domenica 20 marzo 2011

A 70 anni costretto a fingermi prete per pagare le tasse"

di Stefano Lorenzetto


Fa la statua vivente sulle piazze: ogni volta che si traveste la moglie scoppia a piangere Carabinieri, polizia e vigili lo scacciano. "E le suore mi dicono che andrò all’inferno..." 



La faccia da prete ce l’ha. Ma prete non è. Con quegli occhialini ovali e quell’aspetto fragile, diciamo pure che ha la faccia da pa­pa, quasi un sosia di Benedetto XV, il sup­plice avversario del­la prima guerra mondiale, bollata come «inutile strage». Nel suo piccolo, anche don Walter, al secolo Gualtiero Bassanese, si tro­va nel vortice di un conflitto mica da ridere. Non s’è mai visto un povero pensionato di quasi 70 anni, costretto a camuffarsi da pre­te per pagare le tasse, che deve combattere contro tutti i poteri costituiti: carabinieri, po­lizia, vigili urbani, autorità comunali, clero.

Bassanese è diventato una statua vivente per necessità e tutti ce l’hanno con lui perché la sua imitazione in abito ecclesiastico viene considerata dissacratoria e ingannevole. «Devo al fisco 3.000 euro, ma dall’Agenzia delle entrate sono in arrivo cartelle esattoria­li per altri 18.000. Come faccio a saldare, se di pensione ne prendo 562 al mese?». Perciò a ogni fine settimana lascia Montecchio Mag­giore, il paese del Vicentino dov’è nato,e va a esibirsi nelle piazze del Nord Italia.

Su un cas­sone adattato a pulpito, si trasforma in don Walter, è così che lo chiamano gli amici: una talare con fascia in vita, sulla testa un saturno con nappa, un aspersorio, un leggìo in legno, un librone di latinorum. «Interpreto l’umile parroco di campagna degli anni Cinquanta. Di solito lavoro la domenica, due ore la matti­na e quattro il pomeriggio». La sua Laura, con la quale è sposato da 42 anni, ogni volta che lo vede salire sulla scassatissima Polo ros­sa immatricolata nel 1992 si mette a piange­re, e non solo per l’umiliazione d’avere un marito che deve andare in giro a chiedere l’elemosina:«Mi raccomando,non la chiami la moglie del prete neanche per scherzo.

Lei pensa che sia sacrilegio e che il mio travesti­mento possa imbrogliare le vecchiette. Pove­rina, non sa che quelli della nostra età di obo­li da offrire non ne hanno proprio. Semmai sono io che regalo un attimo di sorridente no­stalgia agli anziani. “Ma lu xelo don Luigi o xelo don Bruno?”, chiedono. Mi scambiano per i curati della loro giovinezza. I più teledi­pendenti si buttano sui personaggi dei film e degli sceneggiati: “Xelo don Camillo? O don Abbondio? Ah, no, ’desso go capìo: lu xe don Matteo!”». Certo, Bassanese avrebbe potuto prende­re esempio dal suo collega Enrico Vaglieri, un artista di strada laureato in filoso­fia che abita a Orsago ( Trevi­so) e si fa chiamare Henry White, capace di stare im­mobile sul piedistallo an­che per quattro ore filate, com’è accaduto al World statues festival di Arnhem, in Olanda.

Pur essendo di­plomato in scienze religio­se e specializzato in tecni­che di meditazione spiritua­le, nelle sue performance Vaglieri propone personag­gi d’ogni tipo - Cicerone, Newton, Goldoni, Casano­va, Mozart, Stendhal, Napo­leone, l’ammiraglio Nel­son, Capitan Uncino, persi­no il Milite ignoto - ma s’è sempre ben guar­dato dal vestire i panni del prete diocesano. «Eppure mi ha fotografato per strada, era en­tusiasta della mia imitazione, e mi aveva an­che promesso di scrivermi, però non l’ha mai fatto», si rammarica Bassanese. «Certo, se avessi come lui i soldi per interpretare tren­ta maschere diverse, non mi sarei improvvi­sato statua vivente, le pare? Avrei pagato le tasse arretrate e continuato a fare il pensiona­to ».

Quando s’è trovato a dover onorare i suoi debiti con l’erario, l’anziano vicentino ha pensato di riprendere, sia pure in forma si­mulata, il disegno interrotto a metà che un destino crudele aveva scritto per lui, il picco­lo Gualtiero, rimasto orfano a soli 3 anni. «Mio padre Novenio lavorava alla fabbrica di batterie Fiamm e rimase ucciso in un bom­bardamento aereo, lasciando soli mia mam­ma Erminia e 11 figli. Io ero il primo maschio dopo sette sorelle. A 5 anni fui mandato dalle suore di carità dette di Maria Bambina, a San­torso.

A 10 mi ammisero nel collegio San Gae­tano di Vicenza, fondato da don Ottorino Za­non. Ero il più bravo, fui nominato capo dei chierichetti. Purtroppo mi ammalai. Venni mandato a casa per curarmi. Quando final­mente i medici scoprirono che la causa delle febbri violentissime e ricorrenti era una nefri­te, avevo perso un anno e anche la vocazio­ne. Se fossi rimasto in collegio, prete lo sarei diventato per davvero». Si prese invece un diplo­ma d­i perito aziendale e tro­vò posto come impiegato al Consorzio agrario.

Nel 1969 fondò l’impresa edile Bassanese. «Eravamo in tre: mio suocero, un mura­tore e io a fare da impiegato e da manovale». Durò quat­tro anni. Poi aprì un’impre­sa di pulizie e infine una dit­ta per il recupero del mate­riale tessile. «Insieme con mia moglie, i due figli ma­schi e un autista, riciclavo gli scarti della Marzotto e della Lanerossi. Ma con la delocalizzazione il tessile è finito. Oggi Paolo, 40 anni, e Nicola,39,stanno chiuden­­do l’attività. Risultano anco­ra nel mio stato di famiglia. Per fortuna Chia­ra, 32, s’è sposata. In questi giorni mi darà una nipotina. La vita va avanti».


A fatica, ma va avanti.
«I miei guai risalgono al periodo dal 2003 al 2005. A causa della crisi economica, mi sono trovato senza soldi e non ho versato l’Irpef, l’Iva e i contributi Inps miei e di mia moglie. Lo Stato mi ha subito bloccato il conto corren­te all’Unicredit. Poco male, visto che era già in rosso di 40.000 euro. Poi, quando nel 2004 sono andato in pensione, mi è stato ridotto l’assegno di un quinto per sanare il conten­zioso col fisco. Un giudice del tribunale di Vi­cenza mi ha convocato, gli ho raccontato le mie disgrazie e alla fine ha addolcito la decur­tazione: un settimo. Adesso Equitalia mi si­ringa 94 euro tutti i mesi. E le disgrazie non sono ancora finite».

Che altro le è capitato?
«Nel 2008 ho dovuto scucire 9.000 euro sul­l’unghia di arretrati all’Inps, altrimenti mia moglie avrebbe perso il diritto alla pensione minima di 460 euro mensili. Essendo in bol­­letta, m’è toccato chiedere un prestito di 5.000 euro a una finanziaria, al tasso annuo nominale del 14,65 per cento. Il tasso effetti­vo globale arriva al 21,55. Restituzione in 36 mesi, a rate da 185 euro».

Come mai quand’era imprenditore non è riuscito a risparmiare nulla?

«Veramente nel 1998 avevo da parte 150 mi­lioni di lire. Ma per costruirmi un capannone da 500 metri quadrati ne servivano il doppio. Nessuna banca mi volle concedere una fi­dejussione. E l’intero gruzzolo andò in fumo a causa del fallimento di alcuni clienti, che chiusero senza pagarmi. Avrei fatto meglio a comprarmi la casa, invece di pensare al ca­pannone ».

Abita in affitto?
«Esatto, 350 euro di canone. Quindi ci resta­no 487 euro al mese per vivere. Non basta: siccome l’Inps ha corrisposto a mia moglie un po’ di arretrati senza interessi, hanno co­minciato a trattenermi 10,21 euro al mese al­la voce “trattamenti di famiglia”. Ho cercato di spiegargli che li ho accantonati per il no­stro funerale. Tutto inutile. Perciò ho deciso una rappresaglia».


Che significa? «Rappresaglia 1 a 10, come facevano i nazi­sti. Lo Stato mi scippa questi ulteriori 122,52 euro l’anno?E io da tre anni non pago ilbollo dell’auto e dal 2006 ho smesso di versare il canone Rai. Ogni tanto mi arrivano anche in­giunzioni per due o tre multe che ho preso alla guida dell’auto. Gli dico: zonté pure sul me conto, aggiungete. Tanto che cos’altro possono pretendere da un poaréto?».


Non è degradante fare la statua? «Subito sì. Poi pensi ai debiti e ti rassegni. Ho capito che poteva diventare un mestiere quando il titolare del bar Roma mi ha ingag­giato per attirare clienti durante la “Notte bianca” di Montecchio Maggiore: 120 euro di offerte in quattro ore. Siccome non mi an­dava di truccarmi il viso col cerone, ho scelto la figura del parroco».

Dove si esibì la prima volta?
«A Sovizzo, per la festa di San Michele. Fer­mo sino alle 19 davanti al municipio. Mi ver­gognavo da morire. Alla fine nel vassoio d’ot­tone c’erano 80 euro in spiccioli».

L’abito talare chi gliel’ha dato? «Raccogliendo stracci per anni, di tonache ne avrò recuperate almeno una quarantina».

Fra statue viventi vi fate concorrenza?

«Sempre. Alla fiera di Cittadella ci siamo tro­vati in sette: un Pinocchio che viene da Bre­scia, due statue viventi di origine serba, un faraone ungherese più un altro paio di extra­comunitari che si mettono addosso un len­zuolo e buonanotte. A Jesolo il Comune ha dovuto istituire una graduatoria: se sei vene­to, ti danno più punti. Ogni anno d’età vale mezzo punto. Io sono quinto in classifica».

Per quanto tempo riesce a stare immobile?

«Un’ora. Poi devo riposar­mi. È molto difficile control­lare le pupille e il pomo d’Adamo.I bambini mi gri­dano: “Muovi gli occhi!”. A volte li accontento per la gioia di vederli correre elet­trizzati a riferire l’evento ai genitori. A chi lascia l’offer­ta, do una benedizione per finta. Tengo ben esposto un cartello: “La spruzzati­na di acqua che ricevi è un segno di ringraziamento per la tua generosità e un augurio di felicità”. Ma un 20-30 per cento si scandaliz­za ugualmente. “Guarda cossa te fè par ciavarghe i schei a la gente!” e “Va’ a lavorare!” sono i commenti più benevoli».

Chissà i più malevoli...

«“Facia de merda”è il meno pesante. Spesso si avvicinano compagnie di giovani che be­stemmiano come turchi. Allora esplodo: ba­sta, vergognatevi! Loro non s’aspettano che una statua parli. Ammutoliscono e se ne van­no. Molti benpensanti chiamano la forza pubblica.L’8 settembre,per lafesta patrona­le della Madonna a Vicenza, sono venuti due carabinieri a cacciarmi da Campo Marzo. A Cologna Veneta un dipendente comunale voleva prendermi a calci nel sedere, nono­stante avessi preavvertito l’assessorato al commercio della mia presenza. A Trento so­no stato identificato dalla polizia urbana.

A Piacenza un vigile mi ha allontanato dalla sta­tua del patrono Sant’Antonino. A Lignano Sabbiadoro si sono persino inventati che do­vevo presentare in Comune una Dia, dichia­razione inizio attività, come per i cantieri edi­li. A Bolzano mi sono messo in piazza Wal­ther, che non figuratrale 13 ubicazioni vieta­te­agli artisti di strada da un’ordinanza muni­cipale. Alle 10 è arrivato un primo vigile ad ammonirmi. Alle 15 ne è giunto un secondo che mi ha fatto spostare sul lato opposto. Po­co dopo sono arrivati altri cinque vigili e due poliziotti. L’ispettore ha aggiunto “piazza Walther e vie limitrofe” di proprio pugno, con la biro, alle zone interdette sul permesso in mio possesso e ha specificato per iscritto: “È vietata l’occupazione di suolo pubblico con tavole, sedie, leggìo e quant’altro”, una norma creata su misura per me all’istante».

Non ci vanno leggeri.

«Tutti mi dicono che posso essere denuncia­to ai sensi dell’articolo 498 del codice penale, Usurpazione di titoli o di onori , che commina una sanzione pecuniaria per chiunque in­dossi abusivamente in pubblico l’abito eccle­siastico. Allora denunciatemi! Nessuno lo fa. Non saranno loro perseguibili per legge per­ché vengono meno a un dovere d’ufficio?».

È questa la sua autodifesa?

«Ma no, io cerco solo di capire. Maurizio Crozza, che è ricco sfondato, può travestirsi da pontefice su La7 e prendere in giro Bene­detto XVI, mentre io, che sono povero in can­na e non faccio niente di male, non posso at­teggiarmi a prete di campagna? Alle forze del­l’ordine che mi cacciavano da Vicenza ho chiesto: e se mi truccassi da Silvio Berlusco­ni? Risposta: “Quello può”. Ma come, non è vilipendio di capo del governo? “No”».
Non conosce il proverbio «Scherza con i fanti e lascia stare i santi»? «Certo. Ai vigili di Bolzano ho anche ricorda­to il padre Ralph di Uccelli di rovo , che, rispet­to a me, ne combinava di cotte e di crude. “Ma gli attori hanno l’autorizzazione della Chiesa”, è stata la loro obiezione. Testuale».

Da non credere.
«I più cattivi comunque sono i religiosi. Il par­roco di Povolaro, nel Vicentino, mi ha intima­to di smettere e ha chiamato i vigili. Vabbè, poi per fortuna ci sono anche i curati intelli­genti che chiedono di farsi fotografare con me. Solo che il prete vero sembro io. Mai che ne incontri uno con la talare! Tutti in jeans e maglietta.Una suora mi ha ringhiato: “Te an­dré a l’inferno scarpe e tuto!”. M’è venuto spontaneo replicarle: meio cussì, almanco lì no’ te trovarò, brutta e secca come sei».

Ne deduco che non ha paura della danna­zione eterna.

«Al contrario. È che ho un conto in sospeso con suor Bartolomea, la vecchia suora del col­legio dove fui segregato da bambino. Brava a costruire le gondole con le perline, ma pessi­ma come educatrice. Dopo cena, anziché la­sciarci giocare, ci faceva camminare in ton­do nel salone fino al momento di coricarci. Una sera, avrò avuto 7 anni, stavamo recitan­do le preghiere inginocchiati ai piedi del let­to, quando all’improvviso udimmo un rumo­re­di catene accompagnato da urla spavento­se.

Nella camerata irruppe un tizio vestito di nero, con le corna sulla testa e un forcone in mano. “È il diavolo, è il diavolo!”, gridavano le suore. Immagini 50 fanciulli che scappano in cortile a nascondersi. Fi­no ai 15 anni ho convissuto col terrore del demonio. Il giovedì sera, per andare a vedere Lascia o raddoppia? al bar, dove c’era l’unico te­levisore del paese, mi face­vo accompagnare da mia so­rella Novenia. Ancora oggi, se mi trovo da solo al buio, ho paura del diavolo».

Va a messa?
«Ogni due mesi. Però la se­ra mi capita di recitare qual­che Ave Maria e il Pater no­ster. L’ultima volta che mi sono confessato è stato tre anni fa. Sono andato dai fra­ti di Monte Berico, che sono di manica larga».

Se fosse un sacerdote ve­ro, c’è un peccato che non assolverebbe?

«Ce ne sono due: l’adulterio con la moglie di un amico e la bestemmia intenzionale, non quella che a tanti veneti scappa per sbaglio quasi fosse una giaculatoria».

Ha qualcosa contro i preti?

«No, e mi scoccia molto che i giovani d’oggi gli diano del tu. È una mancanza di rispetto».

Però ne fa la parodia.

«Potrei fare il mangiafuoco, che almeno per ogni sagra piglia 200 euro dal Comune o dal­la pro loco. Ma xe tropo pericoloso, tropo...».



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Tenta di violentare una novantenne Poi la gettata dalla finestra

Corriere della sera


Vicino al corpo una grossa forbice. Si ipotizza il movente sessuale. Ma il sospettato, un vicino di casa, nega

A Castelvetro nel piacentino


Stella Paroni, 91 anni
Stella Paroni, 91 anni
MILANO - Efferato omicidio a Castelvetro piacentino, dove i carabinieri domenica mattina hanno trovato, in un canale nei pressi della discarica cittadina, il cadavere completamente nudo di una donna, Stella Paroni, 91 anni, pensionata. Vicino al corpo una grossa forbice per potare e una roncola. Le indagini hanno condotto subito a sospettare di Giovanni Badalotti, di 42 anni, pluripregiudicato, con precedenti di violenza anche sessuale, vicino di casa di Stella Paroni. Durante l'interrogatorio, Badalotti avrebbe fatto parziali ammissioni sul delitto, ma avrebbe negato la violenza sessuale.

VICINI - A conclusione delle prime verifiche, si è riscontrato che Badalotti, abitante nello stesso stabile di Stella Paroni, ma al piano inferiore, la avrebbe aggredita alle 4 del mattino. E al termine di una colluttazione, l'avrebbe scaraventata dal terzo piano. Infine, il reo avrebbe trasportato, su un carretto, il corpo a circa 150 metri di distanza. Si ipotizza un'aggressione sessuale. E per questo motivo la salma di Stella Paroni è stata portata all'ospedale di Piacenza, dove lunedì dovrebbe essere eseguita l'autopsia, alla ricerca di prove dell'eventuale violenza sessuale e anche di eventuali tracce dell'assassino, magari tracce di pelle che potrebbero essere rimaste sotto le unghie della vittima. Nelle ultime ore si comincia a pensare, oltre al movente di natura sessuale, i problemi di vicinato. Badalotti avrebbe fatto già le prime ammissioni.


Redazione online
20 marzo 2011



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Procura archivia il cocco dei manettari. De Magistris record: 30 flop su 30

Libero







Trenta su trenta fa un certo effetto. Soprattutto se si tratta di trenta archiviazioni chieste dalla procura di Catanzaro e sottoscritte in toto dal gip Maria Rosaria di Girolamo dopo che l’allora pubblico ministero Luigi De Magistris aveva ottenuto la sua notorietà mediatica proprio su inchieste come la cosiddetta “Toghe Lucane”, prima di buttarsi in politica con l’Idv. Con ben ventiquattro capi di imputazione: dalla corruzione in atti giudiziari, da aggiusta processi, all’associazione a delinquere. Trenta su trenta, un altro procedimento choc di De Magistris finisce invece in archivio. Non solo non c’erano prove ma nemmeno indizi tali da poter essere vagliati in un processo.  Così il successore, il Pm Vincenzo Capomolla di Catanzaro ha chiesto e ottenuto di mandare tutto in soffitta.

L’elenco delle persone che riacquistano dignità dopo il fort apache mediatico sono di livello. A iniziare dalla nomenclatura in toga della Basilicata che per l’accusa (ora evaporata) si era riunita addirittura in un’associazione a delinquere dai mille tentacoli sorprendenti. Infatti, c’era un arci nemico di John Henry Woodcock come Vincenzo Tufano, procutore generale a Potenza, magistrati lucani come Gaetano Bonomi e Felicia Genovese dell’antimafia, il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco, poi  Iside Granese, presidente del tribunale di Matera, fino all’allora moglie di Marco Follini, l’architetto Elisabetta Spitz, senatori come l’aennino Emilio Buccico,  all’epoca membro del Csm, e l’ex presidente della Regione Filippo Bubbico.

Qualificato il gruppo di carabinieri coinvolto con i generali Massimo Cetola (già numero due dell’Arma) ed Emanuele Garelli, oggi a capo della Dia, ufficiali come il colonnello dei carabinieri Pietro Gentili, capo della polizia giudiziaria a Potenza, Luisa Fasano, dirigente della squadra mobile della città dove era indagato anche il questore Vincenzo Mauro, per finire con l’avvocato Giuseppe Labriola, presidente dell’ordine forense di Matera. In particolare “si ipotizzava” per Tufano e Bonomi che “esercitassero un’indebita attività di interferenza nei confronti del pm di Potenza John Henry Woodcock”.  Un gruppo di potere quindi che avrebbe addirittura aggiustato processi, favorito amici e amici degli amici, in una lobby in toga dalle capacità criminali sorprendenti per telecomandare la giustizia fino ad influenzare addirittura procedimenti disciplinari e promozioni espressi al Csm, tramite Buccico. Senza privarsi della solita massoneria coperta espressa, sempre per l’accusa di De Magistris, stavolta dal malcapitato avvocato Labriola.

Invece, al netto dello stile proprio di De Magistris di condurre le indagini cosa rimane? Il nuovo pubblico ministero chiede l’archiviazione “fondata sulla mancata individuazione di elementi fattuali di per sé idonei a integrare gli elementi costitutivi dei reati ipotizzati o comunque tali da consentire il proficuo esercizio dell’azione penale”. In una parola, lo zero assoluto. Nel provvedimento, infatti, si ripetono frasi come “nulla è stato provato”, “vi è la mancanza della prova”, e “non si rinvengono elementi tali da poter desumere che vi sia stata una effettiva ingerenza in ambiti ispettivi e disciplinari per favorire alcuni magistrati di Potenza”. In pratica il gip osserva come la profonda spaccatura presente a Potenza tra giudici, da una parte Woodcock , il gip del Savoiagate Alberto Iannuzzi e il procuratore capo, non nasceva da una serie di illeciti penali  evidenziati proprio da questo gruppo che puntava l’indice contro chi è finito sotto inchiesta da De Magistris. 

Anzi, i rilievi e le contestazioni che Tufano e Bonomi muovevano nei confronti di Woodcock e Iannuzzi erano legittime. Dalle macerie si può costruire ben poco. E se per De Magistris si tratterà di acqua passata, bisogna ricordare che alcuni dei colleghi sui quali indagò non hanno retto anni e anni di esposizione mediatica e di accuse. Come la Granese che per questa inchiesta lasciò la magistratura per trovarsi ora riabilitata.


di Gianluigi Nuzzi

20/03/2011





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Napoli, sul molo di San Vincenzo cannoni borbonici e anni di sprechi

Erano solo canzonette ma facevano infuriare il Pci



Un libro racconta lo sbarco della musica che il partito definì una "dannazione"



 
«Anche Roma ha avuto il suo Festival rock’n’roll. Lo spettacolo era tra i più squallidi che si potessero vedere. I vari Ghigo, Little Tony, Guidone, Lydia la Gatta non erano né contorsionisti né cantanti: un ridicolo e sguaiato agitarsi e un urlare inutile. Come prenderli sul serio? Nei giovani italiani c’è sufficiente autonomia di comportamento e di giudizio per rifiutare le volgarità e fiutare l’inganno». Il comunicato di un gruppo di vecchi bacchettoni? Assolutamente no, al contrario un piccato articolo della rivista della FGCI Nuova Generazione, in risposta al concerto al cinema Maestoso di Roma del 1957. Il Partito Comunista contro il rock? Altri tempi, altra Italia come ben racconta il volume R’n’R Italian Way (Marilisa Merolla, pagg. 168, Coniglio Editore, 24 euro). Il Pci allora usciva da un terribile sconquasso; la rottura col Psi, la prospettiva dell’isolamento e ora quel sound strumento privilegiato «del nemico americano e del suo modello culturale».

Gli Usa avevano scatenato, partendo da Napoli, una vera «Guerra Fredda del jazz» ma il rock era più pericoloso. Il jazz (tollerato persino da Kruscev) faceva impazzire Napoli, dove arrivavano periodicamente Louis Armstrong, i Platters, i Four Aces per sostenere la propaganda sonora nel Mediterraneo. Non solo suoni «cattivi» ma anche capelli col ciuffo, blue jeans, whiskey; bisognava lottare contro questa invasione che allontanava dal partito i giovani in crisi d’identità, che da mesi dibattevano sulla loro rivista sul tema: «alla ricerca del giovane d’oggi».

Il più illuminato fu Sandro Curzi che, sempre su Nuova generazione, dopo il primo concerto rock milanese, quello storico a Palazzo del ghiaccio assalito da 7mila fan, scrisse: «Sia chiaro che non abbiamo niente contro il r’n’r, che piace ai giovani perché permette loro si sfogare le energie represse e accende l’elementare stimolo agonistico che li spinge a far meglio degli altri». Curzi - pro domo sua - andava al cuore del problema con un j’accuse contro la Dc e i politici che «non hanno offerto ai giovani la possibilità di inserirsi nella vita produttiva e sociale, mettendoli fuori gioco dalla democrazia e dalla politica». Risultato? La fuga verso il rock che, secondo i vertici comunisti «danna corpi e anime» (ma non è quello che dicevano i benpensanti che organizzavano roghi di dischi in America?).

E così su Vie nuove si irrideva Elvis Presley «che ha inventato una mimica sporcacciona: il suo segreto sta solo in questo, non nei ritmi ma nel muovere le parti inferiori come si fa nei varietà d’infimo ordine o nei bordelli».

In ogni caso una parte del Pci cominciò ad abituarsi al nuovo fenomeno (negli anni ’70 addirittura lo cavalcò piegandolo disinvoltamente a simbolo culturale della sinistra) e gli urlatori, come Tony Dallara, cominciarono ad esser visti con occhio diverso. Piuttosto si attaccavano «i mali del capitalismo» incarnati dagli interessi economici delle case discografiche, ma anche i il Pci capì che per tenere il passo doveva «suonare» il r’n’r, che cominciò ad impazzare alle Feste dell’Unità, finchè la federazione di Modena aprì la prima discoteca della città.

La Rai dell’epoca, a monopolio Dc, sembrava più aperta alle nuove tendenze, anche se preoccupata di conciliare i suoni americani con la più rassicurante canzone nazionale. I palinsesti musicali partirono alla radio nel ’59 con Il discobolo, che trasmetteva le maggiori hit internazionali, accoppiato al parodistico (la Gialappa’s dell’epoca) Se io fossi il Discobolo. Poichè nel 1961 il mercato del disco arrivò a vendere 18 milioni di dischi (l’80 per cento di musica leggera) la tv dedicò sempre più spazio - in programmi come Il musichiere, Canzonissima, Studio Uno - alle star della canzone varando poi Alta pressione (16 settembre 1962) sul neonato secondo canale, ambientato in una sala da ballo dove si esibivano artisti come Rita Pavone e Gianni Morandi. Nella visione d’insieme di quel periodo il più equilibrato fu Gianni Rodari che scrisse: «Non si può dire che in Italia l’american way of life abbia convinto. L’Italia è un paese che può digerire qualche milione di dischi jazz e rock, e apprezzarli se valgono, e di blue jeans, se sono pratici e convenienti, senza trarre da questo deduzioni su un piano che non sia quello dei dischi e dei pantaloni».



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Addio pacifismo, la sinistra scopre la realpolitik Calcoli politici e paura, il Carroccio è neutralista

di Mario Giordano


Cosa c’è di diverso rispetto al conflitto in Irak contro il quale i puri della pace alzarono le barricate? Solo qualche orfano di Rifondazione comunista ha protestato. Gli altri hanno messo da parte l’ipocrisia.




Accidenti, che strano: non ho visto nemmeno una bandiera arco­baleno. Sui balconi, dico. Alle fine­stre. E nemmeno per strada. Fateci caso: non ci sono vessilli della pa­ce. Neppure uno. Eppure vi ricorda­te quanti ne sventolavano ai tempi dell’Irak? La situazione non è poi così diversa:allora c’erano i raid ae­rei, un dittatore arabo, le popolazio­ni oppresse da difendere, qualche interesse per il petrolio. Adesso ci sono i raid aerei, un dittatore ara­bo, le popolazioni oppresse da di­fendere, qualche interesse per il pe­trolio. Dov’è ladifferenza?Bisogna chiederlo agli esperti della Settima­na Enigmistica, rubrica «aguzza la vista».
Intanto la guerra è cominciata. E stavolta, nessuna indignazione. Sa­rà che le prime bombe à la carte so­no state francesi? Si sa come sono i nostri cugini, charmant anche quando sparano: le due fregate mandate in avanscoperta si chia­mano Jean Bart e Forbin, gli aerei Rafale. Sentite com’è chic? Essere presi a cannonate dalla Forbin di sicuro è meno doloroso, il Rafale probabilmente sgancia i suoi siluri micidiali con uno spruzzo di Cha­nel n.5. Dev’essere per forza così, perché altrimenti avremmo già le piazze invase, i balconi otturati di vessilli, Agnoletto e Casarini alla guida di una maxi marcia della pa­ce, con gli striscioni delle Acli, e i pullman pagati dalla Cgil. I disob­bedienti, in nome della pace, avreb­bero già spaccato un paio di vetri­ne. E Annozero avrebbe già organiz­zato una puntata speciale sul pon­te di Tripoli, con diretta della con­tessina Beatrice Borromeo avvolta nella bandiera arcobaleno davanti alla base di Aviano. Invece, niente.
Le agenzie regi­strano una dichiarazione di Gino Strada, un po’ di orfani di Rifonda­zione comunista e poco altro. C’è Il Manifesto , che onora la linea pacifi­sta, qualche francescano sparso. E nulla più. Ma dove sono finite le masse pacifiste? Dove sono le ma­ree colorate che sfilavano dietro la grande scritta «senza se e senza ma»? Dove sono quelli dell’artico­lo 11 della Costituzione? Chissà: forse sono distratti. Forse è colpa del week end lungo.
Forse il pacifi­smo si è concesso l’ultimo week end a Saint Moritz. O forse l’ubria­catura patriottica ha fatto dimenti­care che «la guerra giusta non esi­ste », come urlavano solo poco tem­po fa. Se è così, beh, cari amici pacifisti, c’è ancora tempo. Ora che togliete la bandiera tricolore dal balcone, potete subito sostituirla con quella arcobaleno. Ora che a Saint Moritz la neve si scioglie potrete invadere Roma con un corteo. E così potrete chiedere ai leader della sinistra, co­me mai ai tempi dell’Irak sfilavano al vostro fianco senza se e senza ma e adesso invece sono così pieni di se e di ma da arrivare a dire, come Francesco Boccia, che «concedere le basi è il minimo, bisogna fare di più». Ma certo, di più: ci manca so­lo che chiedano di radere al suolo Tripoli, magari usando testate nu­cleari e armi batteriologiche, e poi la conversione sarebbe comple­ta… Per carità, la realpolitik va bene.
Figurarsi: sono anni che la predi­chiamo. Sono anni che diciamo che un dittatore si può anche bom­­bardare, se serve a salvare vite uma­ne. Sono anni che non ci scandaliz­ziamo per il fatto ch­e le guerre si fac­ciano anche per interessi economi­ci, perché da sempre avviene così. Quello che ci fa un po’ paura è l’inte­gralismo dei neofiti. Soprattutto, fa un po’ ridere pensare che si possa manifestare per mesi urlando che «non esiste una guerra giusta» e poi scoprire all’improvviso che una guerra giusta esiste. E pure vicino a casa. Sarebbe interessante sentire come riescono spiegarglielo i verti­ci del Pd ai pacifisti. Sempre ci fosse­ro ancora i pacifisti, naturalmente. E sempre ci fossero ancora i vertici del Pd. So qual è la giustificazione pron­to uso: questa guerra è figlia di una decisione Onu, dunque si può fare. Ma se una guerra giusta non esiste, come può esistere dopo una dichia­razione Onu? E poi ce li ricordiamo bene i Pax Cristi con Pd al seguito quando sfilavano dicendo che l’ar­ticolo 7 dell­e Nazioni Unite impedi­sce comunque la guerra.
Ce lo ricor­diamo Dario Franceschini quando dichiarava: «L’approvazione del­l’Onu non basterebbe». E allora? Che cos’è cambiato? Sarà che alla guida degli Stati Uniti c’è il demo­cratico Obama e non il perfido Bu­sh? Yes we can : le bombe black so­no politicamente corrette? Profu­mano anch’esse come le verdurine dell’orto di Michelle?O forse la sini­stra di casa nostra, nella sua totale confusione, ha scambiato Ghedda­fi con Berlusconi, per via dell’anti­co rapporto, ed è intimamente con­vinta che bombardando Tripoli si bombardi un po’ anche Arcore?
Quanta ipocrisia: ai tempi della guerra in Baghdad i seguaci di Sad­dam venivano definiti «resistenza irachena». Se c’è qualcuno dispo­sto a definire i seguaci di Gheddafi «resistenza libica» si faccia avanti subito. Altrimenti potremo dire, una volta per tutte, che quel pacifi­smo era una fetenzia, robetta stru­mentale. E che le guerre, dall’Irak alla Libia, si possono fare. Di sicuro non sono mai belle. Ma, a volte, possono anche essere giuste.





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Libia, l'attacco di Sarkozy: ecco le vere ragioni del suo interventismo

di Marcello Foa


Alla base della decisione del presidente francese ci sono motivi elettorali, economici e strategici


Ci sono le ragioni ufficiali: vibranti, altruiste, persino romantiche. E poi ci sono quelle reali, meno seducenti, ma, sovente, rivelatrici. Sia chiaro: Sarkozy crede davvero che sia giusto, anzi doveroso, aiutare il popolo libico. E l’impeto con cui ha trascinato un Occidente, riluttante all’intervento, rispecchia il suo temperamento volitivo e i suoi valori, liberali, che il retaggio di una famiglia fuggita dall’Ungheria accentua e sublima. Questa è, davvero, la guerra di Sarkozy. Ma motivata oltre che dalla nobiltà degli intenti, da calcoli politici, economici e strategici.

Quelli politici, già esaminati ieri sul Giornale da Angelo Allegri, sono chiari. L’anno prossimo la Francia sarà chiamata alle urne per eleggere il presidente e Sarkozy si trova in una situazione disastrosa. Se si votasse oggi verrebbe superato sia dal socialista Strauss-Kahn che da Marine Le Pen. Il problema è che la sua impopolarità non è effimera, bensì radicata nella coscienza degli elettori. In questi frangenti, come sanno gli spin doctor, per recuperare consensi occorre creare un nuovo frame ovvero una nuova percezione del presidente da parte del pubblico. Il fatto che Sarkozy, da solo (o quasi), sia riuscito a convincere la comunità internazionale a prendere le armi contro Gheddafi, lo fa apparire in una luce diversa, dunque un candidato di nuovo plausibile. Operazione brillante, che - sondaggi alla mano - per ora sta riuscendo.

Brillante, ma non esaustiva. La seconda ragione è strategica. La Francia, ex potenza coloniale, esercita ancora una certa influenza in molte zone dell'Africa del Nord e di quella nera e che è stata colta di sorpresa dalle rivolte in Tunisia e in Egitto, durante le quali si è mostrata molto prudente con Mubarak e, soprattutto, con Ben Ali, nella presunzione che il vecchio paradigma fosse ancora valido; ovvero amicizia con regimi autoritari in cambio della loro fedeltà strategica. E, invece Obama, che ha appoggiato le rivolte di Tunisi e del Cairo, ha segnato una svolta: per difendere gli interessi dell’Occidente non bisogna più, necessariamente, appoggiare vecchi regimi corrotti, bensì - con le dovute precauzioni - sostenere gli oppositori laici emergenti, prevenendo così rivolte dei fondamentalisti islamici.

Appoggiando i ribelli, Sarkozy vuole rimediare alla passività dimostrata in Egitto e in Tunisia e si propone - al pari degli Usa - come riferimeno per eventuali nuovi movimenti democratici nell’Africa francofona.

La terza motivazione è economica. La Libia ha rapporti privilegiati con l’Italia, ma in caso di caduta di Gheddafi, la gratitudine dei rivoltosi non potrà che essere molto generosa, ribaltando o riequilibrando la situazione a vantaggio di Parigi. Nuova Libia significa nuovi contratti per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas, nuovi contratti per la ricostruzione del Paese. E significa, per l’Eliseo, estendere la zona d’influenza. Date un’occhiata alla cartina: Marocco, Algeria e Tunisia sono già francofone. Con la Libia gran parte del Nord Africa finirebbe sotto l’ombrello francese. Tra gli applausi del mondo.




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Oltre l'umanitarismo c'è il nostro interesse

di Giuliano Ferrara


Ipocrita aspettare l’Onu, bisognava muoversi subito o astenersi. Ma ora l’Italia deve partecipare per tutelare i propri interessi



Umanitarismo, quan­ti delitti si commet­tono in tuo nome. Peggio: quanti erro­ri. Guardate il caso della Li­bia di Gheddafi, ora al cen­tro di una tempesta diplo­matica e militare con l’Ita­lia in prima linea. Una fred­da e razionale analisi politi­c­a suggeriva da subito un’al­ternativa secca: la minaccia di un intervento rapido e ri­solutivo per abbattere il raìs, con il dispiegamento della forza militare, oppure l’esplicita dichiarazione di astensione da ogni interfe­renza.

Nel primo caso sareb­be stato drammaticamente indebolito Gheddafi, che poteva cadere dall’interno. Nel secondo, si sarebbe im­pedito che la rivolta nutris­se le­illusioni che hanno por­tato alla presa di Bengasi. In­vece si è deciso di interveni­re male e tardi, a guerra civi­le dispiegata. E di interveni­re con molti caveat o condi­zioni, che rendono proble­matica l’efficacia dell’azio­ne. Niente truppe di terra, una no fly zone di cui è diffi­cile definire gli obiettivi, l’obiettivo limitato della protezione dei civili dal­l’av­anzata della controffen­siva di Tripoli contro la ribel­lione della Cirenaica. Con il “guerrafondaio” Bush, a un mese dall’11 set­tembre il regime talebano protettore di Osama Bin La­den non esisteva più, e il ca­po del terrorismo interna­zionale aveva trovato rifu­gio in una caverna da cui dieci anni dopo non è anco­ra uscito.

Con Obama, “l’umanitario”, a quasi tre mesi dall’inizio dei sommo­vimenti in Medio Oriente, con la rivolta del pane in Tu­nisia ( 8 gennaio),l’Occiden­te brancola nel buio e si im­barca in un’impresa legitti­mata dalle circostanze ma politicamente dubbia, sen­za prospettive certe, piena di ambiguità. L’umanitarismo non è so­lo una edificante visione del mondo, è una maschera ideologica. Costringe al­l’inazione, mette i governi in mano a un’idea equivoca di ciò che vuole davvero l’opinione pubblica, dilata i tempi delle decisioni crucia­li e li affida alla ambigua re­te di consenso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, un organismo fonda­to sul diritto di veto dei suoi membri permanenti.

La po­litica realista è nella storia l’unico motore di pacifica­zione, ed è fondata sulla conciliazione e convergen­za di interessi nazionali o globali incarnati dall’inizia­tiva di stati e co­alizioni allea­te che sanno quello che fan­no, che sanno fare fino in fondo quello che fanno, e che agiscono per scopi re­sponsabili, con un uso proporzionato della forza. Nel 1991 una vasta coalizione occidentale e araba, con Bush padre e Colin Powell, scacciò Saddam Hussein dal Kuwait, che il dittatore di Bagdad aveva invaso, e lo condannò alla pri­gionia in casa sua fino alla cacciata del 2003. Nel 1995 f u il bombardamento della Nato con­tro i serbi che martoriavano Sarajevo a rende­re possibili gli accordi di Dayton e la fine delle sanguinose guerre balcaniche. La guerra del Kosovo del 1999 portò, senza alcuna autorizza­zione delle Nazioni Unite, alla fine del regno nazional-comunista di Slobodan Milosevic, fattore di tragica destabilizzazione del sud est europeo.

L’attendismo umanitario non ha mai prodotto niente d i buono: basti pensare a l Darfur o, prima, al Ruanda, due luoghi di ster­minio che hanno dovuto fare amaramente i conti con le chiacchiere lacrimevoli e umani­tarie dello star-system e la riluttanza della co­munità internazionale ad assumere su di sé il peso dei propri interessi regionali e globali. Le guerre di stabilizzazione contro gli Stati falliti o gli Stati canaglia portano lutti, esigono tempra e sangue freddo, ma le vittorie porta­no stabilità e pace, e proteggono i diritti uma­ni conculcati dalla furia della storia. Il nulla compassionevole, risvolto moraleggiante di uno spudorato cinismo sentimentale, è inve­ce il risultato dei discorsi alati, delle mani te­se, delle grandi sfilate arcobaleno, delle infini­te prove di debolezza verso i prepotenti di cui è autore l’umanitarismo. Le truppe olandesi inquadrate nell’Onu e impacciate dalla sua ideologia pacifista e umanitaria, nel luglio del 1995 si astennero dall’intervenire a tempo, e assistettero inerti a uno dei più atroci massa­cri della storia europea, lo scannamento di mi­gliaia di musulmani di Bosnia da parte delle truppe serbo-bosniache.

Se questo è vero, adesso per l’Italia di gover­n o e d i opposizione è il momento d i partecipa­re impegnativamente all’impresa europea e americana decisa con un grottesco ritardo, ma con grande attenzione agli interessi italia­ni coinvolti nell’operazione: specialmente in­teressi di sicurezza militare ed energetica, e di protezione dei confini da incontrollate onda­te migratorie. Senza mai dimenticare, nono­stante le pittoresche deformazioni del siste­ma dei media e il bailamme fazioso in cui il Paese è immerso, che con gli accordi del 2008, stipulati con il colonnello Gheddafi titolare d i u n legittimo potere a Tripoli, abbiamo do­verosamente chiuso un doloroso e secolare contenzioso coloniale.

Le effervescenze di Sarkozy, che come h a ricordato Sergio Roma­n o aveva fino a d ora sbagliato l a politica me­diterranea e araba della Francia, possono e devono essere temperate d a una nostra capa­cità d i recupero e d i mediazione della pachi­dermica m a non incomprensibile riluttanza della Germania a d imbarcarsi per l a Cirenai­ca. E che l a Fortuna assista l e strategie milita­ri di eserciti e Stati occidentali spesso pronti a cadere nella trappola ideologica dell’uma­nitarismo.




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Calcoli politici e paura: così il Carroccio si riscopre neutralista

di Paolo Bracalini


Dietro l’astensione sulla missione il timore di un’ondata migratoria. Proprio alla vigilia delle amministrative



Roma

«È la Lega, paradossalmente, a difendere l’interesse nazionale, proprio come sta facendo la Germania. Chi si riempie la bocca di patriottismo forse non pensa alle conseguenze che per l’Italia avrebbe una guerra. Noi non temiamo le ripercussioni militari di Gheddafi, ma le migliaia di profughi e di disperati che si riverserebbero sulle nostre coste. A chi toccherebbe prenderseli sul groppone? All’Italia, non certo alla Francia. E allora dobbiamo stare molto attenti, l’abbiamo detto fin da subito, il braccio di ferro militare è un errore».
Quel che Roberto Maroni ha confessato ai suoi più stretti collaboratori rispecchia i sentimenti che agitano il Carroccio in queste ore. Attaccata da sinistra e da destra per la freddezza sulle celebrazioni unitarie, isolata sul no all’intervento in Libia, i vertici del partito stanno riscoprendo l’antico dna della Lega, autonomista e neutralista (l’opposizione di Bossi ai bombardamenti su Belgrado del ’99). Con il paradosso ulteriore che la Lega, fortemente critica in passato sulle cerimonie beduine del Raìs (personaggio detestato dalla base), è ora il partito più prudente sul rovesciamento militare del governo di Tripoli.
La leva principale di questa prudenza leghista, che ha il suo epicentro in Maroni (è lui che ha «dato la linea» a Bossi, dal privilegiato punto di osservazione del Viminale), è lo spettro dei barconi di immigrati che potrebbero invadere le nostre coste. «Non siamo mai stati amici di Gheddafi, ma con lui c’era un accordo, è servito da tappo per l’immigrazione. Cosa succederà senza di lui?», si interroga Maroni nei colloqui privati. Bossi e i suoi, in versione «nazionalista», covano il sospetto che l’intervento militare rischi di «servire più agli interessi americani che a quelli italiani». Un timore che aveva trovato una traduzione in una dichiarazione, stavolta ufficiale, ancora di Maroni, quando aveva invitato gli americani a «darsi una calmata». E anche Bossi parla molto chiaro: «Con i bombardamenti verranno qui milioni di immigrati. Il Cdm aveva rallentato l’appoggio con una posizione cauta di non partecipazione diretta. Poi c’è qualche ministro che crede di essere più del premier e parla a vanvera. La posizione più equilibrata è quella della Germania. Era meglio essere più cauti. Io penso che ci porteranno via il petrolio, il gas e tutto». Poi in serata la stoccata ai francesi: «Il mondo è pieno di abilissimi democratici, da Napoleone in poi, che sanno fare i loro interessi. Mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto».
L’instabilità nel Mediterraneo e in particolare della Libia (una sorta di «dogana» per i flussi migratori) tocca un tasto sensibile per la Lega, l’immigrazione, che è poi la materia di competenza di Maroni, che si troverebbe a dover gestire una situazione molto complicata se si realizzassero i timori dell’invasione. Un effetto boomerang che per la Lega sarebbe una tragica beffa.
Da qui lo «smarcamento» leghista rispetto al Pdl ma anche al Pd (e persino Idv), tutti interventisti. Ma, per una curiosa coincidenza temporale, non è l’unico movimento centrifugo del Carroccio nelle ultime settimane. Anche la festa dell’unità d’Italia ha dato la stura al nodo latente dell’asse Pdl-Lega, cioè l’opposta sensibilità sul riconoscimento dello Stato unitario e centralista. La ricorrenza, decisa all’ultimo (senza l’appoggio della Lega), ha prodotto una serie di frizioni sia a livello nazionale che locale. L’epicentro è in Lombardia, regione dove la tensione Pdl-Lega è più alta. E qui entra in gioco l’altra variabile del nuovo «isolazionismo» leghista, cioè le amministrative di maggio. La campagna elettorale funziona da acceleratore delle divisioni, scatenate dalla retorica sui 150 anni. La Lega e il Pdl bisticciano pesantemente in Regione Lombardia, con Formigoni accusato dai leghisti (tutti di prima linea, come Davide Boni, Andrea Gibelli e Stefano Galli) di voler mettere il cappello su tutte le iniziative (anche l’apertura del Pirellone il 17 marzo) e di tentare di sabotare la Lega ad ogni occasione (ultima, il sondaggio promosso sul sito di Formigoni a proposito della data per la festa della Lombardia proposta dalla Lega).
Le frizioni si riverberano anche nella scelta dei candidati per comuni e province. La Lega ha scelto la via solitaria, senza Pdl, in molte città anche importanti come Bologna, Trieste, Treviso. Problemi con i ciellini-pidiellini a Pavia, dove bisogna decidere chi candidare alla Provincia. Problemi anche a Varese, cuore del leghismo, dove il Pdl sta lavorando ad un candidato forte (l’assessore Cattaneo) da contrapporre ad Attilio Fontana della Lega. Per non parlare di Busto Arsizio e Gallarate, dove non c’è solo il Pdl da «contrastare», ma anche il «cerchio magico» della Lega stessa, che sta cercando - dicono i leghisti - di fare la partita sua, a spese di Maroni e Giorgetti. Nemmeno da soli si può stare in pace.




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Io dico che questo è un conflitto sbagliato

di Vittorio Sgarbi


Bombardare oggi è un atto di terrorismo. Meglio la non belligeranza scelta da Malta e dalla Germania



Illustre Presidente ritengo mio dovere scrivere oggi, per futura me­moria, il mio pensiero sulla vicen­da libica. Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli americani. Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare. In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte. L’illuminismo si è fer­mato. Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na. Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito. Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le.

Nessuno può disporre della vita di un altro. Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico. Non parlo per questio­ni di principio. Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili. Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi. Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni. Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere inguerra.

E non c’è nessuna buona ragione di concedere ad americani e francesi le nostre basi di Gioia del Colle, Trapani, Sigonella. Malta che, con noi è il Paese più vicino e più a rischio, non consentirà l’uso delle basi.Perché l’Italia sì?Sarà op­portuno ricordare che già la Libia ha sopportato un lunghissimo em­bargo e già si era imposta dall’Onu una no fly zone . Ecco perché scrivo ora. Quell’embargo,quella no fly zone io li violai nel 1998 con una impresa temeraria che ful’iniziodello scon­gelamento dei rapporti fra l’Italia e la Libia prima con Prodi e Dini, poi con D’Alema, poi con Berlusconi e ancora con Prodi e con Berlusconi. Tutto il mondo ha assistito a questa evoluzione che ha interessato an­che Francia, Inghilterra e persino l’America. Gheddafi, sempre lo stesso, era diventato buono? No.

Si era preso atto di una situazione con­solidata e della necessità di trovare un alleato sicuro contro gli sbarchi di clandestini che interessano pre­valentemente se non esclusivamen­te l’Italia, non l’America. Anche in questo diverso. Perché allora oggi scoprire che Gheddafi non è un leader democra­tico? Non lo è mai stato. Come non è una insurrezione di popolo, per un risorgimento (come si illude non so quanto credendoci Napoli­tano), la rivolta delle città libiche contro Gheddafi. Si tratta come san­no gli osservatori più informati di una guerra fra tribù in un complica­t­issimo sistema che muove interes­si del tutto estranei a quelli del po­polo. Se Gheddafi cade non sarà una democrazia a determinare il nuovo potere ma un intreccio di al­leanze di famiglie che prenderan­no il potere contro il popolo stabi­lendo un altro regime.

Voglio ricor­dare che quando andai la prima vol­ta inLibia prima di violare l’embar­go con un lunghissimo ed estenuan­te viaggio, prima ancora di mostra­re a me e alla mia delegazione i su­blimi siti archeologici di Leptis Ma­gna, di Sabratha, di Cirene, Ghedda­fi ci indirizzò come a un santuario al «museo» cui più teneva: la sua ca­sa bombardata dagli americani, mi pare nel 1987, per tentare di cacciar­lo come vogliono fare ora. Non ci riuscirono, come si è visto. Ma in quella casa morì, con altri libici, an­che la figlia di Gheddafi. La morte di un soldato in guerra è tragica, ma è nelle cose; la morte di un cittadino inerme o di un bambi­no, non è accettabile. Bombardare equivale a un atto di terrorismo: è colpire alla cieca, colpire chi non si può difendere e colpire chi è inno­cente. Far pagare ai cittadini, come con le limitazioni derivate dagli em­barghi, le colpe del dittatore.

Se tale era, come fu a partire dal suo colpo di Stato, e come è, non bisognava in nessun momento scendere a patti con lui.L’abbiamo ricevuto,onora­to. È stato visitato e ossequiato, da D’Alema come da Berlusconi.Oggi noi, che siamo i più esposti, non ci possiamo permettere di voltargli le spalle riconoscendolo improvvisa­mente come criminale di guerra, quale era già stato, per esempio, con il caso Lockerbie. Dopo Gheddafi non c’è la demo­crazia, c’è la deriva come in Soma­lia. Ci saranno altri colonnelli. E le nostre coste sempre più indifese. Ma soprattutto, concedendo le ba­si, saremmo complici di tutte le morti inevitabilmente causate dai bombardamenti. Per difendere i li­bici da Gheddafi, diventeremmo come lui.

Potrà così avvenire che lui si salvi e che noi uccidiamo inno­centi, esattamente quello che si at­tribuisce alla sua azione militare in casa. Per eliminare Gheddafi, usan­do le stesse armi (di aria, certo, non di terra!) diventeremo come Ghed­dafi. L’unica strada resta dichiarare come la Germania e Malta la non belligeranza e lasciare a francesi e americani la decisione di un altro scellerato attacco in nome della de­mocrazia e della libertà (la loro, non quella del popolo libico).




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Telebiella e niente fu come prima

di Alessandro Gnocchi


Nato nel 1971 il canale di Peppo Sacchi fu il primo a mettere in crisi la Rai e il governo: ecco come



 

La «questione televisiva» ha un ruolo di primo piano nella scena culturale e in quella politica. Con un’evidente impennata a partire dal 1994, anno in cui Silvio Berlusconi «scese in campo». La litania è nota: le televisioni commerciali, con la loro mediocrità fatta di consumismo e ossessione per il successo, hanno corrotto gli italiani e preparato il terreno all’ascesa del centrodestra. L’accusa non è nuova e nemmeno originale, visto che, con sfumature solo leggermente diverse, ha accompagnato l’intera storia delle emittenti private (se non proprio quella della televisione stessa). Una storia in realtà gloriosa, come ricorda il libro di Silvano Esposito: Telebiella e niente fu come prima. Storia della prima tv privata italiana (CDG, pagg. 172, euro 16).

Telebiella, creata dall’ex regista Rai Peppo Sacchi, nasce ufficialmente il 30 aprile del 1971. Fu registrata in tribunale con questo nome: Telebiella A21 Tv. E il particolare non è irrilevante. A21 sta per Articolo 21, ed è un richiamo al passo della Costituzione in cui si garantisce la libertà d’espressione, all’epoca conculcata dal monopolio statale sulle telecomunicazioni. Telebiella dunque, fin dall’inizio, era una consapevole alternativa alla Rai. Poco attratto dagli aspetti commerciali, Sacchi aveva una linea editoriale che valorizzava il localismo più autentico della provincia italiana. I programmi erano trasmessi via cavo per aggirare la legge che consegnava l’etere alla tv di Stato. Nel 1974, il cavo raggiungeva «gli otto chilometri e circa 500 edifici connessi, per un totale di 2500 potenziali utenti» a cui bisogna aggiungere i televisori pubblici collocati lungo le vie dello struscio e in alcuni negozi (il barbiere, a esempio).

Cosa potevano vedere gli affezionati telespettatori? Telebiella era indirizzata alla comunità, e la comunità, per la prima volta, prendeva la parola: operai, alunni, aspiranti artisti comparivano in programmi quali Videoscuola e Televisione Studio B. In Casella postale 99 e Filo diretto, il conduttore, lo stesso Sacchi, apriva il microfono agli interventi del pubblico. Elementi della tv moderna, sperimentati proprio a Telebiella. Ma c’erano anche il telegiornale e l’informazione in diretta con un occhio di riguardo alla difesa dei diritti dei cittadini. Nel corso degli anni, fra il 1971 e il 1976 collaborarono personaggi come Enzo Tortora, Bruno Lauzi, Cino Tortorella, Memo Remigi, Ugo Zatterin, Daniele Piombi, Anna Maria Rizzoli, Febo Conti, Mario Soldati. E il talento comico di Ezio Greggio fu tenuto a battesimo televisivo proprio da Sacchi.

Nel giugno 1973 l’emittente fu oscurata dal governo Andreotti. Sacchi fece ricorso alla Corte costituzionale, ottenendo una parziale ma importante vittoria. Fu l’inizio di una battaglia che portò, nel 1976, alla prima vera picconata del monopolio statale, anche se per una legge di sistema si dovrà attendere il 1990. In mezzo, c’è l’ascesa delle tv locali, e poi del network berlusconiano. Dopo, le polemiche che ben conosciamo e chi volesse documentarsi su questi anni può farlo recuperando La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008 di Franco Debenedetti e Antonio Pilati, edito da Einaudi.

Perché questa avventura, con qualche precedente nel Sud e a Torino, prese piede a Biella fino a diventare un caso nazionale? Biella, secondo Esposito, aveva le caratteristiche giuste. Provincia ricca e lontana dal dominio torinese automobilistico, con un polo industriale alternativo (il tessile) di nicchia ma sviluppato. Imprenditori pronti a investire, almeno inizialmente. E una diffusa ideologia anti-monopolistica: il biellese era una storica roccaforte del Partito liberale «malagodiano».

Erano gli ingredienti necessari per accendere la miccia. La televisione privata e commerciale scoprirà di lì a poco un mondo con gusti e relativi consumi nuovi; e un diverso tipo di imprenditore, estraneo alle grandi famiglie del capitalismo italiano, capace di interpretarli e soddisfarli. È il mondo della moda, del design, della pubblicità, del made in italy che darà vita, negli anni Ottanta, a un piccolo boom economico modernizzando il Paese, chiedendo libero accesso ai mezzi di comunicazione e scontrandosi con la dominante mentalità statalista. Quest’ultima, in campo televisivo, predicava il pluralismo all’interno del monopolio e non attraverso il mercato. Una ricetta che ha portato alla selvaggia lottizzazione politica dei canali Rai.




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Il Fatto e Telecom querela il Tg1

di Andrea Cuomo


Il quotidiano di Travaglio e la società telefonica querelano la testata diretta da Minzolini. Motivo del doppio assalto giudiziario? Il telegiornale ha dato una notizia: quella sul nuovo assetto di vertice del gruppo guidato da Bernabè 



 

Roma Una notizia, due querele. Assalto giudiziario al Tg1 di Augusto Minzolini per un servizio andato in onda nel giornale delle 13.30 di venerdì scorso. Tema: il nuovo assetto al vertice di Telecom. A portare in Procura la testata ammiraglia della Rai, in due diverse azioni, la stessa Telecom e Il Fatto Quotidiano. Niente male per un telegiornale, quello di Minzolini, spesso accusato dalla stampa di sinistra e dallo stesso Fatto, di avere gli artigli spuntati e di nascondere le notizie.

Il servizio della discordia, firmato da Francesca Oliva e Mario Prignano, dà conto della cura con cui il battagliero quotidiano diretto da Antonio Padellaro ha seguito negli ultimi tempi gli assetti societari della grande azienda di telecomunicazioni. I due giornalisti del Tg1 raccontano dei dettagliatissimi articoli del Fatto e dell’impressione che essi mirassero a descrivere Franco Bernabè, amministratore delegato uscente di Telecom, come il baluardo dell’azienda contro chi ha intenzione di soffiargli la «ricca partecipata Telecom Argentina». Il tutto per blindare la sua posizione, anzi rafforzarla. Missione compiuta. «Passano soltanto 48 ore - racconta il Tg1 - e il manager si ritrova sulla poltrona di presidente esecutivo con deleghe sulle operazioni straordinarie, finanza e rapporti con le authority. Una poltrona conquistata, secondo il quotidiano, anche grazie alla risonanza dell’inchiesta della magistratura». Non solo.

Prosegue il servizio: «Nello stesso giorno, altra coincidenza, il neodirettore generale Luciani (Luca, ndr), una nomina concepita insieme con quella dell’amministratore generale Patuano (Marco, ndr) per ridimensionare il potere di Bernabè, viene iscritto sul registro degli indagati per un giro di sim false. Il Fatto Quotidiano, sempre attento, ritiene che sia una notizia da prima pagina». E qui la stoccata: «Del resto Telecom è un pallino fisso del giornale, che solo nell’ultimo mese ha ospitato sei pubblicità a tutta pagina dell’ex monopolista telefonico».

Una constatazione, questa, che non piace né a Bernabè né al Fatto, che come detto passano alle vie legali. Non ci vuole particolare malizia per notare che i querelanti sono di fatto due media concorrenti - sia in termini industriali sia soprattutto in termini politici - del Tg1. Telecom infatti possiede La 7, il cui tg guidato da Enrico Mentana è un competitor ambizioso del Tg1 di Minzolini. Quanto al Fatto Quotidiano, ha sempre avuto il pallino, oltre che di raccontare le vicende interne a Telecom, di utilizzare ogni pretesto per sbeffeggiare Minzolini. Sempre venerdì il quotidiano «rosso» sbatte in prima pagina l’apertura da parte della Procura di Roma di un fascicolo sulle spese di Minzolini con la carta di credito aziendale. E ieri immancabile ecco l’autocompiaciuto sermone di Marco Travaglio (intitolato Omnia sozza sozzis) che ironizza di nuovo su Minzolini e cataloga il servizio del duo Oliva-Prignano come una sorta di vendetta trasversale contro gli articoli di Marco Lillo e Carlo Tecce sul «Direttorissimo». Il quale replica con due riflessioni: «È la prima volta che una tv viene querelata per aver raccontato in video quello che si legge su un giornale senza aggiungere né togliere niente. Neppure la pubblicità».

«In secondo luogo - prosegue Minzolini - il Tg1 rivendica la possibilità di esercitare il diritto di cronaca e di svolgere un giornalismo d’inchiesta su una grande azienda come Telecom che, per unanime ammissione, da azienda gioiello dell’industria italiana ha perso posizioni in Italia e nel mondo». Chiamata urbana urgente per Bernabè.




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E morto l'orso Knut, la mascotte dello zoo

Corriere della sera

Berlino, era quasi una star. Disposta un'autopsia


MILANO - Knut è morto. L'orso polare di quattro anni diventato star internazionale è crollato improvvisamente sabato mattina davanti agli occhi inorriditi di circa 700 visitatori dello zoo di Berlino. Galleggiava senza vita nel laghetto del recinto per gli orsi, ha riferito il suo custode Heiner Klös. Non sono ancora chiare le cause del decesso: sull'animale ora verrà fatta un'autopsia. Quando era una palletta di pelo bianco come la neve, l'orso bianco più famoso del mondo attirava masse giubilanti nella capitale tedesca. Non solo i bambini e le mamme, anche giornali e tv di tutto il mondo volevano foto, film e servizi sul simpatico orsetto polare.


TERRIBILE - «E' terribile», è stato il commento del primo cittadino di Berlino, Klaus Wowereit, appena appresa la notizia. «Knut era entrano nei nostri cuori». Nato in cattività nel dicembre del 2006, abbandonato dalla madre Tosca subito dopo la nascita, era stato affettuosamente allevato da Thomas Dörflein, il custode dello zoo, morto improvvisamente nel 2009 a 44 anni per un attacco cardiaco. Knut, diventato subito la mascotte di Berlino, era anche il primo orso bianco in cattività dopo 33 anni nella capitale tedesca. Secondo Klös, l'orso polare si trovava da solo nel recinto.

I tre compagni, la madre Tosca e le due orse Nancy e Katjuscha, erano già state rinchiuse. Tuttavia, nei mesi scorsi alcuni etologi avevano lanciato l'allarme sullo stato di salute del noto plantigrado spiegando che mostrava problemi comportamentali quali attacchi di panico, linguacce e smorfie insolite, continui movimenti in gabbia senza una direzione o uno scopo preciso. In questi anni il giovane animale ha fatto senz'altro guadagnare molti soldi al giardino zoologico tedesco. Milioni di visitatori sono arrivati da tutto il mondo per vederlo. E che ancora venivano, seppure Knut non fosse più quella tenera palletta bianca. Nel frattempo aveva infatti raggiunto la ragguardevole stazza di quasi 300 chili.


Elmar Burchia
19 marzo 2011(ultima modifica: 20 marzo 2011)

Liberiamo la musica»presidio contro le chiusure dei locali

Corriere della sera


MILANO- Chiuse le Scimmie, chiusa la Casa 139: nelle settimane scorse, a due luoghi storici della musica dal vivo milanese era stata tirata giù la saracinesca per ingiunzione «comunale». Vuoi per ragioni di sicurezza o per tesseramenti Arci ( a suo dire) irregolari, la polizia annonaria aveva detto basta. Ultimi di una lunga serie, perchè per ragioni analoghe e diverse, nel capolugo lombardo negli ultimi due anni erano scomparsi anche altri club importanti come il Rolling Stone, il Rainbow o il Music Drome.


Hanno deciso però di dire basta anche gli artisti nonché i proprietari di locali, i deejay, perfino i baristi e i bodyguard. Oltre ai clienti, ovviamente. Contro le chiusure in questo caso. Con un presidio colorato e rumoroso «Liberiamo la musica», in Piazza Fontana, 500 persone e personaggi noti come Alessandro Bergonzoni e Cochi Ponzoni. Perché le esigenze della sicurezza di chi frequenta i locali sono sacrosante e importanti, ma se, nella capitale della musica italiana, delle case discografiche e dei talent show, non suona più nessuno, sarà pure un problema. O no?

Matteo Cruccu
19 marzo 2011(ultima modifica: 20 marzo 2011)

Né mobilitazioni né bandiere i pacifisti soffrono in silenzio

La Stampa






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Archiviata l'inchiesta "Toghe lucane"

La Stampa






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L’Anm costretta alla retromarcia Alfano: «Visto? Serve la riforma...»

di Stefano Zurlo


nostro inviato a Cernobbio

Prova a smentire senza smentirsi. Giuseppe Cascini, il segretario dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), tenta di smarcarsi dalle imbarazzanti dichiarazioni pronunciate solo 24 ore prima. «Non è mai stata messa in discussione la legittimazione del parlamento democraticamente eletto a modificare una legge», spiega il pubblico ministero che venerdì aveva detto esattamente il contrario: «A mio avviso questa maggioranza non ha legittimità storica, politica, culturale e anche morale per affrontare questo tema». Ma ormai la bomba è lanciata e tutte le puntualizzazioni e le retromarce travestite da precisazioni servono solo a fare sentire il fragore dell’esplosione. Che arriva anche a Cernobbio, al forum di Confcommercio, dov’è presente mezzo governo.

Angelino Alfano, sorridente, quasi serafico per lo straordinario assist ricevuto, gli risponde davanti alle acque increspate del lago di Como: «Auspico che le parole del segretario Cascini vengano divulgate e che le ripeta pubblicamente perché sono la prova evidente della necessità e dell’urgenza della riforma». Insomma, il passo falso del segretario, sconfessato già venerdì, quasi in tempo reale, dal presidente dell’Anm Luca Palamara, diventa carburante per l’ambizioso e difficile progetto costituzionale del governo: «Noi - prosegue il ministro - crediamo che la riforma abbia legittimità e piena titolarità politica e morale per andare avanti». Poi, garbata nelle forme, arriva la stoccata: «Sottolineo che il segretario Cascini è un pubblico ministero in servizio permanente effettivo e lunedì mattina riprenderà il suo lavoro alla procura di Roma, immagino con quale serenità».

Da Roma è proprio Cascini a trasformarsi in pompiere e a cercare di spegnere l’incendio da lui stesso appiccato: la frase incriminata, «è stata estrapolata da un discorso molto articolato ed è stata impropriamente riportata. Il mio intervento era una riflessione molto ampia sul contesto politico e storico in cui è intervenuta questa riforma. Ho ricordato il clima di aggressione che vi è stato, non certo un buon viatico per una riforma che necessita invece di un confronto quotidiano, di un clima di concordia e dialogo».

Testo e contesto, dunque. Ma il testo prima di tutto che Cascini, esauriti i distinguo, torna a criticare, perché «sposta gli equilibri fra il potere giudiziario e quello esecutivo in favore di quest’ultimo e ciò riduce drasticamente le garanzie di indipendenza della magistratura e dunque le garanzie dei cittadini». Esattamente il contrario di quel che da Cernobbio spiega Alfano; con la riforma le garanzie per i cittadini aumentano: «Accusa e difesa devono essere pari e il magistrato che sbaglia deve pagare». Sono i due pilastri della rivoluzione, sotto il cui testo Alfano piazza una didascalia che è un po’ un antivirus contro le polemiche preventive: «Questa legge non è contro la magistratura, questa legge è fondamentale per avere un processo giusto e non farla sarebbe omissione di soccorso verso i cittadini. Oggi pm e giudice hanno la stessa carriera, lo stesso Csm, l’ufficio uno accanto all’altro e si danno del tu. L’avvocato invece deve dare a tutti e due del lei. E questa vi sembra la parità?»

La platea applaude, lui anticipa una possibile obiezione: «La riforma costituzionale non abbrevia, ci dicono, di un solo giorno la durata dei processi. È vero, ma non consideriamo questa una critica perché della durata dei processi, e in particolare di quelli civili, ci siamo occupati e ci stiamo occupando con altri provvedimenti». Alfano prende fra le mani un grafico che mostra la curva dell’arretrato civile: «Vedete, nel 2010, per la prima volta da trent’anni l’arretrato è sceso. Duecentomila processi in meno. È un segnale importante, dobbiamo proseguire su questa strada. Per questo da lunedì partirà l’istituto della mediazione obbligatoria, per questo abbiamo stanziato 50 milioni di euro che serviranno per informatizzare la macchina giudiziaria».

Avanti con le riforme, quindi... Ma anche il partito dei giudici va avanti con la guerriglia. L’Anm proclama lo stato di agitazione, anche se non si azzarda, per ora, a parlare di sciopero. Ma persino il vicepresidente del Csm Michele Vietti prende le distanze da Cascini: «Questa volta ha sbagliato».



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Lampedusa, una nave per i profughi

Corriere della sera

Venticinque anni fa fu colpita da due Scud libici destinati a un'installazione militare degli Usa


LAMPEDUSA - Arriva la San Marco, una nave militare, per alleggerire la presenza dei tunisini a Lampedusa. Ne potrà contenere un migliaio. Ma non basta a sedare i venti di rivolta echeggiati nell'isola perché albergatori, commercianti, pescatori hanno mal digerito l'annuncio del prefetto Giuseppe Caruso, il commissario straordinario dell'emergenza che non demorde dall'idea di allestire una tendopoli da mille posti. E il no all'accampamento è un coro che unisce tutti qui, destra e sinistra, parroco e circoli alternativi. Perché tutti vogliono svuotare l'isola dove invece continuano ad arrivare disperati, compresi i 16 salvati ieri da un peschereccio di Mazara del Vallo e i 60 da un pattugliatore della Marina.

Ma non è solo su questo che s'infiamma l'isola. La paura di vedere sforare il muro dei 4 mila tunisini ammassati ovunque in angoli fetidi, alla stazione marittima, sotto i porticati, nelle vecchie grotte, si miscela infatti al terrore della guerra nell'isola che non ne può più. L'immagine delle motovedette stracariche, lasciate a pendolare in rada perché operatori turistici, casalinghe, giovani occupano le banchine per non fare sbarcare nemmeno donne e bambini, s'incrocia con l'incubo di chi ricorda i missili lanciati da Gheddafi nel 1986. Una ragione in più per sentirsi esposti dopo i primi attacchi francesi, mentre cinque aerei canadesi si piazzano nell'aeroporto di Trapani-Birgi e decine di blindati compaiono al porto di Palermo.

Notizie che rimbalzano su questo scoglio inquieto del Mediterraneo. «E noi nel mezzo, a rischiare ritorsioni», tuona l'ex sindaco Totò Martello, l'albergo pieno di giornalisti e poliziotti. Infuriato contro il governo: «Ci lascia in balia dei clandestini e della guerra». E non si accontenta della rassicurazione del ministro Maroni («Si sta affrontando l'emergenza da due mesi e mezzo») anche perché il suo sottosegretario Alfredo Mantovano, pragmatico, ammette che, a 70 chilometri dalla Libia, «quello che è accaduto finora è l'aperitivo». Riferimento diretto all'esodo: «Sono giunti soltanto quanti cercano un lavoro e condizioni di vita migliori. Ma prevediamo l'arrivo di decine di migliaia di rifugiati anche da Sudan, Eritrea, Somalia. Ci segnalano concentrazioni di pescherecci nei porti della Libia». Quanto basta per far lievitare la protesta culminata nei tafferugli di venerdì contro tunisini e poliziotti mai visti qui schierati con caschi, scudi e manganelli. Come ieri per un contestato comizio di Forza nuova in piazza. Una partita che ha per posta la partenza dei migranti «per non trasformare Lampedusa in una Guantanamo», come dice il sindaco Dino De Rubeis. Ma è lui a tentare di placare i concittadini, a chiamare il Quirinale per una mediazione, mentre la sua vice, la senatrice della Lega Angela Maraventano, fa esplodere il caso dei «200 minori respinti dagli albergatori di sinistra» che, dice lei, «predicano bene e razzolano male, decisi a rifiutarsi di alloggiarli». E scatta il finimondo, anche in consiglio comunale dove contrattacca il capogruppo del Pd Giuseppe Palmeri, titolare di un albergo: «Mai ricevuta una richiesta».

È lo stesso per Martello, qui leader del Pd. Si scopre invece che nel cuore della notte ha aperto un residence Pino Maggiore, titolare di un paio di alberghi, infuriato pure con le associazioni umanitarie: «Alle tre di notte mi portano 35 bambini assiderati, 12 anni il più piccolo, 14 il più grande. E mi lasciano solo. Una notte e un giorno. Nessuno del Centro accoglienza o delle tante organizzazioni, fino a sera. Io solo a vegliarli, custode, responsabile. Un ragazzo col sangue al naso. Senza una camicia pulita. La mattina uno porta pane e latte: una busta ogni quattro bambini. E che sono cani?». Ecco un altro spinoso elemento di polemica poi sciolto con la partenza dei minori su uno dei tre voli di un ponte aereo comunque ancora asfittico. Niente rispetto alla mozione votata all'unanimità dal consiglio comunale su proposta di Palmeri. Un aut aut al governo: o si svuota l'isola in 48 ore o sarà sciopero generale «con blocco di aerei e navi».

Felice Cavallaro
20 marzo 2011




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Che cosa rischia l'Italia

Corriere della sera


Missili, armi chimiche e azioni isolate: tutte le incognite della vendetta del Raìs


ROMA - L'incognita adesso riguarda la potenza militare del regime di Gheddafi. Perché alcuni analisti e lo stesso presidente Silvio Berlusconi affermano pubblicamente che i missili a disposizione non hanno la gittata sufficiente per raggiungere il suolo italiano. Ma in realtà nessuno è in grado di fornire certezze sugli armamenti accumulati dopo la revoca dell'embargo e dunque sull'eventualità che il Colonnello sia in grado di colpire Lampedusa, Linosa e addirittura arrivare fino a Pantelleria. Del resto gli accordi economici stretti negli ultimi anni da numerosi Stati occidentali riguardano anche l'industria bellica, però non esiste una lista ufficiale delle apparecchiature consegnate. Gli apparati di sicurezza sono in regime di massima allerta e nessuna ipotesi viene scartata quando si analizzano le possibili «ritorsioni» già annunciate dal Raìs contro quegli Stati che gli hanno voltato le spalle, in testa proprio il nostro Paese. Non rassicura il fatto che nel suo proclama di ieri Gheddafi abbia minacciato esplicitamente soltanto Francia e Gran Bretagna. Perché il conto con l'Italia non appare affatto chiuso, soprattutto tenendo conto delle promesse che gli erano state fatte per ottenere la firma al Trattato di Amicizia e così bloccare i flussi dell'immigrazione clandestina.

Allerta alle frontiere di terra e mare

Un dispositivo particolare è scattato a protezione delle ambasciate e più in generale di tutte le sedi diplomatiche degli Stati coinvolti nei raid, così come sempre avviene in caso di una crisi internazionale tanto grave. Non risulta che i servizi di intelligence abbiano trasmesso al governo segnalazioni specifiche su possibili azioni progettate sul territorio. Ma due anni fa nessuno previde che Mohamed Game, cittadino libico residente da anni in Italia, si sarebbe fatto esplodere di fronte alla caserma Santa Barbara di Milano per protesta «contro il governo e Silvio Berlusconi responsabile della politica estera». Ed è proprio un eventuale gesto isolato ad allarmare, come è stato ribadito due giorni fa durante la riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza convocato al Viminale dal ministro dell'Interno Roberto Maroni.
La circolare firmata dal capo della polizia Antonio Manganelli e indirizzata a prefetti e questori al momento si limita a sollecitare «la massima attenzione per gli obiettivi sensibili e soprattutto per le frontiere marittime e terrestri», ma la decisione di convocare in maniera permanente il Comitato di analisi strategica conferma le preoccupazioni relative all'evolversi di «una situazione di guerra che può diventare simile all'Iraq e all'Afghanistan però questa volta in un Paese che si trova a poche centinaia di miglia da noi». In queste ore si cerca di scoprire se negli arsenali del Raìs ci siano armi chimiche. Le voci sono contrastanti, ma è pur vero che l'analisi su quanto stava accadendo nel Paese è apparsa da tempo carente se si tiene conto che nessun servizio segreto occidentale aveva previsto che cosa sarebbe accaduto in Libia: né la rivolta degli oppositori partita dalla Cirenaica, né tantomeno la capacità di Gheddafi di riconquistare la maggior parte del Paese come ha mostrato di poter fare negli ultimi giorni, prima della risoluzione dell'Onu di due giorni fa che ha deciso l'intervento militare a protezione della popolazione.

La rete degli ambasciatori

Per cercare di raccogliere il maggior numero di informazioni i servizi di intelligence occidentale si affidano dunque a quegli ambasciatori libici che il 21 febbraio hanno deciso di abbandonare il regime e schierarsi con i ribelli. Un documento congiunto diramato quattro giorni dopo si rivolgeva al «popolo in lotta» con un messaggio esplicito: «Popolo nostro, in questi momenti noi siamo con te, noi non ti abbandoneremo e ci impegneremo al massimo per servirti come soldati leali al servizio dell'unità nazionale, della libertà e della sicurezza. Noi rimarremo al nostro posto per servire il nostro popolo nei Paesi in cui siamo, nei quali rappresentiamo il popolo libico. Dio abbia misericordia dei martiri del popolo libico». Firme di spicco erano quelle del rappresentante diplomatico in Italia Hafed Gaddur, quello all'Onu Abdurrahman Shalgam che con Gheddafi era stato anche ministro degli Esteri, entrambi ritenuti fedelissimi del Colonnello.
La nota era stata sottoscritta anche dai loro colleghi in Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Grecia e Malta. Adesso sono tutti loro a poter fornire un aiuto prezioso per comprendere dove e come possa essere indirizzata la vendetta di Gheddafi. Il pericolo maggiore riguarda gli italiani e gli altri occidentali che si trovano ancora in Libia e potrebbero essere catturati per essere utilizzati poi come merce di scambio o comunque in un'azione di propaganda contro l'Occidente. Ma la paura per quanto potrà accadere ormai supera i confini dello Stato africano.

Fiorenza Sarzanini
20 marzo 2011




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