà solo quello che avanza. «Nel primo caso - osserva Ciatti - è necessaria una capillare opera d'informazione e, assieme alla Fnp-Cisl, stiamo lavorando a un opuscolo da distribuire con la pensione che illustri procedure e rischi. Nel secondo, invece, sarebbe il caso di sottoporre le deleghe a controllo. Se uno ne ha dieci o venti, vuol dire che qualcosa non va...».



Maurizio Gallo
06/02/2011




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Napolitano: «Disordini inammissibili» Il capo dello Stato interviene sugli scontri alla villa di Berlusconi ad Arcore. Maroni: ora condanna esemplare

Corriere della sera


Il capo dello Stato interviene sugli scontri alla villa di Berlusconi ad Arcore. Maroni: ora condanna esemplare





ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto al ministro dell'Interno informazioni sui gravi episodi di scontri tra dimostranti e polizia verificatisi nei pressi della residenza del presidente del Consiglio ad Arcore. È risultato che i promotori della manifestazione, rispettando le modalità concordate con le autorità di polizia, sono rimasti estranei a ogni deviazione dal percorso stabilito e a ogni violenza. Il capo dello Stato ha convenuto che l'esercizio del diritto costituzionale a manifestare pacificamente non degeneri - specie in un momento di tensione politica e istituzionale come quello attuale - in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi estremisti.

«CONDANNA ESEMPLARE» - Anche lo stesso Roberto Maroni è intervenuto sull'episodio di domenica. «Sono fatti che vanno colpiti e continueremo a farlo - ha detto il ministro dell'Interno -: oggi c'è il processo per direttissima e spero che chi si è reso responsabile dell'aggressione ai poliziotti subisca una condanna esemplare».

«NON SIAMO L'EGITTO» - «Le manifestazioni davanti alla casa di Berlusconi ad Arcore non sono certo la risposta giusta da dare al governo ed al presidente del Consiglio», ha commentato invece il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che invita a «lasciar perdere i violenti, che è meglio che stiano nelle patrie galere e non agli eventi politici». «Ma - ha osservato il leader centrista - l'idea stessa di protestare con quelle modalità ed in quel luogo, rischia di essere l'altra faccia della medaglia del degrado che stiamo vivendo. L'opposizione deve dare un'altra idea dell'Italia non la stessa, eguale e contraria. Con tutto il rispetto per gli altri non siamo nè in Tunisia nè in Egitto e non vogliamo finirci».

Redazione Online
07 febbraio 2011



Scontri Arcore, liberi i due fermati: «Non abbiamo commesso violenza»

Corriere della sera

La decisione del giudice di Monza. In ospedale funzionario Ps colpito alla testa da una bottiglia


MILANO - Sono liberi i due giovani arrestati ieri in relazione agli scontri di Arcore. Lo hanno riferito i loro legali. «Non abbiamo commesso alcun atto violento», avevano detto in aula Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti, i due giovani fermati nel corso degli incidenti di domenica, scoppiati a margine di una pacifica manifestazione indetta dal «Popolo Viola» per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per Sicurello il pm aveva chiesto la custodia cautelare in carcere, mentre per il secondo è stato chiesto l'obbligo di dimora nel paese del lodigiano in cui risiede. «La reazione dei ragazzi - hanno spiegato i loro avvocati - collima con le immagini che abbiamo visto. Da parte loro non c'è stata alcuna violenza». Il giudice di Monza, Natalino Giuseppe Airò, pur convalidando l'arresto compiuto dalle forze dell'ordine, ha ritenuto che non sussistano le esigenze per disporre alcuna misura cautelare. Per il 23enne era stata chiesta la custodia cautelare in carcere, per il 21enne l'obbligo di dimora nel suo comune di residenza. gli avvocati hanno chiesto un termine a difesa per discutere il processo nel merito. Fuori dall'aula si era radunato fin dalla mattina di lunedì un gruppo di amici degli arrestati per esprimere la loro solidarietà. I giovani hanno accolto la notizia con il grido «Giustizia».

La manifestazione ad Arcore

GLI SCONTRI - Nel corso della manifestazione, alcune decine di giovani dell'area anarchica e dei centri sociali - centocinquanta circa - avevano tentato di raggiungere Villa San Martino, residenza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, provocando la reazione della polizia. Ad avere la peggio negli scontri di ieri è stato un funzionario della polizia che si trova ricoverato in ospedale dopo essere stato colpito alla testa da una bottiglia lanciata dai giovani che hanno dato il via agli scontri. Altri cinque agenti e un numero imprecisato di manifestanti si sarebbero fatti medicare in diversi Pronto soccorso. Intanto, la Digos di Milano sta esaminando le immagini dei tafferugli per cercare di identificare eventuali altri responsabili.

IL POPOLO VIOLA SI DISSOCIA - Il Popolo Viola«si è dissociato» dalle frange violente che hanno ingaggiato scontri con la polizia. Gli organizzatori della manifestazione con oltre seimila persone che nel primo pomeriggio si era svolta senza alcun problema, hanno anche diramato una nota per rimarcare la loro estraneità dagli episodi di violenza


Redazione online
07 febbraio 2011




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Il 13enne e le critiche al premier

Corriere della sera

Polemiche dopo l'intervento al raduno di Giustizia e Libertà. «È stata una sua idea, era felice»


Il 13enne e le critiche al premier



Un momento dell'intervento di Giovanni al Palasharp

MILANO - Pur non essendo assolutamente studiato, almeno a sentire gli organizzatori, ha scatenato un vespaio di polemiche l'intervento di un tredicenne sul palco del Palasharp, sabato scorso al convegno milanese di Libertà e Giustizia. Giovanni, questo il nome del ragazzino, ha mostrato sicurezza da adulto e non si è minimamente scomposto di fronte ai diecimila radunati per chiedere le dimissioni del premier. Neanche la presenza di nomi e volti noti come Roberto Saviano, di cui è fan, Gustavo Zagrebelsky, Umberto Eco, Gad Lerner e Susanna Camusso, l'ha bloccato. Presentato come il «più giovane amico» di Libertà e Giustizia, il tredicenne ha preso la parola sorridente, senza mostrare esitazione alcuna. Una volta sul pulpito, ha scandito, uno dopo l'altro, i suoi tanti perché, intervallandoli, di tanto in tanto, con un colpettino di pugno sul leggio. «Perché il presidente del Consiglio pensa a fare solo i festini ad Arcore, mentre c'è gente povera e gente come lui che nuota nell'oro? ... Perché il premier e il governo se ne fregano dell'Italia?... Perché della scuola pubblica ci si occupa solo per tagliare i costi?».



«È STATA UNA SUA IDEA» - Pochi minuti che hanno fatto finire Giovanni sulle pagine dei giornali. E su YouTube, dove il video del suo discorso ha già ricevuto numerosi clic e commenti. La direttrice dell'Unità Concita De Gregorio lo ha citato in un suo editoriale, mentre Libero lunedì l'ha preso di mira: «Salviamo questo bambino dagli anti-Cav». «Sarebbe meglio - ha scritto il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro - tenere fuori i minorenni dall'odio politico». E pensare che era stato proprio Giovanni a insistere per poter dire la sua al Palasharp. Figlio e fratello di due socie di Libertà e Giustizia, membro di una famiglia «assai attenta a certi temi», il tredicenne si era rivolto agli organizzatori alla vigilia del raduno, prima manifestando il desiderio di poter intervenire, e poi facendo leggere il brano pensato e scritto per l'occasione a chi avrebbe dovuto dargli l'ultimo via libera. «Non è stata un'idea della famiglia, ma solo di Giovanni», assicurano da Giustizia e Libertà. La madre del tredicenne avrebbe anzi esitato un po' prima di dare il suo placet. Lasciandosi poi convincere dall'ostinato desiderio del ragazzino. Dopo l'intervento, assalto di fotografi e giornalisti. Quindi gli articoli e le critiche. Attacchi che non scalfiscono però Giovanni. «Dopo l'intervento era strafelice e oggi sarà a scuola fiero del suo discorso al Palasharp». Forse, il piglio dell'oratore consumato ha lasciato spazio all'ingenuità dei suoi tredici anni.


Cristina Argento
07 febbraio 2011

Licenziato "a voce": va risarcito

La Stampa


Se si è licenziati in tronco, con poche parole e senza la forma scritta prevista dalla legge, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno, pari alle retribuzioni perse. Lo afferma la Cassazione, che (sentenza 77/2011)  ha rigettato il ricorso presentato dalla Lega Nazionale Dilettanti della FIGC, condannata in secondo grado a risarcire il danno cagionato ad un lavoratore a seguito di licenziamento orale.

Il caso
La Corte d'appello di Roma aveva accertato che il rapporto di lavoro subordinato era stato interrotto da un licenziamento orale intimato dalla Lega e la condannava a risarcire il danno con una somma pari a tre anni di retribuzioni.

La Cassazione, nel confermare la condanna, spiega che "l'assoggettamento del lavoratore a direttive del datore di lavoro circa le mansioni da svolgere, ad un orario di sei ore al giorno ed all'obbligo di giustificare le assenze nonché di chiedere ferie e permessi configura un rapporto di lavoro subordinato". In quanto al licenziamento orale, il lavoratore non fruisce della tutela dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori ma può comunque far valere la nullità del licenziamento, che non interrompe la continuità del rapporto di lavoro.




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Ecco quelle femministe che firmano appelli senza pudore e coerenza

di Vittorio Sgarbi



Le femministe accecate dall’odio aderiscono ai manifesti contro il "Sultano del bunga-bunga". Ma dimenticano che la libertà sessuale delle donne è uno dei cardini dell’emancipazione



 

Dispiace dovere ricordare a donne colte e scrittrici alcuni testi memorabili e inequivoci che indicano, in modo chiaro, volontà e decisioni della donna non nel tempo della liberazione sessuale ma nella storia. La Moll Flanders di De Foe ha idee molto precise, e faticherebbe a credere a una dichiarazione di dignità delle donne palesemente ipocrita. Dice Moll Flanders: «Donna che sia dalla rovina stretta, sugli uomini può sempre far vendetta».

Ripensando a personalità e atteggiamenti come questi, finalmente una donna si è svegliata e ha restituito libertà e dignità a numerose donne che, desiderose di avere successo o fortuna, sono state sbrigativamente considerate «prostitute». Troppo facile parlare, come fa Dacia Maraini della «quotidiana offesa alla dignità femminile», per scelte e comportamenti da alcune non condivisi, ma assolutamente liberi, come appunto ci insegna la storia di Moll Flanders. Guardiamo con soddisfazione, dunque, alla presa di posizione di Luisa Muraro che invita a «non far scadere la politica nel moralismo» e, immagino, a non confondere la sfera pubblica con quella privata.

Dacia Maraini, invece, non resiste, e non si rende conto che la sua indignazione, negli stessi termini, si sarebbe potuta sicuramente indirizzare ad Alberto Moravia e a Carmen Llera, a Pier Paolo Pasolini e a Pino Pelosi. Glielo dice in modo semplice Chiara Gamberale: «Un movimento non può nascere contro qualcosa come il comportamento delle ragazze di Arcore… come donna non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa la propria testa, il proprio corpo e il proprio cuore in modo diverso da come ho scelto di fare io».

Ma se nella Maraini è sbiadito il ricordo delle battaglie per la liberazione sessuale, senza moralismi, non lo è quello della cattiva abitudine di aderire a manifesti e documenti, come quello osceno contro Luigi Calabresi. Ancora oggi c’è una irresistibile tentazione a firmare appelli, senza pudore.

Oggi è la volta di quello risibile, se non fosse seriosamente proposto, dell’Unità contro il «sultano del Bunga Bunga». Leggo anche la firma di Lucrezia Lante della Rovere, e l’ho sentita vibrante di sdegno ad Annozero. Mi è venuto naturale pensare a Moll Flanders e al moralismo che avrebbe condannato anche lei sentendo parlare di «prostitute» per tutte le ragazze entrate ad Arcore (come ha affermato, fra le altre, la deputata del Pd Ferrante), in una intollerabile e letterale azione di «sputtanamento», scientificamente perseguita dalla procura di Milano, in nome del Popolo italiano. Una palese e violenta diffamazione, nel sostenere la quale sono state chiamate tutte le donne che ritengono bellezza e spregiudicatezza una colpa (per dire, la Maraini afferma che: «praticamente ogni anno ho scritto uno o due articoli contro lo spazio che la televisione dà al concorso di Miss Italia che per me è una delle forme della reificazione del corpo femminile»).

Oggi siamo alle prostitute «nominate» dalla Boccassini e alla richiesta (anche di molti uomini di sinistra) di un intervento della Chiesa, demonizzata quando si pronuncia contro il mondo gay, le unioni omosessuali e il Gay Pride, e invocata a pronunciarsi contro l'immorale Berlusconi. Ciò che accade (dimenticando che non è ostentato ma è rivelato, urbi et orbi, da una aberrante inchiesta giudiziaria) «addolora» anime belle, e corpi un tempo liberi come quelle della Melandri che giudica le notti di Arcore spettacoli indecorosi, osceni, umilianti per la donna (benché non fossero spettacoli ma «riti» privati).

Mi viene in mente il vescovo di Caltanissetta che, mentre io gli opponevo l’innocenza dei rapporti sessuali di due persone libere, senza tradimenti di terzi, sotto il sole, sulla riva di un fiume, considerati peccati per la religione cristiana (mentre io avrei giudicato un peccato astenersi) mi disse: «Dio soffre». E io immaginai, come ora la Melandri e Lucrezia Lante della Rovere in collegamento dai loro eremi, Dio su una nuvola che, tra guerre, stragi, terremoti, catastrofi, violenze, crimini, malattie, incidenti si preoccupava e soffriva per due giovani che facevano l’amore sulle rive del Po o dell’Anapo. Allo stesso modo mi pare assurda la posizione di due, tre e più donne che credevo libere.

Alla Melandri ho urlato: «bigotta!»; alla Maraini ricordo Moravia, a Lucrezia Lante della Rovere ricordo l’innocenza libertina di sua madre e la reincarnazione, nelle scelte della sua vita, proprio della figura di Moll Flanders. E spero che un giorno una donna libera, anche la stessa Lucrezia Lante della Rovere, rinsavita e serenamente viziosa interpreti quel personaggio.

Mentre oggi, forse, si è calata nei panni e nel pensiero di una Concita de Gregorio, dimentica del «culo in jeans» esibito da Oliviero Toscani. Lasciamole ora alla contrizione. E inviamo un pensiero libertino a Lorenzo da Ponte, a Mozart, a De Sade, a Bataille, a Balthus, a Klossowski, a Genet, per non impigliarci nel facile moralismo della letteratura d’appendice di Concita.

Ma consentitemi di chiedere ora a Lucrezia Lante della Rovere qualcosa sui suoi rapporti sessuali con Luca Barbareschi; e, per quanto io so, in che cosa la concezione della donna di Barbareschi si differenzi da quella di Berlusconi. Non dovrò essere io a rivelare che, con lei e con altri, Barbareschi ha sempre rivelato, amichevolmente e con complicità (e senza farne mistero), di avere rapporti liberi e plurimi, uomini, donne e trans.

Egli stesso mi ha presentato ragazze pronte a chiamare e a sedurre altre, le sue Nicole Minetti. Dovrò dirne i nomi? Con Lucrezia ha condiviso questa concezione di libertà sessuale senza sentirsi in colpa, felice del piacere e, soprattutto, senza pensare di compiere reati. In Italia, in Francia, in America, in Marocco, in Tunisia, e in molti luoghi dove gli incontri amorosi non sono, né a lui né a lei, mai apparsi crimini. Io conosco persone che possono confermare ciò che affermo. Ma, credo che, senza vergogna, potrà raccontarlo lo stesso Barbareschi. Ed è questa, ad evidenza, la ragione principale del suo riavvicinamento a Berlusconi.

O dovremo immaginare che, prendendo le distanze da Berlusconi, Lucrezia Lante della Rovere le voglia prendere anche da Luca Barbareschi, e dal suo modo di vivere? Pentita? E pronta a rinnegare la «amorale» mamma?

L’esito della visione del mondo di queste donne che hanno scelto la Binetti (invece della Minetti) e Bindi come modelli di libertà femminile è nell’atteggiamento punitivo ed esorcistico di don Aldo Antonelli che ha listato a lutto alcune vie di Avezzano: «Lutto per il paese, umiliato da un premier immondo, affarista e licenzioso». A parità di comportamenti davanti a Dio lo farà anche per Barbareschi?



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Ma le belve anti-Cav si sbranano tra loro

di Redazione



di Vittorio Macioce

Non hanno ancora catturato la preda e già pensano a scannarsi tra di loro. L’Italia si sta vestendo di folla e follia. Gli intellettuali si radunano per chiedere l’abbattimento del premier. Di Pietro invoca la Bastiglia e si sente l’odore della ghigliottina. Le procure intercettano a tappeto. Scalfari evoca la rivoluzione egiziana. I Viola vanno a caccia ad Arcore. L’impressione è che gli antiberlusconiani abbiano rinnegato del tutto la democrazia. Sapete ancora il significato della parola voto? No, ora siete tutti ubriachi di rivoluzione. Fa nulla che in Italia non ci sia un dittatore, ma un signore eletto con libere elezioni. Se c’è ancora qualcuno all’opposizione, oltre a Cacciari, che crede nella liberaldemocrazia dovrebbe alzare la voce. Fermatevi.

La beffa è che gli anti Cav non sono un fronte compatto. Non hanno ancora vinto e si preoccupano, con rabbia e rancore, di chi dovrà comandare domani. Si accusano l’uno con l’altro di non essere abbastanza puri, radicali, incazzati, inflessibili. È una corsa al terrore. Non c’è niente da fare. Tutte le rivoluzioni, anche quelle grottesche come questa, finiscono nel cannibalismo. Oggi siamo tutti antiberlusconiani, domani ti taglio la testa. E così sia.

Esagerato? Mah. Quando si grida alla Bastiglia tutto può succedere. Non ci saranno ghigliottine reali, ma già adesso tra gli anti Cav si respira un clima di sospetto. I protagonisti di questa storia non sono angeli disgustati dal bunga bunga; sono tutti espressione di un sistema di potere, ognuno con i suoi interessi, con la voglia di rifarsi, con la fame di chi da troppo tempo pensa di non contare abbastanza. Il Saviano papale sta facendo venire il mal di stomaco al Pd e alla sinistra storica. D’Alema arriccia il naso e lo vede come un dilettante allo sbaraglio. Veltroni non gli perdona di non averlo potuto adottare come figlioccio e per Vendola è un concorrente mistico. È come Calvino che incontra sulla sua strada Savonarola. Predicano con la stessa lingua, ma uno dei due è di troppo. Leggete tra le righe come Il Fatto di Travaglio parla di Saviano. Ascoltate l’insofferenza di Santoro. Non sono della stessa parrocchia. La resa dei conti è dietro l’angolo.

De Benedetti e la confraternita degli intellettuali fanno capire che Saviano è una risorsa politica. Non è più uno scrittore. È un predicatore di massa, un monaco viandante, con le stimmate di vittima della camorra. La televisione lo ha benedetto e raccoglie fedeli. Il suo è un sogno platonico: il governo dei filosofi.

Ma qui di sogni ce ne sono tanti. Pochi democratici. De Benedetti, per esempio, è un cosa, Scalfari un’altra. Il mammasantissima magari trova pittoresco il ragazzo di Gomorra, ma non gli passa neppure per la mente di santificarlo. Scalfari conosce gli intellettuali. Non è gente di cui ci si può fidare. Non è un caso abbia, per se stesso, rivendicato una patente di filosofo ma di una razza diversa: uno che parla con Dio, ma con competenza da tecnico. Il dopo Berlusconi il fondatore di Repubblica lo vede con l’austerità oligarchica di un Mario Draghi. Cosa c’è di più serio di Bankitalia quando a guidarla non c’è un ciociaro? Il sogno di Scalfari è il governo dei grand commis di Stato.

Si fa presto a dire giustizia, ma anche lì c’è uno scontro feroce per conquistare la bandiera di paladino dei pm. Travaglio, Santoro e Barbara Spinelli con la manifestazione davanti al tribunale di Milano certificano che la piazza giacobina è loro. Lo hanno dimostrato con pensieri, parole, immagini e drammaturgia delle intercettazioni. La svolta è che non si accontenteranno di fare opinione. Vogliono pesare. La loro azione sta togliendo spazio a Di Pietro, che sul partito dei pm ci ha costruito una carriera politica. È per questo che Tonino alza i toni, parla di ghigliottine e mette il cappello sulla folla Viola di Arcore.

Non è roba sua. Ma è stato fortunato ad arrivare, almeno questa volta, prima dei tribuni annozerici e di quei barbosi rompiscatole di Micromega. Il contadino di Montenero di Bisaccia ha dovuto subire anche la conversione di Fini. Non l’ha gradita. Si è un po’ rassicurato solo quando ha capito che per Gianfranco la bandiera dei pm ha solo un valore difensivo. È la corazza che lo protegge dalla ruota della giustizia. Il loro sogno è il governo dei giudici.
I terzopolisti non hanno nulla in comune. Ma, visto che la Chiesa non si fida, corteggiano Montezemolo o la Marcegaglia. È il governo degli industriali. E si specchia con l’ingresso in campo accanto a Saviano, ma anche a Vendola, della Camusso, donna forte della Cgil. È il governo dei sindacati. È vero, ci sarebbe anche il Pd. Ma quello da troppo tempo è il governo del nulla. Tutti questi governi sono pronti a scannarsi per accaparrarsi il futuro. Nella lista ne manca solo uno: il governo scelto dagli elettori.



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Se la Festa dell'Unità costa troppo, allora abolite il 25 aprile

di Marcello Veneziani


Visto che ci tenete così tanto alla produttività e così poco alle festività civili, che dite se per recuperare ben due festività annuali, declassassimo dal prossimo anno il 25 aprile e il 1˚ maggio al rango di solennità civili, lasciandole come normali giornate lavorative o almeno ridotte?



 

Se il governo non avesse procla­mato il 17 marzo come festa na­zionale per ricordare l’Unità d’Ita­lia, oggi sarebbe sommerso da in­sulti e attacchi da parte di media, opposizioni e sinistre sparse. Mi pareva già di sentirli: avete cedu­to ai ricatti della Lega, siete succu­bi dei secessionisti e dell’anti- Ita­lia, non avete alcun senso dello Stato e alcuna sensibilità naziona­le. Invece, alla fine, il governo ha deciso di proclamare la festa na­zionale dopo un faticoso negozia­to con la Lega.

E allora l’attacco si è capovolto: sulla scia di Emma Marcegaglia, certi commendato­ri del lavoro e certi commentatori del dopolavoro, svariati opposito­ri e perfino il presidente del comi­tato dei garanti dell’Unità d’Ita­lia, Giuliano Amato, si sono mes­si a inveire contro la perdita di una giornata di lavoro decretata dal governo per quella superflua cosa che è l’Italia unita e il suo compleanno. Vorrei ricordare che si tratta di una festa indetta solo per quest’anno, perché cadono i 150 anni dell’Unità. E vorrei ricordare che si tratta di un giorno su 250 lavorativi; ne perdiamo valanghe per scioperi, assenteismo, boicottaggi e disservizi di ogni tipo. Visto che ci tenete così tanto alla produttività e così poco alle festività civili, che dite se per recuperare ben due festività annuali, declassassimo dal prossimo anno il 25 aprile e il 1˚ maggio al rango di solennità civili, lasciandole come normali giornate lavorative o almeno ridotte?

A proposito, sapete che quest’anno le due feste suddette non peseranno sulla produttività perché coincidono rispettivamente con Pasquetta e una domenica? E allora di che vi lamentate, signora Emma e signori laboriosi, guadagnate due festività civili e ne perdete solo una... A Giuliano Amato poi dico: ma come, chiedi che un terzo degli italiani diano 30mila euro ciascuno alla Patria per sanare il bilancio statale e poi ti opponi che il Paese dia lo 0,40% della sua produttività per celebrare la sua unità?

Non dite che le feste non servono a nulla. La vita dei popoli e delle persone ha bisogno anche di simboli, riti ed eventi per alimentare la loro autostima e la loro coesione. Impressiona vedere come si è sgonfiato il patriottismo della sinistra nostrana. Fino a ieri tambureggiava e sospirava nel nome della patria bella e perduta per mettere in difficoltà un governo con una Lega troppo grossa e padana. Ora, invece, li senti dire che abbiamo poco da festeggiare l’Italia, con la crisi che c’è e il malaffare, ma quale patria d’Egitto... Ho sentito fior di compagni passare dal patriottismo improbabile del giorno prima al padrinato incredibile della Confindustria il giorno dopo.

E invece, festeggiare l’Italia unita e la sua identità non è solo un valore storico e ideale, ma è anche un fatto civile con implicazioni pratiche. Pensate alla fuga all’estero di imprese, giovani, ricercatori, e alla minaccia di andarsene a Detroit della stessa Fiat. Pensate all’emigrazione mentale di molti italiani che si sentono per ragioni - a volte sacrosante a volte ignobili - sempre meno italiani. Pensate alla spaccatura razziale tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra terroni e padani, tra fannulloni ed evasori. Pensate all’Italia dei migliori e all’Italia dei peggiori sancita dal razzismo etico di Eco e compagni. Pensate a tutto questo.

Se non vogliamo sfasciare tutto è necessario ripartire dall’Unità d’Italia e ridare fiducia agli italiani e alla nostra identità di nazione e di popolo. In un memorabile articolo del ’69, Pasolini raccontò di aver sognato che l’Italia fosse un bambino. Quel bambino avvertiva di non essere amato e così decideva di uccidersi. Scriveva Pasolini: «Se un bambino sente che non è amato e desiderato - si sente “in più” - incoscientemente decide di ammalarsi e morire: e ciò accade». L’Italia è oggi un bambino malato perché si sente di troppo, avverte di non essere amata. Senza fiducia in se stesso un Paese è perduto. Non ha incentivi per creare, per produrre, per intraprendere, per inventare, per fondare, per mettersi insieme.

Ma sfugge, ognuno si barrica nel suo egoismo e cerca di trarre profitto dallo sfascio, pensa solo a sopravvivere. Questo è un Paese sfiduciato, spompato, depresso, pieno di vecchi e scarso di bambini. Certo, fargli la festa a sorpresa per il suo compleanno non è la soluzione dei suoi malanni. Ma è un punto di partenza, un piccolo segnale di risveglio, un simbolo di rilancio per un’inversione di tendenza. È soprattutto un segno di attenzione di cui l’Italia ha bisogno per non compiacersi della sua malattia. Ripartiamo dall’Italia unita, come fa da oggi il Giornale ripercorrendo a fascicoli il cammino risorgimentale. L’Italia è un bambino malato che ha bisogno di sentirsi amato per amare a sua volta la vita, il futuro, i suoi padri, i suoi figli.



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Barbareschi: «Non lascio Fli, ma voglio le scuse di Fini»

Corriere della sera

 

L'attore: «Ho messo in atto la più grande e più bella provocazione mediatica. Ma non sono "pagliaccio"»

 

MILANO - Solo una «bella provocazione mediatica». Dopo le voci di un suo possibile ritorno nel Pdl, Luca Barbareschi assicura che non lascerà Futuro e libertà, ma pretende la scuse di Gianfranco Fini. «Non ne sono mai uscito da Fli. Questa settimana ho messo in atto la più grande e più bella provocazione mediatica: senza aver detto nulla, perché non esiste alcuna mia dichiarazione in cui dico che lascio Fli».

 

 

PROVOCAZIONE - Luca Barbareschi, intervistato ad Agorà su Rai 3 nello stesso giorno della messa in onda sulla stessa rete del suo film, Il trasformista, ha detto che «se la politica diventa gossip o spettacolo, la politica non esiste più. Era una grande provocazione, l'unico momento di ambiguità me lo sono giocato giovedì col voto (richiesta di autorizzazione alla perquisizione di una residenza di Berlusconi, ndr), astenendomi sul caso Ruby. Io non vorrei mai appartenere nel centrodestra a un gruppo di moralisti che pensano di vincere politicamente con le censure morali. Non sono giustizialista, ma garantista e sono una voce libera. Anche per questo però sono offeso per quello che mi ha detto Fini, perché pagliaccio non me lo dice nessuno. E quindi vorrei le sue scuse».

 

Redazione online
07 febbraio 2011

Tolta la pensione alla disabile al 100%

La provincia pavese


di Paolo Fizzarotti




VARZI.
Le hanno congelato la pensione di invalidità: l'ultimo assegno lo ha visto l'1 agosto 2010. Eppure Giulia Chesi, 61 anni, non può essere definita uno dei tanti falsi invalidi. E' disabile al 100% e può spostarsi solo su una sedia a rotelle: tanto che a darle la carrozzina è stata la stessa Asl. Le hanno dato anche un girello per spostarsi in casa, senza il quale non sta neppure in piedi. La donna abita a Varzi, al civico 17 della frazione Casa Boriani: un luogo particolarmente scomodo per chi può spostarsi solo sulla sedia a rotelle.

«Sono disperata - racconta la donna - Dall'estate scorsa vivo della carità altrui, anche per mangiare. Non ho i soldi per pagare l'affitto e le bollette, ho venduto tutto quello che potevo. E adesso mi è arrivata una raccomandata della A2A Tidonenergie, in cui mi comunicano che martedì 8 febbraio mi taglieranno il gas. Ma qui siamo a 600 metri di altezza, in inverno fa freddo: come posso sopravvivere senza gas? Vogliono farmi morire? Ho con loro un debito di 1162 euro, che potevo fare?

Tramite l'associazione nazionale invalidi ho chiesto una rateazione, ma non mi hanno neppure risposto». Giulia Chesi è disabile dal 2006; prima abitava a Montecalvo Versiggia. Soffre di una forma grave e irreversibile di artrosi. Nelle articolazioni delle gambe ha delle protesi, che però si sono infiammate: di fatto, non cammina più. Come è iniziata questa situazione? «Il 14 settembre scorso ho dovuto sostenere una delle visite periodiche per verificare che persistesse lo stato di invalidità. Nel mio caso è assurdo, perchè non posso guarire, ma non potevo evitare di andarci. In attesa che si concludesse l'iter burocratico mi hanno congelato la pensione e l'assegno di accompagnamento.

La visita ha confermato che sono invalida al 100%, ma la pensione non è più ripartita. Chiamo tutti i giorni l'Inps e l'Asl, mi rispondono di stare tranquilla: quando sarà riattivata la pensione, mi daranno tutti gli arretrati. Ma io non posso più aspettare, non ho più i soldi per mangiare. Mi hanno detto che, per legge, la risposta dovrebbe arrivare entro 90 giorni: io ho visto l'ultima pensione sei mesi fa». A quanto ammontava il suo assegno? «Percepivo 1.070 euro, tra pensione e accompagnamento. L'Asl mi aveva riconosciuto il diritto a 15 ore al mese di assistenza domiciliare; poi mi hanno detto che non ci sono soldi e me le hanno tagliate a 8. Per fortuna che ho degli amici che mi portano qualcosa da mangiare a casa e che mi aiutano a mettere in ordine».

Uno di questi è Pier Mario Moro, di Montecalvo. «Mi occupo di volontariato - spiega Moro - e questo è il caso di una persona che ha davvero bisogno di aiuto, dato che si è trovata da sola contro le istituzioni. Non è però l'unico caso: in valle Staffora sono decine le persone, soprattutto anziani, nelle sue condizioni. O anche più gravi». Il problema è noto. Dopo l'allegra gestione delle pensioni di invalidità degli anni scorsi, l'Inps ha deciso di mettere ordine: ma non tutto fila liscio. Oggi nella commissione esaminatrice delle visite periodiche è prevista la presenza di un medico dell'Inps: che, però, non c'è quasi mai, per problemi di organico. L'Asl, nella sua visita, certifica quindi che il tale soggetto è invalido: ma l'Inps, non avendo la conferma del suo membro interno, non considera da subito valido il parere e lo «congela» in attesa di una seconda visita da fare all'Inps. Nel frattempo viene congelata anche la pensione. Però l'Inps è oberata di lavoro, il personale è poco, e le reti informatiche non comunicano tra loro: e così passano anche 9 mesi. Nel frattempo il pensionato è alla fame.

6 febbraio 2011
 




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Furto alla sinagoga, arrestati 4 israeliani Caccia ai complici

Il Giorno


La refurtiva è stata recuperata in Israele, dove i malviventi erano andati dopo il colpo, e ora si trova al sicuro.
Oltre agli arredi sacri, è stata trovata anche la chiave d'oro che chiudeva l'armadio in cui erano custoditi












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Nazionalismo in Iran: messe al bando dalla tv pizza, crepes e altre ricette straniere

Quotidiano.net


Pizza, pasta e cibo occidentale come hamburgers e hot dogs sono molto popolari nel Paese, ma saranno vietati sulla tv di Stato








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Salviamolo dal (im)moralismo degli anti-cav

Libero







La sensazione è la stessa che si provava guardando, in un film di Fantozzi, la piccola Mariangela costretta a recitare la poesia a memoria davanti ai megadirettori della ditta (che si scambiavano panettoni placcati in oro) per ricevere il suo dolcetto natalizio: un’amarezza mostruosa.  Però la vicenda del tredicenne G. T. non fa ridere nemmeno di striscio.  Si tratta del bambino che sabato pomeriggio è salito sul palco del PalaSharp dove Libertà e Giustizia ha organizzato la manifestazione «Berlusconi dimettiti». L’hanno presentato come «il nostro più giovane amico» e lui era emozionato, lo fissavano su per giù diecimila persone. È partito in quarta, G.,  e ha esposto il suo «punto di vista sulla situazione politica italiana». Che poi è probabilmente il punto di vista del suo papà o della sua mamma o chi per loro,  insomma di chi l’ha sbattuto su un pulpito a dire che il premier  «pensa solo a fare festini ad Arcore».

 G., povera stella, se l’era studiata bene a casa, la sua poesiola da indignato in miniatura. Ogni tanto sfoderava la voce un po’ cantilenante che hanno i bimbi alla recita della scuola. Ha pure battuto un paio di volte il pugnetto sul leggio, per rimarcare che era davvero arrabbiato. Ha concluso dicendo che con un nuovo governo si starebbe meglio ed è smontato dalla ribalta fra gli applausi vagamente commossi del pubblico: una parentesi sentimentale in un pomeriggio di odio puro.  Quando è sceso,  è stato assalito dai fotografi. Pare che lo abbiano anche fatto posare - con una lavagnetta in mano - per il servizio di un settimanale, chissà quale.

Il ragazzino minorenne è stato esibito in un palazzetto dello sport gremito;  è stato sparato in diretta sui siti web e su Sky;   è finito pure sui giornali. Ieri   Repubblica ha messo in pagina la sua foto, senza  effetti grafici a coprirgli gli occhi.

L’Unità si è trattenuta: niente foto ma citazione nell’editoriale di Concita De Gregorio. La quale però ha sbagliato a scrivere il cognome del fanciullo: chissà la delusione  dei parenti che ieri avranno comprato il giornale in massa, come i nonni acquistano il quotidiano locale con la notizia che il nipotino è stato promosso.   Su YouTube, poi,  c’è già il video dell’intervento di G., con commenti in allegato. Sarà che  siamo gente senza  vergogna,  però  non ci è chiara  la differenza fra la mamma che spinge la figlia a fare la velina e quella che esorta il figlioletto a fare lo scandalizzato su un piedistallo  a beneficio di tivù e carta stampata. Ce li immaginiamo, i genitori, a dire  soddisfatti: «Quello lì è il mio bambino», come alla partitella di calcio dei pulcini.

Un bimbo che invece di giocare alla Playstation  discetta di «modelli dominanti», del premier e del governo che «se ne fregano dell’Italia» è il simbolo della parte del Paese moralmente superiore? Va esposto così, con tutte le nozioni che gli hanno inculcato su quanto Berlusconi faccia schifo? Magari gli hanno anche fatto sfogliare, invece di Harry Potter, i verbali delle intercettazioni della Minetti.

Nella Carta di Treviso firmata dall’Ordine dei giornalisti, dal Telefono azzurro e della Federazione nazionale della stampa, molto apprezzata dai colleghi progressisti, vengono assunti i princìpi della Convenzione Onu del 1989, «in particolare»  che «in tutte le azioni riguardanti i bambini deve costituire oggetto di primaria considerazione “il maggiore interesse del bambino” e che perciò tutti gli altri interessi devono essere a questo sacrificati». Speriamo che a G. interessi molto giocare al piccolo arruffapopoli, speriamo che gli leggano la sera i libri di Marco Travaglio (tanto sono pieni di favole).   Dice ancora la Carta: «Il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psico-fisico». Non sappiamo quello di G., ma dopo quattro ore di insulti a Silvio, interviste a Oscar Luigi Scalfaro e telefonate di Paul Ginsborg, anche l’equilibrio psico-fisico di un frate trappista ne uscirebbe turbato.
Forse però ci sbagliamo, a forza di ascoltare  Libertà e Giustizia ci siamo intromboniti pure noi. Forse G. sta bene così, cresce  sereno nell’odio antropologico per i berlusconiani. E se intervenisse il Telefono azzurro si lamenterebbe con sdegno: «Azzurro, che orrore, rosso non si potrebbe averlo?».

di Francesco Borgonovo

07/02/2011





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Morto Giovanni Bollea, padre della neuropsichiatria moderna

Gemelline, c'è il testamento del padre

Corriere della sera

 

Segnalata in Corsica la presenza sia del padre che delle due figlie. Da qui poi si sarebbe imbarcato per Napoli

 

FOGGIA - Mentre continuano le ricerche in provincia di Foggia per rintracciare Alessia e Livia, le gemelle svizzere di 6 anni il cui padre si è ucciso giovedì sera gettandosi sotto un treno alla Stazione di Cerignola, nel Foggiano, gli investigatori stanno accertando alcune segnalazioni giunte in queste ore. In particolare sembra che il padre, Matthias Schepps, 43 anni, dopo aver rapito le figlie si fosse imbarcato a Marsiglia per la Corsica. Nell'isola, infatti, sarebbe stata segnalata la presenza sia del padre che delle due figlie. Da qui poi si sarebbe imbarcato per Napoli. Al momento non c'è alcuna certezza del viaggio effettuato dall'uomo e sul quale gli investigatori stanno cercando di avere ulteriori riscontri.

 

 

TESTAMENTO - Gli inquirenti hanno anche ritrovato il testamento dell'uomo nella sua casa di Saint Sulpice in Svizzera, dove viveva da solo dopo la separazione dalla moglie Irina Lucidi, 44 anni. Quest'ultima, invece, risiedeva in un'altra abitazione a Losanna, insieme alle figlie Livia e Alessia. Il testamento è stato redatto prima della scomparsa. L'uomo lascia una casa alla moglie e gli altri averi alle due figlie e ad altri parenti e manifesta intenzioni suicide come ha fatto in una cartellina spedita alla moglie da Marsiglia proprio intorno al 31 gennaio (giorno della scomparsa). In entrambi i documenti non si accenna alla sorte delle bambine. Intanto domenica mattina nella sede del commissariato di polizia di Cerignola, si è svolto un briefing tra tutte le forze dell'ordine e le altre organizzazioni impegnate nelle ricerche delle due bambine che continuano in tutta la provincia di Foggia, anche con l'utilizzo di cani «molecolari» in grado di seguire le tracce di persone scomparse anche annusando le molecole sospese in aria. In ogni caso alcuni indumenti delle due bambine sono stati fatti arrivare dalla Svizzera in particolare una copertina.

 

TELEFONO AZZURRO - Telefono Azzurro lavora in rete per ritrovare le piccole Alessia e Livia Schepp. Lo riferisce una nota dell'associazione che «ha inviato la richiesta di diffusione di informazioni sulla scomparsa e delle foto delle gemelline ai componenti del network di altri 12 Stati europei. La segnalazione ha già raggiunto Belgio, Paesi Bassi, Francia, Grecia, Italia, Polonia, Portogallo, Romania, Danimarca, Slovacchia, Ungheria, Svizzera, Gran Bretagna e Spagna». Telefono Azzurro, si legge nella nota, «invita chiunque abbia notizie o informazioni utili alle ricerche a contattare il numero 116.000, la linea diretta europea per i bambini scomparsi gestita dall'associazione, attiva 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.

 

Redazione online
06 febbraio 2011(ultima modifica: 07 febbraio 2011)

Chi non Ruba è un Cretino

Corriere della sera


I sogni svaniti e i «bisogni della gente» L'annuncio di un «progetto più rock» Citando una frase di Gesù sull'onestà

Il colloquio Adriano Celentano e Beppe Grillo, «due chiacchere sul mondo» al telefono. Dal cemento di Milano al bisogno di un «curatore di anime»
I sogni svaniti e i «bisogni della gente» L'annuncio di un «progetto più rock» Citando una frase di Gesù sull'onestà
Adriano Celentano, ogni tanto, manda un suo scritto al Corriere. Non sempre siamo d'accordo con lui. Ma la libertà dell'artista, specie di questi tempi, è sacra ed è sempre una ventata d'aria fresca. Per fortuna. È un colloquio con Beppe Grillo su temi d'attualità. Grillo non è mai stato tenero con noi. Ma anche la sua libertà qui è rispettata. (f. de b.)


Quando sento che il mio cellulare squilla, mi viene spontaneo rispondere senza guardare chi è che chiama. Claudia infatti mi rimprovera sempre: «Ma perché non guardi prima di rispondere?». Ha ragione, ma il mio è quasi un riflesso condizionato. Al primo squillo, a volte anche prima del primo squillo, è come se una scossa elettrica mi scaraventasse sul piccolo mostro per gridare con forza: «Pronto, chi è che parla?!?». «Ciao Adriano. Sono Beppe!». «Ah, ciao Beppe!». Era Grillo. Sì ogni tanto ci sentiamo per scambiare due chiacchiere sul mondo. Del resto l'Europa l'avevamo già trattata quando mi invitò nella sua casa al mare.

Adrian: «Come stanno le cinque stelle, brillano?».
Grillo: «Non solo brillano ma fanno scintille colorate, io sono proprio contento».
Il suono della voce che arriva dall'altro capo del telefono infatti non tradisce.
È quello di chi è fiero e orgoglioso del lavoro che ha fatto.
Grillo: «Il mio - dice - è un movimento che ormai cammina con le proprie gambe e si rigenera proprio nella forza dei giovani. Sono più di trecento quelli che entreranno come consiglieri comunali nei maggiori comuni d'Italia, e ognuno è ultracompetente nel suo ramo. A Bologna ne abbiamo due e sono bastati per bloccare la costruzione di una centrale nucleare. Questo è solo un esempio per farti capire quanto sia importante la nostra lenta ma inesorabile penetrabilità nei comuni».
Adrian: «Come posso non capirlo! Sono loro, i comuni, i maggiori responsabili dello sfacelo. I grandi devastatori di ciò che era la nostra bella Italia. Basta dare un'occhiata alle orripilanti ferite MORTALI che i genitori di Frankenstein (sindaco Moratti e Formigoni) hanno inferto alla città di Milano. La stanno DISSANGUANDO con la scusa di fare più case per la gente, ma in verità sono eleganti loculi tombali dove i milanesi, ormai indifferenti a tutto, moriranno di CANCRO. È di poche ore infatti l'approvazione dei nuovi CAMPI di STERMINIO, da parte del comune di Milano. Più di 7 milioni di metri quadrati apriranno le porte al CEMENTO.
Grillo: «Sapevo che parlando dei comuni avrei toccato un tasto a te molto caro».
Adrian: «Solo che... bisognerebbe trovare il modo di velocizzarla un po'».
Grillo: «Che cosa?».
Adrian: «La tua penetrabilità nei comuni...».
Il tempo di un sospiro e nel suo entusiasmo avverto come una leggera smagliatura.
Grillo: «Già... ma noi non prendiamo soldi da nessuno e i giornali e le televisioni se ne guardano bene dall'informare la gente sui nostri successi. Nelle cinque regioni in cui ci siamo presentati, Campania, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia ci hanno votati in 500 mila. Per legge avevamo diritto a un rimborso spese di un milione e 400 mila euro che lo Stato voleva darci, ma che noi abbiamo rifiutato in segno di protesta contro una legge che finanzia le campagne elettorali togliendo i soldi ai cittadini».
Adrian: «E allora come fate? Anche voi avrete bisogno di soldi, per pagare il personale, gli spostamenti, i permessi...».
Grillo: «Vedo che sei bravo a fare le domande...».
Adrian: «Nel senso che stavolta non c'è una risposta?».
Grillo: «C'è, eccome! È stabilito che un consigliere regionale abbia diritto a uno stipendio di 8 mila e passa euro al mese e tu non puoi rifiutarli, se te li danno li devi prendere. Ma siccome il movimento delle CINQUE STELLE ha il senso della misura, ha calcolato che 2.500 euro al mese sono più che sufficienti per un consigliere regionale».
Adrian: «E degli altri 6.000 cosa ne fate?».
Grillo: «Vengono reinvestiti in un conto deposito dove di volta in volta potranno servire per sovvenzionare il nostro parlare alla gente che purtroppo, come tu sai, ha un costo dal quale non ci si può sottrarre. Del resto anche i politici, credendo di dare il buono esempio, si sono ridotti lo stipendio. Ma con una leggera differenza: prendendo per il culo gli italiani han pensato di abbassarsi del 10% i loro 19mila e passa Euro mensili. Come vedi, nel loro 10% regna quel 90% di ipocrisia invece completamente AZZERATA dalla nostra autoriduzione che è quasi del 75%».
Adrian: «Non c'è dubbio che quello che stai facendo è bello e altamente nobile. Ma il Potere, purtroppo, oltre a essere quella brutta bestia che è, è anche molto ricco... coi soldi lui può comprare qualunque cosa in grado di schiacciarti».
Grillo: «Certo il Potere potrà schiacciarmi e magari lo farà anche, ma nessuno potrà fermare la macchina delle CINQUE STELLE. Essa è ormai un virus innescato in questa società sfaldata. Un virus che come le STAMINALI è capace di rigenerare e quindi riconvertire in bene tutto ciò che è moralmente malato e che soprattutto concerne l'animo, la coscienza, la sfera spirituale e non ciò che è fisico e reale. Un virus, quindi, destinato ad espandersi contro tutte le ricchezze corrotte del mondo».
Adrian: «Però sempre un progetto, a quanto pare, dai risultati lenti...».
Grillo: «Lenti ma inesorabili... perché tu, tanto per restare nel tuo linguaggio, ne conosci forse uno più rock?».
Adrian: «Sì, ma non lo dico. Non lo capiresti tu, figuriamoci i politici».
Grillo: «Senz'altro i politici non lo capirebbero e magari neanche io, ma la gente forse lo capirebbe...».
Adrian: «Sì, certo lo capirebbe... la gente ha bisogno di uno SCATTO. Uno scatto che gli indichi la DIREZIONE. Quella direzione ormai remota e persa tra le pieghe di un sogno purtroppo svanito. Uno scatto che comporterebbe senz'altro dei sacrifici ma a mio parere salutari perché, pur nel sacrificio, saremmo legati l'uno all'altro nella conquista di un nuovo modo di vivere. E il motivo per cui oggi l'uomo soffre sta proprio nel fatto di sentirsi slegato dagli altri in mezzo a tanta gente. È come se tutti ci addentrassimo in un sentiero che dobbiamo per forza percorrere, senza però alcun interesse per la meta a cui esso ci porta. Per cui sei tu quello veramente rock, hai saputo accendere una scintilla lenta ma inesorabile che divamperà quando meno te lo aspetti in un incendio purificatore, inestinguibile».
Grillo: «Però non mi hai ancora detto in cosa consiste lo scatto di cui parlavi».
Adrian: «Forse perché non ho ancora ben chiaro a quale scombussolamento esso ci porterebbe e da che parte eventualmente si dovrebbe cominciare...».
Grillo: «Non so cosa hai in mente, forse un giorno me lo dirai, ma il sentiero da percorrere purtroppo è tutt'altro che facile. È pieno di buche e di salta fossi, di ipocrisie, di politici che si vendono per pagare un mutuo o per avere una fiction in più e di altri che non si vendono, che vorrebbero davvero contribuire per il bene del Paese. Però sbagliano come ha fatto Veltroni, il quale non si accorge che nel momento in cui rilancia la patrimoniale automaticamente regala un milione di voti a Berlusconi. È così che vuol farlo cadere?».
Adrian: «Pensi che cadrà?».
Grillo: «Coi fatti dell'ultima ora certo non è messo tanto bene, ma se si andasse a votare, conoscendo gli italiani, c'è il rischio che possa essere rieletto. Tu pensi qualcosa di diverso?».
Adrian: «Il rischio effettivamente c'è. L'unica cosa che temo è che se ciò accadesse credo che lo stato di confusione in cui ora versa il Paese non si attenuerebbe, ANZI...».
Grillo: «Comunque il problema non è più Berlusconi, cade o non cade, lui ormai rappresenta il passato. Il problema vero invece è la caduta dell'economia. Il debito pubblico dell'Italia sfiora i 1.900 miliardi di Euro e continua ad aumentare. Una legge elettorale che non permette ai cittadini di eleggere direttamente il proprio rappresentante.
Più che un nuovo leader abbiamo bisogno di un curatore fallimentare che prendesse dei provvedimenti drastici: un tetto alle pensioni, abolire le Province, accorpare i comuni e abolire il doppio e triplo incarico dei nostri parlamentari... Matteoli, tanto per citarne uno, è contemporaneamente ministro e sindaco e come lui ce ne sono altri e questo non fa bene al Paese».
Adrian: «È incredibile come l'Italia sia ridotta a un vero e proprio groviglio di conflitti di interesse. Francamente penso che questa malattia, brutta malattia, abbia seriamente intaccato la natura degli italiani. Credo che, oltre al curatore fallimentare, noi italiani, ma non soltanto noi, abbiamo bisogno di un curatore ANIMALE, nel senso dell'ANIMA. Un curatore che ci insegni a ritrovare la via dell'onestà fin dalle piccole briciole. Come diceva Gesù: "Se già nel piccolo si è onesti, a maggior ragione lo si è nel grande"».
Grillo: «Sarà... ma io credo che i corruttori iniziano a essere disonesti proprio quando le briciole cominciano a diventar pagnotte. Io non so se Gesù l'ha detta veramente questa cosa, ma se proprio l'avesse detta mi permetto di pensare che forse quel giorno doveva essere leggermente distratto da quei tipi poco raccomandabili di bell'aspetto fuori, ma putridi dentro».
Adrian: «Poniamo il caso che tu sia il mio datore di lavoro. Oggi, giorno di sabato, nel riscuotere la paga mi accorgo che per errore mi hai dato 5 euro in più del dovuto. Se faccio finta di niente e tiro dritto, dentro di me mi vergogno anche se si tratta di una miseria. La mia coscienza subito mi direbbe che se già comincio a rubare le cose che neanche mi servono, figuriamoci cosa farò quando il bottino sarà molto più grande e desiderabile. Gesù, quindi, ci sta semplicemente dicendo che per praticare l'arte dell'onesto cittadino come anche quella del ladro è necessario un certo allenamento. Per cui se fin da piccoli ci alleniamo a rubare, non dobbiamo meravigliarci se poi da grandi, si forma in noi la malsana idea che CHI NON RUBA è un CRETINO».

Adriano Celentano
07 febbraio 2011



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Tensione e cariche ad Arcore Feriti lievi e due arresti

Corriere della sera

Bloccato un gruppo che voleva arrivare alla residenza del premier: interviene la polizia. Il Pdl:«Squadristi»


ARCORE (Monza e Brianza) - Duri momenti di tensione e qualche ferito sotto casa di Silvio Berlusconi ad Arcore. L'invasione del popolo Viola, inizialmente pacifica, colorata e goliardica, si è trasformata in una sortita delle frange estreme del corteo (per la polizia si tratta di anarchici, provenienti dai centri sociali di Milano) che ha tentato di raggiungere Villa San Martino, la residenza del premier. La polizia e i carabinieri li aspettavano al varco, all'incrocio tra via Roma e via Casati, la strada che conduce alla palazzina liberty del '700, dove peraltro in quel momento il Cavaliere non era presente. Tra i manifestanti che spingevano per raggiungere i cancelli d'ingresso, e il cordone della polizia, sono presto scoppiati i primi scontri. Ai lanci di oggetti e bottiglie di vetro, le forze dell'ordine hanno risposto con cariche e manganellate. Alla fine della giornata si conteranno numerosi feriti lievi e due manifestanti arrestati con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate.



SCONTRI - Come testimoniano i video di YouReporter, tutto era iniziato con qualche spintone tra poliziotti e manifestanti, poi gli agenti hanno fatto partire una breve manganellata. I manifestanti hanno allora fatto dietrofront, ma dopo pochi istanti sono tornati ad avanzare compatti. Dai caschi blu di polizia e carabinieri è stato eretto un muro di contenimento, e quando la situazione è precipitata, sono partita diverse cariche di alleggerimento. A questo punto è cominciata la sassaiola. Sono volati oggetti di ogni tipo, soprattutto bottiglie di vetro. Tornata la calma, dopo un'ora si sono verificati nuovi scontri con Polizia e carabinieri.

La manifestazione ad Arcore

INVITO ALLA CALMA - Dal gruppetto di giovani, alcuni dei quali appartenenti ai centri sociali tra cui il Cantiere di Milano, che intendevano raggiungere Villa San Martino, sono partiti diversi cori come «Aprite il varco fateci passare» o «Arrestatelo», mentre le camionette delle forze dell'ordine si sono a loro avvicinate per tentare di arginarli. Negli scontri, secondo quanto riferito da un funzionario della Questura addetto all'ordine pubblico, sarebbero rimasti contusi, ma non feriti, alcuni agenti, uno di questi è stato curato dentro la villa di Arcore. Tra i manifestanti, invece, è stato visto un ragazzo zoppicare vistosamente e anche una giovane allontanarsi piegata su se stessa e un uomo ferito alla testa.



IL POPOLO VIOLA SI DISSOCIA - Il Popolo Viola«si è dissociato» dalle frange violente che hanno ingaggiato scontri con la polizia. Gli organizzatori della manifestazione con oltre seimila persone che nel primo pomeriggio si era svolta senza alcun problema, hanno anche diramato una nota per rimarcare la loro estraneità dagli episodi di violenza. «Dal palco abbiamo più volte pregato di non fomentare casini, siamo famosi per essere pacifici», ha commentato Federico Ferme, uno dei promotori del sit-in. «Mi dissocio da questo non ragionare», ha detto riguardo le violenze. «Io sono andato in mezzo a loro per convincerli a desistere e sono stato travolto», ha aggiunto, riferendosi al gruppo che si è allontanato dal luogo della manifestazione ed è rimasto coinvolto in scontri con le forze dell'ordine mentre cercava di raggiungere la residenza del premier.

CICCHITTO - «È chiarissimo che c'è un tentativo di creare un'atmosfera generale, anche con manifestazioni di piazza, per radicalizzare ulteriormente lo scontro politico». È l'allarme di Fabrizio Cicchitto. «Questo messaggio - aggiunge infatti il capogruppo Pdl alla Camera - è contenuto chiaramente negli attacchi fuori misura lanciati fra ieri e oggi dai leader del Pd e dell'Italia dei Valori, dai discorsi fatti alla manifestazione di Libertà e Giustizia e adesso dagli incidenti provocati ad Arcore dal Popolo Viola».

FIANO (PD) - «Noi siamo da sempre e fermamente contrari a qualsiasi tipo di violenza collegata alla protesta politica. Per questo censuriamo i comportamenti di chi davanti alla villa di Arcore ha lanciato bottiglie o altri oggetti contro le forze dell'ordine e ci auguriamo che la maggioranza pacifica di quella manifestazione sappia sempre separare da se eventuali frange violente». È quanto si legge in una nota di Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza del Partito Democratico, che aggiunge: «Le nostre critiche costanti verso ogni forma di violenza non ci impediscono però di contrastare radicalmente chi come Daniele Capezzone portavoce del Pdl, per anni estremista del pensiero libertario, cerca di impedire preventivamente qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti del suo capo, Silvio Berlusconi. Lo squadrismo rosso o nero che sia, va combattuto insieme ma ho l'impressione che la libertà di pensiero in questo momento, non sia difesa certo da chi, come Capezzone, vorrebbe semplicemente impedire in questo paese il dissenso».


Redazione online
06 febbraio 2011