sabato 5 marzo 2011

Milano, raffica di rapine Ma la nostra legge dice: "E' vietato difendersi"



Un tabaccaio rischia 9 anni e mezzo di carcere per essersi difeso. Chi non reagisce, invece, rischia la vita: due persone ferite nel giro di 24 ore. Non c'è bisogno di rivedere qualcosa?    



 

Storie opposte con finali differenti. Un tabaccio esasperato dalle continue rapine subìte impugna la pistola e reagisce. Uccide il suo aggressore e i giudici chiedono che venga condannato a 9 anni di carcere. Nel giro di 24 ore a Milano un benzinaio e un lattaio vengono rapinati. Non reagiscono, rischiano la vita e gli aggressori scappano con il bottino. Difendersi o non difendersi? Un problema che ha scatenato non poche polemiche tra la fazione degli interventisti e quella del laissez-faire.

In media stat virtus, recita l'adagio. Ma considerando questi casi, il latino appare ancor di più una lingua desueta. Il tabaccaio di piazzale Baracca, Giuseppe Petrali - protagonista della sparatoria che nel maggio 2003 costò la vita a un rapinatore e un polmone traforato all’altro - nel 2009 aveva spiegato così la sua reazione dopo che era stato condannato a un anno con la condizionale per eccesso di legittima difesa: "Usare le armi è sempre sbagliato e io sono sempre stato contrario a difendermi con le armi. Ma dopo tre rapine...". Insomma, un limite di sopportazione oltrepassato e la necessità di difendersi da solo. Il pm in quel caso si era visto disapprovata la richiesta di 9 anni e mezzo, poi il 23 febbraio scorso, il sostituto procuratore generale Piero De Petris ha nuovamente chiesto nel processo d'appello una condanna a nove anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario e tentato omicidio.

Tra ieri e oggi altri due casi simili hanno portato a conclusioni diverse. Nella serata di ieri un benzinaio di via Elba è stato aggredito da un rapinatore che lo ha tramortito con una pistola elettrica, poi ha aperto la sua Opea Agila e ha trafugato una valigetta con dentro l'incasso della giornata: circa 4mila euro.

Rapina in una latteria Sempre ieri sera invece in una latteria di via McMahon un rapinatore a volto coperto e con in mano una revolver ha sparato all'addome del titolare del negozio. Il tutto per un misero bottino di 200 euro. La prognosi per l'uomo, operato ieri sera, è di 30 giorni. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza non saranno utili a individuare l'aggressore, che rischia di passarla liscia. E' andata meglio invece a una titolare di una panetteria di Firenze. La notte scorsa, un uomo armato di coltello ha cercato di compiere una rapina, ma la titolare, 62 anni, lo ha messo in fuga. In base a quanto ricostruito dai carabinieri, il rapinatore si è presentato con il viso coperto da un foulard e, usando un coltello come minaccia, ha chiesto dei soldi. La donna, credendo di averlo riconosciuto, prima lo ha invitato ad andarsene, poi ha cercato di strappargli il foulard. A quel punto il malvivente è fuggito.


Il commento di De Corato "Incontrando i cittadini e i commercianti di via Mac Mahon ho potuto rassicurarli che da parte dell'amministrazione, della polizia locale e delle forze dell'ordine la guardia è sempre stata alta e tale resterà", ha detto il vicesindaco Riccardo De Corato, che poi ha aggiunto: "Quella dei commercianti è senza dubbio una delle categorie più a rischio ma l'area di via Mac Mahon non si configura come una delle zone critiche della città. Gli effetti di un episodio come quello dell'altra sera possono essere molto negativi in termini di percezione della sicurezza. Ma non dimentichiamo che la sicurezza reale a Milano è un dato di fatto".



Powered by ScribeFire.

Cosa ci fa un sottomarino al largo di Napoli

Il Mattino


NAPOLI


Un sottomarino che a pelo d'acqua naviga a qualche centinaio di metri dal lungomare napoletano. Sullo sfondo un aliscafo.
Un video che sta facendo il giro di YouTube.









Powered by ScribeFire.

Pentagono: seconda missione segreta per il mini-shuttle automatico

Corriere della sera


Lungo 9 metri e con un’apertura alare di 4,5 metri, viene lanciato con un razzo Atlas-V


L'X-37B dell'avizione militare Usa


L'X-37B
L'X-37B
MILANO - Seconda missione segreta per il mini-shuttle completamente automatico X-37B dell’Usaf, l’aviazione militare americana, prevista per sabato sera alle 22,09 ora italiana dall’area riservata alla Difesa di Cape Canaveral in Florida. Lungo nove metri e con un’apertura alare di 4,5 metri, senza uomini a bordo, viene lanciato con un razzo Atlas-V sistemato all’interno dell’ogiva. Poco prima di arrivare in orbita gli scudi protettivi si aprono e dopo qualche minuto il veicolo si stacca dall’ultimo stadio del razzo volando in completa autonomia alla velocità di 7,7 chilometri al secondo.

SECONDO ESEMPLARE - Questo è il secondo esemplare del mini-shuttle automatico che l’Usaf ha sviluppato e collauda. Il primo era partito nell’aprile scorso ed era atterrato autonomamente il 3 dicembre, in piena notte, sulla pista della base spaziale militare di Vandenberg, in California, dopo 225 giorni in orbita. All’atterraggio la ruota sinistra ha mandato un bagliore, probabilmente – hanno spiegato - per qualcosa che aveva incontrato sulla superficie della pista. Però hanno fatto sapere che le ruote saranno gonfiate con una pressione inferiore del 15 per cento per aumentare l’adesione al suolo.

SEGRETO - L’ora esatta del lancio era tenuta segreta fino a qualche giorno fa e altrettanto segreto è ancora il suo carico di bordo sistemato in una stiva analoga a quella del grande shuttle della Nasa che ora sta andando in pensione. In questa mini-stiva con un portellone superiore che si apre in orbita, sono collocati sistemi di rilevamento e osservazione e altri apparati di nuova tecnologia da sperimentare. «Serviranno per i futuri satelliti», dicono i portavoce del Pentagono. Ma aggiungono che il loro obiettivo è di verificare tutte le tecnologie necessarie per disporre di un veicolo in grado di andare nello spazio e tornare da solo a terra quando è necessario, in completa autonomia. L’attuale X-37B, battezzato anche Otv (Orbitale Test Vehicle) può rimanere nello spazio per nove mesi. L’attuale pronto al volo è il secondo modello costruito che si sottopone a test. Sembra che nella prossima missione si tenterà di far rivolare il primo che in orbita c’è già stato perché entrambi sono concepiti e realizzati per essere riutilizzati. Tra le nuove tecnologie sperimentate c’è anche lo scudo termico che protegge l’intero veicolo al rientro sulla Terra quando per attrito si sviluppano temperature di 1.650 gradi e che è completamente diverso da quello impiegato dallo shuttle della Nasa.


Redazione online
04 marzo 2011(ultima modifica: 05 marzo 2011)



Powered by ScribeFire.

Repubblica senza alcun pudore Usa mamma Rosa contro il Cav



La Rai spegne lo spot del film contro Berlusconi: "Offende mamma Rosa". Repubblica cavalca la polemica e usa la madre del premier come "una testimone di accusa" contro il figlio: "La fecero apparire sul piccolo schermo per mostrare da quale grembo fosse generata la stirpe regnante". E le parole di mamma Rosa vengono trasformate in "programma politico". Infine il fango: "Era l'unica a frenare il premier" 



 

Roma - Questa volta è stato superato ogni limite. Peggio delle intercettazioni, del gossip da quattro soldi, delle interviste ritoccate ad arte. Eravamo convinti di aver visto di tutto, di aver toccato il fondo. Invece la macchina del fango si è messa di nuovo in moto e per colpire il premier Silvio Berlusconi ha usato proprio mamma Rosa. Dopo lo stop dei legali di viale Mazzini al trailer del film Silvio forever, Repubblica è scesa in campo per prendere le parti della casa di produzione, la Lucky Red, e trasformare la mamma del presidente del Consiglio in "una testimone d'accusa".

Lo spot sul Cav ritirato dalla Lucky Red La polemica è scoppiata ieri sera. Colpa, per Repubblica, dei "cuor di leone di viale Mazzini" che hanno invitato i produttori di Silvio forever (autobiografia non autorizzata scritta da Gianantonio Stella e Sergio Rizzo) a tagliare alcune scene del trailer che volevano mandarein onda sui canali Rai. Oltre al solito fango anti berlusconiano, infatti, lo spot del film taglia e cuce alcune frasi di mamma Rosa per ironizzare, schernire e accusare Berlusconi. Dura pochi minuti ma è sufficiente a far dire ai legali di viale Mazzini che è "inopportuno" piegare "immagini e parole a fini satirici". La Lucky Red non ha voluto tagliare eha ritirato lo spot. Apriti cielo, l'opposizione insorge. Per il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi "è come censurare la commedia trash di Pierino", mentre per il Pd Roberto zaccaria "è un fatto grottesco". Repubblica fa di più: accusa la Rai per la sua "residuale ipocrisia democristoide" e getta fango sul rapporto tra il Cavaliere e la madre.

Le accuse a mamma Rosa "Il personaggio di Mamma Rosa, a tre anni ormai dalla sua morte - scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica -offre rimarchevoli spunti, enigmatiche corrispondenze, magari anche i bagliori di un contrappasso". Bisogna rileggerlo un paio di volte per assicurarsi cheil quotidiano diretto da Ezio Mauro voglia colpire propri lì, nei sentimenti più privati. Invece è così. Un articolo durissimo per dimostrare che "Mamma Rosa era da tempo, come tutti i membri della Real Casa, un vero personaggio". E giù l'elenco: "artcoli sui giornali, approfondimenti sugli opuscoli elettorali spediti pper posta, foto sui rotocalchi". Per Repubblica, "un po' per miseria cupidigia di cortigianismo, la fecero apparire sul piccolo schermo, e un altro po' per mostrare da quale grembo fosse generata la stirpe regnante della monarchia post-moderna". Per Ceccarelli, dunque, il Cavaliere avrebbe usato la madre a fini elettorali: "Mamma Rosa, con il suo milanese d'antan, era considerata un autentico veicolo di consenso, e specialmente in quello che è il cuore del cuore dell'elettorato del Cavaliere: gli anziani".

Superato ogni limite Sin dalle prime righe è fin troppo chiaro dove vuole arrivare a colpire il quotidiano. Tutto è lecito pur di gettare fango contro il Cavaliere. Non bastano "le intercettazioni piccanti, le promozioni di ministre da calendario, la scuola quadri per veline, le frequentazioni di minorenni, le ondate di escort, ruffiani e cocainomani". Questo è un già visto. Sul gossip Repubblica ha costruito una campagna duarata mesi. Oggi l'affondo più duro e vile. Lo spot di Silvio forever dà l'occasione per costruire un articolo - corredato con dovizia di fotografia del Cavaliere con la sua mamma - che punta a trasformare Rosa Bossi Berlusconi in "una testimone di accusa". "La mamma del premier era davvero l'unica persona al mondo capace di frenare, di contenere, magari anche di indirizzare a miglior fine le smanie senili del presidente - scrive sempre Ceccarelli - che, invece, crebbero e anzi dilagarono irrefrenabili fino a trascinarlo nella presente e non proprio invidiabile condizione, pure giudiziaria".  Ed è proprio con questa manipolazione di immagini e parole che Repubblica trasforma il sereno rapporto tra mamma e figlio in "un ottimo programma, politico e non solo".





Powered by ScribeFire.

Al magistrato la cena non piace: chiama i Nas e non paga il conto



Secondo il tribunale dei giudici "così facendo non ha abusato della sua qualifica e non ha ottenuto privilegi

 

Una cena a base di ricci di mare e saraghi. L’attesa che si trasforma in delusione, perché il pesce non è fresco. La rabbia che cova e monta, fino al litigio con il proprietario del ristorante. Che fare? Di solito, il citta­dino normale paga, magari conden­do il conto con qualche battuta pe­sante, si alza e se ne va per non torna­re mai più, perché su quel locale ha messo una bella croce. (...) Ma se al tavolo è seduto un magistrato, le co­se possono cambiare e il finale può essere imprevedibile. (...) È la sera del 21 marzo 2004. Mattia F., giudice in una città della Sicilia, va dunque in un ristorante nella terra dei Mala­voglia di Giovanni Verga. È insieme alla moglie e sta pregustando una ce­netta da incorniciare. Invece no, è il crollo delle aspettative. Pesce me­diocre, anzi vecchio, meglio lasciar­lo nel piatto. E lui non lo tocca, poi inizia a litigare con il padrone. A que­sto punto il colpo di scena: telefona ai carabinieri, si qualifica come «ma­gistrato in servizio presso il tribuna­le » della città sicula, ottiene nel giro di pochi minuti una «pattuglia auto­montata », secondo la definizione da lui stesso data in una relazione di ser­vizio.

E che cosa fanno i militari? Chiudono alla grande la strepitosa serata sequestrando 5 chilogrammi di prodotti ittici. Il magistrato se ne va, non si sa se soddisfatto, ma certo senza pagare il conto che nel parapi­glia nessuno ha osato portargli. (...) «Nelle 116 relazioni sociali e istitu­zionali » si legge nel capo d’incolpa­zione «il magistrato non utilizza la sua qualifica al fine di trarne vantag­gi personali» e comunque «non si serve del suo ruolo per ottenere be­nefici o privilegi». Elementare. Avremmo capito e condiviso un’azione energica se il pasto fosse stato seguito da una notte in bianco, da mal di pancia o da vomito. (...) Le analisi successive compiute dai cara­binieri con l’aiuto di un veterinario dell’Asl hanno dimostrato che il pe­sce «era stantio ma sicuramente commestibile» e in ogni caso non aveva subìto processi di congelazio­ne. (...) Il magistrato però dà un’al­tra versione (...): è stato il ristorato­re, quando lui si è lamentato, a ri­spondere «in modo sgarbato e incivi­­le, tenendo un atteggiamento arro­gante ».

A questo punto, Mattia F. si è trasformato in paladino della collet­tività ferita e umiliata, si è preoccu­pato per la salute dei futuri clienti, ha chiamato il 112 con il cellulare e ha dato il via non a un’azione di rap­presaglia, come potrebbe sembrare a chiunque, ma a un intervento del­le forze dell’ordine a tutela del bene comune. Addirittura. Mah! E il con­to? Ovvio, non l’ha saldato perché non ha mangiato. E nessuno in ogni caso gliel’ha chiesto. (...) Aveva ra­gione Mattia F., almeno a sentire il Tribunale dei giudici. Che cita la Cas­sazione: «La legittimazione a solleci­ta­re l’intervento delle forze dell’ordi­ne, sia per far constatare l’avvenuta commissione di illeciti sia per ricer­care una bonaria composizione... spetta certamente al magistrato co­me a qualsiasi cittadino». (...) Il 29 gennaio 2007 Mattia F. viene assolto.



Powered by ScribeFire.

Stupro a Piazza di Spagna, la ragazza confessa: «Ho inventato tutto»

Corriere della sera


La 23enne spagnola è indagata per simulazione di reato: la denuncia serviva a coprire un rapporto occasionale


Avrebbe mentito per NON RIVELARE AL FIDANZATO un rapporto sessuale




ROMA - Era tutto inventato. La 23ennespagnola che il 19 febbraio scorso ha denunciato di aver subito una violenza sessuale nei pressi di piazza di Spagna, in via di San Sebastianello, è stata indagata per simulazione di reato. Secondo fonti della questura, gli inquirenti avevano già da tempo notato numerose incongruenze nel suo racconto. Incongruenze che venerdì hanno spinto la giovane a confessare.

ASCOLTATA DAL PM - Nel pomeriggio del 4 marzo la ragazza è stata nuovamente ascoltata dal pubblico ministero e, di fronte alle contestazioni che le venivano mosse, dopo esser stata messa sotto pressione, è crollata: ha dichiarato di non avere subito alcuna violenza sessuale e di aver presentato la falsa denuncia solo per potersi sottoporre a un'adeguata profilassi sanitaria a seguito di un occasionale rapporto sanitario non protetto, che non voleva rivelare al fidanzato.




ALEMANNO CONTRO LA SINISTRA - Il sindaco Alemanno, commentando lo stupro inventato nel corso di «Fattore D», prima Conferenza nazionale delle donne del Pdl, ha attaccato l'opposizione: «Dopo giorni e giorni di massacro, con il centrosinistra che ha strumentalizzato le donne per attaccare l'amministrazione di centrodestra, emerge la verità: noi siamo stanchi di una sinistra e di una politica che gioca sulla pelle delle donne». Il primo cittadino ha letto un messaggio inviatogli dal questore che confermava l'infondatezza del reato denunciato dalla ragazza spagnola. Ma poi si è detto consapevole del fatto che «sono in corso altre tre indagini», ricordando i casi di violenza sessuale di Villa Borghese, dell'ambasciata somala e, da ultimo, della caserma dei carabinieri. «Il tema della violenza sessuale c'è - ha aggiunto - e l'affronteremo con una grande manifestazione lunedì 7 marzo al Colosseo. Ma il modo peggiore per affrontarla - ha concluso Alemanno - è la strumentalizzazione politica».


Redazione online
05 marzo 2011



Powered by ScribeFire.

Mia figlia è malata», truffa in tv Mamma napoletana ai domiciliari

Il Mattino


NAPOLI

Per anni, in tutta Italia, sono stati raccolti fondi per curare la piccola Adelaide Ciotola, affetta dalla sindrome del lobo medio. Una malattia rara, diceva la madre Luisa Pollaro, che colpisce i polmoni
Di appelli alla solidarietà la donna ne aveva fatti diversi riuscendo a commuovere il mondo intero e a raggranellare ben 170 mila euro attraverso varie associazioni, la scrittura di un libro a firma della figlia, una partita di calcio e tante altre iniziative. Una industria del falso, messa in piedi ad arte, in base alle indagini condotte prima dalla procura di Genova e poi per competenza da quella napoletana, maturate ieri con gli arresti domiciliari di Pollaro.

Gravi le accuse: truffa aggravata ai danni dello Stato e privati, falso ideologico per induzione di pubblico ufficiale e falso materiale. In sostanza le cartelle cliniche sarebbero state falsificate a scopo di lucro. La donna si difende. In uno sfogo con il proprio difensore Sergio Pisani, sostiene «di essersi sempre battuta, ad ogni costo e con ogni mezzo, per cercare di approfondire la patologia della figlia». Solo questo nulla di più.

L’arresto, Luisa Pollaro, non se l’aspettava proprio anche se da tempo era iscritta nel registro degli indagati. Coinvolti nella vicenda anche il padre della piccola Vincenzo Ciotola e Gianluca Scelzo, amico dei genitori. La donna, hanno ricostruito gli investigatori, falsificando alcuni documenti dell’istituto Gaslini di Genova, dove Adelaide era stata ricoverata per disturbi non particolarmente gravi, aveva fatto risultare che la piccola era invece affetta dalla rara patologia e che doveva essere operata a Houston.


(GUARDA IL VIDEO DELLE IENE)


La donna oltre ad avere ottenuto il riconoscimento dell’invalidità al 100%, grazie alla partecipazione di numerosi trasmissioni televisive è riuscita - si legge in una nota a forma del procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli - a trarre in inganno un’ampia fascia di persone, delle più disparate condizioni sociali, che, animate da un sentimento di umanità e solidarietà nei riguardi della famiglia Ciotola, sono stati fraudolentemente indotti ad elargire ingenti somme calcolate in centinaia di migliaia di euro.

Nei mesi scorsi la procura aveva disposto anche il sequestro delle copie in giacenza del libro in cui la bambina, sotto forma di diario, raccontava la sua inesistente malattia e l’attesa dell’intervento chirurgico.

La macchina della solidarietà contava solo su Facebook più di 11mila amici della piccola Adelaide, tutti pronti a mettere mano al portafoglio per consentire l’intervento. Possibile che sia tutto inventato? La diagnosi della malattia risale a diversi anni fa. A parlare della sindrome del Lobo medio sarebbero stati i medici del Santobono. Adelaide avrebbe avuto comunque dei problemi di salute. Ed è stata in diversi nosocomi, a Roma e a Firenze, a Genova ed anche in altre città.

Difficile dire cosa succederà ora alla piccola. Da tempo Adelaide viene seguita dagli assistenti sociali. Le accuse mosse dalla procura alla Pollaro non sono di poco conto. I coniugi Ciotola (sarebbero separati) sono disoccupati. La donna, agli arresti domiciliari, non lavora da anni. Il marito, fino a poco tempo fa lavorava in una società privata per la raccolta dell’immondizia.

La procura di Genova ha sequestrato i fondi raccolti. Solo una piccola parte sarebbe rimasta nella disponibilità della coppia. Ma anche questo è tutto da verificare.

e.r.






Powered by ScribeFire.

Italiani in Romania pendolari per la laurea

La Stampa


Da Roma a Bucarest inseguendo l’ambito titolo di studio
Viaggio tra i nostri connazionali iscritti a «Medicina Dentara»


GRAZIA LONGO
INVIATA A BUCAREST



La paziente è seduta sulla poltrona del Riunito con la bocca spalancata. Una professoressa spiega a un gruppetto di studenti come intervenire per curare quella carie. Loro - in buona parte italiani - ascoltano, qualcuno prende appunti, qualcun altro è pronto a usare la sonda parodontale.

Io invece non capisco una parola: la lezione è tutta in romeno. Nel laboratorio della facoltà di odontoiatria di Bucarest, Titu Maiorescu, il riscaldamento è a palla. Gli studenti indossano camici a maniche corte, ma il nostro sole è distante più che mai: fuori nevica come neanche a Natale. Uno dei ragazzi italiani, Alfredo, traduce per me i passaggi essenziali. Alfredo è uno dei mille connazionali emigrati in Romania per realizzare il sogno di diventare dentista, aggirando la roulette russa dei test d’ingresso agli atenei italiani.

Alla Titu Maiorescu (costo 3 mila euro all’anno) gli italiani sono un centinaio: hanno scelto la terra di Dracula dopo che nel 2007, la Romania è entrata nell’Unione europea. Chi per emulare i genitori, che hanno un avviato studio nel nostro Paese. Chi per riscattare la figura del padre semplice odontotecnico. Altri ancora per puro desiderio. Al posto dei questionari pre-iscrizione, un esame in lingua romena. Soglia superata dal 60% degli studenti. La mattina, a seconda dei giorni, le lezioni teoriche si alternano, dal quarto anno in poi, a quelle pratiche. «Vengono a curarsi qui quelli che non possono pagarsi il dentista» spiega Alfredo, interpretando le parole della docente. La seconda parte del laboratorio è finalizzata alle impronte necessarie per realizzare una dentiera. I nostri connazionali, mescolati ai compagni romeni, seguono attenti fino alle 16. Poi, tutti di corsa a casa.

C’è qualcuno che si è portato l’auto dall’Italia e la sua macchina si trasforma in un mini bus per accompagnare quelli rimasti a piedi. Hanno messo su casa a Bucarest in pieno stile made in Italy. Per carità, i tavoli e le librerie dei loro bilocali sono quasi tutti - per effetto dell’economia globale - targati Ikea: il superstore s’impone alla periferia di Bucarest, alle porte dell’aeroporto internazionale Otopeni. I mobiletti della cucina, però, sono zeppi di cibo italiano. Trionfano salumi, formaggi, pasta, e gli immancabili pomodori pelati. Alfredo esibisce anche con orgoglio una latta di 10 litri di olio extravergine di oliva. Fa un po’ di tenerezza, in un alloggetto compresso, come altri migliaia, dentro casermoni d’impronta chiaramente sovietica e la televisione, dotata di parabola, che trasmette i programmi di Rai 1 e Rai 2.

Parte la pubblicità che annuncia «Porta a Porta» e ti senti un po’ a casa. Quella vera, in Italia. Che diventa più vicina grazie a Skype: parlare al telefono guardandosi nel video del computer accorcia le distanze. Poi, per ingannare il tempo si fa un giro al «Mall». Nel centro commerciale, segno tangibile dell’opulenza occidentale, le vetrine sono tutte illuminate ed espongono capi anche griffati. Clienti pochi, però. Per gli studenti italiani, il «Mall», con tanto di cinema multi-sala annesso, è lo svago principale. Sono qui a studiare alla facoltà di «Medicina Dentara», rivendicando il diritto allo studio e respingendo con orgoglio l’etichetta di studenti di serie B.

A chi storce il naso di fronte alla loro emigrazione in Romania, ricordano difficoltà di superare l’esame di ingresso in Italia «anche a causa della compravendita dei concorsi». Come dimenticare le indagini della Guardia di finanza e della procura di Bari sul mercato dei test? Tra il 2006 e il 2007 svelarono un sistema di corruzione per accedere alle facoltà di Odontoiatria delle Università di Bari, Chieti e Ancona. Agli studenti venivano chiesti fino a 8 mila euro per frequentare un corso di preparazione con la garanzia di «assistenza» durante la prova, e fino a 30 mila se poi l’esame veniva superato. A Bucarest, come nel resto della Romania, Medicina Dentara dura 6 anni. Ogni due, chi non è in regola con gli esami si ferma un anno per recuperare. «Sacrifici ne facciamo anche noi - dice Alfredo - speriamo almeno che la laurea ci venga riconosciuta senza troppi ritardi».



Powered by ScribeFire.

Casa «stile Batman»: indagato Moratti jr

Corriere della sera


La Finanza dal figlio del sindaco di Milano



Il caso Il Pd: se vero, non si ricandidi. Il Pdl: strumentalizzazioni


Il 32enne Gabriele Moratti, figlio del sindaco milanese Letizia
Gabriele Moratti
MILANO - Mezzo migliaio di metri quadri ristrutturati, cinque capannoni trasformati sulla carta in «laboratorio» ma di fatto in una specie di reggia residenziale abusiva, magari con la garanzia di regolarizzarla senza problemi grazie al nuovo Piano del territorio appena approvato dal Comune: è questo il sospetto che ha fatto finire sotto inchiesta il 32enne Gabriele Moratti, figlio del sindaco milanese Letizia, con l'ipotesi di violazione edilizia. Sospetti - appunto - di cui non solo si parlava ma erano anche già finiti sui giornali da tempo, salvo prendere improvvisamente corpo formale nel pomeriggio di ieri allorché i militari della Finanza si sono presentati all'ingresso dell'edificio in questione con un mandato per entrare, fotografarlo, compiere tutti i rilievi del caso e acquisire i relativi documenti. Di lì a poco, sulla base del loro rapporto, il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha valutato che l'iscrizione di Moratti Jr. nel registro degli indagati non fosse rinviabile neppure di un giorno.

I cinque (ex) capannoni che oggi hanno comunque l'aspetto di un unico complesso da 447 metri quadri stanno al numero 30 di via Ajraghi, appena fuori dal centro storico di Milano in direzione nord-ovest: ristrutturati nel 2009, fin da subito oggetto di polemica in consiglio comunale, accatastati come laboratori. Senonché l'architetto Gian Matteo Pavanello, artefice del progetto, contestualmente a una lite giudiziaria tra lui e i Moratti sul mancato pagamento dei lavori pubblica un libro per dire che non di laboratorio si trattava bensì di magione «in stile Batman» con «bagno turco, piscina salata, camere da letto immense» e persino «poligono di tiro» sotterraneo. Nel 2010, con 102mila euro di oneri, l'accatastamento si trasforma in commerciale. Mai in abitativo, anche se l'architetto accusava già allora il giovane Gabriele di «averci abitato». I tentativi di ispezione fatti in passato si erano fermati contro una porta chiusa: ma le foto scattate ieri dalla Finanza potrebbero finalmente aiutare a capire come stanno veramente le cose. Nel frattempo l'ultimo capitolo - di questi giorni - è che l'approvazione del Piano generale del territorio consentirebbe comunque di regolarizzare tutto quanto con un semplice timbro.

Esplosa mentre ancora è ben vivo a Milano il rumore sulle case degli enti a vip e affini - il cui fascicolo è in mano allo stesso Robledo - la vicenda ha ovviamente mandato la politica locale in ulteriore fibrillazione. Il Pd ha chiesto inutilmente al sindaco Letizia Moratti di presentarsi in Consiglio: «Se i sospetti fossero confermati - dice il capogruppo Pierfrancesco Majorino - la Moratti non dovrebbe presentarsi alle elezioni». «Ben venga la chiarezza ma così come le colpe dei padri non ricadono sui figli - ha replicato Giulio Gallera per il Pdl - al sindaco non possiamo certo imputare niente». Sulla stessa linea il capogruppo della Lega, l'europarlamentare Matteo Salvini. Nessun commento dal candidato del centrosinistra, Giuliano Pisapia.


Paolo Foschini
Rossella Verga
05 marzo 2011



Powered by ScribeFire.

La giudice in pelliccia chiede l’elemosina








La donna voleva raccogliere soldi al posto di una mendicante. I periti: "In quel momento non era in grado di intendere e volere"

 

Sono le 19.00 del 25 maggio 2001. Federico E., ispettore di polizia, ha appena lasciato il Palazzo di giustizia di una città della Sardegna. Fa pochi passi e vede due persone che chiedono l’elemosina. La prima indossa abiti stracciati, ha il volto sofferente, è la classica mendicante, l’altra no: è ben vestita e ingioiellata. Strano. La osserva meglio (...) davanti a lui, con la mano tesa, c’è Lucia A., sostituto procuratore della Repubblica. Non ci sono dubbi (...).

L’ispettore (...) scrive il suo rapporto: ha visto un magistrato, in prima linea contro il crimine, chiedere l’elemosina, per di più a due passi dal tempio della giustizia... È facile immaginare che anche i giudici del Csm siano rimasti basiti nell’affrontare un caso così scivoloso... Un magistrato accattone, sia pure per pochi minuti... L’episodio viene ricostruito: Lucia A. ammette tutto offrendo, naturalmente, la propria versione. La storia più o meno è questa: intorno alle 19.00 incontra a due passi dall’ufficio Maria, così si chiama la poveretta, una donna che conosce ormai da 3 mesi. Di lei sa tutto, anche la sua penosa via crucis: una situazione familiare difficilissima, problemi su problemi, uno status economico sul ciglio della sopravvivenza. In tante altre occasioni l’ha aiutata, regalandole gli spiccioli, come spesso capita. Ma quella sera non ha niente in tasca e allora la vicenda prende un’altra piega... (...)

Il magistrato ammette di essersi trovata in una situazione assurda (...) la ragione va cercata «in uno stato di stress non tanto a causa del lavoro quanto a un malessere interiore». (...) Il difensore del Sostituto procuratore sottolinea «la forte tensione solidaristica che anima la dottoressa verso persone in condizioni di miseria materiale e spirituale»; poi si sofferma «sulle particolari condizioni di salute in cui versava in quel periodo la nominata».

(...) Un magistrato che va in strada a chiedere l’elemosina e sta male, può continuare a fare il magistrato? (...) Il Csm studia in profondità la pratica. E di fatto si àncora per la decisione alle conclusioni cui è giunto il perito. Che afferma: «La condotta sintomatica del 25 maggio 2001 si iscrive... a partire proprio dalla devastante esperienza depressiva che aveva presentato i caratteri di un collasso dell’io, in una sorta di emorragia dell’autostima, dai riflessi anche sulla percezione del proprio ruolo sociale e della propria identità professionale». Il Csm (ha) preso atto di questa diagnosi(...) e la pratica è stata archiviata. Alla fine, il dossier torna nelle mani della Disciplinare che il 7 luglio 2006 emette la sentenza. Un verdetto che ogni lettore giudicherà come riterrà. Lucia A. viene assolta «per aver agito in stato di incapacità di intendere e di volere... essendo rimasto provato che la stessa nel momento in cui ha commesso i fatti, non era in grado, per infermità, di comprendere il significato e la portata degli atti che compiva e di determinarsi secondo motivi ragionevoli». Ma se non era imputabile, proprio come un bambino, come poteva svolgere il proprio delicatissimo compito?




Powered by ScribeFire.

Tutti gli errori dei magistrati Ma perché non pagano mai?




La riforma della giustizia italiana non serve a Berlusconi, ma alla gente normale prigioniera di una casta di intoccabili. Giudici e pm sono gli unici che non pagano mai, anche se sbagliano. Da oggi vi raccontiamo tutti i loro errori e le loro manie.




 
Un deputato del Pdl, Luigi Vitali, ha presentato un disegno di legge che prevede la prescrizione veloce dei processi per gli imputati che abbiano più di 65 anni e nessun precedente penale. A naso la norma toglierebbe Berlusconi dalle grinfie della magistratura. L'opposizione ha gridato subito allo scandalo senza prima accertarsi di come stavano le cose. E cioè che i vertici del Pdl, Cavaliere in testa, avevano già bocciato senza appello l’iniziativa personale del collega Vitali. A sinistra ci sono rimasti male perché già assaporavano il piacere di scatenare i Travaglio e l’opinione pubblica contro l’ennesimo tentativo di fare approvare una legge ad personam cucita su misura per il premier. Noi invece ci siamo rimasti bene perché vuol dire che si abbandona definitivamente l'ipotesi di rompere l'accerchiamento giudiziario cui è sottoposto Berlusconi non attraverso provvedimenti di emergenza che lasciano il tempo che trovano (come dimostrano i tentativi del passato) ma affrontando il problema alla sua radice. Il che accadrà la prossima settimana, quando in Consiglio dei ministri entrerà la riforma della giustizia. Da quel momento si misurerà, fuori da ogni equivoco e sospetto, la reale intenzione di tutta la classe politica a risolvere una delle grandi emergenze del Paese, quella appunto della giustizia.
I nodi da risolvere sono due. Il primo è quello di ridare alla politica quella autonomia rispetto al potere giudiziario, disgraziatamente buttata via 18 anni fa sull'onda dello choc di tangentopoli. È urgente che ministri, deputati e senatori si riapproprino del diritto all'immunità che era sancito nella costituzione.
Il secondo nodo riguarda invece tutti noi, comuni cittadini prigionieri di una casta, quella dei magistrati, che rifiuta di autoriformarsi per conservare privilegi, potere e una immunità che non ha pari al mondo. Quando un chirurgo sbaglia ad amputare una gamba viene cacciato sui sue piedi. Se un pm o un giudice sbaglia, clamorosamente ed evidentemente, nulla accade. Le loro incapacità e lentezze causano drammi personali e danni ingenti alla nostra economia, tenendo lontano dal mercato investitori stranieri e scoraggiando i nostrani. Negli ultimi sette anni, su 1.010 magistrati finiti sotto processo disciplinare, 812 sono stati assolti, 126 sono stati ammoniti, 38 censurati, 22 multati e soltanto 6 rimossi. Nessun ordine professionale ha una casistica di autointervento sui propri iscritti così blanda.
Che un magistrato sia infallibile, sempre in buona fede e comunque in sé, è una leggenda da sfatare. Sono uomini come tutti, con i loro limiti e convinzioni. Da oggi pubblichiamo una serie di storie raccolte dal collega Stefano Zurlo che i giornali gazzette delle Procure si guardano bene dal raccontare. Partiamo con tre casi: quello del giudice che non paga il conto al ristorante e in risposta alle proteste del gestore manda i carabinieri, quello del pm che chiede l'elemosina sotto il tribunale e che pur giudicata incapace di intendere e volere resta al suo posto, e quello del pm che fa ipnotizzare un imputato per saperne di più.
Siamo d'accordo: nessuna legge ad personam, ma per favore una legge sì, e subito.






Powered by ScribeFire.

Non riesce a trovare il killer: la pm ipnotizza il testimone







La toga era presente all’interrogatorio choc. La pratica è proibita dall’articolo 188 del Codice

 

Un giudice che fa ipnotizzare un teste per estrargli con la tenaglia della scienza ricordi confusi non s’era mai visto. Almeno nelle stanze del Csm. Anche perché è vietato. L’articolo 188 del codice di procedura penale parla chiaro: non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi e tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti. E questo, naturalmente, per garantire la libertà della persona e la genuinità della prova.

Tutte questioni che Paola C., Pm in una città delle Marche, ha pensato bene di superare di slancio. Il caso è difficile, spinoso. C’è un cadavere, quello di Carlo A., e c’è un teste, Mario N., che ha trovato il corpo dell’amico ucciso ed è stato interrogato dal Pm. Il punto è che lo choc è grande, i ricordi un cratere di guerra, le parole balbettii... La memoria, come quella di un computer, dev’essere recuperata per fornire all’investigazione spunti preziosi. Intento nobile, ma di difficile attuazione almeno sul fronte penale.

Il Pm invece va dritto per la sua strada e il 22 giugno 2006 dispone una seduta ipnotica cui sottoporre il teste nella speranza di afferrare quel che è stato rimosso. Mario, va detto, è consenziente ma questo per il Csm vale poco o nulla. La capacità di autodeterminazione è comunque pregiudicata, come si legge nei documenti ufficiali. Paola C. si ritrova nei guai. E si difende: la richiesta è arrivata dalla polizia giudiziaria, con l’intento di rimuovere il blocco che come un lucchetto sigillava la memoria. Eccolo, il punto: lei non ha mai ritenuto di poter catturare informazioni utili alle indagini, in un frustrante stato di stallo, con questa tecnica.

E infatti di quelle sedute non è mai stato verbalizzato nulla. Semmai pensava di poter eliminare in questo modo lo choc e dunque di poter finalmente interrogare nel modo migliore il teste. Non dimentichiamo infatti che Mario ha fatto scena muta: ripeteva di non poter riferire nulla, ma proprio nulla sulla scena del crimine. Tabula rasa. Insomma, l’ipnosi doveva servire solo per ritrovare quei file perduti. Oltretutto Mario ha mantenuto in quegli incontri la piena capacità di intendere e in ogni caso le sollecitazioni del medico specialista non hanno fatto breccia. I ricordi sono rimasti nascosti da qualche parte e non sono venuti fuori. Tutto vero. Ma per il Csm non si può giocare con la coscienza. Mai. Nemmeno per la migliore delle intenzioni. (...) Con l’ipnosi, il teste o chi per lui diventa uno strumento nelle mani di chi lo utilizza. E questo è proibito nel modo più assoluto. (...) Per la Disciplinare, la violazione del codice c’è tutta. È stato scavalcato l’articolo 188 del codice che è un muro a salvaguardia di valori importantissimi. E così la punizione, per quanto contenuta, non può non scattare. Il 29 gennaio 2007 Paola C. viene condannata all’ammonimento.




Powered by ScribeFire.

Case e locali scontati I fortunati dell'era Veltroni

Il Tempo


Inchiesta: vendite e affitti del patrimonio comunale dal 2001 al 2008 Agevolazioni a partiti, professionisti, ristoratori e parenti di politici.


Roma, veduta dall'alto Circoli di partito, ristoranti, alberghi e vendite "speciali". Sono alcune delle sorprese contenute negli elenchi di alienazioni, affitti di locali e abitazioni e affitti ad associazioni e/o enti, di proprietà del Comune di Roma, avvenute negli anni negli anni tra il 2001 e il 2008. I dettagli verranno forniti oggi in un'apposita conferenza stampa indetta dall'assessore al Patrimonio, Alfredo Antoniozzi. Ma le indiscrezioni sono già rilevanti. Partiamo dagli affitti alle associazioni. Concessi con determine dirette, l'ultimo elenco indica 124 soggetti ai quali il Comune ha dato in affitto dei locali. Tra questi diversi comitati di quartiere, associazioni di consumatori, moltissime associazioni culturali e, soprattutto, alcuni circoli trasformati in sezioni di partito. È il caso dell'associazione Marcella Valentini, in via Diego Angeli, dove campeggia l'insegna «Partito democratico - Casal Bruciato».

Il canone fissato è di appena 491,99 euro l'anno ma, se la morosità accertata è di 13.279 euro viene il ragionevole dubbio che l'affitto non sia mai stato pagato. Ancora, il circolo culturale sportivo Pietro Nenni in via Vicopisano dove l'insegna è di Sinistra e Libertà. Anche in questo caso il canone è di 213,20 euro, la morosità ammonta a 2.027 euro. E ancora, il circolo culturale Palmiro Togliatti, in via Vaiano, dove anche in questo caso è ben visibile l'insegna del Pd. Come sopra, il canone di affitto è di 254,60 euro, la morosità di 1.112 euro. Ma non è tutto. Negli ultimi due casi si rileva un ulteriore "mistero". Il circolo sportivo Pietro Nenni è segnato in via Vicopisano 91-93: al civico 91 ci sarebbe appunto la sede di Sel, al 93 un patronato Acli Caf. Nel tabulato della Romeo (la società che gestisce gli immobili per conto del Campidoglio) però è citato soltanto il civico 91. Stessa sorte per i civici del Circolo Togliatti, in via Vaiano. Qui al numero 3 figura il circolo culturale, al 5 la sede del Pd. Anche in questo caso tuttavia nell'elenco della Romeo figura solo il civico 3.
Distrazione? Forse. Fatto sta che in moltissimi casi la situazione degli immobili di proprietà comunale è talmente confusa che ci vorrà ancora del tempo per effettuare verifiche puntuali. In alcuni casi infatti c'è il sospetto che i locali possano essere stati dati in subaffitto per uno scopo di lucro non consentito. Ma se l'affitto a basso (o zero) costo per le associazioni agevola anche meritevoli associazioni, come ad esempio Emergency, Bambino Gesù, Associazione italiana handicap, Sant'Egidio; occorrerà fare luce sull'affitto a chi, comunque trae un guadagno (in molti casi considerevole) dai locali a locazione agevolata. È il caso ad esempio del noto ristorante Checcho er Carrettiere in via Benedetta dove il Campidoglio «pretende» un affitto di 3.957,36 euro all'anno.

Così come fanno riflettere i 30.631 euro annui di canone per l'hotel Richmond in largo Corrado Ricci, con tanto di terrazza con vista sui Fori Imperiali. Ancora più curiosi poi gli affitti a diversi soggetti cinesi soprattutto in via Turati e via Giolitti. Così come il locale affittato al partito della Rifondazione Comunista in via Giocchino Belli per 3.755 euro all'anno. Discorso a parte, poi per le alienazioni. La vendita del patrimonio comunale, decisa e regolata dalle delibere 139/01 e 222/03. Il Campidoglio tra il 2001 e il 2008 ha venduto circa 900 immobili. Di questi, 713 sono stati venduti tra il 2005 e il 2007.
Nel particolare, 648 immobili sono stati acquisiti con la prelazione degli inquilini, 89 sono andati all'asta e 25 appartamenti sono stati venduti dopo un'asta andata deserta. Tra le vendite più curiose, quella allo scrittore bosniaco Matvejevic Predag che ha acquistato un appartamento di 155 metri quadrati in via Andreoli, nel cuore di Prati, a poco più di 300 mila euro. Ancora, il figlio dell'ex ministro Visco ha acquistato, dopo un'asta andata deserta, un appartamento di 154 metri quadrati in via Monti della Farina (tra largo Argentina e via dei Giubbonari) per 910 mila euro.

Quello delle vendite è uno degli aspetti più delicati dell'intera verifica chiesta dal sindaco Alemanno. Cinque tra le maggiori agenzie immobiliari avrebbero infatti già certificato che la stima di partenza del valore degli immobili decisa dal Campidoglio era più bassa rispetto alla stima reale e le prime stime parlano di un ricavo per il Comune di appena il 15% rispetto a quanto le vendite avrebbero dovuto fruttare. La deputata Pdl Barbara Saltamartini auspica l'apertura di un'inchiesta della magistratura ma gli esponenti dell'ex giunta Veltroni non ci stanno. In una nota, l'ex assessore all'Urbanistica Morassut e l'ex capo gabinetto, Verini picchiano duro: «La gestione amministrativa delle giunte guidate dal sindaco Veltroni si è sempre attenuta ad un rigoroso rispetto delle regole e alla trasparenza. Non saranno certo velenose campagne di stampa a cambiare le carte in tavola o a nascondere la situazione di disastro anche morale della giunta Alemanno». Ma è solo il primo round.



Susanna Novelli
04/03/2011




Powered by ScribeFire.

Bimba affetta da malattia unico caso in Italia: negata l'esenzione dal ticket

Il Messaggero


PARMA - Una bimba parmigiana di 8 anni è affetta da un morbo, la malattia di Kimura, talmente rara che di fatto è il primo caso in Italia. Proprio per l'assenza di precedenti, la malattia non è inserita nella nella lista dei codici di esenzione per le malattie rare e dunque non viene trattata come grave dal punto di vista assistenziale. Il caso, raccolto dalla Gazzetta di Parma, è segnalato con una lettera aperta dai genitori di Martina, che precisano «di non cercare soldi ma dignità per nostra figlia. Purtroppo in Italia la malattia di Kimura non viene riconosciuta dal Ssn. Temiamo di trovarci da adesso in poi ad essere soli ad affrontare difficoltà oggettive e spese ingenti in farmaci, visite ed esami clinici».


Il 23 febbraio 2010 la bimba fu ricoverata nell'ospedale di Parma per una probabile «cellulite orbitale bilaterale» trattata da diversi giorni con vari antibiotici senza successo. Dopo l'asportazione di tessuto palpebrale per esami istologici, fu trasferita nel reparto di Oncoematologia pediatrica perchè si temeva un possibile linfoma o granuloma a seguito di un peggioramento (rigonfiamento progressivo della zona palpebrale bilaterale, dei linfonodi latero cervicali, pelvici e della milza). A Oncoematologia le fu asportato il linfonodo latero cervicale destro e le fu prelevato materiale di midollo osseo bilateralmente. Dagli esami istologici sul linfonodo è scaturita la diagnosi: Malattia di Kimura.

«La terapia a base di Deltacortene, Sandimmun Neoral, Zirtec e Lansox - scrivono i genitori, Stefania e Cristian - ha dato buoni risultati ed oggi la bambina sta meglio e conduce una vita pressochè normale. Il reparto di Oncoematologia tiene monitorata la situazione in modo costante e nell'immediato ci possiamo ritenere soddisfatti del decorso della malattia. La nostra preoccupazione è però rivolta al futuro essendo Kimura una malattia cronica. Kimura viene identificata a livello mondiale come una malattia rarissima in paesi non asiatici ma soprattutto in età pediatrica. Purtroppo in Italia Kimura non viene riconosciuta dal Ssn. Temiamo di trovarci da adesso in poi ad essere soli ad affrontare difficoltà oggettivi e spese ingenti in farmaci, visite ed esami clinici. Secondo il nostro parere, un caso unico in Italia, dovrebbe meritare un attenzione e un enfasi maggiore. Ci stiamo muovendo in modo autonomo allo scopo di raccogliere tutta la documentazione possibile da presentare agli organi competenti per rendere nota la malattia di Kimura in Italia e per far ottenere a Martina l'esenzione che le spetta di diritto».

Il sindaco di Parma Piero Vignali ha scritto al ministro della Salute Ferruccio Fazio per chiedere che la sindrome di Kimura «rientri nella lista dei codici di esenzione del Servizio Sanitario nazionale». Il sindaco ha mandato la lettera per conoscenza, al presidente della Regione, Vasco Errani, sollecitando provvedimenti legislativi che possano «sanare questa lacuna».

Venerdì 04 Marzo 2011 - 15:09    Ultimo aggiornamento: 21:45




Powered by ScribeFire.

Affittopoli, negli appartamenti del Campidoglio Vive uno spacciatore: paga soli 12 euro al mese







L’eredità delle gestioni di centrosinistra: canone stracciato per un pusher in piazza Navona. Tra i fortunati anche l’ex ministro dell’Ulivo Parisi: ottenne 100 metri quadrati in via Margutta

 

Tiziana Paolocci
Massimo Malpica


Roma

Altre sezioni di partito che spuntano lì dove il Campidoglio aveva concesso locali ad associazioni (non politiche) senza fine di lucro. Gli elenchi delle proprietà immobiliari del comune di Roma riservano ancora sorprese. Ma l’attrazione fatale tra potenti e case di lusso con vista sul privilegio, ormai, non sorprende più. L’ultimo capitolo di Affittopoli ricalca le polemiche, nate proprio intorno alla dismissione del patrimonio in mattoni del Campidoglio, nel 2008. Quando, tra l’altro, saltarono fuori i nomi di un politico eccellente (Arturo Parisi) che avrebbe chiesto e ottenuto dall’Ipab Sant’Alessio una casa di 100 metri quadri in via Margutta, e di un costruttore altrettanto noto, Pierluigi Toti, al quale venne assegnato un appartamento di 96 metri quadrati a Piazza di Trevi, di fronte alla celebre fontana, per un canone di appena 905 euro al mese.

Spulciando le liste delle case del Campidoglio assegnate in locazione, invece, adesso spunta anche il passato «pericoloso» dell’inquilino forse più invidiato dell’elenco. Maurizio C, oggi 51enne, abita infatti al 68 di piazza Navona. E per la sua casa al quinto piano paga poco meno di 13 euro mensili. Non è famoso, ma qualche anno fa (nel 1996) è finito comunque sui giornali. Perché sorpreso dai carabinieri a vendere hashish proprio nel portone del suo alloggio pubblico.
Al di là dei casi singoli, la sproporzione tra gli introiti potenziali ed effettivi dell’amministrazione capitolina è tutta nella forbice tra i valori di mercato nelle zone di maggior pregio (e non solo) e le valutazioni «da saldo» fissate per gli immobili disponibili del Campidoglio con le delibere che davano il via alla dismissione voluta dalla giunta Veltroni. Bassi prezzi di partenza, sconti concessi ai residenti ed ecco che l’incasso si assottiglia.

Per restare in piazza Navona, due cessioni nello stesso stabile al civico 68 rendono meglio l’idea. Nel 2006 Glauco Taliento, già locatario, esercita il suo diritto di prelazione. E si compra i suoi 127 metri quadrati al quarto piano della celebre piazza per 352.450 euro. Per capirci, le stime prudenti dell’agenzia del territorio suggerirebbero un prezzo, per un simile immobile, di almeno 1,5 milioni di euro. E in effetti, al primo piano, l’anno dopo, Giancarlo Jacorossi compra un immobile ben più piccolo ma all’asta, senza prelazione, e infatti versa nelle casse comunali 511mila euro per «soli» 47 metri quadri.

Ieri il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha istituito una commissione d’inchiesta per verificare in particolare «la congruità dei valori di vendita degli immobili», alienati tra 2001 e 2010. Che qualcosa non quadri lo pensano anche in procura. Ieri i pm titolari del fascicolo sull’affittopoli all’ombra del Colosseo hanno chiesto l’acquisizione degli elenchi degli immobili venduti e affittati dal comune di Roma e dalla Regione Lazio. L’arco temporale, però, risale solo fino al 2007, poiché si indaga per abuso d’ufficio e prima d’allora il reato sarebbe prescritto.

Di certo, qualcosa non torna se, come contraltare ai 1.346 immobili disponibili (non case popolari) che il Campidoglio ha dato in locazione, l’amministrazione incassa 4.344.000 euro. In media, poco più di tremila euro l’anno per immobile (un dato che comprende però anche le pertinenze), nonostante le zone di assoluto pregio in cui in gran parte si trovano. Colpisce, nell’elenco, il gran numero di locali assegnati in locazione al gestore telefonico Vodafone, sempre con canoni non certo proibitivi (meno di 6mila euro annui, per esempio, per un locale in via Cassia Vecchia, 734). Mentre continuano a spuntare sezioni di partito laddove, invece, agli elenchi del comune risultano associazioni no-profit. Così ecco che dove dovrebbe esserci la sede dell’associazione «la bottega dei Gordiani», in viale della Venezia Giulia 71/75, sono «nate» miracolosamente anche due sezioni, una per i «giovani democratici» e una per il Pd.

Sempre in zona, in via Prenestina 284, risulta assegnataria l’associazione Evoluzione 2003. Ma l’unica targa presente all’ingresso del locale è quella di Sinistra e Libertà, il partito di Vendola. Piccoli misteri. Come la «tavola calda-pizzeria» che un primo riscontro del Campidoglio ha scovato al posto del legittimo assegnatario, il «centro d’arte Happening».



Powered by ScribeFire.

E ora spiateci anche in bagno






Abusi: grazie ai giudici i dettagli della vita sessuale sono diventati materia di pubblico dominio. Diritti: a tutti dovrebbe essere garantita la riservatezza su quello che si fa in camera da letto 



 
Sesso, pudore, riservatezza. Con­tinuando a leggere oscene inter­cettazioni di supposte escort con continui riferimenti alla sfera pri­vata di persone che, pur potenti, non si possono difendere ho pen­sato di fare alcune considerazio­ni su quali valori siano prevalenti al di là dei contrasti politici, rispetto al­la dignità delle persone. Qualcuno potrà sorridere e dire: «Sgarbi continua a difendere l’indifendibile; sta dalla parte del suo amico Berlusconi. E non ci venga a dire che non si può difendere». Io ho detto: indifeso. Molti pensano: indifendibile. Il tema della difesa ci consente molte variazioni.
Berlusconi non si vuole difendere nei processi ma, come qualcuno ha detto con efficace formula, dai processi. E possiamo convenirne. Ma resta indifeso, oggettivamente, dai pettegolezzi, dalle risatine, dalle battute sulla sua età, dallo sputtanamento quotidiano, dalle vignette volgari del genere di quelle di chi si crede spiritosa come ElleKappa (ieri su Repubblica :«All’improvviso Ruby è invecchiata di due anni ». «Evidentemente fare sesso con Berlusconi è un lavoro usurante »). Uno spirito di patata, una volgarità in più. E ogni giorno, sul Fatto , accuse, insinuazioni, aggressioni di chiunque, in articoli specifici, e anche con battute parlando d’altro,travagli quotidiani. Ogni volta se mi misuro con quello che capita a me bisognerebbe querelare il giornalista.
Chi scrive, con disprezzo delle istituzioni e assoluta convinzione che la magistratura non è imparziale, che il tribunale dei ministri invocato non senza fondamento da Berlusconi sarebbe inequivocabilmente a suo favore non può non rispondere delle sue insinuazioni. Bella considerazione della imparzialità dei magistrati italiani. Anche per chi ne sostiene l’impresa, ci sono magistrati e magi-strati, e solo quelli di Milano garantiscono la vera giustizia! C’è da restare allibiti. Ma questo è il clima. E se Berlusconi tenta di difendersi con mezzi impropri e, per alcuni, cercando di sfuggire ai giudici, grazie al suo potere, è evidente a tutti che non può sfuggire al giudizio del popolo, a quanti hanno avuto dettagli sulla sua attività sessuale, racconti, descrizioni, perfidi e volgari commenti di ragazze che aspettano aiuti e favori avendo fatto calcoli come spesso fanno uomini e donne. Ma è lecito che questa scivolosa materia sia di pubblico dominio? Le leggi cui, con spaventosa ostinazione si riferiscono i magistrati di Milano, sono state concepite per proteggere minorenni indifese da adulti che approfittano della loro buona fede e della loro ingenuità. Ruby ingenua? Ruby parte lesa?
Una ragazza araba, in Italia, fuori casa con i genitori consenzienti. Libera di muoversi a Milano tra locali e discoteche, da cosa deve essere difesa? Neppure da se stessa. In Marocco le ragazze diventano madri a dodici anni e, arrivate in Occidente, possono valutare le opportunità, liberamente senza ricatti. Nessuno ha sfruttato la prostituzione di Ruby che agiva solitaria; e non era una prostituta. Come non lo è quando, per quarantamila euro, grazie all’inchiesta milanese, va a un ballo in Austria. Prima, come ora, si muove nel mondo che consente a una donna di usare come vuole il proprio corpo senza essere considerata prostituta. E qui si dà il problema che ho posto all’inizio. Ognuno ha diritto alla sua riservatezza. Ruby come Berlusconi. Il sesso prevede trasgressioni, impudicizia, gesti e parole che nessuno userebbe in pubblico. Ha un magistrato il diritto di renderli pubblici? Il direttore di un giorna-le, un magistrato, un professore, un farmacista, un medico, e anche un ministro, un presidente del Consiglio, hanno il diritto di entrare in una stanza, di spogliarsi e di iniziare azioni che tutti conosciamo ma che non vogliamo far conoscere e vedere. Nella sua casa, nella sua camera da letto il direttore del Giornale potrà fare quello che vuole per il suo e per l’altrui libero piacere? E non sarà quello che farebbe in una riunione di redazione. Perché qualcuno deve registrare, e far conoscere a tutti, i commenti e le descrizioni di quello che si è svolto in quella stanza?
Il pudore degli atti, la riservatezza delle parole, la libertà dei comportamenti sessuali, le perversioni perfino, condivise, legate agli istinti, possono essere di pubblico dominio? Forse in un romanzo. Ma immagino che nudi, in erezione, a gambe aperte, i magistrati di Milano, uomini e donne, si mostrino diversi da come appaiono nelle aule dei tribunali, e che sia legittimo non vederli e non descriverli in quelle posizioni. Al presidente del Consiglio questo non è concesso: egli ci è «raccontato » in tutte le posizioni, trasformando la legittima impudicizia in vergogna. Registrazioni rubate, intercettazioni, interrogatori soprattutto a persone non indagate, rivelano condizioni e situazioni che nessuno ha il diritto di esibire in nome di una giustizia che diventa ludibrio. Perché devo essere seguito quando vado in bagno? In quello spazio deciderò se lavarmi le mani, se fare pipì, se calarmi i pantaloni, perfino se masturbarmi. Un’oscura valutazione di quest’ultima opportunità impone la divisione dei bagni pubblici in maschili e femminili. Tutti ricordano l’incidente fra Vladimir Luxuria e la Gardini. Ci sarà dunque uno spazio in cui un uomo e una donna possono pretendere di stare soli, senza che nessuno li osservi? Ognuno di noi, anche il presidente del Consiglio? O, in nome di un reato che non esiste, di una prostituta che non c’è e di donne che legittimamente per-seguono il loro interesse, dovremmo oscenamente mostrare a tutti ciò che facciamo solo quando nessuno ci vede?


Powered by ScribeFire.


Pd, imbarazzo sulle firme anti-Berlusconi

Corriere della sera


Bersani: martedì proverò che l'obiettivo è raggiunto. Ma è polemica per le adesioni fasulle



ROMA - Non c'è trucco e non c'è inganno. A dar credito ai dirigenti del Pd i dieci milioni di firme ci sono tutti e martedì Pier Luigi Bersani mostrerà le prove dell'«obiettivo raggiunto». Ma ormai la storia della petizione contro Berlusconi è diventata un caso, anche al vertice del partito. È davvero possibile tirar su in un mese una così imponente valanga di autografi? E che valore hanno tonnellate di schede fitte di nomi non verificabili? L'iniziativa sarà stata pure «un grande successo», ma anche per il segretario non deve essere stato piacevolissimo scorrere sul suo sito gli elenchi dei sottoscrittori. E incappare in Fico Secco da Acqui Terme, Numa Pompilio da Roma, Herman Goering da Berlino, Zeta di Zorro da Messico City, Al Capone da Minervino Murge e via impallidendo: Hitler e Lenin, Castro e Wojtyla.

I quotidiani di centrodestra satireggiano su Bersani e le «adesioni fasulle» e dal Pd parte la controffensiva, con l'ufficio stampa pronto a giurare che i nomi taroccati sono opera degli amici del premier. «Scottati dal successo della campagna "Berlusconi dimettiti" Libero e Il Giornale attaccano con l'apposizione di firme false», si legge su Partitodemocratico.it, dove ieri la raccolta è stata sospesa per qualche ora per consentire ai tecnici di «ripulire il database».
Quante sono le firme «lo vedremo martedì» glissa il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, il quale davvero non vede «dove sia il problema». Eppure, dai piani alti del Nazareno, un filino di imbarazzo filtra. Se non altro per quel format così libero da consentire a chiunque di imbucarsi. «Per eccesso di trasparenza abbiamo pubblicato le firme in tempo reale - derubrica lo "scandalo" Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione -. Ma l'iniziativa ha superato ogni previsione. E lo dice uno che aveva preso Bersani per pazzo, giudicando i dieci milioni un azzardo». Il dirigente dalemiano si è ricreduto «girando per i banchetti», altri giovani democratici invece sentono odore di buccia di banana.

Il vicepresidente Ivan Scalfarotto, buon conoscitore della rete, parla di errore di comunicazione: «È stata una gaffe, impiccarsi ai numeri è un esercizio sterile. Dovremmo avviare una revisione radicale della comunicazione». Ma Nico Stumpo non si stanca di snocciolare cifre. Ventimila gazebo, quattro milioni di schede inviate alle famiglie... «Sono abituato a lavorare in modo serio - smentisce leggerezze e disfunzioni il responsabile Enti locali -. Qui non si tratta di dimostrare se le firme ci sono o no, è una iniziativa politica e non una petizione legale». Ma intanto il blogger Mario Adinolfi su The Week ironizza sulla «farsa» delle firme elettroniche: «I dieci milioni non esistono, la quota realistica è cinque». Il radicale Marco Cappato abbassa ancora l'asticella e ricorda quando Berlusconi annunciò sette milioni di firme («mai viste») per buttar giù Prodi: «Per un referendum ce ne vogliono 500 mila e non bastano tre mesi».

Stumpo ammette che sì, «con i mezzi ordinari è complicato raccoglierne dieci milioni». E con i mezzi straordinari? «Abbiamo diversi milioni di firme e altri ne arriveranno, anche grazie ai moduli che i circoli hanno imbucato nelle cassette delle lettere». Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha firmato e si è «sentito un po' patetico, perché Berlusconi se ne frega delle nostre firme».
E su Facebook colleziona commenti l'intervento di Stefano Menichini, uno che più democratico non si può. Il direttore di Europa teme il «boomerang», denuncia «firme inventate, nomi assurdi, nessun controllo», sospetta la «faciloneria di qualche pigro burocrate» e si augura che «qualcuno nel Pd la paghi cara». Parole che fanno infuriare Chiara Geloni, direttore di YouDem: «State attenti voi a sputtanare l'impegno di milioni di persone. Se fossero nove milioni e otto le firme vere, cambierebbe qualcosa?». Il giallo, se di giallo si tratta, sarà svelato martedì. «Bersani dovrà presentarsi col camion...» ironizzano nella minoranza. Ma il portavoce Stefano Di Traglia ridimensiona: «Dieci milioni di firme stanno in un metro cubo».


Monica Guerzoni
05 marzo 2011



Powered by ScribeFire.

La Iervolino dei miracoli che sopravvive a se stessa







Un errore dei ribaltonisti salva il sindaco di Napoli. Lei continuerà a fare male anche il niente, dichiarandosi impotente e incolpando San Gennaro 



 

Non c’è pace per Rosa Russo Ier­volino. Giovedì, aveva appena da­to l’addio alla carica di sindaco di Napoli per le dimissioni di metà più uno degli strastufi (di lei) con­siglieri comunali, quando in sera­ta è stata rimessa in sella. Ha fatto tutto il Signor Prefetto per un vi­zio di forma nelle dimissioni di un consigliere: la lettera era stata depositata in circoscrizione anziché al Consiglio comunale. L’inezia prolunga l’agonia dello iervolinismo, dottrina politica caratterizzata dal fare niente e farlo male. Rosetta sarà costretta a fingersi sindaco fino a maggio e i napoletani a sopportarla fino ad allora.

Poi, andranno alle urne e, dopo dieci anni, si libereranno di lei.
Vecchia gloria dc, quattro volte ministro, la signora Iervolino, vedova Russo, governa Napoli dal maggio 2001. Fu piazzata lì dal predecessore, Antonio Bassolino, traslocato al governatorato campano. Di ’O Re, è stata fedele seguace e ne ha emulati i risultati: fallimentari.
Nei suoi primi anni a Palazzo San Giacomo, la città fu colpita da un’alluvione, dall’emergenza spazzatura e bocciata per l’America’s cup di vela. Rosetta si è sempre chiamata fuori dai ripetuti fiaschi, cantilenando: non tocca a me provvedere, le colpe sono di Roma, San Gennaro non fa il suo dovere, il mondo è cattivo e io la migliore sindachessa della Terra. L’altro ieri ha detto, in quello che pareva il discorso di definitivo commiato: «Sono fiera di essere perdente. Non ci sto a dare qualcosa in cambio di un voto. La mattina mi vedo le rughe, ma voglio che il viso sia bianco». Ha concluso storpiando Don Sturzo: «Me ne vado libera e forte». Sui casini che ha combinato, neanche un cenno. Chiuso l’inciso.

Nei successivi cinque anni, Rosetta ha avvicendato in giunta ben 12 assessori, quattro furono arrestati, uno -Giorgio Nugnes- , entrato nel mirino della procura, si uccise. Arrestati e suicida furono poi riabilitati da una sentenza di assoluzione. Per Iervolino fu un momento nero cui si aggiunse lo zenit dell’immondizia tra gennaio e giugno 2008. L’impopolarità del sindaco era tale che in gennaio fu impiccato il suo manichino in corso Umberto I. Rosetta, autodichiaratasi impotente, chiese aiuto al governo amico del premier Prodi che le inviò una bofonchiata di incoraggiamento via telefono e trenta forestali via autostrada. L’esiguità dell’impegno antirifiuti mandò in bestia la sindachessa che disse sprezzante: «Metterò i forestali nella Villa Comunale a controllare che i cani non facciano pipì sugli alberi». Fu l’avversario politico e successore a Palazzo Chigi, Berlusconi, a darle una mano santa: in un mese pulì la città. Grata, esclamò: «Il premier è simpaticissimo e ha riservato a Napoli un’attenzione molto superiore del governo Prodi ».

Ma l’indomani sottoscrisse la petizione anti Cav del Pd. Richiesta di spiegare la schizofrenia, disse: «Come sindaco collaboro, come politico lo combatto ». Poi, parendole una risposta intelligente, sorrise contenta di sé. Può sembrare una capafresca, ma in realtà la settantaquattrenne ha alle spalle una carriera di tutto rispetto. D’accordo: è figlia d’arte, il che l’ha avvantaggiata. Ma ci ha messo del suo. Il babbo, Angelo Raffaele, napoletano, rampollo di vinaio, fu sottosegretario nel secondo governo Badoglio (1944). Doroteo cioè dc né bianco né nero, ma grigio- fu in vari governi degli anni ’50-60. La mamma, Maria de Unterrichter, una trentina di rigidi costumi asburgici, fu diverse volte sottosegretario. Pii e severi, mandarono Rosetta dalle suore e le imposero le trecce fino a vent’anni.
«Allora mi sentivo bruttina. Oggi so di non essere sgradevole », disse poi Rosa di sé. In effetti, fu notata dal futuro marito, Vincenzo Russo, noto medico di Vasto, che sorvolò sulla minuscola imperfezione vocale della fanciulla. Iervolino ha infatti una voce stridula, come certi uccelli di palude, dovuta a un lieve difetto del velopendulo che, come dice il nome, è una codina carnea sub palatale. Meno indulgente del coniuge è stato invece il Cav che dopo averla sentita parlare, scappò dicendo: «Anche l’orecchio vuole la sua parte».

Il matrimonio riuscì nonostante la scoraggiante visione che Rosetta ha dell’imeneo. Della coppia nell’amplesso ha infatti detto: «Sono collaboratori di Dio nel trasmettere la vita». Com’è, come non è, ebbero però tre figlioli. Rosa è ormai vedova da un quarto di secolo e con questo stato civile ha percorso il grosso della sua carriera. Il lascito più importante del marito sono stati Vasto, divenuto suo collegio elettorale, e il fedele elettorato degli ex pazienti. È stata parlamentare per sei legislature, dal ’79 al 2001. Al tramonto della prima Repubblica, fu presidente della Dc, con Martinazzoli segretario. Grazie al tocco congiunto, il partito passò in pochi mesi dal 30 a 10 per cento.

Seguendo le orme di papà e mamma, che ne erano stati sottosegretari, Rosetta divenne ministro dell’Istruzione (1992-94) e si batté per introdurre l’educazione sessuale. Che lo facesse una baciapile stupì. «Le è mancata?», le fu chiesto da un malizioso intervistatore. «Senza dubbio. Pensi che a me avevano detto che mi chiamavo Rosa perché ero stata trovata ai piedi di un roseto». «Sarebbe stato imbarazzante spiegarle la verità », osservò il giornalista. «Macché, il concepimento è un meccanismo splendido». Un meccanismo! Il massimo del sexy. Poi, espose la sua sulla masturbazione: «La sessualità è il rapporto con l’altro, quindi la masturbazione non è sessualità piena. Mi fermerei qui, lanciando solo un messaggio di valori». Ma dopo tante chiacchiere, non ne fece niente e bloccò pure una campagna anti Aids perché, essendo incentrata sull’uso del profilattico, temeva di irritare il clero contrario al caucciù.

Con D’Alema,nel 1998,Rosetta fu la prima donna ministro dell’Interno. Appena si vide circondata da agenti imberbi, ragazzi di leva, caramba di primo pelo, si intenerì esclamando: «Tratterò con affetto questi ragazzi». È sempre stata mammona e insieme femminista, tanto che una volta pensò di fare un «partito delle mamme» annunciandolo così: «Sarà un grande successo. La maternità è un master di umanità al quale nessun maschio può iscriversi». C’erano già tutte le caratteristiche di un sindaco inutile.



Powered by ScribeFire.

Unità d'Italia: l'Autorità portuale la celebra, ma sbaglia l'inno

Corriere del Mezzogiorno


Un cartellone al Molo Beverello su cui campeggia il disegno di un patriota intento a cantare l’Inno di Mameli



Lo svarione nell'inno
Lo svarione nell'inno

NAPOLI - L’intenzione è certamente encomiabile: l’Autorità portuale di Napoli per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia ha sistemato un bel cartellone al Molo Beverello su cui campeggia il disegno di un patriota intento a cantare l’Inno di Mameli. C’è anche una dettagliata spiegazione, sia in italiano che in inglese, sui moti rivoluzionari del ’48 e sui patrioti risorgimentali. Ma il diavolo, come spesso accade, ci ha messo lo zampino. I versi dell’Inno contengono in fatti almeno un errore abbastanza sgradevole: il ritornello «stringiamci a coorte», ripetuto due volte, è diventato «stringiamoci a corte». Un errore frequente per la verità: in molti pensano che Mameli abbia voluto invitare i nostri compatrioti a stringersi attorno a una corte che all’epoca non poteva esistere, visto che l’Italia unita non c’era ancora.

Invece il giovane capitano, autore dell’Inno, voleva invitare tutti a stringersi a coorte, la parola latina che definiva l’antica unità militare con cui i romani avevano conquistato l’imbattibilità sul campo di battaglia. Magari sarebbe meglio correggere inserendo quella o mancante, per evitare che qualche lettore più avveduto possa esclamare una “oh!” (con l’acca ovviamente) di indignato stupore.


Roberto Russo
04 marzo 2011




Powered by ScribeFire.

Accusa i carabinieri: stuprata in caserma I militari: rapporto sessuale amichevole

Il Messaggero


Indagati e trasferiti in tre alla stazione Quadraro. Presente anche un vigile. La donna era stata arrestata per furto




ROMA - Da un furto, all’arresto, a una notte da incubo. Sarebbe accaduto nella caserma dei carabinieri del Quadraro, a Roma, dove una donna di 32 anni sostiene di essere stata violentata. Gli abusi sarebbe stati commessi nella sala mensa dopo una bevuta di superacolici alla quale era stata invitata dai militari. Alla violenza avrebbe partecipato anche un vigile urbano, la notte tra mercoledì e giovedì scorsi. A denunciare la violenza S.D.T., ragazza madre di Crema ma da anni residente a Roma, mentre i quattro responsabili sostengono che la donna era consenziente.

I quattro sono indagati tutti per violenza sessuale, pur con ruoli diversi. Le indagini sono condotte dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pubblico ministero Eleonora Fini. Da stabilire il ruolo dei singoli indagati e chi abbia avuto il rapporto sessuale con la donna mentre gli altri tre osservavano. Il magistrato e i carabinieri stanno svolgendo le indagini sulla base delle dichiarazioni fatte da tre degli indagati che si sono spontaneamente presentati nei giorni scorsi insieme con il quarto indagato che però essendo stato colto da una crisi di pianto si è visto rinviare il suo interrogatorio. La ricostruzione servirà a stabilire chi abbia fatto la violenza e perchè gli altri non intervennero per impedirla.

La notte da incubo comincia nel supermercato Oviesse della Tuscolana, quando un addetto alla sicurezza del negozio chiama il 112 dopo aver visto la donna rubare oggetti di poco valore. I carabinieri arrestano S.D.T. e la portano nella caserma del Tuscolano dove scatta il fermo di polizia giudiziaria. La donna deve trascorre la notte in una cella di sicurezza in attesa dell’udienza di convalida prevista per giovedì mattina, ma al Tuscolano non c’è posto e viene deciso il trasferimento al Quadraro. Giovedì mattina, durante l’udienza di convalida, la donna non fa parola della violenza: l’arresto è convalidato e lei torna in libertà in attesa del processo. S.D.T. si sfoga qualche ora dopo raccontando tutto a un amico che la convince a denunciare lo stupro e la accompagna al Policlinico Casilino. I medici riscontrano tracce di un rapporto sessuale ma non «segni evidenti di violenza sessuale».

Sono state già sequestrate la camera di sicurezza e la sala mensa della stazione carabinieri del Quadraro. In queste due stanze sarebbe stato consumato lo stupro. Il racconto della donna è lucido e ricco di particolari. Ad esempio ha descritto minuziosamente il tatuaggio di uno dei violentatori e ricostruito minuto per minuto quella notte. S.D.T. ha raccontato di essere stata svegliata da quattro uomini che si sono presentati con una bottiglia di whisky. I tre carabinieri, il vigile urbano e la donna, hanno cominciato a bere fin quando la lei ha chiesto di mangiare e tutti insieme sono andati nella sala mensa, probabilmente alticci. Secondo la donna i quattro uomini l’hanno violentata a turno. Poi arriva l’udienza dal gup, lo sfogo con l’amico e la denuncia.

I tre carabinieri sono stati trasferiti in uffici non al contatto con il pubblico di Torino, Milano e Cagliari. Il vigile urbano coinvolto non era in servizio quando è avvenuto l'episodio e sarebbe ancora effettivo preso il gruppo di appartenenza della polizia municipale di Roma. Due delle quattro persone coinvolte nella denuncia avrebbero negato di aver avuto alcun rapporto sessuale con lei.

L'Arma dei carabinieri ha avviato accertamenti disciplinari al termine dei quali non è esclusa una sospensione. Il comandante provinciale di Roma, colonnello Maurizio Detalmo Mezzavilla, ha voluto sottolineare che «i fatti denunciati sono gravissimi e perciò oggetto di indagini accurate e rigorose da parte della magistratura e dell'Arma». Il colonnello Mezzavilla ha poi aggiunto che quanto denunciato dalla donna, in attesa degli esiti giudiziari «è un fatto che nulla sottrae all'efficienza e alla dedizione delle migliaia di carabinieri che operano a Roma. Il nostro giudizio di assoluta riprovazione prescinde dalle responsabilità penali che si stanno doverosamente accertando, perchè vicende del genere contrastano con i mille atti di solidarietà che i carabinieri compiono ogni giorno».

«Il rapporto sessuale con la donna è avvenuto in una situazione totalmente amichevole - è il racconto fatto da uno dei militari per bocca del suo legale - Quella notte eravamo in tre, due carabinieri e un agente della polizia municipale. Eravamo usciti per locali e avevamo mangiato e bevuto qualcosa. Eravamo fuori servizio e quando siamo tornati in caserma, per andare a dormire nella foresteria, abbiamo visto quella donna. Abbiamo intuito da parte sua la disponibilità ad avere un rapporto sessuale con noi due carabinieri. La cella era aperta e lei ci ha chiesto di poter mangiare e bere qualcosa, poi abbiamo avuto un rapporto con lei, ma la donna era consenziente. In caserma c'era un altro carabiniere che era in servizio di piantone ed era presente anche il vigile fuori servizio che era uscito con noi. Il rapporto sessuale con la donna è avvenuto in una situazione totalmente amichevole».

«Quella notte non ero in servizio ed ero andato a trovare uno dei carabinieri della stazione, che è un mio amico. Ma io e lui non abbiamo avuto alcun rapporto sessuale con la donna, nonostante le sue accuse», ha detto l'agente della municipale, che appartiene al I gruppo di Roma, durante il suo primo interrogatorio.
Venerdì 04 Marzo 2011 - 11:55    Ultimo aggiornamento: 22:12




Powered by ScribeFire.