lunedì 21 febbraio 2011

Il sesso orale è la principale causa di cancro alla gola

Quotidiano.net


Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori della 'Ohio State University'. Se il numero dei partner è alto, le percentuali di ammalarsi aumentano.


Washington, 21 febbraio 2011



Il sesso orale è la principale causa del cancro alla gola. Secondo uno studio della 'Ohio State University' è addirittura più pericoloso del tabacco. Le conclusioni sono state presentate in occasione del meeting dell'American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. Gli scienziati sono convinti che il sesso orale sia rischioso quanto quello vaginale, soprattutto nella diffusione del virus dell'HPV.

Proprio questa pratica avrebbe aumentato negli ultimi decenni i casi di tumore al cavo orale. Tra il 1974 e il 2007 i ricercatori hanno registrato negli Stati Uniti un incremento del 225 per cento dei casi di cancro orale.

"Quando si confrontano le persone che hanno un'infezione orale o no - ha detto Maura Gillison, che ha coordinato lo studio - il singolo fattore più importante è il numero di partner su cui la persona ha praticato sesso orale. Quando aumenta il numero di partner aumenta anche il rischio".

Il pericolo non riguarda solo le ragazze ma anche i ragazzi. La diffusione del virus HPV è stata associata al fumo e all'alcol, ma Gillison suggerisce che il sesso orale aumenta le probabilità più dell'abuso di sostanze. L'HPV è il principale colpevole che sta dietro al 70 per cento dei tumori cervicali: si diffonde per lo più tramite il sesso vaginale.

Secondo i ricercatori, negli ultimi anni è aumentato il rischio per i ragazzi, maggiormente esposti per colpa del sesso orale. Per questo Gillison invita a far vaccinare anche i maschietti prima che diventino sessualmente attivi. "È giunto il momento - ha detto - di avere una discussione più approfondita sui benefici della vaccinazione contro l'HPV per i ragazzi"






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Casalesi, aiutarono il boss Setola: 2 arresti Il superlatitante filmato in un parcheggio Aveva il regalo della Befana per la figlia

Il Mattino


Intercettazioni sulla strage di immigrati a Caselvolturno: «Quei sacchi di carbone se li poteva risparmiare»
E sulla figlia capo: «Gli ha chiesto che è un killer, e lui: niente»


CASERTA - I carabinieri del Comando provinciale di Caserta hanno arrestato, in esecuzione di un provvedimento del Tribunale di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, Luigi Martino, di 30 anni, di Casal di Principe, e Luigi Russo, di 43 anni, di Giugliano (Napoli).





Entrambi sono ritenuti fiancheggiatori del capo dell'ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, durante la latitanza di quest'ultimo ritenuto responsabile, tra la primavera del 2008 e l'inizio del 2009, di numerosi omicidi e numerosi attentati in provincia di Caserta.

L'arresto dei due è "accompagnato" da una serie inquietante di documentazioni, tra cui un filmato...

...E' un giorno di festa da passare in famiglia, in un ristorante a Pozzuoli. L'ultima Epifania trascorsa in libertà, prima della cattura, dell'ergastolo, del processo per le stragi. Un frammento di quella giornata di Giuseppe Setola, killer casalese e finto cieco, è stato riprodotto dalle 24 telecamere di un parcheggio sotterraneo privato a Fuorigrotta, nei pressi dell'uscita della tangenziale. I monitor hanno ripreso l'arrivo suo, dei suoi complici, della moglie Stefania Martinelli. Setola è inquadrato una sola volta, da lontano. E' stato identificato solo qualche giorno dopo. Sarà arrestato il 14 gennaio a Mignano Montelungo, dove si era rifugiato in seguito alla fuga rocambolesca attraverso le fogne di Trentola Ducenta. Il boss doveva consegnare il regalo della Befana alla figlia. E' il 6 gennaio 2009: sono le ultime ore di libertà del boss.

Inquietanti anche le intercettazioni a carico di Martino e Russo.

La figlia al boss: che cos'è un killer? - La figlia di Giuseppe Setola lesse sui giornali che il padre era un killer. Chiese spiegazioni al genitore, che minimizzò: «Non è niente». Emerge anche questo dalle intercettazioni contenute nell'ordinanza di custodia cautelare notificata oggi a Luigi Martino e Luigi Russo, accusati di associazione camorristica. È proprio Martino a riferire la circostanza a due persone che viaggiano in auto con lui, una delle quali è Paolo Panaro, fratello del boss Nicola. «Io so che appena scappò gli portai io la figlia, quando stava fuori. L'accompagnai che la figlia era piccola. Ha detto: papà sul giornale c'è scritto che questo, questo...è vero? Tu lo sai che significa quello, a papà (ha chiesto Setola, ndr)? Ha detto la figlia: no. Ha detto (Setola, ndr): non è niente. Ha detto (la bimba, ndr): papà, sul giornale porta che tu sei un killer. Disse (Setola, ndr): ma tu sai che significa, a papà, killer? Disse alla figlia: non è niente».

Il boss a scuola per protestare - Dalla intercettazione emerge anche che l'esponente dei casalesi andò a scuola della bimba per protestare, perchè un'insegnante insisteva nel chiederle che lavoro facesse il padre: «La professoressa della scuola sai cosa faceva? Diceva sempre alla figlia: ma tuo padre che lavoro fa? Adesso la bimba aveva vergogna, dice: no, mio padre sta lavorando fuori. (L'insegnante) glielo ripeteva, diceva un altro giorno. Alla fine la bimba lo disse al padre: papà, perchè ogni giorno la professoressa mi chiede che lavoro fai? Lui si mise il cappello e la sciarpa e disse: scusate, ma perché chiedete sempre a mia figlia io che lavoro faccio?».

Gli immigrati uccisi? Sacchi di carbone - Agghiacciante poi la testimonianza sulla strage degli immigrati a Castelvolturno: «Quei sacchi di carbone se li poteva risparmiare»: così Luigi Martino definisce gli immigrati africani uccisi dal gruppo di Giuseppe Setola il 18 settembre 2008 a Castelvolturno. Martino, chiacchierando con Nicola Panaro, afferma che sarebbe stato meglio evitare la strage: «Però se lo poteva risparmiare... quei sei sacchi di carbone se li poteva risparmiare. Ha fatto troppa ammuina, ha fatto, ha sbagliato tutto. Ma non è che ha sbagliato, doveva fare piano piano». Secondo Martino, cioè, Setola avrebbe dovuto uccidere gli immigrati (ritenuti colpevoli di spacciare droga senza pagare la tangente al clan) uno alla volta. Panaro concorda: a suo avviso, gli africani sarebbero dovuti sparire uno dopo l'altro in fondo al fiume Volturno: «Lo sai come lo doveva fare questo fatto lui? Prendeva la macchina, prendeva tre guaglioni, quattro di questi nella macchina; andavano fuori là, prendeva a uno con i capelli, lo buttava nella macchina e se lo portavano, il compagno nero... Lo prendeva con la testa e lo metteva nel cium (fiume, ndr) e poi il giorno appresso andava la e ne prendeva un altro. Ti faccio vedere io come...».

L'ala stragista dei Casalesi, guidata da Setola ma legata alla fazione guidata da Francesco Bidognetti, detto «Cicciotto 'e mezanotte» in pochi mesi attuò una vera e propria strategia del terrore nei confronti di testimoni di giustizia, imprenditori, congiunti di collaboratori di giustizia e commercianti. È anche ritenuta responsabile della strage degli immigrati africani di CastelVolturno.

Le indagini di carabinieri e Dda si sono avvalse anche delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra i quali Oreste Spagnuolo, Gaetano Vassallo, Salvatore Fasano, Francesco Diana, Luigi Tartarone e Massimo Amatrudi.

Luigi Russo è accusato di aver fornito in diverse occasioni ospitalità, nel proprio albergo, l'hotel "Flag" della località 'Varcaturo', tra Castel Volturno e Giugliano, agli elementi di spicco dell'ala stragista ed in particolare allo stesso Setola, a Raffaele Bidognetti, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo.

L'albergo, secondo le risultanze delle indagini dei carabinieri e della Dda, fu in più occasioni utilizzato non solo come alloggio ma anche come luogo d'incontro di affiliati alla cosca con imprenditori sottoposti ad attività estorsive nonchè per nascondere auto e moto utilizzate in omicidi ed attentati.

I provvedimenti della magistratura napoletana sono stati adottati a conclusione di un approfondimento dell' attività investigativa, in base alla quale l'8 novembre scorso furono emesse ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altri tredici fiancheggiatori del gruppo di fuoco di Giuseppe Setola.


Gli sms della fidanzata - «Di ke mi devo rendere conto? Ke stai diventando un cam... uguale a lui? È una storia ke nn finirà mai, se nn c'è lui c'è la moglie e la figlia, mi sn rotta le palle». È il messaggio che la fidanzata inviò a Luigi Martino, arrestato oggi per associazione camorristica nell'ambito di un'inchiesta sul clan dei Casalesi, nel gennaio del 2009, pochi giorni prima che il latitante Giuseppe Setola fosse arrestato a Mignano Montelungo.

Martino, cugino della moglie di Setola, negli ultimi tempi era diventato il guardaspalle dell'assassino che per lasciare il carcere si era finto cieco. Ciò tuttavia non faceva piacere alla fidanzata, di nome Amalia, che più volte cercò di convincerlo a non avere più rapporti con il killer fuggiasco. Secondo Amalia, la vita del fidanzato era ormai gestita da Setola, che definisce «una persona che non si può comandare la vita sua». «Domani mattina - lo avverte in una telefonata - vengo pure a casa tua e lo vengo a dire a tua mamma, vediamo se questa storia la si fa finita».

Con un altro messaggio, Luigi Martino cerca di tranquillizzare la ragazza: «Io non diventerò mai come dici x amor tuo, almeno su questo credimi». Lei lo mette di fronte a un aut aut: «Se ti chiedesse di scegliere tra me e loro per sempre cosa faresti?». Martino: «Scelgo te». Amalia temeva l'arresto del fidanzato: il timore si è avverato ieri.

L'altra ordinanza, come detto, è stata notificata a Luigi Russo, compagno di Margaret Florence Perham proprietaria del 50 per cento della discoteca «Divino» di Agnano, dove lo scorso 14 febbraio Lele Mora è stato special guest a una festa. Alcune riprese dell'evento sono state trasmesse dalla trasmissione «Anno zero».

Lunedì 21 Febbraio 2011 - 17:52    Ultimo aggiornamento: 20:44




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Affitti Vip, ecco la lista

di Redazione




Affittopoli non si ferma. Anzi si allarga a macchia d'olio. E dopo il Pio Albergo Trivulzio tocca a Policlinico e Redaelli. Il Giornale è in grado di anticipare tutti i nominativi presenti tra gli affittuari della Fondazione Policlinico: ecco la lista

Tra gli affittuari anche il consigliere comunale dei Verdi, Enrico Fedrighini, che ha a disposizione due bilocali a San Siro: "Il mio contratto risponde alla valutazione del mercato". Per Prosperini tre cespiti a Vernate, comune a Sud di Milano, che coprono una superficie complessiva di circa 700 metri. Il canone risulta zero, poi la rettifica: "E' un errore"

 

Milano - Affittopoli non si ferma. Anzi si allarga a macchia d'olio. E dopo il Pio Albergo Trivulzio tocca a Policlinico e Redaelli. L’affittopoli milanese che ha investito il Pat negli ultimi giorni oggi vede aprirsi un nuovo capitolo con la consegna a Palazzo Marino da parte del presidente Emilio Trabucchi degli elenchi degli immobili venduti negli utlimi 5 anni e si allarga a Policlinico e Redaelli. Da questa mattina, infatti, sono cosultabili le liste degli affittuari degli stabili di proprietà della Fondazione Policlinico e il Giornale è in grado di anticiparle: leggi la lista completa. Intanto, sia sul sito internet del Policlinico sia su quello dell’azienda di servizi alla persona Golgi-Redaelli, sono pubblicate le liste degli immobili e il canone cui sono ceduti.
Affitti vip Tra gli affittuari risulta anche il consigliere comunale dei Verdi, Enrico Fedrighini, che ha a disposizione due bilocali (divenuti unica abitazione) a San Siro, che si è prontamente difeso: "Ho chiesto oggi stesso agli uffici competenti che gestiscono il patrimonio immobiliare del Policlinico la documentazione relativa alla mia posizione, da cui emerge l’assoluta correttezza del mio contratto che risponde in toto alla valutazione del mercato".

Sull’altro fronte, il Redaelli (i cui manager sono attesi in audizione a Palazzo Marino venerdì prossimo) scongiura l’effetto shock provocato da alcuni affitti del Pat (che a 75 euro al mese offriva un appartamento in corso Vittorio Emanuele), pur avendo a disposizione abitazioni di ampia mentratura in via Olmetto e via dei Piatti (entrambe centralissime, a pochi minuti dal Duomo): le case in questione, infatti, sono offerte a canoni che variano dai 13mila annui (per 76mq) ai 50mila euro (per 210 mq), escluse spese. Per quanto riguarda gli uffici (sempre in via Olmetto e via dei Piatti) si va dai circa 5mila euro annui (per 35 mq) ai 70mila per 380 mq, sempre spese escluse.
Il caso Prosperini L’ex assessore lombardo Piergianni Prosperini finito in carcere per tangenti alla fine del 2009, con una pena poi patteggiata a 3 anni e cinque mesi è uno degli inquilini dei beni immobiliari del Policlinico di Milano. L’ex esponente del Pdl è titolare di tre cespiti a Vernate, comune a Sud di Milano, che coprono una superficie complessiva di circa 700 metri e il canone risulta zero.

Come spiega la nota informativa della Fondazione, l’affitto nullo è previsto in alcuni casi: l’uso istituzionale, la nuda proprietà, la prossima valorizzazione, o se il bene è in attesa di assegnazione per sfratto o tramite gara pubblica. In questo caso, però, come spiegano dallo stesso Policlinico, il canone di affitto assegnato a Prosperini è di 11.512 euro l’anno e non di zero euro. La struttura ospedalier parla di un "errore tecnico" nel produrre la lista.
Gli abusivi L’elenco degli inquilini negli immobili della Fondazione Policlinico a Milano svela anche l’altra faccia della medaglia degli affitti a prezzi di favore: quella dei numerosi immobili lasciati sfitti o agli occupanti abusivi. Centinaia di cespiti sono abbandonati a questo destino e il caso più eclatante si rivela quello dello stabile in viale Montello, alle soglie dello storico quartiere di Chinatown. Nei 129 cespiti catastali di cui consta l’immobile al civico 6, ben 49 sono vuoti e 39 abitati da inquilini abusivi che non pagano l’affitto. Fatta eccezione per alcune attività commerciali e imprenditoriali, i pochi inquilini italiani che corrispondono un regolare affitto hanno canoni annui che vanno dai 1.000 ai 2.500 euro l’anno.




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Da Unicredit alla Juventus, gli investimenti libici in Italia

Quotidiano.net


Bilancia commerciale: siamo il primo partner di Tripoli



Roma, 21 febbraio 2011



Dalle banche all’industria, la finanza libica ha un ruolo da protagonista in Italia, con partecipazioni rilevanti in diverse società nostrane. All’instaurarsi di buoni rapporti tra Italia e Libia basati principalmente sul trattato di amicizia firmato a Bengasi il 30 agosto del 2008, corrispondono da tempo legami economici di rilievo. E' il motivo per cui il futuro del regime del leader libico Gheddafi riguarda non solo i palazzi della politica ma anche quelli di banche e istituzioni finanziarie.

- UNICREDIT: In piazza Cordusio i fondi di Tripoli sono virtualmente primo azionista, con un 4,988% che fa capo alla Banca centrale libica e un altro 2,594% detenuto attraverso il fondo sovrano Lia (Libyan investment authority). il numero uno dell’istituto centrale, Farhat Omar Bengdara, ricopre anche la carica di vicepresidente di Unicredit. Il collegamento tra i due enti libici, che insieme supererebbero il tetto del 7,5%, non è mai stato confermato.

- FINMECCANICA: Risale allo scorso 17 gennaio, ma l’operazione era stata ufficializzata il 21 gennaio, il superamento della soglia del 2%: la quota è intestata sempre alla Lybian investment authority ed è pari al 2,010%. Nel luglio del 2009, Finmeccanica e Libya Africa Investment Portfolio, il fondo di investimento posseduto da Lia, hanno costituito una joint venture paritetica per una cooperazione strategica nei settori dell’aerospazio, trasporti ed energia. Inoltre, Finmeccanica si è aggiudicata numerosi contratti in Libia attraverso le sue controllate, come Ansaldo Sts e Selex Sistemi Integrati. Nel campo dell’elicotteristica, AgustaWestland ha messo in piedi un sistema industriale di manutenzione e assemblaggio tramite la Liatec. Si calcola che le commesse di Finmeccanica in Libia ammontino a circa 1 miliardo di euro nei settori dell’elicotteristica civile e ferroviario.

- JUVENTUS:
In campo sportivo, la Libyan arab foreign investment company (Lafico) detiene da tempo il 7,5% della Juventus mentre, restando in casa Agnelli, Tripoli era scesa nel 2006 sotto il 2% di Fiat (la stessa Lafico aveva comunicato di detenere il 2,004% nel 2002).

- ENI:
Sotto la soglia rilevante del 2% anche la partecipazione in Eni (meno dello 0,1%, ma con il consenso alla possibilità di salire fino al 5) .

- TLC: Se in passato indiscrezioni avevano ventilato la possibilità che i libici investissero in Telecom Italia, possibilità mai concretizzatasi, nel campo delle tlc il Paese nordafricano è presente attraverso Retelit, operatore specializzato nella fornitura di servizi a banda larga a livello internazionale di cui, secondo gli aggiornamenti della Consob, la Libyan post telecommunications information technology company (Lptic) possiede il 14,798%.


BILANCIA COMMERCIALE - Quanto all’interscambio bilaterale, è contraddistinto da un disavanzo costante della bilancia commerciale a favore della Libia. Tuttavia nel 2008 il deficit ha registrato una considerevole contrazione pari a 7 miliardi di euro rispetto all’anno precedente: in dettaglio 2,4 miliardi di euro di esportazioni italiane verso la Libia a fronte di un import che nel 2009 ha toccato 10,1 miliardi. Dal 2005 la Libia entra costantemente nella top ten dei nostri principali fornitori mondiali mentre il nostro paese è di gran lunga il principale partner commerciale di Tripoli, di cui assorbe il 36 % dell’export e il 18,7 dell’import.










I «boia chi molla» di Reggio Calabria? Stranieri in patria

di Gennaro Sangiuliano



La mattina del 18 febbraio del 1971 una colonna di carri armati e mezzi blindati entrava nel quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria. La scena evocava l’invasione sovietica di Praga o i golpe sudamericani. È l’atto finale della cosiddetta «rivolta di Reggio Calabria», la sommossa popolare iniziata il 14 luglio del 1970, l’unica vera rivolta popolare della storia dell’Italia repubblicana. Sette mesi in cui la città calabrese era stata teatro quotidiano di scontri, barricate, bombe, tritolo, incendi e attentati. L’Italia di quegli anni ha già conosciuto la tragedia di piazza Fontana, a Milano, ma non è ancora entrata nel tunnel degli «anni di piombo».

A scatenare Reggio in quella che verrà definita «la rivolta dei boia chi molla» è la decisione presa a Roma di assegnare a Catanzaro il titolo di capoluogo regionale, uno schiaffo per i reggini i quali, non senza fondati motivi storici e geografici, ritengono la propria città la più rappresentativa e attrezzata della Regione. La città sullo Stretto paga lo scarso peso politico fra le correnti democristiane e socialiste che si dividono gli strapuntini del potere.

Uno scippo, anche perché sin dalla nascita dello Stato unitario tutti i documenti ufficiali indicano Reggio Calabria quale capoluogo. La questione del capoluogo non era solo «pennacchio», come scrissero in molti, perché in un Sud che viveva di burocrazia amministrativa il ruolo di capoluogo significava convenienze economiche e posti di lavoro. «Una sollevazione popolare urbana, lunga e drammatica», la definisce Domenico Nunnari che ai fatti di Reggio ha dedicato da tempo accurati studi raccolti nel volume La lunga notte della rivolta (Laruffa editore, pagg. 168, euro 23). «La rivolta, somiglia ad un’enclave, straniera in patria, incompresa e abbandonata, in un isolamento deprimente e insostenibile».

Significativa è la ricostruzione che Nunnari offre dell’atteggiamento dei grandi giornali nazionali che all’inizio snobbarono i fatti di Reggio come una rivolta cialtronesca. Sarà l’intensità dei fatti, l’attenzione della stampa internazionale a far mandare a Reggio decine di inviati. L’escalation è rapida: «Dopo le prime vampate di guerriglia urbana, la protesta divenne inarrestabile. Si alzarono le barricate sulle strade, con calcinacci, carcasse d’auto e vecchi mobili. Per transitare da un quartiere all’altro bisognava valicare i “checkpoint”, punti di passaggio. I capi della rivolta chiedevano i documenti». Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della sera, scriveva: «C’è nella tragedia di Reggio, la protesta di una città che ha un reddito pro capite tra i più bassi della penisola, la dolorosa illusione di un antico centro glorioso che crede di trovare la sanatoria ai propri problemi di sviluppo economico nell’evasione spagnolesca di una capitale regionale».

Nelle prime battute la rivolta è spontanea, non ha connotati politici, viene prima snobbata e poi osteggiata dal Pci, il partito che pure, in quegli anni, in tutta Italia muove consistenti forze sociali. La rivolta sfugge agli schemi classici delle contestazioni studentesche e operaie mosse dalla sinistra. A cavalcarla è il Msi, partito che di lì a un anno avrebbe incassato una consistente vittoria elettorale e che al Sud disponeva di un forte radicamento urbano e sottoproletario.

In poche settimane il sindacalista Cisnal Ciccio Franco assume la leadership dell’insurrezione, e Adriano Sofri è costretto a definirlo come un efficace capopopolo, colui che fa adottare il motto degli arditi della Prima guerra mondiale «boia chi molla». Per settimane Reggio è controllata dai rivoltosi che quasi si danno una forma di autogoverno. Si spegnerà dopo dure lotte, con un triste bilancio di vittime, per effetto di interventi pesanti delle forze dell’ordine e per il varo del cosiddetto «pacchetto Colombo»: una serie di misure compensative, peraltro mai veramente attuate. Come molte pagine della storia d’Italia, questo episodio è stato per decenni derubricato a rivolta fascista, a una vicenda di cronaca. Solo da qualche anno la sinistra intellettuale che in questo Paese si ritiene depositaria della verità ha cominciato ad ammettere i suoi errori.



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Fiat, gli operai di Pomigliano scrivono al Colle "Se i ricorsi fatti dalla Fiom passano è la fine"

di Pierluigi Bonora


Un centinaio di operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco scrive a Napolitano: "Se passano i ricorsi della Fiom contro l’esito del referendum, qui sarà il disastro". E anche le nuove assunzioni ora dipendono dai magistrati



 
Un centinaio di operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha deciso di inviare una lettera al capo dello Stato, Gior­gio Napolitano. Il messaggio del­le tute blu campane è chiaro: do­po 32 mesi di cassa integrazione con 800 euro al mese e alla vigi­lia delle prime assunzioni (il 7 marzo) da parte della newco, in vista della produzione della nuo­va Panda, a turbare i sonni di queste persone «è il pensiero che qualche magistrato- si legge nella lettera-possa bloccare l’in­vestimento e rimettere tutto in discussione. Questo - aggiunge la missiva alla quale fanno segui­to le firme - ci procura una forte ansia e mina la nostra fiducia nel domani».
«Molti di noi - spiega Gerardo Giannone (Rsu Fim), primo fir­matario- hanno consumato tut­ti i risparmi. Un affitto o un mu­tuo da pagare dimezzano di fat­to la somma percepita in questi mesi. Speriamo che il presiden­te Napolitano prenda atto dei nostri timori». «Ci preoccupa la testardaggi­ne- scrivono i lavoratori nella let­tera che sarà recapitata oggi al Quirinale- con cui alcuni sinda­cati osteggiano l’investimento e si apprestano a dare il via a cau­se giudiziarie per invalidare un percorso votato dal 63% degli operai di Pomigliano il 22 giu­gno 2010. Ecco perché, signor presidente, le chiediamo di inte­ragire in qualche modo con chi, oggi, continua a ostacolare la ria­pertura del sito campano ».
Il do­cumento si chiude con l’auspi­cio che «il sindacato ridiventi tut­t’uno per centrare l’obiettivo di una migliore qualità della vita». Al centro della lettera sono le intenzioni del segretario genera­le della Fiom, Maurizio Landini, il quale continua a ritenere«ille­g­ale quello che è stato fatto a Po­migliano d’Arco. «Ecco perché­ ha minacciato in più occasioni ­passeremo all’impugnazione.È singolare che un dipendente Fiat per continuare a lavorare debba firmare nuove condizio­ni individuali. È una cosa illega­le ».
Landini, in pratica, sostiene che «se si introduce questa logi­ca ci si trova di fronte a una lesio­ne delle regole democratiche del nostro Paese».A Landini,cer­cando di rassicurare gli operai campani, risponde uno dei più noti giuslavoristi, il milanese Ga­briele Fava: «L’amministratore delegato di Fiat, Sergio Mar­chionne, ha agito nel pieno ri­spetto della legge. Nel momen­to in cui una persona passa alle dipendenze di una nuova socie­tà, le viene sottoposto per la fir­ma il contratto di assunzione». Sempre da Pomigliano d’Ar­co, tempo fa, era partito un duro attacco, al quale si erano associa­ti centinaia di altri operai del gruppo, ai leader della sinistra Pier Luigi Bersani, Nichi Vendo­la e Antonio Di Pietro, accusati di strumentalizzare politica­mente le vicende legate a «Fab­brica Italia».




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Libia, Tripoli in fiamme E' giallo su Gheddafi

di Orlando Sacchelli


La Libia è nel caos (video - foto). In fiamme la sede centrale del governo. Mistero su Gheddafi. Secondo al Jazeera sarebbe in Venezuela. Ma suo figlio, Saif al-Islam, smentisce.


Tripoli - La Libia è in fiamme. Le notizie che riescono a bucare la censura descrivono uno scenario da guerra civile. A Bengasi, cuore della protesta, un'intera brigata dell'esercito regolare ha disertato, passando coi rivoltosi e impegnandosi a cacciare via i "mercenari" provenienti da diversi paesi africani, uomini armati fino ai denti che, dai tetti, fanno fuoco sui civili. La repressione è affidata a un fedelissimo del regime, Abdullah Senoussi, genero di Gheddafi. Caos anche a Tripoli: gruppi di manifestanti hanno dato alle fiamme diverse stazioni di polizia e alcuni edifici istituzionali, tra cui la sede centrale del governo. Banche saccheggiate. Nella capitale si registrano più di sessanta morti. 

Dov'è finito Gheddafi In una situazione che di ora in ora si fa sempre più caotica non si sa nulla del leader libico. Dov'è finito? Ha ancora le redini del comando, protetto dall'esercito, oppure è fuggito via, per evitare il peggio? Un video su YouTube mostrerebbe la fuga di Gheddafi con i suoi fedelissimi nella città desertica di Sebha (centro meridionale della Libia). Nel video, messo in rete il 20 febbraio, si vede quello che sembra un corteo presidenziale con oltre 75 fuoristrada, blindati, due pullman e due auto della polizia sfrecciare ad altissima velocità. Sono di ieri le voci che sostenevano che Muammar Gheddafi avrebbe lasciato la Libia e si sarebbe rifugiato in Venezuela come riportato da un corrispondente di al Jazira da Tripoli. Voci smentite dall’opposizione che sostiene - come dimostrerebbe il video - che il colonnello è ancora in Libia. Per ora in tv si è fatto vivo solo uno dei figli del colonnello. Ha promesso il pugno di ferro contro i ribelli.


Su Youtube un video sulla possibile fuga del colonnello



Il figlio va in tv Saif al Islam è comparso in tv, ieri sera, per assicurare che il padre è in Libia, che "non è un leader come Ben Ali o Mubarak", ed è sostenuto dall’esercito. In un discorso trasmesso nella notte dalla televisione di stato, Saif ammette che le forze di sicurezza hanno commesso "errori" nel loro intervento contro la folla di manifestanti, perché, ha detto, non sono state addestrate a questo genere di operazioni, ma smentisce che siano state uccise oltre 200 persone a Bengasi nella violenta repressione delle proteste, così come denunciato da fonti mediche e dell’opposizione. Intanto la sede di una tv e una radio, a Tripoli, è stata saccheggiata e nella capitale libica alcuni edifici pubblici sono stati dati alle fiamme. Si tratterebbe dello stabile che ospita la televisione Al Jamahiriya 2 e la radio Al-Shababia.

L'accusa alle potenze straniere "Combatteremo fino all’ultimo, fino all’ultima pallottola", ha dichiarato, precisando che oggi si riunità il parlamento per discutere un "chiaro" programma di riforme e l’aumento dei salari. "Dovremo definire una costituzione per il Paese", ha aggiunto. Il Paese precipiterà in una situazione "più grave di quella dell’Iraq" se prosegue la violenza, ha ammonito, denunciando la presenza di "elementi stranieri" nel Paese, e di un piano per stabilire un "emirato islamico" in Libia.

In piazza il figlio dell'eroe della Reistenza Anche l’anziano figlio dell’eroe della Resistenza libica alla colonizzazione italiana si trova tra i manifestanti che hanno conquistato le strade di Bengasi. Lo riferisce il sito libico Al-Manara. Lo sceicco Mohamed Omar al Mukhtar, nonostante i suoi 82 anni, ha anche tenuto un discorso contro Gheddafi. Nel giugno 2009 lo sceicco accompagnò il conollello nella sua visita ufficiale in Italia.  

La rivolta a Tripoli I manifestanti che nella notte dalle campagne e dai villaggi attorno alla capitale hanno raggiunto Tripoli hanno attraversato la città per dirigersi verso la centralissima Piazza Verde o Piazza dei Martiri. Qui molti manifestanti si sono insediati e sono iniziati scontri con gruppi di sostenitori di Gheddafi, scesi in strada dopo il discorso del filo del colonnelo Saif nella tarda serata di domenica.  

Frattini: scongiurare divisione in due  La divisione della Libia in due stati "fra Cirenaica e Libia" sarebbe "un fatto di grande pericolosità", secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini. "Siamo ancora più preoccupati - ha detto al suo arrivo al Consiglio Affari Esteri a Bruxelles - per il fatto che si stiano affermando ipotesi come quella degli Emirati Islamici all’Est della Libia: a poche decine di chilometri da noi sarebbe un fatto di grande pericolosità".

L'Ue pensa al rimpatrio cittadini europei L’Unione europea pensa di evacuare i propri cittadini presenti sul suolo libico e, in particolare, dalla città di Bengasi. Lo ha detto il ministro spagnolo per gli affari esteri, Trinidad Jimenez. A fargli da contraltare il ministro francese per gli affari europei, Laurent Wauquiez, che sempre stamani ha affermato che "per il momento, non vede minacce dirette" che spingono a chiedere il rimpatrio dei 750 francesi che vivono nel paese nordafricano.

La minaccia del petrolio Se il regime minaccia l'Europa, dicendo che potrebbe aprire le porte a un flusso incontrollato di clandestini - che invaderebbero il Vecchio Continente partendo proprio dalla Libia - la tribù libica Azaweya minaccia, invece, di danneggiare i flussi di petrolio verso l’Europa, se i paesi membri non interverranno in sostegno dei manifestanti che da giorni protestano contro Gheddafi. È quanto riporta il sito web Libya Today. Il prezzo del greggio è salito sopra gli 87 dollari al barile per i timori di una sospensione delle forniture a causa della rivolta in corso in Libia, importante produttore di petrolio e membro dell’Opec.  

Trecentomila euro per riavere la salma di Mike Bongiorno

Corriere della sera


La trattativa è da rifare, ma il prezzo del riscatto sarebbe aumentato fino al doppio della cifra





MILANO - Trecentomila euro per riavere la salma di Mike Bongiorno rubata il 24 gennaio. Era questa la somma richiesta dai rapitori al figlio Niccolò, ma l'accordo è saltato all'ultimo momento. Lo rivela il settimanale Oggi in edicola, che in un articolo a firma di Giangavino Sulas spiega come le indicazioni dei malviventi siano state fatte arrivare alla famiglia del presentatore attraverso una serie di annunci in codice pubblicati su un quotidiano svizzero.


Mike Bongiorno, trafugata la salma

LA CONSEGNA - Rocambolesche le modalità di consegna: il denaro, infatti, avrebbe dovuto essere gettato da un treno in corsa venerdì 18 febbraio da un incaricato della famiglia Bongiorno. Pochi secondi prima del lancio, però, l'intermediario è stato chiamato dalla banda: «L'accordo è saltato, non se ne fa niente». La trattativa è da rifare, ma il prezzo del riscatto sarebbe aumentato fino al doppio della cifra.


Redazione online
21 febbraio 2011



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Primo Maggio, per Wojtyla beato raddoppiano i prezzi degli hotel romani

Corriere della sera


Concerto e cerimonia in San Pietro spingono verso l'alto le tariffe. E c'è addirittura chi quadruplica il listino


Primo Maggio, per Wojtyla beato raddoppiano i prezzi degli hotel romani
Concerto e cerimonia in San Pietro spingono verso l'alto le tariffe. E c'è addirittura chi quadruplica il listino


L'ingresso dell'Eden hotel a via Ludovisi
L'ingresso dell'Eden hotel a via Ludovisi
ROMA - «Il 1° maggio? È rimasta la suite a millecinquecento euro. Vediamo, forse il giorno dopo possiamo scendere un po' di prezzo», pronosticano dall'ufficio prenotazioni dell'Hotel Eden.
Mentre Roma si prepara a un primo maggio più biblico che musicale, con centinaia di migliaia di pellegrini attesi per la beatificazione di papa Wojtyla a San Pietro, al sontuoso cinque stelle terrazzato di via Ludovisi si lucida l'argenteria e s'innalzano le tariffe.


DELUXE DI PRIMAVERA - La Deluxe che per una qualunque notte della primavera romanacosterebbe 410 euro - vedi Trip Advisor, Booking.com e altri motori di prenotazione online - il 1° maggio svetterà a 1.500, quasi quattro volte in più. (Materasso e cuscini saranno magari quelli usati da Monica Bellucci, ospite per la festa del cinema nel 2008, ma perfino in quel caso le tariffe erano più basse). Il rischio d'una lievitazione arbitraria dei prezzi in occasione del 1° maggio era già stato anticipato dal quotidiano britannico Guardian a fine gennaio e, in seguito, da altri giornali.



I funerali di Giovanni Paolo II l'8 aprile 2005: la folla chiede «Santo subito»
Il'8 aprile 2005: la folla chiede «Santo subito» funerali di Giovanni Paolo II 
CAMERE RIVALUTATE - Forse, in tempi di crisi, agli albergatori romani preoccupa più l'occasione perduta che la sfida dell'opinione pubblica. Abbiamo contattato direttamente un campione di 25 hotel di varie categorie - dalle cinque alle due stelle - e i risultati confermano quanto previsto. Che cioè dormire a Roma il 1° maggio prossimo costerà a una famiglia mediamente tra il 30 e il 70 per cento in più di un primo maggio qualunque.
A cominciare dagli alberghi a due stelle, come ad esempio l'Hotel Ariston dell'Esquilino. Qui per una executive (la migliore) si paga di solito 147,40. Ma il primo maggio, spiega telefonicamente Rubi, quella stessa stanza «costerà 340 euro». Vale a dire più che raddoppiata.


SALASSO BED & BREAKFAST - Aumenti del genere anche all'Everest Inn del Viminale (segnalato sulle guide anche come bed and breakfast: a quale delle due categorie appartiene?) dove la stanza da 140 euro diventa una «super suite» da 370. Mentre all'Hotel Altavilla si passa dagli 80 -90 euro soliti ai 180 per il primo maggio, spiega il concierge.





TRE STELLE SUPER LUSSO - Quanto ai tre stelle le «rivalutazioni» sono appena più contenute. All'Hotel Amalia in Prati una camera, che in genere costa tra i 130 e i 210 euro a notte, verrà 378: «Inclusa la prima colazione», è la puntualizzazione di conforto che viene dalla reception. Aumenti anche all'albergo Abruzzi di via del Pallaro: 330 euro per una matrimoniale anziché i 210 soliti.
All'albergo del Sole in piazza del Biscione, dove secondo una guida aggiornata come la Gaffi, una matrimoniale costa tra i 120 e i 140 euro, questo primo maggio ne vorranno 180. Più modestamente al San Carlo di via del Corso il prezzo di una matrimoniale salirà da 210 a 250 come spiegano telefonicamente. Precisazione: la maggioranza degli albergatori, alla richiesta di una camera libera per il 1° maggio, dirotta automaticamente il potenziale cliente sulla suite di cui poi declinerà il prezzo insolitamente elevato.



La terrazza dell'Atlante Garden Hotel in San Pietro
La terrazza dell'Atlante Garden Hotel in San Pietro
SUITE GALATTICHE - Alberghi a quattro stelle: se per una notte qualunque l'Hotel Farnese affitta la sua superior a 190 euro, per il 1° maggio ne chiederà 480. All'Hotel Abitart di via Pellegrino Matteucci (dirimpetto al Gazometro) la suite passa dai 210 consueti ai 350 richiesti in questo caso.
Tra gli hotel in prossimità di piazza San Pietro, spicca per le rivalutazioni tariffarie l'Atlante Garden Hotel che invece dei soliti 140 euro a notte, ne chiede 400 per quella del 1° maggio.
Aumenti del 30% anche agli Hotel Valadier - 650 euro anziché i 449 generalmente richiesti - e Grand Hotel Palatino dove il prezzo di una matrimoniale raddoppia, passa da 218 a 430 euro, proposti telefonicamente dal concierge, giovedì scorso.


COLAZIONE A PARTE - Chi pensa che i prezzi elevati di per sé dell'ospitalità a cinque stelle non siano sottoposti a significative variazioni, sbaglia. Anche qui il ritocco verso l'alto è in qualche caso sorprendente. A parte il caso già citato dell'Eden, ecco l'Aldrovandi Palace dei Parioli. In un fine settimana di marzo la matrimoniale super verrebbe 295 euro (Trip Advisor) mentre il primo maggio spiega una dipendente «sono 765 euro». Ritocchi tariffari anche per gli Hotel Boscolo. Se all'Exedra, spiega Roberto «non c'è più disponibilità» all'Aleph le notti del 1°, due e tre maggio, costeranno 1.593 euro anziché 684. La colazione si paga a parte.


Ilaria Sacchettoni
isacchettoni@rcs.it
l'articolo e altri servizi a pagina 3 in
Cronaca di Roma sul Corriere della Sera

21 febbraio 2011



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Rivolta araba: ormai è effetto domino

Corriere della sera

 

 

Le masse si ribellano ovunque, dallo Yemen alla Libia

A. Ferrari

Marin, il rom antifurto: quando lui fa la ronda nessun ladro si avvicina

di Maria Sorbi


Nomade, 56 anni, moglie e 5 figli: la sua specialità è fare la ronda lungo i cantieri della metropolitana milanese Risultato: i blitz per rubare rame sono cessati. E così l’assessore provinciale alle Infrastrutture lo ha assunto


 
Milano Vintila si macina 30 chilometri a piedi ogni notte lungo le rotaie della metropolitana di Milano. «Lo faccio per controllare che i rom non rubino il rame» racconta. Ma anche lui è rom e, a sentire la sua storia, vien da sorridere. Un rom schierato contro i rom.
Il suo vero nome è Marin Costantin, ma si fa chiamare Vintila. «No, non vuol dire nulla, è un soprannome, mi piace e basta» ci spiega. Arriva da uno dei campi nomadi più difficili della città, il Triboniano, ed è stato assunto per fare il guardiano notturno durante i cantieri per il prolungamento fino ad Assago della linea verde. In quella zona i furti di rame da parte dei nomadi sono all’ordine del giorno e i tecnici non fanno a tempo a posare qualche cavo che, zac, nel giro di poche ore è già sparito tutto.

E chi meglio un nomade per tenere d’occhio le imboscate rom? Chi ne conosce meglio le tecniche e le abitudini? Ecco allora che per Vintila è arrivato un contratto di lavoro. Lui, 56 anni, moglie e cinque figli, si era già messo in luce come portavoce della comunità rom e in passato, soprattutto dopo lo sgombero come quello del campo nomadi di via Capo Rizzuto, gli era perfino capitato di sedere ai tavoli delle politici locali per tentare un accordo. Il suo nome tra le istituzioni gira da un po’ di tempo. Finché un giorno l’assessore alle Infrastrutture della Provincia di Milano, Giovanni De Nicola, durante un sopralluogo ai cantieri del metrò, si rende conto che i furti di rame rallentano l’avanzamento dei lavori. E lancia l’idea: «Perché non ingaggiamo Vintila?». Detto fatto.

Marin Costantin firma il contratto per quello che chiama «il lavoretto». «Mi hanno rinnovato il contratto di mese in mese» racconta e ci tiene a dire che lui è «uno a posto», «uno che ha la partita iva», che «paga i contributi» e che in vent’anni in Italia non ha ricevuto nemmeno una denuncia.
Nelle sue ronde notturne, avanti e indietro lungo i 4 chilometri di rotaie, si è perfino imbattuto in qualche vicino di roulotte che se l’è data a gambe non appena l’ha visto. «Non ho paura - racconta - ma per le emergenze sono armato». La sua arma è una fionda e in tasca ha anche qualche bullone da usare come proiettile.

Ma fortunatamente non ne ha mai avuto bisogno: Vintila mette tutti in fuga. «Non si avvicinano nemmeno, sanno che potrei riconoscerli». Lui, rom controcorrente, ha preso la sua mission seriamente e non ha saltato una notte di lavoro. Ora che i cantieri sono finiti e il metrò di Assago è entrato in funzione, Vintila si cercherà un altro «lavoretto». «Sono bravo io, trovo lavoro subito». Intanto il suo nome è stato pronunciato al microfono dall’assessore De Nicola durante il taglio del nastro della nuova tratta metropolitana. E non capita spesso che un politico ringrazi pubblicamente un rom al microfono.

«Ho voluto citare anche Vintila tra le persone da ringraziare - spiega De Nicola - perché ha lavorato bene e da quando c’è lui i furti sono davvero calati. È stato bravo e serio».
E ora che il suo compito è finito, cosa farà Vintila? L’elemosina? «No, per carità, si fa più fatica a fare quello che a lavorare» scherza lui. «Magari mi trasferirò a Genova, o a Napoli o forse resterò qui, dipende da dove troverò un lavoretto». Quel che è certo è che Vintila e la sua famiglia si sentono ormai italianissimi. «Voglio prendere la pensione in Italia - dice lui con voce ferma - e non ho accettato i 15mila euro che il Comune di Milano dà ai nomadi che se ne tornano a casa. Sono regolare e lavoro».
Non solo. Vintila, da capo rom che sa il fatto suo, cerca di convertire la sua comunità a una vita più onesta e integrata. Ha imposto a sua figlia di smetterla di stare ai semafori a chiedere l’elemosina e ora lei lavora in un bar. E ha più volte detto agli zingari del suo campo: «Comportatevi bene, provateci». Lui lo ha fatto e questo gli ha portato pure un contratto in regola.



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Scandalo Affittopoli, non ci sono soltanto i vip Nelle case pubbliche anche cinesi e sindacalisti

di Marta Bravi


Non solo vip ma pure amici e personaggi da tener buoni negli appartamenti del Pio Albergo Trivulzio, l’ente milanese nella bufera Dalla segretaria della Cisl a medici e dirigenti, fino a una colonia di emigrati dall’Estremo Oriente. Una fonte svela: "Il bando resta online poco e la scelta è discrezionale"


 
Milano - Spuntano sindacalisti e cinesi nell’ affaire Affittopo­li. A leggere bene tra le righe della lista degli inquilini de­gli appartamenti del Pio Al­bergo Trivulzio, si trovano anche i nomi di rappresen­tanti dei lavoratori, di diver­se sigle, alcuni anche in posi­zioni di rilievo, e membri del­la comunità cinese, che ha avuto più di una controver­sia con i vertici del Comune di Milano.

Siamo entrati nella stanza del segreti del Pat, conosciu­to tra i milanesi come la «Bag­gina », la casa di riposo. A spie­garci i meccanismi e gli ingra­naggi che muovono l’agen­zia immobiliare dei furbetti una persona, che rimarrà anonima, che ricopre un ruo­lo di responsabilità. La «Bag­gina », ente pubblico indipen­dente, controllato al 50 per cento dal Comune di Milano e al 50 per cento dalla Regio­ne Lombardia, dà in affitto i suoi 1.064 appartamenti, molti dei quali in zone di as­soluto pregio, a persone co­nosciute e a prezzi nettamen­te inferiori a quelli di merca­to.

Periodicamente l’ente pub­blica i bandi che danno acces­so alle case, ma se più perso­ne fanno richiesta per la stes­so appartamento l’ente si ri­serva di decidere a chi affidar­lo - il fatto che la persona sia conosciuta rappresenta una sorta di garanzia per il paga­mento - senza addurre alcu­na spiegazione del rifiuto. Questa clausola offre un mar­gine di manovra piuttosto ampio.Così il fatto che l’avvi­so rimanga pubblico per po­co tempo: un patrimonio im­mobiliare nell’ombra- la logi­ca - riceve minori richieste, consente di assegnare gli al­loggi, teoricamente destinati ai bisognosi, ai pochi che ne sono a conoscenza. Un esem­pio?

L’avviso per la vendita degli edifici di piazza Santo Stefano e vicolo Santa Mar­gherita è rimasto on line 17 giorni: solo un acquirente molto accorto avrebbe potu­to realizzare l’affare. Il patrimonio immobiliare dell’ente è stato spesso gesti­to, negli ultimi vent’anni al­meno, come fosse una cara­mella che si dà ai bambini per farli smettere di fare i ca­pricci o per farseli amici. Un contentino per chi si voleva tenere buono «per acconten­tare tutti senza scontentare nessuno». Sul catalogo ecco allora i sindacalisti troppo impegnati, cui vennero offer­ti appartamenti in centro a prezzi low cost.

Lo stesso va­le per i giornalisti, per i medi­ci, per i funzionari. La segreta­ria della Cisl abita ancora in corso di Porta Romana, così il boss del sindacato dei diri­genti dell’ente doveva essere particolarmente scomodo: per tenerselo buono gli sono state offerte addirittura due case, sempre in corso di por­ta Romana, che lui ha accetta­to. Gli amici degli amici sono an­che i cinesi, quelli della Ikc in via Procaccini, società risor­ta dalle ceneri della Alkeos, passata agli onori delle cro­nache giudiziarie per un pre­sunto finanziamento illecito da parte di due consiglieri co­munali, di cui uno molto vici­no al Pat.

E che dire dei medi­ci, che possono sempre fare comodo: ecco che spunta un bell’appartamento in via Washington per una psicolo­ga, ex dirigente della Casa al­bergo del Pat. Stesso discor­so un membro del comitato scientifico di un’associazio­ne legata a una casa farma­ceutica, titolare di un appar­tamento in via Curtatone, in Porta Romana. Ma la fetta migliore i diri­genti del Trivulzio se la sono tenuti per sé e per i loro ami­ci: un ex dirigente si è riserva­to due case in corso di Porta Romana, un collega ha preso in affitto in piazza Mirabello un appartamento per sé e uno per il fratello, anche lui dipendente del Pat.

Apparta­menti anche per la moglie di un capogruppo del Psi in Re­gione di qualche anno fa in corso di porta Romana e per un alto funzionario del Pirel­lone, legato alla Dc, in via Bas­si. L’ente sa essere molto ge­neroso quando vuole: è il ca­so di un architetto, dipenden­te della Baggina, cui l’enteol­tre ad affidare delle commes­se, ha trovato un apparta­mento in via della Moscova a prezzi low cost. L’apparta­mento era da ristrutturare? I lavori li ha pagati il Pat. Non cercate negli elenchi, il suo nome non c’è,e non è l’unico caso. Cari lettori, non scanda­­lizzatevi troppo: a Milano il Pat non rappresenta un caso isolato.




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