venerdì 18 febbraio 2011

Case di lusso a prezzi low cost Scontro sulla lista degli inquilini

Corriere della sera

Milano, i privilegiati nell'elenco degli affitti del Pio Albergo Trivulzio.

La lettera della compagna di Pisapia

Il presidente del consiglio comunale: oggi consegno i nomi


l'ingresso del Pio Albergo Trivulzio a Milano

MILANO - Nell'anniversario di Tangentopoli il Pio Albergo Trivulzio (Pat) torna a scuotere Milano. Il suo patrimonio immobiliare, frutto di lasciti e donazioni secolari a favore dei bisognosi, è al centro di uno scandalo che porta dritti a casa di onorevoli, (ex) segretari di partito, uomini legati alle istituzioni con incarichi in Comune e Regione, parenti del potente di turno. Tutti inquilini di appartamenti di pregio concessi a prezzi low cost.
I loro nomi stanno venendo a galla a colpi di indiscrezioni giornalistiche: ma l'elenco ufficiale finora è stato custodito gelosamente nei cassetti del Pio Albergo Trivulzio, da fine '700 uno dei più importanti ospizi d'Italia, con immobili in luoghi prestigiosi (via Moscova, piazza del Carmine, piazza Mirabello, via Santa Marta e corso Buenos Aires).

Le case del Trivulzio

Oggi finalmente la commissione Casa e Demanio del Comune, guidata da Barbara Ciabò (Futuro e Libertà), promette di alzare il velo sulla lista. Sono 1.064 nominativi da settimane bersaglio di sospetti e veleni proprio per la segretezza con cui sono stati conservati (leggi i primi nomi). Del resto, basta sfogliare le delibere del consiglio di amministrazione del Trivulzio, per capire la discrezionalità con cui negli anni sono state gestite le case. Immobili di un ente di diritto pubblico, lasciati in beneficenza dalla Milano con il coeur in man, ma assegnati con un bando pubblico a chi tra i candidati (a parità di requisiti) è in grado di esibire il reddito più alto. Un controsenso per un ente nato con lo scopo di aiutare i poveri. Non solo. Il verdetto finale sui contratti da stipulare è lasciato nelle mani di un comitato ristretto: il direttore generale (Fabio Nitti, in quota Pdl) e il direttore del Dipartimento tecnico (Alessandro Lombardo, vicino all'ex An). La supervisione spetta al presidente del Trivulzio, il chirurgo Emilio Trabucchi (Pdl).




Insomma: affitti (spesso) a prezzi stracciati, per alloggi concessi senza troppi controlli. È questa l'Affittopoli 2011 di Milano. Di qui la richiesta avanzata da settimane dalla commissione Casa e Demanio di rendere noti gli elenchi. Il presidente Trabucchi e gli altri sei membri del consiglio di amministrazione (4 nominati dal Comune e 3 dalla Regione) hanno resistito il più possibile. Tra riunioni in Comune andate a vuoto (anche causa assenza per ferie di Trabucchi) e appelli al Garante della privacy (per il quale non ci sono ostacoli alla comunicazione dei nomi).
 
Ieri la svolta. Nella tarda serata la lista viene affidata al presidente del Consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmeri (Futuro e Libertà). «Consegnerò l'elenco degli inquilini con i dati degli immobili del Pio Albergo Trivulzio alle 16 alla commissione Casa e Demanio - assicura Palmeri -. Lo faccio a garanzia della trasparenza, per correttezza procedurale e per rispetto nei confronti del Consiglio comunale».
 
Un epilogo inaspettato. La giornata di ieri della Baggina (come a Milano è soprannominato il Pat) inizia, infatti, con un consiglio di amministrazione fiume. E la prima decisione presa dal Cda, dopo ore di dibattito, si rivela in breve un passo falso. «Invieremo alla Commissione regionale di Controllo la lista, completa di nominativi, delle nostre unità abitative e commerciali - annuncia il Cda -. Ad oggi ci risulta essere l'unico soggetto legittimato a verificare la corretta amministrazione delle Aziende di servizi alla persona. È nostra intenzione, comunque, richiedere il parere a un illustre esperto amministrativista, al fine di individuare quali altri soggetti hanno diritto di controllo». Niente di fatto, invece. La Regione ribatte immediatamente che gli elenchi sono «irricevibili»: «Le verifiche sulla conoscenza degli inquilini non sono di nostra competenza». Ma, con il Pd che minaccia di rivolgersi alla Procura e le indiscrezioni sugli abitanti illustri che si moltiplicano, l'elenco dei misteri non può più restare in cassaforte. Così alle otto di sera Trabucchi entra in Comune. Dove per oggi s'annunciano (altri) fuochi d'artificio.

Simona Ravizza
Rossella Verga
18 febbraio 2011

Usa, 51enne muore alla scrivania I colleghi se ne accorgono l'indomani

Corriere della sera


Rebecca Wells è deceduta venerdì scorso nella sua postazione-cubicolo tipica dei moderni open space

AL'ORIGINE DEL DECESSO FORSE UN ATTACCO CARDIACO



Rebecca Wells
Rebecca Wells
MILANO - Come ogni giorno, anche venerdì scorso Rebecca Wells, cinquantun anni, impiegata in un ufficio comunale di Los Angeles, era arrivata puntuale al lavoro e si era subito "rintanata" nel suo cubicolo, una di quelle anguste e ordinarie postazioni, caratteristiche dei moderni open space. Si era messa alla scrivania per trascorrere le consuete otto ore, ma da quella postazione non si è più alzata. È morta improvvisamente, forse per un attacco cardiaco. Tuttavia, nessuno se n'è accorto.

CIRCONDATA DA DOZZINE DI COLLEGHI - Rebecca Wells è deceduta sul posto di lavoro. In un grande ufficio e circondata da dozzine di colleghi del Dipartimento Servizi di calcolo dell'amministrazione di Los Angeles a Downey. Gli impiegati non si sono infatti accorti del cadavere nel piccolo angolo d'ufficio accanto al loro. Il corpo della donna è stato scoperto soltanto il giorno dopo da un uomo della sicurezza, riferisce l'emittente losangelina KTLA-TV.
Una postazione-cubicolo tipica dei moderni open space
Una postazione-cubicolo tipica dei moderni open space
Colpa forse anche di quelle celle sempre più piccole che rappresentano ormai il moderno spazio di lavoro, anche nel Vecchio Continente. Simboli di efficienza e flessibilità, quei divisori hanno innanzitutto lo scopo di garantire maggiore privacy; di isolare gli impiegati dai luoghi e dai rumori, senza dover costruire dei muri.

WORKAHOLIC - Il modulo di Rebecca Wells era diviso da tre pareti; l'edificio nel quale lavorava conta oltre un migliaio di cubicoli tutti uguali. Verso le 9 di mattina un collega ha visto la 51enne per l'ultima volta ancora viva: «Era di buon umore e niente faceva presagire che stesse male», ha raccontato John Carruth. Che aggiunge: «Mi ha detto di aver un sacco di lavoro arretrato e di non avere tempo di andare a pranzo». Quando sabato la donna è stata trovata, era ancora sulla sua sedia, col busto stramazzato sul tavolo della scrivania. «Il medico legale deve ancora accertare la causa e l'ora esatta del decesso - ha spiegato il portavoce della polizia Phil Rego - ma tutto fa pensare che si sia trattato di un attacco di cuore o di un ictus e che sia rimasta lì, morta, dal giorno prima». Resta da chiarire il motivo per cui nessuno degli impiegati abbia notato la mancanza della donna. «Il venerdì pomeriggio l'ufficio è quasi vuoto perché molti dipendenti finiscono prima», ha spiegato Rego. Ovviamente sotto choc gli impiegati: «Becky era appena diventata nonna. È una tragedia», ricorda la collega Sonia Perez. Altri raccontano che la donna era una vera e propria workaholic: «Lavorava sempre, senza un attimo di pausa».

Elmar Burchia
18 febbraio 2011



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Morte Cafasso, falso in atto pubblico per i consulenti che fecero autopsia

Corriere della sera


Richiesto giudizio immediato per i 2 medici legali della Procura che esaminarono il corpo del pusher ucciso: fecero solo dei prelievi istologici



IL PUSHER UCCISO COINVOLTO NEL CASO MARRAZZO

ROMA - Falso in atto pubblico. È questo il reato per cui è stato disposto il giudizio immediato nei confronti dei due medici legali che effettuarono l'autopsia di Gianguerino Cafasso, il pusher coinvolto nella vicenda Marrazzo. Sotto accusa ci sono Stefano Moriani e Mauro Iacopini, che come consulenti della Procura svolsero gli accertamenti clinici.






L'ACCUSA - Secondo l'atto del pm Eugenio Albamonte i due affermarono di aver fatto una serie di controlli sul corpo di Cafasso che invece non furono fatti: dissero di aver analizzato ed effettuato, in sede di esame autoptico, tutti gli accertamenti sul corpo dell'uomo mentre da una seconda autopsia, eseguita nell'ambito dell'incidente probatorio sollecitato dai difensori dei tre carabinieri accusati di omicidio volontario, è emerso che quanto dichiarato dai medici non corrispondeva a quanto affettivamente fatto. Dall'esame svolto il 4 settembre scorso dal professore Giovanni Arcudi, insomma, infatti è emerso che non sarebbe stato effettuato l'esame della scatola cranica, che gli organi interni erano in situ e ancora collegati tra di loro e che erano stati effettuati solo dei prelievi istologici e verifiche sul cuore.

IL PROCESSO - Nei confronti di Moriani e Iacopini il pubblico ministero Albamonte, ha chiesto ed ottenuto l'interdizione dall'attività professionale e da quella da pubblico ufficiale per due mesi. Il 28 febbraio si terrà l'udienza al riesame per valutare le istanze dei difensori dei due professionisti. I due, interrogati dal gip, al quale hanno spiegato che la consulenza da loro redatta per il caso Cafasso è stata realizzata utilizzando un precedente esame e che quindi ci sarebbe stato solo un errore materiale, di semplice redazione.

Redazione online
18 febbraio 2011



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Biglietti Atac falsi, truffa milionaria clonato software per produrre originali

Corriere della sera


Emissioni «parallele» in corso forse dal 2003: verifiche della Finanza sui computer dell'azienda che stampa i tagliandi veri. Forse manomesso il sistema di controllo


CONTI IN ROSSO E AMMANCHI


Emettitrice di biglietti Atac in una tabaccheria a Roma
Emettitrice di biglietti Atac in una tabaccheria a Roma
ROMA - A molti romani, prendendo l'autobus o la metropolitana, può essere capitato: viaggiare con un biglietto falso, ma regolarmente acquistato dalle biglietterie. Il sospetto degli inquirenti è infatti quello che nelle tasche dei cittadini siano finiti titoli di viaggio apparentemente «perfetti» e in grado di essere considerati validi dal software aziendale. Dopo Parentopoli, c'è un'altra inchiesta che scuote l'Atac: quella su una possibile biglietteria alternativa, un sistema che - secondo l'ipotesi accusatoria - si trascina da anni.


Il fascicolo, a piazzale Clodio, è stato aperto dal sostituto procuratore Pietro Giordano, che procede per due capi d'accusa: falso e truffa. Inchiesta contro ignoti, per il momento, che nasce dall'esposto di un sindacalista dei tabaccai. Due i filoni principali: la biglietteria «parallela» e la vicenda denominata «tornelli bus», cioè il progetto di installare sugli autobus un meccanismo simile a quello che si trova all'ingresso delle fermate della metro. Il secondo aspetto è più circoscritto nel tempo, e databile intorno alla seconda metà del 2008.


Quello sui biglietti, invece, potrebbe avere proporzioni vastissime: le richieste di riscontro da parte della Guardia di Finanza partono dal 2003 e arrivano fino al 2009. Ma sono in corso ulteriori approfondimenti per capire se la vendita «parallela» sia continuata anche l'anno scorso. Una truffa potenzialmente milionaria, insomma.
Gli inquirenti lavorano sugli ultimi sette anni di bigliettazione, da quando cioè Atac ha riportato in azienda questo settore, dopo il bando del 1998 attraverso il quale era stato appaltato ad una società con sede in Australia, la Erg Ltd. Per la Procura, l'Atac è «parte lesa» e ovviamente sono in corso verifiche sui sistemi di controllo interni. Perché un biglietto sia «buono», infatti, serve una doppia validità: il codice a barre e il numero di serie. Da qualche mese, se n'è aggiunto un terzo: quello dell'ologramma, inserito a metà 2010. Di questi codici, quello a barre è il più facile da «taroccare» ed è quello che potrebbe non essere riconosciuto come fasullo dalle macchinette di Atac.
La Guardia di Finanza, per vederci chiaro, si presenta in azienda parecchie volte nel corso del 2010. I finanzieri hanno bussato alle porte dell'Atac il 20 gennaio. Tornano il 4 marzo, poi il 14 maggio e ancora il 12 agosto. Nel lungo elenco di «ordini di esibizione» firmati dal magistrato, la Finanza chiede di acquisire tutta una serie di materiale, dai contratti alla documentazione contabile-amministrativa. E tra le richieste dei finanzieri c'è anche la black list «dei titoli di viaggio». Informazione, quest'ultima, che però l'Atac - per come è configurato il suo sistema informatico - non è in grado di fornire. Per questo è anche difficile quantificare il giro d'affari della truffa: potenzialmente, potrebbe trattarsi di una «partita» da milioni di euro.



Ad agosto, l'Atac istituisce una commissione d'inchiesta, interroga alcuni dipendenti e si accorge che il sistema ha delle falle. Primo: secondo le risultanze dell'indagine interna, in base ad alcune testimonianze acquisite, i biglietti «fasulli» passavano ai tornelli elettronici come fossero buoni perché il sistema centrale era tarato sul livello di controllo più tollerante. Ipotesi, però, che deve essere ancora verificata dalla Procura. Secondo: in alcune biglietterie, i dipendenti erano in grado di stampare titoli di viaggio autentici senza che l'informazione della vendita arrivasse ai terminali dell'Atac: in base a quanto appurato finora, era sufficiente staccare il cavo di rete al momento dell'emissione del biglietto.


Per questo, due dipendenti sono già stati licenziati. L'altro problema riscontrato dagli uomini dell'ad Maurizio Basile è che il sistema della bigliettazione aziendale non metterebbe a confronto i dati dei titoli venduti con quelli obliterati. Di certo, l'Atac quantifica in 230 milioni la somma che ogni anno incassa dalla vendita dei biglietti. E l'evasione, sempre secondo i calcoli aziendali, sarebbe del 20-30 per cento. La domanda che a via Prenestina si pongono in questi giorni è: qual è la quota di questa perdita imputabile alla cosiddetta «biglietteria parallela»?



Alessandro Capponi e Ernesto Menicucci,

18 febbraio 2011



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Corrado Formigli: «Siamo sotto tiro»

Corriere della sera

«Credo che la violenza maggiore sia quella di attribuirti un'idea politica per non rispondere alle tue domande»


MILANO - Prima Ignazio La Russa, adesso Lele Mora. Non c'è pace per Corrado Formigli. Il giornalista di Annozero in pochi giorni si becca i colpi di tacco del ministro della Difesa e gli improperi dell'agente dei vip.
Formigli, la posso registrare?
«Sì certo...»
No, perché una delle accuse che le si muove dopo la telefonata a Lele Mora, è che lei non gli ha detto che lo stava registrando.
«In questa fase è ancora più importante registrare le interviste con soggetti di interesse pubblico...»
Avvertendoli prima?
«Beh, questo è il punto. Io mi ispiro ad un principio: quando mi qualifico come giornalista ritengo che l'intervistato sappia già che quello che mi sta dicendo diventa pubblico».
Quindi lei non aggiunge «l'avvertenza» al telefono come è accaduto adesso tra me e lei?
«No, io ho chiamato Lele Mora per chiedergli un'intervista ma non ho potuto aggiungere nulla perché mi ha immediatamente contestato e offeso. Anzi, molte delle offese le ho tagliate perché non erano riferibili. A quel punto ho ritenuto la conversazione di interesse pubblico».




Se Lele Mora avesse saputo che l'avreste mandato in onda, si sarebbe espresso in quei termini?
«Non lo so e non no ho la minima idea. Non credo che questo sia interessante. So per certo che lui stava parlando con un giornalista di Annozero quindi stava dicendo ad un giornalista che spera che i fascisti vadano a rompergli le gambe».
E ci sarebbero frasi di Mora peggiori di questa?
«Ho tolto le offese personali che tirano in ballo i miei familiari...»
Ha tirato in ballo sua sorella come ha fatto il ministro?
«No, questa stavolta mia madre. Abbiamo cambiato insomma...»
 
Sua sorella che ne pensa?
«È stata molto contenta che l'abbia difesa. A parte le battute, io trovo scandaloso riferirsi ai familiari. Nel caso di un ministro poi... Non è degno di una persona che ricopre un ruolo istituzionale metterla su questo piano. Esiste l'istituto del «no comment» nei paesi anglosassoni. Se ad una domanda si ritiene di non rispondere, non si fa intervenire la Digos, non si prende a calci il giornalista e non si offende sua sorella. Voi avete idea di cosa accadrebbe se questa cosa si fosse verificata negli Stati Uniti?».




Cambia qualcosa nel suo modo di lavorare?
«Io non mi considero un esaltato della notizia. Le mie domande a La Russa erano legittime e le rifarei in quel contesto, cioè durante una manifestazione contro i puritani».
Sta diventando più cattivo o c'è qualcosa che non funziona?
«Io sono sempre il solito. Il clima invece si sta avvelenando sempre più. Ad esempio, un collega di Libero sostiene che chiedere ad un ministro "se c'è coerenza nel difendere il Bunga Bunga e scendere in piazza per il Family Day" non sia una domanda ma solo un modo per fare «incazzare» l'interlocutore. Io penso invece che sia una domanda legittima. Come quelle fatte dalla Cnn a Nicole Minetti. Se invece le avessimo fatte noi, saremmo passati per provocatori. Siamo sotto tiro. Le possibili elezioni restringono i margini dentro i quali i giornalisti possono muoversi».
 
In passato ha lavorato a Mediaset per tre anni, a Sky e a Radio24. Non si sente dunque un giornalista di parte o come ha detto Lele Mora un «comunista»? 

«Cosa sono io politicamente non ha alcun rilievo rispetto al mio lavoro, in nessun modo. Una delle cose peggiori che si sta facendo adesso è attribuire una etichetta politica ad un giornalista: considerarlo un interlocutore politico a cui fare delle domande e non a cui dare risposte. Credo che la violenza maggiore sia quella di attribuirti un'idea politica per non rispondere alle tue domande».

Nino Luca
18 febbraio 2011

Unità d'Italia, il 17 marzo sarà festa No della Lega, Calderoli: è una follia

Il Messaggero


Tre ministri contrari al decreto che istituisce la celebrazione







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Esce illeso dal testa-coda. Distrutta la Pagani Zonda in viaggio a 320 km-ora

Corriere della sera


Da rottamare l'auto da un milione e 200 mila euro. Mistero sull'identità del guidatore

SULL'Autostrada A10



MILANO - Ha distrutto la sua Pagani Zonda nera, contro il guard rail dell'A10 subito dopo il casello di Spotorno e ne è uscito illeso. L'auto, l'ultimo modello da un milione e 200 mila euro, ormai da rottamare. La Polstrada gli ha ritirato la patente ma resta il mistero sull'identità del ragazzo che guidava la supercar con targa monegasca. L'incidente è avvenuto due notti fa, poco dopo la mezzanotte, sull'autostrada in direzione Genova. Dopo aver superato a 320 all'ora le auto che stavano viaggiando, il ragazzo ha perso il controllo della potente auto, ha fatto un testacoda e, dopo aver picchiato a destra ha perso una ruota, ha capottato e si è schiantato contro il guard rail di sinistra. Il ragazzo è uscito con fatica dai rottami della potente macchina apparentemente illeso. Il giovanissimo proprietario della Pagani Zonda è residente nel Principato di Monaco.



Redazione online
18 febbraio 2011



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Realizzerebbe impianto di recupero rifiuti ma la burocrazia lo frena: 'Basta, vado in Tunisia'

Quotidiano.net


Davide Romeo, 44 anni, a casteltermini (Agrigento) avrebbe voluto realizzare un impianto di recupero di rifiuti urbani: plastica, lattine, carta e cartone . Ma i ritardi sui permessi rischiano di mandare all'aria il progetto: e lui non ne può più

Agrigento, 18 febbraio 2011



Imprenditore, vittima dei tempi lungi della burocrazia, si sfoga: ‘’Mi sono stancato di aspettare, penso che a questo punto andro’ in Tunisia dove abbiamo gia’ altri insediamenti. Il governo tunisino ci ha fatto sapere che ci aiutera’. Come del resto ha finora fatto’’.

Davide Romeo, 44 anni di Favara (Ag) avrebbe voluto realizzare, gia’ con due milioni di euro pronti in cassa, un impianto di recupero di rifiuti urbani: plastica, lattine, carta e cartone a Casteltermini nell’Agrigentino.

Cosi’ tre anni fa decise di avviare questo progetto. E chiese aiuto al Consorzio per le aree di sviluppo industriale della Provincia di Agrigento. Previste anche venti assunzioni per mandare avanti una fabbrica che ha bisogno di pochi macchinari e tanta manodopera.

‘’In poco tempo abbiamo avuto una risposta: - racconta Romeo al Giornale di Sicilia - ci venne dato un terreno a Casteltermini, dove si sono gia’ altre industrie’’. Ma per cominciare era necessaria una sede. Romeo presento’ un progetto edilizio al Comune. ‘’Chiedevano di costruire un capannone di circa mille metri quadrati’’. Consegnata la richiesta, avviate le procedure e’ iniziata l’attesa lunga tre anni appunto. Troppi per lui. Da qui la scelta di mollare ed andare all’estero. ‘’In Tunisia - dice Romeo - e’ tutto piu’ semplificato. Ci sono voluti appena cinque giorni per costituire una societa’. Del resto un motivo ci deve pur essere se a Tunisi si sono gia’ trasferite gia’ 150 imprese siciliane. Il Nord Africa e’ la nuova frontiera’’.

‘’Certo se dovessimo aspettare i tempi del Comune di Casteltermini - osserva - staremmo ancora con le mani in mano. Non e’ questa la politica di cui le aziende hanno bisogno’’.
A Romeo e’ giunta la solidarieta’ di Confindustria. Eppure ribatte il sindaco Nuccio Sapia: ‘’Cio’ che non dice Confindustria e’ che si tratta di un progetto che riguarda lo stoccaggio di rifiuti speciali, per il quale occorre un’attenta valutazione eco-ambientale. Noi di solito siamo solleciti. Ma non vogliamo trasformare il nostro territorio in una ‘pattumiera’’’.






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Israele, per 20 anni agenti dello Shin Bet sposarono donne arabe per spionaggio

Quotidiano.net


Agenti ebrei del servizio di sicurezza interna ricevettero l’ordine di creare nuclei familiari in citta’ arabe con donne ignare della loro identità. Lo scopop era raccogliere informazioni in aree ritenute potenzialmente pericolose

Tel Aviv, 18 febbraio 2011



Per almeno un ventennio dalla nascita dello Stato di Israele agenti ebrei dello Shin Bet (sicurezza interna) ricevettero l’ordine di sposare donne arabe (ignare della loro reale identita’) e di creare nuclei familiari in citta’ arabe.

In quel modo lo Shin Bet sperava di perfezionare la raccolta di informazioni di intelligence in aree ritenute potenzialmente pericolose.

Ma in una fase successiva i dirigenti dello Shin Bet si resero conto che da un lato l’utilita’ di quegli agenti era dubbia, mentre era certamente elevato il prezzo umano che la loro attivita’ richiedeva. Queste rivelazioni sono contenute in una rivista militare, ‘Israel-Defense’, che iniziera’ presto le sue pubblicazioni.

Secondo le prime anticipazioni divulgate dal sito web ‘Kikar ha-Shabat’, gran parte dei nuclei familiari creati per ‘’necessita’ di sicurezza nazionale’’ si spezzarono quando le mogli arabe vennero messe a conoscenza della reale identita’ dei mariti, spesso ebrei immigrati da Paesi arabi.

La rivista aggiunge che i figli di quei matrimoni che lo richiesero, furono riconosciuti come ebrei da uno speciale tribunale rabbinico. Ma ancora oggi, precisa la rivista, molti di loro soffrono di problemi di identita’.






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Durnwalder ha invitato Napolitano in Alto Adige

Quotidiano.net


Il governatore: "Ho scritto una lettera di risposta al presidente Napolitano. Lo invito in ogni momento in Alto Adige e sono disposto a spiegargli anche a voce a Roma la mia posizione"



Bolzano, 18 febbraio 2011



Dopo il richiamo di Napolitano, alla partecipazione alle celebrazioni per l’unita’ d’Italia, il governatore Luis Durnwalder ha invitato in Alto Adige il Capo dello Stato.
‘’Ho scritto una lettera di risposta al presidente Napolitano e credo che ne sara’ molto contento. Lo invito in ogni momento in Alto Adige e sono disposto a spiegargli anche a voce a Roma la mia posizione’’.
‘’Proprio Napolitano - ha detto Durnwalder in un intervento sul giornale Alto Adige - mi ha aiutato a riottenere la possibilita’ di usare gli schioppi per gli Schuetzen. Stesso discorso in altre occasioni: con il presidente della Repubblica ho avuto, quando era ministro, ed ho ancora ottimi rapporti’’.
‘’Noi sappiamo - aggiunge Durnwalder - da dove e’ partito l’input per l’intervento di Napolitano. Se avro’ la possibilita’ di parlare con il presidente, allora capira’, perche’ e’ persona seria e preparata. Ho una grandissima stima del Capo dello Stato, ripeto che e’ invitato perennemente in Alto Adige. Se gradisse un invito specifico non ho nessun dubbio a proporglielo’’.
Nei giorni scorsi il presidente della provincia aveva polemizzato con il Quirinale annunciando il suo rifiuto a festeggiare il 150/mo dell’Unità d’Italia. Durnwalder aveva poi parzialmente corretto il tiro spiegando che gli assessori e i consiglieri della provincia di Bolzano erano liberi di festeggiare, a titolo personale, l’anniversario unitario.






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Affitti facili, ecco la strana morale di Pisapia: la compagna vive in casa pubblica da 23 anni

di Marta Bravi



Scandalo affittopoli nel capoluogo lombardo. Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica e partner del candidato sindaco di Milano appoggiato dal Pd, abita in pieno centro a un canone inferiore a quello di mercato. Ecco la vera casta di sinistra



 
Milano - L’operazione trasparenza inaugu­rata dal sindaco di Milano Letizia Moratti sul patrimonio immobiliare di enti pubbli­ci, Comune di Milano, Pio Albergo Trivul­zio, la «Baggina», e fondazione Policlinico dati in affitto a prezzi low cost, smaschera i furbetti della casa. E con loro i falsi morali­sti dall’accusa facile quando il «corpo del reato» non è a casa loro. Cinzia Sasso, gior­nalista di Repubblica e compagna di Giu­liano Pisapia, candidato sindaco del cen­trosinistra, ex parlamentare di Rifondazio­ne è in affitto da 2-3 anni in un appartamen­to del Pio Albergo Trivulzio in corso di Por­ta Romana.

La cronista è la titolare di un contratto di affitto per una casa in pieno centro a un prezzo che non ha nulla a che vedere con i canoni di mercato. Il candida­to Pisapia lancia i suoi strali solo contro gli inquilini del Comune. «Sì è vero, vivo in un casa del Pio Albergo Trivulzio dal 1989 - risponde la Sasso - il mio contratto è sca­duto nel 2008 e ho dato la disdetta, anche se vivo ancora lì. Come mai? Sto aspettan­do che sia pronta la casa che ho compra­to ».

Peccato che la cronista non riesca pro­prio a ricordarsi come abbia fatto a venire a conoscenza della straordinaria occasio­ne - un tempo l’appartamento era dato in locazione a equo canone - chi le abbia da­to la soffiata, visto che lei arrivava dal Ve­neto, come ci ha raccontato, e non aveva dimestichezza con il mercato immobilia­re milanese. Bisognava sapere dell’esi­stenza di queste case «pubbliche», della loro disponibilità, del bando per poter pre­sentare domanda.

Ma la Sasso non è in gra­do di far affiorare alla mente chi la aiutò, mentre si ricorda di quando, nel lontano 1989, arrivò a Milano dal Veneto e delle difficoltà che incontrò per trovare una ca­sa in affitto. «Quando arrivai era impossi­bile avere un contratto in regola. Con l’equo canone ero costretta-ci racconta al telefono - a intestare la casa a mia madre che era residente a Venezia». I ricordi del­la musa ispiratrice di Pisapia si fermano qui. Poi il buio. Impossibile sapere da lei le dimensioni dell’appartamento e il cano­ne di affitto che paga.

Nelle liste degli inquilini illustri si trova­no molti volti noti della politica di centro­destra. Divide il pianerottolo con la com­pagna di Pisapia, Domenico Lo Jucco, che dal 2002 (il suo contratto è scaduto nel 2009) abita in una casa di 121 metri a 10242 euro l’anno. Per lui, dopo la gavetta in Publitalia a fianco di Marcello dell’Utri, la nascita di Forza Italia, di cui è stato tra i fondatori e tesoriere.

Tra gli altri inquilini del Pio Albergo Tri­vulzio spicca il nome di Guido Manca, ex dipendente della Baggina, assessore alla Sicurezza della giunta Albertini, ora consi­gliere comunale del Pdl e presidente di Metroweb. Anche lui inquilino di lungo corso, dal 1988, paga 5015 euro l’anno di affitto per 70 metri quadrati in via Santa Marta, a dieci minuti a piedi dal Duomo. Nello stesso palazzo abita anche il nipote di Francesco Cossiga, Piero Testoni, parla­mentare del Pdl eletto in Sardegna, che spende 8438 euro l’anno per 83 metri qua­dri.

I contratti sono scaduti nel 2008. Gui­do Manca conferma di vivere ancora nella sua casa: «Sì vivo sempre lì. Il contratto lo rinnoveranno a breve». Cambiamo zona, ci spostiamo un po’ più a nord nella città, in un quartiere di pari pregio: in via Moscova, a due passi da Brera, invece, abita - fino al 2013 - in un appartamento da 125 metri quadrati un al­tro politico illustre: Luciano Buonocore, cofondatore del Pdl già segretario della Destra Libertaria, ora presidente del con­siglio comunale di Peschiera Borromeo, comune dell’hinterland milanese. Storie diverse, carriere diverse, passioni politiche differenti, una risposta accomu­na­la giornalista di Repubblica all’ex asses­sore alla Sicurezza, la determinazione: «Questa casa non la lasciamo».


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Rosy Bindi, l'anti Ruby della sinistra moralista

di Giancarlo Perna



Lerner esalta la vergine del Pd contro le lolite di Arcore, Vendola la candida premier dell’ammucchiata antiberlusconiana Linguacciuta e aggressiva, è perfetta per il ruolo: ai tempi della Dc brindò alla manette, oggi sfida Fini a chi odia più Silvio 



 

Come contraltare alla conturbante Ruby delle notti berlusconiane, la sinistra ca­la l’asso dell’immacolata Ro­sy Bindi e la candida a Palaz­zo Chigi. L’opposizione sem­bra dire: il carnevale delle Ru­by è finito, comincia la quare­sima delle Rosy. Insomma, ci vuole appioppare un’espia­zione collettiva dopo averci fatto fare scorpacciate di ses­so con i guardoni delle procu­re e stampa affine. Rosy è la fiaccola che traccia il solco tra l’immoralismo di destra e la virtuosità di sinistra. Chi meglio di lei, tutta d’un pez­zo, chiesa e partito, inconta­minata per scelta? Primo ad avere l’intuizione della vergine di Sinalunga (Siena), è stato Gad Lerner.
Indignato da tempo, fino ad ammalarsene, per lo stile di vita del Cav, Lerner ha con­trapposto le lolite seminude di Arcore al tipo di donna che predilige: il genere Bindi. Lo ha fatto nella sua rubrica su Vanity Fair , rivista gla­mour in netto con­trasto con i pisto­lotti uggiosi che gli escono dalla pen­na. Zigzagando tra foto di callipige di cui Vanity tra­bocca, ha scritto: «I tempi sono ma­turi perché Bindi diventi la prima donna di governo dopo 150 anni di storia d’Italia». All’autorevole suggerimento ha fatto eco Nichi Vendola e la candi­datura ha preso l’Aire. Dal suo pri­vilegiato osserva­torio pugliese, Ni­chi ha detto che Rosy ha «il profilo giusto per guidare una rapida transizione verso la normalità».
È, cioè, l’esse­re ideale per un governo di «emergenza democratica», per annichilire il Berlusca, ap­provare una nuova legge elet­torale, regolare il conflitto d’interessi e riformare ilsiste­ma stampa e tv che, sempre guardando da Bari, è troppo tenero col Cav. Conclusa l’operazione, l’ammucchia­t­a si scioglie e la Bindi è conge­data: tanti saluti e grazie. Col massimo rispetto per Lerner e Vendola, non è detto che l’operazione riesca. Non tan­to perché al Be­rlusca non pas­sa per l’anticamera del cervel­lo di fare fagotto e Napolitano vuole decidere lui a chi dare l’incarico,ma soprattutto per­ché ha già battuto i piedini Giovanna Melandri.Rosa dal­l’invidia, la bella del Pd ha det­to no a Rosy. «La stimo molto - ha celiato - ma può essere la donna che federa un’allean­za da Vendola al Terzo Polo? Non credo».
E ha evitato per un pelo di aggiungere che la persona adatta era lei, solo per il timore che D’Alema- di cui Giovanna è una dipen­dente- potesse poi farle un li­scio e busso dell’accidente. Alle corte: la candidatura Bin­di è bruciata. Eppure, mettendomi nei panni della sinistra, Rosy è senz’altro la più adatta a gui­darla. Se però mi metto in quelli del cittadino, conside­rerei una iattura pari a un’in­vasione di cavallette la Bindi a capo del governo. È una donna con più carattere che cervello. Crede in quello che dice e lo fa. Sarebbe perciò un ottimo cane pastore per gli sbandati di sinistra. Ma da do­ve le vengano le idee è ignoto e sarebbe quindi un pericolo a Palazzo Chigi. Non è il tipo da prenderle da altri o con­frontarle con i collaboratori, che tratta col frustino in stile Moira Orfei. Le escono spes­so parole di odio e disprezzo con cui alluviona chi non le va a genio. Tra le vittime negli anni: il Msi, la destra dc, Cra­xi, il Cav, ecc.
Si può, dunque, ritenere che il suo organo più vivace sia la bile e concludere che lì si trovi la sede dei suoi ragionamenti. Rosy ha compiuto 60 anni giorni fa. Fin da piccola fu de­terminata, un po’ mascolina e senza smancerie. Frequen­tava gli scout e nei campeggi sentiva meno degli altri il bi­sogno dei ricambi, delle doc­ce, del letto di casa. Trascorse la giovinezza tra la parroc­chia, l’Azione cattolica e, do­po la tragica esperienza con Vittorio Bachelet (fu ucciso dalla Br davanti a lei), entrò in politica. Si iscrisse alla Dc e, nonostante il cuore battes­se a sinistra - tra il bresciano Martinazzoli e l’irpino De Mi­ta - il primo a darle una mano vera fu Andreotti. Si candidò con lui in Veneto per le Euro­pee dell’89, apparve appaia­ta in tutti i cartelloni e fu elet­ta.
Quando poi Andreotti fu falsamente accusato per il ba­cio a Riina, Rosy lo mollò al suo destino con la solita ariet­ta di superiorità di quelli co­me lei, condita di «ben gli sta»,«se l’è cercata»e compa­gnia. Il Veneto è stato a lungo il suo collegio elettorale anche per la Camera dei deputati in cui entrò nel ’94. Ora è alla sua quinta legislatura. Tosca­na linguacciuta, Rosy era mol­to colorita sia nelle frequenti bisbocciate nelle taverne di campagna dove lei e gli amici bevevano come taniche, sia con gli avversari politici. Una volta insultò ma­lamente con st..za, p.tt..a e altro un’as­sessora socialista che non glielo perdonò per anni. Con «Mani pulite», Rosy fu felice come una pasqua. Go­deva per i dc che andavano in galera, teorizzando un parti­to ridotto alla metà di puri co­me lei.
Insieme a Martinazzo­li, fece di meglio: sciolse la Dc, creò il Partito popola­re e si ritrovarono con un terzo degli elettori. Di lì a poco, non ebbe­ro più nulla. Il Ppi naufragò e la de­mocristianità residua, con Bindi mosca cocchiera, si tra­sferì nell’Ulivo e divenne una cosa sola con gli ex comuni­sti. Rosy è una fan di Prodi. Ogni volta che è stato pre­mier, Romano l’ha ricompen­sata con la poltrona di mini­stro. Tra il ’96 e il 2000, Rosy è stata alla Sanità e ha fatto la riforma che l’ha statalizzata e resa un colabrodo. Nel 2006, per piazzarla, Prodi ha inven­tato il ministero della Fami­glia. Durante la sua prima esperienza ministeriale, Bin­di cambiò quattro capigabi­n­etto e cinque capi del legisla­tivo. Uno di loro si licenziò du­rante un Consiglio dei mini­stri. Era nella sala attigua, pronto a fornire suggerimen­ti. Di continuo, veniva un commesso con ordini della ministra di fare questo o quel­lo. Bagatelle da domestico. Per un po’ il tecnico pazien­tò, poi non ci vide più e conse­gnò al commesso due righe per il ministro: «Non sono il suo galoppino».
«Mi aspetto sempre un ceffone se non so­no d’accordo con lei », confes­sò il ds Luigi Berlinguer, mini­stro dell’Istruzione, e suo vici­n­o di sedia al Consiglio dei mi­nistri. Oggi, la vergine di Sinalun­ga è la vice di Fini alla Camera e vanno d’accordo in tutto sal­vo rivaleggiare su chi odia di più il Berlusca. La posta in gio­co è una gita a Montecarlo. Chi perde paga il viaggio. Sog­giorno, in ogni caso, dal co­gnato.




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Ecco la fabbrica per operai anziani

di Cristiano Gatti




La rivoluzione della Bmw: apre una struttura per mantenere in azienda chi ha più bagaglio professionale. Il ringiovanimento non è più un dogma



 

Ci volevano i tedeschi, ci voleva la Bmw, per certificare una verità così solare e così giusta: l’esperienza, la calma, la saggezza, cioè l’incomparabile patrimonio che tra tanti inevitabili danni solo l’età permette di accumulare, non è un bagaglio da rottamare il prima possibile, ma un bene da preservare il più a lungo possibile. Viva i tedeschi, viva la Bmw: e chi se ne importa se mi accuseranno di pubblicità neanche tanto occulta. La notizia è molto più eccitante dell’annuncio di chissà quale modello supertecnologico. Eccola qui, novità mondiale e pietra miliare di un nuovo futuro: l’azienda fatta di e per lavoratori anziani.
L’impianto sta nel sud della Germania, a Dingolfing. Previsti catena di montaggio con postazioni ergonomiche particolari, ottima illuminazione e ritmi più lenti. Ideate persino alcune novità di apprezzabile comfort, come camere di relax e mensa salutista. Ovviamente non sarà un ghetto o un lager geriatrico per bavosi incontinenti: ci lavoreranno anche giovani. Ma Bmw l’ha ideata specificamente per i dipendenti più su con l’età, gente preziosissima che spera di mantenere al lavoro ancora a lungo. E siamo solo all’inizio. Il progetto è estendere la rivoluzione in altri impianti, per trattenere fino a 4mila preziosissimi fedelissimi.
È evidente, due piccioni con una fava: si salva un capitale di sapere formato negli anni, quanto mai utile anche per l’addestramento delle nuove leve, e si rimedia alla difficoltà nel trovare fresca mano d’opera specializzata, problema che sta sempre più aggravandosi. Mi verrebbe da dire: e ci voleva tanto? La vecchia guardia di qualunque azienda sarà magari un po’ pedante e pesante, ma resta a tutti gli effetti una forza fondamentale.

È stupido privarsene per partito preso. Purtroppo, usciamo da un lunghissimo e fetentissimo periodo di dittatura giovanilista. Inutile ripetere il dogma: i giovani hanno più energie, i giovani sono più aperti all’innovazione, i giovani sono più disposti alle sfide e ai rischi (per pudore non si dice che costano meno, forse il loro pregio più apprezzato). E in realtà è proprio così. Ma l’evidenza di questa legge naturale è servita per eliminare idealmente e culturalmente un’altra grande risorsa, che è la maturità. Tra parentesi proprio mentre la vita si allunga enormemente, ma che simpatica coincidenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da tanto tempo gli slogan a testa bassa dei manager conformisti suonano sempre la stessa musica: ringiovanire, ringiovanire, ringiovanire. E ovviamente pre-pensionare, pre-pensionare, pre-pensionare. A 58 anni ci ritroviamo arnesi obsoleti da eliminare in tutta velocità, qualche volta senza neppure un grazie. Con i danni previdenziali che sappiamo.
Con i danni aziendali che sappiamo, perché i vertici poi piagnucolano continuamente sui problemi e sui costi della formazione di nuove leve. Ma anche e soprattutto con i danni umani che sappiamo, perché la gente invecchia male e si ammala pure prima. Di tristezza, di malinconia, di disistima.
Eppure non è possibile che il lavoratore anziano evochi soltanto un penoso crepuscolo di cateteri e pannoloni. Esiste tutta una moltitudine di donne e uomini che vive la maturità della vita in uno stato di armonia psico-fisica decisamente intatta. In altre parole, ci sono molti lavoratori sani e integri che contro la loro volontà vengono sbrigativamente avviati al nientificio, quella strana azienda senile fondata sul lancio di briciole ai passerotti, sede sociale i giardinetti. Guardandoci in giro, li vediamo ovunque: belle persone che non avrebbero la minima intenzione di buttare il cervello al macero.
Diceva l’economista Marshall: «Ogni qualvolta ci siano persone che non lavorano, vi sono risorse produttive inutilizzate, e dunque è come se venissero sprecate». Non solo. Tempo fa mi sono imbattuto in uno studio del neurologo americano Elkhonon Goldberg, le cui conclusioni sono chiarissime: «Il cervello umano, se mantenuto in esercizio e in buona salute, dopo i cinquant’anni è più plastico e più capace di comprendere, gestire e cambiare i modelli, di quanto lo sia il cervello di un giovane. Si può cioè dire che un giovane è più bravo a vedere e a cambiare l’albero di una foresta, ma l’anziano è più bravo a vedere e a cambiare l’intera foresta. Il giovane è più pronto sulla novità, sui tempi rapidi, l’anziano ha più sguardo d’assieme, riesce a vedere la panoramica dall’alto…».
Ci volevano i tedeschi, ci voleva la Bmw, per metterli uno di fianco all’altro, il giovane e l’anziano, con le loro specifiche virtù. Un commosso e ammirato applauso. E noi? Noi siamo stabilmente riuniti a Cernobbio, per chiederci come faccia la Germania ad essere sempre così locomotiva.




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E chi fa satira sulla sinistra diventa «democristiano»

di Vittorio Macioce



Luca e Paolo, due iene, a Sanremo hanno bestemmiato. Certe cose non fanno ridere, per definizione. Ipse dixit. Una cupola di semiologi è pronta a testimoniare che nel secondo libro della poetica di Aristotele, quello perduto, c’è scritto che le battute su Santoro sono il riso degli sciocchi. La bella satira è catatonica: guarda fissa Berlusconi. Non è colpa dei comici. È che certe deviazioni ti creano solo grane. Qualche volta ci pensano, in segreto fanno perfino le prove, uno di loro racconta che ha in cassaforte due o tre battute su Rosi Bindi e perfino un sermone di Saviano. Solo che stai lì, parli con i tuoi amici, con i colleghi, ti consulti con il tuo manager e tutti ti dicono la stessa cosa: ma chi te lo fa fare.

L’unico risultato è disgustare quelli che contano. Dario Fo ti cancella dalla gilda degli artisti e commedianti. Umberto Eco ti incendia con una bustina di minerva. Scalfari che non ride mai, neppure se fai lo scemo con il Cavaliere, ti liquida come pagliaccio e la vita è una cosa seria. Onestamente, come si fa a dire qualcosa di velenoso su Saviano? Passi immediatamente per camorrista. Sberleffi un magistrato? Lei non ha rispetto di Falcone e Borsellino. È inutile dire che non c’è nesso logico. Chi sorride dei giudici è un presunto mafioso. È così. È una legge quasi costituzionale. Tu fai una battuta sui capelli della Boccassini e sei mafia, il figlio di Ciancimino racconta che secondo il padre era una bella donna ed è subito antimafia.

Non ci si sporca le mani fino a questo punto. Meglio, molto meglio, restare su Berlusconi e divagare su Bondi, Gasparri e La Russa. Il giorno dopo ti mettono in cattedra, ti regalano una laurea e ti pagano per un corso sulla ragion comica in qualche ateneo a conduzione familiare. Ci vuole coraggio per andare controcorrente o una lettera autografa di Mauro Mazza. O tutte e due le cose. Bizzarri e Kessisoglu non sanno quello che fanno. La scena del giorno prima con Ti sputtanerò funzionava benissimo, dal morire dal ridere, ortodossa, con l’unico peccato di mettere Fini sullo stesso piano del Berlusca. Questa è satira. Poi la caduta sgraziata del giorno dopo. Quella pantomima volgare e qualunquista.

Michele Santoro? «Sono quindici anni che ripete: e chissà se domani andremo ancora in onda». Saviano? «Il super pelatone che sa tutto lui. Dice o’ vero, ma ci mette un’eternità, un quarto d’ora di pausa tra una parola e l’altra». Tutte quelle storie sul fatto che non puoi fare satira sulla sinistra, ma solo su quell’altro. Mica fa ridere. È satira sulla satira, figuriamoci. Fortuna che arriva Benigni, uno che va a cena con Dante e quindi conosce Aristotele di persona. Il paese è piccolo, tra geni, vivi e morti, ci si conosce tutti.

Si consiglia a Luca e Paolo una veloce espiazione. Repubblica ha invocato il piccolo Dante: «Benigni salva show». Sui blog del Fatto sconcerto e indignazione: Il Dc style non muore mai. Come L’Unità: Sanremo ha ritrovato la sua profonda natura di balena bianca del Bel Paese». Che guaio per le iene. La prossima volta ricordate: Berlusconi, si ride solo di Berlusconi. Un po’ di buona volontà, che diamine. Il copione in fondo è già scritto. Copiate e fatela finita.



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Di Pietro vota col Pdl. Furia Pd

Il Tempo


Il leader Idv salva la maggioranza. Letta: spiegacelo. Incidente: si esprime contro un emendamento Udc sulla giustizia.


di pietro L'Idv vota con il centrodestra una norma che cancella il ricorso al rito abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo e scoppia nel centrosinistra il caso Di Pietro. E, se non sarà questa la goccia che fa traboccare il vaso, di certo la scelta del partito che fa capo all'ex magistrato crea un nuovo casus belli nei rapporti non certo facili tra il Pd e l'Idv. E inasprisce i toni con i centristi che parlando di Italia dei valori «stampella del governo sulle leggi forcaiole». L'incidente scoppia in Aula alla Camera dove l'Idv vota con la maggioranza contro un emendamento dell'Udc al testo sull'inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con l'ergastolo, su cui il governo aveva espresso parere contrario. I voti dei dipietristi risultano determinanti per la bocciatura dell'emendamento dei centristi: se i 14 deputati dell'Idv presenti in Aula avessero votato con l'opposizione, l'emendamento sarebbe passato e il governo sarebbe risultato battuto. Dopo il voto, dai banchi del Pd, si leva un sarcastico applauso nei confronti dei dipietristi che, però, difendono a spada tratta la coerenza della loro scelta.

«Questo è il primo provvedimento in materia di giustizia in cui Berlusconi non c'entra niente. Io voto secondo coscienza come ho sempre fatto, e poi questo testo porta la firma anche dell'Idv», spiega Antonio Di Pietro in Aula, dove viene attaccato dal responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando. Poi, rivolto al Pd, aggiunge: «Questo testo dice che chi è condannato all'ergastolo non può automaticamente ridursi la pena ricorrendo al giudizio abbreviato. Voi siete contro, io a favore, il Paese giudicherà». Una presa di posizione che non va giù ai democratici. Il segretario, Pierluigi Bersani non parla ma il suo vice, Enrico Letta, non usa mezzi termini: «Di Pietro dovrà spiegarla molto bene questa cosa, l'ho trovata incoerente con tutto ciò che dice e ha detto al Pd e del Pd in questi mesi». Anche perché, nel corso della giornata, il numero uno dell'Idv punta l'indice proprio contro il Pd, colpevole, sostiene, di «non aver compreso il contenuto del provvedimento» che, argomenta, oltretutto era stato oggetto in un analogo disegno di legge proprio del Pd.

«Questo provvedimento è stato voluto da noi dell'Italia dei Valori proprio per rispetto della collega del Pd, Olga D'Antona, che ne è stata la paladina e la massima sponsorizzatrice. Prendersela con noi mi sembra, quindi, solo un banale escamotage per giustificare un errore fatto dal Pd». Accuse da cui si difende la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti: è «un provvedimento demagogico che serve solo a dare al governo un'apparente facciata di rigore». L'incidente diplomatico, tuttavia, è solo l'ultimo di una lunga serie. Tra Pd e Idv, ormai, i rapporti sono tesissimi.


18/02/2011



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Il padre vuole vivere con Erika

Il Tempo


Strage di Novi Ligure: pronto a riaccoglierla, quando uscirà tra meno di un anno, nella "casa degli orrori". Dieci anni fa la ragazza, oggi 26enne, uccise la madre e il fratellino di undici anni Il complice ed ex fidanzato Omar.



Erika De Nardo Storia di sangue e di coltello: in mezzo una madre e un fratellino uccisi, sia pure con la complicità di un altro, all'epoca, ragazzino come lei. Sì, è intuibile: stiamo parlando di Erika De Nardo che dieci anni fa, il 21 febbraio del 2001, dimezzò la sua famiglia, lasciando il padre nella disperazione più cupa. Ora è proprio quel genitore a rivolerla in casa, a Novi Ligure, tra le mura degli orrori. Tra le sue braccia, lui che secondo i giudici figurava quale terza vittima del diabolico «piano». Perché tra poco più Erika, che oggi ha 26 anni, potrà lasciare il carcere dove sta finendo di scontare la pena per il duplice omicidio: un massacro, una vera e propria mattanza firmata col sangue di 97 coltellate, in un interminabile raptus di rabbia e di odio che è troppo semplice e riduttivo definire follia. Per quella stessa vicenda il suo fidanzatino Omar, all'epoca dei fatti diciassettenne, è tornato in libertà lasciando il carcere di Asti. Chissà se hanno dimenticato i corpi di Susy Cassini, 41 anni, e del figlioletto Gianluca, di 11. Chissà se il sangue sparso ovunque abbia lasciato l'odore acre, almeno del rimpianto. Perché per bocca degli stessi giudici della Corte d'Appello quello fu «uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria del nostro Paese»: così scrissero quando confermarono le condanne (16 anni per lei, 14 per lui), poi ridotte per effetto degli sconti di pena e dell'indulto.

Ora Erika vuole andare oltre la rete: quella che simbolicamente l'ha ritratta in una partita a pallavolo nel carcere, quella che ha ingabbiato la sua coscienza, la stessa che l'ha tenuta reclusa, nelle maglie strette di una giustizia che, in fondo, l'ha perdonata. Ora aspetta di riassaporare la libertà. Vuole «schiacciare» il ricordo, intende cominciare una nuova vita e avrebbe confidato di voler diventare mamma, di costruirsi una famiglia. E subito il paese mormora. Nella cittadina in provincia di Alessandria si dice che il padre, l'ingegner Francesco De Nardo, si prepari a riaccoglierla a casa, in quella stessa «villetta degli orrori», al quartiere Lodolino, dove è tornato a vivere, subito dopo il dissequestro. Cinque anni fa i legali di Erika avevano chiesto la libertà condizionale perché potesse essere ospitata in una comunità di recupero, ma la Cassazione respinse l'istanza poiché «la ragazza non si era ancora ravveduta». Il padre non l'ha mai abbandonata, è sempre andato a trovarla in carcere: dapprima a Milano, all'istituto per Minori «Beccaria», poi a Verziano (Brescia) dove la giovane si è diplomata e, quindi, laureata in Lettere con una tesi sul pensiero filosofico di Socrate. Il ritorno a casa è una prospettiva che turba gli abitanti di Novi Ligure: l'idea che quella ragazza, diventata una giovane donna, possa tornare tra di loro dopo tanta ferocia non li convince: perché dovrebbe essere diventata un'altra persona?

Quali sarebbero le garanzie di un reale cambiamento? Domande che si pone anche un «addetto ai lavori» come il professor Massimo Picozzi: «Chi siano oggi Omar ed Erika è difficile dirlo - sostiene il criminologo, che fu consulente della difesa della ragazza -. È del tutto improbabile che commettano altri reati, ma hanno compreso l'enormità del loro gesto? Il senso di colpa ha messo radici nel loro cuore?». Lunedì il decennale del duplice omicidio riaprirà le ferite della cittadina: «Temo che la ricorrenza ci farà tornare a parlare di quel delitto, più ancora quando Erika uscirà dal carcere - ha detto ieri il deputato del Pd Mario Lovelli, nel 2001 sindaco di Novi Ligure -. Per la città furono giorni traumatici, c'è voluto tempo per metabolizzare la tragedia».





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Sentenza anticipata

Il Tempo


Il processo al Cav in aprile Ma il gip l'ha già condannato. Il giudice nel decreto: la procura ha trovato la "prova evidente" e quindi il premier probabilmente non verrà assolto.


La sentenza sembra già scritta. Un verdetto di condanna nei confronti di Silvio Berlusconi è stato già messo nero su bianco. Con molta probabilità il premier, al termine del processo per concussione e prostituzione minorile, che inizierà il 6 aprile, ascolterà una sentenza di condanna e non di assoluzione dai reati contestati dalla procura di Milano. Non si tratta di supposizioni o di ipotesi giornalistiche, ma della convizione dello stesso giudice per le indagini preliminari, Cristina Di Censo, che ha fatto finire sul banco degli imputati il Cavaliere, accogliendo in pieno l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri milanesi.

Sì, perché a pagina 10 del decreto che dispone il rito immediato per Berlusconi, firmato il 15 febbraio, il giudice ha paventato la possibilità che alla fine del dibattimento il Cav ascolterà un verdetto «negativo». Un'affermazione che è contenuta nel capitolo che spiega come, secondo il gip, la procura di Milano abbia raccolto nel corso delle indagini «prove evidenti» necessarie ad accogliere la richiesta di rito immediato. «Quanto all'evidenza probatoria, com'è noto, tale requisito si riferisce non alla prova positiva della responsabilità dell'imputato, ma alla prova della fondatezza dell'accusa - scrive Di Censo - per riconosciuta sussistenza negli atti raccolti dalla pubblica accusa di una base di discussione incontroversa, seppur sempre controvertibile, che giustifica e impone la celebrazione del dibattimento e che lascia ipotizzare non già la sicurezza ma "un minimo estremo indefettibile" di probabilità di condanna».

Insomma, secondo il gip, è più facile che nei confronti di Berlusconi, sulla base degli elementi raccolti dai pm, i giudici del Tribunale emettano un verdetto di condanna piuttosto che un'assoluzione. I difensori del premier, comunque, tirano dritto. Continuano a sostenere, oltre all'estraneità dei fatti di Berlusconi, anche che la competenza non è del Tribunale di Milano, ma dei ministri. Nel decreto del gip, però, tra le fonti di prova a carico del premier, vengono riportate anche alcuni nuovi accertamenti su un «giro» di denaro tra il presidente del Consiglio, il suo manager di fiducia Giuseppe Spinelli, Lele Mora e Emilio Fede, ritenuto dagli inquirenti determinante per ricostruire il flusso di soldi legato all'organizzazione dei presunti "festini" a luci rosse ad Arcore, a cui avrebbero partecipato numerose ragazze. Nel capitolo del decreto, dedicato all'elencazione delle fonti di prova, viene indicata dal gip una «annotazione» della Finanza che risale a pochi giorni fa, esattamente all'8 febbraio scorso, «relativa all'esito accertamenti movimentazioni denaro tra Berlusconi Silvio, Spinelli Giuseppe, Mora Dario e Fede Emilio».

Il «giro» di denaro documentato dagli investigatori per i pm è determinante per provare l'impiego di soldi utilizzati per l'organizzazione delle presunte serate a luci rosse e per il coinvolgimento delle ragazze nei «festini». Secondo la procura, infatti, Lele Mora e Emilio Fede, indagati per induzione e favoreggiamento della prostituzione, avrebbero «reclutato», insieme con il consigliere regionale Nicole Minetti, le ragazze che dovevano partecipare alle feste. Per loro e per altre persone i procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno e il pm Antonio Sangermano dovrebbero chiudere le indagini all'inizio della prossima settimana. Nel decreto, inoltre, sono citate altre due annotazioni della Finanza del 2 febbraio. La prima è «relativa agli accertamenti su assegni e bonifici tratti dal conto corrente intestato a Giuseppe Spinelli e acceso presso la Banca Popolare di Sondrio aventi causali a favore di società di vendita automobili o riconducibili a probabili pagamenti verso le stesse». E la seconda annotazione, direttamente collegata alla prima, riguarda «accertamenti sulle autovetture di proprietà» di Barbara Guerra, Alessandra Sorcinelli, Barbara Faggioli, Concetta De Vivo, Elisa Toti e Maria Letizia Cioffi, tutte ragazze che avrebbero preso parte alle feste ad Arcore.


Augusto Parboni

18/02/2011





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Berlusconi danneggia l'Italia"

La Stampa


Su Wikileaks i documenti Usa: "Il premier ci è utile va aiutato". L'ambasciatore Spogli lo accusa: antepone suoi interessi allo Stato



ROMA

La Repubblica e l'Espresso iniziano oggi la pubblicazione di almeno 4000 cable di Wikileas sull'Italia. Nei primi, su Repubblica, si legge un consiglio della diplomazia americana al presidente Obama in vista del G8 dell'Aquila: «Berlusconi danneggia l'italia ma ci è utile e va aiutato: Obama deve salvarlo al G8 dell'Aquila».

L'Espresso apre con una foto di Berlusconi e sullo sfondo, in grand, la bandiera americana. Il titolo è «Quel premier è un clown» e si legge: «Ecco come gli Usa vedono Berlusconi... Dai dispacci emerge un leader che ha sfruttato le istituzioni e danneggiato il paese ma la cui debolezza permette agli americani di ottenere tutto...». Tra i vari documenti citati, anche un testo dell'ex ambasciatore Spogli sul tema del «declino». «Il lento ma costante declino economico dell'Italia compromette la sua capacità di svolgere un ruolo nell'arena internazionale. La sua leadership manca di una visione strategica. Le sue istituzioni non sono ancora sviluppate come dovrebbero essere in un moderno paese europeo....».

Nel suo rapporto di fine mandato come ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli fa un ritratto del premier Berlusconi. Scrivendo alla segreteria di Stato Spogli rifefendosi al premier racconta che «le sue continue gaffe e la sua povertà di linguaggio hanno più di una volta offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei». Inoltre in Berlusconi, dice Spogli, c'è una «chiara volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello stato». In sostanza - conclude il diplomatico - «il suo privilegiare le soluzioni a breve termine a discapito di investimenti lungimiranti, il suo frequente utilizzo delle istituzioni e delle risorse pubbliche per ottenere benefici elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l`immagine dell'Italia in Europa, creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione dell'Italia in molti settori del governo statunitense».




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Era scomparsa da Afragola 15 anni fa Donna ritrovata nella stazione di Sanremo

Il Mattino


SANREMO - È stata ritrovata dagli agenti della Polfer di Sanremo questa sera in stazione, a 15 anni dalla sua scomparsa da casa, una donna di 55 anni, Giuliana Di Battista, allontanatasi da Afragola nel luglio del 1996. Da allora i familiari hanno ricevuto solo una segnalazione da Genova. La donna, che ha cresciuto da sola quattro figli, ha sempre viaggiato lavorando come venditrice ambulante. Di fronte alle difficoltà ha sempre reagito prendendo le sue poche cose e cambiando casa e città.

Quando i figli, diventati grandi, hanno sentito il bisogno di fermarsi lei ha continuato senza di loro il suo viaggio, diventato un girovagare confuso, fino a quando un giorno non è più tornata a casa.

La donna era sdraiata sul marciapiede del binario numero '1'. Probabilmente era tornata dalla Francia. Sul posto è subito intervenuto il personale sanitario di Alfa 2 del 118 per una visita medica.

Giovedì 17 Febbraio 2011 - 20:37




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Mora ad Annozero: «Comunisti di m... Spero fascisti vi spacchino le gambe»