martedì 1 marzo 2011

Dai pm Mambro e Fioravanti

Il Tempo


Dopo 31 anni: molti i "non ricordo" dei testimoni. A breve i carabinieri dovrebbero consegnare gli esami sugli occhiali da sole e sul bottone. I due ex terroristi di estrema destra ascoltati sul delitto di Valerio Verbano.


Giuseppe Valerio Fioravanti Molti i «non ricordo» di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. I due ex esponenti dei Nar, già condannati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, sono stati ascoltati ieri pomeriggio dai carabinieri del Ros che indagano sul delitto di Valerio Verbano. Sono durati poco gli interrogatori dei due ex terroristi neri, sentiti dagli investigatori che da due anni stanno nuovamente indagando sull'omicidio del diciannovenne assassinato nella sua abitazione il 22 febbraio del 1980.

Un atto disposto dalla procura che ha già iscritto sul registro degli indagati due nomi: si tratterebbe di un noto professionista e di un altro ex esponende dell'estrema destra romana. Mambro e Fioravanti, nel corso degli interrogatori, avrebbero più volte affermato di non ricordare i particolari che gli venivano chiesti dai carabinieri del Ros. Davanti al pm Erminio Amelio si sono già seduti un'amica di Verbano e due ex militanti (uno di sinistra e l'altro di destra).

L'intenzione di chi indaga è quella di ricostruire le frequentazioni della vittima e le lotte in cui è maturato l'omicidio. Intanto sono in corso gli accertamenti dei carabinieri del Ris sui reperti conservati in questi anni per cercare un'eventuale traccia di dna: si tratta di un bottone, di un paio di occhiali da sole, di una pistola con il silenziatore e di alcuni bossoli.

Un cappello e un passamontagna erano andati distrutti. Occhiali e bottone, invece, sono scampati alla distruzione perché sistemati in un posto sbagliato dell'ufficio corpi di reato. I risultati degli esami dovrebbero essere consegnati nei prossimi giorni nelle mani del sostituto procuratore. Non sarebbero comunque ancora terminati gli interrogatori dei testimoni che potrebbero aiutare la procura a dare un nome e un volto agli assassini di Valerio Verbano.



Augusto Parboni
01/03/2011




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Saif Gheddafi ha copiato la tesi»

Corriere della sera


Le accuse degli studenti della London School of Economics: l'università ha avuto 1,5 milioni di sterline

il figlio del colonnello ha conseguito nel 2008 il dottorato nell'ateneo britannico






MILANO - Non è certamente il peccato più grave commesso da Saif Gheddafi, figlio del Colonnello e che nelle intenzioni del padre avrebbe dovuto prenderne il posto, prima della rivoluzione che sta insanguinando la Libia. Certo è che per la stessa trasgressione il ministro della Difesa tedesco zu Guttenberg si è dovuto dimettere.


TESI COPIATA - L'associazione degli studenti della London School of Economics accusa Saif Gheddafi di aver copiato la tesi di dottorato. Un'accusa non tanto infondata se il suo presidente, Sir Howard Davies, ha dovuto aprire un'inchiesta mosso anche dall'«imbarazzo» per aver accettato in passato da una fondazione controllata dallo stesso figlio del leader libico, 1,5 milioni di sterline (circa 1,7 milioni di euro). Insomma, non è un bel momento per Davies che in passato ha lodato Saif come il volto moderato ed accettabile del governo libico.

Ma ora deve fare i conti con il fatto con le frequenti apparizioni televisive del secondo figlio del colonnello che promette di resistere «fino all'ultimo uomo, donna e l'ultimo proiettile». Sir Howard ha ammesso il suo «imbarazzo», ha dichiarato di essersi sbagliato su Saif e soprattutto ha ammesso che è stato un errore accettare il generoso finanziamento arrivato dal Gheddafi International Charity and Development Foundation nel 2009. Cioè un anno dopo che Saif ha conseguito un PhD presso il Centre for the study of global governance dell'ateneo londinese.

LE ACCUSE - Finora da Tripoli sono arrivate 300mila sterline, 150mila delle quali sono state già spese per borse di studio, hanno spiegato dall'università che è stata costretta ad ammettere i propri errori dopo giorni di pressioni e accuse da parte degli studenti. Che chiedono, tra l'altro, che venga tolto il dottorato al figlio del colonnello. «Ci sono gravi dubbi sulla tesi di Saif al Islam e chiediamo un'inchiesta esterna», ha tuonato il portavoce dell'associazione degli studenti che avrebbe individuato ben 16 passaggi a rischio di plagio della dissertazione che aveva il titolo, che alla luce dei fatti recente suona drammaticamente profetico, «Il ruolo della società civile nella democratizzazione delle istituzioni della global governance».


Redazione online
01 marzo 2011



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Armi da guerra e da sparo per film Ma sono vere e funzionanti: 4 arresti

Corriere della sera

La polizia scopre 4 depositi con pistole, fucili, revolver, carabine: usate anche su set «Romanzo criminale» e «L'ispettore Coliandro». «Potevano uccidere»


ROMA - Al posto delle armi sceniche c'erano armi comuni da sparo ed armi da guerra perfettamente funzionanti. Sono quattro i titolari di una società che gestiva e noleggiava per usi cinematografici armi apparentemente e formalmente innocue e caricate a salve. A scoprire la «fiction» sono stati gli agenti della Polizia Amministrativa della Questura di Roma, nell'ambito di una rete di controlli periodicamente effettuati nell'ambito del territorio della provincia.


ARMI DA GUERRA - I quattro depositi, ubicati tra Roma, Pomezia e Monte Porzio Catone, contenevano complessivamente 47 armi, tra cui 7 da guerra. Tra le armi da sparo sequestrate nel corso dei controlli gli agenti hanno anche riscontrato la presenza di armi del tipo di quelle in uso alle Forze di polizia, ed ancora del tipo «ex ordinanza», si tratta cioè di armi in passato dotazione delle Forze dell'ordine. Complessivamente, tra le armi comuni da sparo sono state sequestrati 5 revolver, 22 pistole semiautomatiche, 9 fucili e 3 carabine. Altre 3 pistole semiautomatiche e 4 fucili mitragliatori figurano invece tra quelle classificate come armi da guerra.

ARRESTATI - I 4, tutti romani, e di età compresa tra i 39 ed i 54 anni, sono stati arrestati con l'accusa di detenzione illegale di armi comuni da sparo nonché‚ di detenzione di armi da guerra, di per sé vietata. I locali adibiti a deposito sono stati invece sottoposti a sequestro. A finire in manette i titolari di tre delle agenzie controllate: un 41enne G.P., un 34enne E.C., un 54enne B.R e un 40enne R.L.. Il titolare della quarta agenzia è invece denunciato a piede libero.

SU SET «ROMANZO CRIMINALE» - Le armi delle quattro società di noleggio hanno «armato» i più noti film e fiction poliziesche: da «Romanzo criminale 2» a «L’ispettore Coliandro» fino a film come «Mozzarella Stories» sono state usate armi non regolarmente disattivate e potenzialmente pericolose. Gli agenti diretti da Edoardo Calabria durante una serie di controlli effettuati negli ultimi 15 giorni nelle quattro agenzie, le uniche fornitrici di armi sceniche in Italia, hanno accertato la presenza di pistole e fucili da guerra non disattivate secondo regolare procedura che prevede di forare la canna della pistola e bloccarla con un segmento di acciaio. Con l’operazione il cinema rimane così «disarmato». «Sarebbe bastato togliere la brucola dalla canna per farle tornare a funzionare - ha spiegato il dirigente della Divisione amministrativa Edoardo Calabria - c’era un pericolo concreto di avere tragedie sui set come é successo all’estero»

Redazione online
01 marzo 2011

D'Angelo: «Uno come me non vede il guappo solo come una cosa malamente»

Corriere del Mezzogiorno


L'artista: «Voterei Vendola, ma non lo faranno passare
La gente mi ama molto: avrei potuto fare il sindaco»



Nino D'Angelo e Nichi Vendola
Nino D'Angelo e Nichi Vendola

NAPOLI - Nino D'Angelo, in un'intervista rilasciata a Diva e donna, ha parlato di politica e della sua Napoli, sempre più afflitta dalla piaga della criminalità. Una Gomorra che nel tempo è diventata «normale» per il cantautore, che mette a confronto le sue idee con quelle di Roberto Saviano. «Io che nasco scugnizzo - ha detto D'Angelo - ho un punto di vista diverso da Saviano. Vivere tra legalità e illegalità al Sud è normale. Sono nato a Casoria, quanti miei amici di allora fanno i camorristi o sono morti ammazzati? Uno della mia gente non vede il guappo solo come una cosa malamente». Poi su Napoli ha aggiunto con orgoglio: «La gente quando mi incontra per strada si mette a piangere, mi sentono uno di loro. Potevo fare il sindaco, se avessi voluto».
In ambito politico, D'Angelo non ha mai nascosto le sue simpatie di sinistra e oggi come oggi voterebbe Nichi Vendola. «Sono comunista fin da bambino - ha detto -. Oggi voterei per il governatore della Puglia, ma non lo farebbero mai passare: un gay dichiarato al governo sarebbe rivoluzionario come Obama in America, e noi non siamo l'America».
Poi una panoramica sulla politica italiana: «Oggi non si capisce più niente: Fini dice le parole che usava Veltroni. Non si capisce più chi è di destra e chi di sinistra». Infine l'artista, privato di recente della direzione artistica del teatro Trianon a Forcella, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa: «Ho preso una mazzata grande: mi hanno tolto il teatro, mi hanno cacciato come un delinquente. Ho pagato un colore politico perché a me m'aveva messo Antonio Bassolino. Ho preso questo teatro che faceva 65 abbonati, al terzo anno l'ho portato a 4.500, facendo passare l'idea che il diritto alla cultura è anche dei diseredati. Va bene fare vedere Gomorra in tutto il mondo - ha proseguito - ma la gente di Forcella andava a teatro nel quartiere simbolo della malavita, a due metri dalla casa di Giuliano».



Redazione online
01 marzo 2011




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E la guida Michelin assegnò una stella a ristorante chiuso perché senza clienti

Il Messaggero


Lo chef Max Bichot: «Sono molto contento, ma il riconoscimento arriva un po' tardi»







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Napoli, De Magistris si candida con lista civica Sgarbo a Bersani, il Pd: "Un diktat che lacera"

di Andrea Indini



Scioglie le riserve e mette il Pd con le spalle al muro. Dopo il pantano delle primarie, l'ex pm si candida alle comunali e invita i democratici a convergere su di lui. Ma la coalizione vacilla. Orlando chiude subito: "Non sarebbe una convergenza ma un diktat che il Pd dovrebbe subire"



 
Napoli

Luigi De Magistris scioglie le riserve e si candida a sindaco di Napoli con una lista civica. Una scelta che rischia di lacerare definitivamente la coalizione di centrosinistra. La scelta dell'ex pm mette con le spalle al muro un Pd già diviso. Così, dopo il pantano delle primarie a Napoli dalle quali i democratici sono usciti più a pezzi di prima, l'esponente dell'Idv sferra il colpo decisivo. "E' venuta una grande sollecitazione - spiega De Magistris - affinché potessi rappresentare una sorta di uscita di emergenza democratica". Quel che è certo è che l'asse tra il partito di Di Pietro e Bersani si sta sgretolando.

A Napoli il Pd è allo sbando Non ci sono solo le frizioni legate alla vittoria di Piero Fassino alla corsa per il Comune di Torino. A Napoli la situazione è ben più bollente: i brogli alle primarie hanno portato al congelamento del "vincitore" Andrea Cozzolino. Una scelta lunga e sofferta. Bassolino si era messo di traverso all'invito (piuttosto perentorio) di Bersani a fare un passo indietro. "Ha vinto, deve essere lui il candidato", aveva sentenziato Bassolino. A incancrenire la situazione ci ha pensato il partito "giustizialista" di Di pietro con l'intento (tutt'altro che nascosto) di dare un taglio netto alle politiche targate dal duo Jervolino-Bassolino. Al grido "dobbiamo fermare l'avanzata della destra", l'ex pm ha così tirato fuori dal cilindro magico il nome di De Magistris che oggi ha dato la propria disponibilità in una conversazione con il direttore di Micromega.
De Magistris scioglie le riserve Incalzato da Flores d’Arcais, De Magistris racconta di averci pensato molto e di essersi lasciato convincere dalla "mobilitazione sociale" che gli chiedeva un segno di discontinuità con il Pd. Il dirigente Idv dice di avere in mente "persone dalla schiena dritta" e "un programma partecipato che non cali dall’alto, ma che superi una stagione del centrosinistra e che segni una rottura, un cambiamento per una Napoli con più diritti e più cultura in cui si apra una nuova stagione politica". Insomma, il dado è tratto. E De Magistris non si riaparmia nemmeno l'appello al Pd affinché "non considerino la mia una candidatura di partito".
I timori dei democratici Il Pd non ci sta. Il commissario provinciale Andrea Orlando sa bene che lo strappo rischia di lacerare del tutto la coalizione e, soprattutto, che una retromarcia del Pd potrebbe pesantemente mutare gli equilibri di potere tra i due partiti. Proprio per questo Orlando non lascia spazio alla possibilità di una convergenza del Pd sul nome di De Magistris: "Non sarebbe una convergenza ma un diktat che il Pd dovrebbe subire". Il Pd aveva, infatti, proposto all’Idv di scegliere insieme una personalità al di sopra dei partiti che ricomponesse le divisioni. Secondo Orlando, "la risposta non è stata all’altezza della sfida" dal momento che "mette tutti in una situazione che oggettivamente rompe la coalizione".




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200mila dollari per salvare la fidanzata conosciuta online. Ma lei non esisteva

Corriere della sera


La somma spedita in conti di tutto il mondo. I loro rapporti erano soltanto virtuali e non si erano mai visti

TRUFFA ONLINE

MILANO – Un amore finito male presenta sempre un conto da pagare, e quello saldato da un uomo dell'Illinois è particolarmente oneroso: 200 mila dollari americani spesi per aiutare l'amata. Anzi la presunta amata, visto che la donna era del tutto "virtuale" e non esisteva nella realtà. Una truffa che ha ferito l'uomo nel portafoglio e nei sentimenti.

I FATTI – La coppia si conosce online, circa due anni e mezzo fa. Inizia il corteggiamento e tra mille messaggi, la storia diventa un amore. Virtuale. L'uomo, un 48enne dell'Illinois, non chiede grandi prove dell'identità di questa donna, il cui unico segno reale di esistenza è la scansione inviata via internet di una patente di guida, registrata in Florida. È quanto basta a convincerlo, nei mesi successivi allo scoppio dell'amore, ad aiutare la signora, le cui rocambolesche avventure hanno sempre lo stesso finale: si trova in giro per il mondo a corto di quattrini con cui sanare debiti, salvarsi da brutte avventure. Un totale di 200mila dollari americani inviati dal cinquantenne in ogni angolo del mondo. I suoi bonifici partono dalla cittadina di Naperville, Illinois, verso conti in Gran Bretagna, Stati Uniti, Nigeria, Malesia, come racconta il Naperville Sun. L'uomo non pare stupito dei bisogni continui della donna, né dubita del loro amore e della sua identità.

IL GRAN FINALE – Fino alla scorsa settimana, quando l'americano si decide a contattare la polizia locale per chiedere aiuto. La fidanzata virtuale si trova in un grosso pasticcio, forse rapita, forse in Inghilterra, a Londra, non si hanno più sue notizie e bisogna salvarla. E dal suo racconto partono le indagini, ancora in corso, che svelano subito come dietro all'identità virtuale della donna si celi in verità un ben architettato scam, una truffa online in piena regola, come quelle più conosciute, in cui si adescano possibili finanziatori attraverso messaggi e-mail a far da specchietto. Un destinatario un po' sprovveduto, un conto in banca con tanta liquidità, e lo scam riesce alla perfezione. Lasciando triste, beffato e impoverito l'uomo che vi ha creduto.


Eva Perasso
01 marzo 2011



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Donò seme a coppia lesbica. Ora dovrà pagare il mantenimento del bambino

Corriere della sera


L'uomo però a suo tempo volle pagare le spese per il battesimo del piccolo. E ora la legge gli dà torto



La vicenda di un professore tedesco





MILANO - Voleva fare un gesto di generosità, ma è stato incastrato e probabilmente nei prossimi anni dovrà sborsare tanto denaro. Klaus Schröder, un professore tedesco che vive nella regione del Palatinato, dovrà pagare un assegno di mantenimento a una donna lesbica alla quale cinque anni fa donò il proprio seme per aiutarla ad avere un figlio.
PAPÀ AUSILIARIO - La vicenda ha inizio nel dicembre 2005. Dopo aver letto un annuncio sul giornale nel quale una coppia lesbica raccontava di essere alla ricerca di un donatore di sperma per avere un bambino, il professore cinquantaduenne decise di farsi avanti e offrì il suo seme alle due donne. Dopo la nascita del bambino, Schröder, che non aveva figli, come racconta il quotidiano francese Le Figaro, «giocò il ruolo di papà ausiliario» e almeno una volta al mese si recò a casa della coppia per vedere il piccolo David. Il professore, tra le altre cose, volle pagare le spese per il battesimo del bambino. La sorpresa per l'ingenuo insegnante è arrivata qualche mese fa: l'avvocato della coppia omosessuale ha inviato una lettera al professore nella quale gli chiede la copia della sua dichiarazione dei redditi per stabilire qual è la cifra esatta che Schröder deve pagare per il mantenimento del bambino.

DIRITTO DI FAMIGLIA TEDESCO – Nonostante, al tempo, le due donne avessero dichiarato di non volere alcun aiuto economico, la legge tedesca è dalla loro parte e stabilisce che il padre biologico ha sempre l'obbligo di provvedere economicamente a «suo figlio» finché quest’ultimo è minorenne. Come rivela il tabloid di Amburgo Hamburger Morgenpost, il diritto di famiglia impone al padre biologico di pagare non meno di 270 euro al mese. Le norme teutoniche tendono sempre a tutelare il più debole (in questo caso il piccolo David) e solo nel caso in cui il nuovo partner della mamma decidesse di adottare legalmente il bambino, il padre biologico non avrebbe più obblighi verso il bambino. Il professore ha dichiarato che è disposto ad andare in tribunale per dimostrare le sue ragioni e fare in modo che la sua storia possa modificare «la giurisprudenza». Tuttavia per molti giuristi tedeschi la sua sorte è segnata. Tra l'altro la Costituzione della Germania garantisce a tutti i bambini il diritto di conoscere l'identità del proprio padre e anche le banche dello sperma sono costrette a rivelare sempre l'identità del donatore del seme quando a richiederlo è il figlio biologico.


Francesco Tortora
01 marzo 2011



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Vietò il «bivacco» nei luoghi pubblici: indagato il sindaco di Lampedusa

Corriere della sera


L'ipotesi è istigazione all’odio razziale e abuso di autorità Sotto accusa un'ordinanza contro l'accattonaggio



Bernardino De Rubeis
Bernardino De Rubeis


AGRIGENTO - Finisce sotto accusa l'ordinanza del sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, contro «l’accattonaggio e comportamenti non decorosi», con la quale il primo cittadino impone il divieto di utilizzare i luoghi pubblici «come siti di bivacco e deiezione». La Procura di Agrigento ha iscritto il sindaco nel registro degli indagati per l’ipotesi di reato di istigazione all’odio razziale e abuso di autorità. L’ordinanza «incriminata» sarebbe stata emessa dopo le proteste dei lampedusani sul comportamento dei migranti ospitati nel centro accoglienza dell'isola e liberi di girare per le strade del centro. Le indagini sono state affidate a guardia di finanza e carabinieri.

IL PRECEDENTE - Nel 2009, De Rubeis venne processato dal giudice monocratico di Agrigento per diffusione di idee che incitano alla superiorità razziale perché, in un’intervista pubblicata il 5 settembre 2008, un quotidiano gli aveva attribuito questa affermazione: «Non voglio essere razzista, ma la carne dei negri puzza anche quando è lavata». Lui naturalmente smentì. Il sindaco venne assolto perché «il fatto non sussiste»: non fu dimostrato, infatti, che il primo cittadino avesse pronunciato quella frase. Nel luglio del 2009 De Rubeis venne arrestato perché accusato di concussione e fu sospeso dal suo incarico di sindaco: un mese dopo, liberato, fu reintegrato nel suo mandato.


Ch. Ma.
01 marzo 2011




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Se i bambini giocano a fare i kamikaze

Corriere della sera

 

Il macabro divertimento dei piccoli Pasthun. Allarme di Save the Children

 

Germania: si è dimesso zu Guttenberg

Corriere della sera

 

Il ministro della Difesa lascia: aveva copiato la tesi di dottorato

 

MILANO - Alla fine ha lasciato. Il ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, stella nascente della Cdu si è dimesso a seguito del cosiddetto copygate. La notizia era stata anticipata dall'edizione online della Bild. Il quotidiano precisa che il ministro ha già consegnato le sue dimissioni alla cancelliera Angela Merkel.

 

LA VICENDA - Termina così in maniera drammatica la vicenda nata dalla scoperata che il ministro della difesa aveva copiato gran parte della sua tesi di dottorato. Sulla vicenda era intervenuto di nuovo anche il presidente del Bundestag, il conservatore Norbert Lammert (Cdu), che già nei giorni scorsi era stato critico nei confronti di Guttenberg: il caso, aveva detto lunedì al quotidiano Mitteldeutsche Zeitung, rappresenta un «chiodo nella bara della fiducia nella nostra democrazia». Parole forti, che erano seguite alla pubblicazione di una lettera aperta indirizzata alla Merkel e firmata da circa 23 mila tra accademici, dottorandi e semplici cittadini: nella missiva si criticava la gestione della cancelliera, che fa una «parodia» del dottorato di ricerca. Se fino alla settimana scorsa Guttenberg era stato assediato solo dalle forze politiche d'opposizione, quindi, da oggi la pressione comincia a salire anche all'interno della coalizione di governo.

 

DECISIONE DOLOROSA - «È la decisione più dolorosa della mia vita» ha detto il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, in una breve dichiarazione alla stampa dopo aver rassegnato le dimissioni dall'incarico. «Non si lascia facilmente un incarico che si è svolto con il cuore», ha aggiunto il 39enne Guttenberg nella sede del suo ex ministero, precisando che non si è dimesso per la vicenda in sé, ma perché il peso dello scandalo ricade ora su tutti i militari. Tutti i media focalizzano l'attenzione sulla sua persona e sulla sua tesi di dottorato, ha lamentato l'ormai ex ministro, invece di concentrarsi sui soldati feriti o uccisi in Afghanistan.

Redazione online


01 marzo 2011

L'ennesima promessa di Fini: se Fli perde lascio la politica

Il Tempo


Tour elettorale Ieri è stato intervistato a "Otto e mezzo": "Non mi dimetto, i miei ruoli non sono in conflitto".


Gianfranco Fini Gianfranco Fini giudica, traccia linee nette tra quello che un uomo politico deve e non deve fare, dispensa lezioni di diritto costituzionale. Però non accetta critiche al suo comportamento e lancia l'ennesima promessa: «Se Fli fallisce lascio la politica».

Ieri sera a «Otto e mezzo» su La7 è andata in onda la terza tappa del suo tour tra tv e giornali (giovedì si era fatto intervistare da «Annozero», venerdì da «L'Espresso») durante la quale ha recitato il solito copione: schiaffi a Berlusconi e difesa del suo duplice ruolo di presidente della Camera e capo di un partito. Ruoli per i quali non vede alcuna incompatibilità. «Non credo che mi dimetterò perché non c'è alcun conflitto», ha risposto alla domanda di Lilli Gruber. «La terzietà del presidente della Camera – ha proseguito – va valutata come guida di Montecitorio quando rappresenta le istituzioni».

Comunque, ha avvertito Fini, nessuno immagini di potermi sfiduciare con un raccolta di firme. «Chi è intenzionato a firmarlo – ha detto – sappia che è irricevibile». Diverso l'atteggiamento nei confronti di Berlusconi. Stavolta il presidente della Camera non chiede le sue dimissioni ma lo attacca sul caso Ruby. «Fli è una forza di centrodestra e sul tema della legalità ha uno dei suoi tratti distintivi – è il suo ragionamento – L'articolo 3 della Costituzione per noi è un pilastro: e chi sbaglia paga.

Questa era una posizione di An e ora è la stessa posizione di Fli. Su questo con Berlusconi abbiamo una concezione diversa: lui pensa che essendo eletto dal popolo non può essere sottoposto al processo. Io penso che lui si debba difendere nel processo». Il presidente della Camera glissa invece quando gli viene chiesto come si comporterà Futuro e Libertà se verrà sollevato il conflitto di attribuzione proprio sul processo al premier: «Fli farà quello che ha fatto fino a qui, nella migliore tradizione della destra italiana».

«Sul caso Ruby – ha proseguito – non ci sono precedenti. Sarà una decisione presa alla luce dei regolamenti. Sarà valutata dall'ufficio di presidenza e dalla giunta per il regolamento. E nel caso in cui venga sollevato il conflitto di attribuzione non ci sarà nessun conflitto istituzionale tra la mia figura istituzionale e il mio ruolo politico».

 Sull'accusa di Berlusconi di un patto tra lui e la magistratura il presidente della Camera se la cava con una battuta – «È risibile, andiamo avanti» – promuove a metà il processo breve – «Non mi preoccupa il principio contenuto nel processo breve che è sacrosanto ma mi scandalizza la norma retroattiva che il governo vuole inserirvi» – e apre, in parte, al ritorno dell'immunità: «È insopportabile una concezione della autorizzazione a procedere che garantisca impunità. 

Piuttosto stabiliamo che ci vuole una maggioranza di due terzi per respingere l'autorizzazione». Ma il Cavaliere è sempre nel mirino del presidente della Camera: «Berlusconi si rende conto benissimo che il governo non gode della fiducia della maggioranza degli italiani e cerca di esorcizzare questa situazione, sottolineando quanto sia amato. Se fosse certo del contrario andremmo a votare». E a proposito di possibili elezioni Fini lancia la sua ultima sfida: «Se fallisce il progetto del Fli lascio la politica. Ma sarebbero gli italiani a dirmi di andare a casa. In questa partita politica mi gioco tutto, ma ho fiducia nella capacità degli italiani di valutare la mia scommessa».



Paolo Zappitelli
01/03/2011




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La risposta padana ai fast food A Bergamo apre la "Polenteria"

Quotidiano.net


L'idea è di un 29enne della città che propone il piatto tipico lombardo con condimenti di ogni tipo e persino con la Nutella






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Indagine Openpolis: "In Parlamento lavorano in 50"

Quotidiano.net


Solo un terzo di deputati e senatori si impegna. La critica del premier trova il conforto dei numeri dell’indagine dell’associazione che per due anni ha monitorato i parlamentari


Roma, 1 marzo 2011



"IN PARLAMENTO lavorano solo in 50, massimo 60: gli altri stanno lì a fare pettegolezzzi". Questa volta la convinzione di Berlusconi — ripetuta anche ieri — trova il conforto dei numeri dell’indagine dell’associazione Openpolis che per oltre due anni ha monitorato i parlamentari. Il quadro non è confortante, visto che solo un terzo di loro si impegna, mentre gli altri si rilassano: si va in Aula o in commissione, si vota, quando è il caso, un’interrogazione proprio per far vedere che si esiste e, dopo tre giorni si torna a casa, dagli amici e non dagli elettori. C’è da dire che la classifica di chi lavora e chi no è trasversale.

I PIÙ impegnati sono il senatore Udc D’Alia e il deputato Idv Borghesi, il primo con un indice di produttività (la somma di diversi fattori, tra cui presenze in aula, votazioni, emendamenti, interrogazioni) mostruoso, 1115. Basti pensare che chi lo segue, i Pdl Vizzini e Malan sono a 785 e 726. Indice che alla Camera scende per la maglia rosa Borghesi a 806, superiore di poco a quello di altri deputati, in gran parte Pdl. La classifica degli improduttivi vede al primo posto il deputato Niccolò Ghedini del Pdl, avvocato del premier, e il senatore Sebastiano Burgaretta Aparo del Pd, con indici rispettivamente di 7,23 e 11,33. Nella top ten degli improduttivi figurano anche, tra gli altri, Angelucci e Verdini (Pdl), Tremaglia (Fli) e D’Alema (Pd) alla Camera e Tedesco, Crisafulli, Zavoli (Pd) e Dell’Utri e Ciarrapico (Pdl) al Senato. Per quanto riguarda l’attivismo dei gruppi, i dipietristi si prendono il primo posto in entrambe le Assemblee, seguiti, a Palazzo Madama, da Udc, Pd, Pdl, Fli, Lega e Misto e a Montecitorio da Lega, Udc, Pd, Fli, Pdl e Misto.

CI SONO anche i recordman delle interrogazioni, il senatore Elio Lannutti dell’Idv e Elisabetta Zamparutti, deputato radicale del Pd: 479 e 743. Numeri che sembrano scomparire davanti alla mole di emendamenti presentati da ognuno dei radicali Perduca e Mecacci, attorno ai 13 mila. Spetta a un senatore Pdl, Giorgio Costa, il record dei disegni legge: ne ha proposti 76, anche se solo uno è stato approvato. Non migliore fortuna per Gabriella Carlucci, Pdl, che ha suggerito 95 leggi, ma risultati zero. Ci sono poi gli Stakanov delle presenze alle votazioni: i senatori De Eccher (Pdl) e Valli (Lega) col depuato Pdl Ceroni hanno sfiorato l’en plein col 99,9%. Non altrettanto il senatore Pd Umberto Veronesi (72 % di assenze) e il depuato del Misto Gaglione, oltre il 92%. Tra i ministri Vito risponde quasi sempre alle interrogazioni, con una percentuale al 91%, al contrario della Brambilla (9%).


di Ugo Bonasi




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Nove anni fa l'addio alla lira La generazione che la ignora

Corriere della sera


Gli under 25 non hanno mai usato veramente la moneta

Lo psicologo Legrenzi: «chi non ha nostalgia vive più felice»






MILANO - Ci ha lasciato tra la gratitudine di Ciampi («è stato uno degli strumenti dell'unificazione») e la diffidenza di chi girava con la calcolatrice in tasca per convertire subito i prezzi. Era ieri, nel 2002. Centoquarant'anni di onorata carriera spazzati via da un neonato ambizioso, che sarebbe entrato nei portafogli di diciassette Paesi. Oggi la lira, questa sconosciuta, è vagheggiata solo da collezionisti e nostalgici. Gli euro-nativi, quelli cresciuti con la nuova valuta, non sanno neanche cos'è. Esagerato? Facciamo una prova con Federico Russo, 13 anni, meglio noto in tivù come Mimmo Cesaroni accanto a «papà» Giulio-Claudio Amendola. Cosa sai dirci della lira? «Era una vecchia moneta». Ma non ne hai mai sentito parlare in casa, a scuola, dai nonni? «No, mai sentita nominare».

«Non c'è da stupirsi», tranquillizza Stefano Caselli, professore di Intermediari finanziari alla Bocconi. Dal punto di vista sociale, per lui il paragone più appropriato è lo stesso di Internet. «Oggi convivono tre generazioni. Quelli cresciuti nell'età della pietra, quelli che si sono adattati e i nativi, cioè nati con l'euro, che non riescono neanche a immaginare un mondo senza e non si pongono il problema di come era prima. Avere una generazione di nativi rafforza la globalizzazione ed è anche un elemento di stabilizzazione: chi è cresciuto con la lira contribuisce a distorcere i prezzi, perché paragona due ere che non sono confrontabili; i più giovani invece allontanano l'inflazione perché questi ragionamenti non li fanno».

Ormai quasi più nessuno, anziani esclusi, ricalcola i prezzi in lire. Può capitare sui taxi: «Un tempo andare da Malpensa a Milano costava 70 mila lire e adesso 85 euro...», e di lì a scalare una serie di considerazioni meste sugli stipendi e il caro vita. Ma sono conversazioni vaghe, come dire che le mezze stagioni non ci sono più e che si stava meglio quando si stava peggio.

«Ci siamo abituati all'euro, proprio come si impara a guidare un'auto senza marce o con il volante a destra: dopo un po' nessuno pensa più a come faceva prima - interviene Luigi Campiglio, docente di Politica economica alla Cattolica di Milano -. Per i miei studenti è ancora più semplice, a malapena si ricordano la mancetta in lire che ricevevano dai nonni. Viaggiano di più, in tanti fanno l'Erasmus, e danno per scontata quella che è una grande conquista: potersi spostare senza impedimenti politici e burocratici da un Paese all'altro. Se uno di loro decidesse di andare a lavorare in Francia o in Germania, questa scelta non avrebbe più il sapore dell'immigrazione».

Paolo Legrenzi, professore all'Università Ca' Foscari di Venezia, ha studiato da subito gli effetti psicologici dell'ingresso dell'euro sugli italiani. «Si è trattato di un evento rarissimo nella storia dell'umanità, reso ancora più eccezionale dal fatto che nel resto d'Europa succedeva la stessa cosa. Purtroppo per noi ha coinciso con il periodo di minor crescita economica dal dopoguerra in avanti. Così all'euro è stato imputato l'aumento dei prezzi. I nostalgici non si vogliono ricordare lo scarso potere d'acquisto della lira, le frequenti svalutazioni. I giovani, al contrario, ne hanno una percezione positiva: è la generazione più felice, perché non si pone il problema». Sono gli euro-nativi, da zero a venticinque anni. «Quelli che nove anni fa non avevano un bilancio da gestire. Mentre chi già disponeva di soldi propri ha potuto fare un confronto al momento del passaggio. Adattandosi rapidamente».

Ci è rimasto il detto: sono senza una lira. «Ma ormai anche i nostri consumatori non si lamentano più della vecchia moneta - è il punto di osservazione di Ivano Daelli, Altroconsumo -. Soltanto all'inizio veniva spontaneo dire: questa cosa costa 300 euro, significa seicentomila lire. Adesso le proteste riguardano gli incrementi in percentuale da un anno all'altro, rigorosamente in euro. Il vantaggio più grande è per i giovani: euro e Internet insieme sono diventati uno strumento formidabile per confrontare prezzi, valutare prodotti e servizi, conoscere. Soltanto una fascia residuale fa ancora fatica e riguarda gli anziani». Magari li consolerà sapere che la lira di cui hanno tanta nostalgia non esisterebbe più. Lo spiega bene lo storico dell'economia Pietro Cafaro. «Un tempo si cantava: se potessi avere mille lire al mese... Rivalutate a oggi equivarrebbero a mille euro. Ma la differenza è sostanziale, perché il potere di acquisto è enormemente diverso».


Elvira Serra
01 marzo 2011



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D'Alema castigamatti che scorda i suoi peccati

di Giancarlo Perna



Attacca il Cav per ruby e Gheddafi, però il ruolo di fustigatore gli si ritorce contro: dalla missione Arcobaleno alla sanità pugliese, il suo nome spunta in molti scandali e da ministro degli Esteri passeggiava per Beirut con gli hezbollah



 
Fare il sopracciò è tipico di Massimo D’Alema.Talvol­ta è molto rude. A Ballarò , col direttore Sallusti che osò te­nergli testa, esplose nella ce­lebre invettiva: «Vada a farsi fottere, bugiardo mascalzo­ne ». I modi da lanzichenecco nell’ex capo della diploma­zia stupirono e si cercarono spiegazioni. Ne bastava una: è maleducato di natura. Pre­valse però l’idea della frustra­zione poiché all’epoca (mag­gio 2010) l’ex premier ed ex ministro degli Esteri era un ex in tutto e politicamente nulla. Oggi Max ha lo strapuntino di presidente del Copasir, si­gla da consorzio agrario che indica però il Comitato parla­mentare per la sicurezza del­la Repubblica.

Portato per in­dole a montarsi la testa, il nuovo impiego ha rinfocola­to in Max il connaturato com­plesso di superiorità. Si è au­toproclamato Lord Protetto­re del Paese contro il Berlu­sca e fa la mosca zèzè sulla pelle del tiranno. Dopo il caso Ruby ha prete­so che il Cav comparisse al Copasir per giustificare i festi­ni. Che c’entra la sicurezza nazionale, direte voi? Non c’entra, è solo ipocrisia. Max ha dato a intendere che si pre­occupava per l’incolumità del Berlusca - lui che lo anni­chilirebbe all’istante se gli ga­rantissero l’impunità­ messa a rischio dalla sua dissennata condotta. In realtà voleva so­lo emulare i magistrati dan­do in pasto al pubblico la vita privata del Mostro.

Il Cav, che non è scemo, manco gli ha risposto. Allora, D’Alema si è impancato sui fatti di Li­bia e ha accusato il Berlusca di avere fatto lo stuoino di Gheddafi. Al tempo, Max. Questo potremmo dirlo io o i lettori. Ma tu- scusi, presiden­te, la confidenza - che da mi­nistro degli Esteri te ne anda­vi a braccetto per Beirut col capo di Hezbollah, devi stare zitto e mosca. Tanto più che il Cav,lisciando illibico,favori­va l’interesse nazionale men­tre tu col libanese facevi solo il fighetto con gli antisionisti. E poi credi davvero di essere in condizioni di salire in catte­dra? Da anni ti infili in situa­zioni imbarazzanti e poi fingi di cadere dal pero e non sape­re nulla.

Ora ti rinfresco la me­moria. In queste ore, sei coinvolto nello scandalo sanità in Pu­glia. Il tuo stretto amico, ex as­sessore regionale alla Sanità, ora senatore pd, Alberto Te­desco, rischia il carcere e tu le stai provando tutte per sot­trarlo, via immunità parla­mentare. È in gioco la tua lea­dership pugliese. Inoltre,l’im­prenditore sanitario, Gianpa­olo Tarantini, che sembrava solo un commensale bunga bunga del Cav, appare sem­pre più uno dei tuoi. Tu smen­tisci, ma lui è un fiume in pie­na. Dice che andavate insie­me per mare, che avete amici­zie comuni e che ha fatto per te cenone elettorale in cui ti sei strafogato. Insomma, pa­re che tu, sulla malfamata sa­nità pugliese, la sappia lun­ga.

Garze e bisturi sono una tua antica passione. Ricordi quando nel 1985 prendesti soldi di straforo da Francesco Cavallari, il Tarantini del­l’epoca? Durante una cenet­ta intima ti infilò in tasca ven­ti milioni. Si seppe solo dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alber­to Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati - che ormai non ti poteva persegui­re per sopravvenuta amnistia - elogiò le tue «leali dichiara­zioni ». Carino da parte sua che, carineria per carineria, un paio di anni dopo divenne senatore del Pds. Ne hai un’altra sul groppo­ne che sembra analoga: la pa­r­adossale Missione Arcobale­no del 1999. Eri a Palazzo Chi­gi­e dichiarasti guerra alla Ser­bia, la sola alla quale l’Italia abbia partecipato dopo il 1945: anche questo hai sulla coscienza. I bombardamenti in Kosovo, provocarono un mare di profughi.

Poi, da tipi­co coccodrillo, hai cercato di risarcirli con un caravanser­raglio di aiuti - l’operazione Arcobaleno, appunto- che in breve si rivelò una fonte di ru­berie, stando almeno al pm barese, Michele Emiliano. Ti indignasti da par tuo: «Scan­dalo inventato. Manovre da bassa cucina». Ma il pm arre­stava a frotte i tuoi amici e so­dali, i compagni della Cgil, ecc. Poi, di colpo, Emiliano la­sciò l’inchiesta per candidar­si sindaco di Bari. Nel 2004, fu eletto alla testa di una coali­zione di sinistra che faceva ca­po a te. Devi davvero avere un grande appeal sui magi­­strati, Max caro. E non solo sui due pm citati. Infatti, so­no trascorsi 12 anni e non c’è stata una sola udienza del processo.

Ancora uno sforzet­to e si prescriverà. Pensa la rabbia del Cav che - ignoran­do la tua ricetta - in due mesi e mezzo è stato impacchetta­to e rinviato a giudizio su Ru­by. Poi c’è la fantastica storia della scalata Telecom da par­te dei «padani», Colaninno ­il cui rampollo è con te in Par­lamento - e soci. Eri premier e ti innamorasti subito di que­sti «capitani coraggiosi». Per favorire il loro arrembaggio impedisti all’allora (e oggi di nuovo) ad, Bernabè, di tenta­re contromosse. Ricordi? Fa­cesti mancare il numero lega­le alla riunione da lui voluta ingiungendo a Tesoro e Bankitalia di non partecipa­re. Mario Draghi, che allora era al ministero, rimase incre­dulo e pretese da te un ordine scritto.

Lo ebbe. Il noto Gui­do Rossi (uno della tua par­rocchia), per stigmatizzare l’ingerenza,coniò un’immor­tale definizione del tuo pre­mierato: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Ovvia­mente, si malignò di torna­conti ma, restarono voci, e la cosa finì lì. Telecom non fu mai più quella di prima ed è tuttora sommersa da una montagna di debiti. Suvvia, confessa, Max: hai naso per gli affari, tu. Lustri fa, avevi la casa di un ente e pagavi un’inezia. «Sono a equo canone perché do metà dell’indennità parlamentare al partito», dicevi. Ti restava­no comunque sei milioni e uno lo spendevi per l’affitto: un sesto delle entrate, un'ine­zia rispetto alla media nazio­nale.

E tu, faccia di bronzo, osavi anche lamentarti? Hai pianto miseria pure quando ti sei comprato la seconda barca, l’Icaro II, 18 metri. Pri­ma hai detto che era in com­proprietà. Poi che avevi fatto il mutuo. Poi che avevi eredi­tato. Infine che avevi avuto lo sconto. Il gioco delle tre car­te. Vuoi sapere tutto dei tuoi avversari ma, quando le cose riguardano te, cambi metro. Come quando hai urlato al te­lefono con Consorte, «facci sognare, vai» e poi ti sei fatto dare l’immunità dal Parla­mento Ue per evitare l’uso le­gale della registrazione. Rim­proveri al Cav di «difendersi dai processi anziché nel pro­cesso »e poi seiil primo a rifu­giarti nell’impunità? Ti fai ca­scare il baffo se si parla di re­golare le intercettazioni e poi ricorri al trucco per azzerare la tua? Max, fallo per pudore: taci.



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Gli arabi sono pronti per la democrazia? Il dibattito è aperto

di Redazione




Mentre cadono i regimi, si fa sempre più pressante il dubbio se le loro culture siano in grado di gestire il cambiamento.





 
La Libia brucia, ma è solo l’ultimo dei Paesi affacciati sul Mediterraneo che hanno dichiarato guerra ai loro dittatori. Prima della Libia è scoppiata la rivolta in Tunisia, in Egitto, ci sono proteste nello Yemen, in Algeria, soffia vento di ribellione anche in altre zone del Medio Oriente. Tutti chiedono la stessa cosa: libertà, vogliono vedere i loro leader lasciare il potere. «Ma sono pronti questi popoli alla democrazia? È questa la domanda che si pone il famoso giornalista americano, Nicholas Kristof, già vincitore di due premi Pulitzer, dalle autorevoli pagine dell’International Herald Tribune. Il dibattito è aperto. Da un lato ci sono popoli che scendono in piazza a chiedere più diritti, dall’altra la paura che non siano ancora maturi per gestire la democrazia. «È pronto il popolo arabo a smentire finalmente lo stereotipo per cui arabi, cinesi e africani sono incompatibili con la democrazia?», si interroga Kristof. La sua risposta è affermativa. «Non dite a questa gente che non sono pronti, perché loro stanno morendo per questo». Ma la discussione è aperta.






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Morta l'attrice Annie Girardot

Corriere della sera

Si è spenta a Parigi a 79 anni. In Italia si era fatta conoscere per «Rocco e i suoi fratelli»


MILANO - L'attrice francese Annie Girardot, figura di spicco del cinema transalpino soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, è morta oggi all'ospedale Lariboisière di Parigi a 79 anni. L'annuncio è stato dato all'agenzia Afp dalla figlia minore Lola Vogel.

AMORE E DOLORE SUL SET - Nella sua carriera ha preso parte ad almeno un centinaio di film e in Italia si è fatta conoscere nel 1960 per il ruolo della prostituta in «Rocco e i suoi fratelli» di Luchino Visconti. Sul set conosce Renato Salvatori che poi due anni più tardi diventerà suo marito e le darà una figlia (i due poi si separeranno). Nel 2008 venne diffusa la notizia della sua malattia, l'Alzheimer. E della lotta al morbo la Girardot era diventata il simbolo, grazie ad un documentario, firmato dal regista Nicolas Beaulieu, trasmesso nel 2008 che ha raccontato otto mesi della vita dell'attrice tra momenti di lucidità e assenze.

Annie Girardot, una vita sul set

LA CARRIERA - Nata il 25 ottobre 1931 a Parigi, Annie Girardot debutta sul grande schermo nel 1955. Dopo qualche film commerciale arriva il successo proprio con «Rocco e i suoi fratelli». Nel 2002 viene premiata con il premio César per la migliore attrice non protagonista per il suo ruolo nel film «La pianista» di Michael Haneke, con il quale collaborerà di nuovo quattro anni dopo in «Niente da nascondere». Tra gòo i suoi film si ricordano, tra l'altro, «I compagni» (1963) di Monicelli, «La donna scimmia» (1964) di Ferreri, «Vivere per vivere» (1967) di Lelouch e «Metti una sera a cena» (1969) di Patroni Griffi.


L'AUTOBIOGRAFIA - Nel 2003, forse sentendo l'urgenza di afferrare i ricordi prima che scomparissero, l'attrice aveva pubblicato una appassionante biografia, «Partir, revenir», partire, tornare. Poi Giulia, la figlia nata dall'amore con Salvatori, rivelò il dramma nel libro «La Memoire de ma mère», la memoria di mia madre.

Redazione Online
28 febbraio 2011

Valanga artificiale in Russia

Corriere della sera

Spettacolare distacco di neve a Cheget

Nel palazzo di Totò si spaccia marijuana

Corriere del mezzogiorno


Al civico 109 del rione Sanità, dove nacque il principe della risata, coniugi ventenni vendevano droga



Via Santa Maria Antesaecula
Via Santa Maria Antesaecula


NAPOLI - Chissà cosa avrebbe pensato il principe della risata Antonio De Curtis, in arte Totò, se avesse saputo che nel palazzo dove («signore») nacque, nel quartiere Sanità di Napoli, si nascondeva una base di spaccio di droga.
Al civico 109 di via Santa Maria Antesecula, proprio nel palazzo che diede i natali a Totò, la polizia ha infatti scoperto una vera e propria base di spaccio gestita da una coppia di coniugi. A finire in manette Giovanni Quagliozzi, 27 anni, e Rita Aprea, 23 anni, per la quale sono stati disposti i domiciliari visto che è anche mamma di una bimba di 19 mesi.
Dopo una perquisizione domiciliare, i coniugi, alla vista della polizia, hanno tentato di disfarsi di due grosse buste, contenenti oltre 2 chili di marijuana, lanciandole da una finestra. All’interno dell’abitazione, invece, i poliziotti hanno sequestrato nove piante fresche, di oltre un metro di altezza, e sostanza vegetale, risultata essere sempre marijuana.



Redazione online
28 febbraio 2011




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Morta Jane Russell, bomba sexy del cinema anni '40-'50

Corriere della sera

Insieme a Marilyn Monroe interpretò «Gli uomini preferiscono le bionde»



MILANO - Il mio corpo ti scalderà, Gli uomini preferiscono le bionde. I titoli dicono tutto della carriera di Jane Russell. L'attrice americana, bomba sexy del cinema hollywoodiano a cavallo degli anni Quaranta-Cinquanta, è morta all'età di 89 anni per una crisi respiratoria nella sua abitazione a Santa Maria, in California. Fu lanciata dal regista Howard Hughes, che la scoprì come assistente del suo dentista (un'igienista dentale dei suoi tempi) e la volle come protagonista di Il mio corpo ti scalderà, del 1943, in cui interpretava la supersexy amante del bandito Billy the Kid. Il film era così audace che negli Usa ebbe problemi di censura e venne distribuito solo due anni dopo e in Italia nel 1949 tagliato di oltre dieci minuti. Durante la seconda guerra mondiale, insieme a Lana Turner, Rita Hayworth e Betty Grable fu una pin-up: le ragazze di cui i soldati americani attacavano le foto e i poster sulle carlinghe degli aerei.

Jane Russell sexybomb

CARRIERA - Negli anni Cinquanta recitò con Robert Mitchum in Il suo tipo di donna (1951) e L'avventurriero di Macao (1952). Il grande successo arrivò però insieme a Marilyn Monroe in Gli uomini preferiscono le bionde (1953), commedia musicale ambientata a Parigi negli anni Venti. Fu poi con Frank Sinatra in Questi dannati quattrini e Clark Gable nel western Gli implacabili (1955) e Un re per quattro regine (1956). Un altro successo fu Femmina ribelle (1957). Indimenticabile una sua battuta in Gli uomini preferiscono le bionde: «Nessuno controlla il controllore», risponde a chi la riprendeva mentre usciva gli atleti della squadra olimpica americana sul transatlantico che la portava a Parigi, al posto di svolgere il compito di controllore della Monroe come le aveva pregato di fare il fidanzato di Marilyn.

Redazione online
01 marzo 2011