venerdì 11 marzo 2011

Alla faccia dei comunisti I miliardari? Sono cinesi



Nella classifica degli uomini più ricchi del pianeta, stilata ogni anno da Forbes, i paperoni cinesi sono raddoppiati arrivando a 115. E in patria gli internauti non nascondono l'irritazione: "La maggior parte di loro sono corrotti e approfittatori". Anche di partito



 
Il numero di miliardari cinesi presenti nella classifica degli uomini più ricchi del mondo stilata ogni anno dalla rivista Forbes è raddoppiato rispetto all'anno scorso: nella classifica di quest'anno infatti i «paperoni» cinesi sono 115. La notizia è rimbalzata sui «micro-blog» di Internet, il sostituto locale dei siti web di comunicazione sociale come Facebook e Twitter, che sono bloccati dalla censura. E i commenti a caldo degli internauti sono pieni di stupore: «Ammiro gli imprenditori che si sono fatti da soli ma odio i ricchi che sfruttano le risorse sociali e usano i soldi per comprarsi posizioni di potere», scrive uno; un altro avanza dubbi sull'attendibilità di queste classifiche, basandosi sul fatto che i cinesi sono in genere estremamente riluttanti a parlare della loro situazione finanziaria e sulla grande diffusione della corruzione: «Se neanche i tribunali riescono a trovare le proprietà dei funzionari corrotti - si chiede l'anonimo internauta - come fanno queste classifiche ad essere accurate?». «Noi non odiamo i ricchi, se hanno ottenuto la loro ricchezza in modo onesto - ha scritto un terzo - ma condanniamo con forza i corrotti e gli approfittatori».

I casi a cui si riferiscono gli internauti non sono rari in Cina, dove le storie di ricchezze ottenute a tempo record sono frequenti come quelle delle improvvise cadute in disgrazia dei «nuovi capitalisti». L'anno scorso uno dei più noti «uomini che si sono fatti da soli» del Paese, il fondatore della Gome (elettrodomestici) Huang Guangyu è stato condannato a 14 anni di prigione per corruzione e per operazioni scorrette in Borsa.
Huang è stato dal 2005 al 2008 al primo posto dei super ricchi cinesi stilata dal sito web Hurun. In gennaio il costruttore di Shanghai Zhou Zhengyu (11esimo nella classifica di Forbes del 2002) è stato condannato a 16 anni. Al «re delle orchidee» Yang Bin, secondo nella classifica di Hurun del 2002, sono stati comminati 18 anni di prigione per corruzione ed evasione fiscale, mentre al finanziere Zhou Yiming è andata ancora peggio: per aver falsificato i conti delle sue aziende per ottenere prestiti dalle banche nel 2006 è stato condannato all'ergastolo. Nella classifica mondiale diffusa nelle ore scorse da Forbes, il cinese più ricco risulta essere il fondatore del più popolare motore di ricerca su Internet in cinese, Baidu.com, che è al 95.mo posto con una ricchezza stimata in 9,4 miliardi di dollari. Alla faccia del comunismo...




Powered by ScribeFire.

Travaglio contro Ferrara Insulti, invidia e livore: "E' un pallone pallista"



Sul Fattoquotidiano un editoriale velenosissimo e pieno di insulti per l'Elefantino: picchiatore comunista, finto giornalista, trombetta di Craxi. E poi la ciliegina: un ceffo come lui vale meno delle mignotte



 
Ferrara non è ancora tornato in televisione, ma lo scandalo è già scoppiato. La sinistra scalcia e batte i piedini: l'elefantino quotidiano, tutti i giorni dopo il Tg1, nello spazio che fu di Enzo Biagi per loro è pornografia. La razione di perfidia quotidiana oggi la dispensa Marco Travaglio che intinge la penna nella bile e allinea uno dopo l'altro una serie infinita di insulti. Sì, proprio insulti. Si parte dal titolo che, come al solito, gioca sulla stazza di Giuliano Ferrara: "Tanto oro quanto pesa".

Solita roba, solita violenza verbale, le solite battute comprate al mercatino dell'usato delle battute di Luttazzi. La stessa sinistra che ha inventato il politicamente corretto, quella che inorridisce se dici cieco invece che non vedente, quella che se ti scappa un negro vorrebbe trascinarti davanti alla corte di Strasburgo, non ha problemi a scatenarsi contro nani, ciccioni e puttane. Purchè siano berlusconiani, ovviamente. Così per Travaglio Ferrara diventa un "pallone pallista", un ceffo che vale meno di una "mignotta" e un "picchiatore comunista". Il secondo tempo dell'attacco al direttore del Foglio è puramente economico. Il ragionier Travaglio fa i conti in tasca all'Elefantino e si arrabbia: "E poi lui da B. e famiglia riceve già tre stipendi: da direttore del Foglio, da rubrichista di Panorama, da editorialista del Giornale".

Innegabile, come il sacrosanto diritto di ogni editore di far scrivere, e pagare, chi gli pare e piace. Poi riattacca a pontificare: "E' uno che in vita sua ha fatto il picchiatore comunista, la spia della Cia, la trombetta di Craxi e B., ma mai per un solo istante il giornalista". Poi, in preda alla rabbia, per giustificare il successo di Ferrara si attacca all'ultimo salvagente disponibile: alla fine la colpa non è nemmeno dell'Elefantino ma del "paese malato" che lo scambia per un giornalista. Ineffabile, ma poi decide di smentirsi poche righe dopo celebrando i presunti disastri della carriera di Giuliano Ferrara: "Triste destino, quello di Ferrara. Fonda il Foglio e non lo compra nessuno. Fa Otto e mezzo e non lo guarda nessuno. Però lui insiste. Tanti lo pagano a peso". Probabilmente Travaglio lo pagano a insulto...




Powered by ScribeFire.

L'asse terrestre si è spostato di 10 cm

Corriere della sera


Il sisma in Giappone ha avuto anche un impatto maggiore del terremoto di Sumatra del 2004




È il risultato di studi effettuati dall'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia

L'asse terrestre si è spostato di 10 cm

Il sisma in Giappone ha avuto anche un impatto maggiore del terremoto di Sumatra del 2004

(Archivio Corsera)
(Archivio Corsera)
MILANO - L'impatto del terremoto che ha colpito il Giappone stamattina avrebbe spostato l'asse di rotazione terrestre di quasi 10 centimetri. È il risultato preliminare di studi effettuati dall'Ingv, l'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

IMPATTO - L'impatto di questo evento sull'asse di rotazione, spiega l'Ingv, è stato molto maggiore anche rispetto a quello del grande terremoto di Sumatra del 2004 e probabilmente secondo solo al terremoto del Cile del 1960.





Redazione online
11 marzo 2011

Powered by ScribeFire.



Aperti a tutte le famiglie" Campagna choc dell'Ikea sulle coppie omosessuali






Il colosso svedese apre un nuovo punto vendita a Catania. Nello spot due uomini mano nella mano e la scritta: "Rendiamo più comoda la vita di ogni coppia, qualunque essa sia". Una scelta che farà discutere



Catania
 

"Siamo aperti a tutte le famiglie". Sull'imponente cartellone pubblicitario due uomini, mano nella mano, passeggiano per il grande magazzino reggendo borse gialle e blu cariche di nuove compere. A Catania è sbarcata la democratica Ikea: "Da noi vi sentirete a casa. Perché quello che cerchiamo di fare è rendere più comoda la vita di ogni persona, di ogni famiglia e di ogni coppia, qualunque essa sia".
L'importanza della terminologia Se l'Ikea sbarca a Catania pubblicizzando il proprio punto vendita con una coppia omosessuale, di certo non lo fa a casaccio. C'è dietro uno studio. All’Ikea tutto ha un nome. Klaus Kjoller, esperto di scienza delle comunicazioni dell’università di Copenaghen, aveva fatto notare come ogni nome nasconda un significato tutt'altro che secondario. Non a caso nel quartier generale dell’Ikea, che si trova ad Almhult in Svezia, esiste una piccola divisione pagata per dare i giusti nomi agli oggetti che noi troviamo sugli scaffali. Un compito tutt’altro che facile: il catalogo comprende svariate migliaia di articoli con nomi incomprensibili e impronunciabili, destinati a fare il giro del mondo. Così si scorge un Billy, un Ivar, uno Sten. E ancora: Koge, Brondby, Sindal.
Quello strano "imperialismo svedese" Proprio perché ogni nome deve avere un significato, emerge una curiosità che Kjoller attribuisce all'"imperialismo svedese". La stragrande maggioranza degli articoli battezzati con toponimi danesi sono zerbini o tappeti da pochi soldi. Non solo. Una tavoletta per il water è stata "battezzata" Oresund, lo stretto di mare che separa la Svezia dalla Danimarca. E ancora: Niva è un rivestimento per pavimenti. Insomma, sempre qualcosa che si calpesta. "Forse è solo una coincidenza – si era chiesto tempo fa Reinhard Wolff del Die Tageszeitung – eppure, perché uno dovrebbe pulirsi i piedi sporchi su Koge per poi calpestare Nastved e Sindal". Anche l'idea di creare un non-luogo che si rivolge ai consumatori in una forma confidenziale e usando locuzioni adatte ai ragazzini rientra in una chiara scelta di marketing.
La giustizia sociale dell'Ikea Secondo il giornalista danese Sorine Gotfredsen, il colosso svede si attribuisce la missione ideologica di favorire la giustizia sociale attraverso i prezzi bassi. "Non si tratta solo di prezzo, ma di uguaglianza", si leggeva in un vecchio catalogo che veniva spedito nelle case degli italiani. Insomma, se tutti sono messi nelle condizioni di comprarsi gli stessi mobili, nessuno potrà sentirsi più o meno "esclusivo" di un altro. E’ quello che il filosofo Soren Kierkegaard chiamava il grande livellamento moderno. Ed è tutto uno spot. "In questa società infantilistica ed egualitaria, Ikea riesce probabilmente a far centro con i suoi messaggi e con la sua interpretazione di giustizia intesa come diritto di tutti ad avere gli stessi mobili – spiegava, in un recente articolo, Gotfredsen – si comporta come un buon padre di famiglia, che si preoccupa perché tutti i bambini vengano trattati allo stesso modo".
La nuova campagna a Catania Il neonato stabilimento di Catania è enorme. Ma soprattutto ha dalla sua l’autosufficienza energetica: si produce con il fotovoltaico l’energia che si consuma. Questo vuol dire: inquinamento zero utilizzando. Sia il governatore siciliano Raffaele Lombardo sia il presidente della Provincia di Catania Giuseppe Castiglione hanno salutato l'arrivo degli svedesi favorevolmente per l'ivestimento e l'indotto occupazionale che sta creando nella zona. Per lanciare il nuovo spazio l'Ikea ha deciso di lanciare una campagna sulle "nuove famiglie". "Noi di Ikea la pensiamo come - si legge nello spot - la famiglia è la cosa più importante". Molto democratico, appunto. "Quello che cerchiamo di fare è rendere più comoda la vita di ogni persona, di ogni famiglia e di ogni coppia, qualunque essa sia". Una scelta che sarà sicuramente destinata a far discutere.




Powered by ScribeFire.

Monica Lewinsky: "Amo ancora Bill"

La Stampa






Powered by ScribeFire.

Napoli, due minorenni picchiano donna di colore e le urinano addosso: denunciati

Il Mattino


NAPOLI - I carabinieri della stazione di Pianura hanno denunciato per aggressione a sfondo razziale e altro due 16enni della zona.
Durante indagini iniziate dopo l’aggressione a una signora italiana 45enne di origini somale, i militari hanno identificato i 2 giovani come gli autori del gesto.

La notte del 7 marzo la vittima è stata notata da una pattuglia di carabinieri mentre si aggirava in cerca di aiuto in stato di shock nei pressi di piazza San Giorgio. Soccorsa e fatta visitare al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo, i medici le hanno riscontrato un «trauma contusivo alla regione lombare» guaribile in 3 giorni.

Approfondendo l'accaduto, i carabinieri sono venuti a conoscenza della particolarità di quanto successo prima del loro intervento e prima che la vittima si decidesse a raccontare tutto: alle 2 circa del 7 marzo, mentre la malcapitata si trovava in piazza San Giorgio in attesa di un bus, era stata avvicinata dai 2 minori che l’avevano apostrofata con frasi a sfondo razziale per poi aggredirla fisicamente (tenuta bloccata da uno e picchiata dall’altro) e umiliarla (mentre era tenuta ferma uno le ha urinato addosso).

Nei giorni successivi, mentre era ancora poco chiaro quanto successo e ancora i militari stavano indagando per ricostruire i fatti, i minori hanno fatto contattare la donna per evitare che sporgesse denuncia offrendole 50 euro in cambio del «silenzio».

Giovedì 10 Marzo 2011 - 17:50    Ultimo aggiornamento: 18:22




Powered by ScribeFire.

Cassazione condanna ex capo dei Ros: spaccio di droga per fare carriera

Gradoli, duplice omicidio L'imputato: "Ho mentito per abbracciare mia figlia"






Una storia dai mille lati oscuri mai chiariti in 9 mesi di udienze: due vittime scomparse nel nulla. Alla sbarra Esposito e l'amante. La difesa: "Processo senza corpi"



 
Viterbo

Giallo di Gradoli: "Ai carabinieri ho mentito per poter riabbracciare mia figlia". Udienza fiume in Corte d’Assise per l’imputato numero uno, l’esperto informatico accusato assieme all'amante di aver ucciso e occultato la compagna Tatiana e la figliastra di 13 anni. Alla sbarra per duplice omicidio aggravato Paolo Esposito, 41 anni, e Ala Ceoban, 25 anni, in carcere dall’estate 2009.
Una storia dai mille lati oscuri che nemmeno 9 mesi di udienze riescono a chiarire. Da una parte due presunte vittime, Tatiana Ceoban, 36 anni, e la figlia Elena, 13 anni, moldave, scomparse nel nulla il 30 maggio 2009, dall’altra i presunti carnefici, Paolo, di Gradoli, paesino sul lago di Bolsena, e Ala, sorella di Tatiana nonché zia della 13enne. "Si è andati a processo con l’accusa di omicidio senza che i cadaveri siano stati trovati", sottolinea il collegio difensivo composto dagli avvocati Enrico Valentini e Mario Rosati per Esposito, Pierfrancesco Bruno per la Ceoban. Non solo. Secondo i difensori le prove della strage avvenuta in un villino in località Cannicelle non sarebbero significative. "Manca l’arma del delitto", chiosa l’avvocato Valentini. "Tracce di sangue, 21 positive appartenenti a Tatiana, sono state repertate in quella cucina, sulla pareti come su vari oggetti", controbatte la pubblica accusa, il pm del Tribunale di Viterbo Renzo Petroselli e le parti civili, l’avvocato Luigi Sini che difende la madre della vittima, Elena Nikyfor e l’avvocato Claudia Polacchi per la seconda figlia di Tatiana, avuta con Paolo, di 7 anni. Una bimba contesa: nominato suo tutore il sindaco del paese, Luigi Buzi, la bimba viene affidata prima a una casa famiglia, poi a una donna bolognese.
Il 30 maggio 2009 è il giorno chiave di questa brutta storia. È sabato, Elena torna a casa con la scuola bus, la mamma è a Viterbo per fare acquisti, la sorellina con i nonni. In via delle Cannicelle, secondo gli inquirenti, ci sono il patrigno Paolo e la zia. Quest’ultima coglie l’occasione dell’assenza della sorella per vedere Paolo, con il quale ha una relazione da anni. E' l’una e trenta. Tania è ancora lontano. Alle 14,16 in un centro commerciale viene battuto lo scontrino di una telecamera acquistata dalla donna. Elena avrebbe dovuto incontrare delle amiche alle 15,30 nella piazza del paese ma non andrà mai all’appuntamento. Secondo un’ipotesi potrebbe essere già morta, strangolata visto che le tracce di sangue rilevate appartengono solo alla madre. L’ultimo contatto fra le due avverrebbe alle 17,36. Sono 35 secondi di telefonata, dal cellulare della donna a quello della 13enne. O meglio, alla sua Sim card visto che l’Imei, il codice identificativo del portatile, una specie di numero di telaio dell’apparecchio, non corrisponde a quello personale della 13enne. Appartiene, invece, a un vecchio cellulare usato in casa come "muletto" di scorta e trovato nella vecchia sede di An di via Piave che Esposito utilizzava come ufficio, ma senza la sim della ragazzina, scomparsa con lei. Elena era ancora viva oppure qualcuno ha risposto al posto suo?
La breve conversazione viene registrata da una cella "anomala", quella di Capodimonte, fuori dal percorso del bus utilizzato dalla donna per il rientro. I tecnici spiegano la cosa con il maltempo: in caso di temporale si può verificare un guasto su una cella e il traffico viene dirottato alla postazione telefonica vicina. E' il punto principale della difesa per dimostrare che Tania non era su quel pullman ma altrove, con una persona mai identificata e con la quale avrebbe organizzato la fuga. Passaporti, carta bancomat, denaro e altri oggetti personali, però, sono stati ritrovati in casa. Secondo Paolo da quel giorno sarebbe andato ad abitare dai suoi genitori, sempre in paese. La scena del delitto, insomma, sarebbe ferma a quel maledetto pomeriggio, o meglio alla domenica successiva secondo la testimonianza in Tribunale di Ala, quando la giovane, dopo pranzo, fa rientro a Santa Fiora, Grosseto, dove vive. I carabinieri del Ris arriveranno al villino dei misteri due settimane dopo. "Dimostreremo alla Corte - dichiara il pm Renzo Petroselli - che Tatiana ed Elena sono state uccise dagli imputati, uniti da una relazione intensa, culminata nel progetto di disfarsi di madre e figlia". Dunque eliminare la compagna scomoda e ottenere l’affidamento unico della figlia per Esposito, sostituirsi alla sorella Tania per Ala. Un dramma che ruota attorno a indagini lacunose, su una serie di telefonate e ben 11mila sms scambiati in sei mesi fra gli imputati e conservati in un dvd. Fra questi un messaggio inquietante inviato dall’utenza di Paolo ad Ala nel 2007: "Tocca ammazzarla, perché lei non ci andrà mai via dall'Italia". "E' un'espressione... non è una minaccia", spiega la coimputata alla Corte.




Powered by ScribeFire.

Da un chiosco di kebab alla Berlino a 5 stelle

La Stampa



Uno dei tanti chioschi di specialità turche per le strade di Berlino

Aygün inventò il mitico panino 40 anni fa.
Ora apre il primo albergo turco in Germania



ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO

L’ uomo che nel suo piccolo ha battuto McDonald’s, aprendo il suo primo fast food trent’anni prima che a Kreuzberg arrivasse il Big Mac e facendo una fortuna, non riesce a star fermo per più di cinque minuti. «Arbeit, Arbeit, Arbeit: se non si lavora sodo non si riesce a tirar su tutto questo», confida Mehmet Aygün alzandosi dal divanetto in pelle chiara su cui si era appena seduto. In un attimo è scomparso: aiuta a montare un tavolino, parla con gli operai che stanno disponendo mobili e sedie importate dall’Italia, confabula con una decoratrice di interni giunta da Istanbul. Tra poche ore sono attesi ospiti al Titanic, il primo hotel che la famiglia Aygün, già proprietaria di sei alberghi in Turchia, aprirà a Berlino.

Mehmet Aygün è incontenibile. Niente male per uno che due anni fa il quotidiano Bild aveva dato per morto, salvo poi scoprire di averlo confuso con un omonimo ucciso da un cancro. Troppo tardi: le telefonate di ammiratori in lutto non si contavano già più. Aygün è una leggenda a Berlino: se oggi il kebab, o il «döner», come lo chiamano in Germania, è una delle specialità più note della capitale tedesca lo si deve proprio a lui, che negli Anni 70 farcì per la prima volta il pane arabo con la carne allo spiedo e vi aggiunse un po’ di insalata e una salsa. E poco importa se poi il sociologo Eberhard Seidel-Pielen nel suo «Infilzato. Come il kebab arrivò tra i tedeschi» attribuisca la paternità del kebab ad altre tre persone e l’Associazione dei produttori turchi di kebab in Europa - che ha sede proprio a Berlino - indichi addirittura un quarto inventore. In fondo anche l'origine del Currywurst, la salsiccia con ketchup e polvere di curry che contende al döner il titolo di piatto più amato del fast food berlinese, non è stata mai chiarita (è nato a Berlino o ad Amburgo?).

«Mio padre si è lasciato ispirare dalle aziende di successo, come McDonald's e Burger King, e si è chiesto: se loro hanno gli hamburger perché noi non possiamo fare qualcosa di simile?», ricorda Aytac Aygün, primogenito di Mehmet e direttore del Titanic a Berlino. Aytac ha 24 anni e ha appena concluso gli studi in Hotel Management in Svizzera. Da bambino, racconta, voleva diventare pediatra, poi ha capito che non era quella la sua strada e si è dato al turismo. A casa non si conta neanche un medico, ma molti imprenditori. Partendo da zero gli Aygün sono infatti riusciti a mettere su un impero che spazia dalla Turchia alla Germania.

La saga inizia quarant’anni fa: Mehmet Aygün, rimasto orfano di padre a 13 anni, si ingegna come può per sbarcare il lunario, finché non abbandona Giresun, la città sul Mar Nero in cui è nato, e si trasferisce a Berlino Ovest. Lì lavora nel chiosco di uno zio e, negli Anni Settanta, impacchetta il primo döner col panino. Una specialità che «reimporterà» persino in Turchia: fino ad allora nel suo Paese il kebab veniva servito solo sul piatto, insieme al riso e all'insalata, rigorosamente senza salse. Le vendite vanno talmente bene che nel 1978 Mehmet Aygün, raggiunto a Berlino da due dei suoi sei fratelli, apre il suo primo ristorante di cucina turca a Kreuzberg, chiamato «Hasir» e diventato un'istituzione. L’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer e il regista Fatih Akin ci sono passati e le foto appese alle pareti sono lì a testimoniarlo. Oggi a Berlino gli Aygün gestiscono sei «Hasir», più un ristorante italiano, Pascarella. Perché proprio un italiano? «Qui vivono 300 mila turchi, inoltre passano per lavoro parecchi uomini d’affari turchi: molti non vogliono mangiare sempre e solo turco», spiega Mehmet. Il quale, invece, sembra proprio non riuscire a staccarsi dal kebab: «Ne mangio quasi uno al giorno, a pranzo», sorride.

I tre fratelli rimasti in Turchia non sono stati da meno: nel 2003 inaugurano ad Adalia, sul Mediterraneo, un hotel da 600 stanze ribattezzato Titanic per via della sua forma, che ricorda una nave da crociera. Da allora sono sorti altri cinque Titanic a Istanbul. Il settimo hotel della catena è quello che sta aprendo le porte a Berlino, un ex Plattenbau (i casermoni socialisti della Ddr) ristrutturato per 7 milioni di euro e situato in una posizione strategica, tra Alexanderplatz e Potsdamer Platz. L’ottavo è già in programma: sorgerà l'anno prossimo vicino Gendarmenmarkt, una delle più esclusive e incantevoli piazze berlinesi, avrà cinque stelle e sarà realizzato dagli architetti Patzschke & Partner, gli stessi che nel 1997 hanno ricostruito l’Adlon, l'albergo per antonomasia a Berlino. Investimento: almeno 10 milioni. Mehmet Aygün, intanto, ha già una nuova idea: l’Hasir-Burger, una sorta di hamburger turco che verrà lanciato nelle prossime settimane.




Powered by ScribeFire.

Bruno, l’ultimo italiano di Tripoli che fa la guardia ai nostri morti






Il custode del cimitero dove riposano 6.500 connazionali ha resistito pure alla cacciata del 1970: "E non me ne andrò neanche adesso"



 
Clicca per ingrandire
 
Tripoli

Un tè nel deserto con Gheddafi, le bombe america­ne sul bunker del colonnello, la rivolta contro il regime sono so­lo alcune delle avventure di Bruno Dalmasso, uno degli ul­timi italiani di Tripoli. A 77 anni, con un berretto az­zurro dell­'Italia e le quattro stel­le di campione del mondo, Dal­masso ci accoglie nel cimitero, di cui è il custode, che ospita i resti di 6499 connazionali. Una piccola oasi di pace nella capi­tale li­bica dove riposano giova­ni patrioti massacrati dagli otto­mani, principessine d'altri tem­pi e gente comune dal periodo coloniale a oggi.

In una cripta è rimasta intatta la storica lapide del maresciallo dell'aria «Italo Balbo quadrumviro governato­re generale della Libia ». Abbat­tuto, ufficialmente per sbaglio, «nel cielo di Tobruch 28-6-1940», come si legge sul marmo bianco. Dalmasso è nato a Bordighe­ra, ma ama ricordare di essere stato «concepito in Eritrea» ai tempi delle colonie. Nell'Africa orientale ci sarebbe rimasto per sempre se Menghistu Hai­le Mariam, non avesse preso il potere con un golpe.

«Lo cono­scevo bene, ma è acqua passa­ta », racconta Dalmasso, che proprio dal dittatore etiopico in persona si è beccato una gra­gnuola di calci, dopo essere sta­to sbattuto in galera perché filo eritreo e poi rispedito in Italia. Dalmasso resiste in Italia due mesi e il mal d'Africa lo por­ta in Libia a dirigere un cantie­re a Bengum, l'anticamera dell' inferno in mezzo al deserto: «I libici lo chiamano “il posto del vento”e ci sono ancora i resti di un forte italiano del 1913». Un giorno arriva un giovane uffi­ciale al volante di un maggioli­no. «Era il colonnello Gheddafi - racconta il veterano della Li­bia-

Ci siamo messi a prendere un chai (il tè) nel deserto. Era giovane, gioviale, rideva. Pen­s­o che per il suo paese abbia fat­to molto. Io ho visto come la Li­bia è cresciuta e si è sviluppa­ta ». Dalmasso parla ed è come se scorresse la storia. Nel 1986 quando il presidente america­no Ronald Reagan ordina di bombardare il regno di Ghed­dafi lui abita a 600 metri da Bab al Azizia, la cittadella fortificata del colonnello nel cuore di Tri­poli. «Il 15 aprile, alle due di not­te, le squadriglie sono arrivate dal mare. Il cielo era rosso per i traccianti della contraerea - ri­corda Dalmasso -

Le prime bombe hanno incenerito la ca­sa di Abu Nidal ( il terrorista pa­lestinese mandante dalla stra­ge di Fiumicino del 1985 e di al­tri sanguinosi attentati nda)». Poi è toccato al bunker di Ghed­dafi. «Una bomba sola, di una tonnellata dicevano, è piomba­ta giù come un colpo secco se­guito da un boato fortissimo e da una luce, come un gigante­sco flash nel buio della notte». In quegli anni Dalmasso va spesso al cimitero, mezzo ab­bandonato dopo la cacciata de­gli italiani nel 1970, per leggere le lapidi sepolte dalle erbacce. Il posto si chiama Hammangi, che significa bagno turco.

Con la compagna etiopica, Aber­sah Tegu Mari, comincia a rie­sumare e catalogare i connazio­nali sepolti a Tripoli e nel resto della Libia. I resti di 28mila mili­tari, che Gheddafi non voleva, compresi 5mila ascari eritrei che hanno combattuto al no­stro fianco, sono stati traslati al sacrario militare d'oltremare di Bari. Per il suo impegno Dalmas­so è stato nominato Cavaliere della Repubblica e neppure nei giorni della rivolta abban­dona il cimitero italiano: «Con le tombe ci aiutavano dei ma­novali egiziani, ma sono scap­pati quando è iniziata la rivolta -si rammarica il connazionale-Il 17 febbraio il consolato ci ha consigliato di restare chiusi in casa, ma nessuno si aspettava una sollevazione del genere».

Anche Dalmasso, come molti libici della capitale, se la pren­de con i media: «Quando ho sentito che stavano bombar­dando il centro della capitale mi è preso un colpo: sono pas­sato in macchina proprio dove avrebbe dovuto esserci la stra­ge, ma non c’era un solo segno dell'intervento aereo. Era una balla». Nei giorni della rivolta a Tripoli gli amici libici lo «scorta­no » al cimitero. La sua targa ha il numero 15, quello degli italia­ni e qualche scalmanato po­trebbe prenderla a sassate. «Ha ragione il ministro Maro­ni: gli americani se ne stiano fuori - sbotta Dalmasso - Se la Nato o gli Stati Uniti intervengo­no si rischia un altro Afghani­stan. Devono risolverla fra libi­ci. In fondo a nessuno convie­ne la secessione, con il gas a ovest ed il petrolio a est». Il peri­colo della valanga migratoria è concreto: «Sono centinaia di migliaia gli immigrati africani in fuga dalla Libia con il mirag­gio dell'Italia».

Aiutandosi con un bastone Dalmasso tra le tombe. I resti dei 6499 italiani riposano in lo­cul­i divisi per lettera dell'alfabe­to con un numero inciso sul marmo. Il numero corrispon­de al nome riportato su grandi lastre trasparenti appese alla parete. Quaglio Maria, Patanè Bruno, Campagna Carmela si legge scoprendo che i primi commercianti italiani in que­sta fetta d'Africa furono sepolti nel 1831. Gastone Terreni era un patriota anti turco di vent' anni massacrato dagli ottoma­ni il 21 giugno 1908. Ancora pri­ma, nel 1879, la principessina Zenaide De Goyzueta, figlia dei marchesi di Toverena morì a soli 10 anni, 3 mesi e 20 giorni. Suo padre, nobile napoletano, era console di Umberto I re d'Italia. La madre si chiamava Livia Rimsky-Korsakov, sorel­la del grande compositore rus­so. La salma di Balbo è stata ri­portata in patria e sepolta ad Or­betello, ma a Tripoli si conserva gelosamente la lapide.

L'ulti­ma tomba italiana è del 2008. Sul marmo bianco si legge: An­namaria Buzzi di Milano. Dalla storia del cimitero italia­no­salta fuori una vicenda incre­dibile, quella di un Hannibal il cannibale italiano, mai identifi­cato perché cacciato con altri connazionali, che utilizzava carne umana per le salsicce. Nella cripta della cappella è sepolta anche Innocente Hali­ma, una suora che prima era musulmana. Il regime ha fatto levare il Cristo della grande cro­ce­in ferro all'ingresso del cimi­tero, perché urta le credenze islamiche. Dalmasso aveva la possibili­tà di lasciare la Libia in rivolta con l'evacuazione degli altri 1400 connazionali. «Ho detto di no. La Libia è il mio paese­spiega - Mi hanno accettato e rispettato per 36 anni. Non mi sembra giusto abbandonare i li­bici nel momento del pericolo. Se la situazione precipitasse di­viderò il loro destino. A 77 anni non ho paura di nulla». www.faustobiloslavo.eu PATRIA Ha 77 anni e non si separa mai dal cappellino con i colori della Nazionale TESTIMONE «Di dittatori me ne intendo. Ne ho visti tanti: da Menghistu a Gheddafi»




Powered by ScribeFire.

Abbiamo resistito alle Br: Bocchino ci fa ridere



Noi del Giornale abbiamo vissuto attacchi seri, i morsi da pecora non ci toccano. L’aggressione dell’onorevole, stizzito perché non lo osanniamo, non ci spaventa. Possiamo anche dirgli "buffone": per la Cassazione è una critica legittima



 

Italo Bocchino è un buffone. Non è che voglia aggravare la mia posizione di querelato: una sentenza della Corte di Cassazione relativa a quel Piero Ricca che diede, appunto, del buffone a Silvio Berlusconi, stabilisce infatti che rivolgersi in tal fatta a un politico non costituisce reato, essendo solo una «forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica». E Italo Bocchino, che è di elevata posizione pubblica, niente meno che il vice del Presidente della Camera, si prenda dunque da me del buffone.

Ne abbiamo passate delle belle, qui al Giornale. Dapprima trattati da pirla allo sbaraglio (ci davano per falliti entro sessanta giorni), poi da appestati cui negare non dico la parola, ma il semplice buongiorno e infine da nemici da abbattere con ogni mezzo. Subimmo scioperi selvaggi in tipografia, boicottaggi nelle edicole, assalti alla redazione da parte di branchi di scalmanati armati di chiavi inglese e oggetti contundenti di diversa natura. Montanelli si beccò anche le pallottole. Per dire del clima, fummo costretti a prendere il porto d’armi - subito accordato per manifesto stato di pericolo - e girare con la pistola nella fondina. E tutto questo era niente di fronte alla quotidiana martellante, proterva, violenta e sguaiata aggressione verbale e giornalistica. Altro che stalking. La libertà di stampa e d’opinione, i diritti riconosciuti dalla Costituzione «più bella del mondo» sbandierati ieri e oggi da quelle forze politiche e giornalistiche che vantano la diversità antropologica, a noi del Giornale non era riservata. Per i lorsignori, o cantavi nel coro o volente o nolente ti tappavi la bocca.

Ma a quei tempi a mordere erano almeno le iene, belve dalla forte dentatura. Oggi escono dall’ovile e ci mordono o provano a farlo le pecore, gli Italo Bocchino. Che da buon fascista, ancorché rinnegato, la libertà di stampa e d’opinione non sa nemmeno dove stia di casa e dunque si stizzisce, adendo subito le vie legali, se un giornale come il Giornale non dico lo critica, ma non lo eleva - come fecero in un primo momento, sognando il ribaltone, La Repubblica, Santoro e il Tg3 - a statista d’alto rango, di grande cultura e di sopraffina intelligenza. Non si sente diffamato, Bocchino. Non ha trovato, in quello che ho scritto o hanno scritto i miei colleghi querelati, particolari disonorevoli sul suo conto, tali d’averne offeso la reputazione. Ciò che abbiamo scritto è solo che la sua lucida mente ha portato l’ambizioso progetto futurista di far fuori il governo Berlusconi a una Caporetto senza se e senza ma. Provi qualcuno a negarlo. Per addentarci, col suo morso di pecora, è dovuto dunque ricorrere allo stalking, accusandoci non solo di fargli perdere il sonno, ma di averlo fatto, insieme alla moglie, deperire e dimagrire. È dunque una fortuna che ci venga in aiuto la Corte di Cassazione (sentenza 19509 del 4 maggio 2006) permettendoci di dare, «accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa», del buffone a chi impugna simili mezzucci per unirsi all’opera di quanti vollero e tuttora vogliono far tacere la voce del Giornale. Non ci riuscirono, con mezzi assai più devastanti, negli anni di piombo. Figuriamoci se ci riuscirà, tirando in ballo la silhouette sua e della sua signora, una nullità politica come Italo Bocchino.




Powered by ScribeFire.

Io, magistrato, accuso: "Molti miei colleghi cercano solo lo show"






Cerqua, presidente alla Corte d’appello di Milano, denuncia i giudici che non applicano le leggi ma attaccano chi le fa. E avverte: "Le lotte di potere tra correnti affossano la nostra reputazione"



 

Pubblichiamo ampi stralci della postfazione di Luigi Domenico Cerqua al romanzo di Pierre Boulle (1912-1994) «La faccia o il procuratore di Bergerane» (edito da Liberilibri nel 2008). Cer­qua, presidente della quinta sezione della corte d’Appello di Milano,è studioso e docente univer­sitario di diritto penale e direttore della collana di studi «La biblioteca del penalista».  
La prova testimoniale costituisce un momento essenziale nella ricostruzione del fatto processuale, perché mediante le dichiarazioni dei testimoni si cerca di giungere alla verità processuale. È attraverso le «ombre del passato» (per usare le parole di Francesco Carnelutti) che il giudice perverrà alla ricostruzione del fatto: ombre sfocate, talora inattendibili, non per mala fede, che condurranno alla conoscenza di una vicenda passata, filtrata attraverso la personalità dei testimoni, deformata dalle inevitabili distorsioni dei meccanismi percettivi, dalle interferenze dei processi mnestici, dai pregiudizi e dagli stereotipi. La verità processuale: vengono alla mente le verità della signora Frola e del signor Ponza, suo genero, nel «processo» borghese di Luigi Pirandello, e la verità inafferrabile in quella dialettica di luci e ombre che pervade Rashomon di Akira Kurosawa.

Pericoloso il giudice che si lasci influenzare dall’opinione pubblica, che potrebbe incidere sulle sue valutazioni e indurlo, anche inconsciamente, a una ricerca parziale e ad una ricostruzione distorta dei fatti (...). Altrettanto pericoloso è il giudice che si senta investito di una missione, come quella di combattere il malcostume, la degradazione morale, il terrorismo. Ad altri questi compiti (...).
Molto più riduttivamente (se si vuole), spetta al giudice applicare la legge, espressione della volontà popolare, con equilibrio, intelligenza e sapienza. Sine spe, sine metu, si potrebbe dire. Lontane dalla sua professione dovrebbero essere le lusinghe del consenso popolare e della pubblicità.

Scriveva Jeremy Bentham che soltanto la trasparenza e la pubblicità dei processi potevano cancellare l’arbitrio e la prepotenza, e che soltanto il tribunale della pubblica opinione era in grado di dare forma umana e regola civile all’amministrazione della giustizia. Non v’è dubbio che la pubblicità del dibattimento costituisce nel nostro ordinamento un diritto fondamentale dell’imputato, oltre che espressione del controllo da parte della collettività del corretto esercizio del potere giurisdizionale. Ma è del pari certo che oggi i meccanismi del processo sono diventati sempre più contorti e difficili da comprendere e che il controllo si esercita soprattutto dall’interno delle abitazioni: il tribunale della pubblica opinione siede oggi in permanenza nei salotti, davanti alla televisione, dove ognuno, ancorché privo di nozioni di diritto e ignaro dei complessi meccanismi che regolano il processo penale, si sente autorizzato, alla vista di «avvincenti» spettacoli serali, a esprimere il proprio giudizio.

Le cronache italiane ci svelano l’immagine di un Paese nel quale diffuso è il sistema della corruzione, tanto più allarmante quando si insinua nelle aule dei tribunali, come nel dramma Corruzione al Palazzo di Giustizia di Ugo Betti: vengono alla mente anche vicende recenti. Il sistema della corruzione ha mostrato purtroppo la propria capacità di radicamento nella società civile, innervandosi profondamente in ogni settore: negli appalti, nei contratti, nelle licenze e nelle concessioni della pubblica amministrazione, in ambiziose operazioni finanziarie sino a raggiungere le università, gli ospedali, e persino le squadre di calcio e i festival canori, come amaramente sostenuto da molti. Da una recente indagine condotta da Morris L. Ghezzi e Marco A. Quiroz Vitale è emerso che non è affatto soddisfacente l’immagine pubblica della magistratura in Italia. Tante le ragioni del giudizio negativo: soprattutto la politicizzazione, il protagonismo, la scarsa laboriosità dei giudici. Fondate alcune critiche: basti pensare alla talvolta esasperata divisione della magistratura in «correnti» e ai benefici che ne derivano per i magistrati in esse più «attivi»; divisione certo non giustificata dalla necessità di garantire la pluralità delle opinioni e di assicurare un fecondo dibattito tra le varie componenti nelle quali si articola la magistratura. Criticabile anche il protagonismo di taluni magistrati, sia quando, esorbitando dalle loro funzioni, si pongono in contrapposizione con chi sta facendo le leggi: sia quando davanti ai riflettori dei mezzi di comunicazione di massa raccontano le proprie vicende personali, esibite e ridotte a spettacolo.

Infondate altre critiche: la lunghezza dei processi non dipende soltanto dai magistrati, la crisi della giustizia non è addebitabile solo a loro. Se i lettori di questo libro entrassero in un tribunale, ne visitassero i locali e assistessero a un processo penale, noterebbero subito tante disfunzioni e inefficienze, ma si renderebbero pure conto delle scarse risorse che vengono destinate all’amministrazione della giustizia. Se poi esaminassero il testo di una legge rimarrebbero colpiti dalla sciatteria della formulazione delle varie disposizioni (neppure la consecutio temporum viene talora rispettata) e dalla oscurità del messaggio, che è diretto a tutti i cittadini. In argomento, illuminante un saggio di Michele Ainis.

Non è facile la professione di magistrato. E non è retorica quando si parla di un uomo solo, titolare di un potere «terribile» e, al tempo stesso, indispensabile; criticato talora ingiustamente, angosciato, nell’esercizio della sua funzione che investe la coscienza profonda, dalla quotidiana contemplazione delle sventure umane e in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora sino a fargli credere che il decidere della libertà altrui sia diventato un atto di ordinaria amministrazione. Ricordate il Diario di un giudice di Dante Troisi?


Powered by ScribeFire.


Non è reato di molestia citare un parlamentare"






L’ex Pm e scrittore, Gianrico Carofiglio: "Il numero di denunciati lascia perplessi. Questo procedimento si dovrebbe concludere con l’archiviazione". E sulla giustizia: "Il sistema è imperfetto ma è sbagliato generalizzare"

 
Roma


Senatore Carofiglio, vuole commentare la denuncia per stalking di Italo Bocchino contro 36 giornalisti del Giornale?
«Lei è del Giornale?».
Sì...
«Sicura di aver fatto il numero giusto?».
Non la sto molestando, la sto intervistando.
«Vado a memoria. Lo stalking è reato di chi molesta qualcun altro con atti reiterati e idonei a cagionare uno stato grave di ansia e paura…».
La denuncia di oltre un terzo dei redattori davvero non le sembra un’anomalia giuridica?
«Stavo dicendo che in astratto è ipotizzabile il reato di stalking per atti giornalistici. Certo il numero dei denunciati suscita qualche perplessità».
Nella lista di Bocchino ci sono cronisti che hanno citato semplici dichiarazioni pubbliche.
«Mi sento di dire che se fra i denunciati ci sono giornalisti che hanno semplicemente menzionato questo parlamentare l’esito del procedimento per loro non potrà che essere di archiviazione».
Secondo lei ci troviamo di fronte a un utilizzo spettacolare di un reato tra l’altro fortemente voluto anche dal Pd?
«Guardi, io amo la sobrietà in generale e considero l’understatement un valore. Ciò detto, non mi piace giudicare i comportamenti e le scelte altrui».
Non le piace giudicare? Lei per anni ha fatto il pubblico ministero.
«Sono contento che mi faccia questa domanda. La qualità migliore per un bravo magistrato è proprio la capacità di non giudicare. Significa che non tocca ai magistrati esprimere giudizi morali o di opportunità dei comportamenti».
Astrattamente sì...
«I magistrati devono valutare in base alle prove se un reato è stato commesso, e chi ne sia il responsabile. È un compito per il quale sono necessarie professionalità e totale autonomia. E, se posso aggiungere, grande sobrietà».
Ma non sempre succede.
«Non sempre succede».
Si sta riferendo anche a fatti di cronaca recente?
«Il sistema giustizia, come tutte le cose umane, è imperfetto. Bisogna saper individuare e reprimere gli errori e le eventuali violazioni, senza banalizzare in discorsi generali che mettono assieme i bravi e gli incompetenti, gli onesti e i disonesti».
Non crede che iniziative come questa intrapresa da Bocchino possano costituire un’intimidazione alla libertà di stampa?
«Per quanto riguarda la libertà di stampa mi attengo ai criteri enunciati dalla Cassazione. Perché non vi sia reato nella comunicazione di una notizia obiettivamente diffamatoria o molesta è necessario che vi siano tre requisiti: il fatto deve essere vero, deve esserci un interesse pubblico alla pubblicazione e il linguaggio deve avere il caratteri della cosiddetta continenza».
E se il linguaggio offensivo e incontinente lo usano i politici, che si fa?
«Personalmente apprezzo la discussione politica civile, mi piace il rispetto degli interlocutori, quindi certi toni, da qualunque parte vengano, mi piacciono poco».
C’è il rischio che questo caso crei un precedente?
«I precedenti non li creano le denunce ma le sentenze. Aspettiamo che il procedimento sia definito e poi vediamo».
Lo sa che Bocchino ha denunciato per molestie anche un lettore?
«E che ha fatto il lettore?».




Powered by ScribeFire.

L'Eva Braun segreta: nera e vanitosa






Una collezione di fotografie confiscate nel 1945 dall’esercito americano raccontano l’amante di Hitler: adorava travestirsi, esibire il corpo e atteggiarsi da femmina fatale



 
Clicca per ingrandire
 
Il destino di Eva Anna Paula Braun, che solo per 40 poche ore divenne Eva Hitler, prima di suicidarsi insieme al dittatore nel Bunker della Cancelleria di Berlino, il 30 aprile 1945, avrebbe potuto essere un altro, se l'incontro con la guida della rivoluzione nazionalsocialista non avesse letteralmente sconvolto la sua esistenza. Eva fa la conoscenza di Hitler appena diciassettenne: si presenta ai suoi occhi come «un signore di mezza età, con due buffi baffetti, vestito di un soprabito inglese dai colori tenui e con un alto cappello di feltro». A questa «ragazza infelice», così la definì l'architetto del regime, Albert Speer, non erano neanche concesse le piccole consolazioni della civetteria femminile. Presentasi nel 1941 con le labbra velate da un filo di rossetto, Eva dovette subire una violentissima sfuriata di Hitler: «L'unico trucco concesso alle donne tedesche - le gridò - deve essere il sangue dei soldati uccisi sui campi di battaglia».

Un destino molto diverso, quindi, da quello immaginato dalla giovane Eva che sognava di divenire una star di Hollywood come dimostra la serie di fotografie recentemente scoperte dal collezionista Reinhard Schulz dove appare una Braun mai vista e immaginata. La compagna di Adolf Hitler in costume da bagno, mentre fuma e beve con i gerarchi nazisti o mentre si rilassa con in cani, perfino uno scatto della donna del Führer con il volto dipinto di nero, nelle vesti dell'attore americano Al Jolson, protagonista del film del 1927 «The Jazz Singer». E ancora una Eva nuda che civetta dietro un ombrello. Sono immagine tetre, fosche, avvilenti che illuminano bene i vizi privati di un sistema totalitario disumano e che stridono con la rappresentazione trionfante che il regime nazista riuscì a cucirsi addosso grazie al genio cinematografico della grande regista Leni Riefenstahl autrice dei grandiosi cortometraggi che divennero in breve una delle più armi forti della propaganda hitleriana.




Powered by ScribeFire.

Chopin: la terza foto

Corriere della sera


Fu scattata a Parigi. Ritrovata dopo in Scozia. Sarà esposta da maggio a Danzica. Ma è mistero

il dagherrotipo potrebbe essere stato realizzato nella chiesa parigina della Maddalena


La foto di Frédéric Chopin senza vita ritrovata dopo centosessant'anni in Scozia
La foto di Frédéric Chopin senza vita ritrovata dopo centosessant'anni in Scozia
MILANO - Una foto inedita di Frédéric Chopin, dimenticata per oltre centosessant’anni e strappata alle nebbie scozzesi da un indomito gallerista polacco? Gli esperti sono al lavoro in Polonia per verificare l’autenticità del dagherrotipo scoperto dal collezionista Wladyslaw Zuchowski, convinto di avere tra le mani il terzo «scatto» mai visto del grande compositore nato nel 1810 a Zelazowa Wola, vicino a Varsavia, e morto esule nel 1849 a Parigi, a soli 39 anni. Un’istantanea del genio romantico ormai senza vita, che solleva dubbi ed è già mistero. La foto è stata diffusa da alcuni siti polacchi. 1849 è la data incisa sull’immagine insieme a un nome, Louis-Auguste Bisson, fotografo francese autore delle due fotografie già note (una andò perduta durante la Seconda guerra mondiale ma ne esistono riproduzioni).
SULLE ORME DELL'ALLIEVA - «Il dagherrotipo dev’essere stato realizzato nella chiesa parigina della Maddalena, dove fu trasferito il corpo di Chopin subito dopo la morte», spiega Zuchowski, proprietario di una galleria a Danzica, deciso a mantenere il segreto sulle circostanze del ritrovamento. Si sa solo che l’immagine è ricomparsa in Scozia, dov’era forse arrivata sulle orme di Jane Stirling, la giovane allieva scozzese di Chopin che gli fu vicina nell’ultimo periodo tormentato dalla malattia, dalle eterne ristrettezze economiche e dalla fine dell’amore con George Sand. Restaurata a Londra, la fotografia non convince Alicja Knast, curatrice del museo Frédéric Chopin di Varsavia: non esistono fonti che parlino di un’immagine finita in Scozia. «Nessuna delle persone che vegliarono la salma di Chopin per tre giorni a Parigi ha mai fatto riferimento a un dagherrotipo che avrebbe richiesto ore di lavorazione», aggiunge Steven Lagerberg, autore del libro Chopin’s Heart: the Quest to Identify the Mysterious Illness of the World’s most Beloved Composer. E Malgorzata Grabczewska, esperta di fotografia della Biblioteca polacca di Parigi, spiega che la firma di Bisson e la data non compaiono sulle due foto autentiche, mentre ricorrono su quelle in circolazione nel fiorente mercato di falsi. Zuchowski annuncia che l’immagine sarà esposta da maggio a Danzica. Gli chopiniani di tutto il mondo aspettano.



Maria Serena Natale
10 marzo 2011



Powered by ScribeFire.

E scampato alla guerra, lo salvi l’Italia





In Afghanistan il caporale Luca Barisonzi fu centrato da una raffica alla schiena, un suo commilitone morì. Adesso è ricoverato al Niguarda di Milano. Resterà paralizzato e ha bisogno di aiuti concreti per vivere



 
Milano - Quando ha visto materializzarsi nella sua stanzetta di Niguarda il «capitano», Luca è rimasto senza parole. Non riusciva a credere che anche il giocatore simbolo della sua amata Inter, Javier Zanetti, si fosse ricordato di lui. «Sorrideva e basta, non riusciva a dire una parola», racconta ora mamma Clelia. Che da quasi due mesi non si muove dal capezzale del suo ragazzo. Partito per l’Afghanistan per aiutare quelle lontane popolazioni e tornato quasi completamente paralizzato.

Fuciliere dell’8° Reggimento alpino di stanza a Venzone, in provincia di Udine, Luca Barisonzi il 18 gennaio fu crivellato di colpi insieme al caporale Luca Sanna, in un avamposto sperduto nella Murghab valley, a nord del Paese. Il commilitone morì dopo pochi minuti, lui venne portato prima ad Herat, poi a Ramste in Germania, infine a Niguarda. E dopo tre interventi, la prognosi rimane riservata. I colpi hanno devastato la colonna vertebrale, c’è il serio rischio che il ragazzo, 21 anni a maggio, non riesca più a muovere un muscolo dalla testa in giù.

«Questi ultimi giorni sono stati terribili - racconta mamma Clelia -, lui è sempre convinto di farcela, di riuscire e rimettersi in piedi ma ogni tanto, soprattutto quando il dolore aumenta, è preso da attimi di sconforto. Io invece rimango fiduciosa. A tempo di record ha ripreso a deglutire e respirare da solo, anche se quando dorme ha bisogno ancora di “ventilazione” per evitare pericolose apnee notturne. E ha anche iniziato a muovere la testa. Insomma piccoli ma costanti miglioramenti che ci fanno ben sperare».

Il ragazzo, che vive con la mamma e un fratello a Gravellona, nel Pavese, mentre il papà carabiniere abita in provincia di Torino, si era arruolatosi nel dicembre del 2008. Promosso caporale venne assegnato nell’aprile 2010 alla 6° compagnia «Julia» per poi partire per l’Afghanistan il 10 settembre. Il giorno dell’agguato era di servizio in uno degli avamposti attorno al campo per proteggere i commilitoni. Si avvicinarono alcuni militari nella divisa dell’esercito afghano, che appena arrivati a tiro, scaricarono le loro armi.

Poi una dolorosa trafila fatta di interventi prima in Germania, poi a Niguarda, dove il 24 gennaio è andato a trovarlo il ministro della Difesa Ignazio La Russa. «È vero - conferma la mamma - la sua prima preoccupazione era di non poter muovere le braccia e fare il saluto militare. L’Esercito comunque ci è molto vicino, soprattutto i ragazzi della 6° compagnia, non mi lasciano sola un istante. Adesso poi che il 17 marzo rientrerà l’intero Reggimento, si sono già prenotati tutti».

Una solidarietà che non deve fermarsi solo agli abbracci. Nonostante sia già previsto un indennizzo e una pensione, Luca ha bisogno di molti soldi. Se, come si teme, dovesse rimanere tetraplegico, dovrà vivere in una casa fatta su misura ed essere assistito 24 ore su 24. Per questo il generale Camillo De Milato, comandante esercito Lombardia, l’assessore regionale Stefano Maullu e l’associazione degli ufficiali in congedo hanno attivato una sottoscrizione. E per il 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia, pensano a una sorpresa. Per lui che, di questa «vituperata» Unità, sta diventando un simbolo. Intanto ieri è arrivato Zanetti. E Luca per un pomeriggio è tornato a sorridere.




Powered by ScribeFire.