giovedì 17 febbraio 2011

Mamma Ebe rimarrà in carcere

Il test anti-droga per i camici bianchi

Rivoluzione in Spagna Nelle strade a 2 corsie il limite di velocità scende a 30 km orari

Quotidiano.net


Il governo Zapatero sta studiando una modifica al codice che riguarderà una parte dei tratti urbani. Il motivo? “A 70 km all’ora non si salva nessuno, a 50 km si salva la metà, e a 30 si salva il 95%”







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Svizzera choc, eutanasia di un malato depresso Tv filma e manda in onda

di Roberto Bonizzi


Al centro delle polemiche finisce l'organizzazione Exit che fornisce "assistenza al suicidio". Ma in questo caso non si tratta di un malato terminale, ma di una persona sana affetta da sindrome maniaco-depressiva



 

Zurigo - L'eutanasia a un paziente depresso filmata in diretta dalla tv svizzera. Una persona che, nonostante i problemi psichici, non appare malata. Ancora una volta nella bufera delle polemiche si ritrova l'organizzazione Exit, già finita in diverse occasioni nell'occhio del ciclone per l'attività di "assistenza al suicidio" dei malati in fase terminale. Le telecamere, racconta il quotidiano elvetico Le Matin, hanno filmato l’ultimo capitolo della vita di Andrè Rieder, uomo di 56 anni afflitto da sindrome maniaco-depressiva, per un documentario in programma alla televisione svizzera tedesca.

Assitenza al suicidio L’uomo ha contattato l’associazione Exit nel marzo 2010 e dopo otto mesi e un’inchiesta, l’associazione ha accettato di accompagnarlo alla morte. Ma dalle immagini, l’uomo non sembra malato e la trasmissione riapre il dibattito sulla legalità di fornire assistenza al suicidio anche ai malati di mente, accettata dal tribunale federale svizzero ad alcune condizioni.

L'ultimo giorno Il giorno previsto per morire Rieder mangia insieme al migliore amico in un ristorante, si reca al museo per una mostra su Picasso e poi alle ore 18 entra nei locali di Exit, a Zurigo, per bere il cocktail fatale. Accompagnare alla morte un malato di mente, una persona depressa, è delicato, riconosce il presidente della sezione romanda di Exit Jerome Sobel. Ma "alcune malattie psichiche sono come un cancro dell’anima e possono risultare incurabili" ha spiegato. In Svizzera, l’assistenza al suicidio è ammessa ad alcune condizioni. Il governo sta valutando l’opportunità di disciplinare l’attività delle associazioni attive nel settore.





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Perugia, immigrati sul portapacchi

Corriere della sera

Per 36 ore hanno bevuto solo acqua da cannucce

Il viaggio della speranza di due africani. Altri due nel bagagliaio


Alassio: molestò chierichetta, sacerdote condannato a sette anni

Corriere della sera


A favore di don Luciano Massaferro erano scesi in campo la diocesi e il sindaco della cittadina ligure


La piccola vittima era 11enne


Don Luciano Massaferro
Don Luciano Massaferro
MILANO - Don Luciano Massaferro è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta allora di 11 anni. Il tribunale di Savona, perciò, in primo grado ha condannato a sette anni e otto mesi di reclusione, a 190 mila euro di risarcimento e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e a fini educativi il parroco 46enne della chiesa di Alassio dei SS. Giovanni e Vincenzo.

DIFESE - In difesa di don Massaferro, arrestato ad Alassio il 29 dicembre 2009, si pronunciò a suo tempo la diocesi, che parlò di «fantasie di una ragazzina» prese per vere dai pm. Il vescovo di Imperia e Albenga, monsignor Mario Olivari, lesse in chiesa un documento in difesa del sacerdote. Anche il sindaco di Alassio, Marco Melgrati (Pdl), disse «tutto si fonda solo sulle parole di una bambina facilmente suggestionabile» e che si era «fatto di don Luciano un mostro».

INDAGINE - L'indagine era nata dopo la segnalazione dei medici dell'ospedale Gaslini di Genova, dove era stata ricoverata la bambina. L'attività investigativa della squadra mobile della questura di Savona è durata un mese e mezzo. Nel settembre 2010 il sacerdote aveva ottenuto i domiciliari e, dopo un periodo trascorso in un convento, a gennaio aveva fatto ritorno nella parrocchia di Alassio, dove ha atteso la sentenza. I legali di don Luciano hanno preannunciato che ricorreranno in appello dopo aver letto le motivazioni della sentenza.



Redazione online
17 febbraio 2011



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Sanremo, gag su Saviano Ma la stampa di sinistra proprio non ha gradito

di Redazione




Per la stampa progressista solo la satira sul Cav fa ridere. L'Unità, il Fatto e Repubblica fanno a gara per stroncare la seconda puntata del Festival. Ora c'è attesa per il Benigni salva show



Milano - La satira sul Cav fa ridere. Mentre i nuovi sketch di Luca e Paolo su Roberto Saviano e Michele Santoro infiacchiscono la kermesse e buttano giù l'audience. O almeno così pensa la sinistra. Guarda caso."Difficilmente le nuove gag riusciranno a raggiungere la fulminea popolarità di Ti sputtanerò - si legge sull'Unità - che ieri veniva cantata nelle strade di Sanremo più di qualunque altra canzone". Quindi, avanti tutta con le battute sul Rubygate, sul Giornale che getta fango e sul governo che deve andarsene a casa. Ma se la satira "colpisce" dl'altra parte, la stampa progressista sembra non gradire. 
Par condicio al Festival di Sanremo Dopo il duetto Silvio-Gianfry sulle note di Morandi, Luca e Paolo replicano alla seconda serata del Festival di Sanremo con un divertente botta e risposta bipartisan."Non ce l'avevamo con Fini e Berlusconi - spiegano i due comici a Repubblica - prendiamo in giro il sistema della macchina del fango". Poi, per chi non l'avesse capito, puntualizzano: "Diciamo la verità, basta pronunciare il nome di Berlusconi e la gente si mette a ridere". Ieri sera, quindi, è toccato a Santoro e Saviano. Manco a dirlo: quei giornali che ieri mattina titolavano con toni trionfalistici in favore dei due comici, oggi li hanno stroncati. Repubblica in primis non ha apprezzato più di tanto l'inversione di satira. Lo si legge tra le righe. Adesso c'è attesa per il "Benigni salva show" che stasera andrà in onda con un "esplosivo monologo".
Luca e Paolo incoronati eroi per una sera Il Fatto ieri ha osannato Ti sputtanerò, ma oggi è un'altra musica. "Il compromesso tra quello che gli avrà fatto fare Rai Uno, la voglia di piacere a tutti, il loro ruolo di conduttori delle Iene, e la par condicio, ha raggiunto vertici assoluti di scarsa qualità - spiega Mariano Cirino nel suo blog sull'edizione online del Fatto - erano arrivati per rottamare Pippo Baudo, il Bagaglino e la vecchia televisione, ora ci sono dentro fino al collo e satireggiano con la forza di un peluche". Sembra la fotocopia dell'Unità che accusa la Kermesse di ritrovare "la sua profonda natura di balena bianca  del Bel Paese". Indice puntato contro Gianni Morandi che "raccoglie i frutti della strategia bi-e-tripartisan, bella ciao e giovinezza, cantautori e defilippi e si rimira nella grazia del Dio Auditel".
Tutta colpa di Mamma Rai L'Unità non ha alcun dubbio. E' colpa della Rai, quella stessa "Rai del minzolinismo lunare" che sprizza gioia oggi per le Iene Luca&Paolo: nuovi eroi al tramonto della seconda repubblica, che prima sbattono di fronte a milioni di spettatori il basso impero di Arcore e la 'macchina del fango' e poi sbeffeggiano la sinistra". Morale? "L'effetto - scrive Brunelli - è debolissimo in confronto alla ‘botta' di martedì sera". E ancora. "Difficilmente le nuove gag riusciranno a raggiungere la fulminea popolarità di Ti sputtanerò". L'Unità non crede che a viale Mazzini nessuno sapesse cosa i comici avrebbero fatto sul palco: "Nessuno ci crede". Ne sono convinti pure al Fatto. Scrive Silvia Truzzi: "Davvero vogliono farci credere che non conoscevano i testi? Ma è il giochino delle parti, il Dc style non muore mai. E Luca&Paolo sono utilizzati come prova della grande libertà d'espressione della Rai". Poi la stoccata finale: "Fa sorridere che si faccia quasi più informazione all'Ariston che al Tg1 minzoliniano". In realtà - va detto - il calo fisiologico non è così forte come vorrebbe far credere la stampa di sinistra: gli ascolti sono stati sostanzialmente in linea con la seconda serata della Clerici e superiori a quelli i Bonolis del 2009. Ma la verità, per il Fatto e l'Unità, è un'altra: la satira deve colpire solo il "sultano" di Arcore. Altrimenti gli italiani non ridono.




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Prodi benedice Rosy: è questo il futuro del Pd?

di Francesco Maria Del Vigo




Prodi e Bindi: i nomi "nuovi" del Partito Democratico. Il professore la vorrebbe a capo della grande coalizione contro Berlusconi. Vendola appoggia la candidatura, ma il Pd inizia già scricchiolare. Bersani: "Prima facciamo la coalizione". Melandri: "Non può tenere insieme Fini e Vendola"



 
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Prodi e Bindi. Sono i nomi nuovi del Pd. Anzi, il vecchio che sponsorizza il nuovo, che tanto nuovo in realtà non è. Con la benedizione di Repubblica. Da settimane i democratici sono in ebollizione e invocano una grande coalizione, un nuovo Cln, un fronte democratico per abbattere il tiranno, ovvero il Cav. Ma, fino a ieri, mancava il nome, la faccia, in poche parole il candidato. In verità qualcuno il nome lo aveva fatto. Sabato sera - come racconta la Stampa -, per il sessantesimo compleanno di Rosi Bindi si era riunito lo stato maggiore dei Democratici. Tra un bicchiere di rosso e una nota di Bella Ciao, Romano Prodi aveva impacchettato e spacchettato il regalo più importante per la Bindi: "Tutto il potere a Rosi? Perché non farla premier". Una benedizione di quelle che contano. Nella chiesa del Pd Romano Prodi è l'unico papa (non tanto straniero) che è riuscito a esorcizzare il nemico-diavolo Berlusconi. Prodi il vecchio spinge la diversamente nuova Bindi alla testa dell'armata.

Poi Vendola sulle colonne di Repubblica ha lanciato la volata: tutti insieme contro Silvio e alla testa dell'ammucchiata Rosi Bindi. La nemesi del bunga bunga, come lascia intendere Filippo Ceccarelli sul quotidiano di Mauro. Per Rosi è una doppia investitura: quella del presidente pugliese, ma anche quella - forse più importante -, dell'intraprendente partito-quotidiano di Repubblica. Le reazioni non tardano ad arrivare. Bersani schizza in piedi sulla sedia: "Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Prima costruiamo l'alleanza". La Melandri non ci sta: "Lei non può unire da Vendola al Terzo polo". Effettivamente ci vorrebbe il silicone... Fioroni non si fida e fa dietrologia: "Vendola bluffa. Indicando nomi fa un regalo a Berlusconi". Latorre, vice presidente del Pd, la appoggia e la Concia filosofeggia: "E' giusto pensare a un leader per la coalizione". Il Pd è ancora ai blocchi di partenza. 




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Bacia foto della moglie e recupera la vista

di Giacomo Tasca



Evento miracoloso in Inghilterra: un pensionato 76enne rimasto cieco da un anno in seguito ad una malattia degenerativa, è tornato a vederci all'improvviso dopo aver baciato l'immagine della moglie defunta 2 anni fa



 
Daventry - Il miracolo più commovente che si possa mai sperare, quello per cui è la persona che hai amato per tutta la vita a farti regalo più bello. Chissà quale emozione avrà provato George Hudspeth quando, dopo aver baciato la foto della conserte scomparsa nel 2009 ha riacquistato la vista.
Malattia Hudspeth da dieci anni era afflitto da una malattia all'apparato visivo, una degenerazione maculare in forma secca. Nel tempo ci vedeva sempre meno fino ad aver perso completamente la vista un anno fa. Ma soprattutto i medici gli avevano detto che sarebbe rimasto cieco tutta la vita.
Miracolo Settimana scorsa però l'evento imprevedibile. Dopo aver preso in mano la fotografia dell’ex moglie Sheila per il consueto "bacio della buona notte", che ormai Hudspeth compiva ritualmente ogni sera dal novembre 2009, ecco che d'improvviso l’ex sergente dell’esercito è tornato a vedere.
Stupore L'uomo è rimasto sveglio tutta la notte, tale è stata la sorpresa. L'evento ha lasciato esterrefatti ed increduli i medici. Poi finalmente dopo tanto tempo ha potuto vedere per la prima volta la sua nipotina.




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Case del Pio Albergo Trivulzio, affitti «scontati» a politici e amici

Corriere della sera


Tra i locatari anche il consigliere comunale Manca, Buonocore e l'ex tesoriere di Forza Italia



MILANO - Eccoli, i primi nomi (vali all'elenco). Tra gli inquilini del Pat ci sono ex segretari di partito, onorevoli, ex assessori e consiglieri comunali, in una girandola di nomi che comprende figli, parenti ingombranti e amici dei potenti. Il lupo perde il pelo ma non il vizio e le case di pregio della Baggina continuano ad essere affittate a prezzi stracciati ai soliti noti, nelle pieghe di criteri per le assegnazioni che lasciano troppi margini alla discrezionalità e che le opposizioni in Comune e in Regione sintetizzano in una parola: affittopoli. Era il 17 febbraio 1992. I carabinieri piombarono al Pat nell'ufficio del presidente Mario Chiesa e per la Prima Repubblica fu l'inizio della fine. Sono passati vent'anni e molte cose sono cambiate. Ma non tutte, evidentemente. Di certo il 17 febbraio non è una data fortunata per il Pio Albergo Trivulzio. E di certo non è passata di moda l'abitudine di disporre del patrimonio pubblico per far piacere a qualcuno. Oggi come allora. Nello storico feudo nato nel 1771 per aprire le porte ai poveri.

Nel giorno in cui il garante della privacy accende il semaforo verde alla pubblicazione dei nomi, ecco che si apre un primo squarcio negli elenchi degli affittuari finora così gelosamente custoditi dal presidente del Trivulzio, Emilio Trabucchi. E basta un rapido sguardo per capire che il direttore generale non l'ha raccontata proprio giusta ai consiglieri comunali che in commissione a Palazzo Marino, inutilmente, hanno cercato di ottenere la lista dei contratti del Pat e che si sono sentiti rispondere che, comunque, di politici tra gli inquilini non ce n'erano. Sono più di mille gli alloggi del Pio Albergo in città, ma è sufficiente esaminarne alcuni per capire che l'identità degli affittuari da salvaguardare dalla «morbosità del pubblico» (parole di Trabucchi) non è quella del cittadino qualunque. In via Santa Marta 15 spicca un contratto intestato dal 2003 al consigliere comunale del Pdl Guido Manca, ex assessore alla Sicurezza del centrodestra e presidente di Metroweb: canone di 5015 euro annui per 70 metri quadrati lordi.

Nello stesso palazzo ha trovato casa, sempre dalla stessa data, il nipote di Francesco Cossiga, Piero Testoni, parlamentare del Pdl eletto in Sardegna. Il suo affitto è un po' più caro: 8.438 euro per un'abitazione di 83 metri quadrati. Entrambi i contratti sono scaduti nel 2008, ma non risultano oggetto di nuovo bando. E per i contratti scaduti il Pat ha fatto sapere che è stata concordata la proroga con i sindacati con un aumento medio del 30 per cento. Un appartamento di 45 metri in via Paolo Bassi 22 è stato invece destinato dai vertici della Baggina a un tal Alessandro Manca, forse però è solo un omonimo del figlio di Guido. Canone: 1.644 euro.

Ma l'elenco dei politici o dei loro parenti non finisce qui. In via Moscova 25 vive in una casa di 128 metri quadrati per un affitto di 5.655 euro all'anno Luciano Buonocore, politico di lungo corso, co-fondatore del Pdl dove ha portato in dote la Destra Libertaria di cui era segretario. Attualmente è presidente del consiglio comunale di Peschiera Borromeo. Il suo contratto d'affitto scadrà nel 2013. Lo stabile di corso di Porta Romana 116 ha aperto invece le porte, nel 2002, a Domenico Lo Jucco. Contratto scaduto nel 2009: per 121 metri quadrati un canone annuo di 10.242 euro. Lo Jucco, gavetta in Publitalia al fianco di Marcello dell'Utri, è stato tra i fondatori di Forza Italia e del partito azzurro è stato anche tesoriere.Del resto, perché sorprendersi? Il Pat è un'istituzione antica e antiche sono le abitudini.

Rossella Verga
17 febbraio 2011




Ruby, le telefonate, i bonifici»

Corriere della sera


Le conclusioni del gip Cristina Di Censo che ha deciso il processo per Silvio Berlusconi


MILANO - Silvio Berlusconi aveva «l'evidente scopo» di nascondere il reato di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne e voleva «assicurarsene l'impunità» che «la giovane e poco controllabile Karima El Mahroug ben avrebbe potuto porre a rischio», quando fece pressioni sulla Questura di Milano affinché la 17enne marocchina fosse affidata con una «procedura macroscopicamente anomala» alla consigliera regionale Nicole Minetti. Nelle 27 pagine del decreto notificato ieri a Silvio Berlusconi e alle parti lese il giudice Cristina Di Censo spiega perché, rinviando a giudizio immediato il premier per la vicenda Ruby, ritiene che i pm Ilda Boccassini, Piero Forno e Antonio Sangermano abbiano nelle mani quella «prova evidente» (che nulla ha a che vedere con la colpevolezza) richiesta dal codice per saltare l'udienza preliminare e sostenere l'accusa nel processo che comincerà il 6 aprile in Tribunale di fronte ai giudici della quarta sezione penale.

Abuso di potere da parte del premier
Secondo l'accusa, la sera del 27 maggio 2010 Silvio Berlusconi, allertato da Milano sul cellulare personale dalla prostituta brasiliana Michelle Conceicao mentre era a Parigi ad un vertice internazionale, chiamò il capo di gabinetto della Questura di Milano Pietro Ostuni per fare pressioni affinché «Ruby» fosse affidata alla Minetti invece che a una comunità per minorenni. Con quelle pressioni, che servivano ad evitare che emergessero i suoi rapporti con la giovane, per la Procura Berlusconi avrebbe commesso il reato di concussione. La difesa del premier ha sostenuto che non ci fu alcun reato e, se mai ci fosse stato, esso dovrebbe essere giudicato dal Tribunale di ministri e non da quello ordinario. Una tesi seguita anche dalla Camera dei deputati respingendo la richiesta di perquisizione dell'ufficio di Giuseppe Spinelli, l'amministratore del «portafoglio» personale di Silvio Berlusconi dal quale sarebbero partiti i pagamenti per le ragazze del bunga bunga.

Il gip risponde a queste obiezioni scrivendo che, dopo aver esaminato le fonti di prova, si è convinta che la tesi della Procura non è campata in aria e che ci sono parecchi elementi che i giudici del Tribunale dovranno valutare. «È evidente che l'ipotizzato, indebito, intervento» su Ostuni e, a cascata, sugli altri due funzionari che quella sera furono investiti del problema, fu fatto da Berlusconi «sicuramente con abuso della qualità di presidente del Consiglio». Ma questo avvenne «al di fuori di qualsivoglia prerogativa istituzionale e funzionale propria» del premier. Come dire, si mosse con il peso emotivo che la sua carica poteva esercitare sui funzionari, ma non con quello proprio del premier perché come tale non ha «nessuna competenza» sulla «identificazione e affidamento dei minori» né ha «poteri di intervento gerarchico sulla Polizia che dipende solo dal ministro degli Interni.

Le carte: leggi


Nipote di Mubarak «non è logico»
In una memoria allegata agli atti, i difensori di Silvio Berlusconi, gli avvocati-parlamentari Niccolò Ghedini e Piero Longo, sostengono che quella fatidica sera il premier intervenne per «salvaguardare le relazioni internazionali con l'Egitto», dato che riteneva «erroneamente» che Karima El Marough fosse la nipote del presidente egiziano. È una tesi «apertamente contraddetta dalla logica degli accadimenti», sostiene il giudice: in primo luogo, Silvio Berlusconi quando parlò con Ostuni «fece riferimento in termini generici e dubitativi all'illustre consanguineità della minorenne»; in secondo luogo, non risulta che la presidenza del Consiglio, «per tutelare le relazioni diplomatiche con l'Egitto», abbia in qualche modo contattato «le autorità di quello stato per la verifica della nazionalità e dell'identità» di Ruby.

Quando poi fu chiaro che si trattava di una marocchina di 17 anni, sbandata, fuggita da una casa di accoglienza in Sicilia, la ragazza «non fu affidata a una qualsivoglia delegazione diplomatica, ma consegnata alle cure del consigliere regionale Nicole Minetti». La Minetti, 25 anni, eletta alle ultime regionali nel listino bloccato Pdl di Roberto Formigoni su indicazione di Berlusconi, di cui è stata igienista dentale, è imputata con il direttore del Tg4 Emilio Fede e l'impresario dello spettacolo Lele Mora per favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, nell'inchiesta dalla quale è stata stralciata la posizione del premier e che sarà chiusa con il deposito degli atti la prossima settimana.

Assicurarsi l'impunità Ruby è poco controllabile
Il gip scrive che «l'esito della vicenda» in Questura, «storicamente certo», conferma «la ricostruzione dell'accusa» e, cioè, che Berlusconi intervenne per un «interesse» diretto che «riguardava la ragazza e non le parentele extracomunitarie» della giovane. Ma quale sarebbe stato questo interesse? Evitare che ciò che Ruby sapeva sulle feste ad Arcore finisse nelle mani della polizia. Il processo dovrà stabilire se, come sostiene la Procura, «la sottrazione della minore alla sfera di controllo della polizia» aveva per Berlusconi lo scopo di «occultare» il reato di prostituzione minorile e «assicurarsene l'impunità», che «la giovane e poco controllabile Karima El Mahroug ben avrebbe potuto porre a rischio». I due reati, per il giudice, non sono separabili in distinti processi e vanno giudicati insieme dal Tribunale di Milano. Pertanto non c'è alcuna «violazione di legge nella scelta del Pm di mantenere unificate le due contestazioni».

Le prove in 14 pagine Spuntano le auto delle ragazze
La documentazione raccolta nelle indagini, divisa per aree tematiche, riempie 14 delle 27 pagine del decreto di giudizio immediato. Sono «plurime e variegate le fonti di prova», tutte «riferite e pertinenti ai fatti di imputazione». Si va dai momenti della notte in Questura, passando per le relazioni di servizio firmate dai poliziotti che, due mesi dopo i fatti, innescarono in parte l'inchiesta per passare ai cinque interrogatori di Ruby dinanzi ai pm tra il 2 luglio e il 3 agosto fino agli interrogatori delle ragazze che partecipavano alle feste, tra le quali la brasiliana Iris Berardi, presente di notte anche quando era minorenne. Ci sono poi le intercettazioni (mai di parlamentari) e la documentazione bancaria raccolta recentissimamente. Tra cui alcune verifiche su assegni e bonifici dal conto corrente 2472 intestato a Spinelli nella Banca popolare di Sondrio, soldi usati per acquistare autovetture.

Accertamenti preceduti da verifiche sulla proprietà di auto intestate ad alcune delle ragazze. Seguono i movimenti di denaro tra Berlusconi, Spinelli, Mora e Fede oltre all'esame, attraverso i tabulati telefonici, dei presenti alle feste di Arcore anche a novembre e dicembre 2010. «Fonti prova di natura dichiarativa documentale, intercettativa e investigativa pura» che, a parere del giudice Cristina Di Censo, «convergono nel senso della ricostruzione delittuosa prospettata dall'accusa». Elementi che, «allo stato degli atti», non paiono essere «efficacemente contrastati dai contenuti delle investigazioni» fatte dalla difesa del premier che, anzi, «in più punti stridono in termini netti con le acquisizioni dell'indagine pubblica». Una ragione in più perché tutto sia valutato in un processo.

Parti lese Il ministro Maroni
Si tratta di Ruby, presunta vittima del reato di prostituzione minorile, dei tre funzionari della Questura di Milano vittime della presunta concussione: Giorgia Iafrate, che si occupò dell'affidamento della marocchina alla Minetti, del capo di gabinetto Ostuni e del funzionario Ivo Morelli, dirigente dell'Ufficio Prevenzione Generale. Se i dipendenti del ministero dell'Interno furono vittime del premier, è logico che anche lo stesso ministero, attraverso il suo rappresentante «pro tempore», il leghista Roberto Maroni, compaia tra le parti lese.


Giuseppe Guastella
17 febbraio 2011



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Vendola nudo in una spiaggia per nudisti: wow, che scandalo

Il Messaggero


di Mauro Evangelisti

Per dimostrare che anche nel centro sinistra ci sono dei birbaccioni che fanno cosacce e che quindi non bisogna guardare solo nella villa rubyconda del re nudo, l’altro giorno è stato chiamato in causa il leader emergente Vendola. La rivelazione era stupefacente: pensate che da giovane Vendola - che ardire - è andato in una spiaggia nudista. Wow. E il giovane Vendola in una spiaggia nudista - che originale - si è messo nudo. Ma pensa. Ora che si avvicina il giorno del giudizio si attendono nuove imbarazzanti e strabilianti rivelazioni su quei moralisti del centro sinistra. 1. Foto di Franceschini che una volta, nel 1984, andò allo spuma party dell’Amnesia a Ibiza; 2. Testimonianza sul giovane Zingaretti che in un’edicola sulla Prenestina sbirciò una copia del fumetto porno Lando; 3. Video in cui si vede chiaramente Bersani bere tre bicchieri di Limoncello a fine pasto senza reggerli. E poi, ovviamente, un ripasso del caso Marrazzo che non fai male. Ah, già: però lui si era dimesso.




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Le mani della camorra sul voto comunale Ecco la truffa delle false residenze

Punì un gesto di bullismo, prof condannata a un anno

Quotidiano.net


L'episodio in una scuola statale di Palermo nel 2006. L'insegnante fece scrivere per 100 volte sul quaderno "sono un deficiente", il padre del ragazzino fece certificare il trauma dagli psicologi della Asl



Palermo, 17 febbraio 2011 - Fece scrivere ad un alunno cento volte sul suo quaderno la frase “sono un deficiente”. Per questo un’insegnante 59enne palermitana di scuola media è stata condannata a un anno di carcere, con pena sospesa e condono, dopo essere stata ritenuta colpevole di abuso dei mezzi di correzione.

La vicenda, accaduta alla scuola media statale di Palermo “Silvio Boccone”, risale al 2006, quando l’insegnante, per punire un gesto di bullismo del ragazzo, che all’epoca aveva 11 anni, optò per questa singolare decisione.
L’alunno, rimasto traumatizzato dal modus operandi della professoressa, fu accompagnato dal padre all’azienda sanitaria per una seduta con degli psicologi, che dopo aver avvisato la direzione della scuola, si rivolsero alla Procura.

Assolta in primo grado, l’insegnante è stata condannata in appello con una pena ben più salata di quella richiesta dall’accusa, che aveva avanzato la pretesa di 14 giorni di prigione. I legali della donna hanno annunciato il ricorso in Cassazione.





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Il bimbo senza ossigeno nella roulotte

Corriere della sera


Tommaso, 15 mesi, ha una malattia genetica. Staccata l'energia, si ferma la macchina salvavita


BRESCIA - Avete già sentito un bambino di un anno e tre mesi, quasi immobile, emanare dei pigolii, come fosse un uccellino triste o ferito? Bisognerebbe andare al campo sinti di via Orzinuovi per avvicinarsi all'angoscia di due genitori che non possono far altro che asciugare la saliva emessa di continuo dalle labbra del piccolo Tommaso quando gli manca il respiro. Cioè ogni due-tre minuti. Ma ci vuole calma, per raccontare questa storia. Piove sulle roulotte del campo nomadi, dopo il fuoco di lunedì sera. Il conflitto tra i nomadi e il Comune non è una novità. Dopo una tormentata vicenda, l'amministrazione ha investito 180 mila euro per bonificare un campo che costeggia il parco del fiume Mella e ora, da una ventina di giorni, la situazione dei circa centoventi sinti di Brescia (italiani da secoli) sembrava avviarsi verso un epilogo pacifico, con la ghiaia pulita sul terreno, gli impianti idraulici ed elettrici a norma, le fognature.

Restava una questione ancora in sospeso: quel terreno prevedeva sin dall'inizio l'«abitabilità» per 15 famiglie. Rimanevano fuori cinque nuclei, corrispondenti all'ampia famiglia Terenghi, ai quali il Comune ha offerto il trasferimento in via Borgosatollo, dove è stanziata da anni la comunità rom. Proposta inaccettabile, per gli interessati, per motivi ambientali (le famiglie rom vivono ammassate). Non è escluso che gli stessi sinti temano anche una convivenza non proprio pacifica con i rom e chiedono di lasciare che i Terenghi rimangano con la propria comunità, anche se i patti non lo prevedevano. Insomma, di fronte al persistente rifiuto del trasferimento, lunedì sera arriva l'ultimatum, i vigili entrano nel campo e disattivano la corrente per punire i morosi e quelli che non vogliono saperne di spostarsi. È lì che i sinti non ci pensano due volte e bruciano baracche, cassonetti e roulotte ai margini del campo e creano uno sbarramento di fuoco. Il vicesindaco Fabio Rolfi parla di problemi di sicurezza e ci tiene a precisare che si tratta di tutelare anche le altre famiglie.

Ma nessuno avrebbe immaginato che il muro contro muro (e in particolare la mancata corrente) avrebbe creato gravi problemi a due bambini malati che vivono nella comunità sinti. Gabriel ha cinque mesi e soffre di una malattia cardiaca: ieri, in seguito a complicazioni dovute al freddo, è finito in ospedale per accertamenti e il padre si dice deciso a far causa al Comune. L'altro caso è ancora più grave. Eccolo lì, il piccolo Tommaso, tra le braccia di mamma Fenni, vent'anni, seduta sul salotto a fiori grigi, ancora avvolto dalla plastica. Al suo fianco c'è papà Samuel, chiuso in un giubbotto scuro, trent'anni. Tommaso soffre di una malattia genetica rarissima (solo 14 casi al mondo) che si chiama H-ABC: quel che gli permette di sopravvivere è un sondino fissato a una narice e a una macchina per l'ossigeno pronta all'occorrenza (cioè ogni mezz'ora). Quando, lunedì sera, è mancata l'elettricità, il signor Marin ha dovuto procurarsi con le buone o con le cattive un generatore portatile, e l'ha trovato a San Zeno. Tra le braccia di sua mamma, continua a tossire sputando catarro: pulirlo con un fazzoletto è ormai un gesto automatico che papà e mamma fanno centinaia di volte al giorno. «Buono Tommaso, buono...».

Sulla porta della roulotte c'è un cartello scritto a mano: «Per piacere, non salite con scarpe, tosse, febbre, bambini vi prego non ho più voglia di stare in ospedale». Firmato Tommaso, che prega i bambini del campo di non entrare per non procurargli infezioni. «Ogni venti giorni al massimo - dice Samuel - bisogna ricoverarlo perché si prende l'influenza. È nato così, non c'è guarigione, non hanno ancora capito che cosa succederà». Purtroppo non è difficile sapere che cosa succederà, leggendo i due soli studi specialistici che esistono sulla H-ABC. È una malattia degenerativa, che colpisce i gangli basali. «Non sappiamo come crescerà, sappiamo che porta cecità, sordità e immobilità», dice mamma Fenni. Oggi in ospedale hanno cambiato il sondino. La storia della famiglia Marin è presto detta: originari di Piacenza, hanno lasciato il campo della loro città il mese scorso e si sono trasferiti qui perché l'ospedale di Brescia dispone di mezzi più aggiornati: «Ora però vogliono mandarci via, perché siamo residenti a Piacenza: è già partita l'ordinanza».

Scarpette blu da ginnastica, su cui non camminerà, felpa verde, Tommaso si agita, pigola pigola, gira gli occhi al soffitto: «Me lo dice come possiamo fare con un bambino così delicato? Ci sono notti che ci fa tribolare, bisogna sempre tenerlo attaccato all'ossigeno, dieci giorni fa alle tre di notte aveva pochi battiti, appena appena, era nero in faccia e all'ospedale ce l'hanno salvato». Nove chili, i pugnetti sempre chiusi. Come gli altri sinti, anche Samuel si arrangia andando a raccogliere ferraglia nei dintorni per rivenderla nei centri di rottamazione. Oppure viene chiamato per svuotare qualche cantina in città. Questo è tutto. I suoi antenati erano giostrai e circensi. «Con Tommaso ci vogliono tanti soldi, ogni tanto dobbiamo andare a fare controlli a Milano e a Padova». Il ministro spirituale del campo si chiama Renato Heric. È un pastore evangelico ed è fiero della sua comunità: «Il sindaco dice che usiamo i nostri bambini per ricatto, venga qui a trovarci, per favore, venga a vederli». Tommaso ha sonno. Mamma Fenni lo adagia nel lettone pieno di cuscini. Ci sono due tubicini per l'ossigeno da infilargli nel naso e il saturimetro da fissare al pollice con un cerotto. Ora può dormire.

Paolo Di Stefano
17 febbraio 2011




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Le foto che imbarazzano Piacenza Sui manifesti un inno alla mafia

di Redazione


Indignazione nella citta' per affissioni e spot che inneggiano alla mafia. Forse è una provocazione artistica a sfondo di denuncia sociale




Piacenza - Indignazione in tutta Piacenza. Non sono proprio piaciuti i manifesti che da alcuni giorni sono comparsi nella città. Né, tantomeno, certo spot in onda su una radio privata. A infastidire i piacentini lo choccante inno alla mafia.Una trovata pubblicitaria? Uno scherzo di cattivo gusto? Una campagna di denuncia? Per ora non si sa. Restano, però, i brontolii degli abitanti.


Manifesti a favore della mafia "Le tasse sono una rapina, il pizzo e' solo il 20 per cento". E su un angolo la scritta: "Mafia, un altro mondo". E ancora: "Più libertà" (e sullo sfondo una bustina contenente foglie di marijuana). E ancora: "Più sicurezza" (sullo sfondo un fucile e una pistola). Immagini troppo forti per i piacentini che hanno scritto anche alla redazione del Giornale.it per lamentarsi della pubblicità. "Sono indignata da una campagna pubblicitaria del genere a favore della mafia - ci scrive Silvia Montanari - speculare su tematiche così scottanti e gravose sul nostro paese in un momento come questo mi sembra inammissibile e di cattivo gusto". Potrebbe essere una provocazione artistica a sfondo di denuncia sociale organizzata da una galleria d'arte piacentina, ma al momento si ignora il committente.




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Silvio a processo in 80 giorni Il governo D’Alema in 11 anni

di Stefano Zurlo



Undici anni contro 80 giorni. Ottanta giorni per arrivare al processo contro Silvio Berlusconi, undici anni per non riuscire nemmeno a iniziare il dibattimento sulle presunte malefatte dell’operazione Arcobaleno, targata governo D’Alema. Ottanta giorni per terremotare l’immagine del leader del centrodestra; undici anni per far evaporare, goccia a goccia, un’inchiesta che aveva messo in imbarazzo il centrosinistra nella versione dalemiana.

Da Milano a Bari ecco due storie che raccontano al meglio il peggio della giustizia italiana. E le sue diverse velocità. A Milano il premier viene iscritto nel registro degli indagati pochi giorni prima di Natale e in un amen viene rinviato a giudizio. A Bari, invece, un’inchiesta interminabile si affaccia timidamente al processo dopo undici anni. E a un passo dalla prescrizione incombente. Game over.

È il 2000 quando nel mirino dei pm finisce la missione voluta da D’Alema per aiutare i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato. Panorama e poi Striscia la notizia alzano il coperchio sulle malefatte, le ruberie, le attività oblique di quella che oggi si chiamerebbe la cricca. Al vertice della cricca c’è, secondo i pm, Franco Barberi, all’epoca capo della protezione civile e sottosegretario. L’accusa, per lui e per i suoi collaboratori, è quella di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici, in particolare quelli miliardari delle divise della polizia; ancora di aver brigato per portare lo stesso Barberi ai vertici della Protezione civile e addirittura di aver fatto saltare la testa del prefetto Bruno Ferrante, capo di gabinetto del Ministro dell’Interno e nemico della cricca. Il 20 gennaio 2000, più di undici anni fa, vengono arrestati il capo della missione in Albania Massimo Simonelli e il numero uno del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia.

Con loro vengo ammanettate altre due persone. D’Alema s’inalbera e parla di «scandalo inventato» e «manovre politiche da bassa cucina». Non basta, perché il cerchio degli indagati si allarga: vengono raggiunti da un invito a comparire alcuni funzionari della protezione civile, imprenditori, il deputato Ds Giovanni Lolli e l’ex parlamentare Ds Quarto Trabacchini. Trabacchini e Lolli avrebbero soffiato ad alcuni amici della cricca la notizia che i loro telefoni erano sotto controllo. Provocando un danno gravissimo per gli investigatori.

L’indagine sembra inarrestabile e perfino D’Alema viene sentito come testimone dal pm Michele Emiliano. Che però, qualche tempo dopo è protagonista di una singolare metamorfosi: lascia l’inchiesta, va in aspettativa e corre da sindaco per il centrosinistra che a lungo ha scandagliato. Curioso: nel 2004 il pm che ha messo il naso negli affari, forse sporchi, del governo D’Alema, diventa sindaco di Bari alla testa di una coalizione il cui azionista di riferimento è lo stesso partito di D’Alema. L’indagine invece è diventata talmente grande da non avere più confini e si allunga pure il catalogo dei reati contestati: abuso d’ufficio, concussione, corruzione, peculato, associazione a delinquere, addirittura attentato agli organi costituzionali.

Insomma, il procedimento sbanda di qua e di là. Poi, finalmente, l’indagine, che si è allargata alla sparizione dei viveri nei campi profughi, al business delle divise dei vigili del fuoco, ai rapporti con le cosche albanesi e a chi più ne ha più ne metta, si chiude. Troppi i filoni e troppo il tempo passato. Ma il peggio deve ancora arrivare.
Il processo ai 17 imputati non riesce a decollare. Sono sette le false partenze in due anni. E intanto i pm perdono i primi pezzi. Le accuse contro Lolli e Trabacchini, imputati di favoreggiamento, vanno in prescrizione.

È incredibile, ma non si riesce comporre il collegio giudicante. La giustizia, la stessa che a Milano accelera per arrivare alle sentenze sul premier, a Bari frena: è l’incompatibilità il virus che porta lentamente all’eutanasia. Molte toghe erano gip all’epoca dei fatti e non possono più occuparsi della presunta cricca. Il 10 febbraio scorso si tiene finalmente la prima udienza, ma il dibattimento va subito in testacoda e viene rinviato al 4 maggio. Siamo alla farsa. Perché i testi che dovranno essere ascoltati sono 66 e fra di loro ci sono figure carismatiche della sinistra come Walter Veltroni, Franco Bassanini, Sergio Cofferati.

Un esercizio virtuale. La prescrizione scatterà esattamente fra un anno: a febbraio 2012. E a quel punto quel che è sopravvissuto al naufragio generale andrà definitivamente al macero. Due giustizie. Due velocità. Un processo che brucia i tempi e conta le settimane. Un altro che va in letargo, nel silenzio generale, e muore di consunzione dopo aver scavalcato la soglia dei dieci anni. Un’altra pagina di vergogna nazionale.



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Non c'è speranza per l'Italia»

Corriere della sera

di A. Grasso

Clerici da Telefono azzurro. Dubbi Luca&Paolo