giovedì 3 marzo 2011

Il bluff della petizione di Bersani Il Cav firma contro... se stesso






Il segretario del Pd gongola dicendo di aver raccolto più di dieci milioni di firme. Ma sul sito ufficiale del Pd c'è scritto un milione e non c'è nessun controllo sulla veridicità dei dati forniti da chi partecipa. Noi abbiamo fatto la prova...


Il Pd ha raggiunto "l’obiettivo" di 10 milioni di firme di italiani che chiedono le dimissioni di Silvio Berlusconi e comincerà a consegnarle il prossimo 8 marzo. Parola di segretario del Pd. E' così fiero della crociata Pierluigi Bersani da annunciarlo gongolante in una conferenza stampa alla Camera. L’iniziativa ha avuto "un successo incredibile, anche agli occhi di chi, come noi, sono anni che organizza gazebo. In quattro settimane abbiamo allestito 20mila gazebo in tutta Italia, abbiamo inviato 4 milioni di moduli ad altrettante famiglie italiane, abbiamo raccolto le firme on-line e continueremo ancora durante il prossimo fine-settimana".

La gaffe del sito Ma a sciorinare tutti questi numeri, c'è il rischio di confondersi. E così pare sia successo. Il trionfalismo di Bersani stona fortemente con quanto viene visualizzato sul sito ufficiale del Pd. In basso a destra, infatti, il proclama recita: "Abbiamo già raccolto 1.082.076 firme". Ma a scanso di daltonismo, riguardando meglio a quel numero manca uno zero per arrivare a confermare gli annunci festanti di Bersani. Un errore di stampa o un lapsus freudiano? Tra un milione e rotti e più di dieci milioni intercorre una differenza non da poco. Ma c'è da scommettere che il Pd respingerà le accuse al mittente, affermando magari che quel numero si riferisca solo ai firmatari on line.

Nomi illustri Sarà pure, ma sfogliando la lista dei firmatari della petizionesi scoprono nomi illustri: Fidel Castro, Gheddafi, Moana Pozzi, Himmler, Wojtyla, Vittorio Emanuele di Savoia, Giuseppe Garibaldi e lo stesso Berlusconi, desideroso di aiutare Bersani nell'intento di farlo dimettere. Cliccando sull'invito a vergare le dimissioni del premier si scopre poi una totale assenza di controlli.

La prova Abbiamo provato a firmare l'appello anche noi, naturalmente con un nome inventato, convinti che ci venisse subito bloccato l'accesso o richiesto un documento di riconoscimento. Niente di tutto questo, anzi la risposta è stata: "Grazie per aver aderito". E come per magia, dopo qualche secondo, il nostro falso nome "Francesco Pingitorre", di Aosta, compare nella lista dei firmatari. Insomma, nessuno controlla la veridicità dei dati. Poi c'è la possibilità di scaricare il modulo, stamparlo e firmarlo. Ma lo stesso utente può benissimo scaricare quanti moduli vuole, tanto non è richiesto altro che nome, cognome, città, indirizzo e mail. Nessun documento di identità.

Pochi iscritti Ma la campagna del Pd ha voluto fare le cose in grandi. E dunque è possibile anche invitare altri amici tramite internet o firmare addirittura via Facebook.  Sulla pagina ufficiale del Pd "Berlusconi dimettiti" hanno dato la certezza di partecipare solo 11 persone, 86 non hanno ancora deciso. Peccato che la pagina si riferisse alla raccolta già passata del 28 febbraio. Nell'altra pagina Facebook dedicata alle dimissioni di Berlusconi, i membri registrati sono 40 mila, ben lontani dai numeri di Bersani.

I banchetti Sul capitolo dei banchetti per la raccolta di firme, permangono poi gli stessi dubbi di cui, non solo noi, ma anche testate non certo berlusconiane, avevano lamentato settimane fa. Per esempio, passando vicino a uno di questi banchetti, a Milano al mercato di via Ardissone, angolo via McMahon, non è stato difficile ascoltare l'invito dei promotori dell'iniziativa rivolto a due egiziani. Perché, come dire, tutte le firme fan buon brodo. E così, dopo le file di cinesi alle primarie di Napoli, non stupirebbe che se ne aggiungessero altre di persone inventate o di extracomunitari. Nell'attesa che arrivi l'8 marzo, rimane la curiosità di visionare queste fantomatiche "milionate di firme". Una curiosità tutta nostra, visto che le altre testate non hanno menzionato il successone di Bersani nemmeno in un trafiletto...        
     




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L'addio al capitano Ranzani «alpino dallo sguardo sorridente»

Corriere della sera


ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha accolto la salma del capitano del 5° Reggimento Alpini di Vipiteno Massimo Ranzani nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, dove si sono celebrate le esequie solenni del militare caduto a Herat, in Afghanistan, lo scorso 28 febbraio. Alla cerimonia hanno preso parte le più alte cariche dello Stato: oltre a Napolitano anche i presidenti di Camera e Senato Fini e Schifani e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In mattinata centinaia di persone sono arrivate per rendere omaggio al capitano del 5° Reggimento Alpini di Vipiteno.

I funerali del capitano Massimo Ranzani


ESEQUIE SOLENNI - Ad accogliere la salma del militare ucciso e i genitori, sul sagrato della Basilica in piazza della Repubblica, schierati uomini in rappresentanza di tutte le Forze Armate. Il governo è rappresentato, oltre che dal premier, anche dal ministro della Difesa La Russa, dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e dai ministri Giulio Tremonti, Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Altero Matteoli. In basilica anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il governatore del Veneto Luca Zaia, oltre ai vertici militari. Preceduta dalla corona d'alloro del presidente della Repubblica e dal cuscino con sopra il cappello d'alpino e la sciabola, la bara avvolta nel tricolore del capitano Massimo Ranzani è stata poi portata a spalle dai suoi commilitoni fuori dalla basilica di Santa Maria degli Angeli, salutata da un applauso e dal canto «Nostra signora delle nevi» intonato dagli Alpini. Dietro al feretro dell’alpino i genitori, il padre Mario e la madre Ione, entrambi abbracciati e consolati da Napolitano e Berlusconi.


«SEMINAVA SPERANZA» - «Signor presidente della Repubblica grazie di cuore per la sua paterna vicinanza ai nostri giovani militari e alle loro famiglie». Così monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l'Italia, durante l'omelia nel corso dei funerali. «Agli amici- aggiunge- Massimo confidava che per costruire la pace bisogna guardare gli occhi dei bambini, leggervi dentro il sogno di cose belle e nuove perché non ci sono bambini italiani, afghani o di altri paesi ci sono solo bambini». Poi sottolinea che «Massimo è stato un instancabile seminatore di speranza dinanzi allo straniero, al prigioniero, al nudo, all'affamato. Sperare, per Massimo, significava credere nell'impossibile». Massimo era «un alpino dallo sguardo sorridente ed è stato colpito durante un'operazione di assistenza medica, dopo aver distribuito vestiti». «Da buon cristiano Massimo, cresciuto tra gli scout della sua parrocchia, che giurano fedeltà a Dio e alla patria - ha aggiunto - sapeva che la pace esige il lavoro più eroico, il sacrificio più difficile, perché la pace esige un eroismo più grande della guerra, una maggiore fedeltà alla verità e alla pace». Infine, monsignor Pelvi ha sottolineato che «le nostre missioni internazionali ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono. Troppo spesso siamo tentati di nasconderci dietro affermazioni del tipo "non è compito mio", "ne vale la pena?", "non ne sono capace". Il sacrifico di Massimo e dei nostri militari ci impegna a riaffermare quell'amore sociale, norma suprema e vitale di ogni persona umana».

RITORNO A CASA - Il feretro di Massimo Ranzani ora può tornare nella sua Occhiobello. Dopo le esequie solenni la bara avvolta nel Tricolore è stata salutata dalle massime cariche dello Stato e delle forze armate, per fare ritorno nel paese in provincia di Rovigo. Qui sarà allestita giovedì la camera ardente nella sala consiliare del Comune. I funerali privati del tenente saranno celebrati venerdì nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Occhiobello.

CAMERA ARDENTE - Dopo l'autopsia svolta all'Istituto di medicina legale al Verano, la salma di Ranzani è giunta intorno alle nove di giovedì al Policlinico Militare «Celio» in Roma, dove è stata allestita la camera ardente, aperta delle 9 alle 10.30. La salma dell'ufficiale era rientrata mercoledì all'aeroporto militare di Ciampino alla presenza dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Una mesta cerimonia aveva accolto la bara sotto la pioggia, nello scalo alle porte della Capitale. A nome del governo era presente anche il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta. Per il comune di Roma, il sindaco Gianni Alemanno. Un plotone interforze aveva poi reso gli onori militari. Il feretro, avvolto nel Tricolore, era stato fatto scendere a spalla da sei alpini e quindi era stato trasferito all'Istituto di Medicina Legale per l'autopsia. Gli altri quattro militari colpiti con Ranzani nell'attacco al «Lince» in Afghanistan sono gravi ma non in pericolo di vita.


Redazione online
03 marzo 2011

In Svizzera più controlli ai valichi italiani

Corriere della sera


Posti fissi di polizia pure di notte. In nome della sicurezza. E della salvaguardia dei posti di lavoro. Verso le elezioni cantonali il Ticino si gioca la carta anti-italiana



LUGANO – Il muro in cemento armato che la Lega dei Ticinesi proponeva di costruire lungo il confine con la Lombardia – ad imitazione di quello che separa Israele e Palestina – sarà al massimo una muraglia umana: lungo il confine tra Italia e Svizzera verranno moltiplicate pattuglie e posti fissi di polizia (anche di notte) nonostante la Confederazione Elvetica abbia ormai abbracciato il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone.

SPAURACCHIO ITALIA - La misura annunciata il 2 marzo dalla polizia cantonale può essere letta in due modi: da un lato è una risposta ad una escalation di reati, rapine soprattutto, che nell’ultimo mese ha investito il Canton Ticino e dall’altro è la spia di un clima che va montando a Lugano e dintorni con l’avvicinarsi delle elezioni cantonali. La consultazione che avrà luogo il 10 aprile prossimo si giocherà anche sul tema dei rapporti con l’Italia e sullo spauracchio che dalla Lombardia possano arrivare nuove ondate di lavoratori a basso costo ma anche di malviventi che derubano banche e negozi lungo il confine e poi si rifugiano al di qua del confine grazie a controlli di frontiera divenuti più morbidi.



CAMPAGNA ANTI... - Alcuni mesi fa aveva fatto scalpore proprio una campagna politica a suon di cartelloni che equiparava lavoratori italiani e banditi a famelici ratti all’assalto per formaggio elvetico. Promotore di quella campagna era stata l’Udc, partito dell’ultradestra svizzera, da sempre contrario alla rottura dello storico isolazionismo di Berna. «Ci avevano accusato di essere rozzi e xenofobi ma vedo adesso che i temi da noi sollevati sono in primo piano nell’agenda politica», dice soddisfatto Pierre Rusconi, leader dell’Udc in Canton Ticino. Difficile dargli torto. Il più roboante di tutti è stato Giuliano Bignasca, fondatore della lega dei Ticinesi, che due settimane fa aveva proposto di innalzare un muro alto quattro metri lungo il confine delle province di Varese e Como. Sparata demagogica e inattuabile, con tutta evidenza, ma che aveva lo scopo di blandire l’elettorato più spaventato dal vicinato italiano.
DUMPING SALARIALE - Un timore che non sembra appannaggio solo dei partiti di destra: anche Saverio Lurati, sindacalista e deputato cantonale socialista, negli ultimi tempi ha denunciato l’accrescersi del dumping salariale, vale a dire l’assunzione da parte di ditte svizzere di manodopera proveniente dall’Italia che accetta stipendi mensili anche inferiori ai 3000 franchi (circa 2000 euro), una busta paga con la quale non si sopravvive in Ticino. Un fenomeno anche numericamente rilevante se è vero che, in barba alla crisi, il numero dei lavoratori frontalieri è aumentato del 4,6% in un anno. Come visto, oltre alla paura di vedersi sottratti posti di lavoro, l’altro timore che agita gli umori elettorali è quello della criminalità. Anche in questo caso il timore è trasversale: non solo la destra lo ha cavalcato ma anche esponenti di una formazione moderata come il Ppd hanno sollecitato il rafforzamento dei controlli alla frontiera. Controlli, come visto, che scatteranno a partire dai prossimi giorni. L’esito della consultazione, del resto, è incerto: la Lega dei Ticinesi è il partito di maggioranza relativa in Ticino, ma nei sondaggi è tallonato da vicino dal Ppd. L’Udc, che pur essendo a sua volta la formazione maggioritaria in Svizzera ha sempre raccolto poco nei territori di lingua italiana, ha stretto un patto elettorale con i leghisti. Come dire che il fronte più ostile all’Italia potrebbe uscire rafforzato dalle urne del 10 aprile.



Claudio Del Frate
03 marzo 2011




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Uscì dal carcere perché obeso e malato Rischia di tornare dentro. «È tortura»

Corriere del Mezzogiorno



Il 47enne ai domiciliari è arrivato a pesare 318 chili
Le sue foto su un blog per far conoscere la sua condizione



Una delle foto choc del sito
Una delle foto choc del sito

NAPOLI - È arrivato a pesare 318 chili Aristide Angelillo, il detenuto napoletano obeso e gravemente malato a cui, per il suo stato incompatibile con il carcere, nel 2006 fu concessa la detenzione domiciliare. Oggi, per un cavillo burocratico, rischia di tornare in cella. Per protesta e far conoscere la sua tragica condizione ha scelto di pubblicare le foto del suo corpo nudo sul suo blog detenutobeso.myblog.it «Angelillo ha passato in carcere molti anni in condizioni disumane, costretto a dormire seduto, altrimenti sarebbe morto soffocato, e a fare i bisogni sul pavimento perché il bagno della cella era troppo piccolo» racconta Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione "Antigone", che si batte per i diritti dei detenuti nelle carceri. «Oggi scadono i termini della detenzione domiciliare e per un disguido burocratico - aggiunge Gonnella - non è stata ancora fissata l’udienza di conferma dei domiciliari. Angelillo, dunque rischia di dover tornare in cella ed è pazzesco che un tragico disguido di burocrazia giudiziaria possa arrivare ad infliggere una sanzione carceraria che in questo caso tanto somiglia ad una tortura». Inoltre, conclude Gonnella «anche nell’ipotesi in cui Angelillo non finisca in carcere sarebbe necessario che i giudici gli consentano di poter essere curato in un’apposita struttura ospedaliera».

L'UOMO - Aristide Angelillo, 47 anni, è entrato in carcere quando pesava 190 chili per scontare una condanna a sei anni per una vicenda legata alla droga. Ma su di lui pende una seconda pena a undici anni, con l’accusa, sempre negata da Angelillo, di avere confezionato un pacco bomba esploso nel 2004 negli uffici della questura di Perugia.

03 marzo 2011




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Iervolino perde la testa e il Comune di Napoli: cancellerò i vermiciattoli





Il giorno dopo lo scioglimento del consiglio comunale il sindaco passa agli insulti e allo "scarica barile": "Voglio cancellare i tanti vermiciattoli che ho conosciuto"


Napoli - La Iervolino perde Napoli e anche la testa. Il giorno dopo lo scioglimento del consiglio comunale è la volta degli insulti e dello scarica barile. Rosa Russo Iervolino, dopo la fine anticipata di circa due mesi del suo secondo mandato di sindaco, ne racconta luci e ombre. "Ci sono stati alcuni errori nella scelta degli assessori e sapete a chi mi riferisco - dice, alludendo a Roberto De Masi, che diventato consigliere è passato in Fli e ha firmato le dimissioni - sono contenta di aver sempre istintivamente preferito la Napoli popolare alla Napoli borghese. Se mi invitano a San Giovanni a Teduccio mi sento tra la mia gente. Probabilmente avrei dovuto andare dal parrucchiere una volta di più e nei salotti bene". A chi chiede quale sarà l’ultimo pensiero per Palazzo San Giacomo, il sindaco risponde di voler "cancellare i tanti vermiciattoli che ho conosciuto da queste parti. E preferisco ricordare - dice - le tantissime persone che mi hanno circondato di affetto e che hanno fatto le nozze con i fichi secchi".
Prende le distanze dalla primarie "Non abbiamo sottovalutato nulla - spiega - essendo politico di lungo corso, la puzza si sentiva arrivare nelle commissioni, nelle riunioni dei capigruppo, nel consiglio comunale. Anche la mozione di sfiducia era un modo per discutere". Per Iervolino le ultime vicende interne al suo partito, il Pd, con le primarie napoletane ’congelatè per accuse di brogli e nessun candidato ancora scelto, non possono essere collegate alla sua vicenda. "Non abbiamo dato uno spettacolo bello, ma legare ciò è una commistione scorrettissima. Proprio in un momento in cui stava nascendo un candidato buono e forte", dice, alludendo a Mario Morcone. 
Scarica barile Unico rimpianto, "non aver lavorato con un consiglio comunale diverso, avremmo potuto fare mille cose invece dei giochetti sul numero legale a metà seduta". E qui un nuovo affondo: "per uno scansafatiche in più o in meno, non si manda la terza città d’Italia in ginocchio. Se si dovesse applicare questo principio in Parlamento, Berlusconi sarebbe a casa da tempo". Napoli è, cita Goethe, "angeli e diavoli. Lo sforzo è di fare più angeli e meno diavoli". Quanto al Pd, "si è comportato con grande linearità e incisività". Ringrazia Prodi che l’ha chiamata e Bersani. "Gli ho detto - rivela - potremmo ora fare una campagna più appassionata e libera da pensieri".



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Libia, Gheddafi bombarda Brega

Corriere della sera

Nel mirino il terminal petrolifero della città «ribelle» che ieri aveva respinto le milizie governative


MILANO - Un aereo da guerra ha bombardato giovedì il terminal petrolifero di Brega, la città libica orientale dove ieri gli insorti hanno respinto un attacco aereo e di terra delle truppe fedeli di Gheddafi. Lo riferiscono testimoni. La notizia si è diffusa velocemente. I ribelli libici stanno facendo rotta in massa verso Brega per rafforzare le loro posizioni prima di un eventuale attacco delle truppe del rais. «Le forze di Gheddafi preparano un nuovo attacco», ha dichiarato Mahmoud al-Fakhri, uno degli insorti che ha lasciato Ajdabiya per recarsi a Brega. Secondo quanto riferito dalla stessa fonte, i dintorni della città sono stati fatti oggetto di nuovi raid aerei mercoledì sera. Negli scontri che hanno avuto luogo nelle ultime 24 ore, almeno dieci persone sono morte. Mercoledì sera, però, l'opposizione aveva fatto sapere di avere respinto l'offensiva dei militari fedeli a Gheddafi e di avere il pieno controllo della città. Tutto questo mentre le tre navi da guerra Usa che hanno attraversato mercoledì il Canale di Suez, sono ora a 50 miglia al largo della costa libica e circa 400 marines sono arrivati nella base americana di Souda Bay a Creta, pronti a imbarcarsi a bordo delle unità da guerra Kearsage e Ponce che dovrebbero attraccare sull'isola greca nelle prossime ore. Il sottosegretario al dipartimento di Stato Philip Gordon, che si è incontrato ad Atene con il ministro degli Esteri Dimitri Droutsas, ha escluso che sia in fase di preparazione un'operazione militare contro la Libia. Gordon ha detto che «stiamo semplicemente preparandoci a far fronte a tutte le eventualità».


APERTURA INCHIESTA - Il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta per crimini contro l'umanità in Libia. Intanto è diventato operativo il blocco dei beni dei sei principali componenti della famiglia Gheddafi e di 20 stretti collaboratori del regime libico. Il regolamento Ue che dispone il congelamento di tutti i fondi e le risorse economiche di queste 26 persone è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale dell'Ue ed è entrato immediatamente in vigore.
 GLI INTERVENTI DIPLOMATICI - Nel frattempo, però, non si interrompono i tentativi di una ricomposizione diplomatica della situazione. Gheddafi, secondo la tv araba Al Jazeera, si sarebbe detto favorevole al piano di pace proposto mercoledì dal presidente venezuelano, Hugo Chavez. Nel corso di un colloquio telefonico tra i due leader, Chavez ha proposto di creare una missione internazionale formata da Paesi amici per mediare tra i dirigenti libici e ribelli. Proposta che non piace allo schieramento anti-regime: «Respingiamo con forza la proposta di pace avanzata da Chavez» ha affermato l'ex ministro della Giustizia libico e attuale leader dell'opposizione, Mustafa Abdel Jalil, in un'intervista ad Al Jazeera. «Non accetteremo la proposta di mediazione dei venezuelani - ha affermato - perché vogliamo la caduta di Muammar Gheddafi e del suo regime». L'ex ministro ha quindi chiesto «alla comunità internazionale il riconoscimento del Consiglio nazionale fondato nei giorni scorsi a Bengasi come rappresentante della volontà del popolo libico. Siamo già in contatto con la Lega Araba e con le diplomazie di diversi Paesi per ottenere questo riconoscimento».

Redazione online
03 marzo 2011

Trentuno consiglieri dell'opposizione presentano le dimissioni: è scioglimento

Corriere del mezzogiorno

Cade il sindaco Iervolino che non ha più la maggioranza in Consiglio comunale: a giorni il commissario


NAPOLI - Trentuno consiglieri comunali dell'opposizione hanno presentato la lettera di dimissioni. Un'iniziativa rende superflua la mozione di sfiducia - presentata mercoledì mattina - dal centrodestra, e che sarebbe stata discussa nei prossimi giorni. In pratica si avviano le procedure per il commissariamento del Comune di Napoli e per l'uscita di scena del sindaco Rosa Russo Iervolino in sella dal marzo 2001 (a cui resta, tuttavia, la soddisfazione di aver battuto ogni record di longevità istituzionale a Palazzo San Giacomo). Addio Rosetta: si aprono le porte del municipio al commissario prefettizio.

LA SFIDUCIA - In mattinata il centrodestra aveva raccolto firme (una trentina) in calce alla mozione di sfiducia. Un documento che doveva essere discusso, in base a quanto previsto dal regolamento, non prima di 10 giorni e non oltre 30. «Riteniamo questa esperienza ormai conclusa e fallimentare», aveva detto il capogruppo Pdl Carlo Lamura, nel presentare la mozione.

IERVOLINO - Alla richiesta di dimissioni la sindaca aveva replicato. «Rassegnare le dimissioni sarebbe una comoda via di fuga». Poi le dimissioni in massa dei consiglieri di opposizione hanno reso inutile la difesa strenua della prima cittadina della sua giunta che non ha più i numeri per governare la città.




Rosetta Iervolino story


LA PROCEDURA - Le lettere di dimissioni - come riferisce l'agenzia «Il Velino» - sono state depositate nelle mani del notaio napoletano Elio Bellecca. La svolta si è avuta dopo la riunione tra il coordinatore cittadino Pdl Marcello Taglialatela e il consigliere del Pid Carmine Simeone che ha dato la sua disponibilità alle dimissioni. Da qui la raccolta delle 31 firme tra gli esponenti dei partiti del vasto campo dell'opposizione, compresi quindi Udc e Fli. Il notaio dovrà depositare le 31 dimissioni nelle mani del segretario generale del Comune che, a sua volta, sarà tenuto ad informare il prefetto di Napoli, Andrea De Martino. Da qui partirà, a stretto giro, dopo aver segnalato al ministero dell'Interno, l'iter per il commissariamento dell'amministrazione motivata dalle dimissioni ultradimidium (oltre metà dei componenti dell'Assemblea.

FLI: NOI DECISIVI - Enzo Rivellini, coordinatore regionale Fli Campania, commenta: «Alla luce della riunione di Fli appena terminata comunico che si è stabilito di non far mancare il nostro contributo decisivo e determinante per lo scioglimento del consiglio comunale di Napoli e chiudere così la negativa esperienza politica ed amministrativa del centrosinistra. Nostro interlocutore diretto adesso sarà il commissario prefettizio che ovviamente troverà come priorità della sua azione tecnica ed amministrativa la questione del dissesto finanziario. Ribadiamo pertanto la necessità di far partire l’operazione verità sui conti del comune: lo stato delle casse pubbliche è tale da imporre una forte azione di trasparenza e chiarezza. I napoletani hanno il diritto di sapere la verità».

Carlo Tarallo
02 marzo 2011
(ultima modifica: 03 marzo 2011)

Accusa di 'collusione col nemico' per il soldato spia di Wikileaks

Quotidiano.net


Questo capo di accusa è punibile con la pena di morte ma i procuratori hanno deciso di non richiederla. Il giovane soldato di 23 anni, Bradley Manning, rischia l’ergastolo per aver fornito a WikiLeaks migliaia di documenti riservati




Washington, 3 marzo 2011



Spuntano 22 nuovi capi di imputazione, tra cui “collusione con il nemico” per il soldato americano Bradley Manning, detenuto per aver fornito a WikiLeaks migliaia di documenti riservati americani. Lo ha annunciato il Pentagono.

Questo capo di accusa è punibile con la pena di morte ma i procuratori hanno deciso di non richiederla, ha precisato John Haberland, portavoce della giurisdizione militare della regione di Washington, in un comunicato. Ha aggiunto che il giovane soldato di 23 anni rischia l’ergastolo.

L’analista dei servizi segreti in Iraq era stato già accusato di dodici capi di imputazione ed è chiuso in isolamento da luglio in un carcere militare della Virginia. E’ sospettato di aver fornito a WikiLeaks, che li ha in seguito resi pubblici, documenti militari americani sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e migliaia di dispacci diplomatici del Dipartimento di stato.

Il soldato “si è introdotto in un software interno del sistema informatico del governo allo scopo di consultare informazioni confidenziali”, ha spiegato Haberland. Le ha in seguito “illegalmente scaricate, archiviate e trasmesse in vista di una diffusione pubblica e di un utilizzo per il nemico”, ha aggiunto, “I nuovi capi di imputazione riflettono meglio la grande portata dei reati” di cui Bradley Manning è accusato, ha ancora aggiunto.

Unica persona al mondo attualmente perseguita per le fughe di notizie orchestrate da WikiLeaks, il giovane è al momento - su richiesta dei suoi avvocati - oggetto di una perizia psicologica e psichiatrica che ha ritardato l’apertura delle udienze preliminari al processo. Nel sito internet dedicato al soldato dal suo avvocato David Coombs, quest’ultimo ha detto di non essere sorpreso dai nuovi capi di imputazione. Ma ha ricordato che solo una giuria militare “determinerà in via definitiva quali capi saranno portati di fronte alla corte marziale, se alcuni lo saranno”.

Bradley Manning ha sporto denuncia contro le sue condizioni di detenzione. David Coombs chiede per il suo cliente condizioni di detenzione meno rigide, in particolare che sia revocato il regime di isolamento, dove è sorvegliato in modo permanente, per impedire che si tolga la vita o si provochi ferite. Nella denuncia, spiega che molti esperti psichiatri hanno raccomandato che non sia più detenuto in condizioni di massima sicurezza.

Il fondatore di WikiLeaks, l’australiano Julian Assange, è da parte sua in attesa di estradizione dal Regno Unito verso la Svezia, dove la polizia vuole interrogarlo per una vicenda di violenza sessuale.






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Mostra dito medio al marito, condannata

La Stampa


La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una moglie condannata dal giudice di pace a 300 euro di multa per ingiurie nei confronti del marito dal quale era separata da pochi mesi. La vicenda risale agli inizi del 2008, quando la donna, dopo avere incrociato il coniuge in auto insieme ad un’altra gli ha rivolto il gesto del pugno con il dito medio alzato.

L’uomo l'ha denunciata. L'ex moglie, condannata in primo grado, ha fatto ricorso, ma la Suprema Corte ha confermato la sentenza perchè la «volontarietà offensiva del gesto si inseriva in un contesto di tensione, preceduto, in altro momento, da esplicita offesa verbale». La donna è stata condannata al pagamento delle spese processuali e a versare mille euro alla Cassa per le Ammende.

Nel ricorso l'ex moglie aveva contestato che il gesto «poteva anche non voler esprimere oltraggio, attesa la fulmineità con cui fu espresso e in assenza di frasi di contorno» e «l’assenza di testimoni» che, al di fuori del marito, attestassero la «pluralità dei fatti». Così la Cassazione allarga la portata della previsione del Codice penale con la punibilità non solamente dell’ingiuria verbale ma anche di quella "gestuale".



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Ponzio Pilato sacrifica la verità sull'altare della convenienza

Il Tempo


Quando il Vangelo afferma che gli accusatori di Gesù furono i "Giudei" non è "razzista". Colpevole non fu il popolo di Israele ma l’aristocrazia del Tempio: questa una delle considerazioni di Benedetto XVI nel suo nuovo libro del quale pubblichiamo ampie anticipazioni.


Papa Benedetto XVI L'interrogatorio di Gesù davanti al sinedrio si era concluso così come Caifa se l'era aspettato: Gesù era stato dichiarato colpevole di bestemmia, un reato per il quale era prevista la pena di morte. Ma siccome il potere di infliggere la pena capitale era riservato ai Romani, il processo doveva essere trasferito davanti a Pilato e con ciò doveva entrare in primo piano l'aspetto politico della sentenza di colpevolezza. Gesù si era dichiarato Messia, aveva quindi preteso per sé la dignità regale, anche se in modo del tutto particolare. La rivendicazione della regalità messianica era un reato politico, che dalla giustizia romana doveva essere punito.(...) Così Gesù viene dai suoi accusatori condotto al pretorio e presentato a Pilato come malfattore meritevole di morte. È il giorno della «Parasceve» per la festa di Pasqua: nel pomeriggio vengono immolati gli agnelli per il banchetto serale. Per questo è esigita la purezza rituale; i sacerdoti accusatori non possono quindi mettere piede nel pretorio pagano e trattano con il governatore romano davanti all'edificio. Giovanni che ci trasmette tale notizia (cfr 18,28s) lascia con ciò trasparire la contraddizione tra l'osservanza corretta delle prescrizioni cultuali di purezza e la questione della vera, interiore purezza dell'uomo: agli accusatori non viene in mente che non l'entrare nella casa pagana sia ciò che inquina, ma l'intimo sentimento del cuore. Al tempo stesso l'evangelista sottolinea con ciò che la cena pasquale non ha ancora avuto luogo e che l'immolazione degli agnelli deve ancora avvenire. Nella descrizione dell'andamento del processo i quattro Vangeli concordano in tutti i punti essenziali. Giovanni è l'unico che riferisce il colloquio tra Gesù e Pilato, in cui la questione circa la regalità di Gesù, circa il motivo della sua morte, viene scandagliata in tutta la sua profondità (cfr 18,33- 38).(...) Ma domandiamoci anzitutto: chi erano precisamente gli accusatori? Chi ha insistito per la condanna di Gesù a morte? Nelle risposte dei Vangeli vi sono differenze su cui dobbiamo riflettere. Secondo Giovanni, essi sono semplicemente i «Giudei ».

Ma questa espressione, in Giovanni, non indica affatto – come il lettore moderno forse tende ad interpretare – il popolo d'Israele come tale, ancor meno essa ha un carattere «razzista». In definitiva, Giovanni stesso, per quanto riguarda la nazionalità, era Israelita, ugualmente come Gesù e tutti i suoi. L'intera comunità primitiva era composta da Israeliti. In Giovanni tale espressione ha un significato preciso e rigorosamente limitato: egli designa con essa l'aristocrazia del tempio.(...) In Marco, nel contesto dell'amnistia pasquale (Barabba o Gesù), il cerchio degli accusatori appare allargato: compare l'«ochlos» ed opta per il rilascio di Barabba. «Ochlos» significa innanzitutto semplicemente una quantità di gente, la «massa ». Non di rado la parola ha un sapore negativo nel senso di «plebaglia». In ogni caso con ciò non è indicato «il popolo» degli Ebrei come tale(...). Per quanto riguarda questa «massa », si tratta di fatto dei sostenitori di Barabba, mobilitati per l'amnistia; come rivoltoso contro il potere romano, questi poteva naturalmente contare su un certo numero di simpatizzanti. Erano quindi presenti i seguaci di Barabba, la «massa », mentre gli aderenti a Gesù per paura rimanevano nascosti, e in questo modo la voce del popolo su cui il diritto romano contava era presentata in modo unilaterale.(...)

A proposito di queste parole bisogna – come indicato già nella riflessione sul discorso escatologico di Gesù – ricordare l'intima analogia tra il messaggio del profeta Geremia e quello di Gesù. Geremia annuncia – contro l'accecamento dei circoli dominanti d'allora – la distruzione del tempio e l'esilio di Israele. Ma parla anche di una «nuova alleanza»: il castigo non è l'ultima parola; esso serve alla guarigione. Analogamente Gesù annuncia la «casa deserta» e dona già fin d'ora la nuova alleanza «nel suo sangue»: in ultima analisi si tratta di guarigione, non di distruzione e ripudio. Se secondo Matteo «tutto il popolo» avrebbe detto: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (27,25), il cristiano ricorderà che il sangue di Gesù parla un'altra lingua rispetto a quello di Abele (cfr Eb 12,24): non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione. (...) Pilato - lo ripetiamo - conosceva la verità di cui si trattava in questo caso e sapeva quindi che cosa la giustizia richiedeva da lui. Ma alla fine vinse in lui l'interpretazione pragmatica del diritto: più importante della verità del caso è la forza pacificante del diritto (...). Un'assoluzione dell'innocente poteva recare danno non solo a lui personalmente – il timore per questo fu certamente un motivo determinante per il suo agire –, ma poteva anche provocare ulteriori dispiaceri e disordini che, proprio nei giorni della Pasqua, erano da evitare. La pace fu in questo caso per lui più importante della giustizia.

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
03/03/2011




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Cina, dopo la protesta dei «Gelsomini» minacce e ritorsioni sui reporter stranieri

Giustizia nel caos: confusi i reperti di Cogne e Alberica Filo della Torre

Il Tempo


I carabinieri del Racis hanno trovato un capello del piccolo Samuele nelle scatole dell'inchiesta sulla contessa.


La casa di Cogne dove è stato ucciso il piccolo Samuele C’è un filo sottile che unisce la morte del piccolo Samuele Lorenzi e quella della contessa Alberica Filo della Torre. Un capello. Non è un modo di dire, ma è l’elemento che lega i due casi giudiziari. Sì, perché il capello del bimbo, ucciso da Annamaria Franzoni, si trovava tra i reperti dell’inchiesta sull’omicidio della nobildonna.

A scoprirlo sono stati i carabinieri del Racis, che stanno svolgendo esami scientifici per tentare di risalire al responsabile del delitto della contessa. Esaminando uno degli elementi contenuti nei sei scatoloni di reperti, si sono trovati davanti a un risultato sconcertante: quel capello non era della donna o dell'ipotetico assassino, ma del bambino di tre anni ammazzato dalla madre nel letto di casa a Cogne. Come è possibile? A commettere l'errore potrebbero essere stati i consulenti della procura di Roma, che sono stati incaricati di svolgere accertamenti tecnici in entrambi i casi giudiziari. E dunque potrebbero aver mischiato i reperti, inserendoli in una scatola sbagliata. Insomma, i carabinieri, una volta insertiti i dati genetici del capello nella banca dati si sono trovati di fronte al sorprendente risultato. Che comunque, secondo quanto affermato anche dall'avvocato Giuseppe Marazzita, che assiste il marito della contessa Pietro Mattei, nell'inchiesta non cambia nulla. Anzi. «Un episodio che non fa altro che confermare i nostri dubbi sul lavoro di quei consulenti, accertamenti che abbiamo sempre contestato», ha dichiarato il penalista. Fatto sta che tra lo zoccolo usato per uccidere la nobildonna, il Rolex, le lenzuola che le hanno messo sul volto al momento dell'omicidio e la vestaglia che indossava la mattina del 10 luglio 1991, c'era il capello di Samuele. Ieri sera la trasmissione televisiva «Chi l'ha visto» ha dedicato una puntata a questa scoperta, per cercare di ricostruire, anche insieme a Marazzita, come possa essere accaduto un caso del genere, ripercorrendo le varie fasi dell'inchiesta della procura. Intanto il lavoro dei carabinieri non si è fermato.

I militari stanno infatti continuando a esaminare i reperti, a caccia di una traccia biologica che possa essere confrontata con quello dei due indagati: il filippino Winston Manuel e l'ex vicino di casa Roberto Iacono. Lo straniero nel corso degli anni ha sempre fornito il dna, a differenza invece dell'altro indagato. Le attuali tecniche scientifiche consentirebbero agli investigatori di ricavare il dna del responsabile della morte di Alberica Filo della Torre per poi confrontarlo con il codice genetico degli indagati. Se questi esami daranno esito negativo, entrambi saranno definitivamente scagionati dalle accuse. La contessa venne trovata senza vita da una delle domestiche nella sua camera da letto mentre nella villa i familiari stavano preparando una festa a bordo piscina. Ma nessuno si accorse di nulla. La donna venne stordita con alcuni colpi di zoccolo, poi strangolata e infine il killer gli mise sulla faccia un lenzuolo. Proprio quello che è ora all'esame dei carabinieri.


Augusto Parboni
03/03/2011




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Si riapre l'inchiesta sulla scomparsa di Stefania Puglisi dopo 30 anni

Corriere della sera


Nella puntata di "Chi l'ha visto" ha parlato uno dei principali sospettati



Venne sequestrata alla periferia di Catania, la sera del 6 dicembre 1981




Stefania Puglisi
Stefania Puglisi
CATANIA – Se fosse ancora viva, come ritiene qualcuno, oggi Stefania Puglisi avrebbe quarant’anni. Venne sequestrata a San Giovanni Galermo, alla periferia di Catania, la sera del 6 dicembre 1981. Una vicenda che ricorda tantissimo quella di Denise Pipitone. Come per la bambina scomparsa a Mazara del Vallo il primo settembre del 2004 anche nel caso di Stefania tutto potrebbe essere maturato nell’ambito famigliare. Da trent’anni i genitori puntano il dito contro Riccardo Puglisi, fratellastro del padre della bambina. L’uomo, però, non è stato mai indagato e per la sera del sequestro ha ritenuto di fornire un alibi convincente raccontando di essere andato al cinema con gli amici. Ma a sorpresa, dopo circa trent’anni dai fatti grazie ad un servizio mandato in onda dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, la Procura di Catania ha deciso di riaprire il caso.

Per la prima volta parla proprio Riccardo Puglisi. Le sue affermazioni hanno acceso l’attenzione degli inquirenti e potrebbero portare a clamorosi sviluppi investigativi. L’uomo arriva ad accusare la madre di aver venduto la piccola Stefania, che all’epoca aveva dieci anni. Ipotesi che non spiegherebbe perché da trent’anni la donna non si è mai rassegnata ed ha sempre chiesto la riapertura delle indagini. Una richiesta che ora trova una prima risposta. La nuova inchiesta è stata affidata al pm Antonella Barreca anche se al momento si procede contro ignoti.

Il lavoro degli inquirenti riparte da zero perché di buona parte del fascicolo della prima inchiesta non c’è più traccia né negli armadi della procura né in quelli della polizia. Ed è la prima stranezza in questa vicenda, strettamente connessa alla personalità del principale sospettato. Come ha detto anche l’ex procuratore di Catania Enzo D’Agata. «Riccardo Puglisi – ha dichiarato il magistrato da poco andato in pensione – ha una posizione ambigua tra quella del confidente e forse del personaggio che può anche tenere in scacco la polizia. Non escludo che nel caso possano esserci state delle interferenze che forse non hanno consentito di sviluppare nella giusta direzione le indagini».

Secondo l’ipotesi degli inquirenti all’epoca dei fatti Riccardo Puglisi era una sorta di confidente della polizia a conoscenza di fatti che pare lo mettessero in condizioni di ricattare gli inquirenti. Uno scenario che non deve affatto sorprendere se si tiene conto che all’epoca la Questura di Catania era fortemente inquinata da uomini al servizio delle cosche. Tanto che a seguire ci furono anche arresti di poliziotti che facevano persino i killer per conto del clan Santapaola. Dopo il sequestro di Stefania la primissima ipotesi formulata dagli inquirenti, che resta ancora valida, fu quella della vendetta in famiglia per spietati rancori tra parenti. «Abbiamo molte ragioni per ritenere che il colpevole sia Riccardo Puglisi – dice ora il legale della famiglia, Gino Grassia - ma non cerchiamo un colpevole a tutti i costi. Dopo trenta anni vogliamo solo la verità».



Alfio Sciacca
02 marzo 2011



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Vendola, il santone che non vede e non sa: l'idea di giudicare l'assessore Tedesco lo turba





Il governatore della Puglia non entra nel merito della richiesta di carcerazione per il "suo" assessore della sanità. "L'idea di giudicare qualcuno mi spaventa". Ma non la pensa così quando si tratta di giudicare il Cav



 

"Non vedo, non sento, non giudico". Quando si tratta di commentare vicende che toccano in qualche modo il suo mondo, Nichi Vendola fa una giravolta su se stesso e cambia modus operandi. La sua facondia si trasforma in riservatezza e laconicità. E così non entra nel merito dell'inchiesta sulla sanità pugliese che ha portato alla richiesta di carcerazione per il senatore Alberto Tedesco, all'epoca dei fatti assessore regionale. "La richiesta di carcerazione per qualunque essere umano - ha detto il presidente della Puglia a Radio Anch'io - è un fatto drammatico e l’idea di farne oggetto di una discussione facile mi spaventa. Per questo ho deciso di non seguire una pulsione giovanile e di non fare il giudice da grande: l’idea di giudicare qualcuno mi spaventa".

Nessuna paura per il Cav Adesso Vendola ha paura, non vuole esprimere nessun giudizio, non vuol proprio parlare dell'argomento. Sul caso Ruby invece il leader di Sel non sembrava provare lo stesso pudore e i commenti contro il presidente del Consiglio si sprecavano. "Berlusconi si difenda nel processo", "Se commette reati deve risponderne come tutti i cittadini", "Il rinvio a giudizio del Cav è una macchia nera sul volto delle nostre istituzioni". E via dicendo. Dichiarazioni rilasciate senza tentennamenti o timori di sorta. Adesso invece, per Tedesco, con il quale Vendola ha detto di aver avuto "molti anni di sodalizio umano", nessuna parola, se non in sua difesa, nemmeno di conforto. 

Il legame con gli assessori Eppure, se è vero quanto dice, il presidente della Puglia tende a legarsi molto con i suoi assessori. "Voglio bene a ogni asssessore con cui lavoro, perché queste persone hanno la mia fiducia". Fiducia sì, ma adesso cosa resta? Un sodalizio che sembra spezzato, almeno a sentire le dichiarazioni del senatore Tedesco, ora autodimessosi, rilasciate in un'intervista al Tg1. "I rapporti con Vendola si sono interrotti dalla sua rielezione a governatore, bisogna chiedere a lui il perché. Io ho fatto campagna elettorale per lui, mi ero espresso a suo favore interloquendo direttamente con il presidente D’Alema che non era convinto della ricandidatura". Nessuna riconoscenza.

L'attacco di Tedesco E così Tedesco passa al contrattacco, lamentando una disparità di trattamento. "Il reato era pressoché identico e anche i fatti contestati erano sovrapponibili al 90%, sicuramente c’è stato un atteggiamento diverso da parte dei procuratori e non capisco per quale ragione" (la posizione di Vendola è stata archiviata). Infine, la doppia stoccata finale a Vendola e a Michele Emiliano, sindaco di Bari: "Sono due facce della stessa medaglia, ti blandiscono e ti inseguono quando puoi essere utile e poi ti scaricano". Ma quando sei nei guai non ti giudicano...




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Non hai capito cos'è il fisco municipale? Te lo spieghiamo noi

di Redazione






Cedolare sugli affitti, Imu, tassa sul turismo, rifiuti ed evasione: sono solo alcuni dei punti principali previsti dal decreto legislativo sul fisco comunale approvato dalla Camera



 

Roma - L’approvazione da parte della Camera del decreto sul fisco comunale segna un altro passo avanti in vista della piena attuazione della riforma federalista, bandiera della Lega. Si tratta del quarto dei decreti attuativi che, dopo il via libera in Cdm e il passaggio al Quirinale, vedrà la luce in maniera definitiva. Ma cosa prevede questo decreto e quali sono i punti principali e le novità? Vediamole punto per punto.

AFFITTI Al posto della tassazione Irpef e dell'imposta di registro, arriva un prelievo fisso del 21% per i canoni liberi e del 19% per quelli agevolati. Si tratta della cosìddetta cedolare secca, che rappresenterà un risparmio d’imposta per i proprietari sopra un certo reddito. Nessuno ci rimette, molti potrebbero risparmiare. È questo l’impatto dell’arrivo di una tassazione che, l’ultima versione del decreto, prevede al 21% sulla pigione pagata per tutti i contratti e del 19% su quelli "agevolati". Ora, invece, i guadagni vanno tassati con la progressività dell’Irpef e con l’imposta annuale di registro del 2%. Secondo i calcoli di Confedilizia il guadagno c’è sopra i 15.000 euro di reddito per tutti i contratti e sopra i 28.000 euro per quelli agevolati. Nessuno comunque ci potrà perdere, perché rimane la possibilità di applicare la vecchia normativa. Gli inquilini, poi, se il proprietario sceglie la cedolare, non avranno rincari d’affitto, nemmeno gli adeguamenti annuali all’Istat.

ADDIZIONALE IRPEF L'aumento non potrà superare lo 0,4% e potrebbe scattare retroattivamente dal 2010. È questa la voce che potrebbe comportare un aggravio per i cittadini. La scelta - e la responsabilità - sarà dei singoli Comuni e comunque dovrà rispettare dei paletti di crescita annuale.
COMPARTECIPAZIONE IVA E FONDO PEREQUATIVO Prevista una compartecipazione all'Iva al consumo e non più all'Irpef. Inoltre le quote di altri tributi devolute ai comuni per il 30% serviranno per alimentare un fondo "perequativo" per bilanciare eventuali squilibri fiscali.
IMU Dal 2014 arriva l'Imposta Municipale Propria che assorbirà l'Irpef. Non si applicherà alle prime case e non la pagheranno chiese, scuole, hotel e oratori religiosi. L’Imu avrà un’aliquota del 7,6% che sarà di "equilibrio" per sostituire il gettito attuale dell’Ici e dell’Irpef sulla seconda casa. E' previsto il dimezzamento per le case in affitto.
TURISMO Introdotta la tassa sul turismo. I turisti potranno pagare fino a 5 euro a notte per il soggirono nei capoluoghi, nei comuni turistici e nelle città d'arte. Una tassa contestata dagli albergatori
TASSA DI SCOPO Potrebbe essere introdotta per realizzare infrastrutture e altri servizi. La pagheranno solo i cittadini che ne beneficeranno. Non è una novità perché era già stata introdotta con la finanziaria nel 2007, ma non aveva trovato attuazione.
COMPRAVENDITE Dal gennaio 2014 ci sarà una sola imposta del 9% per i beni immobili in genere e del 2% sulle prime case. Scomparirà l’attuale tabella dell’imposta di registro per i "trasferimenti immobiliari". Ci sarà dunque una sola imposta che assorbe anche quella di bollo, le ipotecarie e catastali che attualmente si versano, con una drastica semplificazione. È prevista una soglia minima di 1.000 euro.
RIFIUTI Attualmente si paga sui metri quadrati, con la possibilità per chi vive da solo di ottenere sconti. La riforma preannuncia l’arrivo di un decreto ad hoc che riorganizzi il tributo guardando anche alla composizione nel nucleo familiare.
EVASIONE Inasprite le sanzioni per chi non dichiara redditi da locazione e metà dell'incasso andrà ai Comuni che hanno anche interesse all’emersione degli "immobili fantasma" dei quali incasseranno le maggiori imposte.
 




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