sabato 26 febbraio 2011

Niente risse sul lungo addio di Gheddafi

Quotidiano.net


QUANDO Berlusconi si vantava di aver messo fine alle decine di migliaia di sbarchi in Sicilia con il solenne patto di amicizia con la Libia , il centrosinistra gli ricordò che le basi di quel patto erano state messe da Prodi e D’Alema. Oggi che Gheddafi è tornato il dittatore sanguinario di un tempo c’è un fuggi fuggi che non fa onore alla nostra memoria e tantomeno alla nostra dignità. Nessuno dei signori suddetti, di centrosinistra o di centrodestra, era un matto irresponsabile. E’ un nostro interesse primario che chiunque la governi (e Gheddafi la governa da 42 anni), la Libia abbia un rapporto privilegiato con l’Italia. Il nostro colonialismo, come riconoscono gli storici in buona fede, accanto alle nefandezze tipiche di ogni occupante ha contribuito non poco alla modernizzazione del paese. E adesso che la Libia è diventata lo stato più ricco dell’Africa sarebbe da pazzi non approfittare della fine delle storiche incomprensioni per contribuire con le nostre imprese a uno sviluppo che potrebbe diventare formidabile.

BERLUSCONI ha avuto il coraggio di chiedere scusa a Gheddafi per le malefatte degli italiani e il trattato di amicizia del 2009 fu approvato in modo quasi unanime dal parlamento. Sarebbe sciocco perdere quello spirito unitario in una situazione che si annuncia drammatica, se davvero – come ha minacciato ieri sera – il leader libico farà esplodere la guerra civile nel vano tentativo di tenere la Tripolitania e riconquistare la Cirenaica. Abbiamo bisogno di unità per sostenere la richiesta internazionale che si arrivi a una tregua, per presentarci compatti dinanzi a un nuovo governo – quando ci sarà – e soprattutto per far fronte alla temuta ondata migratoria.

SUL NUOVO GOVERNO nessuno osa una previsione, anche perché Gheddafi tenterà di gestire una successione familiare assai discutibile sotto il profilo politico, ma possibile vista la larga disponibilità di soldi e di armi in mano al regime. In Libia non c’è al momento una figura carismatica dell’opposizione, ancorché debole, come Al Baradei in Egitto e gli specialisti si scontrano sulla possibilità che il paese diventi un Afghanistan a poche bracciate da casa nostra. Come Saddam Hussein, Gheddafi ha finora tenuto il pugno di ferro sul suo paese accoppiando la piena osservanza religiosa musulmana con una assoluta tolleranza per le altre religioni. Sarà ancora così dopo di lui? Avremo una democrazia desiderosa di mettere a profitto le enormi risorse energetiche con un regime islamico semi liberale come la Turchia o un nuovo fronte anti occidentale a forte matrice religiosa come l’Iran? Ricordate come sono finiti gli entusiasmi per Khomeini alla caduta del perfido Scià?

NESSUNO SA come andrà finire in Libia, né quanti immigrati clandestini ci troveremo addosso appena il mare in tempesta si sarà placato. Napolitano ieri ha invitato ragionevolmente alla prudenza nel fare le previsioni apocalittiche e non ha torto. Ma Gheddafi sa bene che il modo migliore per rispondere alle sanzioni dell’Unione europea è aprire le porte di casa e scaricare sull’Europa i disperati dell’Africa centrale. E allora dovremo bussare uniti alle porte dell’Europa nella tiepida speranza che qualcuno ci apra.






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Il cadavere di Yara Gambirasio rinvenuto in un campo nel Bergamasco

Corriere della sera

Una persona del luogo stava provando un aeromodello e ha visto il corpo

Tra Chignolo d'Isola e Madone, a una decina di chilometri dal posto della scomparsa
 

Yara Gambirasio
 
MILANO - In un campo a Chignolo d'Isola, in provincia di Bergamo, è stato trovato il cadavere in stato di decomposizione di Yara Gambirasio, scomparsa da Brembate Sopra lo scorso 26 novembre. Il corpo della tredicenne è stato rinvenuto sabato pomeriggio da una persona del luogo che stava provando un aeromodello telecomandato. Il campo è stato recintato dalle forze dell'ordine.


RICONOSCIMENTO - Il riconoscimento è stato possibile grazie a un portachiavi, ad alcuni brandelli degli abiti che Yara indossava il giorno della scomparsa e all'apparecchio per i denti che la ragazza portava. La polizia scientifica e il medico legale stanno effettuando i primi rilievi sul cadavere.

RITROVAMENTO - Il ritrovamento è stato effettuato in un campo in via Bedeschi, nella zona industriale tra Chignolo d'Isola e Madone, a pochissima distanza da dove, lo scorso 16 gennaio, era stato commesso un omicidio al termine di una rissa tra clienti di una discoteca. Il corpo è stato trovato in un'area incolta che si trova a poche centinaia di metri da quello che era un centro di coordinamento delle ricerche.
 
LA VICENDA - Yara scomparve nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010 all'uscita dal palasport del paese. Le sue tracce svaniscono intorno alle 18,30 e già 15 minuti dopo il suo cellulare non dà più segnali. Un vicino racconta di aver visto la ragazzina parlare con due uomini vicino a un'auto, ma gli inquirenti lo ritengono inattendibile. Inizia subito una grande mobilitazione per le ricerche di Yara: volontari e forze dell'ordine battono il Bergamasco palmo a palmo, senza risultati mentre si moltiplicano le notizie di persone che dichiarano di aver visto Yara nei posti più disparati e i «veggenti» che assicurano di sapere dove si trova il cadavere. Il 5 dicembre un giovane marocchino, che lavora nel cantiere dove si erano concentrate le ricerche, viene fermato su una nave diretta in Marocco, ma dopo gli accertamenti risulta del tutto estraneo ai fatti. Decade anche la pista di un ricatto della camorra nei confronti del padre di Yara. Il 28 dicembre i coniugi Gambirasio rivolgono un appello ai sequestratori e il 15 gennaio chiedono il silenzio stampa. Il 26 febbraio, purtroppo, il triste esito: nei pressi di Chignolo d'Isola avviene il ritrovamento del cadavere di Yara.
 
Redazione online
26 febbraio 2011

Corona entra dalla finestra in casa Scazzi, spavento per la mamma di Sarah

Corriere della sera

La donna ha presentato denuncia per violazione di domicilio nei confronti del fotografo


MILANO - Il fotografo Fabrizio Corona si è introdotto da una finestra in casa di Concetta Scazzi, ad Avetrana, spaventando la mamma della 15enne uccisa il 26 agosto scorso. È accaduto sabato pomeriggio. Lo riferiscono i legali della famiglia Scazzi, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile, specificando che l'uomo, una volta scoperto dalla mamma di Sarah, si è allontanato dall'abitazione. A casa degli Scazzi si trovano ora i carabinieri, allertati dai legali, al fine di far sporgere denuncia per violazione di domicilio.


IN CASA - Concetta Scazzi - secondo quanto riferisce l'avvocato Biscotti - «era sola in casa e si è spaventata, è rimasta pietrificata non appena si è accorta della presenza dell'uomo, che non ha riconosciuto subito, nella sua abitazione». In quel momento - prosegue il legale - ha suonato alla porta una giornalista di una tv nazionale che ha visto e riconosciuto Corona. Questi ha quindi deciso di allontanarsi da casa Scazzi.

«MI HA FATTO ENTRARE» - Diversa la versione del fotografo. «La signora Scazzi mi ha fatto entrare, mi ha offerto il caffè e sono rimasto con lei mezz'ora : ho immagini che lo possono documentare», ha replicato. Sembra che Corona si fosse recato a casa di Sarah per proporre alla madre un servizio fotografico, come hanno confermato anche i legali della famiglia. «Ero ad Avetrana per il mio spazio a Domenica 5. Sono stufo che ogni volta che faccio qualcosa di serio per il mio lavoro si scrivano cose che non sono vere».
Redazione online

26 febbraio 2011

Così il denaro finiva dal conto di Berlusconi a quelli di Mora e Fede"

La Stampa


Ecco le nuove carte dei pm: Il percorso tortuoso di tre versamenti da 100mila euro


PAOLO COLONNELLO
MILANO

Nuovi conti, nuovi regali, nuove prove insomma a carico di Silvio Berlusconi. E poi la solita valanga d’intercettazioni e sms tra le ragazze di via Olgettina e Nicole Minetti, tra Lele Mora ed Emilio Fede, i prossimi candidati alla richiesta di rinvio a giudizio per favoreggiamento e induzione della prostituzione, prevista per mercoledì.

Al di là del folklore e del solito florilegio tra le giovani invitate ad Arcore, pronte anche al ricatto quando vedono comparire sui giornali le prime indiscrezioni e nel panico dopo che hanno subito le perquisizioni, la vera sostanza dei quindici faldoni depositati la settimana scorsa a sostegno del giudizio immediato di Berlusconi sta forse nelle decine di ricevute bancarie rintracciate dalla Guardia di Finanza per pagare auto e comodità, nonché assegni circolari a Lele Mora in fallimento. In particolare, gli inquirenti individuano tre versamenti di 100 mila euro ciascuno, tra fine agosto e ottobre scorso, che dai conti della Popolare di Sondrio e del Monte dei Paschi di Siena del Cavaliere finiscono, attraverso le operazioni del fido ragionier Giuseppe Spinelli, all’impresario di spettacolo. E da questi a Emilio Fede in due assegni circolari di 50 mila euro ciascuno.

L’anticipo, si direbbe, della «riffa» organizzata dai due amici per spillare al premier circa un milione e 400 mila euro in totale. Una manovra difficile, che inizia in agosto e si conclude quasi quattro mesi dopo, anche per l’ostracismo di Niccolò Ghedini che a un certo punto vuole incontrare Mora e sconsiglia il presidente di procedere al prestito, visto lo stato fallimentare dell’impresario, rinviato a giudizio nell’ambito di un’inchiesta del pm Eugenio Fusco. «L’avvocato della minchia», come lo definisce Fede, non si fida: «Ci vuole prudenza - racconta Fede a Mora descrivendogli un incontro avuto il 28 agosto ad Arcore - perché sostiene che tu sei in bancarotta.

Io dico: “Senti, Niccolò è troppo severo con questa persona, ma dico, ma ti pare possibile... L’uomo (Mora, ndr) è stressato, corre per l’Italia per guadagnare due lire, ma sarà uno che ha fatto riciclaggio? Vogliamo dargli una mano?”... e cose così». Due giorni prima, il 26 agosto, Fede, almeno così racconta a Mora, si era speso fino a parlare di una cifra precisa: «Ieri sera ho lanciato un breve e drammatico messaggio... Gli ho detto: perché questa persona è veramente nei guai, soffre di depressione, non possiamo abbandonarlo. Secondo me, dico, secondo me guarda almeno uno e mezzo, uno minimo, bisogna darlo, se no è rovinato». In realtà, si evince dalle intercettazioni, i due da una parte lavoravano ai fianchi il Cavaliere con la storia della depressione di Mora, dall’altra si organizzavano per procurargli in continuazione nuove ragazze per i bunga bunga di Arcore.

La Gdf ha rilevato tre periodi in cui sarebbero avvenuti i passaggi di denaro: dal 30 agosto al 3 settembre «Spinelli consegna assegni circolari a Mora Dario che poi li consegna a Fede Emilio...»; dal 21 settembre al 29 settembre e dall’11 ottobre al 25 ottobre. E precisamente: 100 mila euro il 2 settembre, versati il giorno dopo in due assegni circolari a Monte dei Paschi da Mora e da qui un assegno da 50 mila a Fede: «Sono contento, dai, sono contento, sono contento», commenta Emilio. E altri due assegni da 50 mila ciascuno, sempre prelevati da Spinelli, il 29 settembre, di cui uno ancora a Fede. Infine in data 19 ottobre gli ultimi 100 mila, con le solite modalità.

Le causali dei versamenti dalla Popolare di Sondrio, dove si prelevano i soldi di Berlusconi, riguardano sempre «prestiti infruttiferi». Proprio come i soldi finiti a Nicole Minetti e Alessandra Sorcinelli (150 mila euro in poco più di un anno). La cosa buffa è che nel gergo criptato tra il direttore del Tg4 e l’impresario, Berlusconi viene indicato come «il produttore» e gli assegni come «i contratti». Patetico. Poi ci sono le solite intercettazioni tra ragazze. Che mostrano il panico, mentre l’inchiesta avanza e i giornali titolano in prima pagina: «Ma ti rendi conto che siamo sputtanate a vita», scrive l’inquieta Iris Berardi a un’amica in un sms del 25 ottobre. «Ma noi abbiamo il coltello dalla parte del manico, ricordalo sempre». Poi aggiunge che sta andando all’ennesima festa di Arcore: «è incredibile lo schifo che fa il denaro».

Aris e Iris (si chiamano proprio così) non fanno mancare commenti anche sulla situazione in via Olgettina, che appare sempre più affollata: «Ah che zoccolame questa casa, questo condominio diventa sempre più un puttanaio», si dicono il 12 ottobre. Iris: «Voglio andare da Spin, amò, non c’ho più un euro, voglio andare un po’ da Spinaus». Il 14 ottobre è invece la volta di Marysthelle e Aris Espinosa: «Niente, pensa te che ho chiamato Papi e gli ho detto che avevo bisogno di parlare con lui e poi mi ha chiamato chiedendomi se tu potevi andare da lui, perché lui avrebbe intenzione di andarci in Sardegna». Marysthelle: «Ma io non so se andare là o meno. E tu quando lo hai chiamato non gli hai detto... per sapere se lui aveva chiamato Spinelli?». Soldi, soldi, solo soldi. Se Berlusconi era la Banca, Spinelli era il suo bancomat.



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Materna, sospese due maestre

La Provincia Pavese


di Fabrizio Merli



MOLINO DEI TORTI (AL).



Le mamme le difendono, i carabinieri le hanno riprese con videocamere nascoste, la magistratura le ha sospese dal servizio per due mesi. E' giallo su due maestre della materna «Giacomini» di Molino dei Torti, sospettate di maltrattamenti ai bimbi.

Le indagini sulle maestre andavano avanti almeno dallo scorso mese di dicembre. Ma la notizia è diventata di pubblico dominio l'altro giorno, quando due carabinieri in borghese, poco dopo l'orario di chiusura, si presentano presso la scuola di Molino dei Torti e notificano alle due maestre un'ordinanza del Tribunale di Tortona che dispone, per entrambe, la sospensione immediata dal servizio per due mesi. L'ordinanza è firmata dal Giudice delle indagini preliminari di Tortona Tiziana Paolillo su richiesta del sostituto procuratore Valeria Ardoino.

L'inizio delle indagini, però, risale ad alcuni mesi fa, quando una bidella supplente e due genitori, si sarebbero lamentati per i modi, forse un po' troppo autoritari, delle due insegnanti. Da quel momento, i carabinieri, incaricati delle indagini, collocano alcune videocamere nascoste nella scuola materna, soprattutto nella zona della mensa.

Ed è, probabilmente, sulla base delle immagini "catturate" dagli obbiettivi nascosti che la magistratura ha deciso di chiedere la sospensione del servizio delle due insegnanti: Lorenza B. e Nadia P., la prima con oltre 40 anni di servizio e a poche settimane dalla pensione. Una delle due abita a Sale, la secondo in un Comune della zona.

Sul contenuto delle indagini viene mantenuto un grande riserbo. Pare che, in alcune sequenze, si vedano le insegnanti che, in qualche modo, forzano i bimbi ad assumere il cibo durante il pranzo. «Ma si tratta di immagini isolate, che possono avere ben altro significato se inserite in un contesto», spiegano alcune mamme.

Il caos è scoppiato, quando i genitori si sono recati a scuola a riprendere i loro figli e si sono trovati improvvisamente di fronte ad una situazione insolita, con i bambini privati delle loro maestre. I genitori messi a conoscenza della vicenda sono insorti e non credono alle accuse: «Le due maestre - dicono quasi tutti - si sono sempre comportate molto bene con i nostri figli e chiediamo vengano rimesse al più presto al loro posto. Non è vero che venivano maltrattati, anzi. Sono due bravissime insegnanti, come ce ne sono poche».

Un giudizio che viene anche confermato dal dirigente scolastico Guido Gilardenghi, dell'istituto comprensivo di Sale: «Sono responsabile della scuola di Molino da 15 anni e non ho avuto mai nulla da eccepire sul comportamento delle due maestre, né ho mai ricevuto lamentele nei loro confronti. Per quanto mi riguarda ho provveduto a sostituire le due insegnanti per garantire il servizio».

Ieri, all'orario di uscita, la maggior parte delle madri era ferma nel dire: «Ridateci le maestre. I bambini piangono perchè non hanno più le loro insegnanti. Non crediamo alle accuse. Nella scuola ci sono venti bambini dai 3 ai 6 anni: possibile che nessuno si sia mai lamentato?». Una delle mamme ha spiegato: «Loro sono state insegnanti mie e di mio marito. A loro abbiamo affidato i nostri figli. Credete che li avremmo mandati in questa scuola materna se avessimo avuto anche il minimo sospetto?». Una delle signore davanti alla scuola, però, ha dato una versione diversa: «E' successo che mia figlia tornasse a casa e si mettesse a piangere dicendo che l'avevano costretta a mangiare il cibo della mensa. Ne avevo anche parlato con il sindaco. Non accuso nessuno, però questo episodio si è verificato». (ha collaborato Angelo Bottiroli)
26 febbraio 2011




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L'Italia scarica il Colonnello

Il Tempo


Il ministro Frattini in linea con America e Ue: nessun sostegno agli assassini. La Russa: priorità il rimpatrio dei connazionali.


Da sinistra Frattini e Westerwelle Dopo la lunga notte di frenetiche consultazioni, di telefonate incrociate di Berlusconi prima con il presidente Usa Obama, poi con il premier britannico Cameron la posizione dell'Italia nei confronti della crisi libica si fa più chiara. «Non sappiamo cosa accadrà, però è chiaro che chi ha compiuto atti così orribili non può essere sostenuto dalla comunità internazionale e quindi neanche dall'Italia» fa sapere il ministro degli Esteri Franco Frattini, da Berlino dove si è incontrato con l'omologo tedesco Guido Westerwelle in merito alla possibilità di appoggiare un altro eventuale governo libico guidato da Gheddafi. E ancora: «L'Italia condivide l'opzione dell'adozione di sanzioni personali e patrimoniali mirate che dovessero essere proposte a livello europeo».

L'Italia è per una transizione il più possibile ordinata perché abbiamo i nostri concittadini da tutelare». L'importante è non farsi prendere dagli allarmismi. «Adesso l'evacuazione dei nostri connazionali è una preoccupazione prioritaria per il governo e la Difesa» dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa «Ieri è scattata l'operazione rimpatrio della nave da trasporto San Giorgio della Marina militare, che ha raggiunto il porto di Misurata con 245 persone a bordo, tra le quali 130 italiani. Nel frattempo sono proseguiti i rimpatri a bordo dei C-130J dell'Aeronautica militare: ieri tre aerei sono decollati da Tripoli, Sheba e Amal». La Rusa è ancora preoccupato per la sorte di 25 italiani, tutti lì per lavoro, bloccati ad Amal, nel sud della Libia: «Hanno dato segnali di difficoltà, anche perchè hanno pochi viveri e sono stati derubati. Tenteremo di raggiungerli via mare da Bengasi».

La Russa smentisce anche la presenza di mercenari in Libia che parlano italiano. In queste ore, in cui la situazione sembra precipitare dopo l'ultima delirante apparizione di Muammar Gheddafi a Tripoli la diplomazia italiana continua a lavorare a pieno ritmo. Il Ministro Frattini ha avuto ieri contatti telefonici con il collega britannico Hague e quello canadese Cannon. L'inviato di Obama a Roma, il sottosegretario di Stato Usa William Burns ha avuto ieri un incontro alla Farnesina con il Segretario Generale, Ambasciatore Massolo. Gli Stati Uniti e l'Italia condividono «grande preoccupazione per la situazione umanitaria in Libia» e concordano sulla «necessità di porre fine alla violenza nel paese» ha sottolineato l'ambasciata Usa.

Roma è stata la prima tappa di un giro in varie capitali europee da parte di Burns. Lunedì Frattini si recherà a Ginevra per partecipare al Consiglio dei Diritti Umani: è previsto un incontro a margine con i principali colleghi europei ed il Segretario di Stato americano Clinton per fare il punto sulla situazione. E sempre sul fronte degli aiuti umanitari il governo italiano ha dato l'ok a Stati Uniti e Gran Bretagna che lo avevano richiesto «di poter utilizzare la base di Sigonella per gli aerei che abbiano come solo obbiettivo l'evacuazione o scopi umanitari».

Da segnalare anche l'incidente diplomatico che s'è sfiorato ieri a Berlinoper un'intervista del ministro Franco Frattini un giornalista dell'edizione tedesca del «Financial Times». Il giornale avrebbe riferito che il ministro si sarebbe detto disponibile ad un «nuovo governo guidato da Gheddafi o da uno dei suoi figli». Frattini s'è infuriato: «Quello che è stato scritto non corrisponde a quello che penso e detto. Il giornalista non ha capito nulla».


Natalia Poggi
26/02/2011




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Dahlia Tv cessa le trasmissioni: 600mila abbonati senza calcio

Il Mattino






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Affittopoli, le penne rosse e gli affitti low cost

di Marta Bravi


Da lady Pisapia a Giovanna Milella, passando per la Aspesi: si dicono indipendenti e rigorose, ma di fronte all’affare... Natalia scriveva: "Le donne non berlusconiane agiscono secondo i loro principi".



 

Milano


Giornaliste indipendenti e rigorose, con un grande fiuto per gli affari. Hanno la penna affilata, passano per essere dure e pure, anche se quando si tratta di trovare un tetto per sé e per il bimbo appena avuto, in alcuni casi, o avere una casa di rappresentanza con lo sconto, sono disposte ad ammorbidirsi un po’. Cinzia Sasso, inviata di Repubblica abita in un bellissimo appartamento, almeno a giudicare dal servizio fotografico apparso su Oggi dell’11 gennaio, di 119 metri quadri in pieno centro. La casa, di proprietà della «Baggina», la casa di cura dei milanesi, lo trovò nel 1989 grazie all’intermediazione dell’allora sindaco socialista Paolo Pillitteri. Il canone? 9mila euro l’anno, non esattamente il prezzo di mercato.
Giovanna Milella, ex conduttrice Rai di Chi l’ha visto, segretario generale del premio di giornalismo Prix Italia e moglie dell’ex capo dell’inserto Economia del Corriere della Sera Edoardo Segantini, invece, abita in un appartamento dell’ente pubblico di cura alla persona Golgi Redaelli da 175 metri quadri a due passi da piazza Duomo, a 22.905 euro l’anno (più le spese).

Così Natalia Aspesi, firma storica di Repubblica e titolare della rubrica Questioni di cuore sul Venerdì, attenta alle tematiche femminili. Partecipando a un’asta di rilevanza pubblica si è aggiudicata un appartamento, in pieno centro, da 228 mq a circa 50mila euro l’anno di affitto. La casa è la più costosa del patrimonio del Golgi Redaelli, e anche qui, se il canone non è stracciato, un piccolo sconto c’è. Certo, la Milella e la Aspesi, per trovare casa, hanno partecipato a aste pubbliche dell’ente, versato tre mesi di anticipo e tre mesi di caparra e pagano spese ed eventuali lavori di ristrutturazione. Ma la conduttrice di Chi l’ha visto vanta doti investigative, così il marito, ex capo dell’inserto Economia del Corsera certamente sa fare di conto: l’affare è indubbio. Secondo l’agenzia immobiliare Pirelli Re gli affitti in zona partono da 240 euro al metro: facendo un calcolo sommario per 150 metri quadri di casa Giovanna Milella e consorte dovrebbero pagare almeno 36mila euro l’anno, più le spese. 

D’altronde si sa «le donne non berlusconiane sono in grado di scelte differenti, libere di agire secondo i loro principi» scriveva poco tempo fa la Aspesi a proposito della manifestazione della donne «Se non ora, quando?». Ora verrebbe da chiedersi: quali sono questi principi? Forse la firma di Repubblica si riferisce al coraggio dimostrato dalla collega Cinzia Sasso nello scrivere I saccheggiatori. Facevano i politici ma erano dei ladri nel 1992 contro il sistema messo in piedi da Mario Chiesa, allora presidente del Pio Albergo Trivulzio in quella stessa casa che aveva avuto da Chiesa, grazie all’intermediazione del sindaco Pillitteri. Una casa, appunto, in corso di porta Romana, pieno centro, per cui da 22 anni a questa parte paga 9mila euro l’anno. Quella stessa casa mostrata con orgoglio dal suo compagno e candidato sindaco del centrosinistra, Giuliano Pisapia, nel servizio apparso su Oggi.

O, forse, i principi cui fa riferimento Natalia Aspesi fanno riferimento alla coscienza sociale dell’inviata Sasso, che pur consapevole della fame di alloggi che tormenta Milano e del fatto che potrebbe permettersi un appartamento a prezzi di mercato, lasciando quello dell’ente benefico a disposizione di chi ne ha più bisogno, si aggrappa con le unghie al candido divano. «Perché dovrei lasciare la mia casa? - risponde piccata - non capisco perché: io abito in una casa con un regolare contratto, ho sempre pagato negli anni il canone con i relativi aumenti, perché avrei dovuto lasciarla?».




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Fiammiferi, l'archivio Saffa salvato da un ex operaio

orriere della sera


Ermanno Tunesi ha strappato dal macero antiche scatole, cerini tagliati a mano, bozzetti per le illustrazioni



MILANO - I fiammiferi oggi sono sempre meno utilizzati. E le scatolette in commercio hanno un design anonimo. Ma non sempre è stato così. Un tempo erano impreziosite da illustrazioni che le rendevano così originali, da aver creato una moda: quella della fillumenia, la collezione, appunto, delle scatole di fiammiferi. Scene di vita nobiliare, sostegno all'esercito in guerra, pubblicità di vari prodotti. Queste e altri temi, dalla fine dell'Ottocento e fino agli anni Ottanta, hanno ornato le scatole di fiammiferi. E accanto ai cerini e ai minerva esistevano anche i candelotti, i controvento, i fiammiferi a strappo.



L'ARCHIVIO SAFFA - Nella storia dei fiammiferi, l'industria italiana ha scritto un capitolo importante. Fino a 10 anni fa, a Magenta, nel Milanese, esisteva infatti una delle fabbriche più importanti d'Italia e d'Europa: la Saffa (Società per Azioni Fabriche Riunite Fiammiferi). Fondata nel 1871, arrivò a esportare i cerini in ventitré nazioni e a produrre anche una linea di mobili disegnata da Giò Ponti e una collezione di accendini per Cartier. A dirigerla, per molti anni, fu l'ingegner Pietro Molla, recentemente scomparso e divenuto famoso nel mondo per essere stato il marito di una santa: sua moglie Gianna Beretta era stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004.


UNA STORIA AL MACERO - Nel 2001, dopo 130 anni, anche l'ultima fabbrica di fiammiferi rimasta sull'area ex Saffa, ha cessato l'attività. Le scatole più antiche, le pietre litografiche, i fiammiferi tagliati e colorati a mano uno per uno, i bozzetti dipinti a mano per le illustrazioni, i progetti per i mobili: inspiegabilmente, gran parte di questo materiale era finito al macero già prima del 2001. Fortunatamente, però, non tutto è andato perduto. E se oggi esiste ancora una testimonianza della produzione, il merito è di un ex operaio della Saffa, Ermanno Tunesi. Grazie a un'intesa con l'ingegner Molla, Tunesi, presidente per anni dell'associazione storica "La Piarda" di Boffalora sopra Ticino, è riuscito a salvare dalla distruzione centinaia di pezzi storici della produzione della Saffa. Oggi li custodisce, con la speranza - fra qualche anno e con l'aiuto delle istituzioni - di sistemarli in locali idonei per aprirlo al pubblico. Corriere.it ha potuto visitare in anteprima questo archivio. Ne è nata la gallery di fotografie che vi proponiamo. Ermanno Tunesi, insieme ad altri soci, ha dato vita anche a un club fillumenico. Chi fosse interessato può contattare il numero 02.97.29.93.43.


Giovanna Maria Fagnani
26 febbraio 2011



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Di Pietro: «Berlusconi come Gheddafi» Fini lo riprende: «Qui non c'è dittatura»

Corriere della sera

Il leader dell'Idv: «Abbiamo il dovere di liberarcene, è del tutto simile al governo libico»


MILANO- Fini che difende Berlusconi è qualcosa a cui non si assisteva da un po' di tempo. E' successo però in mattinata durante le dichiarazioni di voto sul milleproroghe, approvato dall'assemblea di Montecitorio dopo il voto di fiducia all'esecutivo. Il presidente della Camera è intervenuto per chiedere più moderazione al leader dell'Italia dei Valori che nel suo intervento stava attaccando duramente Palazzo Chigi. «Questo governo - ha detto Antonio Di Pietro - ormai è chiaro, è come il governo di Gheddafi e noi abbiamo il dovere di liberarcene dato che è del tutto simile al governo libico». Parole che a Gianfranco Fini non sono proprio piaciute: «Onorevole Di Pietro, mi permetto di intervenire irritualmente perché, specie in giorni come questi, non si possono fare paragoni di questo tipo. Questo non è il governo di una feroce dittatura». Di Pietro era tornato anche sulla vicenda della compravendita di parlamentari, tornata alla ribalta dopo le dichiarazioni del deputato Gino Bucchino che aveva detto di avere ricevuto un'offerta di 150 mila euro in cambio del suo passaggio dal Pd all'area della maggioranza. L'ex pm si era rivolto ai cittadini «visto che questo Parlamento non farà mai cadere Berlusconi» e aveva detto: «Queste persone si debbono vergognare. Ci sono fatti gravissimi che abbiamo segnalato alla magistratura. Reati che si stanno consumando e che non possono essere "identificati" solo perché non è un reato la vendita della funzione parlamentare. Voi potete mandare a casa Berlusconi perché lui non si dimetterà mai, perché non potete chiedere ad Alì Babà di consegnare la chiave della cassaforte».


FINI: «COSE MAI VISTE» - Il presidente della Camera aveva però bacchettato anche il governo: «La seduta non può riprendere finché il governo non è seduto e la prego di riferire al ministro per i Rapporti con il Parlamento che è senza precedenti quello che sta accadendo quest'oggi» aveva detto a Laura Ravetto, sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento, al suo rientro in Aula dopo la sospensione della seduta , decisa da Fini proprio per l'assenza del rappresentante dell'esecutivo nell'emiciclo.

«SITUAZIONE INSOSTENIBILE» - La presa di posizione in difesa dell'esecutivo dagli attacchi di Di Pietro non è bastata a Fini per evitare la successiva reprimenda di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. «La situazione è istituzionalmente insostenibile - ha detto il leader pidiellino prendendo la parola per le dichiarazioni di voto - e lei si trova in una situazione di contrasto tra l'essere presidente della Camera e leader politico».

BOSSI: «GOVERNO STABILE» - Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha invece detto che «il governo va bene, va avanti». Parlando con i giornalisti a Montecitorio, il Senatur ha detto che «il governo è forte e va avanti. Ha i numeri e ce la farà».

25 febbraio 2011