lunedì 21 marzo 2011

Il pilota del Tornado: «Niente bombe, il primo volo è stato di pattugliamento»

Corriere della sera


Parla uno dei top gun italiani che hanno partecipato alla prima missione sulla Libia: sorvolata l'area di Bengasi


MILANO - «Ieri sera nella missione condotta in Libia abbiamo solo pattugliato la zona nei pressi di Bengasi ma non abbiamo ritenuto di lanciare i missili contro i radar». Lo ha detto Nicola Scolari, 38 anni, uno dei tre piloti che ieri ha partecipato alla missione italiana contro la Libia. «Nella nostra missione - ha aggiunto Scolari - abbiamo verificato sulla Libia se vi fosse la presenza di radar accesi e qualora ne avessimo avuto conferma li avremmo distrutti».

RIENTRO - Forse qualche parola di troppo? Il maggiore Nicola Scolari starebbe lasciando la base siciliana per fare ritorno a Piacenza, dove presta servizio presso il 155° gruppo del 50° stormo. Lo si apprende dall'Adnkronos. Non se ne conoscono ancora i motivi

AZIONI ANTI-RADAR - «Il nostro gruppo - aveva raccontato Scolari incontrando giornalisti nella base di Trapani - è di base a San Damiano a Piacenza. I nostri sei Tornado sono rischierati a Birgi da alcuni giorni. Siamo specializzati nella soppressione delle difese aeree nemiche, attraverso dei missili che eventualmente dirigiamo sui radar. Siamo così in grado di neutralizzare queste minacce, anche se mobili». «In questo modo - ha aggiunto - i bombardieri sono liberi di entrare in zone di guerra».


Redazione online
21 marzo 2011



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Processo Mills, l'ultima del pm De Pasquale: "Perché i processi al premier solo di lunedì?"

di Redazione


Il pm stavolta polemizza in aula: "Non c’è scritto nel codice che Berlusconi si può processare solo al lunedì". Risponde la presidente del collegio, Francesca Vitale: "Non è ragionevole andare oltre quel giorno". La difesa del premier chiede di sentire altri testimoni



Milano - Il pm Fabio De Pasquale non perde l'occasione per tornare ad attaccare il presidente del Consiglio Berlusconi, auspicando che i processi al Cavaliere si svolgano non soltanto al lunedì, giornata indicata dal premier come solitamente libera da impegni istituzionali, ma per i giudici "non è ragionevole andare oltre quel giorno". Il confronto tra il rappresentante della pubblica accusa e il collegio chiamato a giudicare Berlusconi per il reato di corruzione in atti giudiziari è avvenuto alla ripresa dell’udienza dopo la paura-pranzo. "Non c’è scritto nel codice che Berlusconi si può processare solo al lunedì", ha detto caustico De Pasquale, al quale prontamente risponde la presidente del collegio, Francesca Vitale: "Non è ragionevole andare oltre quel giorno. Non si può cambiare strada".


Difesa premier: sentire nuovi testimoni La difesa di Berlusconi ha presentato una istanza ai giudici per poter sentire circa altri 15 testimoni, alcuni dei quali per rogatoria internazionale. Per gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, alcuni di loro vanno sentiti soprattutto perché alcune loro dichiarazioni sono citate dalla corte di Cassazione nella sentenza per David Mills (che ha dichiarato il reato prescritto, ndr). Di fatto, quindi, gli avvocati chiedono una parziale riforma dell’ordinanza del tribunale del 26 marzo 2010 nella quale erano indicate le fonti di prova e i testimoni. Il pm fabio de pasquale, che rappresenta l’accusa, si è opposto a tale istanza, dando il suo ok, invece, alla richiesta di acquisire nuova documentazione cartacea.

In tribunale i sostenitori del Cav Un centinaio di persone, alcune dentro l’aula altre fuori, stanno manifestando affetto e sostegno a Silvio Berlusconi, imputato davanti ai giudici della decima sezione penale per la corruzione in atti giudiziari dell’avvocato inglese David Mills. "Indossiamo un fiocco azzurro in difesa della libertà", spiegano i sostenitori del Cav, che aggiungono: "Se fosse stato presente in aula, saremmo stati ancora di più. Col freddo, con la pioggia con la neve, siamo sempre presenti con lui...". Tutti i sostenitori del premier hanno affissi sul petto delle coccarde azzurre e nelle loro intenzioni l’iniziativa si ripeterà anche in occasione di altre udienze e altri processi che vedono imputato il presidente del consiglio.

Il premier in Cdm... "ma si proceda" Con una lettera ai giudici del Tribunale di Milano il premier attesta di essere impegnato questa mattina per un Cdm straordinario ma nello stesso tempo comunica di consentire la celebrazione del processo Mills anche in sua assenza. All’inizio dell’udienza l'avvocato Ghedini ha consegnato la missiva al tribunale dicendo che "si attesta l’impedimento di stamani, cioè il Cdm sulla Libia, e si dà il consenso che si proceda". Nei giorni scorsi il premier Berlusconi aveva fatto sapere, attraverso i suoi legali, di volere essere presente all’udienza di stamani del processo Mills. Poi però per stamani è stata programmata una riunione del Consiglio dei ministri, a cui dovrà partecipare il presidente del Consiglio, con al centro il tema della crisi libica.




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Rubano 300 figurine della Panini Fermati dai carabinieri di Cerignola

Corriere del Mezzogiorno


Protagonisti due giovanissimi: un 20enne e un minore
Ad allertare i militare una segnalazione telefonica



Le figurine

Le figurine


FOGGIA - L'obietto erano le figurine dei campioni, quelle che, se vendute, possono far felici i collezionisti del mondo del calcio. E per accaparrarsi le immagini adesive hanno pensato bene di «svaligiare» un'edicola. È successo a Cerignola, grosso centro in provincia di Foggia, dove due ragazzi, un ventenne e un minorenne, sono stati arrestati dai carabinieri mentre portavano via le scatole di figurine. Precisamente merce per un valore di 200 euro. Ma «merce preziosa» per i collezionisti pronti sa sborsare un bel po' di euro per completare l'album con le figurine di tutti i protagonisti del campionato di A e B.

LA SEGNALAZIONE - Le forse dell'ordine sono state allertate da una telefonata giunta al 112. Giunte sul posto sono riuscite a fermare i ragazzi che erano in fuga con le figurine della Panini.


Luca Pernice
21 marzo 2011




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Assolto in appello il tabaccaio che uccise un rapinatore

Corriere della sera

I giudici: «Fu legittima difesa putativa». L'accusa aveva chiesto una condanna a 9 anni e mezzo


MILANO - Assolto per legittima difesa putativa dall’accusa di omicidio Giovanni Petrali, il tabaccaio che il 17 maggio 2003, reagendo a un tentativo di rapina alla sua tabaccheria in piazzale Baracca, uccise Alfredo Merlino, 30 anni, e ferì Andrea Solaro, oggi 26enne. I giudici della prima corte d'assise d'appello, presieduti da Maria Luisa Dameno, in parziale riforma della sentenza di primo grado, hanno dichiarato «non punibile» Petrali per i reati di omicidio e lesioni colpose contestati in virtù del riconoscimento della «legittima difesa putativa». In pratica, secondo i giudici il commerciante riteneva in quel momento di agire in uno stato di legittima difesa: di fatto non era più in pericolo (stava inseguendo in strada i due giovani in fuga, sparando loro alle spalle), ma era convinto di esserlo. Il secondo capo di imputazione, invece, ovvero la detenzione e il porto dell'arma all'esterno del locale, è stato dichiarato prescritto. L'arma, con la quale quel 17 maggio del 2003 Petrali sparò sette colpi, era stata sequestrata e i giudici di primo grado avevano stabilito che venisse confiscata. Gli avvocati del tabaccaio, invece, nei motivi d'appello avevano chiesto il dissequestro e la restituzione della pistola, che ora i giudici hanno accolto. Il risarcimento per Solaro, l’unica delle due parti civili che aveva impugnato la sentenza di primo grado, sarà stabilito in sede civile.


LA CONDANNA IN PRIMO GRADO - In primo grado, nel febbraio del 2009, il tabaccaio era stato condannato a un anno e 8 mesi con la sospensione condizionale della pena, per omicidio colposo e lesioni colpose. In quel caso i giudici avevano spiegato che l'anziano commerciante era incorso in un «errore di percezione» perché «sconvolto» al momento della rapina. Nella scorsa udienza il sostituto pg Piero De Petris aveva chiesto per il commerciante una condanna a 9 anni e mezzo di carcere per omicidio volontario e tentato omicidio, come aveva già fatto il pm in primo grado. Lunedì, invece, i difensori dell'uomo, gli avvocati Marco Martini e Marco Petrali (il figlio del commerciante), hanno chiesto l'assoluzione per lui, invocando la legittima difesa. E i giudici hanno «sposato» questa tesi.

LE PERIZIE BALISTICHE - Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche solo tra novanta giorni, ma è noto che i giudici hanno espresso il loro giudizio sulla base delle tre consulenze balistiche già eseguite durante il primo grado di giudizio: quella della procura, quella della difesa e quella del gip. Tre ricostruzioni dall’esito «marcatamente divergente», secondo il sostituto procuratore generale Piero De Petris. Secondo i periti, dei sette colpi sparati dall’anziano tabaccaio, quattro erano stati esplosi all’interno del bar e tre all’esterno, ad altezza d’uomo, mentre i rapinatori fuggivano lungo corso di Porta Vercellina. Insomma, senza apparente necessità di difesa da parte del tabaccaio e con il pericolo di colpire un passante. Il processo si è dunque giocato tutto sull’individuazione del momento in cui è stato sparato il proiettile mortale. I periti del gip, pur non escludendo che il colpo letale sia stato sparato quando i malviventi erano ancora all’interno del bar, hanno stabilito che in ogni caso è stato esploso mentre i banditi si erano già voltati per fuggire e, dunque, di spalle.

ESULTA LA LEGA - Fuori dal Tribunale, la Lega Nord ha rinnovato il presidio in solidarietà al commerciante, presidio a cui ha partecipato anche l'europarlamentare e consigliere comunale milanese della Lega, Matteo Salvini. Prevedibile esultanza all'annuncio della sentenza di assoluzione. «È un sospiro di sollievo per tanta gente per bene - ha detto Salvini - e saremo orgogliosi di candidare nelle liste della Lega Nord Antonio Petrali (figlio di Giovanni, ndr) e Giuseppe Maiocchi». Quest'ultimo, gioielliere, rimase coinvolto in una vicenda simile dopo aver sparato ad un rapinatore che aveva assalito la sua gioielleria, uccidendolo. «La sentenza - prosegue Salvini - stabilisce che uno che ha risposto dopo essere stato aggredito mentre svolge il suo lavoro è innocente». La Lega si era schierata fin dall'inizio di questa vicenda a sostegno del tabaccaio. «Il nostro atteggiamento non voglio che sia inteso come un invito a farsi giustizia da soli - ha detto Salvini - ma solo a sostegno della libertà dei commercianti». Alla domanda se si debbano dotare i commercianti di pistole, Salvini ha risposto: «Sarebbe sufficiente lo spray da difesa». «Da oggi chi delinque ci penserà due volte prima di aggredire un lavoratore onesto, perché i cittadini possono finalmente difendersi», è stato il commento del segretario provinciale della Lega Nord a Milano Igor Iezzi.

DE CORATO: GIUSTIZIA E' FATTA - «È una sentenza che fa giustizia. E che inquadra la vicenda correttamente, come avevo prospettato», ha affermato il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato. «La condanna a 9 anni e mezzo chiesta dall'accusa sarebbe stata una beffa. Non può essere accettato che un tabaccaio, già plurirapinato, debba subire l'infamia di passare per assassino e rischi di finire in carcere solo perché si è difeso da malviventi armati per salvarsi la pelle». «Tutto bene quel che finisce bene - conclude De Corato -. Per il futuro ci aspettiamo che i magistrati si concentrino più sulla caccia ai criminali che destano allarme sociale, anziché accanirsi contro le vittime».

IL PD: GIOCANO SULLA PELLE DELLA GENTE - «E’ il centrodestra che governa la città di Milano dal ’93 e negli ultimi 18 anni è spettato a loro garantire la sicurezza», attacca Roberto Caputo, vicecapogruppo del Pd a Palazzo Isimbardi. «Lega e Pdl sono anche al governo del Paese e al ministero degli Interni siede un esponente del Carroccio. Proprio per questo risulta ancora più grave il loro atteggiamento: strumentalizzare una vicenda drammatica solo a fini elettorali». «È vergognoso - aggiunge Caputo - giocare sulla pelle delle persone, soprattutto su quelle che sono più esposte a rischio criminalità, come tabaccai, tassisti e negozianti in generale. La verità è che dopo tanti anni di governo di Lega e Pdl, la città è ancora insicura con una micro criminalità galoppante in alcuni quartieri popolari dove cittadini vivono in grave difficoltà, ostaggio della malavita».

I COLLEGHI TABACCAI - «Giustizia è stata fatta» è invece il commento di Giovanni Risso, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Tabaccai. «Il fatto che, secondo i giudici, il collega abbia agito per legittima difesa, equivale a riconoscere, una volta per tutte, che la nostra categoria lavora ogni giorno all'ombra della paura ed in uno stato di stress comprovato. Non si dovrebbe mai ricorrere alle armi, non si dovrebbe nemmeno possederle, come ricordo sempre ai colleghi - continua Risso - ma ci sono casi di particolare gravità, come quello accaduto a Petrali, in cui difendere fino all'estremo il frutto del proprio lavoro e, non dimentichiamolo, la propria famiglia è assolutamente comprensibile». «Per questo - conclude Risso - a nome di tutti i tabaccai italiani, sento di ringraziare i giudici della prima corte d'assise d'appello di Milano che, con la loro sentenza, hanno ascoltato il grido di allarme della nostra categoria».

IL FIGLIO AVVOCATO - «Oggi è stata scritta bella pagina di giustizia e finalmente abbiamo avuto la risposta che aspettavamo da tanti anni», ha commentato Marco Petrali, figlio e legale di Giovanni. «Adesso dobbiamo aspettare le motivazioni - ha detto l'avvocato - ma su questa decisione ha giocato molto lo stato mentale in cui versava mio padre dopo l'aggressione all'interno del negozio». Sull'ipotesi che il padre possa tornare a possedere un'arma, Petrali risponde: «Non la vorrebbe più avere un'arma con sé, perché se poi succedono certe cose i processi morali che uno si porta dietro sono devastanti».

«FOSSE RIMASTO A CASA...» - «Meglio di così non poteva andare - ha commentato l'altro figlio, Antonio Petrali -. Per noi è la fine di un incubo». E sul rapinatore ucciso: «Fosse stato a casa sua, non sarebbe successo». Secondo il figlio del tabaccaio, in ogni caso, «meglio un brutto processo, che un bel funerale». E anche se suo padre ha detto di non voler più tenere una pistola, «se succede di nuovo, bisogna valutare il momento. All’epoca lui aveva agito perché ha visto la vita sua e di mia madre in pericolo». Quanto alla pistola di cui hanno chiesto e ottenuto il dissequestro, Antonio Petrali ha detto: «È un ricordo di guerra di mio nonno. La vogliamo tenere».

Redazione online
21 marzo 2011

La Russa: «Temo attentati, non i missili» «L'anello baciato? Il fine lo giustificava»

Corriere della sera

l governo chiede che il comando della missione ora passi alla Nato. «Non ci sottrarremo al voto in Parlamento»


ROMA - «Continueremo ad insistere nelle sedi internazionali affinché cappello dell'operazione passi dalla coalizione alla Nato». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha spiegato al termine del consiglio dei ministri convocato in seduta straordinaria per discutere dell'emergenza libica quale sarà da oggi in avanti la posizione del governo, peraltro anticipata in mattinata da Bruxelles dal ministro degli Esteri Franco Frattini («Vogliamo implementare il cessate il fuoco, insieme alla Lega Araba, senza andare oltre la stretta applicazione della risoluzione. Crediamo che è il tempo dell'azione oltre la coalizione dei volenterosi, verso un approccio più coordinato sotto la Nato, perchè ne ha le capacità»).


La Russa ha commentato che «non c'è mai entusiasmo nell'uso della forza» e ha spiegato che «la nostra adesione è arrivata dopo ogni possibile tentativo di moral suasion. Abbiamo deciso di attendere risoluzione Onu e di intervenire in ossequio ad essa». «Altri Paesi della coalizione la pensano come noi - ha detto ancora La Russa - ma su questo non c'è una totale condivisione. La linea di comando della Nato è collaudata, gli assetti sono già prestabiliti e determinati. La qualità degli interventi avverrebbe in maniera più chiara e trasparente. È un desiderio di non facile ottenimento. Come noi si sono espressi gli inglesi, i canadesi e gli stessi Stati Uniti, anche se con una posizione meno decisa».

I TORNADO E IL VOTO IN AULA - Il ministro ha poi precisato che l'Italia ha messo a disposizione quattro aerei Tornado per annullare i radar e quattro caccia F16 per scortare i Tornado. «Altri Tornado - ha aggiunto - sono stati utilizzati per i rifornimenti in volo». Inoltre i Tornado italiani non hanno effettuato bombardamenti e che d'ora in avanti si cercherà di garantire il massimo riserbo sulle missioni per evitare che le fughe di informazioni possano servire per dare informazioni strategiche preziose alla controparte. Quanto al voto in Parlamento, chiesto dalla Lega e dalle opposizioni, La Russa ha detto che «non è ancora stato fissato ma non intendiamo sottrarci alla valutazione delle Camere. Dal punto di vista giuridico è sufficiente il voto delle Commissioni, ma dal punto di vista politico riteniamo che il Parlamento non solo debba essere informato ma debba anche esprimersi».

«PERICOLO ATTENTATI IN ITALIA» - Intervenendo poi in una videointervista a Corriere Tv, La Russa è tornato a tranquillizzare gli italiani sul livello di minaccia per l'Italia di un'eventuale ritorsione libica. «Non dispongono di missili in grado di raggiungere le nostre coste - ha detto -, anche gli scud lanciati su Lampedusa in passato sono finiti in mare, non sono arrivati alle coste. «Il pericolo vero - ha precisato - non è costituito dai missili di Gheddafi, ma dagli attentati terroristici libici nel nostro territorio». E a tale proposito ha ricordato che il fallito attentato alla caserma Santa Barbara di Milano è stato proprio a opera di un cittadino libico.


«ACCOLGO L'INVITO DEL PAPA» - La Russa ha poi spiegato di essere guidato nelle proprie scelte di questi giorni dall'appello alla responsabilità lanciato dal Papa («Sono credente, forse non il migliore dei cattolici praticanti, ma provengo da una famiglia molto religiosa»). E quanto alle polemiche sui ritardi o sulla tempestività della decisione italiana - a seconda dei punti di vista - il ministro ha detto: «Siamo orgogliosi di non essere stati i primi della classe e altrettanto orgogliosi di esserci mossi subito dopo avere ascoltato l'Onu. E quanto al fatto di non avere previsto per tempo il crollo del regime libico, La Russa ha spiegato che «è esattamente come quando cadde il muro di Berlino: tutti sapevamo che sarebbe successo, ma non potevamo prevedere quanto».

«L'ANELLO BACIATO? IL FINE LO GIUSTIFICA» - Sollecitato da Maurizio Caprara, il ministro ha commentato anche l'accondiscendenza mostrata dal governo nei confronti di Gheddafi, accolto in Italia con tutti gli onori a suggello del Trattato di amicizia tra i due Paesi. Forse, è stato fatto notare all'esponente dell'esecutivo, Gheddafi ha considerato l'Italia un partner privilegiato grazie ai soldi che gli sono stati elargiti dal nostro governo. «Certo - ha detto La Russa -, ma con una differenza: prima davamo soldi in cambio di niente, finalmente glieli diamo in cambio di qualcosa. Ovvero la possibilità di controllare il flusso migratorio che stava diventando imponente. Per la prima volta abbiamo avuto un rapporto utile per l'Italia. Non finalizzato al futuro, ma al presente, al blocco del flusso di immigrati che è un problema già esistente». E le «riverenze» con cui è stato omaggiato? «Sì, potevamo non baciargli l'anello, figuriamoci se io volevo fare i salamelecchi a lui. Ma quelle erano solo modalità per ottenere un risultato e Berlusconi ha una capacità unica di adattare i propri atteggiamenti al risultato che si prefigge. L'obiettivo valeva bene una parata o un applauso». Ma all'inizio della crisi lo stesso Berlusconi ha detto di non avere chiamato Gheddafi per non disturbarlo... «Capisco Berlusconi - ha detto il ministro -, ma io ho subito commentato dicendo che era sbagliato e che io non avrei usato il termine "disturbare"».

LE DISTANZE DELLA LEGA - L'intervento militare in Libia continua in ogni caso ad essere occasione di divisioni all'interno della coalizione di governo, in particolare con la presa di distanza da parte della Lega Nord. Dopo che sabato Umberto Bossi aveva parlato di un'Italia «brava a prenderla in quel posto», a rinfocolare la polemica è un altro ministro leghista, Roberto Calderoli, che se la prende proprio con La Russa: «E' il ministro della Difesa, non della guerra» ha commentato ironicamente il leghista in un'intervista a Repubblica in cui parla anche di «operazione neo-colonialista». Un altro leghista con un ruolo istituzionale significativo, il presidente della commissione Esteri della Camera, Stefano Stefani, ai microfoni di Radio Padania ha citato un titolo di Libero parlando di «una guerra da matti» e spiegando che c'è stata una «forzatura parlamentare». «Non voglio pensare - ha detto - che dietro questi attacchi sbagliati nei tempi e nei modi ci sia una corsa al più spietato arrivismo economico attraverso il petrolio libico».

«NON VEDO DIVISIONI» - Ma lo stesso La Russa, arrivando a Palazzo Chigi aveva minimizzato con i giornalisti: «non vedo grandi divisioni nella maggioranza». E ancora: «Ho viaggiato con Bossi, Calderoli, Maroni. Ci sono sensibilità diverse, ma tengo a precisare che la Lega non ha frapposto ostacoli, si è limitata a sollevare delle obiezioni». E alla domanda esplicita di chi gli chiedeva se gli aerei italiani hanno un ruolo diretto anche nei bombardamenti, si è limitato a replicare che l'Italia «fa parte della coalizione che sta salvando il popolo libico».

LE OPPOSIZIONI - Un dibattito parlamentare è stato chiesto a gran voce dai capigruppo del Pd di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro: «Lo sviluppo della crisi libica e la portata dell'intervento promosso dalle Nazioni Unite e al quale l'Italia partecipa pienamente, richiedono un urgente passaggio nelle aule parlamentari di conferma del voto delle Commissioni di venerdì che ha autorizzato il governo a intraprendere tutte le misure necessarie a dare attuazione alle risoluzioni Onu. È necessario che il Parlamento nel suo plenum possa confermare il sostegno alla posizione del nostro Paese con una piena assunzione di responsabilità». E il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro: «La confusione italiana regna nel cielo. Noi siamo disponibili a che l'Italia partecipi nei limiti del mandato Onu e all'insegna delle disposizioni dell'Onu, non con i cosiddetti "volenterosi" che hanno solo lo scopo di fare in fretta e furia una soluzione che dà soltanto preoccupazioni ulteriori». «Chiediamo quindi- ha aggiunto - che ci sia una assunzione di responsabilità collettiva e che comunque non si vada oltre i limiti del mandato Onu».


GASPARRI E GLI IMMIGRATI - Il capogruppo dei senatori pidiellini, Maurizio Gasparri, che domenica aveva replicato alle critiche di D'Alema sulla disomogeneità delle posizioni della maggioranza parlando di un governo che «ha ben difeso in questi anni l'interesse nazionale e, anche in questo frangente molto difficile, è protagonista sulla scena internazionale», intervenendo a Radio Anch'Io ha sostenuto che, dopo l'adesione doverosa alla missione, è ora necessario che «si evidenzi la tutela degli interessi dell'Italia». «Più che la Lega Nord - ha sottolineato - mi interessa capire dove porteranno le valutazioni della Lega Araba». «L'Italia - ha aggiunto - doverosamente doveva condividere decisioni Onu e sono convinto che ne sia convinta anche la Lega ma dobbiamo capire cosa accade» perché «la storia si è rimessa in cammino». Riprendendo una posizione già avanzata domenica dal Carroccio, Gasparri ha poi detto che «l'accoglienza di chi fugge dalla Libia deve essere «un onere che deve essere condiviso da tutta la comunità internazionale» e se l'Europa non ci vuole sentire «è un problema serio».

STORACE E LA «SARKOWAR» - Dubbi arrivano dalla Destra, formazione ormai nell'area del governo: «Questa Sarkowar mi convince sempre meno - ha scritto il leader Francesco Storace sul suo blog -. Qual è il motivo scatenante del conflitto libico? Perchè si è deciso di partire all'offensiva? I diritti umani? E a quando un conflitto mondiale con cinesi e compagnie? Credo che la partita sia più sporca». E poi: «Si è approfittato di un momento di debolezza del governo italiano - il partner più esposto verso Gheddafi - per dare una lezione a chi osa tentare la carta dell'autonomia nazionale rispetto al resto del mondo. Sarkozy ha bisogno anche lui di dare prova di esistenza. Ed è stato il più determinato. E ora, parte nostra, occorre stare accorti. Non è sbagliato presumere che siamo quelli che rischiano di più. Sia se resta a galla Gheddafi, sia se si affermano i suoi nemici».

LE CRITICHE DI FORMIGONI - Anche Roberto Formigoni ha preso le distanze dall'operazione militare: «Capisco le ragioni che hanno spinto il governo italiano - ha detto il presidente della giunta lombarda -, ma mantengo per intero le mie perplessità. C'è il rischio che l'intervento venga visto come un'intrusione dell'Occidente». «L'attacco è stato trainato da Francia e Gran Bretagna - ha sottolineato a margine dell'incontro con il presidente Giorgio Napolitano a Milano -, non vorrei che prevalesse l'interesse nazionale di Paesi che sono stati esclusi da quell'area in passato».

Al. S.
21 marzo 2011

Il Pasolini "quotidiano" nelle foto di Dino Pedriali

di Andrea Indini


Le ultime due settimane di vita: Pasolini scrive, legge, cammina. Un viaggio attraverso le fotografie di Dino Pedriali si trasforma nel testamento dello scrittore. Così il corpo del poeta è affidato alla macchina fotografica





"E' stato molto difficile e faticoso non farsi travolgere ma proteggere 'quel' corpo. Più lo proteggevo e più lo avrei reso pregiato. E in questi trentacinque anni non si è scalfito. Ero l’unico che aveva il corpo del Poeta, intatto. E la cultura, si è nutrita almeno del suo pensiero?". Le ultime due settimane di vita di Pasolini. Un viaggio attraverso le fotografie di Dino Pedriali perché possano diventare un rimando continuo alla poetica e all’immaginario dei film pasoliniani. Quella che tra le mani scorre nell'immergersi tra le pagine di Pier Paolo Pasolini (edizioni Johan & Levi, 128 pagg, 38 euro) è una vera e propria testimonianza del lascito del poeta.

Quale responsabilità accoglie su di sé un giovane fotografo di talento quando lo stesso Pasolini lo sceglie come autore di un reportage sulla sua figura, per illustrare il romanzo che ha in fieri? All'epoca Pedriali aveva 25 anni e aveva già lavorato con Man Ray quando Pasolini gli chiese di fermare nella macchina fotografica i momenti di lavoro e relax a Sabaudia e nella casa di Chia.

Pasolini ha sul tavolo le oltre seicento cartelle dattiloscritte dell’ancora incompiuto romanzo Petrolio, nel quale dichiarerà di voler entrare con tutto il suo corpo, oltre che con le parole. In due sessioni di una giornata a distanza di una settimana, Pedriali ritrae il poeta che scrive con la sua Olivetti 22, che guida la famosa Alfa, che si lascia scomporre i capelli dal vento sul ponte di Sabaudia, che disegna nella casa di Chia, che legge. E poi, Pasolini nudo. Ma non banalmente nudo. Come in un film – e con la connotazione del bianco e nero come vero modello espressivo – le immagini di nudo danno vita a una vera e propria sequenza, studiata eppure naturale.

Il poeta e il suo fotografo concordano. Il nudo è, infatti, ripreso dall’esterno della casa. Inizialmente Pasolini non deve accorgersi della presenza dell’obiettivo, deve essere naturale, fare quel che farebbe se nessuno lo vedesse. Poi, la sorpresa: il poeta si alza, va verso la finestra, "scopre" il fotografo, lo cerca con lo sguardo all’esterno, oltre il vetro.

Il libro emoziona non solo per il suo significato profondo, ma anche per la resa tecnica, per la vitalità conferita a immagini ferme dallo scarto d’angolazione che restituisce un effetto di rotondità quasi cinematografica a una posa congelata dallo scatto.

Una storia particolare che cela un destino e sigla tacitamente e inaspettatamente – lo si comprenderà solo dopo l’uccisione del poeta e più ancora dopo la pubblicazione di Petrolio – una "consegna del corpo" dal fotografo. Pedriali fissa con Pasolini un appuntamento per il 2 novembre 1975: devono scegliere gli scatti migliori. Ma il giorno dell’appuntamento, Pedriali apprende dalla radio la notizia della morte dello scrittore. Il resto è storia, una storia controversa. Petrolio uscirà postumo e senza immagini.

Quale responsabilità ha dunque un giovane fotografo che ha in mano le ultime settimane di vita di un gigante della cultura? Pedriali diventa il custode di un prezioso lascito (al tempo stesso privato e pubblico) e nel suo percorso di artista sarà fondamentale la ricerca sul corpo e sul nudo per dare seguito e valore a questi scatti-testimonianza.





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Nessuno sconto al marito della Polverini: dovrà lasciare la casa Ater a San Saba

Il Messaggero


Nell'appartamento risulta residente anche un'altra persona
e non vengono rispettati nemmeno i parametri di reddito







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Denuncia il parroco 35 volte per l'oratorio, accusata di stalking

Catania: sbarcati 191 finti libici

Corriere della sera

Gli immigrati, tutti egiziani, intercettati e portati al Palasport del capoluogo etneo per i controlli di rito


MILANO - Ben 191 «finti libici» sono sbarcati nella notte sulle coste del catanese. I migranti, tutti egiziani, partiti da Alessandria d'Egitto, avrebbero sostenuto di essere libici per ottenere lo status di rifugiati politici. Sono arrivati con due barconi: il primo, con una cinquantina di migranti si è incagliato sugli scogli di Riposto, il secondo, con 141 extracomunitari, è stato intercettato al largo di Catania e fatto entrare, sotto scorta, nel porto del capoluogo etneo.


TUTTI FERMATI - I migranti che erano a bordo del peschereccio arenatosi a Marina di Riposto sono stati bloccati dalla forze dell'ordine prima che potessero far perdere la loro tracce. Sia il peschereccio che l'imbarcazione intercettata dalla Guardia di finanza al largo di Catania, sono state condotte nel porto del capoluogo etneo. Entrambi i gruppi di clandestini sono stati condotti nel PalaNitta per le procedure di identificazione ed i controlli medici. Il sostituto procuratore della Repubblica a Catania Enzo Serpotta segue l'indagine sullo sbarco al fine di individuare gli organizzatori e le presunte responsabilità del natante italiano su cui erano in corso le operazioni di trasbordo prima dell'intervento della guardia di Finanza. Gli immigrati arrivati potrebbero essere trasferiti quanto prima nel centro di Crotone, in Calabria.

Redazione online
21 marzo 2011

L'Apple e l'accusa di omofobia

Corriere della sera


L'obiettivo dell'app è quello di aiutare i gay a «guarire»: Petizione online per la rimozione


Su iTunes l'applicazione di un'organizzazione religiosa estremista di stampo cristiano

MILANO - Omofobia. È l'accusa piovuta addosso ad Apple dopo che la mela morsicata ha autorizzato la pubblicazione su iTunes dell'applicazione di Exodus International, un'organizzazione religiosa estremista di stampo cristiano che ha come obiettivo dichiarato quello di aiutare gli omosessuali a «guarire». E l'app in questione, lanciata la scorsa settimana dall'associazione che invoca «la libertà dall'omosessualità attraverso il potere di Cristo» e rivolta a «uomini, donne, genitori, studenti e sacerdoti» che si trovino ad affrontare il tema dell'omosessualità, promette di essere un supporto per raggiungere lo scopo. La scelta di Apple di dare via libera all'app non ha mancato di suscitare polemiche. L'azienda vincola la pubblicazione dei contenuti sul proprio store digitale al rispetto di una serie di regole il rilascio di applicativi pornografici, razzisti o offensivi verso personalità pubbliche, o – visto che il sistema di controllo non è proprio efficacissimo - ne giustificano la rimozione.

Il sito della rivolta contro la Apple
Il sito della rivolta contro la Apple
LA PROTESTA - L'applicazione di Exodus, invece, è stata premiata con il rating 4+ , riservato ai contenuti adatti a tutti perché non sgradevoli né discutibili. Non la pensano così le circa 80mila persone che in pochi giorni hanno aderito alla petizione online rivolta ai vertici di Apple perché l'«ex-gay app», come è stata ribattezzata, venga rimossa. Truth Wins Out, associazione impegnata nella difesa dei diritti dei gay, denuncia come la validità scientifica della «terapia contro l'omosessualità» offerta dai consulenti di Exodus International sia stata misconosciuta dalle principali associazioni professionali di medici e psicologi americani e produca danni all'autostima e alla salute mentale delle persone oltre a legittimare e a fomentare l'ostracismo e la chiusura nei confronti dei gay. E ricorda come i recenti casi di suicidi di giovani adolescenti americani si siano verificati proprio per l'atteggiamento di chiusura dell'ambiente circostante. Non è la prima volta che Apple finisce nel mirino delle organizzazioni che tutelano i diritti dei gay. Già lo scorso novembre l'azienda di Jobs era stata costretta a rimuovere Manahattan Declaration, applicazione ispirata a un manifesto promosso da una serie di organizzazioni religiose americane d'ispirazione cristiana, che conteneva una sorta di gioco quiz, in cui la luce verde si accendeva soltanto se si rispondeva «in modo corretto» ad alcune domande su una serie di temi, tra cui l'omosessualità. L'app di Exodus International, al momento ancora disponibile su iTunes, potrebbe quindi avere le ore contate.


Elvira Pollina
21 marzo 2011



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Idv, Tranfaglia sbatte la porta e se ne va Scambio di accuse con Di Pietro

Corriere della sera


L'ex pm: «In un sms mi chiedeva il rinnovo del contratto altrimenti avrebbe parlato male di me»


era responsabile della Cultura dell'Italia dei Valori : «Non c'è merito e competenza»




MILANO - «Nicola Tranfaglia? Ha tentato di ricattarmi». Così Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori intervenuto a «24 Mattino» su Radio 24 ha spiegato il perché della fuoriuscita dello storico dal partito. Tranfaglia, 72 anni, professore emerito di Storia dell'Europa, responsabile Cultura dell'Idv, ha lasciato il movimento denunciando criteri di gestione «che non hanno nulla a che fare con il merito e la competenza». Dopo Elio Veltri e Giulietto Chiesa un'altra figura di rilievo si scaglia contro la gestione «personale» del partito. «Senza nessuna spiegazione ha sospeso fino a tempo indeterminato il mio esiguo rimborso spese mensile, per improvvise difficoltà economiche», ha detto Tranfaglia al Corriere. Si tratta del rimborso della Scuola nazionale di formazione fondata da Tranfaglia all'interno dell'Idv: «Di Pietro mi ha risposto che la cultura non era una priorità e che in quanto a strategia lui non aveva niente da imparare essendo l'unico insieme a Bossi, l'unico che stima in parlamento, ad aver fondato un partito. Potete immaginare quello che ho pensato».
LA REPLICA - Secca la risposta di Di Pietro: «Ho in questo telefono un sms del buon Nicola Tranfaglia, a cui voglio bene e a cui rinnovo stima e affetto. Fino all'altro ieri mi diceva "senti, rinnovami il contratto" perché lui aveva un regolare contratto "perché altrimenti se non me lo rinnovi faccio un articolo in cui dico male di te". Quando si scade al tentativo di ricatto, non si scende a compromessi. Pensa un po' a 60 anni, dopo tutto quello che ho fatto, se mi faccio ricattare da Tranfaglia».


Redazione online
21 marzo 2011



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Pietro Ingrao «In famiglia, le relazioni più intense con mia madre »

Corriere della sera

«Con brutti versi ai littoriali incontrai l'antifascismo»


La luna. È curioso che in questa serata romana piovosa e fredda si parta dalla luna e si arrivi alla luna. Era quella che il bambino testardo Pietro pretese in regalo dai suoi genitori il giorno in cui gli chiesero di fare la pipì nel vasino: «In cambio voglio la luna!». Qui nel salone di casa Ingrao, le finestre sono abbassate e si sente l'acqua scrosciare.

E la luna chissà dove si nasconde. Ma dalle parole scolpite di Pietro Ingrao, del poeta prima che del politico comunista che ha attraversato decenni di storia nazionale, la sfera lontana sembra avvicinarsi e accendersi luminosa, quando ricordano il suo paese, Lenola, situato tra i Monti Aurunci e la piana di Fondi: «Provo una sensazione fisica molto precisa, pensando a certe serate dell'infanzia. Il mio era un paese contadino, con ceppi patronali e gruppi di artigianato. Fu mio nonno Francesco, siciliano di Girgenti e garibaldino, a costruire quella casa a metà strada tra il paese e il colle. Lenola era allora sul confine tra il Regno dei Borbone e lo Stato pontificio. Dalla casa che saliva verso il colle del santuario c'erano balconi che si affacciavano sull'orizzonte e io provavo un'emozione molto forte quando riuscivo a cogliere, stavo per dire acciuffare, il sorgere della luna dietro le spalle montuose.

Specie nelle notti d'estate, guardavo la corona di montagne, con cieli gremitissimi di stelle: quello spettacolo che inondava il cielo del suo chiarore è diventato per me il simbolo di un oltre che alludeva ad altri mondi». Recita «L'infinito», Ingrao: «Nella poesia italiana Leopardi mi sembra l'evento più alto. Ho studiato Giurisprudenza per un ordine prestabilito della famiglia, poi Lettere, amavo soprattutto la letteratura, e in modo caldo, appassionato, la poesia. Le due pagine di invenzione artistica che apprezzo di più sono di Leopardi: "L'infinito" e "Le ricordanze". La cima sono quei versi di grande splendore e scuotimento».


Seduto sul suo divano chiaro, il viso immobile, rari sorrisi, aiutando la parola con il lento movimento di una mano, Ingrao non abbandona la ben nota espressione severa, come eternamente imbronciata, che fu del politico e poi del Presidente della Camera. Anche quando ricorda i suoi genitori pesando ogni parola: «Ho avuto relazioni familiari molto intense. Non solo con mio padre, anche di più con mia madre, che era una donna tenera e dolce, legata a quelle terre. La famiglia era anche il vincolo alla casa e al mio paese: mi piacevano molto quei piccoli aggregati, erano lì le mie passioni, i sentimenti, gli affetti, gli scatti di evasione legati al paesaggio, agli amici, alle ragazze».

Nel suo antifascismo, che arriva con la Guerra di Spagna, c'è l'educazione familiare, c'è la poesia, ci sono i coetanei del tempo e, paradossalmente, ci sono anche i Littoriali della cultura e dell'arte: «Partecipai con una poesia francamente brutta sulla bonifica delle Paludi pontine, scritta con sincerità apologetica, e Dio me lo perdoni. Sembrerà curiosa questa combinazione, ma ai Littoriali di Firenze incontrai l'antifascismo. Non racconto frottole! Gli amici con cui avrei fatto la cospirazione e la battaglia antifascista erano tutti lì. Fu una svolta. Mi precipitai al caffè delle Giubbe Rosse, dove conobbi, tra gli altri, Montale e Bertolucci».

Antifascismo è anche l'incontro con il cinema e con il Centro sperimentale di cinematografia: «Conobbi Gianni Puccini, che studiava il cinema americano. Guardi quello lì...». Indica il burattino di Charlie Chaplin appeso a una parete: «Ci ha sconvolto e trascinato: l'immagine della macchina e di come l'operaio sta dentro la macchina l'ha rappresentata Chaplin quando si incastra negli ingranaggi tipici del capitalismo che dilaga nel mondo. La passione per il cinema si è mescolata a quella per la poesia. Con l'incontro tra generazioni a Firenze è cominciata la cospirazione».

Il 17 luglio 1936 è un giorno chiave: esplode la rivolta franchista. «Antonio Amendola cominciò a farmi ragionare sulla lotta antifascista, non tornai più al Centro sperimentale e il mio amore per il cinema restò in ombra. Da allora, la lotta di classe diventò il punto centrale nella mia vita, il primo dovere, la prima speranza: la lotta per cacciare i padroni. Un dovere che condividemmo, oltre che con Amendola, con Bruno Sanguinetti, Paolo Bufalini, Aldo Natoli, Antonello Trombadori e altri. Quel 17 luglio fu il punto di rottura. Dissi no, non ci sto».

La nuova epoca si porta dietro anche una serie di errori che Ingrao oggi, all'alba dei suoi 96 anni, non esita a riconoscere. Il più grave, da direttore dell'Unità: «Nel '56 scrissi un editoriale contro la rivolta ungherese. Poco dopo capii che avevo sbagliato e che invece bisognava lavorare contro gli errori dei sovietici: tutti i miei rapporti con i sovietici hanno vissuto momenti di ambiguità». Il giorno dell'invasione di Budapest, il 4 novembre, letta la notizia, Ingrao non ha voglia di parlarne neanche con sua moglie Laura, cammina per ore da solo per le vie di Roma sotto un cielo nuvoloso, il suo girovagare finisce a casa di Togliatti, al quale dice il suo sgomento, sentendosi rispondere: «Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».

La repressione della primavera di Praga ha un effetto diverso, ma è passato più di un decennio: «Ero a Lenola, mi avvisarono in serata, piantai la cena e andai al giornale: Longo era in Unione Sovietica e senza sentire i dirigenti uscimmo la mattina dopo con la nostra condanna». Altri errori: la radiazione dal Pci del gruppo del manifesto («Bisognava affrontare la differenza, guardarla in faccia») e la più recente adesione al partito di Bertinotti: «Non è stata una scelta felice, ritengo sia necessario costruire un soggetto collettivo e Rifondazione non ha trovato la via per questo approdo». Ne ha vissuta di storia, Ingrao: «Tra un po' faccio i cento, speriamo, insomma...».

Le corna che mostra con una mano sono inevitabili. Tanta storia e tanti suoi protagonisti. Mao: «A Mosca, lo stavamo ad ascoltare a bocca aperta, con entusiasmo, era il vincitore della rivoluzione asiatica». Togliatti: «Intervenne qualche volta nel lavoro al giornale, anche sbagliando. In tutta la vicenda Vittorini, mostrò di non capire». Berlinguer: «Ne ho un ricordo affettuoso, cordiale, però appartiene a un'altra generazione». I dissensi con Pajetta: «Era molto vivace, ma anche fazioso e cattivo. Quando nella segreteria prendevo la parola, entrava in agitazione, si alzava e ritornava per potere materialmente scocciarmi. Bisognava avere l'abilità di lasciarlo sfogare».

Ha inciso la dura obbedienza imposta dal partito nella vita privata? «Beh, sì, come no. C'era una specie di conformismo. Togliatti presto ha rotto con sua moglie e ha trovato un amore con Nilde Iotti, che era una giovinetta. Beh, questa cosa qui il partito l'ha digerita molto male, perché bisognava rispettare le regole del buon costume. Anche alla Iotti la vicenda costò molte noie». La vita sentimentale di Ingrao ebbe la sua svolta durante la guerra, quando conobbe Laura Lombardo Radice, figlia dell'antifascista Giuseppe e sorella di Lucio: «Durante la lotta clandestina, faceva la staffetta: ci serviva per evitare i segugi della polizia. Per tutelarci, spesso ci incontravamo ai concerti che si tenevano nella Basilica di Massenzio: un alibi buono per passarci i messaggi clandestini».

Presto nasce qualcosa che va oltre la politica e il giovane Pietro si lascia prendere dallo slancio. Sorride: «Avevo degli aspetti un po' rozzi, lenolesi diciamo così, campagnoli, avevo un'idea un po' volgare, e quindi è successo che in uno di questi incontri a Massenzio, in modo un po' sgarbato e sbagliato ho tentato di darle un bacio, e mi son preso un ceffone solenne. Come a dire: siamo qui per lavorare, queste cose levatele dalla mente e non rompere le scatole». Quella prima reazione non avrebbe impedito a Laura e a Pietro di avviare una lunga vita insieme, di sposarsi e di avere cinque figli. Laura morì nel 2003. «Abbiamo avuto una vita di grande comunicazione, anche se, senza dire bugie, io non è che fossi uno stinco di santo. Provai un dolore assai aspro quando quella sua luminosità umana mi abbandonò». Forse la stessa la luminosità della luna che vedeva, molto tempo prima, dal balcone di casa.


Paolo Di Stefano
21 marzo 2011

Permessi per disabili, sono oltre sessantamila

Corriere della sera


Tanti, poco controllati, inverosimili. Spuntano pure su Porsche, Smart, Suv. Metà delle auto parcheggiate in via del Babuino ha il tagliando



ROMA - Contrassegni per handicappati: tanti, incontrollati e spesso inverosimili. Come quello della Porsche Carrera color piombo in via Bocca di Leone. Oppure del veicolo con il bollino blu del Comune di Roma e il permesso per portatore di handicap di Campobasso. Nel viavai di auto al Tridente l'unica costante è questa: le auto parcheggiate grazie al contrassegno arancione sono circa la metà.
«Il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma questi parcheggi sono necessari per accompagnare una persona invalida oppure la stanno privando di un suo diritto?» così chiede Simone, disabile. A Roma il numero dei permessi è 60 mila. Per ogni titolo è possibile far entrare fino a tre auto. Un sistema «riformato» sei anni fa che avrebbe dovuto essere accompagnato da un supplemento di controlli che manca.
Cambiano tempi e amministrazioni ma la tinta fiammeggiante del permesso per disabili è sempre quella che «si porta di più», soprattutto al Tridente.

Strani permessi
Sono le dodici e trenta di sabato 19 marzo e, all'altezza del civico 49 di via del Babuino, c'è una Fiat Punto con bollino di controllo per le emissioni inquinanti e contrassegno arancione. Con una contraddizione però, perchè se l'adesivo blu ha il marchio del Comune di Roma, il contrassegno per disabili (che consente di parcheggiare senza limiti all'interno della zona riservata) è stato invece rilasciato dal sindaco di Torella del Sannio, un fiero paesello del Molise in provincia di Campobasso. Ora i casi son due: o c'è un molisano residente a Roma che fa la spola tra il Tridente e Campobasso, oppure c'è un guidatore che utilizza un permesso di un altro (smarrito? mai ritirato dopo il decesso?) per fare shopping senza problemi e gratuitamente. I contrassegno infatti da automaticamente diritto all'utilizzo delle strisce blu.

Dubbi sì vigili no
Il fatto è che non lo sapremo mai. Resteremo con il dubbio, perchè i vigili raramente aprono istruttorie di questo tipo. «Queste auto in sosta con il permesso per handicappati sono irremovibili - dice Simone, in marcia per il centro su una sedia a rotelle vera e non stilizzata su un cartoncino - il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma quel parcheggio era necessario per accompagnare una persona invalida oppure no?». Non è differenza da poco per un disabile che si sforzi di fare una vita normale. Sulle auto parcheggiate con un permesso per disabili, si è sempre chiesto controlli supplementari, perchè dietro potrebbe esserci un abuso nei confronti di un vero disabile.

Le 'nozze' del Babuino
Eppure dall'introduzione della ztl in centro (anni Novanta), la proliferazione dei permessi per disabili è sempre stata il vero mistero del Babuino. L'autorizzazione sbuca da cruscotti e parabrezza, appoggiata al volante o in bilico sull'aeratore. Tutto ciò giorno e notte, nei feriali e per le feste comandate, in ricchezza (degli affari) e in povertà, ai tempi della crisi.

Matrimonio inossidabile quello tra il Tridente e il logo della sedia a rotelle, ha resistito a scandali e interrogazioni comunali. Senza mai attirare sul serio l'attenzione del I Gruppo della municipale che, da un lato, combatte le contraffazioni attraverso il gruppo guidato dal comandante Carlo Buttarelli, e, dall'altro, non riesce a vigilare su via del Babuino.

Permessi in massa
Eppure ci sarebbero varie ragioni per dubitare di alcuni abusi del contrassegno arancione. Come pure della sua distribuzione «di massa»: su ventisei auto parcheggiate in via del Babuino, sono undici quelle che hanno in dotazione il logo della sedia a rotelle, circa la metà.

Ne hanno uno sia la Mini verde bosco parcheggiata di fronte a un gioielliere che la Peugeot azzurrina in sosta parallela dall'altra parte del marciapiede. Ce n'è uno sul parabrezza della Mercedes nera 4 Matic e sulla Smart blu proprio di fronte alle Gallerie Benucci. Su una Fiat Cinquecento in prossimità delle vetrine dei Fratelli Rossetti; sulla Panda azzurrina (perlata) in sosta davanti a un portone e sulla Mercedes argento di fonte al civico 135 (in questo caso il numero di permesso e la data di scadenza sono pearltro illeggibili). Lo espone il proprietario di un'altra Cinquecento bianca assieme al biglietto scritto a mano

«Sono in pizzeria» e lo ostenta anche una Nissan bianca dallo smalto scintillante come appena uscita dal concessionario. Magari anzi è stato proprio il contrassegno della sedia a rotelle ad autorizzare la sosta spericolata della Nissan che alle 13 di sabato mattina, è ben piazzata sui sampietrini di piazza di Spagna in un'area su cui solitamente convergono tre limitazioni: quella della zona a traffico limitato, una seconda dell'area riservata ai pedoni e infine il parcheggio per i taxi. Per la verità l'aura d'inviolabilità che avvolge la Nissan proprio al crocevia che compendia vari divieti è oggetto di curiosità da parte di qualche passante. Ci vorrebbe qualcuno autorizzato a pensar male per mestiere (un vigile?). Ma i «pizzardoni» del I Gruppo sostano tranquilli alla base della scalinata di Trinità dei Monti e i controlli al Babuino si limitano alla routine.

Porsche
Altri stravaganti titolari di contrassegno per handicappati s'incontrano tra via Borgognona e via Condotti. Esempio: la bionda guidatrice di una giardinetta Minor (un cult del '67) che scende la rampa di San Sebastianello con tre ragazzi in divisa da scuola allegramente piazzati sui sedili.
Oppure il proprietario della Porsche Carrera color piombo che rombante e lanciata, sosta da un'ora (tra le 12, 30 e le 13,30 dello stesso sabato) tra l'Hotel d' Inghilterra e la boutique di Valentino in via Bocca di Leone. Davvero è questa la vettura più adatta al portatore di un qualunque handicap? Un'auto che sfiora i 330 chilometri orari con l'abitacolo da pilota e l'accelerazione di un bolide? Eppure a giudicare dal permesso color arancio sul parabrezza nessun dubbio. Certamente sì.


Ilaria Sacchettoni
Sul Corriere della Sera, Cronaca di Roma a pagina 1
21 marzo 2011




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Yara, la Lega attacca l'inchiesta Il procuratore: loro fanno così

Corriere della sera


Le indagini sull'omicidio adesso diventano un caso politico

Brembate Una pagina della «Padania» sui «non so» del pm

BERGAMO - Le indagini sull'omicidio di Yara Gambirasio adesso diventano un caso politico. Dopo la sortita solitaria del sottosegretario Daniela Santanchè, che aveva criticato la gestione dell'inchiesta da parte della procura di Bergamo, stavolta è un intero partito di governo, la Lega Nord, a muovere le sue pedine per attaccare il sostanziale nulla di fatto in cui si dibattono gli inquirenti a ormai quasi 4 mesi dalla sparizione della ragazzina.

Ieri la Padania, organo ufficiale del Carroccio, ha dedicato un'intera pagina per stigmatizzare i troppi «non lo so» espressi dal procuratore aggiunto Massimo Meroni nel suo recente incontro con la stampa in cui è stato fatto il punto sul caso Gambirasio. «Davanti a una folla di giornalisti - attacca il quotidiano di via Bellerio - per 23 volte il procuratore aggiunto Meroni ha risposto alle domande con "non lo so", "è possibile, ma anche il suo contrario", "non ne sono a conoscenza". Si è toccato il grottesco e i giornalisti si sono dimostrati più preparati». Il bombardamento di domande da parte dei mass media in quella circostanza era stato a 360 gradi; aveva riguardato quesiti cruciali per la soluzione del caso, come ad esempio le cause del decesso di Yara o il movente dell'assassinio, ma anche la consistenza di fantasiose ipotesi investigative affacciatesi da novembre a oggi, come la pista satanica o il significato di alcuni segni trovati sul cadavere della vittima.

L'articolo della Padania riprende anche lunghi brani di una lettera spedita una settimana fa al quotidiano L'Eco di Bergamo e nella quale due appartenenti alle forze dell'ordine - che non si erano firmati - elencavano gli errori a loro giudizio compiuti in questi mesi: dualismo tra polizia e carabinieri, testimoni sentiti più volte da entrambi i corpi di polizia sulle stesse circostanze, imperizia nella conduzione delle indagini. Sempre il quotidiano leghista, poi, lamenta il mancato impiego di mezzi tecnologici più avanzati nella fase delle ricerche, come ad esempio rilievi fotografici del terreno mediante elicotteri. A ciò si aggiungano alcune oggettive battute d'arresto a cui l'inchiesta è andata incontro: le infruttuose e insistite ricerche nel cantiere di Mapello o il precipitoso arresto del marocchino Mohamed Fikri (persona rivelatasi estranea ai fatti).

Alcuni di questi rilievi erano già stati mossi durante la conferenza stampa ma in quella circostanza il procuratore Meroni aveva difeso l'operato di carabinieri e polizia oltre che della titolare dell'inchiesta, la pm Letizia Ruggeri. Interpellato ieri, Meroni non ha voluto entrare nel merito delle critiche leghiste: «Non le ho lette e non intendo sparare sulla Croce Rossa», è stata la sua replica a botta calda, a cui ha fatto seguito una sottolineatura politica: «Mi stupirei se in questo momento la Lega elogiasse la magistratura; meglio evidenziare le cose che non funzionano».

Curiosamente il giallo di Brembate è il secondo caso di cronaca nera che nel giro di pochi giorni entra nel mirino delle critiche del Carroccio. La scorsa settimana Radio Padania per più giorni aveva dedicato la sua fascia di trasmissione mattutina alla critica delle indagini sulla strage di Erba che avevano portato alla condanna all'ergastolo di Olindo Romano e Rosa Bazzi. L'emittente leghista, anche in quella circostanza, aveva avanzato forti dubbi sulla validità del lavoro della procura (in quel caso quella di Como) e aveva ipotizzato che si tratti di un clamoroso errore giudiziario.


Claudio Del Frate
21 marzo 2011



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Libia, colpito bunker del Raìs, raid dei Tornado Opposizione: "Ucciso a Tripoli figlio di Gheddafi" Rimorchiatore, La Russa: "A bordo libici armati"

Quotidiano.net


Distrutto un "centro di comando e controllo" del Colonnello nella Capitale. Milizie del Regime attaccano Bengasi.  Caccia italiani, missione compiuta. Usa: "Francia e Gb guideranno della coalizione". Francia: "Non ci sono vittime fra i civili"

Tripoli, 21 marzo 2011


Nel secondo giorno di operazioni militari contro il regime libico, la coalizione internazionale ha colpito e distrutto un edificio del bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli. Secondo quanto riferito da un responsabile dell’alleanza, il compound ospitava un centro di “comando e controllo” delle forze libiche. Una missione portata a compimento nel giorno della prima operazione diretta di aerei italiani sul territorio libico. Sei Tornado sono decollati a partire dalle 20 dalla base di Trapani Birgi per sopprimere le difese aeree del colonnello. Il raid è stato completato con successo.

Poco prima della missione italiana, alle 21, era scattato il cessate il fuoco annunciato dal regime. Ma la tregua è durata poco. A Bengasi, per tutta la notte, si sono sentiti spari ed esplosioni: gli uomini del rais hanno attaccato i ribelli, che hanno fatto della città nell’est della Libia il loro quartier generale. E la stessa coalizione internazionale, al momento, non sembra credere troppo alle promesse del colonnello. “Oggi Gheddafi ha dichiarato una tregua. La nostra opinione al momento è che si tratta di una menzogna e che la tregua è stata immediatamente violata”, ha dichiarato il consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, Tom Donilon.

“Non è la prima volta che le autorità libiche dichiarano la loro intenzione di applicare un cessate il fuoco per mettere fine alle violenze contro la popolazione civile libica. Noi auspichiamo che questa volta alle dichiarazioni facciano seguito azioni concrete”, ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini. “Un cessate il fuoco, immediato, effettivo, e rigorosamente rispettato sarebbe il modo migliore per attuare da subito le disposizioni della risoluzione dell’Onu 1973, che é stata da noi concepita per il solo obiettivo di proteggere la popolazione civile libica dalle violente repressioni del proprio regime e non di condurre una guerra in territorio libico”, ha aggiunto iltitolare della Farnesina.

Nell’incertezza, la coalizione di volenterosi - sotto il comando americano - ha continuato a sganciare bombe su obiettivi sensibili. E’ stata colpita una parte del bunker di Gheddafi.

L’edificio in questione è situato a una cinquantina di metri della tenda dove il colonnello riceveva normalmente i suoi ospiti. È stato completamente distrutto da un missile, ha indicato un portavoce del regime, Moussa Ibrahim, ai giornalisti stranieri che sono stati trasportati in autobus sul posto per verificare di persona.

OPPOSIZIONE: "UCCISO FIGLIO DI GHEDDAFI" - Circolano in queste ore in Libia voci circa la morte di Khamis Gheddafi, figlio del colonnello Muammar, che sarebbe deceduto ieri a Tripoli. Secondo quanto ha annunciato il sito dell’opposikzione libica ‘al-Manarà, Khamis sarebbe morto per le ferite riportate nei giorni scorsi, quando un pilota dell’aviazione libica passato con l’opposizione avrebbe aperto il fuoco contro di lui nei pressi della caserma di Bab al-Aziziya, nel centro di Tripoli.La notizia non è stata ancora confermata, ma sta già facendo il giro dei media arabi.

Khamis Gheddafi era a capo di una delle brigate del regime impegnate a combattere contro gli insorti. Sesto dei figli del colonnello, aveva il grado di capitano dell’esercito ed era responsabile del reclutamento e dell’addestramento dei soldati mercenari africani.

GB INTERROMPE RAID: "C'ERANO CIVILI" - Le forze aeree britanniche hanno rinunciato questa notte a portare a termine un’operazione a causa della presenza di civili presso l’obbiettivo preso di mira. Lo ha annunciato il ministro della difesa a Londra.

“Mentre i Tornado GR4 della Royal Air Force si avvicinavano all’obbiettivo siamo stati informati della presenza di un certo numero di civili nella zona. Di conseguenza abbiamo deciso di non attacare”. Questa decisione, aggiunge il ministero, “sottolinea l’impegno del Regno Unito a proteggere i civili”.

Parallelamente, giunge notizia che la Francia non ha alcuna notizia di vittime civili negli attacchi della coalizione internazionale in Libia. Lo ha riferito il portavoce del governo, Francois Baroin. «Il comando francese non ha avuto notizie di civili uccisi», ha dichiarato a Canal+.

USA PRONTI A PASSARE IL COMANDO - Gli Stati Uniti passeranno “nei prossimi giorni” il comando dell’operazione ‘Odissey Dawn’ (Odissea all’alba), lanciata sabato scorso in Libia; il Presidente Barack Obama vuole infatti consegnare l’incarico di guidare l’intervento militare alla Nato o ai franco-britannici, per non gravare troppo sulle forze armate statunitensi, già impegnate in due conflitti.

Il Segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, ha tuttavia sottolineato come sia più probabile che l’intervento venga affidato a un comando franco-britannico, a causa della “sensibilità” araba verso un altro intervento dell’Alleanza Atlantica nel mondo musulmano. “Continueremo a sostenere la coalizione, saremo partner della coalizione, avremo un ruolo nella coalizione, ma non avremo un ruolo di spicco”, ha detto il ministro, citato oggi dal quotidiano britannico Times.

TORNADO ITALIANI - L’intervento era nell’aria. Gli aerei erano pronti da ore. Dopo il semaforo verde, alle 20 di ieri sera è scattata la prima operazione italiana in Libia. Quattro Tornado, a distanza di pochi minuti, si sono levati in volo dalla base di Trapani Birgi. Poi sono partiti altri due aerei per il rifornimento. La missione si è conclusa con successo poco prima delle 22.20, dopo circa due ore e mezza dall’inizio, con l’atterraggio dell’ultimo velivolo della formazione. Non è chiaro quale sia stato l’obiettivo esatto dove sia stato effettuato il raid. Lo Stato Maggiore della Difesa ha fatto sapere che i caccia Ecr “hanno portato a termine la loro missione di soppressione delle difese aeree presenti sul territorio libico”.

Si tratta di quella che, in gergo militare, viene definita Sead, ovvero la soppressione delle difese aeree nemiche condotta mediante l`impiego di missili aria-superficie AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile).
I due Tornado “Tanker”, che appartengono al 6° Stormo di Ghedi (Brescia), sono stati i primi a rientrare alla base dopo aver effettuato il rifornimento aereo degli altri velivoli. I Tornado ECR, che provengono dal 50° Stormo di Piacenza, sono tra i velivoli attualmente rischierati sul 37° Stormo di Trapani per l`operazione “Odyssey Dawn”.
L’annuncio degli imminenti radar italiani era già stato dato nel pomeriggio di ieri dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “otto aerei italiani, 4 Tornado Ecr e 4 F-16, tutti schierati nella base dell’Aeronautica di Trapani, sono pronti ad esseri impiegati in ogni momento”, aveva detto il ministro.

8 MILA MORTI TRA I RIBELLI - Sono oltre 8.000 i ribelli rimasti uccisi dall’inizio della rivolta al regime libico di Muammar Gheddafi. “I nostri morti e martiri sono più di 8.000”, ha detto a Sky News il portavoce del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi, Hafiz Ghoga, che ha anche criticato le critiche mosse ieri dal Segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ai bombardamenti lanciati dalla comunità internazionale in Libia.

CHIUSO AEROPORTO TRAPANI - È stato chiuso pochi minuti fa, dopo l’ultimo volo decollato per Baden Baden in Germania, l’aeroporto civile ‘Vincenzo Floriò di Trapani Birgi così come deciso ieri pomeriggio per permettere all’attigua base militare di potere effettuare ulteriori operazioni dopo i raid di ieri sera con i sei tornado partiti per la Libia e tornati nella tarda serata. L’aeroporto resterà chiuso a tempo indeterminato fino a quando proseguirà l’operazione ‘Odissea all’albà.

LEGA ARABA, CINA E RUSSIA - A sole 24 ore dall’avvio dell’operazione ‘Odissey Dawn’ (Odissea all’alba) contro il regime libico di Muammar Gheddafi, la coalizione internazionale guidata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito deve fare i conti con l’opposizione ai raid aerei espressa oggi da Lega Araba, Cina e Russia.
Dal Cairo, il Segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha criticato i bombardamenti, affermando che “quanto sta accadendo in Libia si allontana dallo scopo di imporre una no-fly zone”, aggiungendo che la Lega araba ha sostenuto l’adozione di tale misura “per difendere i civili e non per bombardarli”. Moussa ha quindi riferito di “consultazioni in corso per una riunione sugli sviluppi arabi”.

Finora, tra i Paesi arabi, solo il Qatar ha apertamente sostenuto l’intervento occidentale contro il regime del leader libico Muammar Gheddafi, promettendo tra i quattro e i sei aerei, e oggi l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti degli Stati Uniti, ha dichiarato che gli aerei del Qatar stanno prendendo posizione nel teatro di guerra. Tuttavia, anche gli Emirati arabi uniti sono pronti a offrire aiuto all’operazione, mettendo a disposizione una ventina di aerei, pur non avendo ancora ufficializzato il suo impegno. E i leader occidentali auspicano che altri leader arabi si impegnino al loro fianco nelle prossime ore.

Da parte sua, la Russia ha chiesto oggi che si ponga fine “all’uso non selettivo della forza” in Libia. “Nel quadro dei bombardamenti aerei in Libia, sono stati lanciati attacchi su obiettivi a carattere non militare”, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri. Di conseguenza, “48 civili sono stati uccisi e più di 150 feriti”, hanno fatto sapere da Mosca. Per questa ragione, ha precisato il ministero, “noi chiediamo ai Paesi interessati a fermare il ricorso all’uso non selettivo della forza”.
La Cina ha espresso rammarico per i bombardamenti, ribadendo la sua opposizione all’impiego della forza nelle relazioni internazionali. “La Cina ha notato gli ultimi sviluppi in Libia ed esprime il suo rammarico riguardo agli attacchi militari contro la Libia - si legge in un comunicato del ministero degli Esteri - speriamo che la Libia possa ritrovare stabilità prima possibile ed evitare nuove vittime civili legate all’escalation del conflitto armato”.

Cina e Russia si sono astenute giovedì scorso, quando il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 1973 che chiedeva il cessate il fuoco e l’immediata sospensione di tutte le operazioni offensive in Libia, vietando i voli sopra il Paese. In caso di violazione, la risoluzione autorizza la comunità internazionale a ricorrere a “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili.








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Libia, gli attacchi non si fermano Usa: comando andrà a franco-britannici

Corriere della sera

Gates: presto passaggio di consegne del controllo della missione a team costituito da Francia e Gran Bretagna


MILANO - Non si fermano gli attacchi contro la Libia della coalizione anti-Gheddafi. L'operazione «Odissey Dawn» è giunta al terzo giorno e domenica ha visto esordire nei combattimenti anche i Tornado italiani che sono stati impegnati nel distruggere i sistemi radar libici. L'operazione sarebbe perfettamente riuscita. I nostri Tornado sono poi regolarmente ritornati alla base di Trapani da cui erano decollati. Secondo l'ammiraglio americano Mike Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti Usa la prima ondata di attacchi ha permesso di stabilire la no-fly zone sulla Libia. Ora comincia la seconda fase quella che prevede l'attacco alle forze di rifornimento delle truppe del Colonnello Gheddafi.


ATTACCHI - Sono continuati inoltre anche gli attacchi di altri Paesi della coalizione come le incursioni di diversi velivoli britannici, sebbene gli aerei dell'aviazione di sua Maestà, da una certa ora della notte, non abbiano più lanciato missili su obiettivi sensibili. «Per la seconda volta, anche il Regno Unito ha lanciato dal Mediterraneo missili (da crociera) Tomahawk da un sommergibile di classe Trafalgar nel quadro di un piano coordinato della coalizione per applicare la risoluzione» del Consiglio di sicurezza dell'Onu che autorizza il ricorso alla forza contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi, ha spiegato il generale John Lorimer, in un comunicato del ministero della difesa britannico, ricordando il nuovo attacco da sottomarino effettuato dalle forze armate del Regno Unito.

Missili Tomahawk sulla Libia

CAMBIO DI COMANDO - Gli Stati Uniti hanno annunciato che passeranno «nei prossimi giorni» il comando dell'operazione; il presidente americano Barack Obama vuole infatti consegnare l'incarico di guidare l'intervento militare alla Nato o ai franco-britannici, per non gravare troppo sulle forze armate statunitensi, già impegnate in due conflitti. Il Segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, ha tuttavia sottolineato come sia più probabile che l'intervento venga affidato a un comando franco-britannico, a causa della «sensibilità» araba verso un altro intervento dell'Alleanza Atlantica nel mondo musulmano. «Continueremo a sostenere la coalizione, saremo partner della coalizione, avremo un ruolo nella coalizione, ma non avremo un ruolo di spicco», ha detto il ministro, citato dal quotidiano britannico «Times».


VITTIME - Intanto c'è un primo bilancio del conflitto sul campo tra le forze del Colonnello e gli insorti. Sono oltre 8.000 i ribelli rimasti uccisi dall'inizio della rivolta al regime libico Gheddafi. «I nostri morti e martiri sono più di 8.000», ha detto a Sky News il portavoce del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi, Hafiz Ghoga, che ha anche criticato le critiche mosse domenica dal Segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ai bombardamenti lanciati dalla comunità internazionale in Libia.
Un portavoce del governo francese ha invece detto di non avere informazioni sul fatto che civili siano rimasti uccisi negli attacchi sulla Libia da parte della coalizione.

KHAMIS GHEDDAFI - Circolano in Libia voci circa la morte di Khamis Gheddafi, figlio del colonnello Muammar, che sarebbe deceduto ieri a Tripoli. Secondo quanto ha annunciato il sito dell'opposikzione libica «Al-Manara», Khamis sarebbe morto per le ferite riportate nei giorni scorsi, quando un pilota dell'aviazione libica passato con l'opposizione avrebbe aperto il fuoco contro di lui nei pressi della caserma di Bab al-Aziziya, nel centro di Tripoli. La notizia non è stata ancora confermata, ma sta già facendo il giro dei media arabi. Khamis Gheddafi era a capo di una delle brigate del regime impegnate a combattere contro gli insorti. Sesto dei figli del colonnello, aveva il grado di capitano dell'esercito ed era responsabile del reclutamento e dell'addestramento dei soldati mercenari africani.

Redazione online
21 marzo 2011

Dubbi sul conflitto libico Quanti sbagli per un obiettivo sacrosanto





Cacciare un dittatore fuori controllo come Gheddafi è più che giusto. Ma l’attacco militare è un errore di cui pagheremo le conseguenze 



Sbaglierò ma questa guerra al­la Libia non mi piace. Non mi sen­to di condannare le perplessità del­la Lega ma anche la prudenza ini­ziale di Obama e della Merkel. Al­tro che irresponsabili, come dice Casini e poi la sinistra in versione guerresca. Capisco la necessità di allinearsi alle Nazioni Unite, agli al­leati, ai francesi e ai gruppi di pres­sione internazionale, ma temo che l’attacco militare sia un errore di cui pagheremo le conseguenze. Non so come fanno a colpire Ghed­dafi senza colpire l­e popolazioni ci­vili al cui soccorso diciamo di anda­re. Non so se i danni che cerchia­mo d­i evitare con l’attacco aereo sa­ranno superiori a quelli che andia­mo a procurare ai libici e a noi stessi.

Non so se dopo Gheddafi verrà fuori una Libia somalizzata e non so se tra i ribelli prevarranno gli amanti della libertà o del fanatismo islamico. Non so come la prenderà il mondo arabo con le sue frange più estreme; temo che la leggeranno come un’ingerenza e un’arroganza israeliano-occidentale e reagiranno di conseguenza. Fa pensare la neutralità della Russia, non sappiamo cosa faranno l’Iran e la Cina. Non so come finirà per noi col petrolio, il gas e le torme d i immigrati e non so se riprenderà vigore il terrorismo. Temo un altro Irak, se non un altro Afghanistan. E ancora. Non so perché le repressioni sanguinose in Libia debbano far scattare l’attacco e quelle nello Yemen o in Siria no, per dire solo dei Paesi più vicini. Non so se il movente principale dell’attacco sia davvero la tutela dei diritti umani violati o alcun i interessi politico-elettorali interni più interessi d’affari. Realisticamente penso ambedue.

Non so, infine, se per noi italiani che siamo così vicini alla Libia sia un bene entrare in una guerra nel condominio mediterraneo. Intendiamoci. Detesto Gheddafi e - pazziando mi piacerebbe che il sarcofago di cemento progettato per blindare la centrale nucleare giapponese servisse per chiuderci dentro il bunker di Gheddafi, colonnello incluso. Se un mimo volesse simulare un Dittatore cattivo, le sue smorfie, la sua bocca che tende al disprezzo e al disgusto, il suo aspetto tipico e la sua risata satanica, non riuscirebb e a far meglio di lui. Gheddafi non è solo un tiranno, ma recita convinto quella parte. Detesto Gheddafi da quando conquistò il poter e con il golpe, spodestò un sovrano di buon senso e cacciò gli italiani, derubandoli del frutto del loro lavoro che aveva giovato anche alla Libia.

Contestai da ragazzo l’Italia di Moro e di Andreotti, che fu per anni il suo cammello di Troia; l’Italietta che non reagiva alle minacce, le offese e le azioni del colonnello ma trescava con lui. Mi vergognavo di quell’Italia che con la scusa del complesso coloniale, si inginocchiava al cospetto di questo pagliaccio. Perfino la Fiat finì in ginocchio da lui e Patty Pravo cantò Tripoli ’69 . Ho detestato nel tempo Gheddafi per le sue spacconate, i missili a Lampedusa, le sue fabbriche di armi chimiche, i suoi aiuti al terrorismo. Voleva papparsi la Sicilia e le Isole Tremiti. Per fortuna, ha mezzi scassati e missili low cost, ed è solo un guappo ’e cartone ; ma se avesse potuto, avrebbe invaso l’Italia, devastato l’America e distrutto Israele. Non condivisi però le bombe di Reagan che colpirono la Libia ma lasciarono in piedi il dittatore.



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Meno cause civili nel tribunali: scatta la conciliazione obbligatoria

La fecondazione assistita diventa peccato

La Stampa






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Sotto processo il pm che processò lady Mastella






Magistrati che sbagliano. L'ex procuratore capo che indagò anche il leader dell'Udeur Clemente Mastella è finito sotto processo per calunnia: avrebbe accusato un collega sapendolo innocente


Prima è finito sotto processo per calunnia aggravata e abuso d’ufficio, ora sospeso con effetto immediato dal Consiglio superiore della giusti­zia tributaria che lo ha rimosso, tem­poraneamente, dalla poltrona di pre­sidente di sezione della commissio­ne tributaria di Napoli. È l’epilogo, poco entusiasmante,dell’ex procura­tore capo di Santa Maria Capua Vete­re, Mariano Maffei, la toga che inda­gò l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella (che si dimise pro­vocando la caduta del governo Pro­di), e che firmò gli arresti domiciliari per la moglie Sandra Lonardo, al­l’epoca dei fatti presidente del Consi­glio regionale della Campania.
Arresti spiegati in una surreale con­ferenza stampa, cliccatissima su You­tube , durante la quale Maffei chiede­va a decine di giornalisti, con registra­tore in mano, di astenersi dal registra­re le sue parole mentre le telecamere riprendevano tutto. La sospensione dell’ex pm, che dopo essere andato in quiescenza è divenuto, appunto, presidente di sezione d’appello della commissione tributaria di Napoli, è scaturita da una lunga istruttoria rela­t­iva al processo che vede l’ex procura­tore alla sbarra al tribunale di Roma per presunte irregolarità legate al­l’iscrizione nel registro degli indaga­ti di due suoi ex colleghi, l’aggiunto Paolo Albano, ora procuratore capo a Isernia, e il pm Filomena Capasso, a cui venivano contestati fatti ritenu­ti del tutto insussistenti.
L’inchiesta da cui tutto nasce ri­guardava un medico ospedaliero e i presunti reati di falso e di abuso d’uffi­c­io che Maffei contestava agli ex colle­ghi. Il pm Giancarlo Amato, che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio dell’ex capo della procura sammari­tana, ha sostenuto che la denuncia per Albano e Capasso è stata fatta in assenza di qualsiasi elemento accu­sato­rio e ben sapendo che i due magi­strati non erano responsabili di quan­to gli veniva addebitato. E il procedi­mento romano che sta sancendo l’epilogo professionale di Maffei na­sce proprio da un esposto presentato dagli ex colleghi denunciati. L’accu­sa di abuso di ufficio si basa dunque sul presunto arbitrio esercitato da Maffei in violazione dell’articolo 335 del codice di procedura penale che consente l’iscrizione nel registro de­gli indagati solo di effettive notizie di reato pervenute dalla polizia giudi­ziaria o acquisite di iniziativa dagli uf­fici della procura.
Per la procura di Roma, invece, Maffei ha cagionato intenzionalmen­te un ingiusto danno al procuratore Albano. Si legge infatti nella richiesta di rinvio a giudizio dei pm (accolta dal gup Maurizio Silvestri): «In realtà siffatta iniziativa era stata assunta in totale assenza di qualsiasi elemento accusatorio (...) nei confronti del dot­tor Albano, di fatto a quel punto pron­tamente e doverosamente iscritto quale indagato dalla procura della Repubblica di Roma». Ma il magistra­to romano va oltre e spiega che la de­cisione di Maffei «trovava semmai giustificazioni in precedenti dissidi personali e o professionali con il pre­cedente collega». Quanto all’accusa di calunnia, per i magistrati, Maffei avrebbe incolpato il collega Albano pur conoscendone l’innocenza e in assenza di alcuna effettiva notizia di reato a suo carico.

All’ex procuratore capo vengono attribuite «reiterate, indebite e ingiustificabili condotte, con il sostegno di tre suoi fidati sosti­tuti ». Nelle denunce presentate dagli ex colleghi di Maffei si legge che i suoi comportamenti avrebbero avuto «conseguenze non più rimediabili sulla serenità di molti dei magistrati in servizio, nonché sulla corretta con­duzione della procura» e si parla di «clima insostenibile di sospetti, di comportamenti vessatori, di illecite indagini condotte sull’attività di col­leghi dell’ufficio ».Ma l’ex procurato­re capo di Santa Maria Capua Vetere salì agli onori della cronaca anche perché il suo ufficio venne accusato di aver sottovalutato tutta una serie di indicazioni suscettibili di appro­fondimenti investigativi (comprese alcune intercettazioni shock) che coinvolgevano l’ex presidente della Provincia di Caserta, Sandro De Fran­ciscis, a lui vicino per uno stretto lega­me parentale.



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