giovedì 24 febbraio 2011

Calcio, ecco la manata fai-da-te: Carrasco è il "simulatore" dell'anno

Il Mattino


Bryan Carrasco è il "simulatore dell'anno". Il calciatore, durante la partita tra le nazionali Under 20 di Ecuador e Cile, ha commesso una irregolarità incredibile: la scena mostrata al rallentatore dimostra che il numero 7 cileno prende la mano di un giocatore avversario per sbattersela con violenza in pieno volto. Il tutto per dare al direttore di gara l'impressione di aver appena ricevuto un pugno. Una simulazione "perfetta" (l'arbitro ha concesso la punizione) che non è sfuggita all'occhio attento delle telecamere.








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Multa ingiusta»: il prefetto fa ricorso a se stesso per farla annullare

Corriere della sera


Questione di principio: Lombardi ha comunque pagato la sanzione e si è fatto togliere due punti dalla patente

l'auto era parcheggiata in uno spazio riservato ai disabili: «Ma era guasta»




MILANO
- Se un cittadino è sicuro di essere stato multato ingiustamente, che cosa fa? Presenta un ricorso in Prefettura. E se la multa capita al Prefetto in persona? Be', non gli resta che far ricorso... a se stesso. E così ha fatto il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi. Il quale ritiene per l'appunto di essere stato multato ingiustamente: è vero che ha lasciato la sua auto in sosta su uno spazio riservato ai disabili, però l'auto era guasta, e dunque non aveva scelta. La vicenda viene riportata nel numero di Quattroruote in edicola venerdì. «Recentemente - ha spiegato il prefetto Lombardi - è stata elevata una contravvenzione alla mia autovettura per un divieto di sosta parziale, dovuto ad un guasto improvviso del motore. Trattandosi di forza maggiore, come comune cittadino, ho presentato un ricorso per l'annullamento per evitare la decurtazione dei punti, prevista per il caso di specie».

QUESTIONE DI PRINCIPIO - Il ricorso è stato presentato puramente per una questione di principio: Lombardi infatti non ha preso alcuna decisione in merito, ovvero non si è annullato la multa da solo, e ha pagato. Lui stesso spiega: «Sul ricorso poi non è intervenuta alcuna decisione, perché la contravvenzione è stata regolarmente pagata». Quattroruote ha annunciato che pubblicherà la copia del verbale della sanzione inflitta - comprensiva della decurtazione di 2 punti patente prevista dal Codice della strada - e del ricorso di Lombardi che, riferisce il periodico in un'anticipazione, chiede appunto a se stesso l'annullamento della contravvenzione spiegando di aver avuto un «guasto della vettura». Secondo Quattroruote, la multa risale al 16 settembre 2010 e l'auto era in sosta in via San Giovanni sul Muro, vicino ad un teatro dove era in corso una serata della rassegna Mito.

Redazione online
24 febbraio 2011



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Sudan, i militanti traditi da Facebook "La manifestazione era una trappola"

La Stampa


Un cyber-attivista marocchino al lavoro su Internet a Rabat


"La Rete sfruttata dai dittatori" E Internet scopre la realpolitik



GIUSEPPE BOTTERO

Sono arrivati in piazza alla spicciolata, volto scoperto, cartelli sotto braccio. Prima una decina, poi sempre di più. Abbastanza per rendersi conto di essere in trappola, troppo pochi per sfuggire alle milizie di Bashir, spuntate all'improvviso per arrestarli. "Li hanno ingannati su Facebook", racconta il Sudan Tribune. Gli uomini del regime- scrive il quotidiano, che ha sede in Francia per aggirare la censura- hanno aperto un falso account da cui hanno convocato la manifestazione: impossibile, per gli attivisti, accorgersi che era un'esca.

La storia dei cyber militanti traditi da Internet sta rimbalzando sui siti di mezzo mondo. "Svela le contraddizioni della Rete" dice Patrck Meier, che sul suo blog mappa le rivoluzioni africane e il ruolo dei social network. Perché il Web è un'arma a doppio taglio: è su Facebook che sono nati i grandi movimenti di massa, ma è grazie allo stesso sito che il governo sudanese convoca i lealisti. "Bashir sta arruolando i ragazzi per combattere le opposizioni anche via computer", spiega Meier.

Dalla ong "Tactical Tech", il più attivo laboratorio per cyber attivisti, fanno sapere che sì, i rischi ci sono, e l'ondata che in Maghreb si è alzata su Internet- senza capi, senza basi- ha bisogno di regole. "Noi diffondiamo film, volantini e istruzioni su cosa fare per proteggere i militanti. Dare spazio alla voci critiche è fondamentale, ovvio, ma bisogna sapersi muovere" spiega il presidente Stephanie Hankey, nemmeno trentenne, una vita a girare il mondo e un presente alla guida dell'associazione, che ha uffici a Brighton e a Bangalore, in India.

"Bisogna stare attenti quando si scrivono mail, quando si apre un profilo su Facebook e quando si firmano appelli- continua la Hankey-. Bisogna, soprattutto, capire cosa serve per diffondere il dissenso". E' la realpolitik 2.0. Quella che il Web lo sfrutta, ma senza farne una bandiera. "L'Egitto è un buon esempio: lì la protesta è andata avanti anche quando Mubarak ha spento Internet. La tecnologia è utilissima, fondamentale: ma poi, il mondo, lo cambiano le persone".

E dunque? Prima cosa, zero rischi: servono almeno due profili Facebook, uno vero e uno fasullo. Poi, un programma per navigare sul Web senza lasciare tracce. Un'attenzione totale a chi sta dietro i gruppi in Rete: dietro, sempre più spesso, ci sono le esche dei regimi. Infine, su Internet, pochi slogan e molte storie personali. "Sono quelle che bucano- dice Hankey-. Sono quelle che fanno il giro del mondo".





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Omicidio Verbano, il movente nel dossier di Valerio su segreti e soldi della destra

Corriere della sera


Era scomparso dopo l'omicidio del ragazzo: in 379 fogli schedati i violenti e anche politici come Storace. Appunti a mano del giovane autonomista, sequestrati nel '79


RIAPERTA L'inchiesta SUL DELITTO DEL 1980


Valerio Verbano ad una manifestazione sul finire degli anni '70 (foto dal web)
Valerio Verbano ad una manifestazione sul finire degli anni '70 (foto dal web)
ROMA - L'originale del dossier l'aveva sequestrato la polizia a casa di Valerio Verbano, subito dopo il suo arresto nel 1979. Poi il ragazzo uscì di prigione, e il 22 febbraio 1980 fu ucciso da un proiettile calibro 38 sparato da un commando neo-fascista che lo stava aspettando nell'appartamento in cui abitava insieme ai genitori.
Avrebbe compiuto 19 anni tre giorni più tardi, e in quel dossier poteva esserci il movente del delitto. Lo cercarono negli archivi del palazzo di giustizia, ma senza successo. Era sparito. La polizia ne aveva fotocopiata una parte, poi consegnata agli avvocati della famiglia Verbano, ma era materiale incompleto.




Ora, dagli archivi dei carabinieri è saltata fuori un'altra copia, entrata negli atti dell'inchiesta riaperta dalla Procura di Roma sull'omicidio di trentuno anni fa. Sono 379 fogli, quasi tutti scritti a mano da quel giovane vicino all'area di Autonomia operaia, col chiodo fisso dell'antifascismo, che aveva raccolto notizie su centinaia di militanti dell'opposta fazione, dal Movimento sociale italiani alle nascenti formazioni del terrorismo nero, schedati con una cura quasi maniacale. Ora in ordine alfabetico, ora raccolti per quartieri o sedi di appartenenza, nei quaderni, nelle agende e nelle rubriche di Verbano compaiono indicazioni su personaggi noti e meno noti della destra romana dell'epoca.


Alcuni erano già famosi, altri lo sono diventati in seguito. Sia per aver scalato la politica ufficiale - come Teodoro Buontempo o Francesco Storace, indicato come uno che «porta gli occhiali Lozza da vista, segretario Fdg Acca Larentia, cicciottello» -, sia per il loro ruolo nel neo-fascismo dell'epoca (come Paolo Signorelli e Stefano Delle Chiaie), sia per essere entrati nelle organizzazioni eversive, finiti in carcere o uccisi, come Alessandro Alibrandi. E non mancano i nomi di altri futuri morti; come Luca Perucci, ucciso nel 1981 dai suoi «camerati» per sospetto tradimento; o Angelo Mancia, assassinato il 12 marzo 1980 dai «Compagni organizzati in Volante rossa», probabilmente per vendicare l'omicidio Verbano.


Il libro su Valerio scritto da Carla Verbano con Alessandro Capponi
Il libro su Valerio scritto da Carla Verbano con Alessandro Capponi
A volte ci sono solo nomi e cognomi, a volte anche gli indirizzi, caratteristiche fisiche, indicazioni delle sezioni missine frequentate, trascorsi politici e giudiziari di chi partecipava alle aggressioni che alimentavano la guerra fra rossi e neri. «È stato visto spesso a via Ottaviano, via Sommacampagna e via Acca Larentia», si dice di un ventunenne ex militante del Fronte della gioventù «ora passato ai Nar dove sembra ricopra la carica di sussistenza alle strutture operative», mentre il fratello minore «si occuperebbe di spedizioni punitive di fascisti contro compagni». E su un altro giovane di destra, di cui è indicata l'abitazione: «Età 21 anni, noto esponente del FdG, arrestato e subito rilasciato per l'assassinio del compagno Walter Rossi, è certo che partecipò alla sparatoria dell'ottobre del '77 che si concluse con il ferimento di un compagno alla Balduina».


Nella prosa un po' da questura si riportano anche informazioni giunte a Verbano chissà attraverso quali canali, su movimenti e aggregazioni di quella stagione. Come quando annota che Cristiano Fioravanti(futuro «pentito» dei Nar) e due suoi amici «sono partiti per Trento il 24 dicembre 1978 su una Land Rover» di un altro neofascista: «Non si conoscono i motivi del viaggio».
E ci sono indicazioni sui finanziamenti ai picchiatori neri che si attrezzavano a diventare terroristi: «Una delle coperture finanziarie (riciclaggio di soldi provenienti da rapine) è offerta dal negozio di giocattoli e merceria», di cui seguono nomi e indirizzo della propietaria: «Il negozio è sempre guardato a vista da due fascisti che stazionano al bar poco più avanti sulla stessa via».




Gli appunti non sono scritti solo da Verbano. Con un'altra calligrafia, ad esempio, è scritto che i fascisti del quartiere Tuscolano «si riuniscono a piazza Montecastrilli, ritrovo al bar della piazza», mentre in un bar latteria di via Gela «si ritrovano tutti quelli di via Noto (dove c'era una sede missina, ndr). Nel retrobottega di questo piccolo bar vengono preparate le aggressioni».
Come sono arrivate tutte queste notizie a un ragazzo comunista di 19 anni che le ha raccolte nel suo personale schedario della violenza politica a Roma di fine anni Settanta? Forse è proprio questo che volevano sapere i tre killer che lo aspettarono a casa dopo aver legato e imbavagliato i genitori, e lo uccisero al termine di una colluttazione.


Un omicidio non preventivato, secondo i carabinieri del Ros che hanno riaperto il caso. Forse doveva essere solo un ferimento, seguito a un interrogatorio della vittima per farsi dire il nome della «spia», o delle «spie» da punire. È l'ipotesi più accreditata dagli investigatori, che hanno centrato l'attenzione su due nomi di possibili esecutori. Uno dei quali compare anche fra le centinaia messe insieme dal giovane autonomo nel suo dossier. Che dunque torna ad essere il possibile movente del delitto; non tanto per il suo contenuto, quanto per le fonti sulla base del quale era stato composto. 


I due sospettati appartenevano, in quel periodo, all'area estremista che gravitava fra Terza Posizione e i Nar, probabilmente un nucleo proveniente dal primo gruppo intenzionato a transitare nel secondo, accreditandosi con quell'azione. Dagli archivi della vecchia indagine i carabinieri hanno recuperato anche la voce degli assassini. È stato infatti rispolverato, per essere analizzato (per la prima volta) e poter procedere a difficili perizie vocali, il nastro con la registrazione della telefonata di rivendicazione giunta all'agenzia Ansa alle 21 del 22 febbraio 1980: «Nuclei armati rivoluzionari, avanguardia di fuoco, alle ore 13,40 abbiamo giustiziato Valerio Verbano».


A parlare era certamente uno dei killer, perché fornì un paio di particolari non ancora di pubblico dominio: il calibro della pistola che aveva ucciso e soprattutto il dettaglio di un'altra dimenticata sul luogo del delitto. «Abbiamo lasciato nell'appartamento di Verbano una pistola 7,65», disse l'anonimo. Si riferiva all'arma con un silenziatore artigianale montato col nastro adesivo, uno dei pochi reperti scampati alla sparizione o alla distruzione. Sui quali ora saranno tentati nuovi rilievi scientifici, alla ricerca di un'impronta genetica o digitale che possa aiutare a incastrare i sicari.


24 febbraio 2011



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Massimo, le poesie di Nichi e la gaffe D'Alema impreparato sul governatore

Corriere del mezzogiorno


La frase: «Le scrive? Non ho letto nessuna sua raccolta»
Ma Vendola ne ha pubblicate due: nel 2001 e nel 2003




Lamento in morte di Carlo Giuliani
Lamento in morte di Carlo Giuliani

«Non ho mai accusato Vendola di essere un poeta. Non credo lo sia, non ho letto nessuna raccolta di poesie di Nichi Vendola». Massimo D’Alema ha cambiato idea sul governatore della Puglia di cui ancora a luglio scorso stigmatizzava il tentativo di «far politica con la poesia»? Certo nell’urgenza di testimoniare l’assenza di qualsiasi ruggine con l’ex compagno di partito, incorre in una gaffe. Vendola ha sì scritto non uno ma due libri di poesie: «L’ultimo mare», del 2003, e «Lamento in morte di Carlo Giuliani», del 2001. Considerata l’inclinazione naturale al sarcasmo dell’ex leader dei Ds, però, la sua affermazione potrebbe non essere interpretata come una gaffe, ma come una stoccata: Vendola sarà anche un poeta, ma D’Alema non l’ha mai letto.



L’ultimo mare
L’ultimo mare
Di certo un messaggio al sindaco Emiliano, appassionato di Facebook - di cui è un popolarissimo animatore - e allergico alla liturgia dei partiti, potrebbe essere considerata la citazionedella speaker del Congresso Usa Nancy Pelosi, sul rapporto tra internet e politica. «La rete - ha detto D’Alema - è un elemento complementare che bisogna saper usare, ma i partiti e il rapporto umano che in essi si sviluppa, sono ancora la migliore forma possibile per organizzare la partecipazione dei cittadini». E chissà che non avesse in mente ancora Emiliano e la sua ingombrante assenza di ieri, quando, incrociando l’assessore barese, Gianni Giannini, il presidente del Copasir l’ha salutato così: «Vedo molti autorevoli rappresentanti delle istituzioni».




Adriana Logroscino
23 febbraio 2011




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Documenti falsi. Anche ai terroristi

Il Tempo


Scoperta una centrale per la produzione di permessi di soggiorno, carte di circolazione e d'identità contraffatte. Le ordinazioni raccolte da un egiziano gestore di una discoteca. Un marocchino stampava.


polizia Era conosciuto come Said l'egiziano. Forniva permessi di soggiorno, carte d'identità, di circolazione e altri documenti falsi agli extracomunitari, e forse anche a terroristi, diretti in Europa, nei Paesi dell'area Schengen. Era il mercato del falso dove compravano non solo dall'Africa, ma anche da Cina, Thailandia e perfino dall'Azerbaigian.

L'egiziano prendeva le ordinazioni e il marocchino Said - sfiorato da un'inchiesta sugli integralisti salafiti in Italia - stampava da vero professionista. Un italiano è indagato per collusione. Costo di ogni singola operazione 1.500 euro: la metà subito, il saldo alla consegna. L'altro ieri i due sono stati arrestati in un'operazione congiunta da agenti del Commissariato Colombo diretto da Agnese Cedrone, della Squadra mobile di Vittorio Rizzi e dell'Ufficio Immigrazione coordinato da Maurizio Improta.

L'egiziano a Centocelle, dove gestisce ahche la discoteca «Lo Squalo», il maroccino al Prenestino, dove in una intercapedine dietro le maioliche di casa gli agenti hanno trovato il ripostiglio di documenti falsi. Sono due le date importanti dell'indagine.

Il 2005: nel tragitto che va dal ministero dell'Interno all'Ufficio Immigrazione per la consegna dei permessi di soggiorno in bianco, si perdono sette scatole di stampati: in tutto 1.500 documenti (ne sono stati recuperati circa 700), ciascuno con numero progressivo di serie, come sulle banconote, subito inseriti nella banca dati europea segnalandoli anche all'estero come documenti rubati da fermare alle frontiere.

L'altra è il 2 dicembre 2010. Una pattuglia del Commissariato Colombo ferma un «camminatore» egiziano, galoppino di Said. Con sé ha una busta con nove permessi di soggiorno falsificati destinati ai soggetti cui sono intestati. È il bandolo della matassa.

Gli investigatori arrivano a Said l'egiziano. Lui è il manager: prende le richieste di documenti da procacciatori a Roma e dall'Egitto, da Garbia. Si fa spedire i passaporti dei "clienti", li passa al marocchino che usa foto e dati anagrafici per compilare la carta falsa e perfetta. Quand'è pronta viene inviata al destinatario da un'agenzia di spedizioni in zona Marconi cui si rivolge uno dei galoppini. Le indagini non sono finite.



Fabio Di Chio
24/02/2011


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Il mondo finirà, Bugarach no

La Stampa



Il sindaco di Bugarach, Jean-Pierre Delord, davanti al picco del Pech e i soldati della Legione straniera (Foto: Gilles Bassignac/ Le Figaro Magazine / 2011)

Psicosi di massa per un paese francese: "Sarà l'unico luogo risparmiato dall'Apocalisse del 2012"

ALBERTO MATTIOLI

INVIATO A BUGARACH


Di matti, si sa, è pieno il mondo. Ma una quantità fuori del comune si sta concentrando a Bugarach, un paesino di 194 abitanti a 427 metri d’altezza e 800 chilometri di distanza da Parigi, grosso modo fra Carcassonne e Perpignano, nell’angolino sudorientale della Francia, terra di eresie catare e di foie gras. Il motivo è semplicemente folle, ma anche follemente semplice: la fine del mondo. Come tutti sanno perché se n’è parlato moltissimo, i Maya l’avrebbero prevista nel dicembre 2012, non si capisce bene se il 12 o il 21. Ma, come invece sanno pochi, all’Apocalisse generale sopravviverà soltanto Bugarach o meglio la montagna che lo sovrasta, il Pech, versione occitana del «Pic» francese, 1231 metri di roccia distribuita in modo bizzarro per uno scherzo della geologia. Perché il mondo debba finire dappertutto tranne lì sopra non è dato capire. Sta di fatto che cliccando «Bugarach» su Internet appaiono 200 mila risposte e il tam-tam, all’approssimarsi della scadenza fatale, aumenta. Le ipotesi variano: sul Pech c’è un anomalo magnetismo (la montagna sarebbe un’enorme calamita e infatti - assicurano - gli aerei non possono sorvolarla, ma la Direzione generale dell’avizione civile smentisce); no, dentro c’è una base di alieni; no, c’è l’Arca dell’Allenza; no, il sepolcro di Cristo. Oppure il tesoro dei templari (più gettonato però nella vicina Rennes-le-Château, 80 abitanti e 100 mila visitatori), la sepoltura di Maria Maddalena, la terza dimensione, una città catara, un parcheggio di Ufo e via delirando.

L’unico modo per capirci qualcosa è andare a vedere. E qui si scopre subito che è vero, sì: Bugarach sopravviverà alla fine del mondo. Perché è già alla fine del mondo. Per arrivarci da Parigi bisogna prendere un aereo, poi un treno, poi un autobus (a bordo, tre persone compreso l’autista, e l’altro passeggero scende prima) e poi una macchina, con il taxista che, attraversando borghi sonnolenti, dove l’ultimo evento eccitante è stata la Crociata contro gli albigesi, dice che Bugarach è proprio «perdu».

Perduto, ma carino: sotto il Pech coperto dalla bruma (si dice che abbia ispirato Spielberg per la montagna di «Incontri ravvicinati del terzo tipo», e dai) c’è un paesino con la chiesetta, una torre medievale diroccata, un po’ di casette basse, tre bed&breakfast aperti solo d’estate e i cartelli stradali in occitano. Intorno, un suggestivo nulla. Non c’è nemmeno un bar: già la fine del mondo è una seccatura, ma senza un drink diventa una tragedia. E poi piove, fa freddo e tira vento, quindi la passeggiata per Bugarach dà un nuovo significato all’espressione «solo come un cane»: un cane incontinente è in effetti l’unico indigeno che s’incontra.

In compenso il sindaco è simpaticissimo. Si chiama Jean-Pierre Delord, è un allevatore in pensione, fa il primo cittadino da 34 anni, non ha partito ma è «un po’ di sinistra» e soprattutto è un saggio: «Noi siamo la dimostrazione che con Internet il mondo è più connesso ma meno informato». Sotto la foto di Sarkò e il busto di Marianna (taroccato: quando il municipio fu costruito, era quello di Eugenia, la moglie di Napoleone III, poi ci fu il ribaltone e l’Imperatrice diventò la République), Delord spiega che la calata dei folli è un affare: «I prezzi di case e terreni sono triplicati. Hanno comprato molti stranieri, anche un giornalista finlandese». Insomma, lei non è arrabbiato come scrivono i giornali francesi... «Arrabbiato, no. Preoccupato, sì. Per il dicembre del ‘12 potrebbero arrivare 10 mila persone. Ma qui ci sono in tutto 30 posti letto». Per i giorni cruciali, è tutto fin d’ora prenotato, per lo più dall’estero: inglesi, americani, tedeschi, spagnoli, finlandesi (i finlandesi, chissà perché, sono particolarmente ansiosi); italiani, per fortuna, per ora non se ne segnalano. «E poi - prosegue il sindaco - ben vengano i turisti esoterici o i cercatori di tesori. Siamo abituati: negli Anni Settanta c’erano processioni di hippies vestiti di bianco che attraversavano il paese diretti alla montagna salmodiando in lingue sconosciute. Ma non vorrei vedere qui le sette apocalittiche. Già due anni fa, sul Pech, un tale tentò di suicidarsi con una spada da samurai dopo una strana cerimonia di purificazione».

Insomma, venire a Bugarach o morire? In America si vendono già viaggi organizzati (ma comprensivi di ritorno), è attesa per un reportage la tivù giapponese e viene ricordata la profezia di tal Guillaume Bélibaste, un cataro arso vivo nel 1311 nella vicina Villerouge, che, prima di finire flambé, proclamò: «Fra 700 anni questo lauro rifiorirà». Milletrecento più 700, i conti tornano. Nell’attesa, indovinate chi è l’unico personaggio italiano su cui il sindaco chiede lumi al cronista di passaggio. Sì, è proprio quello che immaginate. Quindi anche da Bugarach cattive notizie per l’opposizione: quando il resto del mondo sarà finito, ci sarà ancora un posto dove si parlerà di Silvio Berlusconi.



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Una determina per i caffè di Ventola L'importo della spesa? Appena 15 euro

Corriere del mezzogiorno


Lo scontrino per una riunione «urgente» con ospiti
La difesa: manca un fondo specifico per il presidente



Francesco Ventola
Francesco Ventola

Una determina dirigenziale da 15,7 euro per coprire le spese del caffè e di altre consumazioni del presidente Francesco Ventola e di due ospiti in occasione di una «riunione urgente», avvenuta al palazzo della Provincia, sul finire di gennaio. Nella Bat succede anche questo, pur di assicurare agli ospiti - come spiega la determina firmata dalla dirigente agli Affari istituzionali - «l’acquisto di beni di conforto attraverso la somministrazione di caffetteria». Anziché pagare con un fondo spese o, meglio ancora, di tasca propria, dagli uffici provinciali si ricorre a una determina anche per le spese del caffè.

L'ITER - La procedura prevede che ora, fatta la determina, sia il settore Finanze a emettere il mandato di pagamento in favore del bar. «Una spesa di questo genere - spiega l’assessore alle Finanze, Dario Damiani - può essere inserita anche nella voce Economato. Ma in Provincia non esiste ancora questo tipo di servizio e, quindi, si deve ricorrere alla determina». Sarà pur così, ma una determina da 15,7 euro per il caffè e altri generi di conforto fa comunque riflettere.


Carmen Carbonara
23 febbraio 2011




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Londra dice sì all'estradizione di Assange

Corriere della sera


Il fondatore di WikiLeaks è accusato di abusi sessuali nei confronti di due donne. Ma ha già annunciato l'appello

I suoi difensori temono che una volta in Svezia possa essere consegnato agli Usa




MILANO - Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, potrà essere estradato in Svezia. Lo ha stabilito il tribunale di Londra che ha accolto la richiesta dei procuratori svedesi che vogliono interrogarlo dopo la denuncia di abusi sessuali nei confronti di due donne avvenuti durante una breve visita nel Paese scandinavo la scorsa estate.

Mentre prosegue la sua battaglia contro l'estradizione il fondatore di WikiLeaks - che ha già annunciato l'intenzione di fare appello contro la decisione - si trova in libertà provvisoria su cauzione. Gli avvocati difensori temono che il loro assistito, qualora venisse dato corso all'estradizione, possa essere consegnato dalla Svezia agli Stati Uniti, dove è in atto un'indagine per decidere se l'uomo possa essere ritenuto responsabile di aver divulgato informazioni riservate.


Redazione online
24 febbraio 2011



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Telekom Serbia, l'unico politico pagato per l'affare chi è? Italo Bocchino

Libero





L'unico politico italiano finanziato- sia pure in modo legale- con la provvista ottenuta dagli intermediari del caso Telekom Serbia fu l’attuale reggente di Futuro e Libertà, Italo Bocchino. Tutti gli altri leader coinvolti dal faccendiere Igor Marini, da Romano Prodi a Piero Fassino, fino a Lamberto Dini, non ricevettero un centesimo e furono tirati in ballo attraverso calunnie per destabilizzare la vita politica italiana. Lo hanno sostenuto ieri i due pubblici ministeri romani, Maria Francesca Loy e Giuseppe De Falco, chiedendo ai giudici della quinta sezione penale del tribunale di Roma di condannare a 12 anni di reclusione lo stesso Marini per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di documentazione falsa e contraffatta e a diversi episodi di calunnia. Con capi di accusa simili a quelli per Marini i pm hanno chiesto la condanna anche di altri dieci uomini di affari che avrebbero preso parte al complottone. I due pubblici ministeri hanno spiegato nella requisitoria che “nel 2003, in relazione all’affare Telekom Serbia Prodi, Fassino e Dini, indicati come destinatari di tangenti sotto gli pseudonimi di Mortadella, Cicogna e Ranocchio, furono travolti da dichiarazioni devastanti, di una gravità inaudita, rese da Igor Marini e prive di qualsiasi fondamento.

 I tre, insieme ad altri politici e a personalità religiose, sono state vittime di una serie di calunnie che hanno avuto un impatto imponente sotto il profilo giudiziario e sotto il profilo della vita del Paese”. Parole dure anche verso la commissione parlamentare di inchiesta istituita all’epoca per accertare le possibili tangenti che accompagnarono l’acquisto della Telekom serba da parte della compagnia italiana di tlc: «di quello scandalo fu fatto un grande uso politico perché quello che Marini andava sostenendo al pari di alcuni soggetti che trafficavano in titoli falsi da monetizzare, è stato cavalcato per motivi mai chiariti dalla commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Enzo Trantino che in udienza ha preferito avvalersi di un improbabile segreto d’ufficio». Tutto falso, dunque: «Le indagini e quanto emerso in dibattimento hanno sancito l’insussitenza di tangenti e, al contrario, l’esistenza di calunnie verbali e documentali. L’unico esponente politico che alla fine ha ricevuto del denaro, nel giro di soldi legati alle intermediazioni per l’affare Telekom Serbia ritenute legittime dalla procura di Torino che ha escluso l’esistenza di tangenti, è stato Italo Bocchino che non è stato fra i soggetti accusati da Marini e dagli altri».

Il caso a cui si riferiscono i pm romani è stato appunto esaminato all’epoca dalla procura di Torino, ed è piuttosto controverso. Quell’acquisto in Serbia venne infatti intermediato all’epoca dal conte Gianni Vitali, che ricevette come compenso 14 miliardi di lire dell’epoca. Una somma notevole, che sulle prime venne interpretata come una vera e propria tangente destinata a foraggiare partiti ed esponenti politici. La procura di Torino che indagò per prima sul caso (i pm erano Marcello Maddalena e Bruno Tinti) stabilì che quella somma non era una tangente, ma il provento di una intermediazione legale. Nacque però un giallo: il tesoretto del conte Vitali sparì a San Marino e il diretto interessato sostenne che gli fu rubato attraverso un raggiro da alcune finanziarie del paradiso fiscale guidate da italiani. Quella presunta refurtiva arrivò per due canali a Bocchino, che sembra fosse ignaro della provenienza dei liquidi. Indirettamente l’allora deputato di An ricevette 4,2 miliardi di lire. Parte di questa somma, in tutto 1,8 miliardi di euro, furono un finanziamento alla Goodtime sas di Gabriella Buontempo, moglie di Bocchino.

La restante cifra, 2,4 miliardi di lire, fu erogata come finanziamento da parte della sanmarinese Finbroker alle Edizioni del Roma, che stampavano l’omonimo quotidiano controllato da Bocchino. Il futuro braccio destro di Gianfranco Fini allora spiegò che si era trattato di un anticipo sui contributi per l’editoria relativi all’anno 2001, su cui la società avrebbe pagato anche consistenti interessi. La vicenda però è restata una giallo, perché per quell’anticipo sarebbe bastato rivolgersi a una comune banca italiana e non era necessario andare a San Marino. Del finanziamento non c’è traccia nel bilancio 2001 delle Edizioni del Roma, mentre quello dell’anno successivo (2002) non è mai stato depositato al registro delle Camere di commercio.


di Chris Bonface
24/02/2011




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Vittorio Emanuele incastrato da video «E' vero, uccisi io Dirk Hamer»

Il Mattino


POTENZA – “Ho ucciso io Dirk Hamer”. Un video incastrerebbe Vittorio Emanuele di Savoia che nel 2006 confessò l’omicidio ai suoi compagni di cella, ignaro di essere intercettato e ripreso da una microcamera nascosta.
Vittorio Emanuele si tradisce davanti ai suoi compagni di cella e racconta senza filtro la sua verità: «Li ho fregati, il colpo ha preso la sua gamba, che era steso, passando attraverso la carlinga».




Il filmato è stato pubblicato su YouTube dal Fatto Quotidiano. Dopo 33 anni Vittorio Emanuele ha raccontato di aver sparato ad Hamer col suo fucile nella notte sull’isola di Cavallo, in Corsica.

Nel video il principe si vanta dell’omicidio e di essere riuscito a farla franca nel processo-farsa in Francia. Ecco come andò.

Giovedì 24 Febbraio 2011 - 10:06    Ultimo aggiornamento: 10:09




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Affittopoli-bis: rubano la casa anche ai ciechi

Libero





Nota: a Milano la campagna di Libero ha costretto a "parlare" prima il Comune, poi la Fondazione Ca' Granda e quindi il Pio Albergo Trivulzio, i cui vertici hanno fatto un passo indietro. Ora Affittopoli si abbatte su Roma. Segue l'articolo di Brunella Bolloli e Fabiana Ferri. Sul quotidiano in edicola oggi tutti i particolari, il commento di Giampaolo Pansa e nell'articolo di Franco Bechis le "magagne" dell'ex premier Dc De Mita.

Quando si tratta di case ai potentoni l’Ente ciechi ci vede benissimo, diceva tempo fa il perfido Dagospia. Sintesi efficace per rendere la situazione del patrimonio immobiliare dell’Ipab Sant’Alessio, l’istituto di assistenza e beneficenza per ciechi di Roma. Una realtà che all’ombra del Colosseo era nota più per i suoi sprechi e le sue vicissitudini giudiziarie, che per l’opera benefica verso i propri assistiti. Fino a quando la Regione Lazio, nel 2010, non ha deciso di mettere ordine.
L’Istituto vanta un patrimonio di oltre settecento appartamenti la metà dei quali affittati, da regolamento, ai non vedenti. Gli altri però a dipendenti dell’ente e a privati. Non senza sorprese. Cento metri quadri a via Vittoria, pieno centro? Solo 700 euro al mese. Un sogno per chi cerca casa nella Città Eterna. Per non parlare di 878 euro per 160 metri quadrati a via Urbana (rione Monti), 312 euro mensili per 80 metri quadrati vicino al Parco della Caffarella, 471 euro per 112 metri quadrati in via Novacella, al Laurentino, di 600 euro per 132,25 metri quadri a via Merulana, di 550 euro per 88 mq a piazza Campitelli, quasi di fronte al Campidoglio, di mille euro per un trilocale al secondo piano di via Sistina.




Per chi non è pratico di Roma parliamo di via Margutta, la strada dei pittori. Un piccolo gioiello tra piazza di Spagna e piazza del Popolo, parallela di via del Babuino. Il cuore della Roma modaiola e artista, la strada di Federico Fellini e Giulietta Masina, simbolo della Dolce Vita, ci ha abitato perfino Totò. Ebbene, qui il Sant’Alessio ha proprietà sia ad uso abitativo che commerciale. Ad altezza strada i laboratori dei pittori, sopra garçonniere o loft ristrutturati, di ogni metratura. A spulciare gli elenchi (pubblici) sul sito dell’istituto c’è da rimanere di stucco. Soprattutto perché è riportato un appartamento categoria A/4, uso abitativo, terzo piano, metri 88,35. Prezzo di affitto: 88,15 euro al mese. Un euro a metro quadro. Più bello che vincere al Superenalotto. La data di stipula del contratto risale al 1949, scadenza 1990. E poi? «Inagibile», spiega il presidente Gianluca Lucignano, subentrato al Sant’Alessio dopo che il bubbone era già scoppiato. Però inagibile non risulta da nessuna parte. E altrettanto bizzarro è nello stesso palazzo, l’affitto di soli 149,25 euro mensili per un immobile di oltre 90 metri. Al civico 51, dove nel ’53 si girò una mitica scena di “Vacanze romane”, con Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Lasciare andare un patrimonio simile è un sacrilegio, eppure lo scandalo c’è e finalmente qualcuno se n’è accorto. Celebre è il caso del capo della segreteria dell’ex ministro prodiano alla Difesa, Arturo Parisi. Il 3 maggio 2007, riferiscono le cronache del Tempo, negli uffici del Sant’Alessio è arrivata una missiva per un alloggio in affitto in via Margutta. Non un posto qualsiasi. «La voglio proprio lì», specificava la domanda, che poi riportava anche la metratura (centro metri, possibilmente in buono stato). Una richiesta specifica seguita alla lettera del 25 aprile 2007 che lo stesso ministro Parisi fece scrivere (su carta intestata del ministero) dal capo della sua segreteria, Sandra Cecchini all’allora presidente del Sant’Alessio, Mario Dany De Luca. La richiesta, nel giro di poche settimane, fu accolta. Purtroppo, però, un appartamento di cento metri quadrati non era disponibile. Ma ecco la soluzione: due case comunicanti. Una di 51 metri quadrati a 1.315 euro al mese, l’altra di 41 a 1.518. Anche se il secondo immobile era ad uso commerciale. Fa niente. Cecchini risulta abiti ancora lì.

Altri inquilini illustri dell’ente regionale sono lo scenografo Gaetano Castelli (reduce dal successo di Sanremo), che al primo piano della scala B di via Margutta ha il suo atelier, Enrico Carone, già capo segreteria dell’ex leader del Pds, Achille Occhetto, che paga poco più di mille euro, il costruttore romano Pierluigi Toti, che nel 1997 ha conquistato un appartamento di circa 100 metri quadrati dietro Fontana di Trevi. E molti altri. Spesso lo stato fatiscente degli immobili ha giustificato le cifre irrisorie della locazione. «Ma la pratica deve finire», assicura a Libero il presidente Lucignano, nominato con la nuova amministrazione dopo una stagione di commissariamento dell’ente. «Non voglio fare come il Pio Albergo Trivulzio di Milano. Con la mia gestione solo aste regolari e affitti adeguati». Gli inquilini sono avvisati.      

24/02/2011




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Spot sul nucleare, il giurì lo blocca «È pubblicità ingannevole»

Corriere della sera

Ma è pronta una nuova versione del Forum Nucleare che tiene conto dei rilievi mossi



MILANO - L'Istituto dell'Autodisciplina pubblicitaria ha dichiarato che la pubblicità del Forum nucleare italiano non è conforme agli articoli 2 e 46 del Codice di Autodisciplina della comunicazione e ne ha ordinato pertanto la cessazione, perché si tratta di una pubblicità ingannevole.

IL PD - Secondo i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante il Giurì dell'Istituto dell'autodisciplina pubblicitaria, che ha accolto il loro ricorso presentato nelle scorse settimane, ha bocciato dunque i "furbetti" del nucleare, che sotto le mentite spoglie di una pubblicità informativa hanno cercato di manipolare l'opinione pubblica su un tema che ha invece bisogno di un'informazione equilibrata e approfondita».


GREENPEACE - Anche Greenpeace - informa una nota - accoglie con soddisfazione la decisione del Giurì. Da quando le tv nazionali hanno cominciato a trasmetterlo a dicembre, Greenpeace ha denunciato su tutti i suoi canali le contraddizioni e le falsità della campagna pubblicitaria del Forum. Greenpeace, con l'occasione, ricorda la propria campagna: «Energia Nucleare. Il problema senza la soluzione», che ha l'intento «di far conoscere particolari noti agli addetti ai lavori ma sconosciuti ai più. In particolare: le scorie impossibili da smaltire, gli enormi costi, il falso mito dell'indipendenza energetica, i problemi di sicurezza. Il video è rimbalzato sulla rete grazie al passa parola, raggiungendo le 200.000 visite». «Vista la decisione del Giurì, chiediamo di trasmettere anche il nostro spot in televisione - conclude Salvatore Barbera, responsabile della campagna Nucleare di Greenpeace - per avere un vero equilibrio nella discussione sul ritorno del nucleare in Italia. Temiamo, invece, che verrà applicata la strategia del silenzio, per evitare di far sapere che tra qualche mese si svolgerà un referendum anche sul nucleare».

PRESTO NUOVA VERSIONE SPOT - Ma una nuova versione dello spot del Forum Nucleare, presieduto da Chicco Testa, che tiene conto dei rilievi mossi dal Comitato dell'Autodisciplina Pubblicitaria sarà inserita presto sul sito internet www.forumnucleare.it. A seguito della pronuncia del Giurì, il Forum ha infatti deciso di modificare il filmato inserendo un chiaro riferimento alla propria posizione pro-nucleare chiedendo contestualmente un parere preventivo al Comitato di Controllo. «Poiché il Giurì non ha contestato i contenuti e la sostanza della nostra comunicazione - come invece i nostri detrattori hanno strumentalmente cercato di far credere - lo spot è rimasto identico a quello trasmesso ma contiene in questa versione l'affermazione «Noi siamo favorevoli», a cui si aggiunge una domanda rivolta allo spettatore: «E tu?». Sottolineiamo che il mancato riferimento alla posizione pro nucleare del Forum non era stata inserita nella precedente versione perchè era nostra intenzione essere equilibrati, dando pari dignitá alle due posizioni: favorevoli e contrarie», si fa notare. «L'idea di modificare lo spot per cercare di rispondere a quanto sollevato dal Giurì rientra nell'ottica di trasparenza e chiarezza che contraddistinguono il modo di operare del Forum e all'obiettivo di far riprendere dibattito sul nucleare in Italia dopo decenni di silenzio e fornire argomentazioni che possono aiutare tutti ad acquisire una posizione più consapevole, sia essa "pro" o "contro", su questo tema», conclude il Forum.

Redazione online
24 febbraio 2011

Miracolo a Napoli: spariti i rifiuti

di Claudio Borghi


L’Ufficio flussi della Regione Campania ha comunicato che la situazione si è finalmente normalizzata. Che coincidenza, l’emergenza finisce quando si arenano le spallate degli oppositori al governo Berlusconi 



 

Ma che strano: adesso scopriamo anche che Napo­li è s­tata ripulita e che la situa­zione si è normalizzata. Lo af­ferma l’ufficio flussi della Re­gione Campania in un comu­nicato di ieri dove si precisa che anche le ultime zone “cri­tiche”, come Viale Maddale­na e via Don Bosco sono sta­te ripulite dopo un periodo di raccolta superiore di circa 200 tonnellate oltre al livello di produzione giornaliera. Dopo i giorni dello scandalo pare quindi che l’emergenza sia rientrata, con l’eccezio­ne, spiega la relazione della Regione, di alcuni cumuli di rifiuti ingombranti di diffici­le rimozione che però non ri­guardano la vecchia giacen­za.

Anche in provincia sem­bra che la raccolta abbia su­perato largamente i depositi e che quindi lentamente ci si stia “mettendo in pari”. A questo punto vanno fatte al­cune considerazioni: innan­zitutto va ricordato che il si­stema della raccolta dell’im­mondizia in Campania per­mane fragilissimo. L’equili­brio fra l’accumulato e lo smaltito è, a dir la verità, deli­cato ovunque, dato che il di­mensionamento della strut­tura di pulizia è in genere ca­l­ibrato per la produzione me­dia giornaliera: ciò compor­ta che in caso di variazioni impreviste (ma in certi casi anche prevedibili, quali quel­le stagionali) il sistema vada in sofferenza e si creino gli ac­cumuli. Tuttavia quello che nelle altre regioni è semplice­mente delicato, si è dimostra­to estremo a Napoli, dove per una molteplicità di moti­vi è apparso chiaro che bloc­care l’ingranaggio della rac­colta risulta estremamente facile, con le conseguenze di­­sastrose che sono state sotto gli occhi di tutti.

Si tratta di un fenomeno ben noto in Ita­­lia, dove forse più che in altri paesi è faticoso costruire, mentre risulta semplicissi­mo bloccare e distruggere. In secondo luogo si potreb­be osservare che, per quanto delicato sia, un ingranaggio di solito non si incastra da so­lo, ma ci sono sempre delle mani che mettono il sasso nei meccanismi. Nel caso di Napoli l’impressione è che queste mani non si vogliano trovare. Durante l’ultimo episodio di crisi dello scorso Dicembre non si parlava di situazioni stagionali o di eventualità “normali”:le im­magi­ni delle colonne di com­pattatori fermi dietro a pochi mezzi evidentemente bloc­cati a bella posta erano mol­to chiare. Per gli appassiona­ti delle dietrologie si potreb­be mettere in relazione la co­sa con la curiosa coinciden­za dei tempi tra il blocco del­la raccolta dei rifiuti e il falli­to tentativo di spallata al go­verno.

Nei discorsi in Parla­mento e in televisione la con­sonanza fra i discorsi dei rap­presentanti del PD (tuttora al governo a Napoli e da tem­po alla guida della regione prima delle ultime ammini­­strative) e quelli dei finiani che, con Bocchino, hanno una grande influenza in Campania, sembravano stra­namente paralleli e i rifiuti venivano sempre citati. Chi volesse pensar male potreb­be sospettare che il blocco di Dicembre sia stato in un cer­to senso “incoraggiato” per dimostrare il fallimento di Berlusconi in una delle sue imprese simbolo e guidare gli indecisi verso la sfiducia. Purtroppo dovremo tenerci i dubbi e i sospetti perché ap­pare ingenuo attendersi una veloce individuazione dei re­sponsabili da parte di una procura sicuramente obera­ta di lavoro ma che pure ave­va trovato il tempo per depo­sitare novemila intercetta­zioni che parlavano di veline per l’inchiesta su Berlusconi e Saccà, inchiesta ovviamen­te archiviata.

Limitiamoci dunque a registrare che in parallelo con la stabilizzazio­ne della situazione in Parla­mento anche a Napoli le co­se vanno normalizzandosi. Ora ogni sforzo deve essere indirizzato al mantenimen­to del decoro in vista della stagione turistica. Anche se potrebbe sembrare un di­scorso un po’ cinico, non di­mentichiamo che a causa dell’instabilità in nord Afri­ca e medio Oriente il nostro meridione potrebbe essere chiamato a fare gli straordi­nari per accogliere i turisti in cerca di spiagge sicure. Sarà fondamentale presentarci con un biglietto da visita puli­to.



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Rivolte in Egitto e Libia, com'è facile manipolare la stampa...

di Marcello Foa



Il Riformista intervista uno dei leader della rivolta in Egitto. Bel colpo, ma mancano le domande che contano. E lo scoop diventa, involontariamente, un esempio di come sia facile manipolare la stampa internazionale



 
Nei giorni scorsi ho sostenuto che le rivolte in Egitto e in Tunisia sono state ispirate e indirizzate da Washington. La mia, più che una tesi, è una constatazione.  La stampa inglese e americana ha pubblicato, in ordine sparso, dei documenti, dai quali emerge il ruolo svolto dal governo americano, in particolare nei moti anti Mubarak. Si è scoperto che nell’autunno 2008 oppositori e blogger si sono riuniti al Dipartimento di Stato per promuovere un’Alleanza democratica allo scopo di rovesciare il regime di Mubarak proprio… nel 2011 e uno dei movimenti più attivi era quello del 6 aprile. Poi si è saputo che nel corso del 2010 Obama, in gran segreto, ha esaminato il ricorso alla piazza per imporre la democrazia in Egitto. E gene Sharp, un accademico di Harvard, che da anni teorizza il ruolo delle rivoluzioni pacifiche per rovesciare regimi autoritari ha ammesso di aver ispirato le rivolte nel mondo arabo, come aveva già fatto in Serbia, con gli studenti serbi del movimento Optor che rovesciarono Milosevic.
Ieri mattina il Riformista ha messo a segno un bel colpo giornalistico, pubblicando un'intervista a Ahmed Maher, uno dei fondatori proprio del movimento 6 aprile. Uno scoop, anzi no. Uno scoop mancato, perché l’intervistatrice, del Riformista, Azzurra Meringolo, non ha posto le domande più significative.
Sarebbe stata interessante, anzi doverosa, almeno una domanda sulla riunione di Washington del 2008, del tipo: lei partecipò? Chi prese l'iniziativa? Chi erano vostri referenti? Da allora qualcuno vi ha finanziato?
Nell’intervista Maher sostiene di aver partecipato, assieme a un altro attivista di Facebook, Wahel Ghonim, a "un seminario nel quale abbiamo studiato programmazione strategica". Come? Un seminario di programmazione strategica? Notizia strepitosa, la blogosfera e i social network sono popolati da molti internauti brillanti,  spesso idealisti, ma difficilmente – tanto più in Egitto – esperti di programmazione strategica. Sarebbe stato interessante saperne di più. Ad esempio: chi ha organizzato quel seminario? Chi lo ha finanziato da chi? Ma nell’intervista l’affermazione fila via come un fatto banale e senza contraddittorio.
E ancora: Maher rivela che lo scorso 18 gennaio si è incontrato a Doha con lo stesso Ghonim durante hanno “messo nero su bianco le nostre rivendicazioni”. A Doha? Perché lì? Come hanno fatto a poanificare e a pagare viaggio e soggiorno fino a lì? Comportamento anomalo per dei blogger presentati dalla stampa internazionale come giovani, idealisti e spontanei.
Insomma, il Riformista ha perso una bella occasione, eppure nessuno se ne è accorto semplicemente perché la stragrande maggioranza dei giornalisti si sarebbe comportata allo stesso modo. Non per incompetenza, ma perché i retroscena sul ruolo americano non sono stati strillati dalla grande stampa, ma andavano ricostruiti pezzo dopo pezzo. E' uscito quasi tutto, eppure i giornali, sono rimasti ancorati alle versioni più evidenti dei fatti e, anche avendo la possibilità di incontrare i protagonisti della rivolta, finiscono per ripetere la versione convenzionale dei fatti.
L’intervista a Maher è significativa non per il suo valore giornalistico, ma perché testimonia come sia facile manipolare i media in occasioni di grandi avvenimenti. Basta che gli spin doctor al servizio di governi e istituzioni riescano a stabilire un "frame" ovvero una verità incorniciata nella coscienza collettiva. Quel “frame” funziona come un filtro che porta i giornalisti a recepire e trasmettere soltanto le notizie che confortano e riaffermano il giudizio già maturato nella nostra mente. Quelle discordanti vengono o non capite, o minimizzate e comunque rapidamente accantonate dall’opinione pubblica.
In questo modo la stampa, anche quando è libera come in Occidente, sprofonda sistematicamente nel conformismo. E i media finiscono per comportarsi come una mandria o – se preferite – un gregge che si muove sempre nella stessa direzione. E il paradosso è che i giornalisti non ne sono nemmeno consapevoli: ripetono verità acquisite ma sono convinti di essere originali, analitici, e preveggenti.
Che disastro, la stampa...




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I disertori fucilati

Corriere della sera

Libia, video choc – Rcd

 

E il giustizialista Saviano ha il padre alla sbarra

di Redazione



Processo per truffa e corruzione: come medico avrebbe danneggiato l'Asl. La difesa: vittima di raggiri altrui



 

Gian Marco Chiocci - Luca Rocca


L’imbarazzo dell’autore di Gomorra. Roberto Saviano, neo-icona della sinistra italiana, per qualcuno addirittura il suo prossimo leader, purtroppo per lui è alle prese coi guai giudiziari di suo padre, Luigi, medico di base alla Asl di Napoli, sotto processo per un storia di prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, rimborsi non dovuti.

I fatti risalgono al periodo 2000-2004, ma il 19 maggio prossimo il tribunale di Santa Maria Capua Vetere (presidente Raffaello Magi, l’estensore della sentenza Spartacus al clan dei casalesi) dovrà decidere se accorpare al procedimento riguardante il papà dello scrittore un secondo filone, nel quale vengono contestati reati che sarebbero stati commessi fino al 2006 e che vede alla sbarra gli stesi imputati per gli stessi reati.

Luigi Saviano è imputato, insieme ad altri medici e professionisti, con l’accusa di truffa, ricettazione, corruzione e concussione ai danni dell’Asl. La vicenda, là dove si parla del ruolo dei medici di base, viene così descritta dalla procura che si è battuta per il rinvio a giudizio del genitore dell’illustre figlio e di altri coindagati: «Avevano il ruolo di stilare ricette riportanti prescrizioni fittizie di esami di laboratorio, con l’inserimento di nominativi, corrispondenti a propri ignari assistiti (che non hanno riconosciuto le prescrizioni loro attribuite) su ricettari loro assegnati». L’aggravante sta nel danno patrimoniale, «di rilevante quantità», subito dalle aziende sanitarie locali che, sempre secondo i pubblici ministeri campani, «hanno provveduto alla liquidazione di quanto richiesto». Nelle carte in mano ai magistrati si parla anche dell’esistenza di un vero e proprio «mercato di notevoli dimensioni, ad oggetto la falsificazione e la spedizione di ricette mediche che vengono scambiate con assoluta semplicità da persone che non tengono minimamente conto dei gravi danni arrecati all’Erario».

Nelle contestazioni mosse a Luigi Saviano, nero su bianco si parla del «suo ruolo in seno all’organizzazione, in particolare quello di assicurare ai gestori di tali centri un ingiusto profitto derivante da una serie cospicua di ricette riportanti prescrizioni fittizie di analisi cliniche». Su 54 pazienti interrogati «solo 9 hanno asserito di aver eseguito le diagnostiche loro prescritte, il dato è significativo per dimostrare l’intera percentuale (85 per cento) di incidenza delle false prescrizioni redatte da Saviano Luigi e portate in liquidazione» in centri riconducibili a un altro indagato. I pm hanno ascoltato anche le pazienti del «nonno di Gomorra», che hanno negato di aver mai fatto gli esami clinici che invece risultano realizzati a loro nome.

Un primo esempio. Gli accertamenti ormonali e gli esami allergici di Carmela A. non sarebbero mai stati eseguiti. La stessa donna rivela che «nel 2002 non mi sono nemmeno recata a Caserta per effettuare né prestazioni specialistiche». C’è poi Rosario A. e il suo presunto problema al ginocchio: «Io godo di buona salute in genere – dice il primo - non soffro di particolari patologie per cui debba sottopormi con frequenza a cure o ad indagini diagnostiche». Una seconda donna, Vincenza C., smentisce di aver mai effettuato «indagini ormonali» nel 2002: «Confermo che il mio medico di base è il dottor Saviano Luigi – dice a verbale -, nel corso del 2002 non solo non sono andata a Caserta per fare prestazioni specialistiche» ma «non ho effettuato alcun prelievo di sangue negli ultimi 4 anni in alcun centro della Campania».

Nel 2006 l’allora legale di Saviano padre, Marina Di Siena, aveva commentato così l’iscrizione del suo assistito nel registro degli indagati: «Il dottor Saviano è stato in realtà vittima di una truffa, per un episodio che risale a un periodo a cavallo fra il terzo e il quarto trimestre del 2004». Secondo la tesi difensiva, insomma, il padre di Roberto sarebbe una parte lesa di altrui raggiri, essendo all’oscuro di tutto perché ricoverato in un ospedale di Napoli dov’era in cura per problemi infettivi. La parola passa ora al tribunale, anche se il processo sembra destinato a finire in prescrizione. Giuridica, non medica.




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La Boccassini voleva arrestare Garibaldi"

di Paolo Bracalini



La pronipote dell’Eroe dei due mondi: "Quand’ero nel Psi venne la Digos a casa mia dicendomi che ero implicata in un giro di tangenti e traffico d’armi. Rimasi sotto il torchio della pm fino all’alba: voleva che facessi il nome dell’ex sindaco Pillitteri. Le accuse? Svanite..."


Roma - «Ho avuto delle esperienze micidiali, io, con Ilda Boccassini...». Si parlava del tricolore, del Benigni patriottico («un saltimbanco, ha fatto un sacco di errori storici...»), dei discendenti di Giuseppe Garibaldi tutti all’estero, in Francia, Canada e Inghilterra («dove c’è un vero stato di diritto»), e poi il viso di Anita Garibaldi, pronipote del generale dei Mille, si fa scuro mentre affiora un ricordo drammatico. «Una sera, molti anni fa, vengono a casa mia degli uomini della Digos e mi dicono: “Lei ci deve seguire, è implicata in un traffico d’armi”. Subito dopo mi portano qui dietro, in una caserma, dove trovo lei».
La Boccassini.
«Con Gherardo Colombo. Sono stata sotto torchio fino alle 5 del mattino, con la Boccassini che ripeteva: “Lei mi deve confermare che Pillitteri (allora sindaco socialista di Milano, ndr) ha preso tangenti”».
Parliamo della «Duomo connection», albori di Mani pulite.
«Era l’inizio della guerra a Craxi, e io, che stavo nella direzione nazionale Psi, fui scaraventata dentro, in modo violento. Si immagini se Pillitteri veniva da Milano per dirmi che aveva preso tangenti!».
Mafia, droga, politici corrotti. E anche una nipote dell’Eroe dei due mondi.
«La mattina successiva a quella notte, quindi qualche ora dopo l’inizio dell’interrogatorio, sulla prima pagina di Repubblica c’era già il mio nome. Con l’immagine di un triangolo: mafia, massoneria, partito socialista».
Perché fu tirata in mezzo lei?
«Non lo so, nel Psi ero conosciuta perché se qualcuno mi mandava una scatola di cioccolatini gliela rimandavo indietro. Col cognome che porto non volevo avere nulla di nulla sul mio conto. Forse però dava risalto mediatico all’inchiesta. Ogni mattina venivano fuori le veline su Repubblica».
Dopo quell’interrogatorio cosa successe?
«Mi chiamò a Milano, in tribunale. Cinque ore in aula, continuava a dirmi: “Io la denuncio! La denuncio per reticenza! Non è vero! Lei lo sapeva!”. Con violenza. Alla fine, senza più forza, mi sono alzata e ho detto al presidente: “Dica alla signora Boccassini che se vuole denunciarmi mi denunci, però io non rispondo più”. E mi sono seduta. Ho sentito tanti applausi nell’aula...».
Finì così?
«Macché. Sono tornati ancora una volta a casa mia, hanno messo a soqquadro tutto, si sono presi anche un medaglione di mio nonno, un reperto storico. Scrissi al capo della Polizia Vincenzo Parisi che mi rispose con una lettera, disse che era una cosa indegna. Poi la Boccassini scoprì che avevo un figlio...».
Anche lui interrogato?
«Era da poco tornato dall’Inghilterra per stare qui. Due poliziotti si presentarono dal capo del personale della sua azienda dicendo che mio figlio era coinvolto in affari malavitosi. Lo portarono in tribunale. Mio figlio, abituato all’Inghilterra, rimase sconvolto. L’azienda gli fece capire che non era più gradito, lui si licenziò. Cadde in una depressione fortissima. Alla fine siamo riusciti a riportarlo in Inghilterra, l’abbiamo fatto curare, ma è stato segnato, come me».
Poi le accuse che fine hanno fatto?
«Finito tutto in nulla, archiviato, perché non c’era niente. Io persi le consulenze che facevo, l’Avanti non volle più firmare i miei pezzi, il Psi mi chiamò dai probiviri».
E Craxi?
«Eravamo amici, avevamo trascorso ore insieme nella casa di Milano a passare in rassegna i suoi cimeli garibaldini. Lui amava Garibaldi. Quei cimeli poi li ha lasciati ai figli, so che Bobo li ha venduti, anche malamente credo».
Ha visto Benigni?
«Uno sproloquio... Quante castronerie. Ha detto che il tricolore deriva dalla Beatrice del Purgatorio, ma invece l’origine è la bandiera cispadana. Poi che Garibaldi prese in Argentina le stoffe rosse per le divise. Ma Garibaldi combatteva contro gli argentini, se fosse andato a Buenos Aires lo avrebbero fatto a pezzi! Quella stoffa era a Montevideo, che lui difendeva».
In Rai c’è una minifiction su Anita Garibaldi.
«Sì, fatta dalla moglie di Italo Bocchino. Da quel che so mi pare abbiano saccheggiato il mio libro».
L’hanno chiamata?
«Ma neanche per sogno».




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Il razzismo della sinistra: Cav inferiore come uomo

di Stefano Filippi


Sui rapporti con Gheddafi, Prodi attacca Berlusconi e s’inventa "una diversità antropologica" tra lui e il premier. Ma si dimentica di D’Alema e Napolitano



 
Non si sentiva la mancanza degli scenari internazionali borbottati da Romano Prodi. Il Professore, che pure dovrebbe conoscere il continente nero visto che dal 12 settembre 2008 presiede il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di pace, non aveva previsto le rivolte nei Paesi mediterranei. Si è svegliato anche lui quando le proteste popolari erano divampate da un pezzo: il suo primo intervento sulle vicende nordafricane è stato pubblicato dal «Messaggero» il 16 gennaio, quando il presidente tunisino Ben Ali era già fuggito da due giorni. D'altra parte, Prodi non nasconde la propria impreveggenza: l'altro giorno alla Johns Hopkins University di Bologna ha riconosciuto che la crisi è «qualcosa di assolutamente inatteso, fuori da ogni capacità di osservazione».

Adesso però ha capito anche lui che le cose si mettono male e cerca di recuperare il tempo perduto, pur lamentandosi della lenta reazione del governo italiano. Editoriali, convegni, interviste al Tg3 e al «Corriere della Sera». Rieccolo, come si diceva di Fanfani. Prodi è riemerso dal letargo per dirci che Gheddafi è una sua creatura. «L'ho sdoganato io di fronte all'Europa», ha rivendicato. Nel 2004, da presidente della Commissione di Bruxelles, gettò le basi per la visita del Colonnello in Europa dopo la fine dell'embargo. Nel 2007, da premier, in coppia con il ministro degli Esteri D'Alema firmò l'accordo per operazioni militari di pattugliamento congiunte. E ancora lui, quando si sparse la voce di un Gheddafi in coma per un ictus, gli telefonò per rincuorare il mondo: il dittatore di Tripoli è vivo e lotta insieme a noi dalla sua tenda nel deserto.

Però c'è un guaio. Che non sono le rivolte, i massacri ordinati dal raìs sdoganato, i rischi per le imprese italiane e per i nostri termosifoni riscaldati dal gas libico. No. Il guaio è Silvio Berlusconi. «C'è una questione di stile. È un problema di dignità, di come si gestiscono i rapporti internazionali. Il mio successore ha cercato lo spettacolo, lo show, ha blandito il raìs». Berlusconi avrà anche baciato la mano del Colonnello, ma una quantità di foto ritraggono l'uomo forte della Libia che abbraccia Napolitano, D'Alema, la Marcegaglia, lo stesso Prodi chiamato «fratello». Tutto inutile. «Esiste una diversità antropologica tra me e Berlusconi», è la sentenza senza appello.

Una diversità antropologica. Riecco il razzismo-chic della sinistra italiana, il suo doppiopesismo duro a morire. Se Prodi firma accordi economici e militari, tutto bene; se lo fa Berlusconi sono schifezze. Se il Professore tratta con i dittatori è alta politica estera, se il Cavaliere chiude trattati d'amicizia arginando l'invasione di clandestini è un vergognoso «intreccio di legami e interessi». Prodi sdogana Gheddafi, D'Alema va a braccetto con i terroristi hezbollah, Bertinotti ossequia il subcomandante Marcos in Chiapas e brinda con Fidel Castro a L'Avana, ma loro lo fanno con stile, con dignità, senza dare spettacolo. Un abisso antropologico li separa dagli ominicchi del centrodestra.

Lamberto Dini, che fu ministro degli Esteri nel primo governo Prodi, ha ricordato ieri che «l'Italia non ha nulla di cui vergognarsi, il governo Berlusconi non fa nulla di diverso da ciò che fecero i governi Prodi dall'Africa alla Cina». Lì il Professore bolognese è di casa: insegna all'università di Shangai, fa il consulente e il lobbista, è commentatore della televisione pubblica. Anche il regime di Pechino è stato sdoganato in Europa da Prodi. Del quale, tuttavia, non si ricordano proteste per i diritti umani né interventi a difesa dei rivoltosi in Tibet o dei vescovi imprigionati per motivi religiosi. Romano Cuor di Leone non ricevette il Dalai Lama a Roma ma caldeggiò la sospensione dell'embargo europeo sulla vendita di armi alla Cina.

Gheddafi è sempre stato un alleato strategico, già da quando Craxi lo avvisò dell'imminente bombardamento ordinato da Reagan. Il Trattato che impedisce ingerenze negli affari libici fu preparato da Prodi e votato anche dal Pd. D'Alema fu il primo premier europeo a recarsi a Tripoli nel 1999. La sua successiva visita con Prodi del novembre 2006 fu raccontata dall'agenzia Ansa con toni elegiaci. «Il tempo per lei non passa mai», disse il Colonnello al ministro degli Esteri. «Ci manteniamo giovani», ribatté D'Alema. Il raìs: «Saranno i baffi?». Risposta: «Anche lei avrà i baffi tra un po'» riferendosi al viso non rasato. E il leader libico: «Lei ama il mare, mare e deserto sono simili». Il novello Magellano sorrise compiaciuto: «In entrambi i casi c'è bisogno del Gps perché si può perdere la rotta». Un minuetto, nulla a che vedere con la grossolana parata romana del dittatore. Che stile, questi «diversamente uomini» di centrosinistra.


LORO POSSO INCONTRARE I "DESPOTI"
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E A QUESTI NON DICONO CHE SONO DIVERSI?
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