venerdì 25 marzo 2011

L'Anm: "Il governo ci aggredisce"

di Redazione


Durissimo documento di Palamara, Cascini e Ardituro in rappresentanza del sindacato delle toghe: "Attività legislativa piegata agli interessi personali". Poi sulla prescrizione breve: "Norma incostituzionale. Rischia solo di determinare l’impunità per autori di gravi delitti". E sulla responsabilità civile delle toghe: "E' un'aggressione alla magistratura"





Roma - Una stroncatura. Su tutta la linea. L'Anm, il sindacato delle toghe, scende in campo contro la riforma della giustizia presentata dal governo. Giudizi tranchant contro i provvedimenti dell'esecutivo. "Nel giro di pochi giorni la maggioranza di governo ha dimostrato quale era il vero obiettivo dell’annunciata riforma epocale della giustizia: risolvere situazioni legate a singole vicende processuali, direttamente con una norma sulla prescrizione dichiaratamente destinata a incidere sullo svolgimento di un processo in corso e indirettamente con una modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati punitiva e intimidatoria. Non era mai successo che l’attività legislativa venisse piegata in maniera così esplicita a interessi particolari". Scrivono in una nota congiunta, Luca Palamara, presidente dell’Anm, Antonello Ardituro, vicepresidente, e Giuseppe Cascini, segretario generale.

Prescrizione breve incostituzionale La riduzione dei termini di prescrizione prevista dall’emendamento inserito nel ddl sul processo breve "nulla ha a che vedere" con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e "rischia solo di determinare l’impunità per autori di gravi delitti". È la durissima posizione dei vertici dell’Anm secondo i quali "la prescrizione del reato è una sconfitta per tutti: per lo Stato che non riesce ad accertare la responsabilità dei reati; per le vittime che non ottengono giustizia per il torto subito; per l’imputato che, se innocente, non vuole la scappatoia della prescrizione, ma una assoluzione nel merito". La riduzione dei termini di prescrizione, scrivono Luca Palamara, Antonnello Ardituro e Giuseppe Cascini, presidente, vicepresidente e segretario del sindacato delle toghe, "è un’offesa per tutti i cittadini onesti di tutto il Paese". I vertici dell’Anm ricordano che già nel 2005 con la cosiddetta ex Cirielli i termini di prescrizione erano stati "drasticamente ridotti, tanto che, nel 2009 il numero dei reati distinti per prescrizione è stato di oltre 140mila. In un solo anno - sottolineano i leader del sindacato delle toghe in un documento - più di 140mila persone accusate di un reato hanno beneficiato della scappatoia della prescrizione ed è evidente - aggiungono - che un ulteriore riduzione dei termini di prescrizione, in assenza di qualsiasi intervento diretto ad assicurare un migliore funzionamento del sistema giudiziario determinerà soltanto un significativo incremento del numero dei processi destinati alla prescrizione". Per i vertici dell’Anm, "gli unici processi che potranno essere portati a termine" con questa norma "saranno quelli nei confronti dei recidivi, mentre gli incensurati avranno ottime probabilità di restare tali per sempre. E' impensabile che il processo per una truffa di milioni di euro nei confronti di un incensurato si estingua, mentre debba proseguire quello per una truffa da cinque euro commessa da una persona già condannata, magari anni prima, per altro reato".

Aggressione ai magistrati Per i vertici dell’Anm "la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati appare talmente assurda e disorganica da potersi spiegare soltanto come atto di aggressione nei confronti della magistratura diretto ad influenzarne la serenità di giudizio". Quanto alla riduzione dei tempi di prescrizione, per Palamara, Ardituro e Cascini, "il principio costituzionale della ragionevole durata del processo è un principio fondamentale cui l’ordinamento deve tendere con ogni mezzo, ma la riduzione dei termini di prescrizione nulla ha a che vedere con quel principio e rischia solo di determinare l’impunità per autori di gravi delitti".





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La guerra di Libia passa dal malumore dei Responsabili

Corriere della sera

 

Sei correnti in 29 persone: c'è maretta. Il caso Pionati e la nomina di Romano

di Pierluigi Battisti – CorriereTv

 

Vendola: "Lombardia mafiosa" Formigoni: "Miserabile drogato"



Duro scambio di battute tra il presidente della regione Puglia e il governatore della Lombardia. Vendola: "La Lombardia è la regione più mafiosa d'Italia". L'ira di Formigoni: "Vendola è un miserabile, lo sapevamo e lo conferma, fra l’altro ripete le stesse parole che ha detto venti giorni fa, quindi probabilmente è sotto effetto di qualche sostanza"



 
Milano -
Questa volta Formigoni non le manda a dire e risponde a stretto giro di posta. La frase che non è andata giù al numero uno del Pirellone è pesante: "La Lombardia è la regione più mafiosa d'Italia". La risposta di Formigoni è una mitragliata: "Vendola è un miserabile, lo sapevamo e lo conferma, fra l’altro ripete le stesse parole che ha detto venti giorni fa, quindi probabilmente è sotto effetto di qualche sostanza".

Formigoni: "Perché Vendola non è in galera?" E poi va giù ancora più pesantemente tirando fuori i guai giudiziari della giunta pugliesee l'affaire Tedesco: "Risponda Vendola come mai adesso non è in galera poi potrà dire qualcosa di una regione, la Lombardia, che è l’esempio per la sanità per tutti". "Piuttosto che dire sciocchezze, Vendola risponda alla domanda che gli pongo da oltre un mese: come mai il suo ex assessore Tedesco, che non è stato messo in galera soltanto perchè il Pd lo ha fatto senatore, ha detto con chiarezza che gli stessi reati commessi da lui li ha commessi Vendola? Dunque due pesi e due misure? Risponda Vendola: come mai adesso non è in galera?"

Vendola contro la Lombardia L'ultima sparata di Vendola: "La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia". Nel mirino del leader di Sel c'è la sanità: "Non abbiamo avuto la fortuna -dice Vendola- di vedere sui tg nazionali i volti di Letizia Moratti e di Roberto Formigoni associati alle vicende della cronaca giudiziaria che racconta quale sia il livello di pervasività dell’organizzazione ’ndranghetista che nella regione controlla le Asl, che ha i boss che organizzano le riunioni negli ospedali e che ha un circuito di appalti che ruota attorno a tutte le pubbliche amministrazioni di questa regione. Sarebbe interessante - conclude - affrontare questo nodo".





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I malati possono aspettare ma la politica non rinuncia a nulla

Il Messaggero


Certo, uno teme di ritrovarsi senza volerlo nel terreno scivoloso del qualunquismo, di finire con frasette di circostanza «è tutto uno schifo, intanto sono tutti uguali». Poi, però, quando metti in fila certe notizie ripensi sempre alla signora di 83 anni che deve aspettare chissà quanto per la terapia del dolore perché all’ospedale San Giovanni di Roma è stato ridotto il reparto causa tagli alla sanità del Lazio.

Ripensi anche alle centinaia di persone ogni giorno in fila ai pronto soccorso e ai consiglieri regionali del Lazio che si sono inventati altre quattro commissioni, per arrivare a quota venti, spendere altri cinque milioni di euro senza spiegare perché, in Lombardia, di commissioni ne bastano dieci.

Certo, in Emilia-Romagna hanno deciso di eliminare i vitalizi, ma perché dovremmo farlo anche nel Lazio? Bene, in queste ore nuovi fuochi d’artificio in Campidoglio, grande festa perché il governo vara un decreto per consentire di allargare a quindici la giunta di Roma Capitale, 12 assessori per carità non bastano a soddisfare tutti gli appetiti, le correnti e i possibili nuovi alleati.

Poco importa se tre assessori in più andranno pagati (e non poco) così come costerà l’allargamento del consiglio comunale a 60. Pensi anche a questo mentre rischi di cadere con lo scooter nei crateri che funestano le strade più importanti di Roma, non ci sono i soldi per ripararle. Ma in fondo non siamo qualunquisti.

Giovedì 24 Marzo 2011 - 11:40    Ultimo aggiornamento: Venerdì 25 Marzo - 00:06




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Giustizia, sì a responsabilità civile toghe Deputata Pd vota con la maggioranza

Il Messaggero


Giulia Bongiorno: norma intimidatoria. Emendamento leghista a legge comunitaria. Pd e Udc: Alfano cosa dice?






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Santoro contro Ferrara: io dietro di me non ho l'ombra di Berlusconi o della Cia

Il Messaggero


Il conduttore: intelligente prendere una trasmissione Mediaset e portarla sulla Rai, ti fa risparmiare un sacco di soldi







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Ricci contro tutti "Meglio una figlia velina che giornalista"

La Stampa






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Caro marito, ecco come ti tradisco

La Stampa






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La Cina scippa la lana venduta agli italiani

La Stampa






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Multato perché con la sua Bmw andava troppo piano

Il Messaggero


CREMONA - Un automobilista di 39 anni di Pescarolo (Cremona), Cristiano Miglio, è stato multato perché andava troppo piano. L'uomo giovedì 10 marzo viaggiava a bordo della sua Bmw 320 con la madre 65enne. Erano stati alla casa di riposo di Casalbuttano, dove avevano fatto visita a un ospite, e sulla strada hanno incrociato una pattuglia della municipale impegnata a misurare la velocità degli automobilisti che viaggiavano in senso opposto.

Miglio non è stato fermato e ha proseguito verso casa. Pochi giorni dopo si è visto recapitare una multa da 39 euro, più 10 euro di spese. Il motivo? Il conducente «circolava a velocità talmente ridotta da costituire intralcio per il normale flusso della circolazione».

Giovedì 24 Marzo 2011 - 23:56




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Pomicino : «Ai tempi delle tangenti Dc sbagliai a non denunciare tutto»

Corriere del Mezzogiorno


L'ex ministro, oggi «riabilitato»: la nostra corrente prendeva soldi dai Ferruzzi. Ma solo per fare politica



Paolo Cirino Pomicino
Paolo Cirino Pomicino


ROMA— «Sì, insomma: io vorrei proprio dirle di questa mia grande, magnifica soddisfazione, di questo mio...» .

Sfizio, onorevole Paolo Cirino Pomicino: può anche definirlo semplicemente sfizio.
«No, aspetti: a lei può legittimamente apparire come uno sfizio, un capriccio. Per me è invece qualcosa di più simile a un risarcimento. Voglio dire che l’idea di essere stato ufficialmente riabilitato, dopo tutto quello che ho vissuto e subito durante Tangentopoli...»
.
Andiamo con ordine: lei fu condannato in via definitiva a 1 anno e 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito dei partiti, per quella che è passata alla storia di questo Paese come la maxi tangente Enimont. Poi patteggiò una pena di 2 mesi per corruzione, erano i fondi neri Eni.
«Lei è preciso. In verità poi ho avuto qualche piccola grana giudiziaria pure per alcuni articoli che scrissi sul Giornale, firmandomi Geronimo e mettendo in discussione l’operato del giudice Caselli e di alcuni suoi colleghi, direttamente coinvolti nel processo per mafia a carico del mio caro amico Giulio Andreotti...» .

Prosegua.
«Beh, dopo tanti anni, ho deciso di chiedere al Tribunale di sorveglianza di Roma un’ordinanza di riabilitazione».

Che, sarebbe?
«Diciamo così: a una persona condannata si restituisce, formalmente, la sua preziosa onorabilità» .

Quali sono i requisiti per ottenere un simile riconoscimento?
«Sostanzialmente è stata decisiva la mia "buona condotta", sia da deputato europeo, dal 2004 al 2006, sia da parlamentare italiano, dal 2006 al 2008. Poi ha certo influito la mia attività di politologo e...» .

E però lei quei reati per cui fu condannato li commise, onorevole.
«Allora: io credo che, in quanto uomo politico, fosse mio dovere fornire questo attestato di nuova onorabilità ai cittadini italiani. E tenga conto che sono l’unico, credo, ad aver chiesto questo genere di attestato: mentre, come lei saprà, per la tangente Enimont fummo condannati in tanti, da Bossi a Martelli, da Forlani a De Michelis, ad Altissimo, a La Malfa... Detto ciò, penso anche che, all’epoca, avrei avuto diritto a conoscere la mia sorte giudiziaria rapidamente, mentre...».

Onorevole, mentre cosa?
«Fui sottoposto a 42 processi. Due condanne e 40 assoluzioni. Ma con il cuore che avevo...».

Lei era...
«Io ero gravemente malato. Ricordo che nel 1997, dopo il secondo infarto, Antonio Di Pietro... sì, proprio lui, venne a trovarmi all’ospedale Gemelli di Roma. Credo venne perché i medici mi avevano dato tre ore di vita... Comunque fu divertente: dopo avermi chiesto come mi sentissi, cominciò infatti a parlarmi subito male di Berlusconi. Allora io gli risposi che era figlio suo, era figlio del pool di Milano, non certo il mio...».

Poi lei subì un trapianto di cuore.
«A Londra. È il buon Dio che ha voluto concedere al vecchio democristiano, qual è il sottoscritto, la possibilità di recuperare la sua onorabilità e di ammettere i propri errori».

Li sta ammettendo ora?
«Sì, lo faccio con lei, qui, sul Corriere: io, all’epoca, sbagliai. Avrei dovuto denunciare al Parlamento i contributi, i soldi che io e la mia corrente prendevamo dalla famiglia Ferruzzi. Quei finanziamenti li prendevano tutti, è vero. Però io non feci niente per combattere quel tragico giro di denaro».

A cosa serviva quel denaro?
«Ci finanziavamo campagne elettorali, congressi... Era sbagliato. Ma...» .

Ma?
«Guardi: a noi quei soldi, piaccia o no, servivano per fare politica. Punto e basta. E la politica era finalizzata, a seconda delle ideologie, al bene del Paese. Se lo ricorda il potere di uno come Andreotti? Ebbene, era un potere che egli esercitava in funzione della Dicì. E come lui, tutti gli altri: da Forlani a Gava...».

Lei sta pensando a qualcuno.
«Penso a Berlusconi, va bene. Penso al veleno che il Cavaliere ha iniettato nelle vene della politica italiana, che è diventata una faccenda misera e personale, privata, tra il re e i suoi cortigiani» .
(Paolo Cirino Pomicino, 72 anni, da Napoli, fu uno dei grandi capi della Dc. Temuto. Riverito. Due volte ministro. Il più eccentrico tra gli andreottiani. Il regista Paolo Sorrentino, nel film «Il Divo» , in una memorabile scena, lo immagina preda d’uno slancio di pura eccitazione da potere e gli fa concludere la sua corsa sul pavimento liscio del Transatlantico con una scivolata infantile: che lui, Pomicino, ha però smentito sia mai accaduta nella realtà).



Fabrizio Roncone
25 marzo 2011




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Il muro francese frena la spinta dei migranti verso l’Europa

La Stampa






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Circumvesuviana niente controlli: si viaggia gratis

Il Mattino


Viaggiare senza pagare sui treni della Circumvesuviana è un gioco da ragazzi. A dimostrarlo è un video pubblicato su YouTube dall'utente 99beautifulday: nelle immagini, girate all'interno di una stazione , non si vedono Né controllori né addetti alla sicurezza. I tornelli sono aperti e «obliterare il biglietto alla Circumvesuviana di Napoli è un....optional», scrive l'autore del video nella descrizione del filmato.







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Giappone: sei giorni dopo la scossa già ricostruita un'autostrada

Corriere della sera

dal nostro inviato PAOLO SALOM

Centomila i soldati dell'Esercito di autodifesa impegnati nelle zone devastate dal sisma e dallo tsunami

 

OSAKA - Sei giorni soltanto. E poi si sono riposati. Tanto ci hanno messo gli ingegneri della società di gestione Nexco per ripristinare un tratto dell'autostrada a nord di Tokyo devastata dal terremoto dell'11 marzo.

 

Più che devastata: una foto scattata da una squadra di pronto intervento, a poche ore dal sisma di 9 gradi Richter, mostra l'asfalto disarticolato e sconnesso, con voragini di alcuni metri: uno scenario adatto a un film del genere catastrofico, tipo Godzilla. In altri Paesi, forse, si sarebbe immaginata una deviazione o comunque un lungo periodo di sbancamento e ripristino prima di rivedere le auto sfrecciare a 120 chilometri l'ora. Non in Giappone. Non in un Paese il cui premier, dopo la doppia catastrofe terremoto-tsunami, ha subito dichiarato: «Ricostruiremo il nostro Paese dalle fondamenta».

 

 

A giudicare da quanto fatto nella regione del Kanto, vicino a Naka, l'opera è già iniziata. Basta guardare la foto scattata il 17 marzo alle ore 17, esattamente sei giorni più tardi rispetto alla prima immagine: l'asfalto appare perfetto, come se non fosse successo nulla. Merito dell'ingegner Makoto Ishikawa, capace di reagire al disastro senza esitazioni e di risolvere in un tempo davvero breve un guaio che avrebbe provocato seri intoppi alla circolazione nell'area più popolosa del Giappone (42 milioni di abitanti). Questo di Naka, comunque, non è l'unico tratto (150 metri) riaperto al traffico in pochissimo. La Nexco, sul suo sito, spiega che su 20 differenti strade e autostrade, circa 813 chilometri su 870 danneggiati dal terremoto sono già stati riaperti al pubblico, per quanto con interventi d'emergenza e «salti» di corsia. La Nexco ha dovuto ripetere le riparazioni anche più volte, perché le scosse di assestamento hanno danneggiato l'asfalto nuovamente in molti punti, anche se certo non con gli stessi effetti del grande terremoto di due settimane fa. «Chiediamo scusa - avvisa la Nexco - se non tutte le aree di servizio sono state riaperte».

 

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Per quanto immenso può apparire oggi il compito, rimettere in moto il Paese è un imperativo sociale. Qualche dato, tanto per comprendere quanto sarà comunque lunga e onerosa la ricostruzione. La stima del governo, fa sapere il segretario di gabinetto Yukio Edano, parla di 25 mila miliardi di yen - circa 220 miliardi di euro - in danni alle infrastrutture, agli impianti industriali, agli edifici pubblici e privati. Come organizzare i lavori, le priorità? Edano ha detto che l'esecutivo sta valutando la possibilità di costituire un'«agenzia per la ricostruzione» simile a quella che dopo la Seconda guerra mondiale si era presa la briga di far ripartire un Paese raso al suolo, con due città, Hiroshima e Nagasaki, annichilite dalle bombe atomiche e molte altre, Tokyo compresa, semi distrutte dai bombardamenti americani. Stiamo pensando a una «sorta di sistema o organizzazione» che possa gestire gli stanziamenti per il dopo terremoto, ha spiegato Edano. Questo comunque vale per il futuro, un futuro che potrà durare anche cinque anni: tanto ci vorrà, secondo le stime della Banca mondiale, per rimettere in piedi tutto.

 

Nel frattempo, centomila soldati dell'Esercito di autodifesa sono tuttora impegnati nelle regioni colpite dal disastro: insieme a migliaia di volontari hanno iniziato a sgomberare le macerie, ripulire i porti e le strade. C'è da aiutare e nutrire 250 mila sfollati senza più casa né - per ora - lavoro. A questo proposito, il governo di Tokyo si aspetta una contrazione della crescita economica nazionale fino allo 0,5% nel prossimo anno fiscale, che in Giappone inizia il primo aprile. «Dobbiamo tenere in mente che a causa del terremoto la produzione potrà rallentare in molte zone per un cospicuo periodo di tempo», ha chiarito l'altro giorno il ministro delle Politiche economiche Kaoru Yosano. Meglio rimboccarsi le maniche.

 

Paolo Salom
25 marzo 2011

Video choc: la polizia spara a bruciapelo su ragazzo indifeso

Corriere della sera

 

Un 14enne, accerchiato, aggredito e infine ferito in un quartiere periferico di Manaus, nello stato di Amazonas

 

MILANO - Sono immagini terribili quelle trasmesse dalle tv brasiliane: poliziotti che sparano ripetutamente e a bruciapelo ad un giovane. Cinque colpi dritto al petto e alla pancia. A quanto sembra, senza un ragionevole motivo. L'adolescente sopravvive, i poliziotti vengono identificati e arrestati.

 

CINQUE COLPI - Ha suscitato sdegno in tutto il Brasile il video di un ragazzo di 14 anni, accerchiato, aggredito e infine ferito a colpi d'arma da fuoco dagli agenti della polizia militare in un quartiere periferico di Manaus, nello stato di Amazonas. Il fatto risale all'agosto scorso, il video amatoriale è stato pubblicato solo ora. Il giovane stava tornando a casa in quella serata dopo essere stato dalla fidanzata. Nel filmato, senza audio e che è stato girato da un vicino, si vede un poliziotto avvicinare un giovane per un controllo. Le forze dell'ordine iniziano con attacchi, spintoni e minacce. Uno di loro impugna la pistola, distoglie lo sguardo, e poi spara a bruciapelo. Continua a sparare. Partono cinque colpi. Il giovane viene ferito, cerca di fuggire. Trasportato infine al pronto soccorso si salva. Nel frattempo è stata aperta un'inchiesta per fare piena luce sull'accaduto, mentre i servizi di sicurezza nazionale di Amazonas (Ssp), hanno ordinato l'arresto preventivo di cinque poliziotti sospettati di essere coinvolti nell'aggressione. La famiglia del ragazzo e l'autore del filmato non hanno voluto diffondere le immagini e denunciare l'accaduto in un primo momento perché temevano ritorsioni da parte della polizia.

 

«BARBARI» - Stando alle testimonianze degli agenti il ragazzo, fermato sotto casa, era sospettato di traffico di droga e i colpi sarebbero stati sparati per autodifesa. «Quello che ha fatto la polizia è stato un atto barbarico. Hanno completamente ignorato il loro compito che è quello di proteggere i cittadini», il commento amareggiato del procuratore dello stato di Amazonas, Joao Bosco Valente. Come informa il Jornal do Brasil la vittima, che è stato confermato non avere precedenti penali, e la sua famiglia sono stati inseriti in un programma per la protezione dei testimoni fino alla fine del processo.

 

Elmar Burchia
25 marzo 2011

Le bugie di Scalfaro ai pm sul carcere duro ai boss



L’ex capo dello Stato ha detto ai magistrati di Palermo di non sapere nulla del cambio ai vertici del Dap. Ma un teste lo smentisce: "Fu lui a decidere"



 

Non è difficile immaginare il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro davanti ai magistrati venuti da Palermo per interrogarlo, il 15 dicembre scorso, a Palazzo Giustiniani sulla trattativa Stato-mafia. E vederlo mentre con visibile fastidio a domanda risponde: «Nulla so in ordine all’avvicendamento al vertice del Dap (cioè il Dipartimento degli affari penitenziari) tra il dr. Nicolò Amato e il dr. Adalberto Capriotti nel giugno del '93. Nessuno mi mise al corrente delle motivazioni di tale avvicendamento…».

Ecco, c’è una versione che racconta tutta un’altra storia. L’«avvicendamento» di Nicolò Amato, licenziato dalla sera alla mattina dopo 11 anni a capo degli istituti di pena, secondo questa versione, fu decisa proprio dall’allora capo dello Stato che un giorno di maggio '93 convocò al Quirinale l’ispettore generale dei cappellani, monsignor Cesare Curioni, suo grande amico da quando era cappellano al carcere di San Vittore e Scalfaro era un giovane pubblico ministero alle prese con un’altra vicenda oscura, le condanne a morte dei fascisti. Ad accompagnare monsignor Curioni, il suo segretario, monsignor Fabio Fabbri. Questa versione riposa, confortata da una serie di testimonianze univoche, nei verbali degli interrogatori raccolti - 8 e 9 anni fa - dal sostituto procuratore antimafia di Firenze, Gabriele Chelazzi, prima di morire. Monsignor Curioni è mancato, anche lui per infarto, nel ’96. Ma il suo ex segretario ricorda bene tutto. E davanti ai microfoni del Tg5 ha confermato quell’incontro con Scalfaro. «Ci chiamò al Quirinale», dice monsignor Fabbri, «per dare il nostro aiuto a individuare un nome adatto a quel ruolo. Era un incontro che nasceva dalla grande amicizia tra il presidente e don Cesare».

Da mesi c’era maretta tra lo storico direttore del Dap, Nicolò Amato, craxiano di ferro e Scalfaro. Screzi, questioni personali. Ad Amato veniva rimproverato lo sgarbo consumato nei confronti di monsignor Curioni, sfrattato dai suoi uffici e confinato in due stanzette a Regina Coeli. Fatto superato - «i rapporti con Amato erano ottimi, aveva molto aiutato noi cappellani» assicura don Fabio - ma la cui eco era arrivata al Colle. Soprattutto in quell’incontro molto confidenziale - «qui ero seduto io e lì, come dove è lei, il presidente» - Oscar Luigi Scalfaro rievocò la volta che Amato gli aveva fatto fare due giorni di anticamera per riceverlo. «Quando io non ero nessuno, disse lui, ed è tutto da vedere che non fossi nessuno» sorride nel rievocare la scena il nostro testimone. E come venne fuori il nome di Adalberto Capriotti? «Purtroppo o no, fui io a farlo. Lo conoscevo bene, eravamo amici. Già in passato era stato il responsabile della polizia penitenziaria. Mi girai verso don Cesare: ma Capriotti non potrebbe essere? Scalfaro si alzò di scatto. Andò verso una specie di consolle dove consultò un librone con le posizioni di tutti i magistrati. “Può essere” disse».

Sia come sia, è così che Adalberto Capriotti, magistrato cattolico e «devotissimo», allora procuratore a Trento, andò a guidare le carceri italiane. Ed è questo il punto. Perché siamo allo snodo nevralgico di ciò che accadde di oscuro tra il governo Ciampi e Cosa nostra, tra Stato e Antistato. Il 26 giugno '93, tra la strage di Firenze (5 morti, alla fine di maggio) e quella di Milano il 27 luglio (altri cinque morti), Capriotti preparò una nota per il ministro Conso. Nella quale si suggeriva di diminuire del 10% il numero dei boss sottoposti al carcere duro (il «41 bis») e di revocare il regime speciale per le figure di secondo piano. Come «segnale positivo - scrisse - di distensione». E Giovanni Conso, ministro della Giustizia nel governo di centrosinistra guidato da Ciampi, eseguì. Il primo novembre lasciò decadere i primi 140 decreti 41 bis per altrettanti mafiosi, che, tra novembre '93 e gennaio del '94, saliranno a circa 400, almeno. Nel più assoluto silenzio. Una decisione che avrà fatto rigirare nella tomba i giudici Falcone e Borsellino, che avevano voluto fortissimamente il 41 bis per piegare Cosa Nostra. Tanto che ora ci si chiede e si indaga se questo passaggio abbia costituito un momento dell’oscura trattativa con la mafia: fine delle stragi in cambio dell’eliminazione del 41 bis.

Dopo che avevate fatto da «ponte» su incarico del Quirinale nei primi contatti, Capriotti insediatosi al Dap se aveva qualcosa da dire al presidente passava tramite lei e monsignor Curioni, o aveva suoi canali? «No, assolutamente, aveva propri canali diretti», risponde monsignor Fabbri. E lei pensa che prima di scrivere quella nota abbia informato il capo dello Stato? «A questo proprio non so rispondere».

Ai pm di Palermo l'ex presidente della Repubblica ha puntualizzato: «Anzi, non ho alcun ricordo della persona del dr. Amato; non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto».


pierangelo.maurizio@alice.it





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De Magistris, il furbetto del giustizialismo per salvarsi dal processo si rifugia in Europa



L’ex pm ora Idv invoca il legittimo impedimento che aveva criticato: sono in commissione. E a verbale scarica sul consulente Genchi l’accusa di avere "spiato" gli onorevoli in Why Not



 
Gian Marco Chiocci
Patricia Tagliaferri

 
Roma Dura la vita del politico-imputato: barcamenarsi tra un processo e un impegno istituzionale non è sempre facile. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, certo, bersagliato di continuo perché sfugge alla giustizia, ma anche l’eurodeputato Idv e candidato a sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che di procedimenti ne ha diversi e di «legittimo impedimento» non vuole sentir parlare. Anzi non voleva sentir parlare, finché a presentarsi in aula doveva essere il presidente del Consiglio. «Una legge incostituzionale», tuonava De Magistris lo scorso gennaio commentando la sentenza con cui la Consulta ha stabilito che devono essere i giudici di volta in volta a valutare le ragioni che impedirebbero la presenza in aula di premier, ministri e parlamentari.

Ora che serve a lui una giustificazione per non presentarsi davanti ai giudici, però, il legittimo impedimento non è più una legge così «ignobile e inaccettabile». Tanto da invocarla in un’istanza in cui chiede il rinvio dell’udienza fissata lunedì mattina davanti al gip di Roma Barbara Callari. Il processo è quello in cui l’eurodeputato dell’Idv è accusato di abuso d’ufficio assieme al consulente Gioacchino Genchi per aver acquisito, nell’ambito dell’inchiesta Why Not, i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza avere richiesto prima l’autorizzazione. Il giorno dell’udienza, purtroppo, all’Europarlamento è in programma la commissione Bilancio che De Magistris dovrebbe presiedere. Un impegno serio, insomma, non come quelli del premier, deve aver pensato l’ex pm prima di convincersi ad invocare la tanto vituperata legge soltanto due mesi fa apostrofata addirittura come «truffa legislativa».

Ancora ieri sul suo profilo Facebook e sul suo sito internet, dando la notizia di una sua assoluzione a Salerno dall’accusa di omissione d’atti di ufficio, De Magistris ne parlava così: «Sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, per altro senza utilizzare, pur potendolo fare, lo schermo dell’immunità parlamentare né scappatoie come quella del legittimo impedimento». A Salerno no, ma a Roma sì, eccome. E non importa se per poter esercitare le proprie prerogative parlamentari serve far ricorso ad una legge che è «ingiusta e vergognosa» solo quando ad invocarla è Berlusconi.
Ma De Magistris si supera nell’interrogatorio reso il 18 novembre scorso davanti al procuratore aggiunto Alberto Caperna quando «scarica» il consulente di fiducia, Gioacchino Genchi, con il quale ha firmato le inchieste flop sul malaffare tra la Calabria e la Lucania. Confessando di averlo «assunto» su proposta dello stesso Genchi e dopo aver raccolto i giudizi positivi di altri magistrati, precisa: «Ho sempre avuto la massima fiducia in Genchi, nel suo lavoro, nella sua metodologia».

Sì, certo. Sempre. Quando però l’interrogatorio si fa incalzante, De Magistris è in difficoltà. Esempio: nell’agenda dell’indagato Saladino, domandano gli inquirenti romani, vengono trovati 2mila nomi, perché Genchi chiede ai gestori telefonici 18 utenze a pagina 37 «denominata Pisanu-Porcelli» riferibili all’ex ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu? «Non so in nessun modo per quale ragione e con quali criteri Genchi abbia individuato quelle 18 utenze». De Magistris non sa spiegare nemmeno perché Genchi si fissò sui telefoni di Pisanu e di cinque suoi familiari.
Si fidava e basta perché il suo consulente gli faceva capire che conoscere gli intestatari di determinate utenze era «indispensabile» per il buon esito degli accertamenti richiesti. «Ma io non ho mai saputo che quelle utenze riguardavano il senatore Pisanu - precisa il politico - la circostanza l’ho appresa leggendo i giornali. Tra l’altro Pisanu non era coinvolto in alcun modo nelle indagini e quindi mai potevo immaginare che a lui si riferissero le utenze di cui Genchi richiedeva l’acquisizione dei tabulati». Finale col botto: «Ci tengo poi a far presente che avendo maturato una lunga esperienza come pm mai avrei consapevolmente disposto l’acquisizione dei tabulati di un parlamentare (...).

Mi fidavo della professionalità di Genchi e mai avrei potuto sospettare che le utenze indicatemi da lui fossero dei parlamentari». Come per Pisanu, De Magistris giura di non aver mai saputo nulla nemmeno di altri politici finiti nel maxi-archivio telematico. Nemmeno dell’ex premier Prodi, il cui nominativo spunta nel pieno del caos di Why Not quando ormai il danno è fatto: per la fretta, infatti, l’allora pm dice d’aver depositato una prima parziale consulenza di Genchi senza leggerla con attenzione. Dentro c’erano più politici, Prodi incluso. «Chiesi a Genchi di porsi il problema dei parlamentari coinvolti per poi avanzare la richiesta al parlamento». Quella relazione, però, non è mai arrivata, e De Magistris ci tiene a sottolinearlo. Poi c’è la storia dell’intercettazione tra il ministro Clemente Mastella e l’indagato Antonio Saladino, che l’ex pm riceve dai carabinieri e consegna a Genchi «senza sapere» - così dice nell’interrogatorio - che in quelle conversazione vi fosse anche la voce di Mastella.

Ma dove ci va davvero pesante con l’ex collaboratore è sul parlamentare Pdl Giancarlo Pittelli: Genchi avrebbe trasferito undici dati telefonici del politico calabrese da un procedimento all’altro all’insaputa dei due pm titolari. Uno è proprio De Magistris. Che mette a verbale: «Ne parlai con la pm Manzini proprio perché ritenevo non corretto il comportamento di Genchi». E la collega? Si mostrò preoccupata «perché erano stati utilizzati inconsapevolmente i tabulati di un parlamentare senza la preventiva autorizzazione».



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Dopo 8 anni il pm s’arrende: «Non ho elementi di accusa»

 Più dell’archiviazione mancata, o meglio non concessa in automatico dal Gip, contano i fatti. E i fatti, anzi il fatto, è uno solo: che uno dei sostituti di punta per quanto riguarda le inchieste di mafia della Procura di Palermo, il pm Nino Di Matteo, dopo otto anni di indagini, è arrivato a una conclusione univoca: l’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa contro Saverio Romano, quell’inchiesta che ha provocato le riserve del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla nomina a ministro dell’Agricoltura del leader del Pid, va archiviata. Romano è innocente e comunque non va processato perché, dice il pm, non ci sono «elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio».

È questo il dato. Questo e quel che il Gip di Palermo deciderà il prossimo 6 aprile quando, convocate le parti, chiarirà perché ha preferito chiedere chiarimenti prima di decidere per sentenza se dire sì al Pm e archiviare il caso; se sconfessare le conclusioni della Procura e rinviare a giudizio il neo ministro; o infine se indicare temi suscettibili di ulteriori approfondimenti in un’indagine che, è bene ricordarlo, in otto anni non ha prodotto nulla.

È dal 2003 che Saverio Romano sta sulla graticola per quel reato dai confini labili che è il concorso esterno in associazione mafiosa, anomalia giuridica tutta italiana. Cosa avrebbe fatto il neo ministro? Quello che in una terra come la Sicilia non è inconsueto venga contestato a chi fa politica: avere ricevuto l’appoggio elettorale delle famiglie di Cosa nostra, avere messo in lista, su input di personaggi in odor di mafia, candidati graditi alle cosche.

A chiamarlo in causa sono alcuni pentiti, che lui nel tempo ha regolarmente querelato: Angelo Siino, che parla delle elezioni regionali del 2001, e Francesco Campanella, che prima di diventare per tutti l’uomo che ha procurato la carta d’identità al superlatitante Bernardo Provenzano, era un giovane politico in carriera, presidente del Consiglio comunale di Villabate, che tanti conoscevano e che tanti ha accusato da quando è collaboratore di giustizia, da destra a sinistra. Nella richiesta di archiviazione, pochissime pagine se si considera che gli anni d’indagine sono otto, il Pm ritiene storicamente provato un solo episodio: un pranzo a Roma a Campo dei Fiori, di cui parla Campanella, cui era presente il neo ministro. Il pranzo ci fu, è la conclusione dell’accusa, ma quanto alla conversazione raccontata dal pentito, conversazione in cui Romano avrebbe chiesto i voti della mafia, non ci sono prove. Di qui la richiesta di archiviare.

Ancora minore lo spessore dell’altra indagine in cui è invischiato Romano insieme con il senatore Pdl Carlo Vizzini e l’ex governatore di Sicilia Salvatore Cuffaro, dal gennaio scorso in carcere per una condanna definitiva per favoreggiamento aggravato: quella, per corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra, scaturita dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Si tratta di una vicenda di presunte mazzette, che a dire di Ciancimino junior sarebbero state versate ad alcuni politici per l’aggiudicazione di appalti a un’impresa di distribuzione del gas di cui il padre era socio occulto. L’inchiesta, partita nel 2009, è ancora nella fase delle indagini preliminari.




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Romano: "Quanti nemici per salvare il governo"



Il neoministro dell’Agricoltura: "La mia azione politica ha deluso chi pensava che il 14 dicembre cadesse il premier. E ora sono costretto a difendermi da una richiesta di archiviazione. La nota del Colle? Può essere un invito a far presto". Pionati mi attacca, ma nel 2006 l'ho fatto eleggere io



 

Saverio Romano il primo «ministro con riserva» della storia d’Italia.

«Sapevo che in Italia bisogna difendersi dalle sentenze e nei processi, non da una richiesta di archiviazione dopo otto anni».

Dal Colle è arrivata una richiesta inedita di chiarimenti sulla sua vicenda giudiziaria.
«Non polemizzo col Colle, dietro a quella nota si può leggere anche l’invito a concludere presto la vicenda».

Che dopo otto anni non sarebbe neanche male.
«Il gip sta facendo accertamenti legittimi».

E intanto lei è un presunto colpevole.
«Solo che non vedo come».

Il gip ha rinviato l’archiviazione dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo la sentenza di condanna per Cuffaro, amico suo.
«A parte che la sentenza su chiunque non può incidere sulla mia vicenda, si tratta degli episodi già oggetto di indagini sui quali sono state archiviate le posizioni di ben 38 persone e sui quali ora il pm chiede l’archiviazione per me, scrivendo che non ha elementi di accusa».

Sospetta manine dietro alla nota di Napolitano?
«Dietro alla nota non credo, ma certo i veleni ci sono e sono... spintanei».

Non spontanei, ma spinti.
«La mia azione politica ha ribaltato le aspettative di molti che pensavano che il 14 dicembre sarebbe caduto il governo».

E dire che lei diceva di sé: «La mia carriera non ha prezzo, non cerco incarichi prestigiosi».
«Non ho sostenuto il governo per fare il ministro, allora non era nelle cose».

Ma se da allora tiene nell’armadio l’abito nuovo che ha indossato al giuramento!
«Lo indossavo già la settimana prima e poi non usa più comprare l’abito per la grande occasione».

Invece il trasformismo non passa mai di moda.
«Non si poteva far cadere il governo al buio, la nostra economia rischiava l’assalto dagli speculatori...»

...E voi avete fatto i Responsabili. Ma adesso lei fa il ministro e i suoi compagni di gruppo sono lividi con lei e livorosi fra loro.
«Alla cena del gruppo dopo la mia nomina non ho colto questo clima».

Pionati dice che non si fa rappresentare da lei, e che voi siciliani fuori dalla Sicilia siete «oggetti misteriosi poco spendibili al Nord».
«.....»

Pronto?
«Pionati l’ho fatto eleggere io la prima volta nel 2006. In Sicilia. Cuffaro capolista. Quindi non commento».

Eppure lei è uno che non le manda a dire. Di Casini disse: «Ha una collezione di cappelli di ogni foggia e per ogni stagione».
«Aveva accusato me di essere andato col cappello in mano da Berlusconi. Io non attacco mai per primo».

«Democristiano nel cuore e nella mente», disse di sé.
«Francesco Pionati è un mio amico, io gli voglio bene e non ho risentimenti».

Ora che siete la terza gamba della maggioranza...
«...Gli altri se ne sono andati, nessuno li ha cacciati dal governo. Ora è normale che vengano sostituiti pescando in maggioranza».

Intanto voi, ancora sul voto sul caso Ruby proprio nel giorno della sua nomina, avete dimostrato di poter tenere il premier sotto scacco.
«Chi dice così ha la memoria corta: D’Alema divenne premier grazie al gruppo guidato da Cossiga. Loiero e Cardinale, che ne facevano parte, divennero ministri, ma nessuno disse che D’Alema era ricattabile».

I Responsabili diventeranno partito?
«Il traguardo è il partito popolare, la barchetta del Pid è nata per quell’approdo».

Lungo viaggio: nel frattempo potreste imbarcare i cattolici in fuga dal Pd, o li lasciate a Casini?
«Nel centrodestra c’è uno spazio che gli amici del Pd hanno difficoltà a trovare dall’altra parte. La politica con la maiuscola è un percorso sempre in costruzione».

C’è uno scatto significativo della sua prima giornata sui banchi del governo, la stretta di mano a Bossi.
«Sono stato sottosegretario al Lavoro di Maroni, e mi hanno già chiamato Reguzzoni, Cota, Zaia...».

Farà il ministro del Sud?
«Siamo in tanti del Sud. Io mi propongo solo di accorciare le distanze, perché non è vero che il Nord è più forte senza il Mezzogiorno. Sarebbe un’anatra zoppa, una provincia d’Europa».

Lei è il terzo ministro dell’Agricoltura in tre anni.
«È come salire su una Ferrari in corsa. Questo è il ministero che ha fatto l’Unità d’Italia: fu di Cavour, fece le bonifiche delle risaie e la riforma agraria. Sento il peso di questa responsabilità».

Perché colleziona statuette di avvocati?
«Per affetto dei 10 anni in cui ho fatto il penalista».

Lei ha vinto, un po’ come il Palermo col Milan.
«Una grande gioia, il Palermo, anche se il Milan è la mia seconda squadra».

Bella partita.
«Il 30 maggio giocherò nella Nazionale parlamentari, per beneficenza. Ma solo 3 minuti. Al quarto non starò più in piedi».

E chi ci crede.



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L'allarme sugli sbarchi Se il buonismo diventa un regalo alla mafia



A Siracusa fermati 19 appartenenti a un clan che gestiva gli arrivi in Sicilia: è la dimostrazione che le porte aperte agli immigrati hanno trasformato l’Italia nel paese della cuccagna. E le cosche si sono subito infiltrate nel business



 
Piatto ricco mi ci ficco. Così deve aver pensato la banda mafiosa che fa capo a Paolo Brunetto alla vista del­le ondate di clandestini che quotidianamente si riversa­no sulle nostre coste. Deci­dendo di trarne profitto, il clan aveva infatti messo in piedi un servizio che gestiva gli sbarchi in Sicilia. Tutto be­ne finché, nella notte tra do­menica e lunedì, un loro na­tante che stava sbarcando 124 egiziani è stata sorpreso - sul fatto - dagli agenti della polizia giudiziaria di Siracu­sa. Diciannove i fermi e quat­tro gli indagati. I 124 egizia­ni, ovviamente, sono stati ac­colti e andranno ad aumen­tare le migliaia e migliaia di clandestini che con la scusa della «primavera araba» la primavera e possibilmente le stagioni a seguire intendo­no trascorrerle dalle nostre parti. Sull’interesse della mafia al traffico di immigrati clan­destini - pare certo che il clan Brunetto non sia il solo a gestire l’affare-sarebbe bel­lo sapere cosa ne pensa il gu­ru Roberto Saviano o qual­che esponente di quella par­te politica e sociale che sul problema dell’immigrazio­ne è per le porte spalancate e l’«avanti c’è posto».

Non si sentono un po’ complici, quantomeno nella forma di quel concorso esterno in as­sociazione mafiosa che tan­to si porta nelle Procure, coi picciotti e le coppole storte che si son messe nel lucroso business delle così dette car­rette del mare? La mafia mi­ca è una onlus: senza la pro­spettiva d’un guadagno non si scomoda. E da cosa è ga­rantito il guadagno? Dai pia­gnistei umanitaristici, dalle lagne terzomondiste, mul­tietniche e multiculturali che rappresentano il più sua­de­nte incentivo all’immigra­zione clandestina: comun­que vada, il piede lo si posa, sul suolo italiano. E appena posato comincia il valzer del­l’accoglienza premurosa (che comprende anche l’im­mancabile «supporto psico­logico »), anticamera della permanenza a oltranza. Su­bito accordata se si riesce poi a infilarsi nella lista dei perseguitati politici. Quan­do la gran parte dei nuovi ar­rivi, come scriveva ieri il di­rettore Alessandro Sallusti, è caso mai perseguitata dalla polizia per reati comuni.

Se quelle lagne, se quei pia­gnistei non si levassero con tanta molesta insistenza, se le sedicenti carrette del ma­re fossero fermate ai limiti delle acque territoriali o se, in ultima analisi, mezz’ora dopo lo sbarco i clandestini fossero nuovamente imbar­c­ati e rispediti ai porti di origi­ne, non vedendovi l’affare la mafia ne sarebbe fuori. Se ne è dentro, se ha allestito una flotta, se ha assoldato inter­mediari extracomunitari e se stipendia dei procacciato­ri in Egitto e in Tunisia è per­ché, assordata, rimbambita dal buonismo terzomondi­sta, il nostro è diventato, per chiunque voglia - e per qua­lunque ragione, spesso in­confessabile - emigrarvi clandestinamente, il Paese della Cuccagna.

Dopo la reta­ta del clan Brunetto, appare evidente che l’insistere per mantenerlo tale non è più un omaggio agli ideali terzo­mondisti, ma il tenere bordo­ne alla mafia, consentendo­le nuove fonti di guadagno e dunque di criminale svilup­po. Se non è correità, questa, assai poco ci manca.



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La P2? Presto P3 e P4» La profezia della Anselmi

Corriere della sera

I diari segreti: possibile che Andreotti e Berlinguer non sapessero?

I socialisti Tra i primi appunti dell'81 dopo che scoppiò il caso: «I socialisti sono terrorizzati dall'inchiesta» I comunisti Tra i 773 foglietti: «Strano atteggiamento del Pci... non mi pare che voglia andare fino in fondo»


Tina Anselmi
Tina Anselmi

Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell'allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull'assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l'ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini. Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch'io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici». Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d'impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa.

Ed è proprio vero: c'è una parte importante dell'Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell'Esercito, 4 dell'Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati.

Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute». Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d'interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema. Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme.

Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un'opinione pubblica sotto choc e che chiede la verità, s'insedia una commissione parlamentare d'inchiesta che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi. Da allora l'ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l'incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16).

Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall'inchiesta») e l'altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge». Un proposito giusto. Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l'enormità dell'indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all'accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l'attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l'investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d'affari».
È un'impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini.

Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci... non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro».

Altro appunto, del 26 gennaio '84, con l'audizione di Marco Pannella: «Com'è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?». Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia. E ancora, il 16 dicembre '81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D'Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone.

S'incrocia di tutto in quelle carte. La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c'è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l'onore al giornale. In questo caso sono insieme all'opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore».

Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio '86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli). Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4...». Sono passati trent'anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All'epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario».

Marzio Breda
25 marzo 2011




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Saltano (di nascosto) i tagli alla politica

Corriere della sera


Nel decreto sul Fus scompare la riduzione dei consiglieri di Roma e Milano. L'«attenzione» del Colle



ROMA - Trasudavano indignazione, le parole di Marco Marsilio: «Pretendere che lavorino gratis o rimettendoci di tasca loro significa allontanare i cittadini onesti e normali dalla politica e dalle istituzioni». Il deputato del Pdl ce l'aveva con la manovra economica di Giulio Tremonti che aveva abolito le indennità dei consiglieri circoscrizionali. Un segnale inequivocabile che tutti, in un momento di difficoltà economica, avrebbero dovuto stringere di un buco la cinghia. Ma scarsamente digeribile. «Ricordo che a Roma ognuno dei 19 municipi è esteso come Milano e abitato da una città come Bologna», insisteva Marsilio. Ma il suo grido di dolore non intenerì Tremonti.

Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta e il capo di Gabinetto Salvo Nastasi, alla presentazione del decreto legge del Fus
Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta e il capo di Gabinetto Salvo Nastasi, alla presentazione del decreto legge del Fus


È durata poco: sei mesi dopo è arrivato il primo gesto riparatore. Nel silenzio più totale, con una norma infilata in uno degli ultimi provvedimenti, l'indennità è stata ripristinata, per il sollievo dei consiglieri circoscrizionali delle quindici città metropolitane. Poi, mercoledì 23 marzo, un secondo regaluccio. Ma questa volta soltanto per il Comune di Roma. Nello stesso decreto legge che con l'aumento della benzina ha restituito un po' di soldi al Fondo unico per lo spettacolo è spuntata una norma piccola piccola che triplica il numero di ore di permesso retribuito ai consiglieri circoscrizionali di Roma, portandole da un quarto di quelle spettanti ai consiglieri comunali a tre quarti. Cosa significa? Che se prima un consigliere circoscrizionale poteva assentarsi dal posto di lavoro per un'ora al giorno, oggi può ritornare dopo tre ore. E il costo relativo viene addebitato dal suo datore di lavoro al Comune. Come si motiva un privilegio che costringerà il Campidoglio a spendere il triplo? Con il fatto che Roma è «capitale»: ragion per cui i consiglieri circoscrizionali sarebbero più impegnati dei loro colleghi di Milano, Palermo o Genova. Difficile, per non dire impossibile, non intravedere in questa misura a dir poco singolare l'impronta digitale del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Al quale non sarà certamente dispiaciuta una seconda sorpresa contenuta nel decreto di mercoledì.


Si tratta dell'articolo con il quale viene stabilito che il taglio del 20% del numero dei consiglieri comunali deciso l'anno scorso ed entrato in vigore dal primo gennaio 2011 non si applica alle città con una popolazione superiore al milione di abitanti. Cioè Roma e Milano, entrambe amministrate dal centrodestra. Per un soffio (circa 30 mila abitanti) il Comune di Napoli, guidato dal centrosinistra, potrebbe invece essere fuori. Roma e Milano non saranno quindi costrette a ridurre da 60 a 48 componenti i loro consigli comunali e potranno avere fino a 15 assessori. Più il sindaco, naturalmente. Dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Siamo alle solite. Anche stavolta non hanno mantenuto la parola. Ogni volta che c'e da tagliare sui costi della politica si rimangiano la parola. Il risultato è che aumentano pure le tasse per i cittadini. Una vergogna».
Va detto che il tentativo di salvare una trentina di poltrone nelle due città più grandi del Paese non è una novità assoluta. La norma era stata già infilata di soppiatto nel famoso decreto milleproroghe approvato un mese fa. Poi però era improvvisamente saltata: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva imposto che venisse rimossa dal testo definitivo. La motivazione ufficiale? Lo stop alla cura dimagrante dei consigli comunali di Roma e Milano (e magari Napoli?) c'entrava come i cavoli a merenda con la materia di quel provvedimento, destinato a reiterare delle scadenze risultate impossibili da rispettare. Una motivazione che però doveva nascondere qualche perplessità ben più profonda, se il Quirinale ha messo un'altra volta sotto stretta osservazione il salvataggio di quelle poltrone: la cui urgenza, evidentemente tale secondo il governo da richiedere addirittura l'inserimento in un decreto legge nel quale si parla di tutt'altro, è davvero arduo giustificare. Senza considerare, poi, una questione di rispetto istituzionale. Il Quirinale chiede di togliere una norma da un decreto legge e nemmeno quattro settimane più tardi Napolitano se la ritrova sotto il naso in un altro decreto legge? Non sarebbe sorprendente se anche questo aspetto della vicenda venisse considerato inaccettabile.

Sergio Rizzo
25 marzo 2011



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