martedì 15 febbraio 2011

Una navicella italiana porterà i rifornimenti alla stazione spaziale

Corriere della sera


L'ATV-Kepler decollerà dalla Guyana francese spinta da un razzo Ariane-5

l'aggancio sarà controllato dal nostro astronauta paolo nespoli


L'Atv Kepler
L'Atv Kepler
MILANO - La navicella automatica ATV-Kepler dell’Esa europea porterà i rifornimenti alla stazione spaziale internazionale. Alle 23.13 (ora europea) di oggi il vettore Ariane-5 si alzerà dalla sua rampa a Kourou in Guyana francese traportando il prezioso carico verso la base cosmica sulla quale vive l’astronauta italiano Paolo Nespoli assieme ai colleghi americani e russi.

CARICO CONSISTENTE - Kepler, pesante complessivamente 20 tonnellate, è anche il carico più consistente mai lanciato dall’Europa. Al suo interno trasporta sette tonnellate di materiali tra cui 4.534 chilogrammi di propellenti che saranno utili per le operazioni che dovrà compiere quando sarà agganciato alla stazione spaziale. Se il primo compito è infatti rifornire la base, il secondo è appunto quello di compiere un rialzo dell’orbita dell’intera architettura grande come un campo di calcio accendendo i motori a razzo. La stazione rallentando a causa del sia pur debole attrito che incontra alla sua quota di 400 chilometri dalla Terra si abbassa lentamente attratta dalla gravità. Quindi per evitare che cada definitivamente bisogna rialzare la sua orbita. Ed è quello che, appunto, farà Kepler. Oltre ai propellenti ci sono apparecchiature e altri generi di necessità per la vita lassù, ma non trasporterà questa volta acqua perché sulla stazione se n’è accumulata in gran quantità. L’ATV (Automated Transfer Vehicle) è un veicolo automatico che una volta portato nello spazio da Ariane-5 volerà in direzione della stazione con i propri mezzi arrivando fino all’aggancio che sarà sorvegliato proprio da Paolo Nespoli dall’interno della base abitata.

VEICOLO SOFISTICATO - Si tratta dunque di un veicolo molto sofisticato con due pannelli solari che forniscono energia, sensori che rilevano l’obiettivo e computer in grado di elaborare la giusta rotta. E questo veicolo è nato in parte in Italia, nelle camere bianche di Thales Alenia Space, guidata da Luigi Pasquali. Diviso in due parti, quella anteriore del diametro di 4,6 metri che ospita i materiali da trasportare, è pressurizzata e proviene dall’Italia assieme ai sistemi del controllo termico passivo, dell’alimentazione elettrica dei sensori ottici, degli apparati di telecomunicazione per le telemetrie. Insomma c’è molto lavoro tricolore su questo veicolo che garantisce la continuità della vita sulla stazione. Kepler è il secondo veicolo che compie questo servizio; il primo era stato battezzato Jules Verne e volò nel 2008. Il prossimo si chiamerà «Edoardo Amaldi» ricordando il grande fisico amico e collaboratore di Enrico Fermi e tra i padri fondatori sia del Cern di Ginevra sia dei primi enti europei Eldo e Esro dalla cui fusione nacque poi l’Esa per affrontare le attività spaziali. E proprio per garantire i rifornimenti Thales ha un accordo per costruire sette di questi cargo ATV. In giugno quando avrà esaurito i suoi compiti Kepler verrà sganciato dalla stazione dopo essere stato riempito di tutto ciò che non serve più sulla stazione, rifiuti e spazzatura compresa, e verrà fatto disintegrare nell’atmosfera sull’Oceano Pacifico. Ma la sua missione avrà contribuito a garantire la continuità del lavoro sulla base orbitale e il benessere degli astronauti.

Redazione online
15 febbraio 2011



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Ucciso per un parcheggio a Roma: pene ridotte ai tre imputati per l'omicidio

Il Messaggero









L'auto di Andrea Bennato
ROMA - Conferma dell'impianto accusatorio ma riduzione di pena per gli accusati dello scontro a fuoco successivo a una lite per un parcheggio nel corso del quale nel dicembre 2005 fu ucciso a Roma Andrea Bennato. Per quel delitto, alla fine di marzo del 2008, il gup Luciano Imperiali, dopo il rito abbreviato, condannò Mario Maida a 12 anni di reclusione per l'accusa di omicidio, mentre a due suoi nipoti, Enrico e Gianluca Bennato (cugini della vittima), inflisse rispettivamente 8 anni, e 8 anni e 9 mesi di carcere per tentato omicidio.

La prima corte d'assise d'appello di Roma, presieduta da Mario Lucio D'Andria, ha oggi ridotto di un anno la pena inflitta a Maida (da dodici anni a undici anni di reclusione). Riduzioni più consistenti per gli altri due imputati; esclusa per entrambi l'aggravante della premeditazione, Gianluca Bennato è stato condannato a sei anni di carcere ed Enrico Bennato a 5 anni e mezzo.

La vicenda che culminò nell'assassinio di Andrea Bennato ebbe origine da una lite degenerata tra familiari nella zona di Casal del Marmo, alla periferia di Roma. La violenta discussione cominciò tra due ragazze - la fidanzata di un fratello di Andrea Bennato e la fidanzata di un cugino della vittima - per un parcheggio conteso. Andrea Bennato insieme con due suoi fratelli si presentarono con mazze da baseball sotto casa del cugino. A uscire dal palazzo, però, fu il padre del ragazzo, zio dei tre. Fu allora che la lite si trasformò in un conflitto a fuoco nel corso del quale Andrea Bennato fu ucciso.
Martedì 15 Febbraio 2011 - 15:58




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Morto Fabizio “Mortadella” Carroccia, storico tifoso romanista della Cucs

Il Messaggero









ROMA - È morto questa mattina dopo una lunga malattia, Fabrizio Carroccia, storico ultrà della Roma ai tempi del Commando ultrà curva sud (Cucs). La camera ardente è stata allestita presso l'Ospedale San Carlo (zona Aurelia). Per rendere omaggio a Carroccia gli orari sono oggi fino alle 18,30 e domani dalle 9,30 alle 13,30. I funerali si svolgeranno domani alle 15,30 al Verano.

Molto noto nell'ambiente della tifoseria romanista, Carroccia, 46 anni, meglio conosciuto come "er mortadella", era stato solo sfiorato dalle intercettazioni telefoniche dello scandalo di Calciopoli: in una registrazione chiede a Luciano Moggi - di cui era amico - di aiutarlo a liberarsi dal Divieto di accesso alla manifestazioni sportive (Daspo), cui era sottoposto. Più indietro nel tempo, alla fine degli anni '90, fu protagonista di una dichiarazione dell'ex presidente della Figc Luciano Nizzola: «Non conosco il signor mortadella». Celebre anche una fotografia che lo ritrae insieme all'ex designatore degli arbitri Baldas.

Il delegato del sindaco di Roma allo Sport, Alessandro Cochi ha espresso il suo cordoglio. «Abbiamo appreso con tristezza della prematura scomparsa di Fabrizio Carroccia, grande appassionato di calcio e storico rappresentante della tifoseria giallorossa. La sua caratteristica goliardia che ho avuto modo di apprezzare personalmente sin da quando ci siamo conosciuti e che lo ha reso noto in tutta Italia, era tipica espressione di certa romanità, tratto distintivo della Roma popolare».
Lunedì 14 Febbraio 2011 - 18:02    Ultimo aggiornamento: 18:31






Morto Eddy Monetti: la sua sartoria vestì De Nicola, De Sica e Marotta

Corriere del mezzogiorno


Stilista, ereditò la storica ditta di famiglia moltiplicando negozi e offerta, passando dai cappelli al total look



Eddy Monetti
Eddy Monetti

NAPOLI - È morto Eddy Monetti, il maestro di stile e imprenditore dell'alta moda, erede di uno delle griffes più importanti di Napoli. Il mondo dell'eleganza perde certamente uno dei suoi grandi protagonisti. Monetti già da tempo lavorava dietro le quinte avendo lasciato la guida dell'impresa ai figli Assia, Salvatore e Rossella.

LA STORIA - Eddy ereditò la sartoria di famiglia, una delle ditte storiche di Napoli, fondata dal nonno Eduardo Monetti nel 1887.
Aveva appena 20 anni e una passione per il giornalismo che riprenderà in tarda età con una rubrica settimanale di costume sul Corriere del Mezzogiorno.

Per anni il negozio di via Chiaia vedette solo cappelli. Durante la seconda guerra mondiale la vendita si allargò a cravatte, giacche da camera e altri accessori. Dopo nonno Eduardo, di cui Eddy portava il nome, fu Salvatore a portare avanti la ditta di famiglia che arrivò ad avere ben sei vetrine. Clienti erano napoletani come Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica, Vittorio De Sica, lo scrittore Marotta e molti altri. È negli anni Sessanta che Eddy Monetti moltiplica così i punti di vendita in Santa Caterina, via Scarlatti, via dei Mille a Napoli e a Roma in via Condotti. Fino ad arrivare a Milano, prima in via Montenapoleone e poi in Piazza San Babila. Oggi il suo brand è diffuso in tutto il mondo, anche in Cina dove a dicembre Monetti aveva aperto una nuova boutique.


Redazione online
15 febbraio 2011




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Attacco hacker al Giornale Anonymous ha provato a metterci il bavaglio

di Clarissa Gigante


Da questa mattina, il nostro sito è sotto l'attacco degli hacker. Grazie al lavoro di polizia postale e Telecom, l'oscuramento è durato solo pochi minuti. E' un attacco alla libertà di stampa che condanniamo



 

Milano - Anche IlGiornale.it è finito nel mirino di Anonynmous, il gruppo di hacker attivisti che già nei giorni scorsi si era scagliato contro i siti governativi italiani. Da questa mattina, il nostro sito sta subendo l'attacco dei pirati informatici. Poco dopo mezzogiorno gli hacker sono riusciti nel loro intento, ma grazie alla polizia postale che ci ha avvisato per tempo, a Telecom che ha messo in piedi una piattaforma di sicurezza e al lavoro dei tecnici l'oscuramento è durato solo pochi minuti.  

Un attacco alla libertà di stampa L'allarme è arrivato domenica dalla polizia postale, che da circa tre mesi, dopo la vicenda Wikileaks, ha messo in piedi un servizio ad hoc. Nei giorni scorsi, i signori di Anonymous hanno detto che avrebbero attaccato un sito di informazione. Stavolta è toccato a noi, come è capitato domenica scorsa ai siti Camera.it, Governo.it, Senato.it e Parlamento.it e per meno tempo anche a Mediaset.it anche a domenica scorsa. Ora le mire dei pirati sembra si siano spostate verso siti iraniani, ma questo resta un attacco alla libertà di stampa e di pensiero che condanniamo fermamente.

L'Operazione Italia Sotto la bandiera di Anonymous si riunisce un gruppo di hacker attivisti noti per protestare tramite attacchi DdoS (Distribuated denial of Service). In pratica, più pc controllati dagli hacker si collegano contemporaneamente ad un sito saturandone le risorse. Il gruppo è nato spontaneamente e agisce da diversi anni, ma sono arrivati sulle pagine dei giornali italiani da quando hanno affiancato Wikileaks, l'organizzazione di Assange che ha rivelato documenti segreti di tutto il mondo. A fine gennaio hanno annunciato l'"Operazione Italia", con la quale si schieravano contro il Governo italiano che, si legge in un comunicato, "ha tra le sue priorità quelle di censurare il web, di rendere la giustizia uno strumento iniquo, di favorire la prostituzione, di praticare oscuri rapporti con la mafia, di corrompere e manipolare l’informazione per fini personali".





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Funerale di San Pio: ecco il video inedito

Corriere del mezzogiorno

 

È del barese Gaetano Mastrorilli, suo fotografo ufficiale
Presto sarà allestita la mostra a San Giovanni Rotondo

 

Il funerale di San Pio in un filmato inedito realizzato dal barese Gaetano Mastrorilli, suo fotografo ufficiale. È stata sua figlia Patrizia a ritrovare un filmato super 8, mai visto prima, che ha una durata di circa tre minuti e da cui è tratta questa sequenza di pochi secondi, dove si ritrae il momento della veglia funebre del padre cappuccino di Pietrelcina.

 

 

IL COMPITO - Ed è ancora lei a curare nel novembre dello scorso anno la mostra «Il fotografo e il Santo», dedicata a suo padre Gaetano, che prossimamente potrebbe essere allestita a San Giovanni Rotondo. Nel primo decennio degli anni cinquanta Mastrorilli fu incaricato dalla Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale voluto da Padre Pio, di seguire il frate e da allora l’ha immortalato in un numero imprecisato di foto.

 

IL MATERIALE - Tra questi scatti si sono ricavate le centinaia di cartoline, ancora oggi acquistate dai fedeli, ed è stata scelta l’immagine esposta il 16 giugno del 2002 in Vaticano nel giorno della proclamazione a Santo. Oltre ai servizi fotografici, Mastrorilli è stato anche autore di ben 23 documentari, in formato 35 mm: sono gli stessi che vediamo spesso negli approfondimenti televisivi sul Santo, nei quali viene testimoniata la vita del frate con le stigmate nel suo peregrinare dalla Campania alla Puglia.

 

Mariangela Pollonio
12 febbraio 2011

Il costoso tour americano e i 50 mila dollari spariti

Il Tempo


La figura misteriosa di Bianchini: candidato e non eletto nel 2001.


Questa è la storia di un uomo misterioso. Il suo nome è Gino A. G. Bianchini ed è una delle figure chiave del libro «Attentato allo stato» scritto da Mario Di Domenico (cofondatore dell'Idv e fedele collaboratore del suo leader, prima di una fragorosa rottura tra i due) per raccontare il cambiamento operato da Antonio Di Pietro, passato - a suo dire - «da Mani Pulite a mani libere». Stando a Di Domenico, Bianchini è un italiano trapiantato a Miami, ben inserito negli ambienti dello Stato Vaticano. Lui e Tonino si ritrovano nell'ottobre del 2000 su un jet privato in giro per gli Usa. Con loro c'è anche Di Domenico, allora segretario del partito. L'ex pm è alla ricerca di finanziamenti, il suo fido collaboratore, però, si accorge che c'è qualcosa che non va. L'Italo-americano organizza per loro un tour a cinque stelle: «Un'ospitalità da nababbi. Limousine, Cadillac, aerei privati, hotel extra lusso», racconta. Quando, è il 22 marzo del 2001, Bianchini stacca un assegno da 50 mila dollari intestato all'Italia dei Valori, post datandolo al 13 maggio 2001 (la data delle elezioni), Di Domenico comincia a capire: «Promettevano di rimpinguare con ingenti somme le casse del partito, ma a patto che il Bianchini venisse eletto al Senato della Repubblica», scrive.

In effetti, un certo Gino Bianchini (un omonimo?) viene candidato nel collegio senatoriale Roma Trieste, ma poi non viene eletto. Di Pietro non condivide questa ricostruzione e (a Il Fatto Quotidiano il 6 febbraio 2010) dà la sua versione dei fatti: «Alla vigilia delle elezioni del 2006, noi non avevamo in cassa nemmeno una lira per fare la campagna elettorale. Allora chiedemmo un mutuo in banca». La richiesta non venne accettata e le banche chiesero una fideiussione per coprire la cifra desiderata. «La fideiussione quindi - prosegue Di Pietro - doveva essere garantita dai candidati. Io e Calò ci accollammo la quota superiore: 100mila euro a testa». Secondo il leader Idv l'assegno di Bianchini era una di queste quote: «Viene raccolta da Di Domenico, ma non viene incassato. Infatti lui ce l'ha perché se lo è tenuto, no? Se lo avessimo preso noi, l'assegno semplicemente non ci sarebbe».

E, in effetti, non c'è traccia del nome di Bianchini nell'elenco delle quote versate per la fideiussione, né nella lettera che Di Pietro invia ai vari sottoscrittori per comunicare la revoca della stessa dopo il versamento alla banca della prima quota del finanziamento pubblico ai partiti. C'è però qualcos'altro che non torna. In una lettera scritta a mano, su carta intestata del Senato, il 27 aprile del 2001, Bianchini si rivolge a Di Domenico lamentando il fatto di non riuscire ad incontrare né lui né Di Pietro. Non nascondendo il suo disappunto per la scarsa considerazione attribuitagli, scrive: «Vorrei tutti del partito si rendessero conto di quanta importanza FINANZIARIA il mio successo con la LISTA D.P. significa o significherebbe per lui e gli americani. Sharon (un avvocato che ha partecipato con loro al tour Usa, ndr) ed io non spendemmo per caso oltre 100 mila dollari per ospitarvi negli Usa».


Di Pietro e il caso dei rimborsi elettorali al partito. Ecco le carte

I documenti della battaglia giudiziaria tra Mario Di Domenico e il leader dell’Idv Antonio di Pietro. Due ex amici che assieme fondarono l’Idv e che ormai si parlano solo a suon di querele.
















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Dall'armata indignata vorrei sapere

Il Tempo


Cinque domande per "smascherare" le eroine della piazza.



Le donne scendono in piazza per protestare contro Berlusconi Cinque innocenti quesiti all'invincibile armata delle donne in piazza: 1) Siete sicure che l'animo e lo stile con cui vi siete impegnate nella difesa della dignità delle donne non comporti il misconoscimento dei diritti di tutte quelle donne che attraverso i millenni – da Eva alla Maddalena, da Afrodite a Circe, da Angelica a Marilyn Monroe, e così via seducendo e ammaliando – sono ascese alla gloria della religione e dell'arte anche e forse soprattutto per il generoso contributo offerto dalla loro bellezza e dal loro fascino alle loro carriere terrestri e celesti?

2) Ignorate forse che persino la nascita della vostra patria, della quale tutte voi, imbevute come siete di valori storici e ideali patriottici, state in questi giorni celebrando un po' dovunque il 150° anniversario, poté avvenire anche grazie al contributo che una bella, audace e nobile puttanella, la marchesina Virginia Oldoini, meglio nota come la contessa Castiglione, poté dare alla causa andando a Parigi a infilarsi, non ancora diciottenne, dietro suggerimento del cugino Camillo Benso di Cavour, nel letto di Napoleone III?

3) Riflettete un attimino sulla possibilità che queste vostre piazzate giustifichino questo celebre passo di Federico Nietzsche: «Delle donne si potrà fare, con alcuni secoli di educazione, tutto ciò che si vorrà, perfino degli uomini. Esse un giorno acquisiranno tutte le virtù maschili. Ma come sopporteremo il conseguente stadio di transizione, che forse potrà durare persino un paio di secoli, durante i quali le follie e le ingiustizie femminili, loro antichissimo retaggio, pretenderanno in più di prevalere su tutto ciò che è stato appreso e acquisito? Sarà questo il tempo in cui tutte le arti e le scienze saranno inondate e sommerse da un inaudito dilettantismo, il pensiero sarà condannato a morte da un chiacchiericcio dissennato, e la politica diventerà più fanatica e partigiana che mai».

4) Si sussurra che dalle innumerevoli assemblee femminili tenute nel corso di questa toccante giornata di lotta nelle milleduecento città che vi hanno partecipato siano uscite le seguenti proposte di questo tenore: a) Condannare a morte la bellezza; b) Mandare al rogo lo charme; c) Abolire non soltanto la mitologia greca e il culto di Venere Callipigia, ma anche quello di Maria Vergine, visto che non si capisce per quali imperscrutabili meriti e virtù intellettuali e professionali quella fanciulla giudea, presumibilmente analfabeta e in ogni senso disimpegnata, potè sedurre l'Eterno e convincerlo a fecondarla soltanto col potere di un grazia innata; d) Distruggere i nudi di Giorgione, Tiziano, Michelangelo, Veronese, Tiepolo, Goya, Renoir eccetera; e) Coprire gli schermi televisivi e cinematografici che mostrino cosce e culi politicamente non corretti: obbligare ope legis tutti i maschi dai quindici ai novant'anni a cedere alla lusinghe di tutte le befane della nostra società politica e culturale, nonché a innamorarsi di loro. Confermate queste indiscrezioni?

5) Sareste infine disposte ad ammettere che i vari e dissonanti motivi per cui detestate Berlusconi esprimono in fondo il sospetto che egli potrebbe a buon diritto legittimare i suoi gusti erotici limitandosi a prendere il posto di Cecco Angiolieri nell'ultima terzina del suo celebre sonetto, ossia mettendosi a canticchiare: «S'io fossi Silvio, come sono e fui, | torrei le donne giovani e leggiadre | e vecchie e laide lasserei altrui»?

Ruggero Guarini
15/02/2011



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Svelata la ricetta della Coca Cola

La Stampa




L'ingrediente misterioso, "7X", pubblicato 32 anni fa su un giornale di Atlanta


Lista e dosi su un sito Usa



ROMA

La ricetta della Coca-Cola è uno dei segreti commerciali più gelosamente custoditi al mondo: chiusa in un caveau di una banca americana ad Atlanta, con solo due dipendenti del colosso Usa, uno alla volta, autorizzati a conoscerne gli ingredient. E invece, adesso, il segreto è crollato. La ricetta è stata scoperta dal sito Usa Thisamericanlife in un giornale del 1979.

Segreto svelato, quindi, 125 anni dopo l'arrivo della Coca-Cola sul mercato, per mano del farmacista John Pemberton: il sito ha infatti rintracciato un articolo pubblicato 32 anni fa da un giornale locale di Atlanta, Atlanta Journal-Constitution, in cui, a pagina 28, appare la lista degli ingredienti e delle rispettive dosi.

La ricetta sarebbe stata scritta da un amico di Pemberton, che precisa come gli ingredienti della Coca-Cola siano «aromi naturali, compresa la caffeina, insieme ad acqua gassata, zucchero, acido fosforico e coloranti». La formula riporta le dosi esatte anche delle essenze necessarie per ottenere l'ingrediente segreto della Coca Cola, indicato come 7X. Sebbene rappresenti solo l'1% della bevanda, infatti, sarebbe proprio 7X a conferire alla famosa bevanda il suo inimitabile sapore.

Il sito ha quindi chiesto allo storico Mark Pendegrast, autore di una storia della bevanda, di valutare l'autenticità del testo: «Credo sia sicuramente una versione della formula». Se dovesse risultare vera, sarebbe così stata svelata la formula segreta di uno dei marchi più prestigiosi al mondo.




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Anonymous: piano segreto di una banca per per distruggere Wikileaks

Quotidiano.net


Potrebbe essere Bank of America ad aver proposto di sabotare il sito di Assange e screditare i giornalisti e blogger solidali con il portale che svela segreti militari



Roma, 15 febbraio 2011



Il gruppo di hacker-attivisti di Anonymous, recenti protagonisti degli attacchi informati ai siti del governo italiano, hanno rivelato che un consorzio di contractor privati aveva proposto di attaccare e screditare Wikileaks.

La scorsa settimana alcuni volontari di Anonymous si sono introdotti nei server di HB Gary Federal, una compagnia di sicurezza che vende servizi investigativi alle aziende, e ha pubblicato su internet migliaia di e-mail della compagnia.

Una “vendetta informatica” dopo le dichiarazioni dell’amministratore delegato di HB Gary Federal, Aaron Barr, che sosteneva di essersi infiltrato con successo nell’organizzazione di hacker e di averne svelato dettagli sulla leadership e sulla struttura.

Attivisti, giornalisti e blogger si sono subito messi a esaminare pazientemente email e hanno scoperto quella che sembra una proposta avanzata alla Bank of America di sabotare WikiLeaks e screditare i giornalisti solidali con il portale che svela segreti militari.

La presentazione in PowerPoint afferma che un trio di compagnie per la sicurezza informatica - HB Gary Federal, Palantir Technologies e Berico Technologies - è già preparato a un attacco contro WikiLeaks, che secondo indiscrezioni sarebbe pronto a divulgare una serie di informazione potenzialmente causa di profondo imbarazzo per Bank of America.

La presentazione, che l’Independent ha potuto esaminare, sollecita un attacco contro WikiLeaks che comprenda l’invio di notizie volutamenmte false per minare la credibilità del sito, spianando la strada ad attacchi informatici che svelino le fonti di WikiLeaks e stanino i giornalisti vicini al sito di Julian Assange.

Tra loro è esplicitamente menzionato Glenn Greenwald, un reporter sostenitore di WikiLeaks negli Stati Uniti. Un’altra e-mail scritta da Barr a un dipendente di Palantir suggerisce che i dipendenti della compagnia dovrebbero rintracciare e intimidire chi fa donazioni a WikiLeaks. Bank of America non sembra aver sollecitato direttamente i servizi di HB Gary Federal. Ha invece esposto l’idea a Hunton and Williams, studio legale che rappresenta l’istituto di credito.






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Van Gogh, mistero dei girasoli Ora il giallo diventa marrone

di Giordano Bruno Guerri



Uno studio scientifico lancia l'allarme: il colore "sole" che ha reso celebre la pittura del maestro olandese si sta spegnendo a causa di un processo chimico. Una tinta unica al mondo che nasce non dalla pazzia dell'artista, ma dal suo dolore



 

I gialli luminosi dei quadri di Vincent van Gogh si stanno lentamente spegnendo. È la triste notizia data da un gruppo di ricercatori europei, fra cui molti italiani, e apparsa ieri sulla rivista Analytical Chemistry: «Le sfumature del giallo, tipiche della vibrante pittura di van Gogh e di altri impressionisti come Pissarro, Manet e Reinoir, sono a rischio», spiega Costanza Miliani, ricercatrice dell’Istm-Cnr e coautrice dello studio, perché quei gialli sono a base di cromato di piombo e hanno una scarsa stabilità chimica e fotochimica, «che si manifesta nel tempo con un marcato imbrunimento». I pittori del XIX secolo erano stati attratti dalle possibilità espressive dei pigmenti di nuova formulazione prodotti grazie all’evoluzione della chimica di sintesi, ma alcuni di questi pigmenti hanno mostrato nel tempo una maggiore – e deleteria - reattività rispetto agli agenti atmosferici come luce, temperatura e umidità, rispetto ai materiali naturali dell’arte tradizionale.

Notizia tristissima, perché il «giallo van Gogh» ha emozionato e continua a emozionare chiunque lo guardi con partecipazione emotiva. Lo ha dimostrato il successo della recente mostra al Vittoriano (aperta fino al 20 febbraio), lo ha confermato il successo della performance teatrale di Paola Veneto, La discesa infinita, rappresentata pochi giorni fa dalla «Piccola Compagnia la Luna e sei soldi», proprio al Vittoriano. E noi non vogliamo che quei gialli si spengano. A costo di sembrare pazzi. Come “pazzo” fu definito van Gogh anche a causa di quei colori allucinati.

Da più di un secolo psicanalisti e psichiatri si sono addirittura divisi in due scuole: i francesi dicono che van Gogh era epilettico e i tedeschi che era schizofrenico. Poi ci sono centinaia di altri che hanno avanzato una quantità incredibile di ipotesi sofisticate. Ne elenco solo alcune: colpo di sole cronico o influenza del giallo, epilessia psicomotoria, dromomania, eccitazione maniacale, desiderio di castrazione, omosessualità inconscia di tipo masochista e passivo, intossicazione da essenza di trementina. Infine, persino febbre gialla, a giustificare tutto quel giallo nei dipinti. Per me, che in un libro su van Gogh ho aggiunto un punto interrogativo dopo Follia, sono sciocchezze. La cosiddetta follia di van Gogh fu un prodotto – anche – della denutrizione e dell’eccessivo uso di assenzio: sentite cosa disse il 24 marzo 1889, con una semplicità commovente, al dottor Rey che lo rimproverava di avere bevuto troppo alcol: «Lo ammetto, ma per raggiungere l’alta nota gialla che ho raggiunto quest’estate ho dovuto montarmi un poco». Alcol, sì, ma soprattutto il frutto di un dolore estetico/esistenziale.

Ho trovato un’impressionante somiglianza in un passaggio della Nausea di Jean-Paul Sartre (1938) e in una lettera di Vincent al fratello Theo, quasi mezzo secolo prima. Scrive Sartre, nel suo romanzo sull’esistenzialismo: «Quella radice. Tutto in rapporto a essa era assurdo. Assurda. In rapporto ai sassi, ai cespugli, all’erba gialla, al fango secco, all’albero, al cielo. Assurda, irriducibile. Niente, nemmeno un delirio profondo e segreto della natura poteva spiegarla. Davanti a quella grossa zampa rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza. Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Quella radice esisteva, e in un modo che io non potevo spiegarla».

Van Gogh aveva scritto: «Se si disegna un salice come se fosse un essere vivente, e in definitiva lo è veramente, tutto il resto segue con facilità. Basta concentrare l’attenzione su quell’unico albero finché non si è riusciti a infondergli la vita. Volevo esprimere qualcosa della lotta della vita sia in quella pallida e sottile figura di donna come pure nelle radici nere, contorte e nodose. O meglio: visto che ho cercato di riprodurre fedelmente la natura come io la vedevo, senza farci su della filosofia, in tutti e due i casi, involontariamente, si vede qualcosa di quella lotta. Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia, ma il dolore vero».

Van Gogh ci mostra la disperata, violenta, volontà di esistere della natura, e la esprime soprattutto attraverso quel colore. Il giallo dei campi di Van Gogh è lo stesso giallo accecante di chi guarda dritto il sole nel pieno della sua luce. È il sole che si trasferisce sulla terra nelle spighe di grano, con una forza e una brutalità che affascinano noi come affascinavano Vincent. I mietitori, nei suoi quadri, sono come travolti da quell’urto, che assume i movimenti delle onde del mare. Insomma, credo che la chimica c’entri poco con l’emozione che ci dà quel giallo, ma ora bisogna assolutamente salvarlo. I primi risultati suggeriscono, per una cupa legge del contrappasso, di proteggere le pitture dagli UV, ovvero proprio da quella luce solare che volevano esaltare. Confidiamo che la scienza possa fare di più. Spesso è capace di emozionarci anche lei.
www.giordanobrunoguerri.it



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Altro che leader di destra Fini ormai è diventato lo zerbino di Bocchino

di Mario Giordano



Fini ha mollato la maggioranza per ridursi a maggiordomo di Bocchino "pigliatutto". E gli ubbidisce come con il clan Tulliani



 
Doveva governare l’Italia, non riesce nemmeno a governare l’Italo. Povero Gianfranco, che tri­ste parabola: non voleva fare il se­condo di Berlusconi, adesso è co­­stretto a fare il maggiordomo di Bocchino. Ma sì, dài, avete visto com’è finitol’atte­so raduno di Rho? Fini ha chinato la testa di fronte ai diktat notturni del falchetto di Na­poli, gli ha sacrifi­cato buona parte dei suoi più fedeli collaboratori, e gli ha consegnato nelle mani quel che resta del partito, poco Futuro e nessuna Libertà. Non male: il leader che avrebbe dovuto con­durre con mano ferma il Paese verso un domani radioso, a fatica riesce a condurre un’assemblea politica verso un domani litigioso. Considerato quel che si è visto, viene da pensare che quest’uomo avrebbe problemi anche a gestire un’assemblea di condominio. Riuscirebbe a prendere una sola decisione: la riunione è sospesa. E Bocchino, naturalmente, fa l’amministratore.
Che Fini non fosse un con-dottiero, l’avevamo già immaginato. Che il suo carisma fosse simile a quello di una pantegana col mal di pancia,l’avevamo pure pensato. E che fosse propenso a farsi mettere i piedi in testa un po’ da tutti,l’avevamo sospettato da quando abbiamo saputo delle sue meravigliosa gesta nel mondo fatato dei Tullianos : uno che si fa abbindolare dall’ex fidanzata di Gaucci; uno che per amor elisabetto mette a rischio la faccia, oltre che la carriera politica; uno che non riesce a farsi dir la verità sulla casa di Montecarlo dal cognatino con la Ferrari; uno che soccombe alle ragioni della suocera fino a far imprudenti pressioni sulla Rai per accreditarla come produttrice di programmi televisivi; ebbene, da uno così non ci si può certo aspettare che tiri fuori gli attributi quando si tratta di far politica. Si sa che ama andare a fondo, ma solo quando va al mare. Quando resta a Roma tutt’al più galleggia. O, peggio, nasconde la testa sotto la sabbia.
Però, ecco, c’è un limite a tutto. L’altra sera mica doveva mettere d’accordo Putin e Obama, né Gheddafi e Israele, non gli toccava la mediazione fra Marchionne e la Fiom, o fra i colossi del credito e la finanza internazionale. Macché: doveva mediare tra Bocchino e Urso, Viespoli e Della Vedova. Bocchino e Urso, avete capito? Siamo all’abc della politica, allo stracchino contro la mozzarella, un braccio di ferro da formaggio fuso, insomma, roba che anche Topo Gigio avrebbe qualche possibilità di riuscirci. Fini no. S’è alzato dal tavolo, poi ha lanciato una mediazione, poi s’è rimangiato tutto. E alla fine ha venduto Urso e i moderati, consegnando quel po’ di organizzazione che gli è rimasta nelle mani di Italo Bocchino. Cioè del più spregiudicato. Quello che urla più forte. Tipico atteggiamento da leader, no? Darla sempre vinta a chi alza la voce.
A questo punto, torna la domanda centrale di tutta questa assurda vicenda: ne è valsa la pena? Gianfranco Fini era il numero due del Pdl, era a capo di una maggioranza salda che aveva la possibilità di governare il Paese nei prossimi anni, aveva la possibilità di fare le riforme, di far sentire le sue ragioni, di costruire davvero un pezzo di futuro (e di libertà). E invece ha buttato tutto all’aria. Ha messo in difficoltà il partito, la maggioranza, il Paese, le istituzioni. E tutto questo per cosa? Per dare un partito a Bocchino.
Un partitino piccino picciò, roba da organizzazione dei pensionati, una specie di giocattolino per non annoiarsi nelle sere d’inverno e poter essere invitati al gran ballo del Quirinale. Niente più. Perfetto, si capisce, adesso Italo sarà contento. Ma se a Italo viene voglia di diventare presidente di una squadra di calcio, Fini che fa? Gli compra la Lazio? E se gli viene voglia di diventare cantante? Gli affitta il teatro Ariston di Sanremo? Con Gianni Morandi come spalla?
Da dove venga tanto potere di Bocchino su Gianfranco è difficile sapere. Però i fatti sono evidenti: Italo ha iniziato la carriera facendo l’autista di Tatarella, ma adesso usa Fini come un taxi. Si fa portare in giro, a tassametro zero. E lui, Gianfry dei Tullianos , «l’uomo che l’Italia aspettava, il leader che salverà il Paese», come lo inneggiarono a Bastia Umbra sfiorando il culto della personalità, quello cui si rivolgevano gli intellettuali dicendo: «L’Italia ha bisogno di lei», quello coccolato e blandito da Fazio, Saviano, Muccino, dagli scrittori dei salotti chic e dalla sinistra engagé , ebbene lui, s’è ridotto a far lo zerbino d’Italo, il portatore d’acqua di un deputato che fino all’anno scorso considerava poco più di nulla.
Bel risultato, presidente Fini, complimenti: forse così riuscirà a far sopravvivere un inutile partitino. Sicuramente non riuscirà a sopravvivere lei: un leader, per essere un leader, deve dimostrare che pensa al futuro dell’Italia. Mica solo al futuro dell’Italo.




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La Cina si compra il suo Panama

La Stampa


I cinesi vogliono costruire in Colombia una linea ferroviaria alternativa al Canale e in Asia pensano di tagliare il Sud della Thailandia per farci passare le navi

Imprese titaniche. I cinesi ridisegneranno gli equilibri commerciali?



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

Pechino punta su Bogotà per spostare a suo favore gli equilibri commerciali delle Americhe. La Cina è in trattative per costruire una rete ferroviaria in grado di collegare la costa atlantica a quella pacifica della Colombia e rimettere in discussione così lo strapotere del canale di Panama. Il «dry canal», o «corridoio a rotaia» è un’ulteriore prova dell’aggressiva politica di penetrazione con cui, ad Est come ad Ovest, Pechino vuole imporre la propria egemonia commerciale.

Ne è parte integrante ad esempio, il progetto di ricavare nell’Istmo di Kra, in Thailandia, un nuovo sbocco tra Oceano Indiano e Pacifico. «E’ una proposta reale e la trattativa è in fase avanzata - spiega al Financial Times il presidente colombiano Manuel Santos - Gli studi si basano principalmente sui costi per tonnellata del trasporto delle merci, e sino ad ora l’investimento appare conveniente».

Il «dry canal» (canale asciutto) si estenderà per 220 chilometri unendo la costa del Pacifico a una nuova cittadina nei pressi di Cartagena, dove le merci cinesi verranno riassemblate e faranno rotta verso le diverse destinazioni del continente americano. Le materie prime colombiane invece seguiranno la direzione opposta verso la Cina. «Non voglio creare attese esagerate ma il progetto ha un significato importante - prosegue Santos -.

La Cina del resto è il nuovo motore dell’economia globale». La Colombia auspica da tempo la creazione di una via di comunicazione alternativa al canale che si estende per 81,1 km sull’istmo di Panama. Sebbene Bogotà sia il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina, dove ora svolge il ruolo di bastione contro le derive socialiste del vicino Venezuela, negli ultimi tempi ha lamentato lo stallo del trattato di libero scambio a Washington.

L’accordo è stato infatti siglato da entrambi i governi quattro anni fa ma ancora deve essere ratificato dal Congresso Usa. Il progetto del corridoio a rotaia è usato come leva sull’alleato americano, anche se il nuovo asse con Pechino è un dato di fatto visto che negli ultimi anni le relazioni commerciali tra Cina e Colombia si sono più che rafforzate. Il valore complessivo degli scambi è cresciuto dai 10 milioni di dollari del 1998 ai 5 miliardi del 2010, e il Paese del Dragone è divenuto il secondo partner commerciale della nazione latino-americana, alle spalle degli Usa.

Il «dry canal» del resto è solo il progetto di punta di un vasto programma con il quale la Cina è pronta a finanziarie il rafforzamento della rete infrastrutturale e dei trasporti col partner latino-americano. Tra gli altri ad esempio c’è la realizzazione una nuova rete ferroviaria di 791 km e l’ampliamento del porto di Bonaventura sul Pacifico. Si tratta di progetti del valore di 7,6 miliardi di dollari che saranno finanziati dalla Chinese Development Bank e gestiti dalla China Railway Group.

In cambio Pechino punta a mettere una seria ipoteca sui giacimenti di carbone di cui la Colombia è il quinto produttore mondiale, ma che sino ad oggi veniva esportato passando attraverso i porti dell’Atlantico. Alcuni dubitano della reale competitività del «Dry canal», specie alla luce del progetto da 5,25 miliardi di dollari per l’ampliamento del canale di Panama, che sarà completato in occasione del centenario nel 2014.

Tuttavia il «corridoio a rotaia» conferma le ambizioni di Pechino nei confronti delle economie in via di sviluppo alle quali negli ultimi due anni le banche cinesi hanno concesso prestiti superiori a quelli erogati dalla Banca mondiale. La conferma giunge da «Monsoon: L’Oceano Indiano e il futuro del potere americano », un recente libro dello scrittore e giornalista Robert Kaplan.

Nel capitolo sulla « Strategia cinese dei due Oceani », Kaplan racconta di un monumentale progetto da 20 miliardi di dollari con il quale i cinesi vogliono scavare l’istmo di Kra nella Thailandia meridionale per creare una via navigabile «rivale al canale di Panama» (Pechino ha reso pubbliche tali sue intenzioni nel 2005: aveva parlato di dieci anni di lavori con l’impiego di 30 mila operai).

In questo modo i mercantili eviterebbero di attraversare lo stretto di Malacca, tra Malesia e Indonesia, un tratto di mare pericoloso e infestato dai pirati, consentendo al Paese del Dragone - risparmiando giorni di navigazione per le sue merci sulla rotta Est/ Ovest di diventare la potenza marittima dei due oceani, e di rafforzare la sua influenza anche nel Sud-Est asiatico.




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Terminato il sopralluogo in casa Misseri Garofano: «Ispezione molto utile»

Corriere del mezzogiorno

Hanno partecipato anche gli avvocati Biscotti e Gentile
I controlli sono durati circa due ore, redatto un verbale


AVETRANA - È cominciato in via Deledda 20, ad Avetrana, il sopralluogo in casa Misseri da parte dei legali della famiglia di Sarah Scazzi, chiesto nell’ambito di indagini difensive. Al sopralluogo partecipano gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, legali di Concetta Scazzi, l’ex generale dei Ris di Parma e consulente di parte, generale Luciano Garofano, l’avvocato Antonio Cozza, legale di Claudio Scazzi e l’avvocato Luigi Palmieri.

IL SOPRALLUOGO - Il legale di Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri. Il sopralluogo è stato chiesto alla famiglia Misseri per verificare lo stato dei luoghi e sarà esteso presumibilmente anche al garage di casa dove, secondo quanto accertato fino ad oggi dalla Procura della Repubblica di Taranto, sarebbe avvenuto l’omicidio di Sarah Scazzi.



Il sopralluogo nella villetta dei Misseri


LE CONCLUSIONI - Il sopralluogo è durato circa due ore e al termine è stato redatto un verbale. Al sopralluogo era presente anche Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri insieme al suo legale. Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi, è in carcere dal 7 ottobre scorso, da quando, cioè, confessò di aver ucciso la nipote. In seguito modificò la sua versione, accusando dell’omicidio la figlia, Sabrina, che è in carcere per concorso in omicidio dal 15 ottobre. «È stata una ispezione molto utile e devo dire che abbiamo avuto anche una disponibilità molto apprezzata della signora Cosima (Serrano, moglie di Michele Misseri ndr)»ha detto il generale Luciano Garofanno, consulente di parte della famiglia Scazzi. Nel corso del sopralluogo sono stati compiuti rilievi metrici e riprese video e fotografiche. In particolare, è stata concentrata l’attenzione su una porta che dal cucinino di casa Misseri apre sul retro dell’abitazione all’aperto per poi condurre in garage.

Quella porta, per quanto emerso sino ad oggi dalle indagini, all’epoca dei fatti sarebbe stata ostruita da alcune suppellettili che sarebbero state rimosse successivamente dai carabinieri del Ris durante i sopralluoghi. Dalla porta sarebbe stata prelevata a suo tempo dai Ris la maniglia per ulteriori accertamenti. «Le ipotesi le fa la Procura - ha commentato Garofano riferendosi all’eventualità che il delitto di Sarah Scazzi sia stato compiuto in casa e non in garage - il nostro compito è di contribuire per la memoria di Sarah, per la signora Concetta e per tutta la famiglia Scazzi, a stabilire la verità. Siccome questo appartamento e questo garage comunque sembrerebbero il teatro di un omicidio, è chiaro che noi dovevamo fare i nostri approfondimento e la nostra ispezione».

IL LEGALE - «Senza voler fare alcuna ipotesi, abbiamo preso piena consapevolezza che c’è un accesso tra casa e garage, un accesso che si può aprire e questo è uno degli elementi sui quali ci siamo soffermati. Ma era anche importante prendere cognizione di tutti i luoghi, di tutte le stanze, del garage, secondo il racconto che ha fatto Michele Misseri nei suoi interrogatori» ha spiegato l’avvocato Walter Biscotti, al termine del sopralluogo in casa Misseri. Il riferimento è ad una porta che dal cucinino situato nel retro dell’abitazione conduce per qualche metro all’aperto per poi consentire l’ingresso nel garage, dove secondo l’attuale ipotesi accusatoria sarebbe stata uccisa Sarah.

«Sono stati raccolti - ha aggiunto Biscotti - elementi di riflessione importanti. L’unico riscontro per il momento è questo accesso da casa al garage. Non abbiamo elementi probatori per sostenere che l’omicidio sia avvenuto in casa, abbiamo elementi logici che ci impongono di pensare che può essere successo in casa. Alla storia del «cavalluccio» e del gioco per noi obiettivamente è difficile credere. Noi facciamo ipotesi e ragionamenti a 360 gradi, senza voler colpevolizzare nessuno. Non escludiamo nulla e cerchiamo - ha concluso - di contribuire, per quanto possiamo, a scoprire cosa è successo. Detto questo, quell’accesso diventa per noi elemento utile di approfondimento tecnico-scientifico».


Redazione online
14 febbraio 2011
(ultima modifica: 15 febbraio 2011)

Legittimamente impedito Di Pietro non va in tribunale

Il Tempo


L'ex pm e il caso dei rimborsi elettori al partito. Il leader dell’Idv manda il suo avvocato: "Altri impegni l’hanno costretto altrove".


Antonio Di Pietro Antonio Di Pietro diserta l’Aula. E questa volta non si tratta dell’«onorevole» leader dell’Idv che decide di non prendere parte ai lavori della Camera, ma proprio dell’«imputato», o meglio «convenuto», visto che si tratta di un processo civile, che ieri ha snobbato la convocazione a comparire davanti al giudice del tribunale di Milano.
«Signor giudice, il mio assistito Antonio Di Pietro si scusa con lei per non essere presente ma purtroppo altri impegni l'hanno costretto altrove e quindi, con procura notarile, ha mandato me a rappresentarlo», sono state le parole dell'avvocato Vincenzo Maruccio pronto a scagionare il leader dell'Idv dalla responsabilità di difendersi dall'accusa che mira a far dichiarare la nullità delle delibere assemleari Idv, costate allo Stato svariate milioni di euro.

L'ultimo atto della battaglia giudiziaria tra Mario Di Domenico e il leader dell'Idv Antonio di Pietro è andato in scena. Due ex amici che assieme fondarono l'Idv e che ormai si parlano solo a suon di querele. Un astio cresciuto nel tempo ma che, dopo la pubblicazione del libro di Di Domenico dal titolo «Il colpo allo Stato», sottotitolo «Da mani pulite a mani libere», ha scatenato le ire di Tonino. Un volume di 413 pagine nel quale l'autore, ex segretario dell'Idv, svela le presunte irregolarità e alcuni reati compiuti dall'ex pm. Tutto comunque da dimostrare.

Un libro che Di Pietro non è riuscito a bloccare per vie legali ma che ha tentato di screditare attaccando l'autore definendolo un «grafomane professionista colpito da ben 18 provvedimenti di diffida da parte dell'autorità giudiziaria». Accuse che Di Domenico, avvocato civilista, ha rispedito al mittente puntualizzando: «Il processo è stato solo uno, e sono stato io a denunciare il leader dell'Idv per truffa ai danni dello Stato».

E, proprio su questa ipotesi di reato, per la quale Di Pietro era già stato prosciolto in sede penale, Di Domenico è tornato a dare battaglia. Questa volta lo ha fatto in sede civile convinto di avere tutte le carte in regola per riportare Di Pietro in Tribunale e dimostrare la «truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche».

Tutto ha avuto inizio il 31.03.03 quando a Busto Arsizio, durante una riunione dell'Idv venne approvato il bilancio dell'organizzazione. Un'approvazione arrivata nell'ultimo giorno utile per la presentazione dei conti dei partiti e, grazie alla quale, Di Pietro è riuscito a riscuotere oltre 8 milioni di rimborsi elettorali. E proprio sulla validità di quel documento ha mosso le proprie obiezioni Di Domenico: «Non posso aver firmato io quel documento dato che quel giorno non ero a Busto Arsizio». Parole che Di Domenico aveva detto anche ai giudici del processo penale nel 2008. Con la differenza però che in quell'occasione Di Domenico, non ha saputo dire dove si trovasse. Una mancanza che portò il pm e lo stesso gip a dare validità alla delibera presentata da Di Pietro dando però a Di Domenico un'ultima possibilità: «Valida, fatto salvo non dovesse riuscire a dimostrare il contrario». Detto fatto. Ed ecco che Di Domenico è riuscito a produrre la prova, a suo dire, inconfutabile: «Il tribunale di Roma, attestava (...) - continua nel libro - che quel 31.03.03 io mi trovavo dinnanzi al Cancelliere della sez. XI, per la verifica del fascicolo e costituzione in altro processo».

Una prova ritenuta così schiacciante che lo stesso Tribunale di Milano in data 16.12.2010 ha fissato proprio per ieri l'udienza «nel tentativo di conciliare con le parti» invitando la «parte convenuta a presentarsi in udienza munita della delibera di approvazione del bilancio del 31.03.03» in originale. E così è stato. Il procuratore di Di Pietro ha presentato il documento sul quale però Di Domenico è tornato a sollevare perplessità: «A quel testo mancano tutti i requisiti di completezza e regolarità: la numerazione progressiva delle pagine, la punzonatura del timbro notarile, il nome del notaio che avrebbe provveduto all'obbligo di legge». E poi aggiunge: «Mi era stato chiesto di conciliare ma io ho respinto perché ritengo di non potermi accordare sulla nullità di delibere che hanno comportato esborsi a carico della finanza pubblica dello Stato. Ora ho intenzione di sporgere querela di falso. Ho tempo fino al 10 marzo visto che il giudice ne ha autorizzato la presentazione. Questo è un segno che il giudice ne ha ritenuto il fondamento».

Sulla vicenda avremmo voluto sentire anche la versione di Di Pietro, purtroppo però la sua portavoce non è riusciata a contattarlo per tutto il pomeriggio. Tutto quindi rimandato alla prossima udienza fissata il 5 aprile. Speriamo che almeno quel giorno Di Pietro non sia «legittimamente impegnato».



Alessandro Bertasi
15/02/2011




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La vera storia della piazza rosa spontanea? E' stata finanziata e organizzata da Pd e Cgil

di Paola Setti



Il solito bluff dei numeri: domenica alla manifestazione c’erano le stesse donne che da 17 anni protestano contro Berlusconi. Unica novità: le signore del Fli



 
Per dirla con Nicola Piepoli, che la dice a sua volta con Orazio: «Odi profanum vulgus, et arceo», e cioè odio il volgo profano e me ne tengo lontano. «Le piazze sono volgari, da piazza Tienanmen a piazza Tahir a piazza del Popolo, io non ne voglio sapere nulla» ride. Beato lui. Qui invece urge capire. Non per arrampicarsi sulle barricate, di qui Mariastella Gelmini a dire che «siete quattro radical chic», di là le sciarpe bianche e gli ombrelli rossi e il popolo viola e su su fino a un milione anzi oltre, come hanno contato le organizzatrici e mostrato i tiggì. Soprattutto ora che dalla conta dei partecipanti si è passati alla conta dei costi, e si è scoperto che al lavoro gratuito delle donne si sono aggiunti salvifici finanziamenti di Pd e Cgil.
Trattasi di capire se quella partecipazione segna una nuova questione femminile trasversale, o se quelle donne e quegli uomini che si sono mobilitati sono le stesse donne e gli stessi uomini che più o meno da 17 anni rispondono all’appello ogni volta che la parola d’ordine è «Berlusconi dimettiti». Non ci sono prove, solo indizi. Le piazze e chi ci si addentra armato di striscioni e fischietti non sono materia che si possa scientificamente sondare. I calcoli di Piepoli dicono che fra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, le donne alle ultime Politiche hanno preferito il Cavaliere, nove milioni (sui 17 milioni di votanti del centrodestra), contro sei (sui 13,6 milioni del centrosinistra).
C’è poi un simpatico libercolo per fanatici dell’analisi elettorale intitolato Il ritorno di Berlusconi, collana Itanes edizioni Mulino, secondo cui il 41 per cento delle donne ha scelto il Pdl e il 32 il Pd, così distribuite: pensionate e casalinghe virano a destra, le studentesse a sinistra così come le donne «occupate». Posto che Daniela Santanchè non c’era e che invece Concita De Gregorio sì, per capire chi c’era nel mezzo bisogna passare all’analisi empirica. E così, magari alla fine non sarà valso per tutte il motivo che ha denunciato il premier, che ha definito quelle piazze un «pretesto per sostenere il teorema giudiziario». Epperò è indubbio che quella sia stata una piazza anti Cav, là dove il Rubygate e dintorni di «ciarpame» sono stati un appiglio come un altro, legittimo ma tale.
Se tre indizi fanno una prova, basta guardare chi c’era e chi no. Assenti i sindacati cattolici e moderati come Cisl e Uil, presente la Cgil anche in versione Fiom. Assenti i centristi dell’Udc, ma presenti le sfegatate new entry dell’antiberlusconismo come le donne del Fli, Flavia Perina in testa. Assenti le intellettuali liberali, presente l’intellighenzia di sinistra. Del resto, nei giorni precedenti il corteo, si è scatenato il dibattito fra favorevoli e contrari, vado ma con distinguo, non vado perché mi distinguo, vado e basta, resto a casa. Sono intervenute tutte e con passione, perché le donne sono così, individualiste o gruppettare devono dire la loro, non c’è verso, e preferibilmente provocando.
E allora per una Santanchè che puntava il dito all’urlo di: «Ruby e le altre sono figlie del vostro ’68», c’era una De Gregorio che chiamava all’appello: «Dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete? Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga». Solo che poi la questione si è ampliata. Scriveva Dacia Maraini a un certo punto addirittura che la piazza delle donne sarebbe stata come la piazza dei ragazzi egiziani, perché «le donne italiane proprio come i ragazzi egiziani chiedono libertà di parola, di pensiero, maggiore democrazia, guerra alla corruzione, accesso alle professioni».
Che c’entra? C’entra, ma col no al governo. Quello che ha detto Susanna Camusso la leader della Cgil: «È un Paese che non ne può più». E quello che è arrivato dalle donne «normali»: «Ho marciato contro il governo più in questo quindicennio che nel resto della mia vita» ha confessato al Secolo XIX Costanza Matteini, figlia di Luigi, dirigente del partito d’azione genovese. Così alla fine Francesca Izzo, una delle ideatrici della manifestazione, ha dato appuntamento all’8 marzo: «Da questa piazza non si torna indietro. Ci impegniamo a costruire gli Stati generali delle donne italiane». Lo dissero pure all’ultima grande manifestazione, quella di «Usciamo dal silenzio», che non si sarebbero più zittite. Era il 2004 e al governo c’era sempre Berlusconi. Solo che poi arrivò Prodi, e tacquero. Rieccole ora. Ma non è che nel mezzo l’Italia fosse meno sessista, gli asili più numerosi, il tetto di cristallo meno duro da rompere.
E allora ecco il punto. C’è un’ipocrisia di fondo, tanto più grave perché ha a che fare con un tema, la prostituzione, che fa leva sulle viscere della femmina. L’ipocrisia è strumentalizzare questi sentimenti, come ha fatto il Pd che ha «ringraziato la piazza», per rovesciare un governo cui non riesce a dare spallate. «In una democrazia costituzionale e rappresentativa la piazza non dovrebbe essere necessaria quando si tratta di scegliere e cambiare gli uomini al governo. Se la piazza è diventata necessaria, vuol dire che qualcuno o molti non hanno fatto quello che dovevano fare (...). A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha?». Parola di Luisa Muraro, femminista.




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L’Iran esalta le rivolte, ma non a casa propria

di Fiamma Nirenstein



Gli ayatollah avevano aizzato le proteste in Egitto e Tunisia. Ieri però la rabbia popolare è esplosa contro di loro e la risposta è stata la dura repressione. Dopo aver scaricato Mubarak, ora Obama non potrà negare sostegno a chi chiede libertà a Teheran



 

Magari il popolo iraniano fosse davvero giunto ieri, con le sue manifestazioni che già costano feriti e morti, nella grande rivoluzione del mondo islamico. Magari queste ore di scontri nel centro di Teheran e a Isfahan preparassero un improvviso e fortunoso balzo persiano nella democrazia, contro un governo che ha il record di violazioni dei diritti umani con le sue pubbliche impiccagioni di omosessuali, dissidenti, donne, un regime che prepara la bomba atomica per distruggere Israele e l’Occidente.
Se così fosse, questo evento avrebbe due caratteristiche straordinarie: l’ironia e un totale rivolgimento strategico rispetto a tutte le rivoluzioni in atto nel mondo musulmano.
L’ironia: nei giorni della rivoluzione egiziana e in quelle limitrofe, il supremo leader Khamenei, seguito da Ahmadinejad, ha solennemente dichiarato che era stata la rivoluzione iraniana del ’79 a ispirare la rivolta egiziana. È chiaro che non è affatto vero, semmai gli egiziani sono stati ispirati dal movimento che ha sfidato gli ayatollah e i risultati elettorali nel 2009. Ma i leader iraniani hanno voluto indire per ieri un corteo di sostegno alla rivoluzione egiziana, in realtà un modo di affermare il loro paternalismo egemonico su tutto il Medio Oriente e di annunciare la fine di Israele e dell’America.
Ma così facendo Ahmadinejad e i vecchi ayatollah hanno svegliato il Popolo Verde del 2009, che ha indetto a sua volta una manifestazione, prontamente proibita dal regime. Il regime ha nei giorni scorsi proceduto a mettere i leader Verdi Moussavi e Karroubi agli arresti domiciliari, a compiere arresti di massa fra i giovani, e a procedere, si dice, ad una ondata di esecuzioni. Eppure nel buio di Teheran nelle ore dell’alba invernale in questi giorni la capitale si è riempita per giorni di canti che insieme ad «Allah è grande» intonano senza paura «Morte al dittatore», e ieri una enorme folla ha invaso la piazza. Che beffa per Ahmadinejad.
Così la strumentale esaltazione della rivoluzione egiziana da parte degli ayatollah finisce ironicamente nel risveglio del movimento che li vuole disperatamente rovesciare. Già un iraniano mi racconta la storia di un’eroina che ha cercato di gettarsi dalla finestra vestita di panni verdi, ma i basiji l’hanno fermata e portata e via, e non si conosce il suo destino. Una nuova Neda per una nuova rivoluzione anti khomeinista.
Il successo di questa nuova rivoluzione cambierebbe completamente tutte le carte sul tavolo mediorientale e renderebbe molto più vera la ricerca della libertà per il mondo islamico: infatti l’Iran cerca in questi giorni di imporre un suo marchio sulle rivoluzioni in corso, di estremizzarle e di volgerle in chiave religiosa e belligerante.
Nell’attuale rivoluzione nei Paesi musulmani non è certo l’aspirazione alla libertà, concetto estraneo all’Iran, che deve essere protetta, ma piuttosto la nuova disponibilità a diventare parte del suo sistema di alleanze e di potere. Un accordo fra sciiti come l’Iran insieme al Libano degli Hezbollah, e i sunniti egiziani, (con l’intervento attivo dei Fratelli Musulmani), e con i palestinesi di Hamas, può dare all’Iran il ruolo di Stato guida. La Siria è già nella sua sfera di potere.
La deriva estremista trascina verso nuove guerre. Senza un Iran aggressivo e integralista, la democrazia avrebbe molte più speranze. Inoltre, nel momento in cui Obama ha abbandonato il suo alleato più importante, l’Egitto, l’Iran si è subito offerto come nuovo amico, e con un certo successo: nei porti dell’Arabia Saudita si scorgono per la prima volta le sue navi. Ma Ahmadinejad siede anche lui su una zattera in un mare agitato: ieri durante le manifestazioni a Teheran lo si poteva vedere accanto ad Abdullah Gül, presidente della Turchia in visita. Anche l’ospite, di fronte alle notizie degli scontri, ha dovuto dire che bisogna ascoltare i popolo e si è schierato col popolo in piazza. Certo pensava alla sua casa, come tutti in Medio Oriente oggi.
Teheran si è mostrata troppo sicura di fronte alla nuova enorme attenzione mondiale sulla democrazia. Se la folla seguirà l’esempio egiziano riuscendo a restare in piazza senza tornare a casa, se, speriamo di no, i basiji spareranno come hanno fatto nel 2009 è difficile che stavolta Obama possa voltarsi dall’altra parte come ha fatto cinicamente allora. Troppe ne ha dette in queste settimane contro i dittatori e per i popoli che cercano la libertà per tirarsi indietro adesso, anche se ormai ci siamo abituati alle sue più strane giravolte. Un segnale positivo viene dalle dichiarazioni di Hillary Clinton che ha detto che Washington sostiene le aspirazioni dell’opposizione iraniana, intimando a Teheran di non usare la violenza contro i manifestanti. Tuttavia si può affermare che l’atmosfera generale adesso è molto più favorevole a una rivoluzione iraniana di quanto non lo fosse nel 2009, e un suo esito positivo risulterebbe rassicurante anche per la marcia del popolo musulmano verso la democrazia.




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Senza politica restano i pm

Il Tempo


Senza un’immunità parlamentare attiva c’è spazio solo per il ricatto e la sopraffazione. Il martellamento giudiziario del Cavaliere sarà in futuro il destino di qualche altro. A destra o a sinistra, poco importa.



Tutto scorre, panta rei, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e la legge inesorabile del tempo governa ogni nostra azione, e proprio per questo penso che le lancette dell’orologio della nostra piccola storia non possono restare ferme ai primi anni Novanta e alla rivoluzione in toga. È ora di voltare pagina. Anzi, è giunto il momento di cambiare libro. Per farlo ci sono molte strade, ma una sola in realtà è la via maestra: riportare l’articolo 68 della Costituzione alle sue origini, a quello che i padri Costituenti avevano saggiamente deciso agli albori della Repubblica per impedire al potere giudiziario di esondare o di essere utilizzato per far fuori l’avversario politico. Senza un’immunità parlamentare attiva c’è spazio solo per il ricatto e la sopraffazione.

Il martellamento giudiziario del Cavaliere sarà in futuro il destino di qualche altro. A destra o a sinistra, poco importa. Tutti i poteri senza un argine diventano naturalmente dispotici, per questo c’è bisogno di un bilanciamento. La Giustizia non fa eccezione, anzi non essendo i magistrati eletti, sono naturalmente irresponsabili. E in Italia per giunta si autogovernano.

Dovrebbe essere il centrosinistra per primo a capire che così non si va avanti, che il rischio concreto è quello dell’implosione del sistema. E invece niente, si attende che la magistratura porti a casa lo scalpo di Berlusconi e questo può bastare per cominciare un’altra partita. Che errore. Non si costruisce una nuova stagione sulle ceneri di una rivoluzione in toga. Non c’è futuro se non c’è più politica.

Mario Sechi
15/02/2011




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Quella Claudia Mori senza veli che ora dà lezioni alle veline

di Paolo Giordano



Lady Celentano esorta le showgirl a "non farsi mettere la telecamera nelle mutande". Ma lei da attrice...



 

Claudia Mori versione 2011, piazza Castello, Milano: «Si può fare la velina ma con dignità, senza diventare merce. Una può fare la velina impedendo, ad esempio, che la telecamera le vada sotto le mutande». Claudia Mori versione 1985, scene dal film Joan Lui pensato e diretto e interpretato da Adriano Celentano: lì la telecamera non può andare sotto le mutande semplicemente perché Claudia Mori non le ha, indossa un vestito bianco bianchissimo ed è sotto una cascata d’acqua con effetto miss T-shirt bagnata: è per lo più trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende. Sia chiaro: oggi con immagini così osèe (si fa per dire) pubblicizzano anche i popcorn e al cinema non ne parliamo, si vede molto più hard persino in Harry Potter. Ma allora no. Oddio, si tratta di un film, peraltro di un film controverso, dicono mal montato, finito sotto processo, non certo benedetto dal botteghino e nemmeno da tanta critica visto che Michele Serra, allora critico cinematografico e in seguito autore tv di Celentano, lo definì nientemeno che un insieme di «pensieri di Frate Indovino ricicciati intorno al biliardo di via Gluck».

Non sono certo giudizi da cinque stellette e lode. Per di più, in Joan Lui, Claudia Mori, come al solito a bordo della sua bellezza radiosa, cantava l’inequivocabile canzone titolata «Splendida e nuda» dal lieve intreccio pop ma dal chiaro riferimento sessuale, oltretutto venato dall’inevitabile (non sia mai) urlo contro il sistema: «Splendida e nuda nei miei sogni tu te ne stai, e non sei più schiava di un sistema che tronca ogni libertà». E te pareva... D’altronde la battuta ritenuta più memorabile di tutto il copione è, Celentano oblige, «tra dieci anni si leggeranno solo due giornali: il Corriere dell’Est e il Corriere dell’Ovest, ci sarà un gran botto e addio mondo». Invece, non solo fortunatamene siamo tutti ancora qui e i giornali sono centuplicati. Ma il botto ieri hanno provato a farlo tutte le donne che si sono ritrovate a Milano in piazza Castello, come in altre piazze d’Italia, per dire quello che sostanzialmente Claudia Mori – autentica maître à penser del Clan Celentano nonché signora dal piglio autorevole e fascinoso –, ha riassunto nello slogan «niente telecamere sotto le mutande».

Facile dirlo ora, son dichiarazioni con la memoria corta e di sicuro dettate dall’impulso, dallo slancio, dal bisogno insomma di partecipare a voce alta allo sdegno generale così massicciamente distribuito dall’alto, esattamente come i marines facevano dai loro camion con le tavolette di cioccolato dopo il 25 aprile. Si sa, un po’ di indignazione non si nega a nessuno e persino Vittorio De Sica - un uomo, diciamo così, con uso di mondo - diceva che l’indignazione morale «in molti casi è composta al due per cento dalla morale, al 48 dall’indignazione ma dal 50 per cento dall’invidia». Era così tranchant, lui, perché aveva una vita familiare che oggi si direbbe obliqua, due donne insomma, una qui e l’altra in un’altra casa. E di certo non è il caso di Claudia Mori, che con Celentano tra alti e bassi compone da 47 anni una delle coppie più belle del nostro spettacolo.

«Le donne devono iniziare a credere che ce la si può fare anche da sole» ha detto ieri nell’adunata in Piazza Castello, ricalcando più o meno quegli slogan femministi di tanti e tanti anni fa, 1977 più o meno, lanciati allora tra le più spregiudicate rivendicazioni di libertà sessuale in faccia agli uomini naturalmente colpevoli. Adesso gli uomini sono sempre colpevoli ma sono spariti quasi tutti e ne è rimasto solo uno in rappresentanza del resto: Silvio Berlusconi. Un po’ limitativo. Soprattutto, molto strumentale, ma molto assai.
In fondo è sempre così: il passato si sublima. E, sublimandosi, perde per strada le sue scorie e le sue incoerenze e chi allora pretendeva l’iradiddio alla faccia della morale «borghese e fascista», oggi protesti in piazza a favore della stessa morale. Un po’ di coerenza, suvvia. Ora ci manca solo che arrivi a protestare anche Edwige Fenech, così abbiamo cambiato definitivamente i connotati al problema. Come al solito.



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