lunedì 14 marzo 2011

San Giorgio, Pdl-Sel contro la piazza: «Vittorio Emanuele II fu un criminale»

Corriere del Mezzogiorno


Crociata di berluscones e vendoliani sulla toponomastica
cittadina: via il nome del re dalla piazza del Municipio



NAPOLI - «Vittorio Emanuele II fu un criminale», e la piazza a lui intitolata deve al più presto cambiare il nome in Piazza Municipio: a San Giorgio a Cremano i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia scatenano intensi dibattiti storiografici e un’inedita «santa alleanza» anti-Savoia tra Pdl e Sinistra e Libertà. Succede che Ciro Di Giacomo, consigliere berlusconiano, e Giovanni Marino, consigliere vendoliano, insieme al collega Renato De Simone indirizzano al presidente del consiglio comunale Ciro Sarno una proposta di mozione da discutere in assemblea. I tre chiedono di «discutere la possibilità di eliminare dalla toponomastica cittadina Piazza Vittorio Emanuele II, in quanto il sovrano è da ritenersi responsabile dei più efferati crimini ai danni di centinaia di migliaia di contadini Meridionali e del furto di beni, nonché dell’identità culturale dell’intero Meridione d’Italia e di denominare la Piazza medesima così come conosciuta dalla cittadinanza sangiorgese: Piazza del Municipio».

I «LATI OSCURI DELL'UNITÀ» - Una proposta motivata da una serie di considerazioni di carattere storico e storiografico, con tanto di invito, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario, a «ricordare i tanti lati oscuri del periodo risorgimentale che non sempre rispecchiano la versione storica ufficiale in quanto è ormai conclamato che si trattò più di un’annessione forzata del Mezzogiorno d’Italia con tutti i criteri della conquista militare». I consiglieri sottolineano che «nel periodo successivo alla Caduta della Fortezza di Gaeta in tutto il meridione si accese una rivolta popolare spontanea che fu duramente repressa nel sangue dai militari piemontesi, nel nome di Vittorio Emanuele II», e ritengono che «a 150 anni dalla proclamazione dell’Unità è necessario far luce sugli eventi che indussero alla nascita della nostra nazione, mettendo da parte la retorica risorgimentale colma di luoghi comuni».


Carlo Tarallo
14 marzo 2011




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Al Qaida lancia rivista per sole donne Sembra Cosmopolitan con il burqa



Donna Maestosa spiega che il principe azzurro da sposare è un martire e che per avere una pelle perfetta bisogna star chiuse in casa col volto coperto



 
Consigli di bellezza, di moda, di cuore: come su Cosmopolitan, o su Elle, o Amica. Ma Al Shamikha, «Donna Maestosa», una nuova pubblicazione in arabo, non è una normale rivista patinata destinata al pubblico femminile.

L'editore infatti è il braccio mediatico di al Qaida: in copertina c'è una donna avvolta dalla testa ai piedi nel niqab che imbraccia un mitragliatore.
Una trentina di pagine di suggerimenti per la donna di al Qaida, per cui trovare il principe azzurro significa «sposare un mujaheddin». Sul fronte della bellezza, ad esempio, come fare ad avere una carnagione perfetta? «Restate in casa con il volto coperto». Al Shamikha mischia moda e consigli di lifestyle in articoli scritti in molti casi da donne: «Non uscire se non quando è necessario» e, una volta fuori, indossare sempre il niqab per proteggere la pelle dal sole.

«La Nazione dell'Islam ha bisogno di donne che conoscono la verità sulla loro religione, la battaglia e le sue dimensioni e sanno cosa ci si aspetta da loro», ha scritto il direttore Saleh Youssef nella presentazione del numero zero, che propone interviste con «mogli di martiri» della jihad e elogia chi ha dato la vita per difendere l'interpretazione di al Qaida del Corano: «Dal martirio il credente riceverà sicurezza e felicita».
Secondo James Brandon, portavoce del centro britannico anti-estremisti, «Donna Maestosa» è «la versione jihadista di Cosmopolitan». Al Shamikha - ricorda oggi l'Independent - è la seconda rivista pubblicata da al Fajr, il braccio mediatico di al Qaida. Nove mesi fa, pattugliando Internet, ricercatori privati si erano imbattuti in «Inspire», un magazine di propaganda in inglese, che annoverava articoli del tipo: «Lo chef di al Qaida: come fabbricare una bomba nella cucina di tua madre».

All'inizio era sembrata una burla, una caricatura di giovani terroristi un pò mammoni che pasticciano con fertilizzanti e cosmetici ai fornelli della genitrice in burqa: ma burla evidentemente non era, dal momento che hanno fatto ricorso a ordigni fatti in casa sia gli attentatori di Londra 2005 che Faizal Shahzad, il terrorista di Times Square, e Najibullah Zazi, l'afghano-americano che con due compagni di scuola voleva colpire New York dopo aver comprato gli ingredienti della sua torta esplosiva in un negozio di parrucchiere.




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Cassazione: rimosso il giudice anticrocifisso

di Redazione



Il giudice di Pace del tribunale di Camerino, Luigi Tosti, rifiutava di tenere udienza per la presenza del crocifisso nelle aule di giustizia. Il Csm lo aveva sanzionato con la perdita del posto. E la Cassazione ha confermato la decisione



Roma -  Confermata dalla Cassazione la "rimozione" dall’ordine giudiziario di Luigi Tosti, il giudice di Pace del tribunale di Camerino, sanzionato dal Csm con la perdita del posto per essersi rifiutato di tenere udienza per via della presenza del crocifisso nelle aule di giustizia italiane. Secondo la Suprema Corte - sentenza 5924 delle sezione unite civili, depositata oggi - è del tutto corretto il verdetto disciplinare emesso dal Consiglio Superiore della Magistratura il 25 maggio 2010 che ha pronunciato la destituzione del giudice "anticrocifisso".
Unico simbolo ammesso Per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal Crocefisso "è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste". Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni con le quali ha confermato la rimozione dalla magistratura del giudice Tosti. In alternativa Tosti chiedeva, anche in Cassazione, di poter esporre la Menorah, simbolo della fede ebraica.




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Quando la sinistra odiava tricolore e Inno di Maneli E "schifava" l'italianità...

di Andrea Indini


Dal Secondo dopo guerra il Pci ha sempre osteggiato l'Inno di Mameli. Il tricolore, sinonimo di Patria, andava bruciato. Ora la sinistra si riscopre "nazionalista". Ma è solo retorica anti leghista





Nel 1971 usciva Nel nome del popolo italiano. Sul finire del film, il giudice (rosso) Mariano Bonifazi si ritrova tra le mani la prova dell’innocenza dell'industriale (nero) Lorenzo Santenocito la cui condanna era già segnata. Dino Risi fa smuovere l'animo del magistrato che decide di presentare la prova e graziare l'inquisito. Ma il gol di Boninsegna durante Italia-Germania gli fa cambiare idea. Cosa lo ha disturbato? Tutti quei tricolori esposti alle finestre degli italiani.

Alle ultime manifestazioni il Pd è sceso in piazza impugnando le bandiere italiane. A Sanremo l'Inno di Mameli cantato da Roberto Benigni ha fatto il record di ascolti. Nel linguaggio della sinistra "spuntano" le parole unità e patria. Viene da chiedersi se c'è stata una svolta nazionalista. E il motto "proletari di tutto il mondo unitevi" dov'è finito? E il partigiano di Bella ciao? E le bandiere rosse con la falce e il martello? Tutto ben nascosto nell'armadio di casa. Al libretto rosso di Mao, adesso preferiscono la Costituzione. "Riprendiamoci la nostra bandiera", aveva gridato l'Unità l'anno scorso. E dietro tutti gli ex comunisti pronti a darsi una verginità nuova. Ma va ricordato: da sempre alla sinistra internazionalista la patria fa schifo, l'Inno d'Italia piace ancor meno e il tricolore è meglio bruciarlo in piazza.

"E' per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più", diceva Palmiro Togliatti. La verità è che la sinistra ha sempre snobbato certi temi, e certi amori. E non parliamo di preistoria della prima Repubblica. Anche in tempi più recenti. Nel 1989, quando Achille Ochetto era segretario del partito e Nilde Iotti sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio, il Pci stava per cancellare la norma che prescriveva di aprire i congressi con l’Inno di Mameli (e già veniva suonato soltanto dopo l’Internazionale e Bandiera rossa). Non che nel Pds, invece, i compagni si stringessero a coorte. Anzi. Negli stessi anni, Massimo D'Alema preferiva Ennio Morricone a Mameli spiegando che quanto scritto nello statuto del partito era solo "un’indicazione, un consiglio" ormai decaduto. Anche durante i mondiali orientali del 2002 l'Unità di Furio Colombo solidarizzava con i calciatori che (per ignoranza o per volere) non cantavano Fratelli d'Italia prima della partita.

Poi è cambiato tutto. Walter Veltroni ha portato avanti un'intera campagna elettorale (oltre cento tappe) a intonare l'Inno. Il Pd ha dato una spolverata di bianco e verde al rosso onnipresente alle feste democratiche. Pure la parola Unità è scomparsa. Sabato pomeriggio, in piazza per difendere la scuola pubblica (un tempo anarchici e radicali la volevano distruggere dalle fondamenta) e la Costituzione, il centrosinistra sventolava il tricolore. C'è chi dice che sia una mossa elettorale in antitesi al credo leghista. Ma a smontare i nuovi abiti indossati dal Pd ci ha pensato il filosofo Massimo Cacciari: "Il centrosinistra è stato spinto quasi per necessità verso la rivendicazione di valori attribuibiliin senso lato a Patri a e Nazione, nel quadro di un confronto politico con la Lega". Insomma, tutta retorica.

Quella sbandierata dai democratici non è la bandiera che unisce tutti gli italiani sotto un unico cielo. E' quella che getta fango su chi non la pensa allo stesso modo, che odia chi non si oppone al regime berlusconiano, che non dà spazio al libero pensiero (specie se questo è espresso sulle reti Rai), che preferisce i "nuovi italiani" ai vecchi, che lavora sotto banco per sovvertire il volere popolare. Quello cantato dai democratici non è l'Inno che unisce i fratelli pronti alla morte quando la Patria chiama. E' quello che stona in piazza dieci, cento, mille Nassiryia, che sta dalla parte dei rivoltosi anziché dei poliziotti che "tengono" famiglia, che urlano diktat di dimissione sulle colonne dei quotidiani amici.

E allora: viva l'Italia! Per dirla con De Gregori: Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre, l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre, l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l'Italia, l'Italia che resiste.






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Sterminio randagi, la Romania ci riprova

Corriere della sera


Il Parlamento discute una legge che rende legali le eutanasia di massa. Gli animalisti si mobilitano


Ottenuto un primo rinvio. L'allarme di Save the Dogs: a rischio il lavoro di anni


Un momento della manifestazione all'esterno del Parlamento di Bucarest
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MILANO - Lo sterminio legalizzato dei cani randagi che a migliaia vagano per le strade e i campi delle città e dei villaggi della Romania nel 2008 era stato bloccato da una specifica legge approvata quasi all'unanimità dal parlamento di Bucarest. A distanza di circa tre anni, il divieto per i sindaci di uccidere indiscriminatamente tutti i quattrozampe senza un padrone potrebbe decadere. Un nuovo provvedimento legislativo, sostenuto tra l'altro dal partito di maggioranza del presidente Basescu e che gode consensi anche tra diversi parlamentari dell'opposizione, potrebbe cancellare le norme che tutelavano i quattrozampe. E ripristinare la «licenza di uccidere» per tutte le amministrazioni locali. Mettendo a rischio i due milioni di randagi che, secondo le ultime stime, vagano sul territorio romeno.

L'ALLARME DI «SAVE THE DOGS» - A lanciare l'allarme è l'associazione Save the Dogs, fondata dalla milanese Sara Turretta, un'ex pubblicitaria che dal 2005 ha fatto del salvataggio dei trovatelli rumeni la missione propria e dell'associazione da lei creata. Il gruppo, nel corso degli anni, ha promosso la sterilizzazione di circa 15 mila animali, portando avanti al tempo stesso un programma di adozioni internazionali in collaborazione con numerose associazioni italiani ed estere che hanno portato, nel biennio 2009-2010, al salvataggio di circa 1.300 animali. Ma tutti questi sforzi, che si affiancano alla gestione della clinica veterinaria di Cernavoda (a cui è annesso un rifugio che ospita 500 cani, 40 gatti, 15 cavalli e 60 asini) e all'attività di prevenzione effettuata con una clinica mobile, rischiano di risultare vani se la legislazione sarà cambiata. L'operato dei volontari è infatti strettamente legato al provvedimento del 200, che essendo incentrato sulla protezione degli animali favoriva le campagne di sterilizzazione e di allontanamento incruento dei randagi dalle strade.

LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE - Un primo voto sulla questione era atteso nei giorni scorsi, ma una grande mobilitazione, che ha visto la partecipazione di migliaia di attivisti romeni affiancati da altri arrivati da tutta Europa, ha indotto il Parlamento a prendere tempo, chiedendo alla commissione che si occupa della materia di riprendere in mano il testo e di modificarlo. Al fianco dei manifestanti si sono schierati anche alcuni nomi noti, come l'attrice Monica Davidescu e la giornalista Cristina Topescu, che hanno fatto pressione in prima persona su vari gruppi parlamentari chiedendo la sospensione del voto. E il risultato è stato ottenuto. Ma si tratta, appunto, solo di una vittoria parziale e temporanea.

«L'EUTANASIA NON E' LA RISPOSTA» - E' presto però per cantare vittoria, perché la legge che spinge sulle eutanasie è «sponsorizzata» tra gli altri dal ministro dello sviluppo e del turismo, Elena Udrea, che da tempo chiede di applicare in Romania una legislazione simile a quella americana, che prevede l'iniezione letale dopo un tempo di attesa di 14 giorni per accertare che nessuno, il proprietario o qualcuno desideroso di adottarlo, si presenti a reclamare l'animale. «Ma l'Organizzazione mondiale della sanità - ha spiegato Sara Turretta - ha sottolineato più volte che il randagismo endemico non si risolve con la rimozione dei cani ma solo con piani di sterilizzazione e vaccinazione di massa e tramite l'identificazione degli animali di proprietà. Provvedimenti, questi, mai attuati dalle autorità rumene». Il testo verrà dunque riesaminato in commissione, ma nel giro di un paio di settimane la proposta sarà nuovamente votata dal Parlamento.


Redazione online
13 marzo 2011(ultima modifica: 14 marzo 2011)



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Cassazione: «Solo il crocefisso può stare nei tribunali»

Corriere della sera


Per gli altri simboli religiosi «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste»

La sentenza riguarda aNche gli altri uffici pubblici



ROMA - Per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal crocefisso «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste». Lo sottolinea la Corte di cassazione nelle motivazioni con le quali ha confermato la rimozione dalla Magistratura del giudice «anticrocefisso» Luigi Tosti, che rifiutava di tenere udienza finché il simbolo della cristianità non fosse stato tolto da tutti i tribunali italiani. In alternativa Tosti chiedeva, anche in Cassazione, di poter esporre la Menorah, simbolo della fede ebraica.

RISCHIO DI "POSSIBILI CONFLITTI" - Dopo aver respinto la pretesa di Tosti per quanto riguarda la richiesta di esporre il simbolo ebraico accanto al Crocefisso, la Cassazione rileva che una simile scelta potrebbe anche essere fatta dal legislatore valutando, però, anche il rischio di «possibili conflitti» che potrebbero nascere dall'esposizione di simboli di identità religiose diverse. «È vero che sul piano teorico il principio di laicità - scrive la Cassazione - è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l'alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione)». «Tale scelta legislativa, però, presuppone - spiega la Cassazione - che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l'esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l'analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell'ateo o del non credente, nonchè il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili».


14 marzo 2011



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Anche il popolo del web boccia Bersani in camicia

Il Tempo


Tanti malumori per l'ultima campagna pubblicitaria dei Democratici. I simpatizzanti del Pd: messaggi di tristezza e rassegnazione. E c'è chi invita il segretario a smetterla pure con le firme.


Pier Luigi Bersani nella nuova campagna del Pd Sarà colpa di quel poco comprensibile «oltre». O forse del bianco e nero che, misteriosamente, è stato preferito ai colori. Fatto sta che ai simpatizzanti di Bersani e company l'ultima campagna di comunicazione del partito è andata di traverso. Non solo a quelli che, con nome e cognome, hanno deciso di protestare sul sito del Partito democratico. Ma anche agli esperti. Il primo manifesto, su cui campeggia Bersani in maniche di camicia, recita: «Oltre le divisioni c'è l'Italia unita». Ebbene, Giovanni, il primo che commenta sul sito, avanza un dubbio: «Con le maniche arrotolate e la cravatta? Mancavano i soldi per il colore? Sembra un annuncio funerario!». Netta anche Rita: «La comunicazione politica è comunicazione sociale e per essere efficace deve saper unire fattori razionali a elementi emotivi, scusate ma in questa campagna non c'è niente di tutto questo!!! Il messaggio e il sentimento che trasmette questa campagna è tristezza e rassegnazione!! Non mi sembra fosse questo lo scopo!!». Quasi scandalizzata Elena: «Ma no...non si può! ma che comunicazione volete fare passare? Io vi dico cosa ci vedo: rassegnazione, perdita e immobilismo».


Ovviamente l'obiettivo era diverso. Sul sito, infatti, si spiega: «Dopo la campagna con lo slogan "Rimbocchiamoci le maniche", questa volta il tema del Pd è l'andare "oltre". Oltre Berlusconi e oltre il berlusconismo, che ha nel disprezzo delle regole, nella ricerca della divisione a tutti i costi, negli egoismi, nella precarietà, nell'incapacità di dare risposte concrete alla crisi in cui si trovano famiglie e imprese, le sue caratteristiche principali. Il Pd vuole non solo guardare oltre, ma anche preparare concretamente, con la propria iniziativa, l'apertura di una nuova storia per questo Paese». Certo se «la nuova storia di questo Paese» dovesse cominciare da questi manifesti, allora l'operazione sembra destinata all'insuccesso. «Oltre la precarietà c'è la forza del lavoro», recita un altro slogan. Ancora: «Oltre l'egoismo c'è una mano tesa». E poi: «Oltre la crisi c'è il coraggio delle imprese». Giuseppe implora: «Ti prego Segretario, cambiala immediatamente questa campagna...è troppo importante riprendere in mano il gioco. Metti in mano la briscola, che al carico ci pensiamo noi». Forse è lo stesso Pd troppo «oltre». Talmente tanto che i creativi, interpellati due giorni fa dal Corriere della Sera, hanno sottolineato i messaggi «confusi» della campagna e il tentativo «di scimmiottare male il premier».

 
«Hanno scelto una linea di comunicazione epitaffica» aveva detto sul Fatto quotidiano Oliviero Toscani bocciando la campagna ideata dall'agenzia Abc. Eppure anche le altre iniziative mediatiche, quattro in sette mesi, non hanno fatto breccia nel cuore di iscritti e simpatizzanti. Poi c'è stato Bersani in versione Lega: valanga di commenti del tipo «No no no. Questo è il momento di attaccare la Lega e non di rincorrerla!». O, per essere ancora più espliciti: «Ma che vi siete 'mbriacati? Volete andare voi ad omaggiare il dio Po con le corna in testa?». Poi è stata la volta delle firme raccolte per far dimettere Berlusconi. «Ma vi rendete conto che in questo modo vi coprite di ridicolo? Per quale cavolo di motivo chiedete a milioni di italiani di fare quel che fanno da anni (opporsi a Berlusconi) mentre, da parte vostra, non muovete un dito?» commentano sul sito del Pd. Povero Bersani, altro che rimboccarsi le maniche.


Alberto Di Majo

14/03/2011





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Saviano risponde alla nipote di Croce: «Non ho inventato nulla, ecco le prove»

Corriere del Mezzogiorno


Lo scrittore mostra a Mentana un articolo di «Oggi»
del 1950 a firma di Ugo Pirro: «È lui la mia fonte»



NAPOLI - Roberto Saviano replica a Marta Herling, la nipote di Benedetto Croce che ha accusato lo scrittore di avere operato «una mistificazione della storia e della memoria», raccontando i tragici momenti del terremoto di Casamicciola del 1883. L'autore di «Gomorra» sceglie un’intervista con Enrico Mentana al Tg di La7 per replicare alla lettera inviata dalla Herling al Corriere del Mezzogiorno e citata dai media di tutta Italia, non ultimo il Tg1 di Minzolini. Marta Herling, nipote del filosofo napoletano, aveva smentito uno dei monologhi raccolti nel volume «Vieni via con me». In particolare, è la ricostruzione del terremoto del 1883 a Casamicciola, comune dell’isola d’Ischia, a scatenare la protesta sobria ma determinata della Herling. A causa di quel terremoto Benedetto Croce, all’epoca 17enne, vide morire davanti ai suoi occhi il padre Pasquale, la madre Luisa e la sorella Maria. Il racconto di quei momenti da parte di Saviano, secondo Marta Herling, è «una mistificazione della storia e della memoria», in particolare quando lo scrittore racconta: «Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: Offri centomila lire a chi ti salva».

MARTA HERLING: «NON HA VERIFICATO» - Per la nipote di Croce, Roberto Saviano ha tratto questa ricostruzione «dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima, è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza».

LA RISPOSTA: «L'HA SCRITTO UGO PIRRO» - Ma Saviano risponde documenti alla mano: «Sono molto dispiaciuto per questa polemica - spiega a Mentana - e che Marta Herling abbia frainteso. Non ho mai parlato di mazzette, mai in tutto il monologo. Ho visto un po’ di malafede in questa polemica». Saviano mostra un articolo di Oggi del 13 aprile 1950, a firma di Ugo Pirro, «uno dei più grandi sceneggiatori europei, due volte candidato all’Oscar». Un articolo in cui è riportata la testimonianza di un cronista napoletano che racconta della famigerata frase sulle 100.000 lire attribuendola allo stesso Croce, mai smentito dal filosofo. «Volevo raccontare questo episodio per dire come il terremoto appartiene alla vita di tutti, anche di Benedetto Croce. Il padre – aggiunge Saviano – lo dice come gesto di riconoscenza. Le 100.000 lire dell’epoca? Oggi corrisponderebbero circa a 300 mila euro. Pirro riporta questa episodio in maniera forte, onorando la memoria. Ecco perché l’ho citato».


Carlo Tarallo
14 marzo 2011




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L'onda gigante ripresa in un video-choc

Il Mattino


TOKYO - Nuovi video arrivano in queste ore dal Giappone. Filmati amatoriali che si mischiano a quelli girati dalle tv locali. Immagini di morte e distruzione che lasciano senza respiro.

Prima e dopo. Le immagini scattate dal satellite GeoEye lasciano poco spazio all'immaginazione e fanno ben comprendere le enormi proporzioni del dramma che il Giappone vive in queste ore. Chilometri e chilometri di costa sono stati cancellati dallo tsunami. Le foto sono state scattate prima e dopo la terribile onda che ha




GUARDA LE FOTO PRIMA E DOPO LO TSUNAMI - CLICCA QUI




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Ndrangheta: i legami con Mora e Giuliante L'interesse sugli appalti del Pio Albergo Trivulzio





I retroscena delle indagini della procura milanese sulla 'ndrangheta a Milano e in Lombardia



Milano - Dalla "aggressione" (definizione di Ilda Boccassini) alla Tnt, colosso mondiale delle spedizioni e dei recapiti a domicilio; alle mani sui locali pubblici; al controllo delle serate nelle piazze calabresi, al mercato dei tronisti e dei personaggi da rotocalco da fare sfilare al nord e al sud; i rapporti con gli ospedali milanesi, dove gli uomini dei clan utilizzano gli uffici come fossero cosa loro, per tenervi i summit al riparo dalle microspie; e, tanto per cambiare, il Pio Albergo Trivulzio, la leggendaria Baggina il cui destino sembra ritornare ciclicamente in quasi ogni indagine si svolga a Milano. 

Nell'impressionante panorama tracciato questa mattina dalla Procura milanese a bilancio della retata scattata stamane contro la 'ndrangheta, a far spuntare il nome del Pio Albergo Trivulzio è lo stesso filone che porta in scena un personaggio che con la Procura milanese ha già le sue gatte da pelare: Lele Mora, l'agente televisivo finito sotto inchiesta per induzione alla prostituzione nell'ambito del Rubygate. Il nome di Mora è l'unico sul quale nella conferenza stampa di stamane Ilda Boccassini si è avvalsa del diritto di non rispondere: "Passiamo alla domanda successiva". 

Ma è certo che il nome di Mora compare nelle carte, come vi compare quello del suo legale Luca Giuliante. Entrambi sono intercettati mentre parlano con Paolo Martino, il boss della cosca De Stefano arrestato stamattina. E di cosa si parlasse è lo stesso Giuliante a spiegarlo al Giornale: "E' un episodio, se ben ricordo, che risale a due anni fa. Questo Martino mi venne presentato da Lele Mora, che era in contatto con lui per l'organizzazione di alcune serate in Calabria. All'epoca facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto per l'allargamento del Pio Albergo Trivulzio. Martino mi venne a trovare chiedendomi se potevo fare qualcosa per agevolare una azienda a lui vicina. Io lo ricevetti e con estrema cortesia gli spiegai che non potevo fare assolutamente  nulla, anche perchè la gara d'appalto era già stata chiusa". 

Se il tentativo di sbarcare alla non va a buon fine, migliore fortuna arride alla operazione organizzata dai clan per mettere sotto controllo una lunga serie di locali pubblici, di piazzole per i furgoni che vendono panini, di negozi. Nelle mani dei clan erano il De Sade e il Babylon, famosi locali della notte milanese, e l'Officina della Birra di Bresso. Arruolati dal clan di Pepè Flachi erano poliziotti e carabinieri che facevano il doppio lavoro nelle discoteche. E in rapporti con un collaboratore del clan, era un candidato delle ultime elezioni regionali nelle liste del Pdl, che chiese i voti della famiglia Flachi: e ne ottenne così pochi da non venire neanche eletto.




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Montecarlo, il gip grazia Fini: archiviata l'inchiesta sulla casa



Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera e del senatore Francesco Pontone: "Non ci fu alcun artificio o raggiro". I due erano accusati di truffa per la vendita della casa di Montecarlo. Il fascicolo d’indagine era stato avviato sulla base di una denuncia presentata da alcuni esponenti della Destra



 

Roma - Una decisione da copione. Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e del senatore Francesco Pontone. I due erano accusati di truffa per la vendita dell'appartamento in boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo, che era stata donata nel 1999 dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale e in un secondo momento venduta a una società off shore.

La decisione del gip di Roma Il gip Carlo Figliolia ha accolto le richieste di archiviazione formulate da procuratore Giovanni Ferrara e dell’aggiunto Pierfilippi Laviani, secondo i quali nel 2008 non vi fu da parte dell’allora presidente di An Fini e del tesoriere Pontone alcun artificio o raggiro nella cessione alla società off shore della casa di boulevard Princess Charlotte. Il fascicolo d’indagine era stato avviato sulla base di una denuncia presentata da alcuni esponenti del movimento La Destra.





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Ferrara attacca Ingroia: «Il pm non può fare comizi. Lo dice la Costituzione»

Corriere della sera

Il giornalista al Tg1 per il lancio di «Qui Radio Londra»


MILANO - Giuliano Ferrara torna in tv. Da lunedì sera su RaiUno, nello spazio che fu di Enzo Biagi, il direttore del Foglio riapre «Qui Radio Londra». Non mancheranno le polemiche, lo si è capito già domenica sera nell'intervista concessa al Tg1 per lanciare il programma: «Ci sono delle cose che non si dicono perchè si pensa che non dicendolo si fa un servizio alla pace civile. Invece poi il fatto di non dirle rende il Paese più povero, rende il Paese un pochino più stupido e non sollecita l'opinione pubblica». Ferrara ha promesso di non risparmiare nessuno, se non il Santo Padre: «Sono un normale giornalista, sono un cittadino di questo Paese, e sono schierato. Santoro no, Lerner no, la Dandini no, Floris no, gli altri conduttori televisivi sono indipendenti e parlano a nome di tutti. Io invece penso che il Paese ha una storia e che dentro questa storia bisogna essere con sincerità, con rispetto per gli altri, chiari nel rappresentare quello che si pensa».


L'ATTACCO A INGROIA - Per cominciare, Ferrara non risparmia i magistrati, in particolare il pm antimafia Antonio Ingroia, che sabato scorso ha partecipato alla manifestazione in difesa della Costituzione, il Cday: « Io penso che non si possano fare comizi se si indossa una toga, sia di pm sia di giudice, che sia urgente una riforma ma che sia anche importante che il Presidente della Repubblica, per esempio Giorgio Napolitano, che è un galantuomo, che presiede il Csm, dica qualcosa, faccia qualcosa, si muova».

Cose da Italia: in Lombardia la 'ndrangheta gestiva la posta

di Roberto Bonizzi


Maxi operazione della Dda milanese, coordinata dalla pm Boccassini. Arrestati i tre boss: Pepé Flachi, Paolo Martino e Giuseppe Romeo. I summit in salete degli ospedali Niguarda e Galeazzi. I clan gestivano i servizi di recapito plichi e pacchi per la Tnt (ex Traco) da due anni: si erano aggiudicati i subappalti. Tutti i chioschi dei panini pagavano il pizzo. Affari anche con droga e rifiuti. Sequestrati due milioni di euro. Contatti di un capoclan con Lele Mora




Milano - La distribuzione della posta e dei pacchi. La security dei locali notturni di Milano. Il pizzo ai chioschi dei panini. "Mani lunghe" delle famiglie di 'ndrangheta su molti settori dell'economia demilanese e lombarda, compresi traffico di droga e rifiuti. Emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari eseguita oggi nei confronti di 35 persone che avevano come punti di riferimento i tre boss Pepé Flachi, Paolo Martino e Giuseppe Romeo. L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, insieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto.

La distribuzione della posta La 'ndrangheta gestisce anche i servizi di distribuzione per la Lombardia della Tnt (ex Traco), società che si occupa anche della consegna di pacchi e posta. Secondo il provvedimento del giudice, la Tnt aveva dato in subappalto a consorzi e cooperative di trasporto (con proprietà dei camion) i servizi di recapito di plichi. Ed è proprio di questi servizi che la ’ndrangheta avrebbe assunto il controllo, secondo l’inchiesta della Dda, da almeno due ann. Anche se da alcune intercettazioni tra Pepé Flachi con il figlio emerge che la criminalità organizzata ha infiltrazioni da almeno un ventennio nella società di spedizione e consegne pacchi in Lombardia.

Il pizzo dai paninari Non solo reinvestimenti, ma anche attività criminali tradizionali. Come la riscossione del pizzo. "Il lungo elenco di estorsioni relative ai paninari e soprattutto il contesto in cui esse si inseriscono documentano un totale dominio del territorio da parte del gruppo mafioso". È uno dei passaggi dell’ordinanza del gip Gennari. Nella parte dedicata al "pizzo" imposto agli ambulanti che vendono panini a bordo dei furgoni che stazionano nei luoghi più frequentati della città, "un settore tipico di intervento dell’ndrangheta", il gip sottolinea che "mai il dominio dei clan è posto in discussione da chi subisce le regole" e che "le regole le scrivono i calabresi e non si discutono". Da quanto emerge dalle indagini, le estorsioni che riguardano anche la scelta del luogo di parcheggio e il modo stesso di esercitare l’attività commerciale, viene contestata principalmente ai Flachi. "Il capillare controllo del territorio operato dal gruppo Flachi in modo durevole nel tempo, presuppone una organizzazione di mezzi e persone assolutamente rilevante e intrinsecamente convincente che solo una presenza criminale consolidata può assicurare". L’ambulante che non paga quanto "dovuto per la protezione" si ritrova con il mezzo bruciato e nel 2010 tra Milano e provincia sono stati diversi i furgoni distrutti dal fuoco e "come sempre tutto accade nel più assoluto silenzio, nessuno denuncia nulla, nessuno sospetta nulla".

I summit in ospedale Pepé Flachi e Paolo Martino tenevano i loro vertici nell’ufficio messo a disposizione da due funzionari amministrativi del Galeazzi e del Niguarda, approfittando del fatto che Flachi era in cura in quegli ospedali. Prima dei vertici Davide Flachi, figlio del boss, era incaricato di bonificare gli uffici dalla presenza di microspie. "Questo è un fatto che ci deve allarmare - ha commentato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini -. Io non ero in quella stanza e non so cosa si siano detti, ma è evidente che questi incontri sono avvenuti in un periodo topico dell’indagine in cui gli indagati stavano molto attenti a dove si incontravano e non lo facevano mai in strada". I due funzionari non sono indagati.

Contatti con Lele Mora Il boss Paolo Martino, uno dei tre arrestati oggi, avrebbe avuto contatti con l’imprenditore dei vip Lele Mora.  Nel provvedimento del gip ci sono anche alcune telefonate tra l’avvocato Luca Giuliante, legale di Mora, in relazione a un gara d’appalto nel settore edilizio in cui è coinvolta la famiglia Mucciola. I contatti tra Martino e Mora emergono nell’ordinanza del gip dove viene riportata una annotazione dei carabinieri del Ros nella quale vengono messi in luce i rapporti tra il boss e una serie di personaggi del settore dello spettacolo dei locali notturni, tra cui il tronista Costantino Vitaliano e il padrone dell’Hollywood. Riguardo all’avvocato Giuliante le telefonate invece sono riportate nell’ordinanza. I due, Mora e Giuliante, a quanto risulta non sono indagati.

L'operazione Sono 35 gli arresti nei confronti di altrettanti affiliati alla ’ndrangheta in Lombardia. All'operazione prendono parte il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano e i carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia locale. Sequestrati anche beni per due milioni di euro. Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Gennari su richiesta della Dda milanese. Gli arrestati sono indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti.





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Stalking, marchia a fuoco la fidanzata ossessionato dalla gelosia: arrestato

Corriere della sera


Un uomo di 43 anni, ha ammanettato la sua donna di 33 anni le ha inciso a fuoco sulla pelle le iniziali

VIOLENZA


ROMA - La storia di stalking subita da una donna di 33 anni ha avuto il suo epilogo lo scorso febbraio quando, nel corso di uno degli ennesimi episodi di vessazioni e violenze da parte del suo compagno, è stata addirittura ammanettata a una panca da body building e marchiata a fuoco con un ferro a forma della iniziale del suo nome. Pochi giorni fa gli agenti del Commissariato Monteverde, diretto da Mario Viola, dopo un'indagine «lampo», hanno messo fine alle angherie subite dalla donna, arrestando l'uomo, un romano 43enne.

OSSESSIONI E GELOSIE - Nel corso della perquisizione presso la sua abitazione, gli agenti hanno trovato tutte le conferme alle risultanze delle indagini svolte e delle testimonianze rese dalle persone ascoltate. All'interno dell'abitazione, infatti, hanno trovato la panca da body building, ma anche il ferro utilizzato per la marchiatura e una videocassetta sulla quale l'uomo aveva addirittura registrato il suo gesto. Alla base delle vessazioni sembra vi fosse un'ossessione dell'uomo, che obbligava la sua compagna ad avvisarlo telefonicamente di ogni suo movimento, anche sul lavoro, e che la accusava di relazioni con altri uomini, da cui avevano poi origine le violenze subite.

ATTI PERSECUTORI - Le indagini sono scattate dal referto dei sanitari che hanno visitato la donna a metà febbraio, diagnosticando lesioni con una prognosi di oltre 30 giorni. L'uomo è stato rintracciato poche sere fa al rientro presso la sua abitazione. La relazione, iniziata nel maggio del 2010, si è protratta fino al febbraio scorso, con una interruzione di circa due mesi. Tra i pretesti delle violenze anche l'accusa di portare sfortuna, rivolta in alcune circostanze alla donna. Adesso l'uomo, con esperienze da attore, è in carcere e dovrà rispondere all'autorità giudiziaria del reato di atti persecutori. (Fonte Agi)


14 marzo 2011



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Fausto Bertinotti, il parolaio rosso torna alla lotta e non ne azzecca una

Libero







Forse non ce ne siamo accorti, ma la sinistra italiana potrà di nuovo contare su un leader bombastico: Fausto Bertinotti. Lo davamo in pensione, alle prese con il problema d’ingannare il tempo. Però non era affatto così. L’ultima puntata di Annozero è stato il segnale che il suo ritorno in campo è prossimo. Giovedì scorso abbiamo visto il compagno Fausto duellare con il ministro Giulio Tremonti. Mostrando al pubblico di Michele Santoro un’ottima forma fisica e mentale. Del resto, fra nove giorni compirà appena 71 anni, un giovanotto per la politica italiana.

La sua ricomparsa nel mondo magico dei talk show ha spinto qualche amico a domandarmi perché, nella sua età precedente, l’avessi sempre chiamato il Parolaio rosso. Ho spiegato che l’idea mi era venuta nel lontano 1995,  mentre leggevo (...)
(...)  l’autobiografia del compagno Fausto: “Tutti i colori del rosso”, scritta con Lorenzo Scheggi Merlini per la Sperling & Kupfer. Nelle pagine iniziali, Bertinotti rivelava di essere stato un formidabile chiacchierone sin dall’infanzia. Il padre Enrico, ferroviere, non appena salivano su un tram o in treno, gli diceva: «Fausto, mi raccomando: parla poco, sai che la gente s’infastidisce!».
Purtroppo, i figli se ne impipano dei saggi consigli di papà. Anche Bertinotti si comportò così e divenne presto un formidabile parolaio. La prima volta che lo vidi in azione fu nell’autunno 1977, dopo l’assassinio di Carlo Casalegno, ucciso dalle Brigate rosse. In quel momento, Fausto era il segretario della Cgil piemontese e organizzò un dibattito fra i cronisti che avevano raccontato il delitto e le reazioni dell’ambiente operaio di Torino. Lui doveva fare l’arbitro dell’incontro. Invece scese in campo, concionando di tutto e di tutti. Con una loquela straripante, impossibile da frenare.

Tre anni dopo, sempre come leader della Cgil in Piemonte, fu uno degli artefici della sconfitta operaia nei 35 giorni del blocco alla Fiat. Quando la Triplice sindacale fu messa al tappeto dalla marcia dei quarantamila che volevano ritornare al lavoro a Mirafiori. Ma parlando a un convegno del Manifesto al teatro Lirico di Milano, Fausto descrisse quel disastro con l’enfasi del trionfatore. Spiegando che si era perso soltanto perché i sindacati non avevano deciso di occupare tutte le fabbriche torinesi del gruppo Agnelli. E fu allora che molti capirono quale fosse la filosofia suicida del Parolaio: la vittoria non conta, l’unico scopo esistenziale è la battaglia, combattere, combattere, combattere.

Bertinotti applicò la stessa linea quando divenne il leader di Rifondazione comunista. Il partitino l’aveva inventato Armando Cossutta, dopo il tramonto del Pci sul finire del 1989. L’Armandone lo affidò a Sergio Garavini, ma non era contento di come girava la baracca. Allora prelevò Bertinotti dal comando generale della Cgil e nel gennaio 1994 lo insediò alla testa dei rifondaroli. Con la disinvoltura dei presidenti delle squadre di calcio che, se un bomber non funziona, ne arruolano un altro.
Cominciò allora il periodo d’oro del Parolaio. Diventato uno dei leader della sinistra italica, mise subito in mostra la sua attitudine a distruggere. Il primo a farne le spese fu Romano Prodi, costretto a dimettersi da premier nell’ottobre 1998 per il voto contrario deciso da Bertinotti, il suo alleato di sinistra. Ma l’appoggio del rifondaroli era indispensabile al centro-sinistra. E Prodi si trovò accanto il Parolaio anche nelle elezioni del 2006.

Dopo la nuova vittoria sotto il simbolo dell’Unione, il Professore si scontrò con il primo di tanti aut aut di Bertinotti. Il Parolaio gli intimò: voglio la presidenza della Camera, oppure due super ministeri: l’Economia e gli Esteri, in caso contrario daremo al tuo governo soltanto l’appoggio esterno. Prodi gli consegnò Montecitorio, forse pensando: se lo metto su quella poltronissima, non mi romperà i corbelli ed eviterà di pugnalarmi come fece nell’ottobre rosso del Novantotto.

Ma il Professore s’illudeva. Bertinotti cominciò subito a esternare, spiegando in che modo l’Unione avrebbe governato. Tagli alla spesa pubblica? Nessuno, non siamo mica la signora Thatcher. La legge Biagi? Va rasa al suolo. La Mediaset del Berlusca? Deve dimagrire. La Rai? Ha da restare così com’è. Esempi da seguire? Il compagno Lula in Brasile e il compagno Chavez in Venezuela. E quello non fu che l’inizio. 

Il Parolaio presidente mostrò sino in fondo le proprie virtù. Un logorroico imbattibile. Un vanitoso. Un egocentrico. Un cultore del birignao, tutto di erre arrotate. Un costruttore infaticabile di bastoni fra le ruote. E infine uno convinto che l’Italia fosse uguale a Rifondazione, dove i guai si risolvevano parlando a macchinetta. In realtà, nel 2007 proprio il suo partito andò a fondo nelle elezioni amministrative. Il segretario, Franco Giordano, fu lapidario: “Ci hanno sradicato dall’Italia del nord”.
Bertinotti pensò di sostituirlo con Nichi Vendola, il suo pupillo politico. Però al congresso di Rc, il delfino del Parolaio venne sconfitto da Paolo Ferrero. Era il 2008 e il trionfo di Berlusconi segnò la fine dei rifondaroli e di Fausto. Il Parolaio sembrava fuori gioco per sempre. Ma era un’illusione.

Oggi sta ritornando sul campo, sempre accanto a Vendola. È lui lo stratega segreto del capo di Sinistra e libertà. Il dettaglio che abbia sempre perso, non incrina l’immagine di Bertinotti. Alle prossime elezioni, lo rivedremo in Parlamento. Convinto che le sorti della sinistra dipendano da lui. Bersani & C. tocchino ferro.


di Giampaolo Pansa

14/03/2011





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Arrestata 50enne per strage di gattini Aidaa :"Ma nessuno vuole la taglia"



Numerose segnalazioni utili all'arresto sono giunte all'associazione animalista, ma nessuno ha riscosso i 6.000 euro messi a disposizione


 

Cassinetta di Lugagnano


È una donna di circa 50 anni residente nella zona, la "serial killer" responsabile della morte di quasi 120 cuccioli di gatti nel milanese.


Macabro rituale La dinamica era sempre la stessa, ripetuta ossessivamente quasi a volere mandare un messaggio. I gattini tutti in tenerissima età venivano levati a "mamma gatta", inseriti in una scatola di scarpe e la stessa poi infilata in un sacchetto abbandonato sempre davanti allo stesso cancello. In molti casi i gatti sono morti soffocati nel sacchetto per asfissia, in altri casi la morte è intervenuta per fattori naturali causati dal distacco dalla mamma. Tutti i gattini in questione sono figli di gatte non sterilizzate appartenenti ad una colonia che si trova in via Barbaiano a Cassinetta di Lugagnano.

Segnalazioni La ricostruzione dell’identikit e la certezza dell’identità è stata possibile, spiegano dall’Aidaa, grazie alle telefonate giunte all’associazione italiana difesa animali ed ambiente che in almeno 7 casi indicavano nella donna la responsabile dell’eccidio dei mici uccisi nell’arco di due anni. Inoltre quattro segnalazioni contenevano elementi tali da far risalire senza ombra di dubbio alla donna che nel corso di questi anni in diverse occasioni (l’ultima nei giorni scorsi) avrebbe sottratto intere cucciolate di gattini appena nati e li avrebbe rinchiusi in sacchetti di plastica posizionandoli nelle adiacenze del cancello di ingresso della villa.

E la taglia? Aidaa aveva messo a disposizione una taglia di 6.000 euro per aiutare l’individuazione del serial killer dei mici, nessuno dei segnalatori ha però chiesto di poter intascare la taglia. "Ora stiamo facendo le ultime verifiche e gli ultimi accertamenti incrociati ma siamo certi di aver individuato la responsabile di questo massacro - dice Lorenzo Croce presidente di Aidaa - e quello che al momento ci preme è evitare che questo fatto possa ripetersi, quindi domani decideremo insieme ai legali il percorso da seguire sia nei confronti della donna responsabile di questo eccidio, sia anche per la messa in sicurezza della colonia felina partendo dalla sterilizzazione delle gatte femmine presenti. E ci confronteremo con chi di dovere per evitare che questa donna possa ripetere simili orrori".





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L’ira dipietrista Giuliano va al Tg1 e subito l’Idv invoca il bavaglio

di Redazione


 


La trasmisisone di Giuliano Ferrara non è neppure iniziata ma l’Italia dei Valori ha già pronto il bavaglio contro il direttore del «Foglio» e il suo collega del Tg1 Augusto Minzolini. Galeotta fu l’intervista di «lancio» di Radio Londra al tg della rete ammiraglia dell’edizione delle 20 di ieri in cui Ferrara ha chiamato in causa il capo dello Stato («Le toghe fanno comizi, Giorgio Napolitano che è un galantuomo si muova...»). «Con la scusa di presentare il nuovo programma di approfondimento giornalistico di Giuliano Ferrara, il Tg1 ha dato spazio a un’arringa difensiva in favore del premier - ha detto il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando - abbiamo assistito ad un comizio in piena regola, senza il minimo contraddittorio». Immediata la replica del Pdl con Jole Santelli, vicepresidente dei deputati Pdl: «Per la sinistra il pluralismo è una bestemmia»




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Manlio Cancogni:«Fui antifascista con Carlo Levi, che mi insegnò l'allegria»

Corriere della sera

«Cercai di fuggire da Atene grazie all'aiuto di Papa Roncalli»



«Alla mia età, proibito il fumo, il caffè, l'alcol, che cosa rimane?»
Rimane il resto, anche a 94 anni, e non è poco. La memoria di un ventenne, per esempio. E l'ironia, e a tratti l'allegria. La casa sul lungomare di Marina di Pietrasanta è «una bicocca», la più piccola del quartiere: «È dei genitori di mia moglie, io non ho proprietà, sono senza terra». Manlio Cancogni, senza terra e senza riscaldamento - autore di una cinquantina di libri tra romanzi e racconti, giornalista per una vita - ha una cuffia di lana sulla testa e una coperta sulle ginocchia, non si fida del freddo di questi giorni.

Ma qui sta bene: quando era a Roma, da bambino, non vedeva l'ora di tornare per le vacanze estive, quando abitava nel Milwaukee, nel Massachusetts, a Manhattan, non aspettava altro che rivedere la Versilia: «Mentre non c'è mia moglie lo posso dire: mi trovo bene solo qui, ho vissuto pensando alla Versilia». E infatti eccolo qui, dopo aver girato per tutta Italia anche da professore, fin da quando nel '40, da Sarzana (dove insegnava filosofia), fu richiamato al fronte greco-albanese. Tornò nel '43 e a Firenze incontrò Rori, che al momento è fuori per fare la spesa e che è sua moglie da 67 anni: «Una fedeltà scandalosa, a volte mi chiedo se non dipenda anche dalla mia pigrizia. Senza di lei, durante la guerra sarei finito in carcere o al confino».

Lunga vita con Rori, ma lo spirito antifascista era nato molto prima. Il giorno della marcia su Roma, 28 marzo 1922, è il suo primo ricordo. La mattina il piccolo Manlio, sei anni, dalla finestra vede strane divise gialle: «Sembravano dei meccanici armati che tra lo squillare di trombe fermavano i passanti per identificarli, puntando i moschetti alle finestre. Davanti a casa nostra, in via Donizetti, c'era il sor Gino, un vinaio socialista: lo presero, lo sdraiarono per terra, gli diedero l'olio di ricino.

Era una bella giornata, nel pomeriggio i fascisti erano stravaccati sui marciapiedi con litri di vino, mentre la gente sventolava le bandiere tricolori. In quella atmosfera patriottica, sentii nascere in me l'irritazione per il tricolore che sarebbe diventata antifascismo». La sua guerra fa tappa anche a Firenze il 25 luglio e l'8 settembre a Pietrasanta, dove fonda un CNL locale, poi a Roma con l'intenzione di andare incontro agli alleati («li attendevo dal '22»), di nuovo a Firenze: dove aderisce al Partito d'Azione, dove vede morire i partigiani per strada, dove con Carlo Levi un giorno va nel Giardino di Boboli a seppellire un bambino di pochi mesi.



Quanta vita e quanta storia, da allora: molto di tutto ciò si ritrova nei suoi libri dalla scrittura delicatissima, ironia e trasparente. «Non finisco di stupirmi: mi sembra di essere lo stesso di quando avevo 18 anni, non mi pare di essere cresciuto, a parte le mattane che facevo, episodi innaturali e ridicoli di cui mi vergogno. In fondo non mi sono mai piaciuti gli eccessi». Dopo le mattane giovanili, i viaggi, le fasi depressive, l'età gli regala una nuova serenità: «Da ragazzo il pensiero della morte era ossessivo, aspiravo al traguardo dei 27, poi superata la guerra quel pensiero mi è passato, o meglio ci penso ma non mi sgomenta più».

Anche grazie, forse, al dono della fede, arrivato non prestissimo: «Sono stato ateo, libero pensatore dai 18 ai 20, poi ho deciso di abolire il problema. Sui 50 è ricominciato il pensiero tormentoso, ma sempre lontano dal culto. Nel '93 ho cominciato a sentire la mia appartenenza alla Chiesa cattolica, ad andare a messa, e ora sono contento di essere cattolico».

Nel '93 c'è quel dono, ma è l'anno del dolore più grande: muore la figlia Annapaola. Eppure il primo impatto con la gerarchia ecclesiastica non è stato proprio piacevole. «Conobbi Roncalli ad Atene nel '42, era nunzio apostolico di Costantinopoli: stavo in una città occupata ed ero depresso. Cercavo un modo per andar via. Lo incontrai: aveva una faccia sanguigna che non mi attirò per nulla. Mi lamentai del fatto di essere lì, della guerra, dell'occupazione, ma il suo ottimismo mi irritò: lì la gente moriva di fame e di carestia... Non mi piacque e io non piacqui a lui, vide in me un egoista preoccupato solo di se stesso e forse aveva ragione».

Altro discorso per Wojtyla: «L'ho conosciuto nel '98: vidi subito una faccia bellissima che mi ricordava la statua romanica dell'Arcangelo Gabriele che sta nel Duomo di Carrara». Una folgorazione che non riuscì a nessun politico, a quanto pare: «Non è molto seria la mia politica, mi sono formato come oppositore del fascismo e per chi nasce con questa premessa di negazione c'è poi sempre qualcosa che non funziona». In un paese «che non è mai stato così spaccato come oggi», che conosce una «degradazione politica e un vuoto di interesse pubblico», oggi si dichiara nostalgico della monarchia, anche se: «La monarchia purtroppo ha questo difetto, che è ereditaria...». La risata di Cancogni, nei momenti più acuti, viene fuori a singhiozzi, come l'abbaiare allegro di un barboncino.

Il capitolo amicizie potrebbe partire da Carlo Levi, e passare per Calamandrei, Guttuso, Montale, Pratolini, Vittorini, Bilenchi... Ma limitiamoci al sodalizio con Carlo Cassola: «Era uno che a un certo momento dava la scomunica, rompeva con condanne eterne, una sorta di Torquemada». Un'amicizia nata al ginnasio, intensa e tormentata: fu Cassola a deviare il giovane amico dalla filosofia alla letteratura, dalla poesia al racconto. Ma bizzarrie, accuse di tradimento, paranoie erano all'ordine del giorno. Nel '78 la rottura definitiva: «Andai a vivere negli Stati Uniti senza dirglielo, perché mi avrebbe preso per un guerrafondaio: quando parlava del disarmo nucleare perdeva il controllo.

Vidi che prima dei medici la sua malattia: fu colpito da un'ischemia cerebrale che lo portò alla paralisi. Andai a trovarlo in clinica, ma mi accolse senza mostrarmi simpatia». Più pacifico è il ricordo di Carlo Levi, di cui l'amico Manlio lesse per primo Cristo si è fermato a Eboli: «Lo conobbi nel '43 a Firenze. Era un uomo di una facondia incredibile, io lo chiamavo Juppiter: era sempre olimpico e aveva una voce flautata da sirena. Una sera seppe che stavano venendo i repubblichini a prelevarlo, ma non batté ciglio anche se stava scattando il coprifuoco, scappò in bicicletta, senza perdere la calma...». Nell'Orologio, c'è Cancogni, con il nome di Casorin, ritratto nella redazione della «Nazione del Popolo»: «Mi fa passare per un demente».

Nel '45, con un editoriale in cui rivendicava il valore della scuola nozionistica e mnemonica, Cancogni scatenò un caos: «Firenze si riempì di scritte: "Cave Cancogni!", "Uccidi Cancogni!". Persino sui carri armati. Tornando a casa, quella sera, fu come passare sotto un arco di trionfo». Nuova risata. Ancora dello stesso parere? «Certo, non credo che ci sia una scuola migliore di quella gesuitica, mnemonica, di informazione e non di formazione. Ma quale rapporto dialettico docente-allievo! Io sono stato un professore aperto, dunque pessimo. Invece il professore è in cattedra e l'allievo è sui banchi, apprende, e tutto quello che il professore gli dice è vero. Questa per me è la scuola: perché spinge un allievo di qualità a ribellarsi».

La scuola che Cancogni ha frequentato pare sia riuscita in questo intento, almeno a giudicare dalla sua giovinezza tutt'altro che quieta. Senza dimenticare che forse alla ribellione contribuì anche la famiglia. Nei cui confronti ancora oggi ha un debito di riconoscenza: «La lettura: c'era in casa una ricca biblioteca con Dostoevskij, Tolstoj, i francesi. A volte si stava tutti e cinque nella stessa stanza a leggere». Nient'altro di cui ringraziare i genitori? «Poveretti, se mi sentissero! Avevo paura di mio padre, perché aveva degli accessi di collera spaventosi. E non amavo affatto mia madre, che mi detestava: mi diceva che rivedeva in me quel delinquente di suo fratello, con cui era in rotta per motivi di eredità. Mi consideravano un buono a nulla e in parte avevano ragione».

Paolo Di Stefano
14 marzo 2011

Il racconto dei volontari insultati da Santoro "E' un maleducato, stavamo solo lavorando"






Alcuni operatori della Protezione civile aggrediti dal guru di Annozero perché fotografavano la costa di Amalfi dove si trova anche la sua villa: "Ci ha riempiti di improperi. Eravamo in divisa, non poteva scambiarci per paparazzi. E non ci ha chiesto scusa"



 
 
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Roma - È un giallo, anzi un bell’arancione vivace. Premessa: non vogliamo accanirci su un litigio di cortile, ma qui le versioni non tornano, e tanto vale perdere qualche minuto per tornare ad Amalfi, nel rifugio estivo di Santoro, e rivedere la scena. Antefatto: sabato mattina un gruppetto di persone si affaccia sul golfo di Amalfi, dalla collina della frazione Lone, per scattare qualche foto. Un uomo in lontanza comincia a urlare di smetterla, attingendo ad un vocabolario non esattamente francese. Quindi si scoprono due cose.
Il gruppetto di persone non erano turisti ma volontari della Protezione civile (la Onlus Millenium di Pogerola, un paesino a un paio di chilometri da lì). Poi, che l’uomo urlante non era un compaesano anonimo ma Michele Santoro. L’Ansa batte la notizia: «Scattano foto panorama Amalfi e Michele Santoro si arrabbia». Dopo pochi minuti il giornalista precisa: «Nessuna invettiva: ho soltanto invitato un signore a non scattare immagini» spiega il conduttore di Annozero, precisando di aver solo «detto energicamente di smetterla», senza termini offensivi. Le versioni però non tornano. Chi dice la bugia? Una cosa è certa, a sentire il racconto di Vincenzo Rubano, responsabile della onlus locale e testimone della scena, sembra di essere all’anno zero del bon ton. Intanto, primo dubbio.
Santoro sostiene di aver scambiato una persona di quel gruppetto per un paparazzo, appostato per rubare qualche scatto privato nella sua villa di Amalfi. Peccato che tutti loro, ci racconta il responsabile, avessero un abbigliamento improbabile per un paparazzo da rivista gossip. «Ma come si fa a scambiarci per paparazzi se avevamo tutti indosso la tenuta della Protezione civile, che è di un arancione ad alta visibilità. È fatta apposta per essere notata, strano che non se ne sia accorto». Secondo punto, la fantomatica «invettiva».
Santoro smentisce di aver preso a male parole i ragazzi della Protezione civile (secondo lui paparazzi in arancione), ma di aver solo invitato «energicamente» uno di loro a non fotografare casa sua. Anche qui il racconto dei volontari (che peraltro nemmeno sapevano che quella casa affacciata sul golfo fosse di Santoro) diverge completamente da quello del giornalista: «Siamo arrivati lì durante la pausa pranzo del corso di aggiornamento, qualcuno di noi ha voluto scattare una foto ricordo. Ad un certo punto ci siamo accorti che un signore da un giardino gridava verso di noi. Diceva: “che ca... mi fotografate!”, “fatevi i ca.. vostri!”». Altri suoi colleghi riferiscono di essere stati chiamati «stronzi!». «Ecco – prosegue il volontario – noi come Protezione civile non abbiamo risposto proprio, ma non avevamo neppure riconosciuto chi fosse anche perché eravamo lontani da lì. Abbiamo fatto finta di niente, ma quando abbiamo riconosciuto Santoro non ci potevamo credere». Alla faccia dell’«energico invito» a spostarsi da lì. «Mi aspettavo che almeno il signor Santoro chiedesse scusa ai ragazzi dell’associazione per il linguaggio che ha utilizzato - dice Vincenzo Rubano - invece leggo che fa finta di niente. È incredibile. Ha fatto una pessima figura, che delusione».
Dunque Santoro non manda «affan...bicchiere» solo Mauro Masi, dg Rai, ma anche i malcapitati che scattino fotografie troppo vicine alla sua casa di Amalfi, acquistata nel giugno del 2009 per 950mila euro più spese di ristrutturazione. Qui forse si nasconde il motivo della suscettibilità di Santoro per ogni intrusione, anche immaginaria, nella sua privacy amalfitana. La Procura di Salerno ha infatti aperto, nel marzo scorso, un’inchiesta per lavori abusivi a «villa Santoro» («episodi minori punibili con contravvenzioni» spiegò lui stesso al Giornale). Quanto basta, però, per rendere off limits alle macchine fotografiche l’area attorno alla casa. Pena qualche «invito» a non scattare foto, in dolce stil novo amalfitano. L’anno zero della cortesia.




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Le rivolte arabe non sono per la democrazia






Se sull’imperativo di contrastare il genocidio di Gheddafi contro il suo popolo siamo tutti d’accordo, siamo però certi che l’aiuto militare ai ribelli libici, la no-fly zone o i "bombardamenti mirati" si tradurranno nell’avvento della democrazia?. La controffensiva del raìs: cade anche Brega, il Colonnello marcia verso la Cirenaica



 

Avendo avuto l’onore di essere incluso nella lista nera dei nemici del regime libico con una nota ufficiale dell’«Ufficio popolare della Grande Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista» a Roma il 6 marzo del 2006, sarò il primo a rallegrarmi per la fine della tirannia di Gheddafi. Tuttavia mi domando se il sedicente «Consiglio nazionale di transizione» corrisponda effettivamente all’alternativa democratica garante dei valori inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, oppure se sarà semplicemente una versione più edulcorata di un sistema di governo sostanzialmente autoritario condiviso dai partiti di opposizione, in primis gli integralisti islamici, in cambio della spartizione del potere?
Mi chiedo inoltre se gli Stati Uniti e l’Unione europea, che anche in questa circostanza dimostrano di essere succubi di un’ideologia di stampo sessantottino che s’infervora per i moti di piazza e le rivoluzioni attribuendo loro automaticamente e acriticamente una valenza democratica, siano veramente interessati all’emancipazione dei popoli arabi ed islamici nel senso dell’adesione piena e convinta ai diritti fondamentali della persona, o mirino essenzialmente a una qualsivoglia forma di stabilità politica appiattita sulla dimensione della sicurezza interna e il controllo delle frontiere, pur di aver garantiti con chiunque andrà al potere gli interessi materiali?
Se sull’imperativo di contrastare il genocidio perpetrato da Gheddafi contro il suo popolo siamo tutti d’accordo, siamo però certi che l’aiuto militare ai ribelli libici, l’eventuale imposizione della «zona di interdizione aerea», del «blocco navale» o dei «bombardamenti mirati» si tradurranno nell’avvento della democrazia? Ci siamo chiesti da dove siano spuntati all’improvviso armi e miliziani in tutta la Libia che stanno di fatto ingaggiando una vera e propria guerra militare sfidando gli aerei e i carri armati di Gheddafi? Non è forse opportuno vincolare sin d’ora il nostro contributo al rovesciamento della dittatura all’impegno pubblico del «Consiglio nazionale di transizione» a dar vita ad uno Stato laico fondato sulla separazione dei poteri che escluda sul nascere la prospettiva della teocrazia islamica, che aderisca ad una concezione sostanziale della democrazia che fa propria la Carta dell’Onu per i diritti della persona, che rispetti le risoluzioni e i trattati internazionali compreso il riconoscimento del diritto di Israele all’esistenza?
Se guardiamo a quanto sta accadendo in Tunisia e in Egitto, i due Paesi dove la rivolta popolare è riuscita ad allontanare i presidenti Ben Ali e Mubarak, di fatto sostanzialmente non è cambiato nulla perché il potere resta saldamente nelle mani delle forze di sicurezza e dell’esercito, impegnati a coinvolgere i partiti dell’opposizione nell’amministrazione dello Stato, concedendo un ruolo più significativo agli integralisti islamici di Ennahda e dei Fratelli Musulmani. In Egitto il vero paradosso è che i promotori della rivolta popolare hanno gioito per il colpo di stato militare considerandolo l’avvio del processo democratico nonostante Mubarak governasse a nome delle Forze armate. Di fatto da 7mila anni il potere è fortemente centralizzato per la necessità vitale di controllare la gestione dell’acqua del Nilo da cui dipende la vita degli egiziani. «Un dono del Nilo», lo definì Erodoto nel IV secolo avanti Cristo, e da allora nulla è sostanzialmente cambiato nella successione al potere di autocrati anche se formalmente non si chiamano più faraoni.

In questo braccio di ferro tra l’istituzione che incarna un potere sostanzialmente laico e l’alternativa teocratica islamica, l’Occidente deve fare una scelta. Se ci limiteremo a impedire un cambiamento reale, finiremmo per ritrovarci a breve con la riesplosione dei moti della piazza. Se rincorreremo acriticamente le suggestioni dei burattinai che istigano le folle, finiremmo per consegnare loro il monopolio del potere trasformando le elezioni in una passerella che favorirà i nemici della democrazia. Il vero problema è che, da un lato, noi conosciamo poco o nulla della realtà dell’islam politico e fatichiamo a capire che loro ragionano in termini coranici e non cartesiani, mentre dall’altro non sappiamo neppure noi quale modello di democrazia offrire loro perché la nostra stessa democrazia è in crisi profonda per il venir meno della certezza delle nostre radici, dei nostri valori e della nostra identità.



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Fragile e costoso: addio al più famoso dei biglietti verdi"

La Stampa



L'effige del primo Presidente Usa George Washington

Raccomandazione della Corte dei Conti Usa: meglio la moneta



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

Banconote addio, il dollaro sarà solo in moneta. Il biglietto verde di taglio più piccolo rischia di diventare l’ultima vittima della crisi che gli Usa tentano con una certa fatica di lasciarsi alle spalle. Alle prese con un debito crescente e con bilanci in profondo rosso, le autorità americane sono pronte a mandare in pensione il più piccolo dei biglietti verdi per sostituirlo definitivamente con la moneta di equivalente valore. L’epocale cambiamento si tradurrebbe in un risparmio di 5,5 miliardi di dollari nel giro di 30 anni, secondo il Government Accountability Office, il braccio investigativo e di revisione contabile del Congresso americano.

Le monete infatti godono di vita più lunga (in media 30 anni) e per questo non occorrerebbe la ristampa. Secondo il Gao, ogni anno il governo guadagnerebbe 184 milioni di dollari derivanti dalla differenza tra il valore nominale dei «coin» e il valore di produzione. Del resto si tratta di una strada già percorsa da Canada e Regno Unito: «Ci hanno riferito che questo passaggio è stato fondamentale per il successo della propria crescita», spiega il Gao. Misure simili sono state intraprese anche in Giappone e Australia, mentre in Europa, con l’avvento della moneta unica, si è puntato da subito sul metallo anziché sulla carta. La transizione non sarà però indolore, come spiega il dossier commissionato da alcuni senatori, visto che per i primi quattro anni il governo dovrà fare i conti con perdite causate dall’aumento dei costi di produzione delle monete.

Il pensionamento del minore dei biglietti verdi, inoltre, spaventa le aziende, preoccupate di incorrere in spese elevate per ricostituire le riserve liquide. Tuttavia le perplessità non sembrano oggi rappresentare un ostacolo per il «coin» da un dollaro, che, pur essendo presente sul mercato da anni (dal 1979 al 2009 ne sono sbarcati 4,2 miliardi), non è mai riuscito a mettere a segno con successo la successione sulla banconota, sempre rimasta in circolazione. A segnare le sorti del dollaro di carta, però, potrebbe essere il ritiro forzato dal mercato. La transizione deve avvenire seguendo precisi accorgimenti. Per ogni dollaro di carta in circolazione ne devono essere prodotti in media 3 1,5 in metallo. «La gente tiene spesso le monete fuori dal portafogli», prosegue il Gao.

Ciò significa che serviranno più «coin» per mantenere i volumi di circolazione corrente, ma questo potrebbe anche tradursi in una maggiore propensione alla spesa, visto che il consumatore presta minore attenzione alle monetine. Un dibattito, questo, in voga in Europa con l’avvento dell’euro. Ma il fattore economico non è il solo: in Usa la scomparsa del biglietto verde da un dollaro segnerebbe la fine di una tradizione secolare, oltre che la sparizione di George Washington dalle tasche dei cittadini.




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Gelmini: "Vanno in piazza per la scuola ma mandano i loro figli negli istituti privati"





Il ministro dell'Istruzione da Fabio Fazio: "Se gli insegnanti sono pagati poco è perché sono troppi. Bisogna iniziare a pensare agli alunni, non solo alle esigenze di chi li educa". Bilanci: "Mi sentirei in colpa se avessi tagliato sulla qualità. Non ho licenziato nessuno"



 
Roma - «Gli insegnanti sono pa­gati pochissimo perché sono troppi, sono quantitativamen­te superiori al fabbisogno». Il ministro dell’Istruzione, Ma­riastella Gelmini, intervistata da Che tempo che fa ha ribadi­to ancora una volta che le retri­buzioni del personale docente sono una causa direttadell’ec­cesso di offerta.
Gelmini ha ricordato che chi insegna in una scuola superio­re con 15 anni di anzianità in Italia prende circa 20mila eu­ro in meno di un collega tede­sco. «Dobbiamo pagarli ade­guatamente perché questo non è giusto ma se si aumenta il loro numero all’infinito sono proletarizzati».
La titolare del dicastero di Viale Trastevere ha precisato che la riforma scolastica ha ta­gliato gli sprechi. «Mi sentirei in colpa se avessi tagliato sulla qualità della scuola, non ho li­cenziato nessuno, ma abbia­mo contenuto la pianta organi­ca e liberato risorse che hanno permesso di non bloccare gli scatti di anzianità per gli inse­gnanti », ha sottolineato.
Le affermazioni del ministro Gelmini sono suffragate an­che da quanto riporta la Ragio­neria Generale dello Stato nel Conto della pubblica ammini­strazione. Nel 2009 il compar­to Istruzione con un milione e 74mila addetti ha rappresenta­to il 32,4% del totale dei dipen­denti pubblici. Tra questi lavo­rano, a tempo indeterminato e determinato, 832mila inse­gnanti e 231mila unità di perso­nale a.t.a. (assistenti e bidelli). Il costo del loro lavoro nel 2009 si è attestato a 45,6 miliardi di euro, in leggera diminuzione rispetto all’anno precedente. La scuola assorbe il 27,1% del­le risorse statali. Le retribuzio­ni medie annue sono passate da 26.500 euro nel 2007 a 30.500 euro nel 2009.
Le contestazioni dei detrat­tori dell’attuale governo rap­presentano, perciò, un autenti­co falso. «La spesa nella scuola è aumentata del 30% negli ulti­mi 10 anni», ha aggiunto Gel­mini precisando che «sono quasi 200mila i bidelli, vengo­no spesi 600 milioni per le im­prese di pulizia, ci sono più bi­delli che carabinieri per avere delle scuole sporche».
Ecco perché la scuola «deve tornare a essere un ascensore sociale» ma per farlo «bisogna cambiare le regole» e «bisogna pensare che serve agli studen­ti e non agli insegnanti». Le ca­renze strutturali alle quali por­re rimedio, infatti, sono tante. «Oggi - ha chiosato - non pos­siamo dire che il nostro Paese è egualitario: c’è il divario Nord-Sud, c’è la fuga dei cer­velli all’estero» e tutto ciò che possa far compiere un salto in avanti è bene accetto. Come l’avvento dei privati nel siste­ma universitario. «Non c’è nul­la di male - ha rimarcato - se i privati entrano nei consigli di amministrazione delle univer­sità. Bisogna superare la con­trapposizione tra pubblico e privato».
L’ennesima piazzata della si­nistra, mascherata da manife­stazione a difesa della Costitu­zione, perciò si fonda «su un presupposto sbagliato» per­ché «da questo governo non c’è stato nessun attacco alla scuola pubblica». Anzi, ha os­servato Gelmini, «molti di quelli che sono scesi in piazza in difesa della scuola pubbli­ca, mandano i figli a quella che loro chiamano scuola privata e lo trovo un po’ incongruen­te ». Chissà se ai vari Santoro, Melandri & Moretti saranno fi­schiate le orecchie...



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