mercoledì 16 febbraio 2011

Il finto moralista Toscani lascia da solo Sgarbi: "Trasmissione pro-Cav"

di Clarissa Gigante


Il fotografo non sarà il direttore artistico de "Il bene e il male". Toscani: "Non voglio essere tacciato di collaborazionismo con Berlusconi". E sulla Rai: "Strumentalizza Sgarbi"



 
Milano - Torna a far parlar di sè, Oliviero Toscani. E stavolta le pubblicità non c'entrano. Dopo le campagne provocatorie per Benetton degli anni '80 e '90 - chi non ricorda i manifesti con il bacio tra un prete e una suora o la divisa insanguinata di un soldato jugaslavo ucciso? - e le pubblicità di Nolita, altra azienda di abbigliamento, che aveva il nudo di una modella anoressica come soggetto, il fotografo non rinuncia al tono polemico nemmeno quando viene chiamato a fare il direttore artistico per "Il bene e il male", la trasmissione di Vittorio Sgarbi presentata come la risposta di destra a "Vieni via con me" di Fazio e Saviano.
"Non c'è spazio per l'arte" Oggi, in un'intervista a Il Fatto Quotidiano, Toscani spiega le sue ragioni: "Non voglio essere tacciato di essere un collaborazionista di Silvio Berlusconi". Inutile la replica del giornalista Marco Lillo che sottolinea come era chiaro a tutti il taglio filo-berlusconiano della trasmissione. Il fotografo infatti risponde che "così sarà intesa. Anche se Vittorio Sgarbi non vuole fare una cosa di questo tipo. Purtroppo questo è un paese nel quale o sei con Berlusconi o sei contro. Non c'è spazio per l'arte in questo clima".
La polemica con la Rai Poi l'accusa, neanche tanto velata, alla Rai: "Sgarbi è onesto intellettualmente. Sono gli altri che lo stanno strumentalizzando. E' chiaro che l'obiettivo della dirigenza Rai è fargli fare una trasmissione filo-berlusconiana. Io mi chiamo fuori". Immediata del senatore Riccardo Milana (Api), componente della Vigilanza, che chiede alla commissione di ascoltare i vertici Rai. "E' Un'accusa gravissima, tanto più perché viene da un artista noto in tutto il mondo.Temo che parli a ragione veduta. E che le sue pesanti accuse, se non smentite, restituiscano un quadro allarmante per il pluralismo del servizio pubblico".  
L'accordo sul compenso Ma forse la politica non c'entra con la polemica. Tra le righe, infatti, emerge che il vero problema era il compenso. Toscani nega ma ammette: "E' vero che la mia richiesta era alta, ma avrei ricoperto più ruoli e si poteva anche chiudere. Alla fine, solo per fare il direttore artistico mi hanno offerto 80 mila euro. Non ho trattato nemmeno". Del resto, proprio come Sgarbi, su Berlusconi e il caso Ruby Toscani si dice garantista: "Sbaglia chi dà per scontato che abbia fatto delle orge con le minorenni. Non è provato". Poi ammette: "Ma se dico questa cosa passo per berlusconiano per la solita maledizione". 





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Napoli, usura a corso Umberto La pista del super-usuraio

Il Mattino



di Giuseppe Crimaldi
NAPOLI - Vetrine calate e luci spente al corso Umberto. Dieci minuti che sembrano durare un’eternità, in un silenzio surreale, nell’arteria più trafficata di Napoli, per ricordare don Vittorio e gli altri. L’ex titolare del negozio «Brums», suicidatosi nei giorni scorsi all’interno del suo negozio più amato, quello stesso che si trova appunto al corso Umberto. A indurlo al gesto estremo, una situazione economica difficile e - probabilmente - la mano degli usurai, nel cui giro sarebbero finiti anche gli altri due commercianti che si sono suicidati nelle ultime settimane a Napoli. Tutti, peraltro, con attività proprio al Rettifilo.

Ieri è stata la giornata della solidarietà e del ricordo. Ma anche quella della rabbia, tra le migliaia di operatori commerciali napoletani. Una serrata simbolica alla quale hanno partecipato pure i negozianti del Borgo Orefici, dopo che il suo presidente Roberto De Laurentiis (che è anche componente di giunta di Confommercio-Imprese per l’Italia della provincia di Napoli) aveva aderito all’iniziativa lanciata dai presidenti dei centri commerciali cittadini e da Federmoda.
E mentre la Procura di Napoli coordina le indagini svolte a tutto campo sia dalla polizia che dai carabinieri, nel giorno del ricordo e della rabbia spunta un elemento importante.

Qualcosa che rappresenta molto più di una semplice indiscrezione o di una voce. È una circostanza. Il nostro giornale l’ha raccolta tra i residenti della zona del Rettifilo, e anche tra molti commercianti i quali sanno - e forse non riescono ancora a dirlo ufficialmente - dell’esistenza di un uomo ben noto nella zona, il quale presta soldi con interessi altissimi e che - forse - rappresenta l’elemento di collegamento tra coloro che la disperazione spinge verso l’usura e gli ambienti della criminalità del centro.

Un usuraio. Ma sarebbe meglio definirlo l’uomo di punta che governa l’abisso umano e morale di quel fenomeno chiamato strozzinaggio. Potrebbe essere l’uomo che ha stritolato economicamente don Vittorio e, chissà, anche gli altri commercianti che lo hanno preceduto lungo la tragica strada che ha avuto come ultimo approdo il suicidio.

Se il quadro è questo saranno ovviamente le indagini a doverlo dire. Ma l’elemento forse più inquietante che abbiamo raccolto in questi giorni è la constatazione del fatto che tanti sanno di questo misterioso emissario dell’usura che si presenta per di più con una faccia pulita a chi non conosce ciò che poi effettivamente fa.

C’è persino chi gli dà un nome e un volto. E sarebbe auspicabile che queste stesse persone trovassero il coraggio - anche in forma anonima e poco ufficiale - di offrire agli investigatori elementi utili a convogliare convinzioni che danno corpo a un sospetto agghiacciante: quello che il super-usuraio governatore del malessere professionale delle decine e decine di negozianti che vivono una stagione al limite del drammatico per i mancati guadagni e per il perdurare della crisi sia l’insospettabile dirimpettaio, l’uomo della porta accanto, il buon padre di famiglia che poi invece si trasforma in carnefice senza scrupoli.

La sola buona notizia di queste ore è un’altra. Ieri la Camera di Commercio ha comunicato di voler attivare un fondo speciale di solidarietà per i commercianti in gravi difficoltà economiche. Il presidente Maurizio Maddaloni ha così raccolto l’appello lanciato da Confcommercio Napoli chiedendo al presidente Pietro Russo e alle altre associazioni imprenditoriali di elaborare, in tempi brevi, una misura economica che possa affiancare e potenziare il già attivo sistema di contributi ai consorzi di garanzia.

«Quest’anno la Camera di Commercio - ha detto Maddaloni - ha triplicato il fondo di garanzia per i confidi, abbattendo il tasso di interesse che le imprese pagano alle banche per accedere al credito e siamo pronti a lavorare su un nuovo strumento di agevolazione finanziaria a disposizione dei commercianti alle prese con il perdurare della crisi economica».

«Serve uno sforzo supplementare da parte di tutti - ha concluso - anche nel vigilare sull’accentuarsi di situazioni di illegalità nelle singole aree cittadine e dare risposte concrete al drammatico appello del mondo del commercio».

Mercoledì 16 Febbraio 2011 - 19:03    Ultimo aggiornamento: 19:05




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Proiettile e stella a 5 punte Br: minacce al nostro Giornale

di Redazione


Gesto di intimidazione nei confronti del Giornale. Recapitato alla nostra redazione un plico contenente un volantino firmato Brigate rosse - Nucleo Galesi per la costruzione del fronte antimperialista combattente, e un proiettile calibro 40 integro. Indaga la Digos




Milano – Pesante gesto di intimidazione nei confronti del Giornale. Stamattina è arrivata in redazione una lettera che conteneva un proiettile da revolver calibro 40 Smith & Wesson e un volantino di minacce con la stella a cinque punte delle Brigate rosse tracciata con un pennarello su un testo scritto al computer (nella foto il volantino e un modello del proiettile). “Nell’attesa… dato che si parla per slogan… Berlusconi è un perdente” - si legge nel testo, che così continua - “Il più grande Bunga Bunga era stato quello di Dalema a classe operaia e proletariato!”. Il cognome dell’esponente Pd è scritto senza apostrofo.

Il messaggio si conclude con questa frase: “Rinnovando tutti i nostri obiettivi e le nostre operatività viva la lotta armata per la libertà!”. Alla fine si inneggia a Mario Galesi, ai compagni combattenti di tutto il mondo. La firma: “Br-Nucleo Galesi per la costruzione del fronte antimperialista combattente”. La segretria del Giornale che ha ricevuto la lettera, avendo avvertito la presenza di un proiettile all’interno della busta, ha allertato immediatamente la Digos senza aprire il plico. Poco fa è stata la Questura di Milano a comunicare alla redazione il contenuto della missiva. Il proiettile era integro. Sono in corso le indagini.




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Noi anonimi, in lotta per le tue libertà»

Corriere della sera


Intervista via Twitter con @Anony_Ops, «uno degli attivisti internet» (così si definisce) di Anonymous, il gruppo diventato famoso per gli attacchi contro Visa, Mastercard e PayPal, in difesa di Wikileaks, e che ora stanno appoggiando con i loro cyberattacchi le rivolte in Iran e in altri Paesi.

@Anony_Ops twitta da giorni le informazioni necessarie a chi voglia unirsi all'«operazione Iran» e all'«operazione Algeria» che mirano a colpire siti delle autorità e dei media di Stato in quei Paesi. L’intervista è stata condotta in inglese, attraverso messaggi diretti di 140 battute ciascuno, nell’arco di 24 ore circa.

Perché avete lanciato OpIran? Che ragionamento/strategia c’è dietro? Che rapporto c’è con Wikileaks?

«Anonymous combatte per la libertà. Vediamo l’oppressione dei popoli come un attacco contro i diritti umani e la loro libertà. Perciò combattiamo per tutti loro. Non importa se si tratta di Wikileaks, l’Egitto, l’Iran, l’Algeria, eccetera. Siamo qui per difendere i diritti umani e la libertà di parola in tutto il mondo. Perché Anonymous non ha radici solo in un Paese, ma veniamo da tutto il mondo e combattiamo per una causa comune. Per capire meglio le nostre origini, si può fare riferimento al nostro sito anonops.in e a en.wikipedia.org/wiki/Operation_Payback».

Sai quante persone sono coinvolte?

«È quasi impossibile avere un numero esatto, dato che Anon non ha membri fissi e la gente può unirsi alla nostra IRC in modo anonimo per partecipare».



Altre domande.

1. Come possono i cyberattacchi contro siti governativi contribuire alla lotta per i diritti umani? Volete mostrare agli iraniani che non sono soli? Incoraggiarli?
2. All’inizio Anonymous riguardava la libertà di espressione su questioni relative al web. Com’è avvenuto il passaggio ai diritti umani?
3. Delle operazioni lanciate da Anon ce n’è qualcuna che non hai condiviso? 
4. Mi sembra interessante che con OpIran siete dalla stessa parte del governo degli Stati Uniti mentre su Wikileaks eravate su posizioni opposte. Che ne pensi?
5. Ti capita mai di pensare che Internet non sia abbastanza e che si debba scendere in strada?
6. Ultima domanda: cosa rispondi a chi definisce Anonymous come un gruppo anarchico che promuove azioni illegali?
7. Anzi, ho un’ultima domanda migliore: Anonymous è le «nuove Nazioni Unite» come il vostro logo sembra suggerire?



Sette ore dopo arrivano le risposte. «Ho dormito per alcune ore, comincerò a rispondere alle tue domande adesso…

 1. Sì, vogliamo mostrare agli iraniani che la gente all’estero si preoccupa per loro e condivide i loro sentimenti. Attaccando i siti del governo iraniano, stiamo protestando al fianco dei nostri fratelli e sorelle iraniani.

 2. Noi crediamo che i diritti umani fondamentali siano libertà di espressione e che non possano esserci gli uni senza l’altra e viceversa. Perciò, noi, «il popolo», lottiamo per questo.

 3. La nostra IRC è progettata per accettare richieste di «obiettivi» da parte di Anonymous. È un processo completamente democratico, dove ognuno può votare senza barare… perciò nel 99% dei casi, scelgono obiettivi significativi e gli Operatori dell’IRC devono agire su questi, perché lavoriamo per il popolo. Perciò io/loro… dobbiamo essere d’accordo :) (è una risposta un po’ diplomatica)

 4. Questo è esattamente quello che alcuni dei media dominanti vogliono che la gente creda, e non è vero. Noi non stiamo dalla parte di nessuno, eccetto che del popolo e del suo interesse per la libertà. Ancora una volta: noi combattiamo per una causa comune qui, e ci opponiamo alle istituzioni che si oppongono ai nostri interessi

5. Sì personalmente sento che quello che sto facendo non è abbastanza e che devo scendere in strada con altre persone per mettere in atto una vera protesta, ma penso che non sia molto pratico andare ovunque queste proteste stiano avvenendo. Noi incoraggiamo comunque la gente a prendervi parte attivamente.

 6. e 7. Non tutti tra di noi sono anarchici, ma molti lo sono. Non sta a me dire che tutti dobbiamo condividere gli stessi valori perché… perché c’è gente di tutti i tipi tra di noi. Alcuni sono insegnanti, impiegati, studenti, ingegneri, dottori (per darti un’idea). Quindi, penso che non siamo stati capiti. Noi non siamo reietti della società. Noi siamo te e tu sei noi. Siamo uniti, uniti per i nostri scopi comuni, ma non so… se siamo le nuove Nazioni Unite. Ma mi piace come suona, e sono certo che a molti piacerebbe questo titolo. MA non siamo… qui puoi aggiungi quel che è necessario».

Otto ore dopo, altre due domande.
1. Hai partecipato all’Operazione Italia? 2. Stuxnet: è vero che Anon ha il codice? Per che cosa volete usarlo? Sei d’accordo con la sua creazione? Pensi che dovrebbe essere usato contro l’Iran? «Ciao di nuovo.
1. Non ho partecipato a opItaly ma conosco molti che lo hanno fatto.

2. Sì, Anonymous ha il codice e sì, sono d’accordo perché può anche essere usato per scopi buoni, per aiutare server remoti, pc, eccetera. Non sappiamo ancora come lo useremo. C’è gente che sta ancora imparando il codice e la sua struttura. Non so se sarà usato contro l’Iran oppure no, ma personalmente penso che dovrebbe essere usato per aiutare le persone e per raggiungere i nostri obiettivi. Perciò, sì può essere usato contro i nostri nemici».

Perciò potreste usare Stuxnet contro l’Iran ma anche contro altri Paesi? E chi ha il codice? Pensate di votare all’interno di Anon prima di usarlo? «Sì, Stuxnet potrebbe anche essere usato contro altri Paesi». Quali sono le tue opinioni su OpItaly? «La mia opinione su OpItaly è molto chiara. Non stiamo attaccando i siti italiani o quello che il vostro primo ministro ha fatto. Lo stiamo facendo perché… il governo italiano è una minaccia seria per la libertà di espressione degli italiani e per la loro libertà di usare Internet liberamente. Vogliamo essere certi che la legge che è stata approvata sia respinta e che non ci sia censura di stampa/internet in Italia. Grazie. Su Operation Italy questo è un sito di riferimento anonnews.org/?p=press&a=item&i=400».


Viviana Mazza
16 febbraio 2011



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Pd, liste di proscrizione anti Cav

di Andrea Indini


Dopo l'assalto giudiziario arriva quello politico. Il premier assicura di essere tranquillo, ma il Pd prepara un nuovo attacco. Inviate oltre quattro milioni di lettere nelle case degli italiani per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Bersani: "Serve a sostenere una mobilitazione straordinaria che renderà i cittadini protagonisti"


 
Roma - Dopo gli scontri di piazza e le minacce arrivano anche le liste di proscrizione. Proprio nel giorno in cui il premier Silvio Berlusconi assicura di non essere affatto preoccupato per il Rubygate, il Partito democratico torna all'attacco. E lo fa insinuandosi nelle caselle postali degli italiani con oltre quattro milioni di lettere. Al loro interno un appello del segretario Pier Luigi Bersani e un modulo per raccogliere le firme di dimissioni del Cavaliere. Un'entrata a gamba tesa nelle case degli italiani che non ha precedenti e che mira a sovvertire il risultato elettorale facendo cadere il premier.
Liste di proscrizione per far fuori il Cav Nella Roma antica venivano stesi pubblici elenchi delle persone considerate fuori legge e private dei beni. Persone che chiunque poteva uccidere con compenso da parte dello stato. Oggi il Partito democratico vuole mettere alla gogna Berlusconi e lo fa con una raccolta firme che viola le case di tutti gli italiani. Una forzatura senza precedenti che si affianca all'assalto giudiziario in atto a tribunale di Milano. Così, proprio nel giorno in cui Berlusconi fa sapere di non essere preoccupato per il caso Ruby, Bersani sfodera dal cilindro magico un nuovo assalto. "Servirà a sostenere una mobilitazione straordinaria - spiegano negli uffici del Partito democratico - consentirà ai cittadini di porre la firma e di rendersi a loro volta protagonisti della raccolta delle firme per le dimissioni del presidente del Consiglio".
Dalla piazza alla rivolta popolare L’obiettivo dei democratici è mettere insieme tutte le firme raccolte e portarle a Palazzo Chigi il giorno 8 marzo. Non un giorno a caso. "Considerata la forte adesione degli italiani all’iniziativa che il Pd ha promosso in ogni città d’Italia e anche tra gli italiani all’estero - spiegano - tutto lascia prevedere che potrebbe essere addirittura superata la meta dei dieci milioni di firme". Dopo essersi appropriati della manifestazione di domenica scorsa (che, a detta dei veri organizzatori, avrebbe dovuto essere apolitica), ora Bersani vuole forzare la mano sovvertendo la volontà popolare espressa nelle urne. Chiedere le dimissioni del premier significa, infatti, violentare il voto di milioni di italiani. Accanto alle lettere che invaderanno le caselle postali degli italiani, infatti, il Pd fa sapere di voler continuare comunque la raccolta di firme attraverso i canali già previsti. Il prossimo fine settimana, per esempio, i circoli italiani organizzeranno 5mila banchetti per la raccolta delle firme in tutta Italia.
Il premier va avanti senza preoccupazioni Alla prima uscita pubblica dopo la decisione del gip di Milano di rinviarlo a giudizio immediato, il premier non lascia spazio ai dubbi. Il messaggio che lancia è "nessuna preoccupazione" per l'ennesimo attacco della magistratura. Assicura che l'alleanza con la Lega è salda, pensa ad allargare la maggioranza alla Camera e non si cura dell'attacco incrociato di magistratura e opposizione. Pur lamentando che Fini e i suoi parlamentari "ci hanno fermato in ogni tentativo di riforma della giustizia", Berlusconi assicura che la nuova maggioranza "ci consente di governare". Non sarà, infatti, una raccolta firme del Pd a fermare la macchina del governo.




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Fece le rivelazioni sulle armi biologiche di Saddam, ammette: "Era tutto falso"

Quotidiano.net


Rafid Ahmed Alwan al-Janabi - nome in codice Curveball - ha ammesso per la prima volta di aver inventato tutto perché era l'unico modo per abbattere il regime iracheno



Londra, 16 febbraio 2011


Fornì le false rivelazioni sulle armi biologiche possedute dal regime di Saddam Hussein, su cui si basarono le giustificazioni addotte dagli Stati Uniti per la guerra in Iraq.

Oggi, a otto anni dal discorso dell’allora segretario di Stato, Colin Powell, alle Nazioni Unite per legittimare l’intervento militare contro Saddam Hussein, Rafid Ahmed Alwan al-Janabi - nome in codice Curveball - ha ammesso per la prima volta di aver inventato tutto. Perché era l’unico modo per abbattere il regime. Lo riporta il quotidiano britannico ‘The Guardian’.

Janabi ha raccontato al giornale di essersi inventato le storie sulle armi di distruzione di massa per cambiare la storia dell’Iraq, da cui era fuggito nel 1995. “Forse avevo ragione, forse no. Ma mi diedero questa possibilità. La possibilità di fabbricare qualcosa per rovesciare il regime. Sono fiero di essere stato la ragione per dare all’Iraq la chance della democrazia” ha dichiarato l’uomo.

Con gli Stati Uniti che ormai stanno lasciando il Paese, Janabi ha dichiarato di sentirsi a posto con la coscienza, nonostante il caos degli ultimi 8 anni e gli oltre 100.000 morti. “Quando vengo a sapere che qualcuno è stato ucciso, in Iraq o altrove, sono molto addolorato. Ma ditemi se c’era un’altra soluzione. C’era? Credetemi, non c’era nessun altro modo per portare la libertà in Iraq. Nessun’altra possibilità”.






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Vendola scatenato contro il Cav e il Giornale "Sono ruffiani, amici di dittatori, mafiosi..."

di Francesco Maria Del Vigo




Il governatore della Regione Puglia, in un'intervista su Repubblica, attacca il presidente del Consiglio e il nostro quotidiano. Il motivo? La foto che abbiamo pubblicato in cui passeggia nudo. Poi apre a Fini e a una grande coalizione guidata da Rosy Bindi...



 
"Dobbiamo cacciare una classe dirigente di amici e sodali di dittatori, mafiosi, ruffiani". Nichi Vendola spara col cannone e i bersagli sono due: il solito Berlusconi e... la macchina del fango del Giornale. Al presidente pugliese non è andata giù la foto in cui appare nudo che abbiamo pubblicato lunedì (LEGGI). Uno scatto d'antan, un Vendola poco più che ventenne che passeggia come mamma l'ha fatto su una spiaggia naturista, incorniciato da altri due ragazzi nudi. "Quando l'ho vista ho provato tenerezza", cerca di minimizzare e poi torna alla sua solita prosa da sociologo-poeta: "Quell'immagine è un'icona dell'innocenza adolescenziale". E poi, sulla scia dell'emozione, apre a Gianfranco Fini e lancia una grande coalizione capitanata da Rosy Bindi.

Un'icona che lo ha fatto imbestialire e strillare contro regime, premier, Sallusti e macchina del fango. Perché - questo emerge dall'infuocata intervista che Vendola ha concesso a Repubblica -, ci sono due pesi e due misure anche nella privacy: sputtanare il Cavaliere con illazioni, sospetti e origliamenti è lecito, anzi doveroso. Pubblicare una foto in cui Vendola passeggia in tenuta adamitica su una spiaggia nudista, è un reato. Lesa maestà della sinistra moralista, che si mette a impartire lezioni di bon ton anche senza mutande. La logica che sta dietro questo doppiopesismo è quella con cui il Sel - il movimento di Vendola -, ha tappezzato mezza Capitale: un manifesto con Berlusconi e Mubarak e la scritta "Contro i rais rivolta!". Un manifesto talmente violento e ambiguo da necessitare le istruzioni, come le medicine. "Civile, non violenta e costituzionale", è precisato sotto. Ma il concetto è chiaro: contro il regime tutto è lecito, dalla pubblicazione di intercettazioni secretate in atti processuali, all'insulto, dalla violazione della privacy a chissà cosa... "E' l'Italia speciale di piazzale Loreto" - come scrive Giuliano Ferrara nel suo editoriale -, quella che può giudicare i costumi altrui, ma non può essere messa sotto la lente d'ingrandimento. 
Poi Vendola va giù sempre più duro contro "il cinismo senza limiti" e "l'immoralismo di chi si circonda di un'epopea in cui l'ebbrezza della cocaina, la compravendita del piacere e il divertimentificio industriale". E poi parla di fango... Sproloquia a tal punto che il cronista di Repubblica - non certo berlusconiano -, è colto dal dubbio e constata: "Si avverte un certo razzismo nel suo giudizio sulle ragazze di Arcore". Il democratico Nichi rabbrividisce quando legge "le intercettazioni dei genitori delle ragazze. Sono un pezzo della generazione definita dai sociologi quella del lavoro mai". E' colpa della società, quindi? Nemmeno per sogno. "E' il più grande crimine sociale del berlusconismo". Non avevamo dubbi. 
La replica rancorosa di Vendola arriva dopo un editoriale (LEGGI) in cui il direttore Alessandro Sallusti spiegava la scelta di pubblicare la foto: "Noi l'abbiamo riprodotta per dimostrare proprio quello che Vendola conte­sta, rinnegando se stesso e la sua cultura per meri fini politici. E cioè che del pro­prio corpo ognuno, uomo o donna che sia, fa quello che meglio crede senza dover passare per il giudizio della Boccassini, della Repubbli­ca , di Santoro, del Parla­mento e della piazza". Una scelta di libertà che il governatore ha preferito non capire. In chiusura il Vendola furioso chiama all'armi tutte le forze democratiche, compresi i fillini di Gianfranco Fini. Tutti tranne la Lega perché è "un elemento centrale del degrado civile". E poi l'uomo nuovo della sinistra, quello che dovrebbe svecchiare e sparigliare, spara il nome del condottiero alla testa di questa armata: Rosy Bindi. Il nuovo che avanza...  




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Materiale pedopornografico: la detenzione deve essere consapevole

La Stampa


Per integrare la figura del reato di detenzione di materiale pedopornografico previsto all'articolo 600 quater del c.p., è necessaria la piena consapevolezza da parte del presunto colpevole. Lo ha ribadito la Suprema Corte con sentenza n.43246 del 6 dicembre 2010.

L'articolo 600 quater è una norma creata per non lasciare impunite alcune condotte di sfruttamento dei minori a fini di pratiche sessuali. Il dettato normativo recita infatti “fuori delle ipotesi previste dall'articolo 600 ter c.p”, ossia tutte le condotte consistenti nel procurarsi o detenere materiale pornografico utilizzando minori.

Il caso

Un uomo, condannato dal Tribunale di Taranto a 4 mesi di reclusione per essersi procurato tramite Internet materiale pedopornografico mediante lo sfruttamento di minori, ha proposto ricorso presso la Suprema Corte. La Cassazione gli ha dato torto.

I giudici hanno ritenuto che l'uomo fosse consapevole della situazione: infatti, avrebbe offerto il materiale in cambio di altro mediante un messaggio lasciato in una bacheca di un sito pedopornografico. La Corte ribadisce che la prova della consapevolezza deve altresì essere “rigorosa” al fine di evitare che scarichi involontari da internet di immagini vietate possano fondare ingiustificati eventuali addebiti durante il giudizio penale.





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In coppia con Sgarbi? Toscani ha detto no: "Non sto dalla parte di Berlusconi"

Quotidiano.net


Il fotografo milanese che con Sgarbi avrebbe dovuto essere la risposta al duo Fazio-Saviano spiega: "Mi devo arrendere: non c’è spazio per l’arte in questo clima"



Roma, 16 febbraio 2011  -  Doveva essere la risposta del centrodestra al duo Fazio-Saviano di ‘Vieni via con me' in coppia con Vittorio Sgarbi, ma Oliviero Toscani ha detto no. In un’intervista al ‘Fatto Quotidiano' il fotografo milanese ha infatti annunciato di "chiamarsi fuori" dalla trasmissione in programma in prima serata su Rai1 a partire da aprile nella quale doveva ricoprire il ruolo di direttore artistico. Il motivo? "Non voglio essere tacciato di essere un collaborazionista di Silvio Berlusconi", ha detto.
 

"Purtroppo -ha detto Toscani- questo è un paese nel quale o sei con Berlusconi o sei contro. Mi devo arrendere: non c’è spazio per l’arte in questo clima". E sul suo mancato ‘collegà televisivo Sgarbi: «Lui è una delle persone più intelligenti che conosca, se difende Berlusconi lo fa perchè è davvero garantista, non per trarne vantaggio».
Toscani assicura che il mancato raggiungimento di un accordo sui compensi non c’entra niente. «È vero che la mia richiesta era alta -ha ammesso il fotografo- ma avrei ricoperto più ruoli e si poteva anche chiudere». Rivelando che «solo per fare il direttore artistico alla fine mi hanno offerto 80mila euro, ma non ho trattato nemmeno.
Non volevo più far parte del progetto, punto. Lo sa di chi è la colpa? Degli italiani, un popolo di tele-idioti. Qui non si può fare arte in tv».


(Spe/Zn/Adnkronos) 16-FEB-11 10:28 NNN








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Multe cancellate per soldi, tre vigili indagati per corruzione, abuso e truffa

Corriere della sera


Perquisiti uffici e abitazioni: contravvenzioni cancellate dai computer, a volte con un finto pass per invalidi


MILANO - L'amico giusto al posto giusto. E la contravvenzione, per un divieto di sosta o per chissà quale altra violazione, si perde tra i computer del sistema informatizzato della Polizia municipale - quello delle procedure sanzionatorie - tanto che dove dovrebbe arrivare, magari in Prefettura per la decisione finale sul ricorso presentato, la multa in realtà non arriverà mai. Svanita nel nulla, polverizzata. Praticamente cancellata. È anche per questo che ieri mattina tre vigili urbani di Milano, due agenti e un commissario aggiunto, sono stati buttati giù dal letto all'alba e si sono visti recapitare avvisi di garanzia per reati che variano dalla corruzione all'abuso d'ufficio, dalla truffa al falso ideologico.

«Siamo colleghi...», si sono subito presentati gli inquirenti scelti dalla sezione dei vigili urbani che lavora alla procura della Repubblica. E in un attimo è iniziata una lunga perquisizione nello loro abitazioni, nei loro uffici - in via Friuli 30 e in piazza XXV Aprile numero 6 - e anche nelle case di alcune persone a loro vicine. Alla fine sono stati sequestrati computer, qualche cd e qualche agenda, chiavette usb e, almeno in un caso, anche soldi in contanti per quattromila euro. Scatoloni di materiale che nelle prossime ore dovrà essere analizzato con attenzione e valutato alla luce degli elementi che l'accusa, coordinata dal sostituto procuratore Grazia Colacicco, ha raccolto in mesi di indagini seguite da vicino anche da Tullio Mastrangelo, il comandante della polizia municipale di Milano.

Nei guai sono finiti l'agente Damiano Borchielli, 50 anni, in servizio all'Ufficio Cosap (ufficio concessioni suolo aree pubbliche) di piazza XXV Aprile; Giulio Bergamasco, 42 anni, in servizio al Settore procedure sanzionatorie, ufficio esposti e ricorsi del Comune di Milano, in via Friuli; e Danilo Lorini, 62 anni, commissario aggiunto in forza sempre in via Friuli. Quest'ultimo è indagato in concorso per abuso d'ufficio perché avrebbe evitato a un amico del collega Borchielli il pagamento di un verbale di oltre 4mila euro rimediato per avere esposto abusivamente una pubblicità non autorizzata dal Comune. Per gli altri due vigili, invece, il quadro è più intricato. Dietro compenso di denaro - l'accusa ritiene il 30% del valore del verbale che i privati avrebbero dovuto pagare alle casse di Milano - avrebbero inserito fuori termine nel sistema informatico dei vigili decine e decine di ricorsi degli amici che poi si sarebbero in qualche modo smarriti nel dedalo dell'iter burocratico fino ad evaporare completamente.

Un altro trucco per salvare l'amico dal pagamento del divieto si sosta? Inserire nella pratica, curata personalmente dagli indagati, un finto pass per invalidi e una finta dichiarazione (firmata però col nome di un invalido vero) che certificasse un accompagnamento in un determinato luogo, quello della contravvenzione. Ma l'inchiesta potrebbe essere solo a una prima fase e non si può escludere possa coinvolgere altre divise. Di certo, nel registro degli indagati risultano già coloro che per farsi annullare le multe hanno aperto i cordoni della borsa.

Biagio Marsiglia
16 febbraio 2011





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Sanremo, bufera sulla Rai "Con i soldi del canone attaccano Silvio e Fini"

Quotidiano.net

Sanremo, 16 febbraio 2011 - La prima serata del festival di Sanremo edizione 2011 forse rimarrà famosa per l'ingresso sul palco dell'Ariston della satira politica: proprio nel giorno del rinvio a giudizio del premier per il Ruby-gate,  Luca Bizzari e Paolo Kessisoglu hanno messo in scena - cantando il brano-parodia "Ti sputtanerò" - la lite tutta politica tra Berlusconi e Fini. E la cosa promette di dare la stura alle polemiche.


Sullo sfondo, durante la canzone, due maxi primi piani di Gianfranco Fini, a sinistra del palcoscenico, e Silvio Berlusconi, a destra. Un brano con ampi riferimenti alle vicende che hanno visto il leader Fli e il leader Pdl chiamati in causa negli ultimi mesi: dalla casa di Montecarlo per Fini, al Rubygate per Berlusconi, passando per Bocchino e la casa di produzione di famiglia con contratti in Rai - per l’uno - e per la vicenda del consigliere regionale Nicole Minetti, per l’altro. Con Luca e Paolo nell’intento di "sputtanarsi" a vicenda, nella parte dei due politici.
"Ti sputtanerò, in tribunale andrò con in mano foto dove tu sei con un trans", diceva uno; e l’altro "consegnerò le intercettazioni e alle prossime elezioni sputtanato sei«. E via dicendo, con riferimenti all’inchiesta della Boccassini, "mostrerò donne sui cubi e ci metto pure Ruby, e ti fotterò".
E l’altro "Ti sputtanerò, sei il mio tarlo con la casa di Montecarlo". Quindi anche cenni ad ‘Annozero' e Santoro, e alle telefonate del dg Rai Masi. Infine ha chiuso Luca con un "Sì, ma il 6 aprile in aula ci vai solo tu", riferimento alla decisione di oggi del Gip di Milano di fissare per quel giorno il giudizio immediato per Berlusconi. Applausi dal pubblico in sala. Poi è tornato sul palco Morandi, apparso decisamente - almeno così si è visto - in imbarazzo: non ha detto nulla se non »riprendiamo la gara".

A Sanremo rispunta Roberto Benigni, strapagato per sparare sul governo

Libero







Questa volta si farà pagare. E, a quanto risulta dalle indiscrezioni, mica poco. Roberto Benignini, per salire domani sera sul palco dell’Ariston potrebbe incassare duecentomila euro, forse pure di più. Pensare che l’ultima apparizione in Rai l’aveva fatta a titolo gratuito, partecipando al programma di Roberto Saviano e Fabio Fazio Vieni via con me. In quell’occasione, però, il comico doveva difendere una buona causa: c’era da parlar male di  Berlusconi in diretta. Certe cose  non hanno prezzo. Per tutto il resto, invece, ci sono le casse di viale Mazzini. Forse stavolta il motivo della comparsata non basta a giustificare la trasferta senza rimborso spese. Benigni infatti dovrà parlare dei 150 anni dell’unità d’Italia, a cui la puntata è dedicata. «Farà l’esegesi dell’inno di Mameli», ha spiegato ieri Gianni Morandi, «sarà una cosa sobria e solenne sul canto degli italiani». Fateci capire: per Saviano contro Silvio anche a costo zero; per la Patria e il Tricolore fanno duecentomila euro? Inoltre, a Vieni via con me il monologo è durato quasi un’ora, a Sanremo invece dovrebbe contenersi in trenta minuti.

A sentire tutto ciò, alle Lega è venuto il mal di fegato. Il senatore Cesarino Monti, affilato, ha domandato come mai «il patriota Benigni, con la sua morale prende il 60% in più dell’indennità  di un anno di un parlamentare. Dove sono i moralisti? Dove sono quelli che pagano il canone, i ricercatori, i cassintegrati, i precari e chi  vive con 1200 euro al mese?».

Malumori anche per Roberto Giachetti del Pd, secondo cui sul toscano si usano «due pesi e due misure». Oggi, dice, lo si accoglie con gioia, su RaiTre con Fazio rinunciò al cachet.    Secondo il direttore di RaiUno Mauro Mazza è tutto a posto: «C’è la volontà di incontrarci, si sta chiudendo la trattativa, non ci sono richieste esagerate. Benigni ha trovato l’idea giusta e siamo felici di averlo». Mazza ha detto poi che si aspetta «una prestazione da Oscar».   Parliamoci chiaro: che un artista abbia diritto ad essere pagato se lavora è sacrosanto. Tanto più che Benigni  porta ascolti mostruosi. Quando apparve da Saviano gli spettatori si moltiplicarono:  da circa sette a nove milioni. E nel 2009, allorché si manifestò nel Sanremo di Paolo Bonolis totalizzò il 47.10% di share (in quel caso si parlò di 350 mila euro d’ingaggio).

Il problema non è il compenso del comico, quanto gli argomenti che tratterà. Anzi, l’argomento, perché di solito è uno solo: Silvio. Dall’amico Saviano l’ha massacrato con canzoncine, frizzi e lazzi. Lo stesso fece nel 2009, quando all’Ariston (dopo aver citato Veltroni e il Pd) si lanciò contro il ministro Alfano e poi di nuovo contro il premier.  Morandi, al solito, rassicura tutti: «Benigni non farà sberleffi, non è venuto per mettere in ridicolo l’unità d’Italia». Ma poi è costretto ad aggiungere: «Anche se uno come lui può fare quello che gli pare».

Ecco, se “quello che gli pare” è sbeffeggiare il Cavaliere, giovedì può stare a casa. Su RaiDue, pagato apposta, c’è già Michele Santoro: vorrà mica rubargli il lavoro?


di Francesco Borgonovo

16/02/2011





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Prende la patente a 88 anni: «Ero stufa di farmi sempre accompagnare»

Il Messaggero


PISA - Ha 88 anni Miranda Brigiotti, la neopatentata più anziana d'Italia. Vive a Calambrone, frazione balneare di Pisa, e dopo aver superato brillantemente l'esame questa mattina, spiega: «Mi ero stufata di farmi sempre accompagnare da qualcuno e così ho deciso di prendere la patente per guidare l'auto e potermi spostare da sola». 



Dopo una vita all'estero, tra Stati Uniti, Francia e Germania, in città ben servite dai mezzi pubblici, Miranda è tornata al Calambrone insieme al secondo marito (il primo era un ufficiale americano), e per un po' ha provato ad abituarsi: pochi collegamenti, soprattutto in inverno, e la necessità di chiedere sempre aiuto a qualcuno per potersi spostare. «Così - racconta - ho deciso di iscrivermi a scuola guida e prendere la patente. Non è stato facile, soprattutto per quanto riguarda la teoria». Ha dovuto acquistare un computer e imparare a usarlo, visto che l'esame prevede lo svolgimento in modo informatico.

Il primo tentativo è fallito, ma lei non si è arresa. «È vero sono stata respinta - dice con orgoglio - ma io mi sono rimessa a studiare e alla fine ce l'ho fatta». Molto contento dell'impresa realizzata dalla moglie, anche il marito Ernesto Mussi. «Sono sempre stato un libertario - scherza - e questa ritrovata indipendenza di Miranda mi piace molto».

I ragazzi che l'hanno vista salire in auto per la prova di guida hanno fatto il tifo per lei. «È una nonna fantastica - dice una diciottenne che ha appena superato la prova pratica - ed è lei che ci ha dato forza a tutti, anzichè il contrario». Più tecnico il commento di Marco Longo, titolare della scuola guida dove Miranda ha preso le lezioni: «Ha guidato veramente bene: è stata precisa nelle svolte, si è comportata bene su strada. E poi ha studiato moltissimo anche la teoria. Insomma, questo successo se lo è davvero meritato».


Martedì 15 Febbraio 2011 - 19:34




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Il Dottor House che combatte i tumori grazie alla musica

di Massimo M. Veronese



Maurizio Cantore, primario a Carrara, porta i big in ospedale a cantare per i malati. Gli effetti? Sorprendenti. Il suo "Donatori di musica", 120 concerti in quattro anni, conquista tutte le cliniche. Anche in Usa



 
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Le cose uniche sono semplici e a volte un po' anonime. Come l’aria che si respira al Quarto piano. É un’aria di Brahms, ma anche Schumann. Settimana prossima però sarà jazz, tra due tango. Dieci giorni fa c’è stato Gino Paoli e prima di lui Renzo Arbore, domani si vedrà, il palco è aperto a tutti. Al Quarto piano dell’Ospedale di Carrara c’è Oncologia, gente tosta, gente che lotta, tanti modi di dimostrare coraggio, piani per combattere il nemico e un pianoforte a coda per fare musica. Perchè la guarigione, diceva Dietrich Von Engelhardt, storico della medicina, non è una tecnica, ma una cultura. E la musica qui è terapia della felicità, energia nei momenti più duri, voglia di credere in qualcosa di straordinario.

Maurizio Cantore è il primario di Oncologia dell’ospedale di Massa e Carrara, nuova frontiera nella cura dei tumori al pancreas e alle vie biliari. Da lui arrivano da tutta Italia, ottanta all’anno, più di seimila da quando lui è qui: «Il cancro è un bersaglio mobile, ma noi abbiamo armi sempre più sofisticate per sconfiggerlo: con i trattamenti loco regionali riusciamo a ottenere risultati impensabili fino a qualche anno fa». Bolognese, 54 anni, figlio e padre di medico, sposato con una pediatra, ha studiato a Washington e Francoforte e combatte tumori da 22 anni. Vignettista di talento e allievo di Giannelli, a suo tempo paroliere di canzoni, è un Dottor House geniale e ricco di sorrisi che mal sopporta le formalità.

Ha abolito il «Lei» in reparto e il camice bianco quando non è necessario, fa terapia anche in terrazza perchè le Alpi Apuane, il mare e il tramonto sono una meraviglia, e ogni lunedì, cascasse il mondo, canta con i suoi pazienti nel tea party delle cinque accompagnato al pianoforte da Andrea Mambrini, suo braccio destro e alter ego: «Siamo arrivati qui insieme da Mantova nell'estate di otto anni fa e a dicembre c'era già un pianoforte in ospedale. È un po’ il nostro juke-box». Guai se ti presenti in pigiama e ciabatte e niente musi lunghi: «Dico sempre: non saranno questi tre o quattro etti di malattia a cancellare 70 chili di persona vitale». Cura i pazienti con le tecnologie più avanzate, ma la musica è parte della terapia: «Ti toglie dall’isolamento, tira fuori le risorse che hai dentro, riduce ansiolitici e antidolorifici: migliora il sonno, le terapie sono meglio tollerate. E hai pazienti attivi al tuo fianco nel cammino terapeutico».

Della passione per la musica, lui e Mambrini, ne hanno fatto missione e medicina. Ogni mercoledì sera nella Sala della Musica del reparto c’è un concerto esclusivo, un festival di Sanremo in corsia, Gino Paoli, Renzo Arbore, ma anche Paola Turci, Dario Vergassola, Stefano Bollani, cantano e suonano senza lustrini, solo per amore, per un piccolo pubblico di eroi: «E sono loro che ringraziano i pazienti, non il contrario». Da quattro anni Carrara, complice lo struggente incontro tra Cantore e il producer discografico Gian Andrea Lodovici a cui ora è dedicata la Sala della Musica dell'ospedale con le grandi pareti a strisce colorate, è la capitale di «Donatori di Musica». Come donatori di sangue perchè di vita si tratta.

Una rete di musicisti, medici e volontari, coordinata dal pianista Roberto Prosseda, che organizza concerti negli ospedali, 120 finora in quattro anni. Ma da isola musicale Carrara sta diventando un arcipelago: «Donatori di Musica» è sbarcato negli ospedali di Bolzano, Sondrio, Reggio Emilia, Verona, Roma, Brescia, e presto all'Istituto dei Tumori di Milano, allo Ieo, all'Ospedale del cervello di Palermo, Siena, Genova, Bari. Un’epidemia d’amore che ha attraversato l’oceano fino al Lombardi Cancer Center di Washington. L’America. Portata laggiù da Martin Berkofsky, gigante del pianoforte: vent’anni fa venne diagnosticato un tumore e pochi mesi di vita, da allora suona solo per beneficenza. Perchè la musica, giura Oliver Sacks, è il più completo farmaco non chimico che ci sia. E il mondo non è buono, nè cattivo: è come tu lo fai.




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Dalle scuole al web Avanza l'alleanza dei giustizialisti

Il Tempo


Su internet già pronto il Piazzale Loreto del Cavaliere. Un post ogni pochi secondi. C'è chi vuole organizzare un sit-in a Milano per il 6 aprile e chi tiene ossessivamente sotto controllo le principali testate, soprattutto quelle televisive.


Silvio Berlusconi Una foto del premier Silvio Berlusconi che si sistema la cravatta e sotto la scritta nera in stampatello su sfondo bianco che recita: Appuntamento a Piazzale Loreto. Le locandine sono spuntate nella notte fra il 12 e il 13 febbraio su alcuni muri di Montecavolo di Quattro Castella, nel reggiano.

Da Montecavolo a Facebook dove spunta il sito «Incontrare Berlusconi a Piazzale Loreto» con tanto di foto del Premier a testa in giù oppure «Una ghigliottina per Berlusconi», ovvero «unitevi per decapitare il Presidente del Consiglio». Che burloni. Eppure i tre esempi sono illuminanti per capire quello che aspetta il Cavaliere dopo il 6 aprile («il nostro 25 aprile», lo hanno ribattezzato altri «compagni» creativi sul social network). Del resto l'Italia è abituata a piazze e ghigliottine.

C'è stato il Piazzale Loreto di Benito Mussolini, quello del Presidente Giovanni Leone, poi è toccato a Bettino Craxi e alla fine è stato il turno dell'intera Prima Repubblica, massacrata in diretta tv. Ora tocca a Silvio. Quando radio-procura ieri ha annunciato il giudizio immediato per il Premier, è partita la raffica di monetine virtuali lanciate contro Berlusconi da Libertà e Giustizia, il Popolo Viola, Valigia Blu, la galassia delle donne di «Se non ora quando?». Un post ogni pochi secondi. C'è chi vuole organizzare un sit-in a Milano per il 6 aprile e chi tiene ossessivamente sotto controllo le principali testate, soprattutto quelle televisive (perché «Studio Aperto ha dedicato al caso solo 30 secondi!»). I viola temono l'insabbiamento e reagiscono linkando la notizia ovunque.

Dalla rete alla sacrestia. Un sacerdote di Bergamo ha deciso di dedicare sei pagine del periodico parrocchiale a una stroncatura di quello che già nel titolo viene chiamato «Berlusconi e il Berlusconismo». Silvio viene accusato di «mancanza di senso dello Stato, tra barzellette, corna, cucu' ad appuntamenti istituzionali» e «consigli per gli acquisti di varia natura», con «insofferenza per la legalità, le regole e le istituzioni», «confusione tra privato e pubblico» e «populismo come guida per le scelte politiche».

Mentre il berlusconismo viene visto come uno stile di vita e di politica basato sulla «diminuita capacità di comprendere la fondamentale distinzione tra i poteri dello Stato, cardine della democrazia occidentale», che provoca «uno stravolgimento del rapporto tra fede e politica.

Mentre il cattolico dovrebbe mostrare per intero la propria appartenenza religiosa-etica nella sua testimonianza personale ed essere più indulgente verso gli altri cittadini e cercare una mediazione nella costruzione della legge che deve salvaguardare un bene di tutti, si ha nel berlusconismo la richiesta di una legislazione esigente e dura per la città di tutti e una pretesa indulgenza verso se stessi e la propria libertà personale». Servirebbe insomma la «buona politica, povera di privilegi e ricca di proposte».

Il parroco bergamasco è stato comunque anticipato dal collega trevigiano, don Giorgio Morlin, che il 2 febbraio scorso ha pensato di distribuire ai fedeli le fotocopie di un editoriale della direttrice dell'Unità Concita De Gregorio dal titolo «Le altre donne» per aiutarli a chiarirsi le idee sul caso Ruby.

Dalla sacrestia alla scuola. Nell'ambito di un lavoro svolto sull'allegoria del carnevale, agli studenti della prima media Alighieri di Spoleto l'insegnante di arte ha assegnato il compito di realizzare a casa il disegno di un carro che in qualche modo proponesse le ultime vicende che coinvolgono Silvio Berlusconi.

Praticamente nessuno dei ragazzi lo ha però portato a termine. In seguito alle proteste di alcuni genitori è infatti subito intervenuta la dirigente dell'istituto. La piazza giustizialista - vera, virtuale, spirituale o creativa che sia – si sta scaldando per la «caduta dell'impero».

Poi anche con Silvio si rispetterà la tradizione di questo Paese che non ha mai finito una guerra dalla parte in cui l'ha iniziata. Chi è stato fascista, democristiano, socialista se ne è dimenticato un secondo dopo il crollo. Tempo qualche mese, o forse settimane, e non si troverà un berlusconiano. Si confonderanno con i nuovi giacobini al ruzzolare dell'ennesima testa, tutti a urlare «gip gip hurrà» dopo che il boia avrà fatto il suo mestiere.



Camilla Conti
16/02/2011




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La potenza di fuoco dei giudici

Il Tempo


Il blocco sociale attorno a Berlusconi è forte e il clima di Mani Pulite non c'è più. Craxi fu distrutto anche dalla Lega Nord e dalla compattezza della stampa a favore dei magistrati. Oggi le cose sono cambiate.


Bettino Craxi Impressiona la potenza giudiziaria di fuoco della Procura di Milano, rimasta intatta, se non aumentata, rispetto al biennio 1992-93, quando con Bettino Craxi venne abbattuta la prima Repubblica, schiacciata sotto le inchieste enfaticamente chiamate «Mani pulite». La rapidità con la quale il giudice delle indagini preliminari Cristina Di Censo ha accolto la richiesta di processo immediato a Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile ricorda un po' il lavoro del giudice Italo Ghitti, all'epoca appunto di Mani Pulite.

Anche allora per un bel po' non ci furono richieste dei pubblici ministeri che non fossero accolte da lui. Egli arrivò persino a suggerire per iscritto come modificare un'istanza invasiva dell'accusa per poterla accettare. L'appunto fu poi scoperto in una ispezione ministeriale ma non destò stupore, o scandalo, più di tanto né sui giornaloni né al Consiglio Superiore della Magistratura. Dove, nel frattempo, quel giudice era approdato come esponente togato, eletto cioè dai suoi colleghi. Costretto infine ad occuparsene, il Consiglio naturalmente lo assolse nel 1999. In quegli anni bui era difficile, diciamo pure impossibile, trovare nel tribunale di Milano qualche magistrato capace di contrastare o solo di dissentire da quella macchina schiacciasassi che era diventata la Procura. La povera Tiziana Parenti ci provò tanto inutilmente che alla fine preferì cambiare mestiere.

Per quanto inquietanti e temibili, le analogie rispetto a quel periodo finiscono tuttavia qui per nostra fortuna, e per sfortuna -spero- delle tifoserie politiche della Procura ambrosiana e degli uffici limitrofi. Dove peraltro la carriera unica, come in tutti i palazzi di giustizia italiani, consente a pubblici ministeri e a giudici una frequentazione o assonanza sconosciute o persino vietate in paesi di consolidata democrazia. Erano inglesi, per esempio, quei magistrati che ormai molti anni fa vennero in missione a Roma ed espressero la loro meraviglia scoprendo che pubblici ministeri e giudici potessero prendere lo stesso ascensore.

A raccontare l'episodio sul Corriere della Sera fu il giudice italiano che li accompagnava nella visita: il buon Rosario Priore, poco gradito alla corporazione giudiziaria da quando si mostrò favorevole alla separazione delle carriere, ritenendola perfettamente compatibile con l'autonomia e l'indipendenza della magistratura garantite dalla Costituzione. Diversamente da quel terribile biennio della fine della cosiddetta Prima Repubblica, e a dispetto delle piazze riempite non più tardi di domenica scorsa dalle avversarie e dagli avversari del Cavaliere, l'area moderata e liberale del Paese non è più sguarnita come una tendopoli.

Da Lega, del cui sostegno l'allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli si compiacque pubblicamente, prima che anche il Carroccio venisse lambito dalle inchieste e dai processi sul finanziamento illegale della politica, non sventola più i cappi in Parlamento. E sostiene lealmente Berlusconi, pur non condividendo il modo in cui egli trascorre, diciamo così, il suo tempo libero fra le lenzuola. La stampa garantista è più numerosa e coraggiosa. Anche dai giornaloni allora allineati alla Procura ambrosiana si levano adesso voci discordi e preoccupate. Ma, soprattutto, il partito e l'elettorato di Berlusconi non sono paragonabili ai partiti e agli elettorati divisi e sbandati dei Craxi, Forlani, Martinazzoli e altri di quell'epoca sfortunata.
Nei suoi diciassette anni di azione politica il Cavaliere è riuscito a creare attorno a sè, pur con tutti i limiti organizzativi di Forza Italia e poi del Pdl, quello che il direttore Mario Sechi qui, sul Tempo, chiama giustamente "blocco sociale". Nel quale è difficile che un coltello giudiziario con manico politico, o viceversa, come preferite, possa affondare come nel burro. La sorpresa che la sinistra post-comunista e i suoi alleati di complemento si ritrovarono fra i piedi nelle elezioni anticipate del 1994, con la vittoria di Berlusconi, potrà essere questa volta ancora più grande e, per essi, rovinosa di allora.



Francesco Damato
16/02/2011




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Alla Ue piacciono i clandestini? Portiamoli in Francia

di Paolo Granzotto


L’Europa è «patria comune» solo finché fa comodo. Poi arrivano migliaia di immigrati che vorrebbero andare Oltralpe. Ma lì fanno gli gnorri. Aiutiamoli a raggiungere la meta



La nostra patria comune. Bellissimo, a chi piace il genere, sentirselo ripetere. Pa­tria comune, l’Europa, e dunque senza frontiere: ciascuno va dove vuole e addio a quella vestigia cartacea dell’imperialismo che è il passaporto. Lo sanno ancor meglio di noi le migliaia di tunisini che stanno sbarcando a Lampedusa.

Non un’isola, non il primo lembo all’orizzonte di terra ita­liana. Ma portone d’ingresso dell’Europa. Sbarcati a Lampedusa, sbarcati nella pa­tria comune. Ciò che oggi,con l’emigrazio­ne di massa e il serio rischio che s’ingrossi sempre più a seguito delle vittorie delle piazze nordafri­cane, crea qualche proble­ma, e non solo logistico. Per le anime candide, o semplicemente ipocrite, che si battono per una più generosa politica dell’ac­coglienza - nessun respin­gimento, nessun rimpa­trio forzoso, ma braccia aperte a chiunque raggiun­ge il paese di Bengodi - il problema è di coscienza. Questo perché l’arrembag­gio tunisino sia portato non da povera, poverissi­ma e disgraziata gente, se­condo il cliché del dolente migrante.

Ma da uomini (donne, pochissime) bene in salute e non certo cen­ciosi, i quali non vengono da noi in cerca di carità, ma più che altro desidero­si di cambiar aria. Avendo scoperto che se sotto la ti­rannide s i stava male i n de­mocrazia si può stare an­che peggio, càpita, rime­diano trasferendosi oltre­mare. Scegliendo le vie spicce dell’«emergenza umanitaria». Risulta poi che la maggio­ranza di loro, già di lingua francese e con almeno mez­z a tribù di parenti residen­ti in Francia, non intenda sostare in un centro d’acco­glienza, m a proseguire per Modane o Ventimiglia, var­care impunemente l’ex frontiera abolita con gli ac­cordi di Schengen e scia­mare nell’Exagone. Taglia­ti dunque fuori dai giochi i nostri solidaristi e multi­culturalisti in servizio per­manente effettivo, cui vie­ne meno la leva della pie­tas, la patata bollente pas­sa dunque nelle mani dei ben più pragmatici france­si.

I quali fanno sapere, per bocca del ministro degli Af­fari europei, monsieur Lau­rent Wauquiez, che la Fran­cia non intende accogliere i tunisini - salvo che in casi «molto marginali», una mezza dozzina, forse - per­ché «non occorrono premi all’immigrazione illega­le ». Giusto, anzi: giustissi­mo. Però non ci siamo. Non ci siamo per via del­la patria comune, di Schen­gen, degli Ideali, dei Valori e dei Princìpi europei. Eu­ropeisticamente parlando la Francia non c’è più, la Francia comincia a Lampe­dusa e finisce a Riga.

Non essendoci più non spette­rebbe nemmeno a Parigi dare una lezione all’immi­grazione clandestina, spet­ta all’Unione, fornita per al­tro di un capintesta, Her­man van Rompuy, e di un ministro degli Esteri (e del­la Sicurezza!), la baronessi­na Catherine Ashton. Gli arrembanti di Lampedusa dimostrano, infatti, che il problema è dell’Europa che se si è voluta senza frontiere interne, non può far finta che non ne esista­no di esterne, perimetrali, le quali vanno difese, sem­pre nell’interesse comuni­tario, dalla pressione del­l’immigrazione clandesti­na.

Trattando con decisio­ne con i governi delle na­zioni che più alimentano il flusso per costringerli, con le buone o con le cattive, a ostacolare le partenze. E montando la guardia per impedire fisicamente gli ar­rivi. Non si chiede, nel no­stro caso, l’invio di una task force (mandata però al largo della Somalia per proteggere il naviglio mer­cantile dai pirati), basta la nostra di marina, purché una direttiva comunitaria - e quindi santa - l’autoriz­z i a fare sul serio: aggancia­re barche, barconi e barchi­ni per ricondurli all’istan­te al porto d’origine. Ma­lauguratamente l’Europa seguita a fare lo gnorri me­nando a più non posso il can per l’aia.

Non ci resta quindi che sbrigarcela da soli. E il modo migliore, an­zi, l’unico, è d i acconsenti­re, con un gesto umanita­rio ad alta valenza etica e civile, ai desideri, alle aspettative di quei poveri emigranti nostri fratelli. Predisponendo subito dei convogli per instradare i tu­nisini sulla via della Fran­cia, cosa che è nel nostro pieno diritto, che non viola - e vorrei vedere - nessuna norma internazionale e co­munitaria, nessun articolo della convenzione sui dirit­t i dell’uomo. Una volta che vi abbiano messo la punta del piede, in Francia, ve­dremo come se la caverà monsieur Wauquiez. Pro­babile che chieda l’inter­vento dell’Europa e anche in questo caso staremo a vedere cosa risponderà, la patria comune.



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