giovedì 10 marzo 2011

Alla scoperta del primo virus per pc

Corriere della sera


Scritto da: Federico Cella alle 17:00

Brain-virus.jpg
Welcome to the Dungeon © 1986 Brain & Amjads (pvt) Ltd VIRUS_SHOE RECORD V9.0 Dedicated to the dynamic memories of millions of viruses who are no longer with us today - Thanks GOODNESS!! BEWARE OF THE er..VIRUS : this program is catching program follows after these messages....$#@%$@!!

IMG_6601.jpgCon questa scritta Brain rivelava la sua presenza sui computer Ibm con sistema operativo Dos. Erano 25 anni fa quasi esatti: si parla infatti del gennaio del 1986, gli autori erano due fratelli pachistani, Basit e Amjad Farooq Alvi, che in quel di Lahore avevano una sofwarehouse che creava programmi destinati a medici e ospedali. Lo scopo della creazione del programmino - che infettava i vecchi floppy disk - era di difendere dai pirati (la storia non cambia mai) le creazioni della Brain Computer Services. Infatti in coda al tutto c'era la firma di Basit e Amjad con tanto di numero di telefono.

Welcome to the Dungeon © 1986 Basit * Amjad (pvt) Ltd. BRAIN COMPUTER SERVICES 730 NIZAM BLOCK ALLAMA IQBAL TOWN LAHORE-PAKISTAN PHONE: 430791,443248,280530. Beware of this VIRUS.... Contact us for vaccination...



La situazione però sfuggì rapidamente di mano: da diverse parti del mondo arrivarono ai fratelli un numero sempre più elevato di telefonate - anche parecchio infastidite - di richiesta di disinfezione e tutto finì con la chiusura della società. Ma ormai il dado dei fratelli era tratto e con una tale popolarità - e in compagnia del terzo Farooq Alvi, Shahid - hanno fondato un Internet provider tuttora in attività: la Brain Telecommunication Ltd.



Come si può vedere dall'anteprima sopra - i dieci minuti del documentario li trovate qui su Facebook - Mirko Hypponen, volitivo manager di F-Secure, è andato alla ricerca dei fratelli Farooq Alvi (la foto sopra). Praticamente i precursori delle fortune dell'azienda finlandese e di tutti i produttori di software anti-virus.



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Lerner difende Bocchino poi attacca Dagospia Ma chi manovra chi?






Dopo la denuncia di D'Agostino, Corsera e Lerner in soccorso del super falco finiano. L'ex militante di Lotta continua: "Voci improbabili". Ma Dago: "Gad conosce meglio di noi la giostra dei poteri marci..."



 
Roma - Volano i coltelli. Le rivelazioni sulle trame di Italo Bocchino, svelate nei giorni scorsi da Dagospia, scomodano addirittura Gad Lerner e il Corriere della Sera. Dietro c'è il caso Noemi e la spifferata sulla notte di Casoria. La Sarzanini parla di un accanimento contro il braccio destro del presidente della Camera. "Mi auguro che sia tutto inventato, ma pare improbabile", scrive l'ex militante di Lotta continua sul suo blog in difesa del super falco finiano. "Improbabile? - si stizziscono quelli di Dagospia - lo vedremo magari in un'aula di tribunale se si tratta di calunnia o meno".
Quelle rivelazioni su Bocchino La prima a difendere Bocchino è Fiorenza Sarzanini sulle colonne del Corsera (leggi qui). Un intero articolo per denunciare il trattamento cui sarebbero stati sottoposti il braccio destro del presidente della Camera ela moglie Gabriella Buongiorno dopo la rottura fra Fini e il Pdl. Poi si muove anche Gad (leggi il blog) accusando direttamente Roberto D'Agostino, "omaggiato dai potenti che sfotte o, talvolta, finge di sfottere". Senza occuparsi del caso Bocchino, il giornalista accusa il sito di rumor di avere informatori "interessati alla manovra", lobbysti molto vicini a Palazzo Chigi (e quindi a Gianni Letta). "Gli astuti sovversivi - conclude Lerner - pretendono di decostruire col sarcasmo il potere, alla fine ne divengono sempre un accessorio".
La replica del Dagoreport In perfetto stile cafonal quelli di Dago non si lasciano sfuggire l'occasione. D'altra parte nessuno ha - per ora - smentito le origini del fango, quando cioè Bocchino si spacciava ancora per ber­lus­coniano e già passava notizie sotto­banco a Dagospia sul caso Noemi. Forse Gad sa qualcosa di più e non ce la dice. Perché difendere Bocchino a spada tratta? Dagospia rilancia assegnando l'ultima parola al tribunale. Ma, intanto, si toglie qualche sassolino dalla scarpa e ci ricorda da dove arriva "il giornalista occessiorato dai Poteri Marci a colpi di milioni" (leggi l'articolo). Perché il conduttore dell'Infedele, provenendo dalla potentissima lobby di Lotta continua, annovera editori del calibro di Agnelli, Romiti, De Benedetti, Colaninno, Tronchetti Provera e Romano Prodi. Nomi altisonanti che ci fanno pensare che forse "il purissimo e il lievissimo Gad ne sa più di noi su come funziona la ruota mediatica".
Le doti professionali di Gad Dagospia parla di "extraparlamentari settari e omertosi". Una sorta di Lc2, Lotta continua2. Gli stessi che sull'omonimo giornale "rivendicarono" l'uccisione del commissario Luigi Calabresi e che assistettero in silenzio all'ammazzamento del vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Di cui, ricorda Dagospia, "Lerner erediterà qualche anno dopo, per meriti o per grazia?, la scrivania". Attenzione, però, lo stesso Dagoreport assicura di non dubitare delle dote professionali del giornalista, neanche quando insieme ad Agnelli volò in elicottero sulle teste degli operai in sciopero per raccontarne legesta epiche oppure quando Cesare Romiti, che "l'aveva assunto profumatamente al Corriere", lo mandò in Cina con Cesare De Michelis e signora. "Forse l'ex ad della Fiat doveva scontare qualche cambialuccia (giudiziaria) con l'ex ministro socialista?".
L'ultima sfida di Dagospia Le spifferate di Bocchino ha suscitato un po' troppi nervosismi per essere bollate come semplici voci di Palazzo. E la predicozza di Lerner suona strana. "Proprio lui ci viene a parlare di accessori del potere? - si chiede Dagospia - un po' di pudore non guasterebbe". Poco importa il pudore se con la penna si può riabilitare chiunque. Per questo la redazione di D'Agostino rimanda la discussione in tribunale: "Lo vedremo se si tratta di una calunnia o meno". 




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Conciliazione, quante inesattezze sull'Unità

di Redazione


Entro pochi giorni il Tar del Lazio deciderà sul ricorso contro il regolamento del ministero della Giustizia sulla mediaconciliazione, l’istituto che impone il ricorso obbligatorio alla mediazione e alla conciliazione nelle controversie civili e commerciali. L'Unità si è occupata dell'argomento scrivendo parecchie inesattezze...



 
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Milano - Introdotta dal governo lo scorso anno, la mediaconciliazione è un istituto che consente a chi si trovi coinvolto in una lite di rivolgersi, prima che al tribunale, a un organismo preposto dal ministero della Giustizia a risolvere in via arbitrale la controversia. L’effetto auspicato è quello di decongestionare la giustizia civile ordinaria. L'esecutivo ha introdotto l'obbligatorietà della conciliazione nel decreto Mille proroghe, ma solo per alcune materie: locazioni, affito d'azienda, contratti bancari e assicurativi, patti di famiglia, questioni ereditarie, responsabilità del medico. Rinviata al 2012 l'obbligatorietà per le questioni condominiali e i sinistri stradali. Immediata la reazione negativa di una parte dell'opposizione. L’Organismo unitario dell’Avvocatura e numerosi ordini e associazioni forensi hanno presentato un ricorso al Tar contro il regolamento attuativo varato dal ministero della Giustizia. La decisione dovrebbe arrivare entro una decina di giorni. Sull'argomento è intervenuta l'Unità stroncando in toto l'azione riformatrice del governo. Una critica legittima dal punto di vista politico, ma con molte lacune sotto il profilo tecnico-giuridico. L'avvocato Marta Colombo, di Milano, ci ha aiutato a individuare tutte le inesattezze comparse nell'articolo "Niente giudici né avvocati il civile diventa business", di Bianca Di Giovanni, e nell'editoriale di Concita De Gregorio, "Giustizia privata".

Il mediatore non è un giudice "La prima inesattezza - spiega l'avvocato Colombo - è quella di considerare il mediatore come un arbitro o giudice privato, cioè un soggetto che "decide" la lite. In realtà il mediatore non decide nulla ma, attraverso tecniche di negoziazione e di gestione dei conflitti, che prendono in considerazione anche la psicologia e l'emotività delle parti, cerca di guidare le parti al raggiungimento di un accordo di cui le parti stesse saranno artefici (nel senso che le parti stesse redigeranno l'accordo con l'ausilio dei propri legali). Pertanto il mediatore non giudica e non decide alcunché; questo comporta che non deve avere una preparazione in materia giuridica, dato che non è chiamato ad applicare leggi e norme (se non quelle che regolano il procedimento di mediazione). Compito del mediatore è condurre le parti a trovare soluzioni creative, ad "allargare la torta", indagando sui veri interessi delle parti coinvolte, al di là delle loro pretese immediate e giuridicamente inquadrabili: tutte cose che un giudice non può e non deve fare".

Cosa serve per fare i mediatori "Quanto al fatto che per essere mediatori sia sufficiente una laurea triennale - spiega Colombo -  questa disposizione non è altro che il recepimento della direttiva CE che regolamenta la mediazione. Quanto agli avvocati, è vero che la loro presenza non è obbligatoria, ma quale avvocato di fronte al cliente, che gli presenta la controversia in cui è coinvolto, si limiterà ad "inviarlo" (vedi articolo della Di Giovanni) al mediatore? Sarà, invece, molto più probabile che l'avvocato accompagni il cliente in mediazione, così partecipando attivamente alla mediazione stessa. Sarà anche interesse dell'avvocato partecipare alla mediazione non solo per sostenere il cliente, ma anche per verificare la regolarità della procedura.

Tutte le verità sui costi In merito ai costi è necessaria un po' di chiarezza: è vero che la mediazione "costa" talvolta più del contributo unificato delle causa giudiziarie. Ma i costi di una causa - spiega l'avvocato - non si limitano al contributo unificato, ci sono le notifiche, le perizie a volte costosissime (in materia sanitaria, ad esempio), il compenso agli avvocati che sicuramente è più alto per una causa in cui si fanno dieci udienze, piuttosto che per una conciliazione che si risolve in una/due giornate. Ecco, il tempo è un "costo" fondamentale: è preferibile per una persona attendere quattro/cinque anni per una sentenza o trovare un accordo entro quattro mesi? Occorre considerare, inolte, i costi in termini emotivi, di stress, di aspettative che sono collegati ad una causa, non solo gli esborsi economici. Certamente la giustizia tradizionale ha una rilevanza costituzionale e una "sacralità" che nessuno le può togliere, ma quante volte accade che - per le regole imposte dalla procedura o per le stesse disposizioni normative - alcuni aspetti fondamentali che coinvolgono le relazioni (personali, contrattuali, commerciali) non possano essere presi in considerazione perché "non rilevanti" dal punto di vista giuridico? Quante volte leggendo una sentenza vien da dire "è un'ingiustizia", perché applicando rigidamente le norme non si ottiene il risultato che "umanamente" riteniamo giusto?

Quante volte un accordo può essere meglio Il ruolo del mediatore è quello di una persona che, prima di tutto ascolta le parti, insieme e separatamente, e cerca di capire le loro emozioni e i loro veri desideri che vanno oltre le richieste e le pretese. Questo consente, molto spesso, di salvaguardare i rapporti futuri fra le parti (siano esse imprese o privati) che invece una causa di solito compromette irrimediabilmente: se rimango in causa per cinque anni con un mio fornitore, difficilmente in quel periodo continuerò a rifornirmi da lui e all'esito della causa certamente sarà impossibile riprendere i rapporti commerciali. Se invece troviamo insieme un accordo, con l'aiuto del mediatore, sarà più semplice continuare ad avere relazioni commerciali. In questo le Camere di Commercio sono già avanti perché da tanti anni svolgono servizio di conciliazioni con percentuali ragguardevoli di accordi raggiunti. Con l'indubbio ulteriore vantaggio che l'accordo, come tutta la procedura di conciliazione è riservato (diversamente dalla causa che è pubblica), quindi nessuno al di fuori delle parti ne verrà a conoscenza.

Esistono anche dei punti deboli La conciliazione introdotta dalla D.lgs.28/2010 e dal DM180/2010 ha un punto debole: è l'obbligatorietà, laddove ogni corso di mediazione insegna che la mediazione ha successo se è volontaria. Peraltro, si tratta di una mossa analoga a quella della introduzione delle "quote rosa" in politica (o del congedo parentale obbligatorio per gli uomini in Norvegia), una forzatura per far passare un cambiamento culturale che altrimenti avrebbe una diffusione molto più limitata.

L'esempio (da manuale) dell'arancia Un piccolo esempio può servire a capire cosa fa esattamente un mediatore: due sorelle litigano per il possesso dell'unica arancia che c'è in casa. Un giudice o un arbitro cosa farebbe? Dividerebbe a metà l'arancia e ne darebbe metà all'una e metà all'altra sorella. Il mediatore chiede alle sorelle "perché" vogliono l'arancia: una risponde che le serve la buccia per fare una torta, l'altra che vuole spremerla per bere il succo. Ecco che, con una breve indagine che va oltre la pretesa (




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Piazza Mazzini, statua devastata Imbriani sfregiato da una babygang

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - «Scusate, siete della ditta che sta lavorando alla statua? - è un signore gentile che s’avvicina affannato quando nota movimento attorno al cantiere - Qua la sera è una guerra, dobbiamo urlare e scacciare i ragazzi che si arrampicano e lanciano di tutto sui passanti. Dovete fare qualcosa».

La statua è quella di Paolo Emilio Imbriani, il luogo è piazza Mazzini dove il monumento è ingabbiato da qualche mese perché uno sponsor s’è incaricato di restaurarlo. E mentre di giorno gli appassionati restauratori ripuliscono il marmo, di notte c’è chi lo devasta. Proprio i restauratori ieri mattina hanno scoperto che qualcuno dopo aver forzato per l’ennesima volta l’ingresso del cantiere, s’è arrampicato sul punto più alto e, con una spranga di ferro ha distrutto il «pizzetto» della barba di Imbriani e poi si è accanito sul naso tentando di romperlo (senza riuscirci) e su una spalla.

L’allarme è scattato di primo mattino. Subito è scattata la denuncia alla questura, poi sono state avvisate l’azienda che sta sponsorizzando i lavori e la municipalità che ha disposto l’intervento. Sul luogo si è presentato il presidente della seconda Municipalità, Alberto Patruno, per controllare di persona quel che è accaduto. I danni al naso e alla spalla del monumento sono lievi; la parte andata in frantumi, invece, è irrecuperabile.




Molti pezzi non sono stati ritrovati, probabilmente li hanno usati i teppisti come proiettili verso auto e persone che transitavano sotto la statua. L’assalto al cantiere di restauro, secondo quanto riferiscono i testimoni, è stato effettuato da una baby gang composta da una decina di elementi di età inferiore ai quindici anni. Da qualche giorno hanno iniziato a «fraternizzare» con il cantiere. Prima provando semplicemente ad entrarci, poi cominciando liberamente a «scalarlo» fino ad arrivare in cima.

A nulla valgono le misure di sicurezza adottate dalla ditta che sta lavorando: i ragazzi riescono ad infilarsi ovunque e ad arrivare dove vogliono. Il momento di maggiore caos si è verificato nella tarda serata di martedì: giorno particolarmente vivace per la concomitanza della festa della donna e dell’ultimo di carnevale.

L’altra sera la baby gang ha preso possesso del cantiere e ha raggiunto la parte più alta, quella che coincide con il volto della statua. L’intenzione iniziale non era quella di distruggere il monumento ma di infastidire i passanti. I ragazzi si sono impossessati delle taniche di acqua demineralizzata che vengono utilizzate dai restauratori e le hanno utilizzate per «innaffiare» le persone che passavano nei pressi del cantiere. In molti sono stati oggetto del lancio. Qualcuno ha protestato, le persone che frequentano la piazza hanno anche cercato di far scendere il gruppo, ma naturalmente i giovani teppisti non si sono fatti intimidire.

Quando è finita l’acqua delle taniche la gang ha cercato un nuovo, assurdo, divertimento. Ai piani inferiori della struttura del cantiere, che si sviluppa su quattro livelli, è stata recuperata una piccola barra di tubi innocenti (gli stessi usati per realizzare la struttura): quel pezzo di ferro doveva servire a spaccare il naso della statua di Imbriani. Il marmo, però, è estremamente resistente in quel punto e i giovani hanno cercato di colpirlo da diverse angolazioni.

Quando il colpo è stato sferrato dal basso, ha centrato in pieno la parte sporgente della barba e l’ha mandata in pezzi. Quello, probabilmente, è stato l’evento che ha convinto i teppisti a scappare, non prima di aver infierito ulteriormente sulla statua colpendola alla spalla sinistra che è sul percorso dell’uscita. Il presidente della municipalità. Alberto Patruno, ha chiesto rigore alla polizia durante le indagini.

Le telecamere di sorveglianza della piazza potrebbero aver ripreso uno dei momenti del blitz: bisognerà visionarle e cercare elementi utili al riconoscimento dei membri della gang.

Giovedì 10 Marzo 2011 - 13:41    Ultimo aggiornamento: 13:43




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Morso "proibito": pitone birichino addenta il seno della maggiorata

Il Mattino


LOS ANGELES - Con i serpenti è meglio non giocare troppo. Lo ha scoperto sulla sua pelle una bionda e siliconatissima maggiorata americana: mentre gioca con un pitone, la donna avvicina pericolosamente il rettile al suo seno. Il pitone non ci pensa due volte e le piazza un bel borso sul seno sinistro.








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E marocchino, stop al risarcimento per il figlio nato con tetraparesi

Corriere della sera


La famiglia, vittima di un grave caso di malasanità, deve intascare 5 milioni. «Ma può fuggire all'estero»


Mantova - L'indennizzo in seguito agli errori commessi dai medici al momento del parto

MANTOVA - Il risarcimento per il caso di malasanità sarebbe dovuto e già stabilito da una sentenza. Ma il beneficiario è immigrato di modesta condizione economica e dunque potrebbe dileguarsi con il denaro prima che la sentenza diventi definitiva. Dunque stop al risarcimento. È un provvedimento destinato a fare discutere quello emesso dalla corte d'Appello di Brescia, vuoi per l'entità dell'indennizzo - cinque milioni di euro - vuoi per le ragioni che hanno indotto i giudici a fermarlo. Al centro del caso un ragazzo nato nel '98 - e oggi residente in provincia di Mantova - in seguito a un parto molto travagliato e da allora affetto da tetraparesi e bisognoso di cure ininterrotte.

La formula giuridica con la quale l'erogazione è stata sospesa non sembra lasciare spazio a molte interpretazioni. I genitori della vittima, è scritto nell'ordinanza «non offrono sufficienti garanzie delle somme che dovessero risultare corrisposte in eccesso, attesa la loro verosimile modesta condizione economica e la possibilità (in quanto immigrati in Italia dal Marocco) di poter rientrare nel loro Paese di origine senza più fare ritorno in Italia, rendendo così estremamente gravosa una azione esecutiva». Nel '98, anno in cui il ragazzo era venuto al mondo nell'ospedale di Asola (Mantova) il padre e la madre facevano ancora la spola tra la Lombardia e il Nordafrica.

La storia di questo sfortunato parto è raccontata negli atti processuali: le carte riferiscono che la madre aveva avuto avvisaglie di una gravidanza difficile ed era stata ricoverata ad Asola il pomeriggio del 13 maggio del '98 con abbondanti perdite di liquido amniotico. Nonostante le condizioni di sofferenza i medici non avevano praticato il cesareo ma avevano optato per il parto naturale, avvenuto dopo molte ore di travaglio dopo la mezzanotte del giorno stesso. Le condizioni del neonato, causa la prolungata asfissia e i tentativi di estrarlo con una ventosa, erano parse subito disperate e da allora Amin vive in uno stato di gravissimo handicap fisico e psichico.

Il tribunale di Mantova aveva riconosciuto la responsabilità dei medici intervenuti quella sera e aveva condannato l'azienda ospedaliera «Carlo Poma» di Mantova (a cui fa capo l'ospedale di Asola) a un risarcimento di due miliardi e mezzo di lire nel 2001, che con gli interessi erano saliti in vista del processo di appello a 5 milioni di euro. I dirigenti del «Carlo Poma» avevano preliminarmente liquidato alla famiglia marocchina 1 milione e 600mila euro ma avevano presentato appello ritenendo eccessivo il saldo che restava da versare. Ed è a questo punto che è subentrata la corte d'Appello di Brescia, che ha bloccato il pagamento della somma rimanente.

«La cospicua somma di un milione e 600mila euro - scrivono i magistrati di secondo grado - appare allo stato sufficiente per il tempo necessario allo svolgimento del presente grado di giudizio a consentire di far fronte alle necessità del figlio sia dal punto di vista abitativo che dal punto di vista assistenziale. Peraltro gli stessi (i genitori, ndr) non offrono sufficienti garanzie di restituzione delle somme che dovessero essere corrisposte in eccesso». La ragione? La modesta condizione economica e la possibilità di una fuga in Marocco. «Ma è una considerazione a nostro giudizio totalmente infondata - protesta l'avvocato Angelo Villini, legale della famiglia di Amin - perché i giudici non dovrebbero basarsi su presunzioni, ma su dati di fatto presenti nella causa. Questi ultimi dicono che il padre del ragazzo ha un'azienda in provincia di Mantova, che la famiglia è ormai radicata in Italia e che il loro figlio ha bisogno di assistenza continua, 24 ore al giorno: credete forse che il Marocco possa garantire questo tipo di prestazione sociale e sanitaria meglio delle strutture italiane?»

Claudio Del Frate
10 marzo 2011



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Cacciari difende i sindaci ma attacca i cittadini: "Ti rompono le palle, sono infanti incapaci"



L'ex sindaco di Venezia si scatena ai microfoni di Radio 24 parlando dei suoi 15 anni da amministratore del capoluogo veneto: "La società civile ti invade ogni mattina con problemi senza senso e i cittadini sono infanti incapaci di arrangiarsi"



 
"I sindaci? Poverini, sono gli unici a cui non getto la croce addosso. La società civile? Ti invade ogni mattina che ti alzi con problemi senza senso. I cittadini? Un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi". Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, non è uno che le mandi proprio a dire. E l'ennesima conferma l'ha fornita quesyta mattina, intervenendo a "24 Mattino" su Radio 24. "Guardi - ha detto Cacciari - dopo aver fatto 15 anni il sindaco, a tutti getto la croce addosso fuorché ai poverini che si trovano nella situazione in cui mi sono trovato io. Non si ha la più pallida idea di cosa voglia dire, ogni mattina che ti alzi, avere la cosiddetta nostra società civile che ti invade perché ha la prostituta in un viale o il casino del bar sotto casa, o perché c’è il mendicante o la strada dissestata".

Non contento, Cacciari ha rincarato la dose: "A un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana, terrena a un certo momento gli dici "vabbè", ti faccio un’ordinanza, ma smettila di rompermi le palle, cioè non è mica possibile. Non si ha mica idea di cosa significhi fare questo mestiere". E al conduttore che gli ha fatto notare che non è stato obbligato a fare il sindaco, Cacciari ha replicato: "Uno pensa posso fare delle cose importanti per questa città, poi metà del tuo tempo lo passi a trattare queste cose".




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Ndrangheta, ora di girolamo rivela: fu fini a decidere la mia candidature






Di Girolamo a processo per un maxiriciclaggio che coinvolge, tra gli altri, l’imprenditore Mokbel ed ex dirigenti di Fastweb e Telecom Sparkle. Ora l'ex senatore del Pdl accusato di avere legami con la 'ndrangheta vuota il sacco. E rivela: "Sulla mia candidatura ci fu il placet di Fini


Roma - "La decisione fu presa da Gianfranco Fini. La mia candidatura fu deliberata da Alleanza Nazionale". Durante il processo sul maxi riciclaggio da due miliardi di euro con il coinvolgimento degli ex vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, Nicola Di Girolamo, l'ex senatore del Pdl accusato di avere legami con la 'ndrangheta, vuota il sacco e svela il proprio legame con Alleanza nazionale. Sul suo nome in lista ci fu, infatti, il placet dell'attuale presidente della Camera. 

La candidatura di Di Girolamo Rispondendo ad alcune domande dell’avvocato Bruno Giosuè Naso, difensore di due degli imputati (Paolo Colosimo e Luca Breccolotti), su chi fosse stato a decidere la sua candidatura nelle file del Pdl nel collegio Estero Europa, l’ex parlamentare ha spiegato che il placet arrivò dell’attuale presidente della Camera. "Non vi era facoltà da parte di nessuno, in quel momento storico, di potere incontrare i vertici del partito - ha ricostruito l'ex senatore - il Pdl aveva delegato espressamente l’onorevole Marco Zacchera per quel che riguardava le candidature di An. 

I miei incontri si erano limitati, in sede e nell’ambito del partito, all’onorevole Zacchera". Tuttavia la candidatura di Di Girolamo non fu decisa da Zacchera, ma da Fini in persona: "Mi fu riferito da Zacchera che era stato dato il placet per la mia candidatura da parte di Fini. Che abbia deciso Fini è un fatto. Si può poi discutere sul fatto che questo sia stato deciso sulla base della relazione dell’onorevole Zacchera o di altre considerazioni". 

Le accuse a Di Girolamo Di Girolamo, che ha concordato con la procura la condanna a 5 anni di carcere oltre alla restituzione di quasi 5 milioni di euro, è accusato, oltre che di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, anche di avere violato la normativa elettorale con l’aggravante mafiosa. Secondo il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e i pm Giovanni Bombardieri e Francesca Passaniti, la sua elezione nel collegio estero di Stoccarda sarebbe stata favorita da un broglio elettorale realizzato dalla famiglia Arena, della 'ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, che avrebbe acquistato numerose schede elettorali fra gli immigrati calabresi nella città tedesca, apponendo poi sulle schede il voto per Di Girolamo.




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Il finanziere di Gheddafi riappare via mail

Il Tempo


Il Governatore Bengdara a Istanbul. L'uomo che controlla il tesoro di Tripoli disperso da giorni comunica al Financial Times: sono all'estero per meglio curare gli affari.


Il governatore libico Bengdara Era dato per disperso da giorni. Anche nel suo Paese, la Libia. Poi ieri, improvvisamente, il Governatore della Banca Centrale Omar Faraht Bengdara, che in Italia siede anche nel consiglio di amministrazione di Unicredit in qualità di vicepresidente, ha messo fine al mistero. Con una mail. Già, il potente cassiere di Gheddafi, colui che stampa il dinaro libico e soprattutto è membro del consiglio del Libyan Authority Investment (Lia), il braccio finanziario più potente del Colonnello e che ha fra i suoi investimenti 20 miliardi in obbligazioni e circa nove miliardi in azioni nelle società internazionali, si è affidato a un messaggio sul web indirizzato a un giornale di tutto rispetto, il Financial Times, per dire al mondo (quello finanziario s'intende) che lui c'è ancora. Un'uscita che mette chiarezza nel pianeta della finanza internazionale ancora confuso riguardo la situazione libica e le ricadute nei Paesi che hanno usufruito di investimenti di Tripoli. Martedì notte, Bengdara era stato affiancato nella plancia di comando della Banca Centrale dal ministro delle Finanze libico, Abdulhafid Zlitni. Un incarico temporaneo, certo. Ma la nota governativa ha tenuto a precisare che il ruolo era stato assunto da un ministro alla luce delle delicate operazioni che la banca sta affrontando. Insomma, tra le righe si leggeva una quasi defenestrazione per Bengdara. Che ha ben pensato, dunque, di palesarsi. Nelle missiva inviata al Ft, spiega di trovarsi a Istanbul e di essere stato informato di essere stato sostituito ad interim alla guida della banca centrale dal segretario libico alla Pianificazione e alle Finanze. Il presidente della Banca Centrale Libica non chiarisce se è rimasto fedele a Gheddafi e assicura che continuerà ad assumersi le proprie responsabilità e di essere all'estero solo per seguire meglio gli affari. Bengdara era al centro di intense ricerche internazionali sia da parte dei responsabili della Libia, sia della diplomazia internazionale che dei banchieri, perché non si avevano sue notizie dallo scoppio della guerra civile in Libia.


E qui al mistero si aggiunge il mistero. Sì, perché il 2 marzo scorso Unicredit aveva diramato una nota nella quale la banca segnalava al mercato di aver ha ristabilito i contatti con il vicepresidente Bengdara. Insomma qualcuno lo aveva trovato. Non specificando se fosse ancora a Tripoli o altrove. Resta il fatto che per molti Bengdara è uno degli uomini più ricercati, in senso positivo, del pianeta. Lo schivo banchiere, (così lo descrivono quei pochi che lo hanno incrociato negli uffici di Piazza Cordusio tutte le volte che si è presentato ai cda) è la chiave del potere finanziario del Colonnello. L'uomo che può spostare equilibri importanti a Tripoli. E i governi stranieri sono impazienti di sapere se questo alto funzionario del regime è sempre fedele a Gheddafi, nel momento in cui la comunità internazionale ha congelato gli investimenti all'estero del Paese. Qualche messaggio in questo senso lo ha mandato. Bengdara dopo la crisi darà le dimissioni e ha avvisato che il congelamento dei beni libici all'estero potrebbe portare a un disastro umanitario. I finanzieri possono decrittare.


Filippo Caleri

10/03/2011





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Salerno, dj con 150mila mp3 scaricati da internet: multa di 22 milioni di euro

Marocco, offerti soldi per cambiare la data di nascita di Ruby

Corriere della sera


«Il Fatto» intervista la funzionaria marocchina che lavora all'anagrafe:«Rifiutai soldi da due italiani»



MILANO - Il 7 febbraio di quest'anno due persone di lingua italiana offrirono soldi all'ufficio dell'anagrafe marocchina di Fkik Ben Salak per retrodatare di un paio di anni la data di nascita di Karima El Maroug, meglio nota in Italia come Ruby Rubacuori, rispetto al 1 novembre 1992 come è attestato nel registro e nei suoi certificati di nascita. L'offerta, che se accolta avrebbe avuto fra i suoi effetti quello di escludere la minore età di Ruby nel periodo dei fatti contestati al premier Silvio Berlusconi dal rinvio a giudizio immediato disposto dalla Magistratura milanese, sarebbe però stata rifiutata dalla funzionaria pubblica della cittadina marocchina che, sotto lo pseudonimo di Fatima, racconta la storia in una intervista a «il Fatto».

IL RACCONTO - «Erano in tre - racconta la funzionaria dell'anagrafe a due inviati del quotidiano di Padellaro, appositamente inviati a Fkih- e, la mattina del sette febbraio mi chiamarono fuori dal mio ufficio. Due parlavano in italiano. Il terzo era un marocchino distinto che faceva da interprete e mi è parso di capire che anche lui venisse dall'Italia, forse da Milano». Una serie di discorsi in generale e su alcuni problemi per Ruby in Italia, accompagnati dalla consapevolezza che in Marocco non esiste un'anagrafe informatizzata ma solo dei registri cartacei. Quindi la richiesta dietro lauto compenso economico («mi hanno offerto una somma importante», racconta la donna) di correggere manualmente il registro, trasformando dal 1992 al 1990 l'anno di nascita della ragazza. E «Il Fatto», a scanso di nuovi equivoci, ha fotografato e pubblicato la pagina del registro anagrafico che riguarda Ruby. «Io - si conclude il racconto della donna- ho detto loro di no: "non posso accettare". Temevo che avrei potuto passare guai. E ho pensato anche se avessi accettato forse avrei potuto creare problemi a quella mia concittadina». (fonte: TMNews)


10 marzo 2011





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Il '68 non passa mai: Brera invita un prof per insegnare come si occupa



Franco Berardi, ex leader di Potere operaio, pagato dall’Accademia di Brera per un seminario di sociologia dei media Ma ha deciso che cambierà programma: "Insegnerò come si occupano il parlamento, le piazze e le banche". Quei cattivi maestri che salgono in cattedra



 

«Sarò a Brera il 14 marzo, ma agli studenti non parlerò, come avevo pianificato e promesso, di cyberculture, ma di come si organizza una insurrezione. Perché non vi è altro tema che valga la pena di discutere al momento». Ora, vaglielo a dire a quelli dell’Accademia, che l’hanno pagato - «malissimo pagato», dice lui - per un seminario sulla sociologia dei media. Ma Franco Berardi - «Bifo», da quarant’anni a questa parte - è fatto così. Un agitatore culturale. Uno che provoca. Uno che alla fine degli anni ’60 entrava in Potere Operaio dalla porta principale, che nei ’70 fondava Radio Alice (la prima radio libera), uno che da sinistra spendeva parole di fuoco contro le politiche sociali dell’allora sindaco di Bologna Sergio Cofferati, lo stesso Cofferati che pochi anni prima aveva portato in piazza due milioni di operai. Uno che spiazza, Bifo.

Così, agli studenti di Brera spiegherà - come ha anticipato il Riformista - come «abbattere la dittatura finanziaria in Europa», come «occupare una piazza, una stazione, un parlamento, una banca, e rimanere lì fin quando il governo della mafia se ne sarà andato, e fino a quando la dittatura Trichet-Sarkozy-Merkel sarà stata abbattuta», perché «la guerra che il capitalismo finanziario ha dichiarato contro la società è giunta alla stretta finale». Abbattere, dittaura, capitalismo. Già sentite. Quarant’anni fa, appunto. E com’è andata? Lo sappiamo, com’è andata. E allora, alla fine, la domanda si riduce a una. Ma voi andreste a prendere lezioni da uno che ha già dato buca alla Storia?

Perché di questo si tratta. Di un vizio da gerontocrati. Di una pretesa paternalistica. Chi ha un lungo passato ritiene di avere sempre e comunque qualcosa da insegnare ha chi ha un lungo futuro. Ammettiamolo. «Bifo» Berardi - classe 1949 - c’aveva visto bene. Eccome. Quando ancora la rete era roba pescatori, lui già pensava al web. Prima che internet si trasformasse in un ininterrotto social network, lui pubblicava saggi sul cyber-spazio. Ed è per questo che a Brera l’avevano invitato. A parlare di media nel terzo millennio, di comunicazione 2.0, di cultura al tempo di Facebook-Twitter-MySpace e oltre. E invece no. Dall’Accademia verrà pagato per insegnare teoria e pratica delle occupazioni. Insommma, per spiegare come si viola la legge. «È il momento di preparare l’insurrezione - scrive -. Dopo di che possiamo accettare l’idea che ciascuno di noi cercherà di cavarsela come può, magari ritirandosi in campagna. Ma è meglio sapere che il nostro futuro, come quello dei nostri studenti non esiste più, a meno che non siamo disposti a rischiare (molto, anche la vita questa volta) per il diritto a insegnare e studiare, per il diritto a un salario decente, e per la dignità».

Quindi, «la sola cosa da fare è occupare Brera e trasformarla in un centro per le azioni contro la dittatura finanziaria». Senza chiedersi se non stia agli studenti decidere se rischiare o no, se non sia giunto il momento di scendere dalle cattedre, se l’oppio (ahimè) non piaccia davvero ai popoli, se ognuno abbia un tempo a disposizione e se - scaduto quello - non ci sia altro da fare che consegnare le chiavi del presente alle nuove generazioni. Così come le pretese Bifo, quando aveva vent’anni.

Vedremo. Vedremo quanti studenti andranno ad ascoltare gli insegnamenti sulla Rivoluzione. Saranno in molti, di certo. Vedremo se uno - almeno uno - chiederà conto al professor Berardi di questo teatro da retro-avanguardia. «Ci scusi prof, ma a lei non era andata male?».




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Gheddafi divide i comunisti

Il Tempo


Polemica al Manifesto. La pasionaria Rossanda attacca l'atteggiamento del "tripolino" Valentino Parlato. La giornalista chiede che il giornale prenda atto della fine dell'illusione progressista sul regime autoritario del raìs.


Gheddafi in una foto d'archivio Crisi di coscienza al "Manifesto", "quotidiano comunista"? Rossana Rossanda, antica pasionaria comunista - sempre in rotta col Partito, ma sempre dentro lo schieramento - ha sentenziato: «Al "Manifesto" non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia, né uno Stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta». Valentino Parlato è la pietra dello scandalo. Non c'entra l'inviato in Libia, "perfetto", annota Rossanda, qui il nodo è di quelli che strangolano. Parlato scrive prefazioni apologetiche a libri scritti dal Raìs, altro che storie. La comunista gentile perde le staffe, ma non deve prendersela con il compagno di mille battaglie, Valentino, comunista "laico" e integralista, per così dire; deve fare i conti, per dirla con Gramsci, con la sua storia e staccarsi un bel po' di epidermide dalla carne. Il marxismo prescrive che Parlato abbia ragione, punto. Perché il vecchio scienziato della "critica dell'economia politica" e fondatore della setta dei "rivoluzionari di professione", Karl Marx di Treviri, ha sempre esaltato la forza del colonialismo "borghese", anglosassone soprattutto. Quel colonialismo generava, secondo Marx, le condizioni dei grandi mutamenti mondiali, una sorta di globalizzazione in nuce, dunque poteva essere cavalcato. Le sue contraddizioni sarebbero esplose e tutto avrebbe condotto verso il "bel sol dell'avvenire" diffuso in ogni angolo del mondo. Il comunismo è internazionalista e, nello stesso tempo, si interessa ad ogni protagonista, foss'anche un emerito bandito, capace di fare le bucce ai dominatori occidentali. Gheddafi va benissimo, allora, ergo: Parlato ha ragione ed ha molte ragioni oggettive e marxisticamente perfette dalla sua parte.


Gheddafi la "carta del matto" che, con Chesterton, "ha perso tutto tranne la ragione": chi meglio di lui per costruire un socialismo nazionale post-colonialista? E ancora: facendo saltare all'aria il sistema tribale, reazionario e decisamente contro la modernizzazione della nazione? Questo è Gheddafi, nell'ottica marxista, e se leggiamo l'intervista dello storico Del Boca, pubblicata alcuni giorni fa su questo giornale, il Colonnello ha toccato molti cuori, non solo invasi dalla fede nel marxismo. La sinistra ha perso così la bussola, perché questa diatriba è vecchia, non antica, perché questo almeno interesserebbe gli storici di professione, ma puro vintage senza più mercato (neppure rionale). La sinistra è oggi più nichilista che mai, devastata dalla fine delle grandi narrazioni, mai elaborata e strumentalizzata in ottica soprattutto anti-socialista. La sinistra è finita ad Hammamet, in terra araba, di fronte alla tomba di chi, nel 1986, salvò Gheddafi dalla morte. Parlo di Bettino Craxi. Non c'è, dunque, più storia, ma solo cronaca.


E quando la cronaca esaurisce la decenza, come in questi giorni colonizzati dall'idiozia dell'una come dell'altra parte, destra e sinistra, riemerge, avvizzita, la reazionaria insistenza a fare un passo avanti e due indietro: compagni, non c'è più trippa per gatti. A Gheddafi bisognava dire no subito, per salvare gli interessi italiani in terra libica, e le armi avrebbero avuto un altro effetto, in questa congiuntura storica. Ancora tutta da decifrare. Di più. Se, da un lato, la polemichetta sul "Manifesto" apre le cateratte degli orrori intellettuali del comunismo marxista che fu, dall'altro le reazioni della sinistra all'opposizione (a far cosa?) rendono questa passata scenata tra compagni quasi monumentale. Come un carteggio tra vecchi compagni degno di una simpatia notarile. La Libia rappresenta il luogo dell'Ombra della sinistra arcaica e dell'Occidente mercantile che, oggi, in primo luogo l'Italia, non riesce a fare una mossa proattiva di fronte alla fine di un'epoca di monocrazia gestita con cinismo, tutt'altro che toccato da follia, dal Raìs.


Raffaele Iannuzzi

10/03/2011





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Telegiornaliste in rivolta contro la collega Ferrario



Favorevoli alla conduttrice sono 18 su una settantina. Il direttore le avrebbe offerto diverse alternative, ma lei nega



 
Roma

Donne spaccate a metà, anzi ad essere precisi un quarto contro tre quarti, sul caso Ferrario versus Minzolini. Se fosse un referendum non avrebbe neppure raggiunto il quorum, se fosse un atto di sfiducia (tutto in rosa) verso il direttore, sa­rebbe un grande flop, se fosse un segno della solidarietà di genere verso la ribelle (reintegrata) Tizia­na Ferrario sarebbe un flop ancora più scottante. Le donne del Tg1 di­scutono e si dividono, con lettere fu­renti appese alla bacheca di reda­zione. Al momento se ne contano tre (ma il bilancio, come si dice per le guerre, è provvisorio): la prima, quella contro il direttore accusato di «continuare a dividere la redazio­ne tra vecchie e giovani », la succes­siva missiva, vergata a mano da un’autorevole collega come Ma­nuela Lucchini, prima firma del set­tore medico-scientifico del Tg1, per prendere le distanze dal primo editto, e quindi la controreplica del­la Ferrario.

Ma i numeri in campo quali so­no? Diciotto firme di giornaliste Tg1 pro-Ferrario e anti-Minzo (ma una delle firmatarie, Ida Peritore, avrebbe già ritirato la sua), contro altre cinquanta minimo (le colle­ghe in forza al Tg1 «sono una settan­tina in tutto», precisano dalla Rai) che non hanno sottoscritto l’appel­lo. Tra queste, fanno notare al Tg1, ci sono anche una trentina almeno di colleghe di area centrosinistra. Eppure hanno deciso di non mette­re la loro faccia su quel documento di protesta, promosso da Alessan­dra Mancuso, componente del co­mitato di redazione della testata. Non si possono attribuire motiva­zioni agli astenuti, ma qualcosa si può immaginare dalla lettera di Manuela Lucchini, che inizialmen­te aveva firmato la protesta ma poi si è dissociata, spiegandone il moti­vo.

La conduttrice ha accusato le colleghe promotrici della protesta di non essere stata correttamente informata sul fatto che alla Ferrario il direttore avesse offerto alcune al­ternative più che onorevoli, tra cui: caporedattore a Milano e corri­spondente da Madrid («invece a me è stato sempre detto che non le era stato proposto niente»). Ma non solo, la Lucchini ha denuncia­to il doppiopesismo di chi, in passa­to, nulla ebbe a dire sulle rimozioni di Susanna Petruni (direttore Giu­lio Borrelli) e di lei stessa dalla con­duzione della mezzasera (diretto­re Demetrio Volcic). «Anche io so­no stata avvicendata dalla condu­zione dopo 24 anni dal direttore Minzolini, ma le alternative che mi sono state proposte le ho trovate soddisfacenti, perché in un’azien­da come la Rai bisogna poter fare altro».

La Ferrario ha risposto a sua vol­ta, sempre in bacheca, con una let­tera dove spiega che quelle citate dalla Lucchini sono «falsità», per­ché a lei il direttore non avrebbe of­f­erto incarichi di prestigio alternati­vi alla conduzione. Eppure di que­ste proposte (Minzolini dice di aver prospettato «quattro incarichi diversi» alla Ferrario, tutti respinti) dovrebbe esserci traccia scritta. Un giallo che si potrebbe chiarire in fretta, quindi, se le parti in causa vo­lessero fare chiarezza su questo punto. Intanto, non è ancora fissata la data del rientro effettivo della Ferra­rio (che nel frattempo si dà da fare con l’impegno civile nelle piazze) alla conduzione del Tg1 . La teleno­vela, insomma, prosegue. Di fatto nel primo telegiornale Rai si repli­ca la stessa situazione che sta im­mobilizzando il cda aziendale.
Se ogni decisione, nomina o avvicen­damento, può essere oggetto di causa di lavoro con conseguente re­integro forzato e possibile danno erariale per l’azienda, il risultato è un’azienda congelata (problema che i suoi competitor diretti, da Me­diaset a Sky, non hanno). La Petru­ni, vicedirettore e conduttrice, è in corsa per la direzione del Raidue (la sua promozione libererebbe quindi caselle ambite nel giorna­le), ma la nomina è bloccata dal fat­to che la rimozione dell’attuale di­rettore Massimo Liofredi provo­cherebbe una causa di reintegro che riazzererebbe tutto. Quindi tut­to fermo. Con un paradosso diver­tente: che se qualcuno cacciasse Minzolini, lui potrebbe comoda­ment­e chiedere di essere reintegra­to alla direzione del Tg1 . Una giran­dola senza fine, da viale Mazzini al Tribunale del Lavoro, a danno solo della Rai. P.S. Anticipiamo già che il cdr del Tg1 oggi contesterà questo pezzo che cerca di dividere una redazio­ne che etc...



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Se il magistrato crede di essere Dio in terra



Il magistrato non è Dio in terra. Non è infallibile, non è onnisciente né onnipotente, né neutrale. Il problema vero della Giustizia è di natura teologica



 
Ridurrei l’intera riforma della giusti­zia a un solo articolo: il magistrato non è Dio in terra. Non è infallibile, non è onnisciente né onnipotente, non è al di sopra del bene e del male, non è neutra­le, non è depositario unico e autorizzato della Verità, non può entrare dappertut­to e occuparsi di ogni cosa in cielo, in ter­ra e in ogni luogo. Perché il problema vero della Giusti­zia è di natura teologica. Da quando dila­g­a l’ateismo e non crediamo più alla Veri­tà Unica e Assoluta, da quando non fun­zionano più neanche i surrogati teologi­ci, ovvero le ideologie, abbiamo lasciato il ruolo di Dio al Magistrato. Lui stabili­sce i confini della vita e della morte, occu­pandosi di bioetica ed eutanasia. Lui de­cide la sorte di famiglie, minori, adozio­ni.

Lui stabilisce quali reati perseguire e quali no, di quali occuparsi e quali far marcire negli anni. Lui decreta se il politi­camente scorretto è perseguibile a nor­ma di legge oppure no, giudizi storici in­clusi. Lui impone se devi cedere o no la casa di tua proprietà e i tuoi leciti guada­gni alla tua ex moglie, e decide se tutela­re i tuoi diritti elementari o se adottare una giustizia compensativa e distributi­va, fondata sul principio egualitario che devi dare per la sola ragione che guada­gni di più. Lui entra nella vita privata e decide quando la sessualità è reato e quando invece è libera privacy. Lui deci­de i palinsesti, reintegra i giornalisti, in­dica cosa devono fare e di fatto decide la linea editoriale dei tg. Lui può forzare e reinterpretare le leggi e di fatto modifi­carle attraverso le sentenze.

Lui può ro­vesciare i verdetti della volontà popola­re. Lui è il Supplente di Dio e può inter­cettare e sputtanare anche la vita più inti­ma. Lui non paga se sbaglia. Ma che Lui non sia Dio in terra non c’è bisogno di dimostrarlo attraverso complicate pro­ve teologiche, ne basta una empirica: se il 90% dei reati resta impunito, se i tempi d’attesa di giudizio restano così lunghi, se il tasso di errore è così elevato, insom­ma se la Giustizia fa così schifo, vuol dire che non è nelle mani di Dio ma nella mi­gliore delle ipotesi di comuni mortali. Anzi a volte ometti, discesi dal verbo omettere.



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La coda di paglia dei magistrati spioni



L'Anm ha chiesto l'intervento del Garante della privacy per bloccarci. Troppo onore. Abbiamo semplicemente fatto il nostro lavoro, cioè pubblicato una notizia



 

I magistrati si sono molto arrabbiati do­po aver letto sul no­stro quotidiano di ie­ri le loro email nelle qua­li sparlano di Silvio Ber­lusconi e degli elettori del centrodestra. Ci cre­do, al loro posto avrei avuto la stessa reazione. Vedere pubblicato sui giornali cose che uno pensa debbano restare riservate fa girare i san­tissimi. Se poi queste co­se, come nel caso in que­stione, smascherano un progetto politico che do­veva restare segreto in quanto incompatibile con la loro professione e presunta indipendenza, be’ allora la rabbia di­venta ira.

Al punto che hanno riunito d'urgen­za i loro vertici e chiesto l’intervento del Garante della privacy per blocca­re il Giornale . Troppo onore. Abbiamo sempli­cemente fatto il nostro lavoro, cioè pubblicato una notizia. Soltanto che in questo Paese, per non finire nei guai, si possono pubblicare esclusivamente le noti­zie gradite ai magistrati politicizzati, cioè funzio­nali al processo mediati­co contro Berlusconi e il suo governo. In quel ca­so non c’è privacy, anzi è tutto un bunga bunga dell’informazione dove chi più ne ha più ne met­ta, senza che nessuno lo disturbi. È poi paradossale che chi dello spiare e dell’en­trare nelle vite private senza regole e rispetto ne ha fatto una norma, oggi si atteggi a verginel­la di fronte alla pubblica­zione dei propri deliri af­fidati a una rete inter­net, che sarà anche riser­vata ai magistrati ma non certo segreta per­ché costituirebbe reato.

Riservata sì, ma come le migliaia di telefonate che ogni giorno vengo­n­o intercettate e non get­tate anche se il contenu­to nulla ha a che fare con un reato. Riservata co­me riservata dovrebbe essere la casa e il corpo di giornalisti di questa te­stata che sono stati per­quisiti, direi violentati psicologicamente, in cerca di fantomatici dos­sier che ovviamente non esistevano. Questi magistrati che chiedono di censurare il Giornale hanno la coda di paglia. Dopo aver af­fossato la giustizia e az­zoppato la politica, ora vorrebbero intervenire sull’informazione per decidere che cosa si può e si deve pubblicare. In­vece di scrivere procla­mi politici e tramare con­tro il governo pensino a fare il loro lavoro. Che al nostro ci pensiamo noi.



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Fuoco incrociato sul Giornale

di Vittorio Macioce


Il deputato del Fli querela mezzo quotidiano, inventandosi il reato di stalking di massa. Nella lista incriminata c’è persino un lettore. La nostra unica colpa? Averlo citato più volte negli articoli. Ma nessuno l’ha mai inseguito per strada o minacciato al telefono. Intanto l'Anm ci denuncia per lo scoop sulle e-mail dei magistrati (leggile tutte



 

Non nominate quel nome invano. Ai poliziotti una cosa del genere non era mai capitata. Devono andare al Giornale e chiedere i dati anagrafici di trentasei giornalisti e un lettore che ha avuto la sventura di scrivere una lettera. Non ac­cade spesso. Non accade in Italia, maga­ri a Cuba sì, ma è un particolare. Quando ti chiedono dove abiti e quanti anni hai, domicilio e il nome dell’avvocato è perché c’è un procedimento in procura contro di te. Non ti dicono il peccato, quello lo notificheranno più tardi. Non sai neppure chi ti accusa. Tutta la storia è a sorpresa. Indovina chi ti chiama in procura? L’unica cosa certa è che c’è qualcuno che si è messo in testa di denunciare mezzo quotidiano. Quello che lega i giornalisti e il malcapitato lettore è un nome. Tutti hanno citato almeno una volta, per caso, per sbaglio, per lavoro o per sfiga,l’innominabile,uno che deve avere qualche parentela con Voldemort, il Colui-che-non-si-può-nominare della saga di Harry Potter. Ma siccome non bisogna avere pauradi certi anatemi quel nome va fatto: Italo Bocchino.

Non è una sorpresa. Questo in fondo è un giallo da quattro soldi. Bocchino il 12 febbraio aveva confessato di aver denunciato i giornalisti che turbavano il suo sonno, e quello della famiglia, per stalking (reclusione da sei mesi a quattro anni). Italo è diventato l’uomo dei teoremi. È convinto che ogni parola su di lui nasconda una trama oscura. Almeno questo è quello che ormai va chiacchierando in giro. Fatto sta che si è inventato questa storia dello stalking di massa. Il reato è nuovo, chissà a che serve, usiamolo. Forse la Carfagna, promotrice di una battaglia seria e drammatica, non gli ha spiegato bene la ratio della legge. La denuncia per stalking non è un manganello. Non si va in giro a randellare alla cieca. Colui-che-non-si-deve-nominare nella sua furia non ha risparmiato quasi nessuno.

Ha denunciato Sallusti e Feltri, vicedirettori vecchi e nuovi come De Manzoni, Porro e Tramontano, notisti politici incrociati a Montecitorio come Adalberto Signore e Laura Cesaretti, Chiocci e Malpica intravisti a Montecarlo, editorialisti di tutte le razze, cronisti di passaggio e, appunto, perfino un lettore. Se l’è presa anche con me, per aver scritto che mentre Fini s’inabissava con le bombole in vacanza, al povero Italo toccava la fatica di mandare avanti il Fli sotto il sole d’agosto. Non era stalking, ma pietas umana. E comunque non mi è mai passato in testa di turbare le sue notti, di seguirlo per strada o telefonargli all’ora di pranzo mentre narra pettegolezzi a Dagospia. È che nella vita tutti, a quanto pare, hanno il loro quarto d’ora di ce-lebrità e ti tocca, o ti capita, di scrivere di loro anche quando ne faresti volentieri a meno.

I fantasmi dell’innominabile sembrano uno scherzo di carnevale. Tutto potrebbe finire con una pacca sulla spalla: simpatico, ma come ti è venuta questa idea? Peccato che in questo clima c’è il rischio che qualche procura prenda tutto sul serio. C’è una congiura di giornalisti che turba i sogni di gloria dell’onorevole Bocchino. Non dorme più, ha finito i sonniferi, mangia a fatica e ha un sorriso nervoso sul volto. La colpa non è della politica, ma di chi la racconta. Il rischio è che la Bocchino’s list non sia solo una barzelletta. Ma un rogna. Allora per un attimo proviamo ad essere seri. Le denunce di massa contro chi esprime un’opinione, contro chi fa cronaca, contro chi analizza, spiega o racconta la politica, contro chi fa il tuo nome per caso, contro chi scrive una lettera al direttore puzzano di intimidazione e di vendetta.

Non sono un dispetto e non sono un gioco. Bocchino ha dichiarato alla Sette, davanti alla Gruber, che adesso si vedrà come funziona la macchina del fango. Ha puntato l’indice contro questo quotidiano e Dagospia. È il suo teorema. Bocchino fa capire che ha letto le intercettazioni di una procura. Lì ci sarebbero le prove. Allora guardiamoci negli occhi. Qui è in ballo la nostra libertà di stampa. La dignità di ognuno di noi. La macchina del fango è quella di Bocchino e i proiettili sono in toga. Di quali intercettazioni parla Bocchino? Chi gliele ha date? Come ha fatto a leggerle? Come sono state raccontate? Questa storia è sporca.L’onorevole Bocchino usa le carte segrete di qualche procura per minacciare trentasei giornalisti e un lettore. Signor Bocchino, non mi farò sputtanare da uno come lei, da uno che non si può nominare.




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Usa, la campagna choc contro la droga

Corriere della sera


Si vedono le foto segnaletiche di 21 detenuti finiti dentro per stupefacenti e immortalati «prima» e «dopo»



Attraverso un documentario in dvd di 48 distribuito nelle scuole medie e superiori

Dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS


NEW YORK - «L’idea è quella di dare ai più giovani un esempio tangibile e insieme drammatico degli effetti devastanti che l’uso di droghe pesanti provoca», spiega Bret King, vice-sceriffo di Multnomah County (Oregon), ideatore della più controversa e scioccante campagna anti-droga mai lanciata negli Usa. Una campagna che qualcuno ha paragonato alle foto dei fumatori in fin di vita sui pacchetti di sigarette. Si tratta di un documentario in dvd di 48 minuti - distribuito nelle scuole medie e superiori Usa e rivolto ai ragazzi dai 13 anni in su - che sin dal titolo, «From Drugs to Mugs», dalle droghe alle foto segnaletiche, rivela l’intenzione di dichiarare guerra alle droghe pesanti come la metamfetamina, l’eroina e la cocaina, utilizzando la prevenzione invece della disintossicazione.

Usa, la campagna choc contro la droga

LE FOTO - L’aspetto della campagna che ha suscitato maggior dibattito tra i banchi di scuola è la decisione di allegare al documentario un cd con le foto segnaletiche di 21 detenuti finiti dentro per droga e immortalati «prima» e «dopo». Si tratta di uomini e donne di ogni età e di ogni razza, accomunati dal destino di vedere il loro corpo subire una vera e irreversibile metamorfosi nel giro di pochi anni, talvolta anche di mesi. Visi che soltanto sei mesi prima apparivano normali, in alcuni casi anche attraenti, sono adesso irriconoscibili, deturpati da macchie e segni indelebili, con lo sguardo spento e assente, e un’aria di chi ormai ha perso ogni speranza. Per riuscire nel suo ambizioso e difficile obiettivo, la campagna, attraverso le foto segnaletiche, cerca paradossalmente di sedurre i giovani facendo leva sulla loro vanità. «I ragazzi più giovani sono tutti un po’ narcisisti e ossessionati dalle apparenze», teorizza King, «fargli vedere come la droga trasforma la loro immagine, è il deterrente più forte che si possa immaginare».

09 marzo 2011



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Banche, indagine di Mister Prezzi: "Non si può pagare per prelevare"

Quotidiano.net


Il Garante Roberto Sambuco ha intenzione di approfondire il tema dei costi bancari per i clienti. Secca replica dell'Abi: "Le banche italiane sono trasparenti e fra loro in concorrenza".









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E' morto Ennio Ronchitelli avvocato e amico di Pertini e Bobbio

Il Mattino di Padova


Aveva 89 anni. Da militante del Partito d'azione partecipò alla guerra di Liberazione, poi fu anche assessore e vicesindaco socialista negli anni di Bentisk e Merlin. Assunse la difesa di alcuni imputati di Autonomia Operaia


di Aldo Comello



PADOVA. Si è spento Ennio Ronchitelli, combattente della Resistenza, vicesindaco negli anni di Bentsik e di Merlin, assessore alle Finanze e al Bilancio; si era occupato anche della tassa di famiglia dichiarando guerra all'evasione fiscale, avvocato, fu sua una delle più belle arringhe del processo 7 Aprile contro Autonomia Operaia.

Nato a Pescara nel febbraio del 1922, è stato uno dei protagonisti della storia di Padova negli anni burrascosi della guerra e in quelli faticosi e appassionati della ricostruzione. «Una persona rara per civiltà, cultura e simpatia - così lo ricorda Valentina d'Urso, docente di Psicologia - Con lui abbiamo trascorso serate indimenticabili giocando a carte; conosceva tutti i giochi italiani, imbattibile a scopone e a "cotecio", attorno al tavolo c'erano anche Antonia Urzi, Dante Nardo ed io. Momenti felici. Di grande affetto». Questo è uno scorcio della personalità di Ronchitelli, uomo vivace, elegante, con vasti interessi culturali non offuscati dalla massiccia attività professionale e politica.

«Aveva combattuto i nazifascisti - ricorda Giuliano Lenci - nelle file del Partito d'Azione. Ennio è stato una delle personalità di maggior spicco del movimento partigiano veneto. Fu insignito della medaglia d'argento per meriti di guerra. Imprigionato dalle brigate nere ai Paolotti riuscì a fuggire. Insomma, una vita avventurosa, intensa, una grande fede nel valori autentici dell'uomo. Negli ultimi tempi, di fronte al teatrino della politica, agli scandali, era depresso, quasi disperato. A volte mi chiedo - diceva - se sia valsa la pena di combattere, di soffrire per costruire l'Italia, quest'Italia. Ma poi si rispondeva da solo: "Sì, ne valeva la pena"».

«Lo incontravo - conclude Lenci - magari mentre attraversava la piazza diretto in tribunale. Ogni volta il dialogo con lui era interessante, stimolante, pieno di passione. Ma negli ultimi tempi prevaleva il disorientamento. Non sapevamo più che cosa dire».

Ennio Ronchitelli era stato amico di Bobbio, di Pighin, anche di Pertini, che aveva conosciuto a Nizza. «Socialista puro, lombardiano - ricorda il collega di partito ed amico, Sandro Faleschini - aveva sempre diffidato degli incantamenti della Serenissima. Fu lui a farmi entrare nel partito e a darmi la prima sgrezzatura politica. Negli ultimi tempi era stanco, ma non aveva perso la sua vérve ironica e la lucidità di ragionamento e d'espressione. Si accingeva comunque ad un bilancio: "Devo chiudere ancora un processo - diceva - poi lascio tutto e vado in pensione"».

Chissà se poi quel processo l'avrà chiuso. Nel suo ultimo discorso pubblico in occasione della collocazione della targa in memoria del presidente Pertini, Ronchitelli aveva detto: «Per Sandro Pertini l'antifascismo non era una sterile formula, ma un impegno continuo nel combattere le forze distruggitrici della dignità umana: era certo di rappresentare, come disse il poeta Salvatore Quasimodo, la coscienza della civiltà contro gli assassini della storia del mondo».

«Ennio era un garantista - ricorda Faleschini - lo era in nome del valore di ogni uomo. Di fronte ad un movimento anti-istituzionale come quello di Autonomia Operaia, Ronchitelli assunse la difesa di alcuni imputati senza pregiudizi, convinto com'era che la presunzione di innocenza è uno dei cardini della democrazia e chi è innocente va difeso e salvato».

Con Ronchitelli scompare uno dei protagonisti della politica fatta con il cervello e con il cuore, senza ingenuità ma anche senza doppi fondi e sempre intesa al perseguimento del bene comune. Ronchitelli, purtroppo, apparteneva ad un'Italia che oggi non c'è più, che sembra essere stata esiliata sulla luna come il cervello di Orlando, ma che dobbiamo tutti sforzarci di riconquistare. Il ricordo di Ennio ci aiuterà.



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