sabato 19 febbraio 2011

Gaffe Rai su Vecchioni, è caos

Corriere della sera.

L'addetto di Rai Trade si lascia scappare in conferenza stampa: «È stato il più televotato».
Protesta Mazzi: «Non si può fare una leggerezza del genere, qualcuno verrà danneggiato, dovevate limitarvi a dare i dati generali».

E Morandi se ne va infuriato

Afragola, torna a casa dopo 15 anni e chiede: «Siete davvero i miei figli?»

Roma è una città violenta? Secondo stupro in pieno centro

di Redazione



Dopo la turista americana violentata pochi giorni fa da un rumeno, una ragazza spagnola è stata aggredita la scorsa notte. Due uomini, forse italiani, l'hanno stuprata in strada, tra due auto parcheggiate. Le denunce di stupro sono in calo e le violenze avvengono per lo più in calo, ma i casi come questi riaprono il dibattito sulla sicurezza delle città



Roma - Il centro delle città è davvero sicuro? Le statistiche parlano di violenze sessuali in calo e dicono che la maggior parte degli abusi avviene in famiglia, ma quando gli stupri avvengono in centro città torna vivo il dibattito, mai chiuso, sulla sicurezza. Stavolta, a far discutere è Roma, dove, dopo la turista statunitense stuprata a Villa Borghese martedì, verso le 2 della scorsa notte una ragazza spagnola è stata aggredita e violentata in strada a Trinità dei Monti. La 23enne ha raccontato di essere appena uscita da un locale in via San Sebastianello, quando è stata bloccata da due ragazzi, probabilmente italiani. L'hanno trascinata tra due automobili parcheggiate e lì, mentre uno dei due la teneva ferma, l'altro l'ha stuprata. Poi è riuscita a tornare a casa, in periferia, dove è stata raggiunta dal fidanzato che l'ha portata al Pronto Soccorso dell'ospedale Vannini.
Su questo caso sta ora indagando la polizia, ma già martedì scorso sulle pagine di cronaca è finita la storia di una turista statunitense violentata da un clochard rumeno, 29 anni, che le si è presentato con il nome di Giulien. Parlando in inglese, l'uomo l'ha "abbordata" in piazza della Repubblica mentre faceva acquisti su una bancarella. Poi si è offerto di aiutarla a cercare un posto dove dormire e l'ha portata a villa Borghese. Qui l'ha spinta all’interno di una cabina elettrica e l’ha violentata, prima che la donna riuscisse a scappare e chiedere aiuto. L’uomo è stato trovato e arrestato dalla polizia mercoledì pomeriggio a Villa Borghese, nella stessa cabina dove è avvenuto lo stupro.




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YouTube ha bloccato i video dello spot del libro di Marra con Ruby seminuda»

La modella, il giudice, i politici Gli inquilini a canone scontato

Corriere della sera


Case del Pio Albergo Trivulzio, inchiesta della Corte dei Conti




MILANO - Sette pagine con nomi, cognomi, indirizzi, canoni d'affitto e metri quadrati. Dopo settimane di polemiche si alza ufficialmente il velo sugli inquilini del Pio Albergo Trivulzio (Pat). La lista arriva nelle mani dei consiglieri comunali di Milano. Un elenco in cui spiccano politici, parlamentari, immobiliaristi, manager, magistrati, dirigenti di polizia, gioiellieri, giornalisti, amici degli amici.

Nell'elenco custodito per giorni dai vertici della Baggina, da fine '700 uno dei più importanti ospizi d'Italia, non mancano le sorprese. Tra gli inquilini ingombranti spicca il direttore sportivo del Milan, Ariedo Braida, titolare di un contratto nella centralissima piazza del Carmine, nel quartiere di Brera. Per un appartamento di 84,59 metri quadrati paga un canone annuo di 17.300 euro, cui si aggiungono 1.244 euro di spese. Sempre in centro ha trovato casa il funzionario della squadra mobile di Milano, Maria Josè Falcicchia: alloggio da 75,20 metri per 11.262 euro all'anno più spese. Tra gli stabili più prestigiosi quello di piazza Mirabello 1, dove un ufficio è affittato a Daniele Cordero di Montezemolo, fratello di Luca: 43,10 metri quadrati per un canone annuo di 9.100, oltre a 1.804 di spese. «È stato ottenuto in seguito a regolare asta pubblica», viene sottolineato da fonti vicine a Luca Cordero. Nello stesso palazzo ha sede lo studio condiviso da Sveva Dalmasso, la candidata sponsorizzata da Francesco Cossiga per il listino dal presidente Roberto Formigoni (poi rimasta fuori): 170,60 metri per 45 mila euro, più 5.300 di spese. Sempre in piazza Mirabello vive la giornalista Claudia Peroni: 136,59 metri quadrati per un canone annuo di 15.207 euro più 4.462 di spese. Al civico 5 di piazza Mirabello spunta invece un contratto d'affitto intestato a Luana Maniezzo, moglie dell'ex ministro Aldo Brancher. Canone: 6.565 euro. Allo stesso indirizzo c'è la sede di «Linea Anni Più», che fa riferimento a Stefania Bartoccetti.

Negli appartamenti del Pio Albergo Trivulzio vivono anche immobiliaristi che vendono case di lusso: Maurizia Serra e Graziano Basso, titolari dell'Immobiliare Della Spiga, sono intestatari di un contratto in via della Spiga 5: 174 metri quadrati di casa per un canone annuo di 42.700 euro, più 5.935 di spese. Allo stesso indirizzo ha sede il quartier generale della Gilli srl, la luxury fashion company fondata da Giulia Ligresti (figlia di Salvatore) con tre contratti diversi: uno studio e due negozi affittati rispettivamente per 50.833 euro (più 5.978 di spese), 70.651 (più 548 spese) e 125.382 (più 1.087 euro di spese). Sempre in via della Spiga 5 vive l'étoile della Scala Carla Fracci. Casa della Baggina anche per la modella Gaia Amaral Bermani: 72 metri quadrati in via Bramante 25 per 630 euro al mese più spese. Hanno trovato casa in corso di Porta Romana 116 i politici Domenico Lo Jucco (ex tesoriere di Forza Italia) e Giuseppe Rossetto (ex parlamentare del partito azzurro). Ha una targa con il suo nome di fianco al citofono anche il capogruppo del Pdl in Comune, nonché avvocato, Giulio Gallera: il contratto risulta intestato ad Alessandro Cannone. Nello stabile abitano pure giornalisti: da Massimo Bertarelli (Il Giornale) a Cinzia Sasso (La Repubblica). Gli affitti? Poco più di 500 euro al mese per 100 metri quadrati. Tra gli inquilini del Pat anche Martino Pillitteri, nipote di Paolo.
Giornalisti di casa anche in corso di Porta Romana 44: è Micaela Palmieri. Il canone: 424 euro al mese.

Pier Filippo Giuggioli, figlio di Paolo (presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano) è in affitto in piazza del Carmine 1. Lì c'è anche Giolina Mereu, titolare di una gioielleria di via Solferino. Per il magistrato del tribunale di Milano Anna Guglielmina Landriani un appartamento di 115 metri.
A tutti gli affitti vanno aggiunte le spese, spesso gli inquilini devono ristrutturare l'appartamento. Ma ora sull'Affittopoli 2011 della Baggina apre d'ufficio un'inchiesta la Corte dei Conti della Lombardia. La decisione è del procuratore Paolo Evangelista (da poco al posto di Eugenio Francesco Schlitzer, diventato presidente della Corte dei conti di Bari). L'indagine sarà condotta da due sostituti procuratori, insieme con la Guardia di Finanza. L'obiettivo della magistratura contabile è verificare un presunto danno all'erario. L'ipotesi di illecito scatta di fronte all'affitto di case di pregio in luoghi centrali di Milano a prezzi low cost. Per 1.064 appartamenti il Trivulzio incassa 7,3 milioni di euro l'anno. Con canoni da 400 euro al mese per 90 metri quadrati in corso di Porta Romana e 545 euro per 130 metri in via Moscova. Ma una valorizzazione migliore del patrimonio immobiliare (da quasi 500 milioni di euro) avrebbe consentito un'assistenza migliore dei quasi mille anziani ospitati ogni anno alla Baggina? È la difficile domanda cui tenterà di dare risposta la Corte dei conti. Nel mirino anche i criteri di assegnazione delle case, che lasciano ampi margini di discrezionalità: a parità di requisiti tra i candidati vince chi ha il reddito più alto.

Simona Ravizza
Rossella Verga
19 febbraio 2011




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Nessun favore, pago 4.300 euro al mese"

Corriere della sera


Sedici anni fa io e mio marito abbiamo partecipato a un bando pubblico e ci hanno assegnato la casa


MILANO - «L'affitto è la nostra rovina, un grande peso per tutta la famiglia».


Scusi?
«Sì, paghiamo 4.300 euro al mese, non c'è davvero alcun privilegio. Abbiamo partecipato a un bando pubblico e così ci hanno assegnato la casa». Carla Fracci, insieme con tanti volti noti, compare nella lista degli inquilini del Pio Albergo Trivulzio sulla quale si sta scatenando una bufera politica e giudiziaria. L'ex étoile della Scala da 16 anni abita in un appartamento in via della Spiga, nel cuore del Quadrilatero, 187 metri quadrati con un canone di oltre 53 mila euro all'anno, spese incluse.

Qualcuno potrebbe dire che per una casa a due passi dal via Montenapoleone è comunque poco. Non è d'accordo?
«Negli ultimi anni il mercato immobiliare è stato drogato. E non si possono fare certi paragoni. Se gli appartamenti non vanno in mano alle case di moda, i cittadini comuni pagano la nostra stessa cifra».

Forse. Ma lei non è un cittadino comune.
«Certo, ma io e mio marito (il maestro Beppe Menegatti, ndr) per usare una battuta siamo due lavoratori in canna».

E cosa risponde a tutte le polemiche che si stanno scatenando su questi affitti?
«Posso rispondere solo per quel che riguarda la mia situazione. E cioè quello che ho detto prima: non credo che il nostro affitto sia basso. Senza contare che quando siamo entrati abbiamo fatto anche molti lavori. Un accurato restauro di tutta la casa e solo a nostre spese. Le dico la verità, in questo momento, c'è anche una forma di imbarazzo».

Perché?
«Da poco ci hanno mandato la disdetta del contratto, ma credo sia solo una maniera per aumentare il canone. Ancora. E dovremo chiedere aiuto, perché non credo potremmo permetterci di pagare di più».

Quindi se l'affitto è così caro, perché non lasciate?
«Perché ci sono affezionata. Ci sono tanti ricordi, molti momenti felici. Appena uscito dall'ospedale, il mio primo nipote è venuto qui con noi. Poi tutti i momenti belli con gli amici. Da qui sono passati molti volti noti del cinema, del teatro, dell'arte».

Per esempio?
«Davvero chiunque: da Roberto Benigni a Valentina Cortese. La nostra casa è sempre aperta a tutti. E poi è semplice, tutta arredata con mobili della storia del teatro italiano. E non solo. Acquistati, ovviamente, dagli antiquari. Pensi ci sono anche i bozzetti della scenografia della prima Traviata».

Come della prima Traviata?
«Sì, quando venne messa in scena alla Fenice, Giuseppe Verdi decise di usare abiti dell'epoca per la scena. Per questa ragione fu un flop. L'anno successivo decisero, quindi, di vestire gli interpreti con abiti del secolo precedente. E noi abbiamo trovato i primi bozzetti e sono appesi proprio a Milano, perché lì devono stare».

Ecco torniamo alla casa. Lei tra Milano e Roma. Quanti giorni trascorre in via della Spiga?
«Negli ultimi tempi il più possibile. Vado spesso al cimitero per visitare le tombe dei miei genitori. Mio figlio ci sta tre giorni a settimana perché insegna al Politecnico. Un incarico non retribuito. Ma il mio progetto è un altro».

Quale?
«Tornare a lavorare fissa a Milano, dove c'è il mio cuore. Anche per questo non voglio lasciare la casa. Nonostante l'affitto».

Benedetta Argentieri
19 febbraio 2011




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Cina, soffre di emicrania: i medici scoprono che ha un coltello nella testa

Solo bugie sul governo": la rivolta di un italiano contro l'Herald Tribune

di Paolo Bracalini


Un ingegnere che lavora in Inghilterra: "In un articolo c’erano 766 parole anti Berlusconi su 788. Ho disdetto l’abbonamento" 



Rispedito indietro al servizio clienti, con una letterina di accompagnamento: «Rimandatemi l’edizione normale, non quella di propaganda». Maurizio Morabito, giovane ingegnere elettronico, vive e lavora a Londra da dodici anni nell’investment banking della City. È un fedele abbonato dell’International Herald Tribune (edizione internazionale del New York Times), ma davanti al servizio della due corrispondenti Rachel Donadio e Elisabetta Povoledo sulla manifestazione delle donne (titolo: «Voci arrabbiate si alzano contro Berlusconi») non ci ha visto più: «Non era un articolo di reporting, un racconto dei fatti, ma un pezzo di propaganda spicciola. Ho fatto un calcolo: l’articolo è di 784 parole, di cui 766 sono contro Berlusconi».
In realtà Morabito non è che fosse stupito più di tanto. «I giornali inglesi cercano sempre di raccontare l’Italia in modo macchiettistico, come un Paese di gente simpatica ma inaffidabile, governata da un mezzo mostro. C’è un pregiudizio sull’Italia che viene costantemente nutrito dagli articoli della stampa inglese, è quello che i loro lettori si aspettano. Le ragioni sono due. Gli inglesi si sentono in competizione con l’Italia perché gli indicatori economici ci danno spesso alla pari con loro se non più avanti. Quindi i media sono contenti quando possono farci apparire come peggiori di loro. Poi c’è il vecchio problema dei corrispondenti dei giornali stranieri a Roma, che sono tutti ospiti del “club” di Repubblica e assorbono quel modo di vedere le cose».
Le tv britanniche, quando devono sentire un esperto di cose italiane, intervistano la corrispondente dell’Espresso, «che parla malissimo dell’Italia». A volte i quotidiani britannici scendono in campo (il nostro), come quando il Guardian, alle ultime europee, «di fatto disse chi andava votato tra i candidati italiani». «Mandammo una lettera di protesta all’ambasciata italiana». Un’altra volta il Sunday Times pubblicò una bufala su un comandante talebano pagato dal governo italiano («lì andammo direttamente dal vicedirettore a lamentarci»).

Insomma il macchiettismo di un’Italia cialtrona, inconcludente e minacciata dal mostro Berlusconi rassicura il lettore britannico. Chi compra un giornale si aspetta di veder confermato il suo pregiudizio. «Così come non si aspettano un latin lover norvegese o un grande chef svizzero, i lettori inglesi così non sono preparati a sentir parlare bene del governo italiano».
Ma allora cosa succede quando non governa Berusconi? «Semplicemente parlano molto meno dell’Italia, o non ne parlano affatto. I giornali inglesi fanno un po’ come i comici italiani, che quando non c’è Berlusconi al governo non prendono in giro i nuovi ministri, ma sempre Berlusconi». E se di Obama «qualunque cosa faccia è sempre celebrato», per Berlusconi è il contrario, «se camminasse sull’acqua direbbero che non sa nuotare». Colpa anche dello staff berlusconiano «che non ha curato i rapporti con la stampa straniera, li ha dati per persi da molto tempo».

A Londra la comunità italiana si divide in due: «Quelli che si vergognano di essere italiani e subiscono lo stereotipo raccontato dai giornali inglesi, e quelli che invece soffrono di questo fango che ci buttano addosso». Chissà cosa gli risponderà l’International Herald Tribune.




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Santoro-Benigni fratelli coltelli

Il Tempo


Michele all'attacco: "Roberto usato per cancellarmi. Ma l'operazione è fallita".


Michele Santoro ad Annozero Ormai non ci sono più dubbi. L'Auditel è la vera «sciagura» della televisione italiana. Per un punto di share un programma si trasforma in un flop o nella rivelazione della stagione. Per un punto di share affermati conduttori cadono in disgrazia mentre altri vengono osannati dalle folle paludenti. Ma per un punto di share possono anche rompersi «affetti» consolidati. «Amori» che duravano da anni. È successo giovedì sera, durante la terza puntata del Festival di Sanremo dedicata ai 150 anni dell'Unità d'Italia. Ospite d'onore Roberto Benigni che si è esibito in un'appassionata esegesi dell'Inno di Mameli condita da riferimenti all'attualità politica. Non era la prima apparizione televisiva del comico toscano ed era difficile pensare che non si sarebbe trasformata nell'ennesimo successo.

A novembre, ospite di Fabio Fazio e Roberto Saviano, aveva calamitato davanti al piccolo schermo oltre 7 milioni e 600mila spettatori di media (25.48% di share) con un picco oltre i 9 milioni quando aveva cantato Vieni via con me di Paolo Conte. Giovedì ha demolito il record: 15 milioni e 398mila spettatori di media, 50.2% di share. Cosa c'è di male? Che contemporaneamente, su Raidue, Michele Santoro andava in onda con il suo Annozero. E nonostante l'ennesima puntata dedicata a Ruby, nonostante la telefonata con Lele Mora furioso («Comunisti di merda. Spero che vengano i fascisti a spaccarvi le gambe» è stato uno dei passaggi salienti delle dichiarazioni dell'agente dello spettacolo), nonostante i fumetti-fiction usati per illustrare le intercettazioni telefoniche, non è andato oltre i 4 milioni e 250mila spettatori (14.1%).

Così, forse per frustrazione, ha deciso di partire lancio in resta all'attacco di quelli che cercano in tutti i modi di «cancellarlo» dalla televisione pubblica. Cosa c'entra? Semplice, quello di giovedì è stato un piano studiato a tavolino, un complotto ordito dalle lobby pluto-giudaico-massoniche contro l'espressione più alta della libertà di informazione. E Benigni ne è stato un ingranaggio. Non è uno scherzo, Santoro lo ha scritto sul sito del programma: «La partenza del Festiva è stata anticipata di mezz'ora e il monologo di Benigni è durato 52 minuti. Questa volta Sanremo non ha ospitato una straordinaria performance ma ha inglobato un intero show.

Tuttativa quattro milioni di spettatori bastano per dimostrare che Annozero è indispensabile e che nessuna circostanza può giustificare il tentativo di ridurre la televisione ad un programma unico. Benigni è sempre Benigni. Ma è stato usato per cancellare la diversità. L'operazione, grazie a voi, non è riuscita; e noi continueremo ad amarlo lo stesso. Noi». Gioite folle, la libera informazione ha retto all'offensiva di Benigni. E ci sarà tempo anche per recuperare il rapporto di «amore» tra il conduttore e il comico. Dopotutto, quando Santoro mise in piedi il suo Raiperunanotte al Paladozza di Bologna uno dei pezzi pregiati della serata fu proprio un'intervista a Benigni. Chissà, magari potrebbe invitarlo ad una delle prossime puntate di Annozero. Così Michele potrà «usare» Roberto. Senza lamentarsi.


Nicola Imberti
19/02/2011




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Quando i cani insegnano l'amicizia

Corriere della sera

Beagle veglia il compagno di battuta finito in una trappola
D. Mainardi

Vendola-Bindi, amore già finito "Rosy premier? Solo a tempo..."

di Redazione



Il leader di Sel aveva proposto una grande coalizione anti Berlusconi, ma ora ci ripensa e vuole un governo transitorio. Renzi: "La Bindi premier? Se il Pd vuole perdere va bene". La presidente del Pd: "Non bisogna trasferire i problemi in casa d'altri"




Milano - Fini si squaglia e a sinistra non stanno molto meglio. C'è grande confusione sul presente e soprattutto sul futuro. Solo qualche giorno fa Nichi Vendola aveva parlato di una grande coalizione anti berlusconiana, aperta persino a Gianfranco Fini. E aveva candidato come premier Rosy Bindi. Subito Repubblica si era schierata al suo fianco ed era giunta la benedizione addirittura di Prodi. Ma ora il governatore della Puglia fa marcia indietro, almeno in parte. Precisa che Rosy è il candidato per un governo temporaneo. "Ho fatto il nome di Rosy Bindi - afferma il leader di Sel - perché quello è l'unico caso in cui si capisce che si sta facendo una coalizione ed eventualmente un governo che ha obiettivi limitati per una fase provvisoria".
Una coalizione temporanea Vendola ha spiegato di essere partito da "quella che veniva indicata come una necessità nazionale. Partire dallo stato di emergenza democratica del nostro paese e immaginare la necessità di una fase di transizione dentro a una coalizione molto larga che si impegni a rimuovere le macerie di questa cadente seconda Repubblica". Dalla grande coalizione, come ha ribadito Vendola, verrebbe fuori un esecutivo con "un recinto e un respiro limitato". Una volta però, "ripristinato un quadro di regole democratiche", la coalizione si scioglierebbe. "Poi non si può stare tutti insieme - ha aggiunto - perché ad esempio Fli ha una strategia rispettabile ma è un competitor".
Il no di Rosy La stessa Rosy Bindi però non l'ha presa bene. "Sono presidente dell'Assemblea di un partito che ha una regola - ha detto - che condivido molto e vorrei fosse rispettata da tutti: il candidato a Palazzo Chigi del Pd è il segretario del partito. Si dà il caso che Bersani abbia anche tutte le qualità per guidare questo Paese nell'oltre Berlusconi". Come dire Romano e Nichi la vostra uscita non è gradita. Poi la presidente del Pd accusa: "Bisogna evitare di strumentalizzare le persone, soprattutto le donne e soprattutto una donna la quale vorrebbe ripetere che non si lascia strumentalizzare". Pur ringraziando Vendola, che "ha capito la grande coalizione e che deve fare un passo indietro", la Bindi ha precisato che "è necessario compiere certi passi gratuitamente, evitando di trasferire i problemi in casa d'altri"
La polemica con Renzi La proposta di Vendola non è piaciuta nemmeno a Matteo Renzi che stamattina, in un'intervista a Repubblica, l'ha bollata come un modo per perdere le elezioni. Il sindaco di Firenze non condivide la scelta nemmeno se fosse un modo per dare peso al "fattore-donna": "Servono gli asili nido, mica una candidatura femminile così, come fosse un gioco di prestigio". Soprattutto se ad essere candidata è, stando alle parole di Renzi, "una donna di grande esperienza, però le manca la capacità di parlare ad un altro mondo rispetto al suo. E poi ha già fatto cinque legislature nel parlamento italiano e una in quello europeo". Insomma, il sindaco di Firenze vorrebbe una leadership "in grado di segnare l'Italia nei prossimi vent'anni, invece di riproporre il girone di ritorno dei venti appena passati". E non a caso Rosy Bindi risponde piccata rilevando che nella scelta della leadership "Renzi direbbe di sì solo a Renzi. Ma non so se lo diremmo noi di sì". Insomma caos totale nel Pd.





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Soldi a scrocco e belle donne Condannato l’ex pupillo di Prodi

di Mariateresa Conti



Per il giudice, non per il gossip, è colpevole. E lui stesso del resto l’ha ammesso, visto che non solo ha patteggiato la pena, ma ha pure versato un bel risarcimento alla Regione Emilia Romagna (oltre 46mila euro) per rifondere i danni causati dai suoi comportamenti. Eppure Pd e sinistra varia, per l’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono condannato giusto ieri a un anno, sette mesi e dieci giorni per le accuse di peculato, truffa aggravata, intralcio alla giustizia e induzione a fare false dichiarazioni nell’ambito di uno dei filoni del cosiddetto Cinzia-gate, osservano un rispettoso silenzio. Neanche un rimprovero piccolo piccolo, per quei viaggi con la sua allora fidanzata, ora sua grande accusatrice, Cinzia Cracchi, fatti a spese del contribuente.

Nulla, solo un assordante silenzio, dal Pd, da Idv, da Sinistra e libertà e dalla sinistra tutta. Unica voce, sommessa, quella del portavoce dell’esecutivo democratico di Bologna, Davide Ferrari: «Esprimiamo a Delbono – ha dichiarato – rispetto sul piano umano, come persona che ha ammesso i propri errori e ne sta pagando il prezzo politico e giudiziario. È massimo il nostro rispetto per l’esito giudiziario di questa vicenda per la quale Flavio Delbono aveva riconosciuto proprie responsabilità ed espresso scuse ai cittadini per gli errori commessi». Ecco fatto, un buffetto di rimprovero e via. Come a un fratello un po’ discolo per una marachella.

Del resto, il fratello Delbono, anzi pardon compagno, nel Pd bolognese, è sempre stato il cocco di Romano Prodi. L’ex premier nonché collega in quanto professore universitario l’ha voluto, fortissimamente voluto nel 2009 come candidato sindaco della sua Bologna; l’ha sostenuto, fortissimamente sostenuto durante la campagna elettorale; ed è sparito, repentinamente sparito, quando per Delbono sono cominciate prima le chiacchiere, poi i guai giudiziari.

Sì, perché il cosiddetto Cinzia-gate, alias la storia di viaggi privati spacciati per missioni, all’epoca in cui Delbono era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, con l’allora segretaria-fidanzata Cinzia Cracchi, in realtà esplose a Delbono non ancora sindaco, poco prima del ballottaggio. A chieder conto di quei viaggi fu l’avversario di Delbono, Alfredo Cazzola. L’aspirante sindaco Pd s’indignò, querelò, poi ritirò la denuncia. «Falsità», giurò.

E «falsità», fu costretto a ripetere quando quelle storie divennero numeri, quelli degli articoli del codice penale: non solo i viaggi, ma pure un bancomat concesso in uso alla Cracchi ma foraggiato da soldi pubblici e poi ritirato alla fine della relazione. La ex mollata e trasferita d’ufficio, pressata dai magistrati, fu un fiume in piena. Alla fine del gennaio 2010 le dimissioni di Delbono da sindaco. E ora la sentenza per il primo del tre tronconi dell’indagine (ne rimangono altri due, uno per abuso d’ufficio e uno per corruzione). Una sentenza blanda, come è normale che sia col rito alternativo. Una sentenza strategica, che evita a Delbono l’interdizione dai pubblici uffici, e quindi la perdita della cattedra universitaria. Il pupillo di Prodi, tutto sommato, se l’è cavata bene.



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Il sindaco vuole chiarezza ma esplode il giallo dei palazzi dimenticati

di Chiara Campo


Il giallo «affittopoli» continua. Dopo un braccio di ferro lungo due mesi ieri alle 16.15 è arrivata finalmente nelle mani dei consiglieri comunali l’elenco dei 1.064 intestatari di un alloggio, un negozio, un ufficio negli immobili del Pio Albergo Trivulzio. Busta consegnata sigillata la sera prima dal presidente del Pat Emilio Trabucchi a quello del consiglio comunale Manfredi Palmeri e aperta solo davanti ai flash (e ai pidiellini che protestavano per la «passerella elettorale») dalla titolare finiana della Commissione casa, Barbara Ciabò.

Dalla lista spuntano politici, giornalisti, ètoile, volti tv, magistrati, anche il vicequestore di Milano tra gli affittuari di case low cost in centro. Ma non sono tutti, è l’accusa sollevata dall’opposizione e anche i futuristi alimentano i sospetti. «L’elenco di sicuro è incompleto - assicura la consigliera Pd Carmela Rozza - abbiamo chiesto di conoscere anche le vendite immobiliari del Pat negli ultimi cinque anni», si domanda che fine hanno fatto (tradotto, chi abita) nel palazzo di corso Sempione, via Ciro Menotti, via Sottocorno.

E avverte, «se entro lunedì non avremo queste informazioni chiederemo l’intervento della magistratura». Si allinea la Ciabò, «sembra che manchino 150 alloggi e se il sospetto trovasse fondamento sarebbe gravissimo». A «sorprendere» Marco Osnato (Pdl) è invece innanzitutto la «tempestività con cui è stata convocata questa seduta a due mesi dal voto dalla commissione più silente del mandato. L’effetto che sortisce l’operazione è uno scambio di accuse reciproche sulla par condicio delle raccomandazioni». Piuttosto «invece di mettere alla berlina i nomi sarebbe stato più utile porre il problema delle modalità di assegnazione degli alloggi».

«Massima trasparenza» e «criteri di assegnazione in linea con i bandi» è quella pretesa anche ieri dal sindaco Letizia Moratti. Il Trivulzio «ha una sua autonomia e quindi non si può intervenire se non indicando quali devono essere dei criteri che deve avere. Sono felice che il presidente abbia deciso di consegnare gli elenchi ma non basta». Il sindaco chiederà «quali sono i criteri con cui sono stati indetti i bandi, voglio essere sicura che nulla è stato dato se non attraverso i bandi e voglio che siano resi chiari i criteri».

I vertici del Pat sono sotto attacco, lunedì Trabucchi terrà una conferenza stampa in cui probabilmente chiarirà i tanti punti ancora oscuri della vicenda, ma dal capogruppo del Pd Piefrancesco Majorino è arrivata la richiesta di dimissioni. Nessun commento ufficiale invece sul candidato sindaco del centrosinistra Giuliano Pisapia. Anche la sua compagna, la giornalista di «Repubblica» Cinzia Sasso, ha abitato per 22 anni in un alloggio del Pat per una modica cifra, meno di 9mila euro l’anno (tra affitto e spese) per 119 metri quadri in corso di Porta Romana. Oggi convive con il compagno, dichiara che ha disdetto il contratto nel 2008 ma per il momento in casa c’è ancora il figlio. Che lavora nello staff di Pisapia.

Il candidato sindaco però denuncia il «fango» gettato contro la compagna, che «non è candidata a niente, è un privato cittadino. Non è un reato abitare in una casa di proprietà di un ente pubblico, mentre certo è un problema l’incapacità degli enti che dispongono di un patrimonio immobiliare di gestire al meglio le proprie disponibilità. E state certi che io mi batterò contro quelle inefficienze». Ma nelle agenzie di stampa, a esprimergli «solidarietà» per quello che giudica un pesante attacco della stampa, dopo tutta la giornata c’è solo la voce di Maurizio Baruffi, ex consigliere comunale del Pd. Attualmente, portavoce del candidato sindaco.



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L'Enel e le truffe porta a porta, ecco come riconoscere i veri agenti

Il Mattino



NAPOLI - Enel Energia, la società leader del mercato libero dell'energia e gas, rafforza il suo impegno contro le truffe con una nuova linea di abbigliamento che rende facile al cliente riconoscere un vero agente, rendendo dura la vita ai malintenzionati che sfruttando la concorrenza tra venditori ne approfittano per raggirare i clienti.

“Energia in persona” è il nome del nuovo restyling della divisa “antitruffa” che per gli uomini prevede un giacca in tessuto tecno e una cravatta firmata Talarico e per le donne un giacchino e un foulard sempre ideato dal noto artigiano romano. Le divise sono caratterizzate dai colori aziendali, blu e arancio, e saranno siglate Enel.

La dotazione prevede anche una borsa porta documenti in cuoio rigenerato, una calcolatrice solare, un quaderno tipo moleskine, un porta contratti, un portachiavi in alluminio e un ombrello richiudibile. E ben in vista, il cartellino di riconoscimento.


«Per rendere ancor più facilmente identificabili i veri agenti - racconta Nicola Lanzetta Responsabile Vendite Mass Market di Enel Energia - la società leader del mercato libero dell'energia con circa 7 milioni di clienti conquistati - abbiamo preparato una linea di abbigliamento dedicata. Sull'intero territorio nazionale sono circa 3.500: un esercito selezionato e organizzato dalle principali agenzie di promozione a cui dedichiamo una robusta formazione prima che scendano in campo. Corsi intensivi dove insegniamo come si forma il prezzo dell’energia, quali sono le regole del mercato, i contenuti delle offerte commerciali, come ci si debba presentare al cliente e ora anche a come rendersi immediatamente riconoscibili».

Enel Energia richiede, alle agenzie autorizzate a proporre le proprie offerte, la massima trasparenza attraverso il rispetto di regole ben precise, che se non applicate, comportano penali o la risoluzione del contratto di agenzia.

L’Agente di Enel Energia deve identificarsi in modo chiaro come operatore di Enel Energia e presentare il suo tesserino di riconoscimento al cliente e su richiesta il proprio documento di identità. Deve chiarire che per i clienti il passaggio ad Enel Energia non è imposto da alcuna norma, ma è una libera scelta.

Deve descrivere in modo chiaro ed inequivocabile le condizioni dell’offerta e le condizioni di recesso. Gli eventuali raffronti con la tariffa del mercato di maggior tutela, o le sue componenti, dovranno essere chiari e non indurre in equivoco il cliente. Deve chiarire che le offerte sono standard ovvero predisposte da Enel Energia per il segmento cui appartiene il cliente.

In nessun caso si deve far credere al cliente che le offerte sono predisposte sulla base dei propri profili di consumo. Deve assicurarsi che il cliente sia consapevole di procedere alla conclusione di un contratto attraverso il consenso fornito. Deve fare sottoscrivere la richiesta di fornitura e/o acquisire il consenso alla stipula del contratto solo ed esclusivamente dall’intestatario della fornitura stessa. Non deve diffondere informazioni false sui concorrenti. Non deve effettuare comparazioni non autorizzate con offerte o comportamenti di società terze.

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Venerdì 18 Febbraio 2011 - 17:23    Ultimo aggiornamento: 18:01


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Ruby torchiata in segreto dai pm 17 interrogatori senza avvocato

di Gian Marco Chiocci



La giovane non è stata assistita da un avvocato e non ci sono verbali. Ventidue faccia a faccia l'estate scorsa nel centro per minori genovese. I pm milanesi hanno incontrato Ruby con una frequenza impressionante: praticamente una volta ogni due giorni



 

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Ventidue faccia a faccia con i magistrati in un arco di poco più di un mese. I pm milanesi hanno incontrato Ruby, la scorsa estate, con una frequenza impressionante: praticamente una volta ogni due giorni. Ma di questa messe di dichiarazioni, solo cinque verbali sono ufficialmente agli atti dell’inchiesta, quella che vede Silvio Berlusconi rinviato a giudizio con rito immediato per concussione e prostituzione minorile. Sugli altri 17 è giallo. Dalla procura filtra una mezza conferma: le dichiarazioni raccolte da Ruby sarebbero in effetti ventidue in tutto. E di certo, nel centro di accoglienza per minori di Sant’Ilario, a Genova, diretto da Gigliola Graziani, i magistrati milanesi sono stati di casa, tra giugno e agosto.
Ruby, infatti, lascia la casa di Michelle Conceicao Santos Oliveira, la brasiliana a cui l’aveva affidata Nicole Minetti, il 5 giugno 2010. Quel giorno le due donne litigano, interviene la polizia e Karima alias Rubacuori viene portata via. Il 23 giugno viene affidata al Kinderheim genovese, in via di Sant’Ilario 53. Il primo interrogatorio «ufficiale» porta la data del 2 luglio. L’ultimo, doppio, come noto è quello del 3 agosto, a Milano, nel quale la giovane marocchina offre versioni piuttosto incoerenti e diverse tra loro.
In mezzo altri due verbali di sommarie informazioni vengono redatti il 6 e il 22 luglio. Ma la sorpresa, appunto, è che a margine di questi atti c’è un mare di parole e di incontri il cui contenuto è al momento del tutto sconosciuto. Che sia qui che si cela la «pistola fumante» della procura milanese? Si parla di almeno 17 «colloqui» tra i pm (soprattutto Pietro Forno) e la ragazza ospite del centro ligure. Se sono verbali ancora sconosciuti, è un bel pacco a sorpresa per il presidente del Consiglio.
Ma Luca Giuliante, avvocato di Ruby, interpellato sul tema non cade dalle nuvole, anche se la vede diversamente. «A me non risulta che ci siano stati 22 interrogatori, ma solo cinque, uno dei quali doppio. So però che ci sono state numerose visite da parte del pm, che però non mi sono mai state meglio specificate». Visite? Per il legale è difficile definirle in altro modo: «Non ne conosco il motivo, però che ci siano state visite, non mediate dalla redazione di un verbale, è un dato che non mi sorprende».
L’ipotesi che il colpo di scena in vista del processo di inizio aprile sia nascosto in quei rendez-vous, dunque, non fa presa su Giuliante, che esclude la natura formale degli incontri liguri tra la ragazza e gli inquirenti. Perché «se ci fossero i verbali e non fossero stati depositati ci troveremmo di fronte a un gravissimo abuso, visto che c’è una norma del codice di procedura penale che parla della completezza delle indagini».
Ma allora, quella spola frenetica tra il capoluogo lombardo e Genova che senso aveva se le chiacchiere non venivano messe nero su bianco? «Ho la sensazione che non ci siano verbali, ma una serie di visite di natura colloquiale, variamente giustificate», continua il difensore di Ruby. Per parlare di «bunga bunga», per leggere insieme il diario della ragazza? «Se mi domandate di che cosa si è parlato io non lo so, ma se saltasse fuori che si è parlato di Berlusconi, la cosa non mi sorprenderebbe», taglia corto l’avvocato.
Lui, di certo, a questi incontri non c’era. E nessun avvocato ha assistito la giovane. Eppure di assistenza legale Ruby avrebbe avuto bisogno. Non foss’altro perché sia in occasione del primo fermo (la famosa notte in Questura) per il presunto furto ai danni di Caterina Pasquina, che dopo la lite con la coinquilina brasiliana Michelle Oliveira, la marocchina - parte lesa nel procedimento contro il premier - s’era ritrovata con una denuncia sul groppone da parte delle ex amiche.
Era insomma due volte «indagata in pectore», e dunque anche se non imputata, sarebbe stato opportuno assicurarle il patrocinio legale prima di farla sedere di fronte ai magistrati, «colloqui» o «interrogatori» che fossero. Inoltre, essendo minorenne (elemento la cui conoscenza, incerta in capo a Berlusconi, non poteva invece sfuggire agli inquirenti), avrebbe dovuto essere sempre assistita o da un familiare (ma non è avvenuto) o - e certamente la procura milanese potrà confermare che è stato fatto - da una persona per lei di conforto, uno psicologo o un assistente sociale. Quale che sia la natura di quegli incontri, sembra fuori di dubbio che siano avvenuti. E già così la novità rispetto a quanto era finora noto è vistosa: per quale fine uno dei pm che vogliono inchiodare Berlusconi tra fine giugno e luglio faceva il pendolare tra Milano e la collina di Sant’Ilario per incontrare Ruby?




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Omissioni e travisamenti Così Repubblica manipola i dispacci di Wikileaks

di Andrea Indini


Repubblica e L’espresso nascondono i giudizi per loro più scomodi sull’Italia dell’ambasciata americana: "La magistratura? Una casta inefficiente e autoreferenziale". "Il governo Berlusconi alleato sincero e stabile". Così gli anti-Cav ribaltano la realtà 



 
Un grande scoop. Naturalmente antiberlusconiano. Firmato da Repubblica e L'espresso, che ieri hanno pubblicato in esclusiva i nuovi cablogrammi di Wikileaks, in cui svelano i giudizi dell’ambasciata americana sui governi italiani. I titoli sono eloquenti: «Berlusconi danneggia l’Italia», «Quel premier è un clown» e così via. Sembra un disastro, ma leggendo i documenti in lingua originale emerge un’altra verità, che Repubblica e L’espresso ribaltano grazie a numerosi errori di traduzione e cancellando o minimizzando molti passaggi positivi. Il vero scoop è un altro: il governo americano ha una pessima opinione della magistratura italiana che definisce con parole di fuoco: «Una casta inefficiente e autoreferenziale». Parole che confermano le riserve del Cavaliere e che, forse, proprio per questo, i due giornali non evidenziano.
Ma non è l’unica sorpresa. Nel febbraio del 2009, prima di lasciare Roma, Ronald Spogli scrive un memoriale di commiato per il neo segretario di Stato Hillary Clinton. Leggendo Repubblica si ricava l’impressione che sia un testo offensivo e pesantissimo per il premier. Le critiche non mancano di certo, ma il tono complessivo non è certo pregiudizievole. Anzi, il messaggio finale è opposto. «La combinazione tra declino economico e idiosincrasie politiche ha spinto molti leader Ue a denigrare» il Cavaliere.

«Noi non dobbiamo farlo», avverte Spogli riconoscendo che il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi (dopo la caduta di Prodi) «ha portato un tangibile e pressoché immediato miglioramento». Per l’ambasciatore, infatti, «la forza e la popolarità dell’esordio berlusconiano stridono brutalmente con i due anni di divisioni interne che hanno caratterizzati il governo Prodi». Insomma, con il Cavaliere alla presidenza del Consiglio l’Italia diventa «un alleato sincero e affidabile».
Tuttavia Spogli non lesina le critiche. In svariati file, infatti, Gianfranco Fini e i magistrati sono visti come i veri ostacoli alla stabilità del governo. L’ambasciatore si accorge che le toghe italiane sono un’anomalia. Ne denuncia lo strapotere e le continue ingerenze nella vita pubblica. In realtà, gli americani non sembrano dare troppo credito alle inchieste portate avanti dai pm. Anche L’espresso si vede costretto ad ammettere che i dossier «non danno mai spazio ai gossip» ma accusano piuttosto la magistratura di essere una «casta inefficiente e autoreferenziale, priva di controllo e che impone il suo potere condizionando la vita politica».
Va detto che Spogli non è tenero nemmeno con Berlusconi. Ma le critiche non sono così forti come vorrebbero farci credere Repubblica e L’espresso. L’ambasciatore si lamenta delle «continue gaffe», ma ascrive questo comportamento a quello della classe politica di un Paese «in declino e miope».
E spiega: «Berlusconi è involontariamente diventato il simbolo di questo processo». Il termine usato è «inadvertently», avverbio che Repubblica fa sparire ribaltando così il significato della frase. Non è l’unico errore di traduzione. L’articolo ne è infarcito. Così, la «percezione» che il Cavaliere «anteponga i propri interessi a quelli dello Stato» viene trasformata in «chiara volontà». E ancora: Spogli non accusa il premier di fare una «scelta infelice delle parole» ma di avere una «povertà di linguaggio». Sono imprecisioni significative che mirano a sminuire la figura del premier. Altrimenti non si capirebbe per quale motivo lo stesso Spogli inviti la Casa Bianca a rinnovare un’alleanza che potrà garantire «dividendi strategici adesso e in futuro» consolidando i progressi fatti nei Balcani e continuando a «giocare un ruolo importante nelle operazioni di peacekeeping in Libano e in Afghanistan».
Lo stesso suggerimento di Spogli arriva da Elizabeth Dibble (allora reggente dell’ambasciata) a poche settimane dal G8 dell’Aquila: fa presente a Obama che la sua visita avrebbe avuto «un significato speciale per il pubblico italiano». Repubblica e L’espresso, tuttavia, leggono questo invito come una volontà di «salvare» Berlusconi «dopo mesi di scandali sessuali e finanziari». Ma in nessun cablogramma risulta scritto che il Cavaliere abbia bisogno di essere «salvato». D’altra parte la foto che immortala il presidente statunitense al fianco del premier italiano tra le macerie del capoluogo abruzzese dimostra ancora una volta che le cose sono diverse da come descritte dai media di De Benedetti.

Tanto che Berlusconi emerge «dal vertice più forte. Non ci sono state nuove accuse serie, né problemi logistici: Silvio è stato capace di presentarsi come leader che conta». Una volta chiuso con successo il G8, l’ambasciata rivela che «membri del suo partito ci avevano preannunciato nuove drammatiche contestazioni, Massimo D’Alema aveva promesso rivelazioni devastanti durante il vertice». Invece così non è stato. Il centrosinistra, «balcanizzato dalla lotta per il nuovo segretario», è nel panico, mentre «Berlusconi resta l’unico ad avere il polso dell’elettorato, senza minacce credibili alla sua leadership nella maggioranza e nell’opposizione».
Anche sulla politica estera la diplomazia Usa riconosce «gli sforzi fatti dall’Italia per mantenere una posizione di influenza e rilevanza internazionale».
Berlusconi si è, infatti, «ritagliato una più convincente figura di statista rispetto al passato». Merito anche del ministro Frattini, riconosciuto come «uno statista di comprovata esperienza». Pure in questo caso, però, gli articoli di Repubblica e L’espresso sorvolano sugli aspetti positivi per porre l’accento sul controverso fronte energetico. Washington vorrebbe stroncare l’influenza russa sul mercato. «L’Italia, sfortunatamente, la favorisce». In realtà i due giornali non riportano che Spogli non solo attribuisce il sostegno alla strategia del Cremlino ai «player italiani» e non a Berlusconi, ma intravede anche un’opportunità di collaborazione nella «comune politica di sicurezza energetica».

Insomma, le grossolane imprecisioni, le continue omissioni e le forzature di traduzione rendono i dossier di Repubblica e L’espresso inattendibili e fuorvianti. Gli stessi titoli degli articoli non sono tratti dai commenti dei diplomatici americani, ma da confidenti italiani. L’intento è demolire il Cavaliere e, al tempo stesso, proteggere la sinistra e la magistratura. D’altra parte, quel che conta è presentare il premier «come un clown».




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Wikileaks, Repubblica spara bordate sul Cav Ma nasconde le critiche Usa alla magistratura

di Andrea Indini


Sul sito di Repubblica le valutazioni della diplomazia statunitense nei nuovi documenti segreti: lo scoop c'è, ma quello vero non riguarda Berlusconi. Dura stroncatura della magistratura italiana. Preoccupato delle "gaffe" del Cav e dell'asse energetico tra Roma e Mosca, Spogli assicura: l'America ha bisogno di Silvio. Registrato anche il fallimento di complotti durante il G8: "D'Alema promise rivelazioni devastanti..."



Milano - Va detto subito: lo scoop c'è, ma quello vero non riguarda certo Berlusconi. I cablogrammi di Wikileaks pubblicati questa mattina confermano l'esatto contrario da quanto strillato da Repubblica e dall'Espresso. Leggendo gli articoli apparsi sul settimanale e sul quotidiano, infatti, sembrerebbe proprio che gli americani stronchino il Cavaliere. La verità è diversa. Basta una lettura veloce del testo integrale per farsene un'idea chiara. Infatti, Washington critica pesantemente la magistratura italiana definendola "una casta inefficiente e autoreferenziale" e avverte di "non denigrare" il premier italiano.

L'importanza dell'alleanza italiana Nel febbraio del 2009 Ronald Spogli, ambasciatore americano in Italia nominato dal presidente George W. Bush, stende un memoriale per il neo segretario di Stato Hillary Clinton. Il titolo già è emblematico: "What we can ask from a strong allied" (Cosa possiamo chiedere a un alleato forte). Il quadro che emerge dai cable di Wikileaks è ben diverso da quanto vorrebbe farci credere Repubblica.it. "Se vince Veltroni la situazione sarà eccellente - scrivevano prima delle elezioni del 2008 - se ritorna Berlusconi sarà molto eccellente". Da lì a un anno Spogli fa un quadro abbastanza chiaro del nostro Paese: delinea l'eccessiva ingerenza della magistratura nella politica, la debolezza del "dissidente" Gianfranco Fini, il ruolo centrale del presidente Giorgio Napolitano e l'inconsistenza del Partito democratico. Un quadro che andrà a rafforzarsi nel corso del tempo. Stupisce quanto l'ambasciatore Usa abbia colto della nostra magistratura. Siamo infatti ancora molto lontani dal caso Ruby. Eppure Spogli non ha dubbi: "La magistratura italiana è una casta inefficiente e autoreferenziale". La considera un vero e proprio organo che non può essere controllato e che, proprio per questo, è in grado di condizionare la vita pubblica del nostro Paese.
Quel passaggio oscuro su D'Alema Proprio per il fatto che l'America considera l'Italia un alleato strong, in vista del G8 dell'Aquila Elizabeth Dibble (allora reggente dell'ambasciata) avverte Obama che la sua visita avrebbe avuto "un significa speciale per il pubblico italiano". Così è stato. La foto che immortala il presidente statunitense al fianco di Berlusconi tra le macerie del capoluogo abruzzese assume un significato importante. Ma perché caricare l'evento di tutto questo peso? "Dopo mesi di scandali sessuali e finanziari, (Berlusconi, ndr) è emerso dal vertice più forte - si legge in un altro file - non ci sono state nuove accuse serie, né problemi logistici: Silvio è stato capace di presentarsi come leader che conta". L'ambasciata infatti ammette che "membri del suo partito ci avevano preannunciato nuove drammatiche contestazioni, Massimo D'Alema aveva promesso rivelazioni devastanti durante il vertice". Invece così non è stato. Secondo il cablogramma ci avrebbe messo lo zampino il presidente Napolitano ricordando che "questo era l'interesse della nazione".
Il legame con Berlusconi I rapporti tra Washington e Palazzo Chigi risultano buoni. Lo conferma lo stesso Spogli che consiglia alla Clinton di puntare sull'Italia rinnovando l'alleanza già esistente. "Dobbiamo riconoscere - spiega l'ambasciatore americano - che un impegno di lungo termine con l'Italia e i suoi leader ci darà importanti dividendi strategci adesso e in futuro". L'Italia, infatti, "fa molti sforzi, alcuni seri altri meno, per mantenere una posizione di rilevanza e influenza". Secondo Spogli, l'Italia permetterà agli Stati Uniti di "consolidare i progressi fatti faticosamente nei Balcani e negli ultimi vent'anni. Le loro forze armate continueranno a giocare un ruolo importante nelle operazioni di peacekeeping in Libano e in Afghanistan, e, infine, il territorio italiano sarà strategico per l'Africom". E ancora: "Se useremo una forte pressione l'Italia eserciterà la sua influenza economica in Iran per mandare a Teheran un chiaro segnale che potrebbe influire sulla loro politica di sviluppo nucleare".
Le preoccupazioni di Washington Tuttavia al contempo l'ambasciatore lamenta "le frequenti gaffes" di Berlusconi e il suo stretto rapporto con la Russia di Vladimir Putin. In realtà a preoccupare Washington è l'asse energetico tra Roma e Mosca. Gli Stati Uniti vorrebbero infatti stroncare l'influenza russa sul mercato dell'energia: "L'Italia, sfortunatamente, la favorisce". Anche dopo la nomina di David Thorne, da parte di Obama, all'ambasciata statunitense la valutazione non cambia. "Doppiamo far capire a Berlusconi - scrive l'ambasciatore fresco di nomina - che ha una relazione personale con noi". Le questioni che proeccupano Washington riguardano l'energia, anche qui con novità sensibili. La stessa Clinton ha chiesto alla propria ambasciata di indagare sulle "possibili relazioni e investimenti personali che legano Putin e Berlusconi e che possono influenzare la politica energetica dei due Paesi" e di svelare "i rapporti tra l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni, i top manager dell'Eni e i membri del governo italiano, specialmente il premier e il ministro degli Esteri Frattini".
Repubblica manipola Wikileaks La Repubblica e l'Espresso, come prevedibile, hanno calcato la mano su parte del contenuto dei cablogrammi. Se il quotidiano in prima pagina titola "Berlusconi danneggia l'Italia", il settimanale sbatte in copertina un Cavaliere in posa da clown. Tuttavia la vera notizia, che non farà certo piacere al nutrito fronte degli antiberlusconiani, è un'altra. Al punto 5 del file sul legame tra Italia e Stati Uniti, infatti, si legge: "La combinazione tra declino economico e idiosincrasie politiche ha spinto molti leader europei a denigrare i contributi italiani, e di Berlusconi. Noi non dobbiamo farlo". Non solo. Ricordando che "Berlusconi enfatizza continuamente il significato del legame Usa-Italia", gli americani riconoscono che il ritorno del Cav in politica (dopo Prodi) "ha portato un tangibile e pressoché immediato miglioramento" nei rapporti. Anche grazie al ministro Frattini, riconosciuto come "uno statista di comprovata esperienza". In ultima analisi, Spogli riconosce "nell’Italia un alleato sincero e affidabile, effettivamente capace di rinnovare con entusiasmo una rapporto di stretta collaborazione".
Stravolto il giudizio degli Usa Sicuramente l'immenso "patrimonio" lasciato da Assange non permette un facile quadro politico e diplomatico tra i due Paesi. Tuttavia, leggendo quanto pubblicato da Repubblica oggi, appare chiaramente che i rapporti siano più che buoni. Al di là delle critiche sull'asse con la Russia, Spogli prima e Thorne poi ribadiscono la necessità di lavorare a stretto contatto con Roma. Una svista di Repubblica? O piuttosto una strategia mediatica che rafforza e legittime le riserve proprio di Berlusconi?





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