sabato 12 marzo 2011

Santoro scambia volontari per paparazzi «Scattavamo foto e ci ha insultato»

Corriere della sera


Amalfi, il conduttore credeva che stessero fotografando
la sua casa in costiera. Lui: «Nessuna invettiva»



Michele Santoro
Michele Santoro

SALERNO - Aggrediti verbalmente da Michele Santoro. Il motivo? Stavano scattando delle fotografie al panorama di Amalfi e probabilmente il giornalisti credeva stessero inquadrando la sua villa. È quanto denuncia un gruppo di volontari della protezione civile di Camerota, la «Cilento Emergenza», che stamattina erano ad Amalfi per un corso di aggiornamento nella sede dell’associazione di Protezione Civile «Millennium», in località Pogerola. «Stavamo scattando alcune foto del panorama mozzafiato di queste zone - spiega il volontario Fabio Del Gaudio, di Camerota - quando da un giardino un uomo ha iniziato a inveire nei nostri confronti. Con un linguaggio tutt’altro che oxfordiano, ci ha invitati a rivolgere l’obiettivo altrove, perchè stavamo minando la sua privacy».



«HO SOLO CHIESTO DI SMETTERLA» - Nessuna invettiva - replica Santoro - ho soltanto invitato un signore, che da un posto pubblico ci stava fotografando, a non scattare immagini». Il giornalista, inoltre, sottolinea anche che «non era un gruppo, ma una sola persona a scattare le immagini, tra l’altro approfittando di un luogo pubblico per fare foto private» e ribadisce di aver «solo detto energicamente di smetterla».

«SIAMO DELUSI» - Del Gaudio, dal canto suo, ricostruisce l'accaduto spiegando che solo in un secondo momento il gruppo di volontari si è accorto che l’uomo era Michele Santoro: «Non avevamo idea di chi fosse quell’uomo, - prosegue - e comunque mai e poi mai avremmo immaginato si trattasse del conduttore di Annozero e che quella fosse, da quanto ho potuto capire, la sua casa». «Siamo dispiaciuti e molto delusi: - aggiunge - questa storia ci ha lasciato l’amaro in bocca».

«DISARMANTE» - Per il presidente dell’associazione di Camerota, Vincenzo Rubano, «quanto accaduto è davvero disarmante. Se abbiamo violato la presunta privacy del signor Santoro, ne siamo costernati. Detto questo, ora mi attendo che il signor Santoro chieda scusa ai ragazzi dell’associazione per il linguaggio utilizzato. Per chi non lo sapesse, i volontari della protezione civile mettono a rischio la loro incolumità, affrontando situazioni spesso molto rischiose».


Redazione online
12 marzo 2011




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E' morta Nilla Pizzi, la regina di Sanremo Vinse la prima edizione



La cantante, prima vincitrice del Festival di Sanremo, era ricoverata in una clinica di Milano da alcune settimane. Si è spenta all'età di novantuno anni



 

Milano - Si è spenta la regina della musica italiana. È morta stamattina a Milano Nilla Pizzi. La cantante, prima vincitrice del festival di Sanremo nel 1951 con Grazie dei fiori, avrebbe compiuto 92 anni il 16 aprile. Era ricoverata in una clinica dopo un intervento subito tre settimane fa. Lo annuncia il suo agente Lele Mora.

Una vita dedicata alla musica Non ha smesso fino all’ultimo di far volare la ’colomba biancà della sua musica: qualche mese fa aveva iniziato i lavori per la registrazione di un nuovo album di inediti che dovevqa vedere la luce nel 2011, prodotto dal suo produttore storico Elia Faustini, con alcune canzoni scritte da importanti autori. Questa era Nilla Pizzi: descritta, in uno storico articolo di Luca Goldoni rimasto nella storia ’la regina della musica italianà, la cantante nata a Sant’Agata Bolognese il 16 aprile 1919 (avrebbe compiuto 92 anni tra un mese) è stata in un certo senso un’interprete da record. L’unica ad aver vinto tutti e tre i premi in un’edizione indimenticabile di Sanremo, quella del 1952: la Pizzi conquistò l’intero podio con ’Vola colombà, ’Papaveri e paperè e "Una donna prega", un record a tutt’oggi mai eguagliato da nessun altro cantante. Figlia di un contadino e di una sarta, prima di tre sorelle, da giovane fece una serie di lavori che nulla avevano a che fare con la musica: dapprima come ’piccininà di sartoria, poi al panificio militare di Casaralta e infine come collaudatrice di apparecchi radio alla Ducati di Bologna. 

Cinquant'anni di carriera La sua bellezza non poteva certo passare inosservata: nel 1939 partecipò al concorso ’Cinquemilalire per un sorrisò, ideato da Dino Villani. Ma la musica ce l’aveva nel sangue, e nel 1942 Nilla Pizzi vince, davanti a diecimila concorrenti, un concorso per ’Voci Nuovè indetto dall’Eiar (la futura Rai), interpretando i brani ’Tu musica divinà, e ’Domani non m’aspettar’, già cavallo di battaglia di Oscar Carboni. Inizia così ad esibirsi con l’orchestra Zeme, debuttando alla radio nello stesso anno. Dal 1950 inizia ad interpretare numerosi motivi che si rivelano subito altrettanti successi come ’Ciliegi rosà, ’Che bel fiulin’, ’Nullà, e nel 1951 vince il primo Festival di Sanremo con ’Grazie dei fiorì, piazzandosi anche seconda con ’La luna si veste d’argentò, cantata in duetto con Achille Togliani. Lo storico brano venderà 36 mila copie a 78 giri, vero record per l’epoca. L’anno successivo trionfa nuovamente al Festival di Sanremo conquistando l’intero podio, e diventa l’interprete di una serie di brani che segnano un’epoca: ’Vola colombà accompagna il ritorno di Trieste all’Italia, mentre Papaveri e papere, che vende 75 mila copie, viene tradotta in quaranta lingue, fa il giro del mondo e ispira anche il titolo di un film con Walter Chiari. 

Un mito tra musica e tv Ma la Pizzi non è stata un’interprete che ha vissuto di rendita, e la sua carriera non si è cristallizzata alle glorie degli anni Cinquanta Sessanta. Negli anni Novanta è stata infatti spesso ospite dei programmi televisivi Rai condotti da Paolo Limiti: ’E l’Italia racconta...’ nel ’96, ’Ci vediamo in TV’, nel ’98 ’Alle 2 su Raiunò nel 2000, ’Ci vediamo su RaiUnò nel 2002, in cui ha reinterpretato più di cinquecento canzoni di vario genere e repertorio. Il 2001 l’ha vista reinterpretareil brano ’Grazie dei fiorì in chiave rap, assieme alla boyband ’2080’. Con lo stesso gruppo presenta il brano Io e te alla commissione selezionatrice del Festival di Sanremo 2002, che viene respinto. Il 1º giugno 2002 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la nomina Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Negli ultimi anni, Nilla Pizzi ha aderito ufficialmente al progetto Amiche per l’Abruzzo. L’iniziativa, partita da Laura Pausini, ha visto l’organizzazione di un concerto insieme ad altre cinquanta cantanti italiane, tra cui la Pizzi, che si è tenuto il 21 giugno 2009 allo Stadio Giuseppe Meazza di Milano. Ospite durante la terza serata nella quale si festeggiavano i 60 anni del Festival, la Pizzi è poi intervenuta sul palco del Festival di Sanremo 2010 dopo l’omaggio tributatole dall’artista catanese Carmen Consoli, che ha interpretato ’Grazie dei fiorì. 





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Travaglio prof di giornalismo? leggete qui





Millanta l'eredità di Montanelli e si diverte a dare le pagelle ai colleghi come Ferrara. Ma intanto colleziona solo errori. Sono già dodici le batoste giudiziarie, da Previti nel 2000 ai casi recenti Socci e Schifani


 
Marco Travaglio è un professori­n­o del giornali­smo. Dà le pa­gelle a tutti i colleghi e vi­gliacco che uno prenda almeno una volta la suffi­cienza. Si è autonomina­to erede di Montanelli, con il quale millanta una lunga frequentazione, quasi fossero padre e fi­glio, fin da quando lavo­rava per Il Giornale del quale era, pagato da Ber­lusconi, vicecorrispon­dente da Torino, cioè nul­la.

I miei colleghi più an­ziani del Giornale non ri­cordano di averlo mai vi­sto una volta nella reda­zione centrale e scom­mettono che Montanelli non sapeva neppure chi fosse. Quando Indro eb­be la sciagurata idea di mollare la sua creatura per fondare La Voce , Tra­vaglio lo seguì, «uno dei tanti, nulla di più», ricor­dano oggi i compagni di avventura rimasti sulla strada.
A parte questa piccola mitomania, di Travaglio giornalista non si ricor­da nulla. Ha avuto più for­t­una con le carte giudizia­rie trasformate in libri, grazie ai quali ha fatto sol­di e raggiunto la fama. Ie­ri ha stroncato pure Giu­l­iano Ferrara e il suo ritor­no in tv da lunedì, ogni se­ra dopo il Tg1.

Egocentri­co e invidioso, Travaglio ha sentenziato che Ferra­ra non è un giornalista. La prova? Il Foglio , quoti­diano diretto da Ferrara, vende poche copie, mol­te meno del suo Il Fatto. Sai che ragionamento. È come se il proprietario di un sexy-shop si vantasse di avere più clienti di una galleria d’arte.
Per curiosità, siamo an­dati a vedere come sono finiti gli scoop di Trava­glio campione di giorna­lismo senza macchia. Ec­co un elenco, probabil­mente incompleto, delle sue prodezze. Salvo erro­ri ed omissioni, la situa­zione è questa (il voto lo lasciamo a voi lettori).

Nel 2000 è stato con­dannato in sede ci­vile, dopo essere stato ci­tato in giudizio da Cesare Previti a causa di un arti­colo su L’Indipendente , al risarcimento del dan­no quantificato in 79 mi­lioni di lire.
Il 4 luglio 2004 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processua­li) per un errore di omoni­mia contenuto nel libro La repubblica delle bana­ne scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001.

In esso, a pagina 537, si descriveva «Falli­ca Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «commercian­te palermitano, braccio destro di Gianfranco Mic­cichè... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito pro­mosso deputato nel colle­gio di Palermo Settecan­noli ».L’errore era poi sta­to trasposto anche su L'Espresso , il Venerdì di Repubblica e La Rinasci­ta della Sinistra , per cui la condanna in solido, oltre­ché su Editori Riuniti, è stata estesa anche al grup­po Editoriale L’Espresso.

Il 5 aprile 2005 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile, assieme all’allo­ra dir­ettore dell ’Unità Fu­rio Colombo, al pagamen­to di 12.000 euro più 4.000 di spese processua­li a Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclag­gio, reati per i quali, inve­ce, non era risultato inqui­sito.

Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha con­dannato a risarcire Fede­le Confalonieri, presiden­te di Mediaset, con 6.000 euro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato nella rubrica Uliwood Party
su l’Unità il 6 luglio 2006

Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribu­nale di Roma in sede civile, as­sieme al direttore dell’ Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al paga­mento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornali­sta del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile ver­so il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli­cazione- si leggeva nella sen­tenza - difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffa­matorio ».

Nel gennaio 2010 la Cor­te d’Appello penale di Ro­ma lo ha condannato a 1.000 euro di multa per il reato di dif­famazione aggravato dall’uso del mezzo della stampa, ai dan­ni di Cesare Previti. Il reato, se­condo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso me­diante l’articolo «Patto scellera­to tra mafia e Forza Italia» pub­blicato sull’ Espresso il 3 ottobre 2002.

La sentenza d’appello ri­forma la condanna dell’otto­bre 2008 in primo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclu­sione e 100 euro di multa. In se­de civile, a causa del predetto re­ato, Travaglio era stato condan­nato in primo grado, in solido con l’allora direttore della rivi­sta Daniela Hamaui, al paga­mento di 20.000 euro a titolo di risarcimento del danno in favo­re della vittima del reato Cesare Previti. Pochi giorni fa, in attesa della sentenza di Cassazione, il reato è caduto in prescrizione grazie ad una inspiegabile len­tezza dei giudici a scrivere le motivazioni.

Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffa­mazione ai danni dell’allo­ra direttore di Raiuno, Fabri­zio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pub­blicato su l’Unità dell’11 maggio 2007.

Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazio­ne ( Terza sezione civile, senten­za 22190) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giu­dice Filippo Verde che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro Il ma­nuale del perfetto inquisito , af­fermazioni giudicate diffama­torie dalla Corte in quanto riferi­te «in maniera incompleta e so­stanzialmente alterata» visto il «mancato riferimento alla sen­tenza di prescrizione o, comun­que, la mancata puntualizza­zione del­carattere non definiti­vo della sentenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definiti­va (se non addirittura l’idea di una pluralità di condanne)».

Il 18 giugno 2010 è stato condannato dal Tribuna­le di Torino- VII sezione civile ­a risarcire 16.000 euro al presi­dente del Senato Renato Schifa­ni ( che aveva chiesto un risarci­mento di 1.750.000 euro) per diffamazione, avendo evocato la metafora del lombrico e del­la muffa a Che tempo che fa il 15 maggio 2008.

L’11 ottobre 2010 Trava­glio è stato condannato per diffamazione dal Tribunale di Marsala, per aver dato del fi­glioccio di un boss all’assesso­re regionale siciliano David Co­sta, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazio­ne mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva. Tra­vaglio è stato condannato a pa­gare 15.000 euro.



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E tra i pm scoppia la rissa per processare il Cav




De Pasquale chiede di dare precedenza al caso Mills a rischio prescrizione, ma la Boccassini pretende per l’affaire Ruby una "corsia preferenziale"



 
Milano L’imputato è uno solo, i processi sono quattro, il tempo a disposizione è poco. Insomma: inevitabilmente, qualcuno dei processi milanesi a Silvio Berlusconi andrà avanti velocemente, qualcun altro più piano. Così per decidere a chi tocca la precedenza si rischiano le sgomitate tra pubblici ministeri. Da una parte c’è il pm Fabio De Pasquale, che vuole a tutti i costi portare avanti a tappe forzate il processo per la vicenda Mills, che si prescrive all’inizio dell’anno prossimo. Dall’altra c’è il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, convinta che il vero terreno dello scontro con il Cavaliere sia il processo per l’affare Ruby, che inizia il 6 aprile, e pretende una corsia preferenziale. Uno dei due pm dovrà, in qualche modo, fare un passo indietro. E, se proprio bisogna fare una previsione, è improbabile che sarà la Boccassini.
La situazione - abbastanza insolita - di due pubblici ministeri che si contendono un imputato si riverbera, inevitabilmente, sull’udienza di ieri, che segna la ripartenza - dopo il lungo stop per la legge sul legittimo impedimento - del processo a Berlusconi per la presunta corruzione dell’avvocato inglese David Mills. A celebrare il processo il giudice Francesca Vitale, che nelle scorse settimane ha chiesto invano di venire sostituita da un altro magistrato. Ai giudici i difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, depositano la lettera con cui il presidente del Consiglio comunica la sua intenzione di essere in genere presente in aula, ma ieri spiega di essere impegnato a Bruxelles. A quel punto la Vitale fissa il calendario delle prossime udienze, e iniziano i problemi: perché si scopre che il processo Mills si fermerà per un mese e mezzo, dal 21 marzo al 9 maggio, per lasciare spazio al processo «Ruby».
De Pasquale insorge. Si alza e ricorda di avere scritto al tribunale segnalando la necessità di fare in fretta. La Vitale gli risponde bruscamente di avere letto la sua lettera in quanto è finita sui giornali: e dal tono si capisce che non ha apprezzato la cosa. De Pasquale: «La prescrizione è prossima, bisogna fare in tempo anche ad andare in appello e in Cassazione. Chiedo che venga fissata una road map. Se il 18 luglio posso fare la requisitoria ce la facciamo». Vitale (sempre più seccata): «E chi può dirlo?». De Pasquale: «Ci sono dei testimoni che hanno già detto che non intendono venire in Italia, per accelerare i tempi possiamo iniziare le pratiche per la rogatoria nel Regno Unito» Vitale: «Sono dichiarazioni di due anni fa, magari hanno cambiato idea. Magari hanno comprato una villa in Italia e vogliono venire a farsi il weekend» De Pasquale: «Non è una circostanza frequentissima». Vitale: «In questo processo potrebbe succedere». De Pasquale: «La prossima udienza cerchiamo almeno di cominciarla alle nove». Vitale: «Prima delle nove e mezza è impossibile».
Scintille, insomma: dove è palpabile la tensione di un pm, De Pasquale, che teme di vedere inabissare il processo cui ha dedicato sette anni di lavoro. Appena l’udienza finisce, De Pasquale torna al quarto piano per cercare di parlare con il suo capo, Edmondo Bruti Liberati: ma c’è già dentro Ilda Boccassini, che ha appena incontrato - con le porte aperte, in un clima apparentemente disteso - Ghedini e Longo, cui ha consegnato una scatola di cd con altre prove raccolte nell'affare «Ruby». E a De Pasquale tocca aspettare.
La sostanza, d’altronde, è semplice. La decisione della Corte Costituzionale ha lasciato in piedi, anche se solo in parte, la legge sul legittimo impedimento. L’incontro della settimana scorsa tra gli avvocati di Berlusconi e Livia Pomodoro, numero uno del tribunale milanese, ha prodotto una intesa oggettivamente ragionevole: il capo del governo dedicherà ai processi milanesi tutti i lunedì, e nel caso che qualche lunedì debba saltare, accetterà lo spostamento al sabato. La Pomodoro, che è una donna sensata, sa che più di questo non si può pretendere. Ma di lunedì, purtroppo, ce n’è solo uno alla settimana.
In alcuni casi si potrà cercare di spezzare in due la giornata: un processo alla mattina, e uno al pomeriggio. Ciò non toglie che la scelta di fare i quattro processi a Berlusconi tutti insieme si sta rivelando, dal punto di vista pratico, di difficile gestione.




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Avvocati e giudici Ecco chi sono i capi della rivolta

 


BengasiIl tribunale di Bengasi è il quartier generale dei ribelli e il simbolo della rivoluzione libica. È dal basso edificio sul lungomare, ricoperto di bandiere della monarchia dei Senussi e di cartelloni con slogan anti-Gheddafi, che l'opposizione organizza le sue mosse, governa la città e l'est del Paese. Sono gli avvocati e i giudici i protagonisti della rivolta libica. Sono stati i primi a scendere in piazza, assieme ai giovani. E a Bengasi il tribunale - quando il regime ha deciso di bloccare internet e i telefoni - è diventato il luogo di ritrovo naturale dei manifestanti.

Oggi, il coinvolgimento delle toghe nella rivolta si riscontra nella composizione delle nuove istituzioni della rivoluzione. Il presidente del nuovo Consiglio nazionale libico, Mustafa Abdel Jalil, è l'ex ministro della Giustizia e un noto giudice della città di El Beida, nell'Est. Il rappresentante che si occuperà della questioni femminili, Salwa al Deghali, è un giovane avvocato. Il portavoce del consiglio, Abelhafiz Ghoka, è stato il presidente dell'associazione nazionale degli avvocati. Fathi Terbil, uno dei simboli della rivoluzione, ha difeso i parenti delle vittime della famigerata prigione di Abu Slim, a Tripoli. Qui, nel 1996, le forze governative repressero nel sangue un rivolta di detenuti uccidendo, secondo Human Rights Watch, 1.200 persone. Il 15 febbraio l'arresto di Terbil, un trentenne che indossa un cappellino da baseball e una kefiah, ha scatenato la protesta due giorni in anticipo rispetto a quanto era stato annunciato dai giovani libici via Facebook.

In Tunisia, Egitto e Libia le forze vive della rivolta hanno qualcosa in comune. Dietro alle proteste e all'organizzazione delle manifestazioni c'è una classe media frustrata da decenni di oppressione politica. Professori universitari, giudici, avvocati, architetti e professionisti di qualsiasi genere, con le aspettative sociali e politiche di una borghesia colta e spesso educata all'estero, hanno guidato la rivolta assieme a giovani diplomati disoccupati o precari. In Tunisia, come poi è avvenuto in Libia, le toghe hanno svolto un ruolo centrale nella prima delle rivoluzioni arabe. L'antico edificio del tribunale, a pochi passi dalla città vecchia di Tunisi, è stato il centro di numerose proteste. E sono avvocati e giudici che da anni, nonostante la repressione del regime, hanno organizzato l'opposizione. Mohammed Abbou è stato uno dei protagonisti della contestazione tunisina. È un celebre avvocato per i diritti umani, incarcerato dal regime di Zine El Abidine Ben Ali per la sua attività. «Se la rivoluzione tunisina ha successo - aveva detto al Giornale a Tunisi, anticipando i tempi - vedrete che cadranno anche Egitto e Libia».

Tra gli attori più significativi della rivolta tunisina ci sono stati i sindacati e gli ordini dei professionisti. La sede dell'Ugtt, l'Unione dei lavoratori tunisini, storico sindacato nato negli anni Quaranta, si trova in una piazzetta in un quartiere del centro. Davanti al palazzo bianco con le imposte turchesi si sono ritrovati per settimane i rappresentanti di diverse associazioni dei lavoratori. Ogni giorno i leader sindacalisti hanno tenuto veri e propri comizi. E i membri del sindacato, il giorno dopo la rivoluzione, hanno contestato aspramente la propria leadership per aver accettato di sedersi nel nuovo governo di transizione.
In Egitto, i vecchi e deboli partiti dell'opposizione e i movimenti politici che nel 2004-2005 avevano sfidato la legittimità del raìs Hosni Mubarak sono stati sorpresi dalla forza di una protesta organizzata da giovani, spesso lontani dall'attivismo politico. A riempire midan Tahrir, la piazza teatro delle proteste, sono stati uomini e donne tra i 25 e i 35 anni: ragazzi e ragazze diplomati e laureati, con lavori precari e spesso poco remunerativi, incapaci di potersi permettere una casa e una famiglia, stufi di non avere un ruolo nella vita politica del Paese.




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Diffamazione via web: l'indirizzo Ip è una prova schiacciante

La Stampa


Si connette a Internet tramite il PC di casa e partecipa ad un forum politico su web inveendo e diffamando un soggetto e la sua famiglia: è diffamazione e il codice numerico IP cui è associato attraverso il gestore della linea telefonica ne è prova schiacciante, cui si aggiunge il nickname utilizzato. La Cassazione (sentenza 8824/11) ha stabilito la responsabilità penale per diffamazione a carico di un soggetto operante su un forum web identificato mediante il numero IP del suo computer.

Nel giudizio l’accertamento tecnico ha posto in luce che:
a) il numero identificativo sulla rete internet mondiale è assegnato in via esclusiva ad un determinato computer connesso;
b) un altro utente delle rete, per realizzare l'intromissione modificativa – così come avanzato dalla tesi difensiva - ossia collegarsi dall’IP di un terzo rubandone l’identità, dovrebbe conoscere dettagliati particolari di tempi e modalità della connessione in cui intromettersi;
c) l’utente scorretto avrebbe dovuto compiere una complessa e difficile serie di interventi finalizzati all'eliminazione di tracce dell'irregolare intervento invasivo.

Impossibile che realisticamente si realizzino tutte queste circostanze. L’uomo pertanto, conferma anche la Cassazione, è responsabile di diffamazione senza che vi sia spazio per altri capri espiatori. Non opera nemmeno l'esimente dell'esercizio del diritto di critica politica dal momento che le espressioni offensive consistono non già in un dissenso motivato, espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale dell'avversario e del contraddittore. La Cassazione ribadisce che non è necessaria l'intenzione di offendere l'altrui reputazione, essendo sufficiente la volontà dell'agente di usare parole lesive del bene giuridico, con la consapevolezza di offendere la dignità personale del destinatario delle espressioni.




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Wikileaks su Padova: "Zanonato unico sindaco a salvare il Pd"

Il Mattino di Padova




PADOVA. Un partito lacerato dalle lotte interne, una regione d’Italia in cui dilaga il centrodestra, un uomo scelto per la sua popolarità, per mantenere una delle poche importanti bandierine del centrosinistra nel Risiko della politica del nord. Flavio Zanonato visto da Wikileaks, pochi mesi prima delle elezioni del 2009. Così i diplomatici americani, scoperti dal sito di "rivelazioni" più famoso del mondo, hanno passato ai «raggi-X» l’emisfero politico padovano pre-elettorale.

Grazie ai documenti ottenuti dal settimanale l’Espresso in esclusiva per l’Italia, ecco il contenuto del cable che parla di Padova, del suo sceriffo rosso e del ghetto di via Anelli.
Due pagine di considerazioni, analisi e riflessioni sullo scenario politico e sulle eventuali conseguenze delle elezioni amministrative del 2009. Il file infatti è datato gennaio 2009. E per il Pd metteva in conto anche le possibilità più catastrofiche. Come la perdita del sindaco in una delle poche città importanti del nord, che sarebbe stata «politicamente imbarazzante e demoralizzante» per un partito ormai moribondo.
Poi Zanonato, lo "sceriffo rosso", ha salvato tutto.





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Wikileaks, la 'talpa' Manning: "Io, in cella d'isolamento"

Quotidiano.net


Bradley Manning, il soldato americano accusato di aver passato le informazioni a Julian Assange, ha protestato con i funzionari del carcere in cui è custodito: "Per 23 ore al giorno, sono solo nella mia cella, le guardie mi controllano ogni 5 minuti


Washington, 11 marzo 2011



Deve dormire nudo, è controllato a vista 24 ore su 24 e vive dal luglio scorso in isolamento nel penitenziario americano di Quantico: è la denuncia di Bradley Manning, il soldato americano accusato di essere la ‘talpa' di Wikileaks.

In un testo di undici pagine, Manning ha spiegato che i funzionari del carcere militare hanno abusato del loro potere discrezionale nel classificarlo come un detenuto a rischio di autolesionismo, motivo per il quale si trova tuttora in stato di "massima custodia". La sua scheda carceraria, ha raccontato, dimostra che è un prigioniero modello e gli psichiatri del penitenziario avrebbero ripetutamente raccomandato di rimuoverlo dall’isolamento.

"Nella situazione di restrizione in cui mi trovo, oltre a essere spogliato di notte, sono essenzialmente in un confino solitario", si legge nel testo, "per 23 ore al giorno, sono solo nella mia cella, le guardie mi controllano ogni cinque minuti chiedendomi se vada tutto bene e devo sempre rispondere in modo affermativo". "Di notte, invece, se le guardie non riescono a vedermi, poichè ho la coperta sulla testa o sono rannicchiato verso il muro, mi fanno alzare per essere certi che io stia bene", ha raccontato ancora il soldato.

Manning, sospettato di aver passato al sito di Julian Assange centinaia di migliaia di cablogrammi riservati della diplomazia americana, ha spiegato che in cella con sè può avere soltanto un libro o una rivista che deve restituire alla fine della giornata. Inoltre, non gli è consentito fare esercizi fisici: "Se ci provo, vengo fermato dalle guardie, solo per un’ora al giorno posso uscire dalla cella e allenarmi, ma ciò consiste solo in una passeggiata in una stanza vuota".




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Deputato del Pd con la mazzetta in tasca

Il Tempo


Parlamentare siciliano ammanettato con 10mila euro per un affare del fotovoltaico.


Il parlamentare siciliano del Pd Gaspare Vitrano Arrestato con la mazzetta in mano. È successo al deputato regionale del Pd siciliano, Gaspare Vitrano che è stato fermato dalla polizia, a Palermo, con l'accusa di concussione. Il parlamentare è accusato di avere ricevuto una tangente da un imprenditore del settore delle energie alternative. È stato bloccato, intorno alle 19, nei pressi di un bar del centro di Palermo. Vitrano sarebbe stato trovato in possesso di 10 mila euro in contanti. Il denaro gli sarebbe stato consegnato da un imprenditore del fotovoltaico. Il deputato è stato fermato in flagranza di reato. Il provvedimento dovrà essere convalidato dal gip entro 48 ore. Lapidario il commento del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo: l'arresto del deputato regionale siciliano Gaspare Vitrano (Pd) dimostra che «c'è un certo interesse nel campo del fotovoltaico, ritenuto la nuova frontiera dell'economia». «Abbiamo accertato un'illecita percezione di soldi - ha detto Messineo - io come sempre non voglio commentare gli arresti, però posso affermare che è significativo che il fermo riguarda il fotovoltaico, proprio come accadde di recente ad un imprenditore di Alcamo. L'attenzione si sta concentrando sempre di più proprio sul fotovoltaico». Gaspare Vitrano è nato a Palermo il 20 agosto del 1961. Laureato in Giurisprudenza ha conseguito l'abilitazione per la professione di avvocato ed è stato funzionario regionale. Nel 2001 è stato eletto deputato regionale all'Ars ed ha ricoperto la carica di componente della commissione Lavoro. È stato rieletto nelle successive legislature nelle file del Partito democratico ed attualmente ricopre la carica di deputato segretario e di componente della commissione Attività produttive.

Grande imbarazzo nel Pd, che sostiene ora il governatore Lombardo il quale era stato eletto da una maggioranza di centrodestra: «Sono senza parole, sconvolto, mi sembra inverosimile. Naturalmente aspettiamo di saperne di più. Ma se fossero confermate le notizie di queste ore, il partito applicherà le sue regole interne. Il codice etico prevede, in questi casi, la sospensione dal partito», commenta il capogruppo del Pd all'Ars, Antonello Cracolici. «Vitrano ha sempre sostenuto la linea del partito - ricorda Cracolici - di appoggiare il governo regionale». Il segretario del Pd Sicilia Giuseppe Lupo aggiunge: «Esprimo piena fiducia nei confronti della magistratura. In attuazione dello statuto e del codice etico l'on. Gaspare Vitrano è sospeso dal partito».




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Travaglio contro Ferrara Insulti, invidia e livore: "E' un pallone pallista"





Sul Fattoquotidiano un editoriale velenosissimo e pieno di insulti per l'Elefantino: picchiatore comunista, finto giornalista, trombetta di Craxi. E poi la ciliegina: un ceffo come lui vale meno delle mignotte



 
Ferrara non è ancora tornato in televisione, ma lo scandalo è già scoppiato. La sinistra scalcia e batte i piedini: l'elefantino quotidiano, tutti i giorni dopo il Tg1, nello spazio che fu di Enzo Biagi per loro è pornografia. La razione di perfidia quotidiana oggi la dispensa Marco Travaglio che intinge la penna nella bile e allinea uno dopo l'altro una serie infinita di insulti. Sì, proprio insulti. Si parte dal titolo che, come al solito, gioca sulla stazza di Giuliano Ferrara: "Tanto oro quanto pesa". Solita roba, solita violenza verbale, le solite battute comprate al mercatino dell'usato delle battute di Luttazzi. La stessa sinistra che ha inventato il politicamente corretto, quella che inorridisce se dici cieco invece che non vedente, quella che se ti scappa un negro vorrebbe trascinarti davanti alla corte di Strasburgo, non ha problemi a scatenarsi contro nani, ciccioni e puttane.

Purchè siano di centrodestra, ovviamente. Insultare un berlusconiano non è un reato. Così per Travaglio Ferrara diventa un "pallone pallista", un ceffo che vale meno di una "mignotta" e un "picchiatore comunista". Il secondo tempo dell'attacco al direttore del Foglio è puramente economico. Il ragionier Travaglio fa i conti in tasca all'Elefantino e si arrabbia: "E poi lui da B. e famiglia riceve già tre stipendi: da direttore del Foglio, da rubrichista di Panorama, da editorialista del Giornale". Innegabile, come il sacrosanto diritto di ogni editore di far scrivere, e pagare, chi gli pare e piace. Poi riattacca a pontificare: "E' uno che in vita sua ha fatto il picchiatore comunista, la spia della Cia, la trombetta di Craxi e B., ma mai per un solo istante il giornalista". Travaglio dixit. Poi, non pago, in preda alla rabbia, per giustificare il successo di Ferrara si attacca all'ultimo salvagente disponibile: alla fine la colpa non è nemmeno dell'Elefantino ma del "paese malato" che lo scambia per un giornalista. Ineffabile, ma poi decide di smentirsi poche righe dopo celebrando i presunti disastri della carriera di Giuliano Ferrara: "Triste destino, quello di Ferrara. Fonda il Foglio e non lo compra nessuno. Fa Otto e mezzo e non lo guarda nessuno. Però lui insiste. Tanti lo pagano a peso". Probabilmente Travaglio lo pagano a insulto...




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Attacco a il Giornale Bocchino ci aggredisce ma tutti tacciono





Gli indignati speciali che vanno sempre in piazza contro i bavagli non hanno fiatato dopo la denuncia di 36 nostri giornalisti e di un lettore



 
Dove sono finiti i grandi di­fensori della libertà di stampa? Spariti. Dove sono i paladini del’articolo 21? Spariti pure lo­ro. Fateci caso: 36 giornalisti (e un lettore) vengono portati in tribunale con l’accusa di stalking collettivo solo perché hanno osato parlare di un politi­co, e gli indignati speciali in ser­vi­zio permanente effettivo sem­bra che non se ne siano nem­meno accorti. I grandi giornali tacciono, le grandi firme taccio­no. E quelli che scendono in piazza ogni due per tre a grida­re «que viva la rivolucion, que viva la costitution»? Muti. E quelli che s’indignano contro i bavagli alla libera informazio­ne? Muti pure loro. Non ci cre­dete? Provate a porgere l’orec­chio: non si sente nulla. Ma pro­prio nulla. Nulla di nulla. Infat­ti, parla Bocchino.
Eh già, proprio così: lo sciagu­rato rispose. Non contento di essersi inventato l’operazione stalker, l’onorevole torna sul luogo del (suo) delitto. Poveret­to: si crede Michelle Hunziker. Forse si guarda allo specchio e si vede biondo, bello e affasci­nante. Non capisce la differen­za che c’è tra un giornalista e un molestatore: cioè esatta­mente la stessa che c’è tra lui e la showgirl. Ma Bocchino non se ne dà pace e parlando ieri a Torino è tornato a vestire i pan­ni del presunto Michelle: «Le molestie hanno superato il se­gno e richiedono che a occupar­sene sia la magistratura», ha detto. Roba che se lo sente Sos anti-stupri manda subito un’équipe medica di pronto in­tervento. In effetti: ci vorrebbe proprio un’équipe medica. O, almeno, uno psicologo. Maga­ri pure uno psichiatra.
Vi pare? Più che di un tribuna­­le, Italuccio avrebbe proprio bi­sogno di un buon ospedale (e questo mi vale un’altra denun­cia per stalking, olè). Così maga­ri riesce a ristabilire il rapporto apparentemente compromes­so tra sé e la realtà: Nicole Kid­man è stata vittima di stalking, Madonna è stata vittima di stalking. Lui no. Si rassegni. Lui è stato criticato, magari anche attaccato, come vengono criti­cati e attaccati ogni giorno i poli­tici di ogni schieramento. Se c’è stata diffamazione quereli. Se sono state scritte cose non vere rettifichi. Ma la molestia è un reato troppo serio per esse­re trascinato nel ridicolo. Fra l’altro Bocchino ieri ci ha tenu­to a ricordare di essere giornali­sta pure lui. Che figura: per quanto la categoria abbia dato spesso pessima prova di sé, mai era arrivata a inventarsi si­mili stupidaggini.
E dunque, se ne viene caccia­to lui, da oggi si accettano di­missioni volontarie dall’Ordi­ne professionale: vorreste far parte di un albo che ha fra i suoi iscritti un giornalista che de­nuncia per stalking gli altri gior­nalisti? Decidete voi. Nel ricor­dare il suo legame con il mon­do scribacchino, poi, Italo ha pure citato, con sprezzo del pe­ricolo, il quotidiano di cui è edi­­tore, il Roma . Dice che l’abbia­mo danneggiato. Danneggia­to? Noi? Ma come? Lui non pa­ga gli stipendi, riduce i dipen­denti alla fame, manda sul la­strico quei poveracci, e noi lo danneggiamo? Noi siamo i mo­­lestatori? E allora lui cos’è? Uno sterminatore di giornali­sti? L’affamatore del redattore ordinario? (ancora stalking, olè).
L’unica cosa in cui Bocchino è coerente, bisogna ammetter­lo, è l’odio per i lettori. Da gior­nalista ne ha sempre avuti po­chissimi. Da editore del Roma ancor meno. Ora che è diventa­to politico li denuncia pure. Proprio così: oltre ai 36 cronisti del giornale, colpevoli di aver scritto sul quotidiano, ha deci­so di portare in tribunale anche un lettore, colpevole di averlo comprato. Per il momento si salva l’edicolante,ma non è det­to. E comunque faccia attenzio­ne.
Pure il tipografo, poi, qual­che colpa dovrà pure avercela, no? Ora ditemi: vi sembra una cosa sensata mandare a proces­so un lettore di un giornale? Co­me se fosse un criminale? E la prossima proposta di legge del­l’onorevole Bocchino allora che cosa sarà?La guardia arma­ta davanti all’edicola? L'arresto in flagrante di chi acquista un quotidiano sgradito? La sop­pressione a suon di manette della posta dei lettori?
Sorprende che di fronte a questa totale follia (ancora stalking, olè) nessuno s’indi­gni. Scommetto che se qualcu­no avesse denunciato per mole­stie uno stagista di Repubblica avremmo già il Paese in subbu­gl­io e Roberto Saviano convoca­to per la manifestazione al Pa­lasharp. Invece, nulla. Un arti­colo di Annalena Benini sul Fo­glio , un articolo sul Fatto in cui Luca Telese rincara la dose, quasi chiedendosi come mai noi suoi ex colleghi del Giorna­le non siamo ancora finiti da­vanti alla Corte internazionale dell’Aja,due interventi strimin­ziti dell’Ordine dei giornalisti, una dichiarazione per dovere d'ufficio del segretario Fnsi Sid­di, che dà un colpo al cerchio e un colpo al Bocchino, facendo però capire che in fondo non gli dispiacerebbe vederci in tri­bunale processati come stupra­tori. Il resto silenzio. Parla solo Italo, il molestato. L’uomo che si credeva Michelle Hunziker. L’uomo che si credeva Nicole Kidman. L’uomo, insomma, che s’è rovinato a forza di fare la bella figa.




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Una lagna senza fine: Saviano è il recluso più visibile del mondo





Lo scrittore lamenta la "mancanza di libertà" ma è sempre in tv e alla radio da dove attacca il solito Berlusconi. Gli unici blindati? Gli agenti della sua scorta



 
Una vita blindata. Quale, quella della scorta, o la sua? Una vita blindata o, meglio, una vita mondana blindata? Mondana, ma che diamine. È sufficiente sfogliare assieme la sua fitta agenda d’impegni quotidiani per rendersene conto.
Roberto Saviano si compiace e si dispiace. Roberto Saviano parla e sparla, spiffera ai quattro venti, ogni volta che può, la sua disagevole condizione di scortato però, intanto, non si lascia mancare nulla. Una capatina a Radiodue per una seduta psicanalitica in diretta da Chiara Gamberale, una visita al suo amico Fazio per ripercorrere assieme, nel salotto buono di Rai3, i fasti della loro anti-televisione anti-Berlusconi, e poi un cocktail, un colloquio di lavoro, un Giro d’Italia.
Sì, un Giro d’Italia, come quello che ha appena cominciato, per presentare, nelle librerie del Paese la sua ultima, in verità modesta, fatica letteraria, quel Vieni via con me in pratica un bignami dei suoi interventi in tv al fianco del sodale Fazio. Intendiamoci, a dire che non è un granché il suo più recente prodotto editoriale non siamo noi che, non essendo sotto scorta come lui possiamo usare in libertà e a sproposito aggettivi e avverbi, ma sono alcuni autorevoli critici. Uno fra tutti, Aldo Grasso, che dopo aver assistito alla visita di Saviano da Fazio si è sentito in dovere di scrivere quanto segue: «Saviano si vive, con autocompiacimento, come scrittore, come guru, e ora anche come uomo di tv, ma quando si rinuncia allo stile (come nella prefazione, sciatta, da origliante, e in parte nei monologhi di Vieni via con me), si rimane prigionieri del ricatto del contenuto. Per essere credibile, Saviano dovrà sempre di più alzare la posta in gioco dei suoi argomenti (camorra, macchina del fango etc) assumere il ruolo del salvatore, di testimonial del Bene. Gli avevamo consigliato di stare un po' all’estero, pareva dovesse andarci, ma poi ha preferito la tv. Così rischia di restare solo un professionista del savianismo, privo di dubbi, uno scrittore che si inebria dell’abbraccio della folla e della tv...» Già, l’abbraccio della folla. Sia pure da blindato Saviano, evidentemente, non sa resistervi. Sintomatico quanto accaduto a Genova, alla libreria Feltrinelli, una delle prime tappe del suo Giro d’Italia per promuovere Vieni via con me.
Dopo aver parlato e riparlato del libro e della sua interpretazione televisiva, alle 10 di sera ha cominciato a dedicarsi ai suoi lettori che si erano messi in coda. Stretta di mano dopo stretta di mano, autografo dopo autografo, ha finito alle 2.20 del mattino. E così, finalmente, ha potuto venir via con lui anche la scorta che, accompagnandolo in ogni luogo a qualsiasi ora, oltre ai costi che vengono addebitati ai contribuenti, sembra essere più reclusa e blindata di lui. Che almeno decide e pianifica dove andare e che cosa fare. E anche che cosa dire. Sempre contro Berlusconi, naturalmente. Come è accaduto anche ieri a Radiodue, appunto, nella trasmissione condotta dalla Gamberale, dove lo scrittore ha tenuto precisare che «l’inchiesta sul caso Ruby è molto forte ma che i magistrati di Milano hanno lavorato molto bene». Poi si è affrettato a far sapere che la cosa che più lo disgusta tra quelle fatte da Berlusconi, addirittura che gli ha tolto il sonno di una notte, è quando ha detto «che ho dato supporto promozionale alle mafie, scrivendo il mio libro. Ha detto che chi racconta queste cose diffama il Paese. È una roba terribile».
Quanto ai rischi della sua blindatura Saviano ha precisato: «Mi sento onesto se dico che è un rapporto talmente quotidiano con la morte che a forza di parlarne la sento lontanissima». Quindi, per alleggerire i temi del dibattito, ha chiosato sull’amore: «Preferisco farlo al Sud, l’amore, perché non posso più andare al Sud e come tutte le cose che ti vengono tolte, poi ti piacciono di più». «Sono cinque anni che vivo sotto protezione, mi sembrano venticinque. Cinquanta» ripete ad ogni suo mondanissimo impegno, Saviano. Poi con un velo d’amarezza, aggiunge: «Vorrei fare un capolavoro. Ma il capolavoro sarebbe un vita normale. Con un minimo di libertà». Libertà per se stesso o per un’esausta scorta?




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Così normale eppure così speciale Dopo 20 anni torna Walter Chiari




Un enorme lavoro di archivio restituisce i film scomparsi del comico: una mosca bianca nel mondo dello spettacolo 



Walter Chiari ha compiuto ottantasette anni martedì scorso. Sta benissimo, suo figlio Simone e Tatti, il suo esploratore, me lo hanno confermato. Posso dunque smentire che lo stesso Annichiarico, detto Chiari, nato a Verona, sia scomparso il giorno venti di dicembre del Novantuno. È una balla, una sarchiaponata, Walter Chiari continua la sua esistenza leggera, elegante, vola alto sulle discariche contemporanee. Lo vedo procedere come un cow boy, la sua postura americana, le spalle alte, il passo deciso ma leggermente dinoccolato, quasi pronto a sfoderare la Colt dalla fondina.

Walter Chiari è una fetta grande di questo Paese piccolo, di qua ci sta lui, fresco e veloce, immediato e dunque poco adatto all’andamento lento del set con i riflettori e il ciak si gira; dall’altra sfila il corteo guidato da Vittorio Gassman che a tutto sa adattarsi e tutto sa interpretare, nel teatro, nella tv, nel cinema e nella vita medesima. Gli ottantasette anni di Walter sono benissimo portati, basta riguardare qualche immagine anche sommariamente, per capire come stiano le cose.

Uguale sempre, un colpo di tosse, accennato appena, per mascherare l’imbarazzo e l’emozione, anche questa è una delle sue migliori trovate di repertorio, pure in una barzelletta che, da lui raccontata, è una novella, un atto di commedia; l’eccellente frequentazione della lingua madre, articolata, virtù rarissima in via di estinzione nel cosiddetto popolo dello spettacolo; il fisico bello, audace ma non palestrato seppur adatto e abituato alla palestra, boxe ed altre discipline sportive; la bellezza genuina mediterranea, non paciosa e datata rispetto ad altri sodali tronisti del tempo andato, vedi alla voce «le labbra carnose e lucide» del Brazzi Rossano o «il bimba tu mi piaci» del Nazzari Amedeo, tanto per dire, ma muscoli, sorriso e zazzera veri, al vento, un tipo da spiaggia e da salotto, da spider e da pranzo a corte, maglietta e smoking, insomma tutto quello che un qualunque italiano, non un italiano qualunque, dotato di cuore, cervello e fantasia ama sognare di essere.

Walter Chiari continua a farci ridere e maledettamente piangere, forse perché è lui il primo a divertirsi e a muovere le sue emozioni, perché sa essere normale e diverso al tempo stesso, uomo e attore, spalla e protagonista, ombra e luce, insomma l’artista come si usa dire e scrivere quando si ha il fiato ormai corto e non si hanno vie di uscita. Il passaggio crudele, tossico, bastardo della sua esistenza è qualcosa che non vorremmo mai avere saputo, conosciuto, come se si trattasse di un parente, di un amico prezioso che, improvvisamente, scopriamo altro, diverso.

Non è così. La grandezza di Walter Chiari, proprio non riesco a scrivere soltanto il nome, per rispetto, o il cognome solo, per, affetto, sta nella sua normalità assoluta che è la distinzione del fuoriclasse rispetto al personaggio costruito, allestito, messo assieme per rispondere al faro abbagliante dello spettacolo. Fotogrammi: la dolce vita e la vita dolce di Walter Chiari che insegue un paparazzo, la vita buffa di Walter Chiari con il naso e i baffi di Giorgio «Ciccio» De Rege, erano gli stessi, uguali e diversi, sciupafemmine e battutista, purosangue e ciuccio, poco amato dall’intellighenzia (non so che cosa sia ma dicono che esista, ahiloro), perché non schierato, perché figlio della sua appartenenza al regime che fu.

Oh che colpe, oh che reati, la sua classe, il suo stile non contano, conta la tessera del partito, conta il pugno chiuso e non il viso aperto, il fosforo della sua cultura, la frequentazione dei grandi della letteratura, l’affabulazione dotta ma non accademica. Ma di chi sto parlando? Di un marziano? Forse, anche se in verità Walter Chiari è assolutamente terrestre e terreno, per me, per Simone, per lo studente studioso Sanguineti Tatti che gli ha dedicato una fetta della propria esistenza, sfogliando libri, riviste, quotidiani, volantini, rovistando in cineteche, bancarelle, archivi, come un bambino, come si deve dinanzi a una figura, a un attore, a un artista (ci risiamo) diventato scomodo, da evitare e dunque evitato, messo nell’angolo, come si fa con certi pezzi di antiquariato, prima di accorgersi del suo effettivo valore.
Milano dice di volerlo apprezzare adesso. Penso che Walter, posso usare il nome soltanto?, continuerà a dormire, lo ha detto lui medesimo, trattasi di sonno arretrato. Noi, finti svegli, non vogliamo disturbarlo con inutile rumore.



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Se l'educazione passa dall'"Isola dei parenti di"





Tutti in Italia sono concordi nel bisogno di ristabilire la meritocrazia. Ma la Rai tutte le sere mostra "figli di" diventati famosi dalla sera alla mattina



 
Raro caso di unanimità nazionale: dalla Confindustria al Vaticano, passando per le forze politiche e i doverosi talk-show, sono tutti concordi nel dire che dobbiamo fare qualcosa per convincere i nostri giovani a crescere e a credere in Italia. Si rincorrono i più alti proponimenti: dobbiamo ristabilire la meritocrazia, deve andare avanti solo chi vale, basta con favoritismi e scorciatoie.
Difatti, su Tele Servizio Pubblico - come non dobbiamo mai dimenticarci di definire la Rai, perché gli azionisti di riferimento sono i contribuenti italiani - dicevo su Tele Servizio Pubblico va in onda da tempo il più grande spot a sostegno di tale svolta epocale, una specie di pubblicità progresso per promuovere l'ideale di un'Italia nuova, migliore, giusta.
Il programma edificante è quell'"Isola dei parenti di" che va ormai considerata l'evoluzione naturale dell'"Isola dei famosi", a sua volta un po'  in difficoltà per penuria di materia prima. In quest'Isola di ultima generazione, sfilano le ultime generazioni di varie casate più o meno nobili della nostra storia: il figlio di Brigitte Nielsen, il fratello di Materazzi, la madre di Valeria Marini. Ogni tanto sfila una tizia che dovrebbe essere la sorella anziana di quella splendida figliola chiamata Eleonora Brigliadori. Pure il presentatore in loco è un figlio di (Pooh).
Cosa può pensare un giovane qualunque di questa nostra leggiadra nazione? Io non me la sentirei di censurarlo se pensasse più o meno questo: chi me lo fa fare di istruirmi, educarmi, migliorarmi, qui basta avere una parentela e guadagni un sacco di soldi, anche facendo semplicemente il giullare.
Dirà qualcuno che non è il caso di farla tanto lunga per un banalissimo programma televisivo. Ma non importa. Dica pure. Resta la realtà di significati e simbologie molto più avvilenti di quanto appaia in superficie. Tele Servizio Pubblico avrebbe tra le sue finalità anche la diffusione di qualche valore positivo e rassicurante. Davvero possiamo dire che questa bassa macelleria nepotista, in onda tutte le sere all'ora di cena, diffonda tra le nuove generazioni un messaggio subliminale incoraggiante?  Vedere il figlio di Mogol o la figlia di Fogar diventare star televisive dalla sera alla mattina, pescando pesci tropicali e cuocendo riso in una latta, può davvero fare la migliore pubblicità ad una nuova Italia fondata sul merito, sul valore, sulle competenze e sulle capacità?
Secondo me, no. Lo spettacolo è la sublimazione metaforica di quello che i giovani respirano ogni giorno, ovunque: essere figlio di, anche di un famoso neanche così famoso, vale più di un master a Boston. E se proprio non è possibile vantare un legame di sangue, bisogna comunque dotarsi di una buona raccomandazione (per questo, Tele Servizio Pubblico propone senza problemi e senza pudori l'apposito programma metaforico dal titolo neanche tanto metaforico: "I Raccomandati", ovvero fai fortuna salendo in pista con un pezzo grosso).
Continuiamo a dire in giro che i nostri giovani devono crederci perché i tempi stanno cambiando, perché meritocrazia la trionferà. Insistiamo pure. Intanto, Rai Educational propone a titolo esemplificativo i programmi più pertinenti.
Personalmente, mi sento un po' sfiduciato. Non riesco più a riversare sui nostri ragazzi certi discorsi ideali. Ormai mi accontento di molto meno. Vivo nella speranza che prima o poi, esauriti anche i "Parenti di", la Rai debba rassegnarsi a lanciare l'"Isola dei figli di nessuno". Non è il massimo. Ma almeno, se proprio dobbiamo dare soldi facili a qualcuno, finiranno a sventurati che ne hanno bisogno davvero. 




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L'asse terrestre si è spostato di 10 cm» Scoppio in una centrare ripreso in diretta

Il Mattino


TOKYO - È praticamente certo, secondo gli esperti, che il terremoto di magnitudo 8,9 che ha colpito il Giappone ha provocato lo spostamento dell'asse terrestre. Tuttavia è ancora molto presto per determinarne l'entità. Secondo una prima stima dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) l'asse si è spostato di «quasi 10 centimetri», ma per il Centro di Geodesia spaziale dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) è necessario raccogliere ancora molte misure prima di avere la misura esatta.

I dati non ci sono ancora, ma secondo gli esperti lo spostamento dell'asse terrestre provocato dal terremoto è stato maggiore rispetto a quello provocato dal terremoto di magnitudo 9,1 avvenuto il 26 dicembre 2004 a Sumatra. Sei anni fa lo spostamento dell'asse terrestre era stato pari a 6 centimetri.

«Anche il terremoto di oggi è stato significativamente inferiore a quello di Sumatra, è avvenuto ad una latitudine tale che l'effetto sul polo è massimo», ha osservato il direttore del Centro di Geodesia dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) a Matera, Giuseppe Bianco. Dello stesso parere l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), per il quale «l'impatto di questo evento sull'asse di rotazione è stato molto maggiore anche rispetto a quello del grande terremoto di Sumatra del 2004 e probabilmente secondo solo al terremoto del Cile del 1960».
















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Italia-Francia, la nuova cortina di ferro

Corriere della sera


I profughi tunisini sognano di proseguire per Parigi ma i controlli della polizia creano un muro invalicabile



VENTIMIGLIA (IM) - C’è ancora una frontiera da superare. L’ultima, quella più difficile. I tunisini in fuga dal Maghreb, raggiunta l’Italia, puntano alla Francia. Parigi, Nizza, Marsiglia, Lione. E’ lì che hanno amici e parenti. Ma il sogno transalpino, dopo aver risalito lo Stivale da Lampedusa, si fa sempre più irraggiungibile. Da Ventimiglia non si passa. Quella che, in tempi normali, è una frontiera spalancata, negli ultimi giorni è diventato un muro invalicabile, sprangato ermeticamente. Un incubo ricorrente, per i tunisini. Il ministro dell’Interno francese, Claude Gueant, è stato chiaro: «Chiediamo agli italiani di trattenere le persone che si presentano sul territorio italiano e di riprendersi quelle che vengono rinviate». E’ arrivato fino alla dogana, lunedì scorso, per far sentire il peso delle sue dichiarazioni. Detto fatto: i diktat dell’Eliseo sono già operativi. I controlli doganali sono diventati massicci. La frontiera si è «militarizzata». Dove prima c’erano un paio di agenti, oggi ce ne sono venti. I poliziotti francesi sono ovunque. La caccia al clandestino imperversa lungo tutta la linea di frontiera: stazioni, caselli, autostrade, strade statali, boschi.

I tunisini davanti alla nuova cortina di ferro


SPERANZE TRADITE - Partiamo con un gruppo di cinque ragazzi tunisini in piena notte. Alle 4.42, alla stazione di Ventimiglia, c’è il primo treno utile per la Francia. Nei paraggi, a quest’ora, nessuna traccia di poliziotti italiani. Saliamo a bordo senza problemi. Il capotreno fischia, il convoglio si mette in marcia. Il sogno francese è a un tiro di schioppo. Adel resta in disparte. E’ molto teso. Molti suoi connazionali hanno già affrontato il viaggio, ma senza successo. Tra le mani stringe un rosario. La paura corre nei suoi occhi, mentre il treno sfreccia in direzione la Costa Azzurra. Fuori, buio pesto. Dopo neanche dieci minuti di viaggio, arriviamo alla stazione di Menton Garavan. Territorio francese. Occhiate fugaci dal finestrino. Deserto spettrale. Meglio approfittarne, pensano i tunisini. Qualcuno scende. Scendiamo con loro. Il treno riparte, allontanandosi nel buio della notte. Nella piccola stazione di Menton Garavan cala un silenzio tombale.

Sono le 5 del mattino. Nessun passeggero intorno. Vuoto e speranza. Adel accenna un sorriso. Esce dalla stazione, assaggiando scampoli di libertà. Sembra fatta. «La France!», sussurra a bassa voce. All’improvviso, la doccia gelata. Da dietro l’angolo, spunta una pattuglia della gendarmerie. Un appostamento. In un lampo, i giovani tunisini sono circondati dagli agenti francesi. Chiedono i documenti anche a noi, insospettiti da un’insolita presenza. I tunisini vengono perquisiti. Nessuno di loro ha il permesso di soggiorno. Soltanto la richiesta d’asilo politico, rilasciata nei centri d’accoglienza italiani. Non è sufficiente per passare la frontiera. I ragazzi vengono caricati in macchina. Dietro front, direzione Ventimiglia, dove ad accoglierli c’è la polizia di frontiera italiana. Hanno la richiesta d’asilo e non possono essere trattenuti.

VENTIMIGLIA AL COLLASSO
- E’ diventato quasi impossibile valicare il confine. I controlli sono diventati capillari. Spesso gli agenti francesi salgono direttamente a bordo dei treni provenienti da Ventimiglia. Setacciano ogni scompartimento. Meticolosamente. Alla dogana automobilistica, viene fermato chiunque abbia i tratti nordafricani. Inevitabilmente. Si perlustrano anche i cofani posteriori. I migranti potrebbero annidarsi ovunque. Non sarebbe la prima volta. Nonostante le difficoltà, il flusso di tunisini è continuo. Decine ogni giorno. Soltanto nelle ultime due settimane, ci hanno provato almeno in mille. Falliscono quasi tutti. Ma non demordono. Ritentano il giorno successivo. E quello dopo ancora. Attendono speranzosi, ora dopo ora, in quella grande sala d’attesa chiamata Ventimiglia. Il risultato, in paese, è sotto gli occhi di tutti. La città è quasi al collasso. Ogni giorno, nei dintorni della stazione, si ammassano decine di tunisini. Qualcuno è appena arrivato. Altri sono qui da molti giorni. Dormono per terra, ricoperti di stracci e cartoni. Un fatto inusuale, per la maggior parte di loro. In Tunisia non fanno certo la fame. Alcuni lavorano.

FINITI I SOLDI - «Abbiamo soltanto voglia di democrazia» spiega Samir. «E di una vita più dignitosa, con meno povertà» aggiunge Fouad. Sono a Ventimiglia da due giorni. A Parigi hanno amici e cugini. Quando hanno saputo degli sbarchi a Lampedusa, hanno trovato il coraggio di partire. Si sono imbarcati a Zarzis, con una carretta di cinque metri per due. Erano in quindici. «Durante il viaggio si è spento il motore - racconta Samir - Per fortuna avevamo un meccanico a bordo». Dopo un paio di giorni a Lampedusa, sono volati col ponte aereo al Cara di Bari. Cinque giorni per riprendere le energie, poi via, liberamente, verso la Francia. Habib ha finito tutti i soldi che aveva in tasca. I biglietti del treno tra Bari e Ventimigila costano cari. Sperava di poter dormire in albergo, invece ha rimediato due cartoni dai bidoni della spazzatura. Per continuare a vivere, si fa spedire i risparmi dei genitori, via Western Union. Ha già provato a superare la frontiera in treno. Gli è andata male. E’ stanco di dormire come un barbone. «E’ la prima volta in vita mia che mi riduco in queste condizioni”. Sta pensando alla soluzione più insidiosa: quella dei passeur, i trafficanti di clandestini.
I TRAFFICANTI - Il fenomeno sta dilagando in tutta Ventimiglia. Quattro arresti soltanto a marzo. I trafficanti sono quasi sempre nordafricani. Chiedono 100 euro per portarti dall’altra parte. Di solito il viaggio si fa a piedi, lungo tortuosi viottoli collinari, tra fango e boschi. C’è chi osa di più, nascondendo i migranti nei rimorchi. Habib è ancora indeciso. Sulla banchina della stazione, mentre si adagia per la notte, si avvicina un poliziotto italiano. Habib non ha paura: «I poliziotti italiani ci lasciano stare – dice – Noi abbiamo paura dei francesi. Sono loro che non ci vogliono tra i piedi». E in città, qualcuno comincia a vociferare: «Questa è la solidarietà dei francesi: ci rispediscono indietro ogni immigrato, mentre in Italia ne accogliamo cento al giorno».


Jacopo Storni
11 marzo 2011(ultima modifica: 12 marzo 2011)



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E Saif minaccia l'Italia: «Traditori, reagiremo»

Corriere della sera


«Se perdiamo, sarete voi le prime vittime» «Scioccati dalla vostra posizione, anzi molto irritati»



TRIPOLI - Mezzanotte di giovedì, Saif al Islam riceve i giornalisti italiani al primo piano dell'hotel Rixos di Tripoli, dove c'è una suite apposta per lui («Scrivete da mesi che io e mio padre viviamo chiusi in un bunker - ride - come vedete non è affatto vero, viviamo e ci muoviamo con tranquillità...»). Ha appena finito il suo comizio davanti ai comitati giovanili del popolo. Il secondogenito del Raìs ha infiammato il cuore degli shabab con un discorso da capo militare («Bengasi, stiamo arrivando...»), ma ora torna a indossare i panni del diplomatico. Perché sa che questa guerra si vince anche con le parole.

Signor Saif, ha parlato con suo padre della posizione italiana sulla Libia?
«Siamo rimasti scioccati dalla vostra posizione, anzi molto irritati, perché voi siete il primo partner della Libia al mondo; il numero uno nel gas, nel petrolio, nel commercio... Il presidente Berlusconi è nostro amico. Siamo vicini, amici. Perciò potevamo aspettarci questo dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Svezia: ma non dall'Italia! Guardatevi intorno: i cinesi ci sostengono, i brasiliani, gli indiani, i russi, il Sudafrica. Ma dove sono finiti gli italiani?».

Vuole dire che cambieranno i rapporti tra i nostri due Paesi?
«Beh, il messaggio per l'Italia è molto semplice: il popolo libico è unito, presto vinceremo la battaglia contro questi terroristi, insciallah, e presto faremo i conti con tutti. Sarà molto facile rimpiazzare l'Italia con la Cina o la Russia, sapete? La Cina ce lo chiede, vogliono rimpiazzare l'Italia come primo partner... Perciò state attenti. Se tu tradisci un tuo partner, come credi che quello debba reagire?».

L'ad dell'Eni, Scaroni, ha detto che il petrolio libico presto si fermerà.
«Scaroni è in contatto con Shukri Ganem, il capo della Noc; noi oggi (giovedì, ndr) abbiamo liberato il terminale di Ras Lanuf, e domani saremo a Brega. Presto tutto il settore oil & gas sarà sotto controllo».

Quale è stato l'ultimo contatto ufficiale fra Italia e Libia?
«Credo che oggi (giovedì, ndr) si siano sentiti il nostro primo ministro e il vostro ministro degli Esteri. Gli italiani pensano che noi siamo deboli, vicini alla catastrofe, che le milizie vinceranno: ma noi non crolleremo. E sapete invece cosa accadrebbe se le milizie prendessero il controllo del Paese? Che voi sareste le prossime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l'Italia. Svegliatevi!».

Ha un messaggio particolare per Silvio Berlusconi?
«La Libia è una linea del fronte per l'Italia. Quello che succede oggi qui da noi determinerà quello che succederà domani da voi. Lo ripeto: state attenti!».

Non negherà, però, che voi state usando il pugno di ferro contro i ribelli...
«Bene. Allora chiedo a voi italiani: fatemi vedere le tracce dei bombardamenti aerei su Tripoli! E dove sarebbero i mercenari? Questo è il momento per i veri amici: adesso l'Italia deve cambiare la sua posizione, deve capire che quello che si sentiva dire due settimane fa è falso! Invece siete rimasti in silenzio di fronte a questi terroristi che hanno ucciso i nostri poliziotti a sangue freddo. Non li avete visti i filmati in tv? Questi criminali hanno strappato il cuore dai cadaveri. E cosa fanno, invece, gli italiani? Sostengono i terroristi contro il popolo libico!».

Pensa che possa esserci ancora lo spazio per un accordo con gli insorti o sarà solo guerra?
«Sarà guerra fino alla fine. Questi terroristi non parlano di democrazia, di elezioni, di valori: sono semplicemente terroristi».

Ma lei davvero non crede che anche il vostro regime abbia commesso degli errori? Che lei stesso non abbia portato avanti con forza le riforme per i cittadini?
«C'è stato un po' di ritardo, questo è vero, nel costruire un esercito moderno, una polizia moderna, una nuova economia, una società più libera. Sapete però cosa è successo? Che in 48 ore 10 siti militari sono stati attaccati e presi dalle milizie: in due giorni questa gente è stata capace di impossessarsi delle armi e di mettere sotto ricatto un intero Paese. Come un serpente che mette fuori la testa all'improvviso. Ma ora il 90 per cento del Paese è tornato sotto il nostro controllo, presto tutto finirà».

E come valuta la posizione del presidente francese Sarkozy, che ha riconosciuto i ribelli di Bengasi come rappresentanti del popolo libico?
«Sarkozy è un uomo molto strano (funny, dice Saif, ndr). Lui parla di gente che si è autonominata "Consiglio per la Libia". Ma chi sono questi? Avete visto svolgersi elezioni? O un referendum?».

Signor Saif, in conclusione, oggi suo padre avrebbe voglia di tornare in Italia?
«Per essere onesto, adesso nessuno di noi verrebbe in vacanza o a fare altro lì da voi. Né a sciare né in Sardegna. Né a Roma né a Milano. Adesso siamo in guerra!».


Fabrizio Caccia
12 marzo 2011



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