sabato 26 marzo 2011

Ritrovato il Klotz del primo violino: i ladri erano due professori d’orchestra

Corriere del Mezzogiorno


Lo strumento del Settecento da 20mila euro era nascosto in una controsoffittatura del Massimo





NAPOLI — Suonare nella stessa, prestigiosa orchestra, non vuol dire per forza amarsi alla follia. L’ultima indagine del commissariato San Ferdinando si è svolta fra primi violini, musicisti affermati, artisti che lavorano fianco a fianco che talvolta, però, nutrono qualche rancore. Un giallo dalle tinte fosche consumatosi nelle stanze del Massimo napoletano fra strumenti e pentagrammi, e conclusosi con tre denunce, due per furto e una per favoreggiamento. Due su tre, riguardano professori d’orchestra. L’otto marzo scorso, di ritorno da una pausa di dieci giorni, il violinista Ivano Caiazza— che suona nella fila dei primi violini— torna in teatro e si accorge che proprio armadietto, quello dove conservava un violino Klotz risalente alla fine del Settecento, è stato forzato. Il lucchetto è spaccato, e lo strumento non c’è più. Parte immediatamente la denuncia, i poliziotti del commissariato guidato da Pasquale Errico, diretti nelle indagini dal vicequestore Stanislao Caruso, interrogano i musicisti, apprendono particolari, dettagli, ricostruiscono un quadro di amicizie e antipatie che li spinge su una pista ben precisa.

Una pista che conduce non all’esterno della struttura, non a una banda di ladri professionisti, ricettatori esperti, o ad un furto su commissione, ma nelle stesse stanze del Teatro San Carlo. Il prezioso violino, dal valore stimato fra i 15mila e i 20mila euro, non si trova. Rimane un armadietto vuoto con il lucchetto forzato, e una serie di sospettati «eccellenti» . In realtà lo strumento era più vicino di quanto gli investigatori e gli orchestrali (quelli non coinvolti) immaginassero. È un fax anonimo, spedito da Casapulla, nella provincia di Caserta, a fare luce qualche giorno dopo su una parte del mistero. Sul foglio consegnato agli investigatori c’è scritto: «Il furto del violino è stato uno scherzo» . Il messaggio, ribadendo più volte la natura «scherzosa» dell’episodio, indica il luogo esatto in cui è nascosto lo strumento. Il Klotz del Settecento si trova nella controsoffittatura di una stanza attigua a quella degli orchestrali. Lì, è stato nascosto dalle stesse persone che l’hanno rubato. Che sono, appunto, due professori d’orchestra del San Carlo: uno suona il fagotto, l’altro il corno.

Pare che uno dei due avesse litigato col violinista, e che fra i due, insomma, non corresse buon sangue. Sarebbe questo uno dei motivi alla base del furto che, scherzoso oppure no, è comunque stato consumato. Ma gli investigatori hanno deciso di denunciare per favoreggiamento una terza persona. Si tratta dell’edicolante di Caserta. L’uomo, dal cui negozio è stato inviato il fax anonimo, ricordava stranamente per filo e per segno il testo del messaggio. Le sue capacità mnemoniche, però, hanno avuto un brusco calo quando gli agenti hanno chiesto dettagli fisici sulla persona che si era recata in edicola per spedire il fax. Tutto è bene quel che finisce bene. Ma questa storia non è finita totalmente bene. Il proprietario del violino ha fatto mettere a verbale una sua dichiarazione nella quale afferma che lo strumento è stato danneggiato. L’entità dei danni — qualche ammaccatura— è ancora da stabilirsi con esattezza.



Stefano Piedimonte
26 marzo 2011




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Battaglia per Ajdabiya, vincono gli insorti

Corriere della sera

Le incursioni della coalizione contro le forze del regime aiutano i ribelli a riprendere il controllo della città


MILANO - Mentre in Europa si discute, in Libia si continua a combattere. Nel pomeriggio di venerdì tre violentissime esplosioni sono risuonate ad Ajdabiya, estrema difesa degli insorti libici lungo la direttrice che conduce alla loro capitale Bengasi, 160 chilometri più a nord. Si è trattato di nuove incursioni della coalizione multinazionale contro le forze fedeli al regime libico, che in mattinata avevano ripreso a bombardare la città. Dense colonne di fumo sono state viste levarsi verso il cielo lungo la strada che conduce all'ingresso principale di Ajadabiya da est.


Gli insorti festeggiano

Al Jazeera aveva parlato venerdì sera di una «mediazione» per la resa delle brigate di Gheddafi. E nella mattinata di sabato gli inviati della France Presse hanno confermato che la città è tornata sotto il controllo degli insorti. I raid sono stati decisivi, come conferma anche l'inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi.

AEREI DEL QATAR - Nel frattempo si allarga la coalizione internazionale. Gli aerei del Qatar messi a disposizione della coalizione internazionale per l'imposizione della no-fly zone hanno preso parte a operazioni di sorvolo nei cieli della Libia. Una partecipazione significativa, essendo il Qatar un Paese arabo.


153 MISSIONI IN 24 ORE - Quanto al bilancio delle operazioni, gli Usa e i paesi alleati che pattugliano la no-fly zone hanno lanciato 16 missili Tomahawk ed effettuato 153 sortite aeree nelle ultime 24 ore, ha comunicato il Pentagono. Obiettivi delle missioni sono l'artiglieria, le forze di terra e le strutture di comando e controllo del leader libico Muammar Gheddafi, ha precisato il Pentagono. Il portavoce del Pentagono ha precisato che oltre ai 16 missili Tomahawk sono state sganciate contro le forze di Gheddafi quattro bombe al alta precisione JDAM (guidate da Gps). Per quanto riguarda le 153 sortite aeree, 67 sono state effettuate dall'aviazione Usa ed altre 86 dai paesi alleati, ha precisato il portavoce del Pentagono.

ZAWIYA, RESIDENTI RAPITI DALLE TRUPPE GOVERNATIVE - Un portavoce degli insorti di Zawiya, città libica vicina a Tripoli ribellatasi a Gheddafi e poi ripresa dalle forze governative, ha detto che le milizie lealiste hanno rapito migliaia di residenti e li hanno portati in località sconosciute. Ibrahim, che è rimasto a Zawiya e non ha voluto che cognome, ha detto per telefono alla Reuters che le forze di Gheddafi «hanno rapito giovani e anziani, chiunque sotto i 50-60 anni, fossero ingegneri o muratori, e li hanno portati in un luogo sconosciuto. Migliaia sono scomparsi da quando quelli hanno preso la città». Le affermazioni di Ibrahim non possono essere verificate perch‚ il governo libico impedisce ai giornalisti l'accesso alla città 50 km a ovest di Tripoli. Un abitante di Zawiya fuggito in Tunisia, Mohsen, conferma la notizia di violenze e rapimenti.

IL RIMORCHIATORE ITALIANO - C'è stato anche nuovo contatto tra l'equipaggio dell'Asso 22, il mercantile bloccato nel porto di Tripoli da martedì, e la compagnia Augusta Offshore. «E' stato possibile comunicare con il personale a bordo - ha fatto sapere la compagnia - e ci hanno confermato di stare bene». L'equipaggio, composto da 11 persone di cui 8 italiani, due indiani e un ucraino, resta comunque presidiato e non ha lasciato il mercantile. Intanto, fa sapere ancora la compagnia, «si continua a lavorare, a livello istituzionale, per riportare tutti a casa».

Redazione Online
25 marzo 2011(ultima modifica: 26 marzo 2011)

Imola, sterco umano sulla lapide a Papa Wojtyla

Quotidiano.net


E' successo la scorsa notte: il cippo si trova vicino alla Rocca sforzesca e ricorda la visita di Giovanni Paolo II avvenuta 25 anni fa. Addetti del Comune hanno provveduto in mattinata a ripulirlo


Imola (Bologna), 26 marzo 2011 - Sterco umano sopra la lapide a Giovanni Paolo II a Imola. E' successo la scorsa notte: immediato l’intervento degli addetti del Comune, che hanno provveduto in prima mattinata a ripulire l’intera struttura marmorea oltraggiata da ignoti.

La lapide, che si trova vicino alla Rocca sforzesca, ricorda la visita di papa Wojtyla a Imola 25 anni fa. "Il pontefice Giovanni Paolo II - recita, in modo sempre meno leggibile, la lapide posta su un cippo - in visita pastorale alla terra di Romagna il 9 maggio 1986 incontrava in questo luogo le autorita’ e il popolo convenuto a rendergli omaggio".




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Dall'indennità di frac a quella di umidità Tutti gli sprechi degli enti lirici italiani

Corriere della sera


In passivo sette fondazioni su 14: dopo lo sblocco dei fondi, il dovere di tagliare i costi inutili


ROMA — «Veni, vidi e capii» , ha detto Giulio Tremonti. Se il ministro dell’Economia si è persuaso a dare la sua parola sul reintegro del Fondo unico per lo spettacolo in precedenza selvaggiamente tagliato, il merito va ascritto al maestro Riccardo Muti. Il quale è stato evidentemente, nell’incontro avuto con Tremonti il 16 marzo al teatro dell’Opera di Roma, più convincente dell’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi.

Intendiamoci: non che adesso ci sia da scialare. I soldi pubblici a disposizione dello spettacolo sono ancora una frazione rispetto a quelli che per esempio vengono stanziati in Francia, dove al solo teatro arrivano quest’anno finanziamenti statali per 663 milioni, cifra superiore del 60% all’intero Fondo unico così com’è stato reintegrato dal Consiglio dei ministri. Fondo che risulterà in ogni caso nel 2011 pari a meno della metà di quanto fosse nel 1985, quando venne costituito con una somma equivalente a 825 milioni di oggi. E senza dover aumentare le accise sulla benzina, come ha deciso ora il governo per compensare il reintegro. Facendo così pagare il conto a tutti i cittadini. Ma almeno per quest’anno la catastrofe che paventava tutto il mondo dello spettacolo a causa dei tagli è scongiurata.

Ciò detto, sarebbe insensato non approfittare di questa dolorosa vicenda per fare un profondo esame di coscienza. Intanto sull’importanza degli investimenti nella cultura in un Paese come l’Italia. La Francia, dove la politica è decisamente più attenta a questo aspetto, dedica a tale capitolo cifre decisamente più consistenti di noi pur avendo un patrimonio artistico, archeologico e monumentale decisamente inferiore: il budget del ministero dei Beni culturali francese è cinque volte superiore a quello del ministero italiano. I cui fondi, peraltro, si sono ridotti negli ultimi dieci anni del 40%. E forse non è un caso che l’Italia, nel 1970 prima meta turistica mondiale, sia ora scivolata al quinto posto, mentre la Francia è passata in testa, con un numero di presenze straniere praticamente doppio rispetto al nostro.

Un esame di coscienza, tuttavia, va fatto anche a proposito di come da noi i pochi quattrini vengono spesi. Ha destato scalpore, due anni fa, la provocazione lanciata da Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica: dirottare verso la scuola e la televisione i fondi pubblici destinati al teatro e alla lirica. Settori definiti «a dir poco stagnanti» dallo scrittore. Opinioni ovviamente rispedite al mittente dal fronte degli enti lirici. Che però hanno dovuto affrontare sempre più spesso, negli ultimi tempi, le accuse di coltivare sprechi e privilegi anacronistici. Aldo Forbice ha denunciato sul Quotidiano nazionale che le 14 fondazioni liriche italiane, pur assorbendo circa metà del Fondo unico dello spettacolo, hanno accumulato dal 2004 al 2008 perdite per circa un centinaio di milioni di euro. Mentre Paolo Bracalini ha raccontato sul Giornale che nel 2007 il costo del personale, voce che rappresenta il 70%della spesa degli enti lirici, ha assorbito 343 milioni di euro, più del triplo dell’incasso dei biglietti (100 milioni).

I dipendenti dei 14 enti sono in tutto seimila. Per esempio la Scala (il cui vicepresidente è Bruno Ermolli, uno degli uomini considerati più vicini a Silvio Berlusconi) alla fine del 2009 ne aveva 915, di cui 149 a tempo determinato, a fronte di una pianta organica di 817 persone. Il costo, 68,8 milioni, con un aumento dell’ 8,5%rispetto al 2008: 75.180 euro procapite. Al Teatro dell’Opera di Roma, i dipendenti erano invece 742 alla fine del 2008, ultimo anno per cui è disponibile il bilancio depositato in Camera di commercio. Il loro costo, per quanto in media sensibilmente inferiore a quello della Scala (circa 58 mila euro) aveva superato i 43 milioni di euro, essendo cresciuto in dieci anni al ritmo del 5%l’anno. Più 57%dal 1997 al 2008. Il bilancio del 2008 dell’Opera di Roma, (ente commissariato nel 2009 e dove è arrivato come vicepresidente il giornalista Bruno Vespa) si è chiuso con una perdita di 11 milioni, e per l’anno successivo si prevedeva un risultato simile: 10,9 milioni, ovvero quasi un quarto delle perdite accumulate da tutti gli enti. Pari a 39,5 milioni di euro. Ha scritto Laura Maragnani su Panorama che delle 14 fondazioni liriche nel 2008 soltanto metà non ha chiuso il bilancio in passivo. Si va dagli 11 milioni di Roma ai 5,5 del Maggio fiorentino, ai 10 e mezzo del Carlo Felice di Genova, ai 4,7 del Teatro comunale di Bologna. E i debiti, dove li mettiamo? Il solo Carlo Felice ne ha per quasi 18 milioni. Ma è un caso dei tanti. Si sono accumulati man mano che il Fondo unico per lo spettacolo si riduceva, ma non si riducevano il personale, gli apparati amministrativi, i benefit.

Certo, non è detto che il teatro e la lirica debbano per forza produrre utili. Quasi dappertutto le attività di prosa sono sovvenzionate: ed è giusto così. Ciò non toglie che qualcuno, come il sovrintendente del Carlo Felice di Genova, Giovanni Pacor, non crede «al teatro passivo». Sicuro che l’attività teatrale «debba essere gestita come un’impresa». Ma è un mondo, quello degli enti lirici, nel quale questa mentalità fa fatica a penetrare. Le assurdità si sono stratificate in decenni nei quali il sindacato non ha mai avuto difficoltà ad averla vinta su tutto. Ogni teatro ha la sua amministrazione, il suo ufficio paga, il suo capo del personale... Le orchestre sono doppie, con il risultato che i musicisti lavorano mediamente la metà. Sopravvivono spesso catene di comando pletoriche e costose, contratti integrativi senza paragoni nel pubblico impiego, e alcuni istituti sindacali che Bracalini ha giudicato «al limite del surreale». E questo è meno comprensibile. Come l’ «indennità umidità» per gli spettacoli all’aperto (che spetta pure agli impiegati!), l’«indennità armi finte» applicata all’Arena di Verona per le rappresentazioni che prevedono l’impiego di spade di compensato, l’«indennità di lingua» , che al San Carlo di Napoli scattava quando nel testo c’era anche solo una parola straniera, e perfino «l’indennità di frac». Oppure l’ «indennità di cornetta» , che percepiscono i suonatori di quello strumento, soltanto perché è diverso dalla tromba. Ha riconosciuto un anno e mezzo fa Marco Tutino, presidente dell’Anfols, l’associazione che riunisce le fondazioni: «Il sistema della lirica è malato. Le regole sono sbagliate. I costi deliranti. I vincoli assurdi. Siamo noi sovrintendenti i primi a dire che, se non si fa una riforma, è inutile darci altri soldi».


Sergio Rizzo
26 marzo 2011



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Dalla modella Bianca Balti insulti contro Berlusconi Mussolini: "Tim la licenzi"





La modella, scesa in piazza con le donne il 13 febbraio, attacca: "Tutto il mondo ci prende in giro per Berlusconi". E Mussolini: "Si vergogna di essere italiana? Vada in Francia, con la Bruni a suonare la chitarra"


Roma - Alessandra Mussolini contro il nuovo volto della Tim, la modella Bianca Balti. In un’intervista "ha insultato Berlusconi" e, quindi, "la maggioranza degli italiani", è la sua colpa a dire della deputata Pdl, "spero che la Tim la licenzi e si riprenda Belen".
Uno sfogo che la Mussolini ha consegnato a Klaus Davi ed on line sulla sua pagina Facebook "Porca Italia". Al settimanale Vanity Fair la Balti, che è anche scesa in piazza con le donne il 13 febbraio, aveva detto: "Tutto il mondo ci prende in giro per Berlusconi. All'inizio mi incazzavo e rispondevo a chi ci attaccava: senti chi parla, voi avete Bush. Adesso cerco di ragionare e spiego che l'Italia non è solo e tutta Berlusconi". Parole che hanno fatto andare su tutte le furie Alessandra Mussolini: "Non ci posso credere che la testimonial della Tim abbia veramente detto una cosa simile. Si è dimostrata poco intelligente politicamente. Spero che la Tim la licenzi immediatamente e si riprenda Belen: ha insultato la maggioranza degli italiani che con convinzione ha votato il nostro premier, dimostrandosi poco intelligente. E lo ha fatto dopo che Berlusconi ha finto anche sul fronte della crisi libica".
"Si vergogna di essere italiana? Vada in Francia, con la Bruni a suonare la chitarra", ha aggiunto Alessandra Mussolini, convinta anche che "lo spot è brutto, lei sembra un manichino". Quindi, ben venga il "licenziamento immediato, anche perché non se ne accorgerebbe nessuno: aridateci Belen".




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L'amarcord di D'Alema: Il Pci? Sono orgoglioso di essere stato comunista



L'amarcord di D'Alema sulle colonne dell'Unità: "Sono stato un militante e un dirigente comunista e non ne sono pentito. Il Pci? Una grande esperienza umana e politica"



 

L'amarcord è uno dei piatti forti della sinistra. Comunisti da giovani e radical chic quando sulla testa spuntano i capelli bianchi. Quanto si piacciono... Da Botteghe oscure a Sankt Moritz passando per Mosca, il vessillo con la falce e il martello rimane piegato nel cassetto tra un maglioncino di cashmere e una polo da velista e nel frattempo si pontifica. Massimo D'Alema guarda nello specchietto retrovisore e si compiace, quanto si compiace. E lo fa giocando in casa, teneramente vezzeggiato dalle colonne del giornale di Concita De Gregorio. "Non mi sono mai pentito di essere stato un militante e un dirigente del Pci". Contento lui... L'autocritica non è il piatto forte della sinistra, il partito comunista più potente dell'Europa occidentale, quello che teneva un piede a Roma e l'altro in Russia, per lui "tra luci e ombre è stata una grandissima esperienza umana e politica". Alla faccia del tanto sbandierato riformismo, una vernice sempre buona per dare un'imbiancata alle cariatidi leniniste. Questa volta Massimo D'Alema parla fuori dai denti. Sono le parole dell’ex premier Massimo D’Alema, in un’intervista all’Unità, nella quale ripercorre le tappe della sua formazione politica a partire dall’iscrizione al partito ai tempi del liceo, passando per il matrimonio quasi imposto dal Pci perchè era diventato "un personaggio pubblico", all’incarico di segretario della Fgci. Non c'è che dire, una grande scuola di libertà.

"Me lo chiese Berlinguer - afferma D’Alema - e il partito decise di puntare su un esponente della generazione del ’68. Mi disse: abbiamo deciso che sarai il segretario della Fgci". D’Alema confessa che scelse di farsi accettare "più sul piano politico" dal gruppo dove c’era Veltroni, Errani, Turco, "perchè credo che a molti stavo antipatico". Un attimo di lucidità e a D'Alema sorge un dubbio legittimo.

Poi ricominciano i violini e D'Alema languido torna sulla vie en rouge:
"Quello era un partito nel quale i giovani avevano uno spazio - prosegue -, ma certo ci furono anche scontri durissimi". Berlinguer, nel ricordo di D’Alema, "aveva una vera passione per le questioni internazionali" e aggiunge "era un uomo riservato, non amava esibirsi".

Poi, ricordando una vacanza bohemien nella Cecoslovacchia invasa (sic), un dubbio sgonfia leggermente la vela memorialistica dello skipper di Capalbio: "Certo che ci furono ritardi nel prendere le distanze dal socialismo reale. Ma, per la mia generazione, fu la Cecoslovacchia, nel '68 il punto di rottura. Nei giorni dell'invasione ero a Praga, all'alba del 18 agosto mi affacciai dal mio alberghetto e vidi i carri armati sovietici. Scesi in piazza con i ragazzi cecoslovacchi, si disegnavano le svastiche sui tank. Quando arrivò la notizia che il Pci aveva disapprovato quell'invasione fu motivo di grande orgoglio. Però, da allora fino all'82, quando Berlinguer parlò dell'esaurimento della spinta propulsiva, sono troppi anni rispetto alla consapevolezza che quello era un mondo che non aveva nulla a che fare con noi". Essì, un po' troppi. Ventiquattro lunghissimi anni, fino alla morte di Breznev, in cui l'Unione Sovietica stagnava nel comunismo e D'Alema scalava le vette del Pci. Troppi ma non abbastanza, quarantatre anni dopo l'invasione della Cecoslovacchia D'Alema è ancora fiero del suo passato comunista...





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E Santoro ora arruola i clandestini radical chic

di Stefano Zurlo


Le telecamere di Annozero tra i tunisini accampati dopo gli sbarchi: "Gli italiani? Fascisti e razzisti". Ma ha il cappellino firmato


Indossa un giubbotto scuro. Forse nero. E va dritto al punto, sen­za incespicare nelle parole: «Voi ita­liani siete tutti fascisti e razzisti». Al suo fianco, un altro tunisino, con il cappellino firmato Adidas annui­sce. Le telecamere di Annozero in­quadrano un paio di scarpe che po­­trebbero essere Nike , certo poggiate su un pavimento di palta che fa tor­cere le budella. Michele Santoro sdogana una nuova figura: l’immi­grato griffato. È un profugo? È un clandestino, ma che cosa è? Per ora sappiamo che è, o dovrebbe essere, una persona di buona cultura, istrui­ta, che ce l’ha a morte con l’Italia.
È il tunisino, il tunisino appena sceso dal barcone, a vibrare un gran­de pugno in faccia al governo e alla sua inefficienza: «Qua ci sono perso­ne perbene - prosegue avvolto nel suo giubbotto - qua ci sono intellet­tuali, io ho un master in psicologia». Come stridono questi curricula im­portanti, da classe dirigente e non da sottoproletariato del Terzo mon­do, con il fondale dantesco che i ca­meraman 

di Annozero mostrano impietosi.«Qui c’è un odore nausea­bondo, basta vedere le toilette», spiega l’inviata del programma aggi­randosi fra specchi rotti, cessi alla turca intasati, camerate riempite co­me alveari. «Siamo nella m. siamo nella m... siamo nella m...», scandi­sce un altro tunisino accoccolato in un anfratto. Pure lui ha appena vin­to la sua scommessa con la sorte, ha attraversato il mare, è arrivato a de­stinazione, ma già è impegnato in una predica contro l’Italia. Come molti dei connazionali che si muo­vono fra gli scogli e la sabbia contesa alle tartarughe della riserva.
Bivacchi. Fuochi. Grida di rabbia. Sandro Ruotolo, piazzato sulla pri­ma linea della spiaggia, arringa i tele­spettatori già arringati dai nordafri­cani: «Qua ci sono una quarantina di lampedusani e un centinaio di africani». Accampati come posso­no, immersi nella sporcizia e nell’ab­bandono, ma aggrappati con le un­ghie a quel lembo di Europa che sporge dal mare.
Il popolo delle felpe e dei cappuc­ci si aggira per le strade dell’isola che sta per scoppiare. Mescolati con loro s’intravedono sagome di­sperate, magari buttate per terra e ri­coperte da un lenzuolo lercio. Un uomo mostra addirittura il buco nel­la gamba, provocato da una pallotto­la che nessuno gli ha estratto. Spa­ventoso.
È impossibile verificare. È impos­sibile controllare. È impossibile di­stinguere. Quelli più stremati e indi­­fesi, quelli che tremano, tacciono. Nemmeno vedono il microfono. Al­tri sì: «Pensavamo che l’Italia fosse la culla della democrazia e invece ci lasciate in questo schifo». Un opera­tore, forse un volontario della Prote­zione civile, prova a censire l’esodo: «Quarantadue, quarantatrè, qua­rantaquattro. Questi sono cento­quarantaquattro ».
Ma i conti e le facce della grande fuga non tornano: non ci sono don­ne, non ci sono vecchi, non ci sono bambini. Il flusso è selezionato, co­me già aveva notato in un’intervista al
Giornale il governatore del Vene­to Luca Zaia: «Oggi sbarcano soltan­to ragazzi di 25-35 anni senza famiglia che appaiono in car­ne, ben messi e non così sprov­veduti ». Sarà così? Certo, a ve­de­rli vagare come animali ran­dagi per quelle contrade selvag­ge, si stringe il cuore. Ma le fac­ce, alcune, intercettate da An­nozero completano l’identikit tracciato dal governatore: «Di sicuro, quelli che arrivano con le scarpe da ginnastica firmate, il giubbottino all’occidentale e il telefonino in mano non è gen­te che chiede asilo politico».
Intanto il comizio interetni­co prosegue. E Ruotolo, dal bagna­sciuga, lo mette in cornice: «Da Lam­pedusa è partito un aereo che aveva a bordo solo 29 immigrati. Ventino­ve. Il piano di evacuazione è fallito». Sono tutti d’accordo: i clandestini, alias profughi, e i pescatori. Tutti in­sieme. E tutti contro il governo.



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Sarkozy: «Ora soluzione diplomatica» Nuovo duello con Roma sulla regia

Corriere della sera

Tutto il comando alla Nato. Intanto Tripoli si dice pronta alla "road map" proposta dall'Unione africana


MILANO - E' ancora tutto da verificare ma Tripoli si è detta «pronta ad attuare la road map» proposta dall'Unione africana per mettere fine alle ostilità in Libia. Lo ha affermato il rappresentante del regime di Muammar Gheddafi ad una riunione dell'organizzazione africana ad Addis Abeba. L'Unione africana (Ue), attraverso un piano («road map») prodotto il 19 marzo a Nouakchott da un suo comitato sulla crisi libica, aveva chiesto una soluzione negoziale della crisi libica attraverso una fine immediata delle ostilità e l'avvio di un dialogo tra le controparti libiche, premessa di un «periodo di transizione» democratico.

FRANCIA E GERMANIA - Nel frattempo Francia e Gran Bretagna sono al lavoro per preparare «una soluzione politica e diplomatica» per la Libia. Lo ha annunciato il presidente francese Nicolas Sarkozy al termine del vertice Ue. «Martedì al vertice di Londra - ha spiegato Sarkozy - con Cameron avanzeremo una proposta comune per scadenzare le prossime tappe dell'azione in Libia. Presenteremo un'iniziativa franco-britannica». La scadenza di martedì è decisiva anche per definire il passaggio alla Nato della guida e del coordinamento delle operazioni militari. Da quel giorno infatti il comando operativo passa all'Alleanza. Viene superato dunque il compromesso raggiunto giovedì alla riunione del consiglio Atlantico: la Nato assumeva il comando diretto delle operazioni militari di mantenimento della no fly zone ma non degli eventuali altri attacchi aerei di Paesi della coalizione contro truppe a terra, postazioni e mezzi blindati di Gheddafi. Ora invece la linea è più chiara: tutte le operazioni militari saranno coordinate e guidate dalla Nato. Per questo la Francia insiste ancora per un coordinamento politico dell'intera operazione aperto anche a Paesi arabi e africani che altrimenti parteciperebbero a operazioni militari ma senza alcun rapporto nella catena di comando con la guida complessiva affidata soltanto alla Nato.


GUIDA POLITICA - Sono i motivi che hanno spinto il presidente francese Sarkozy, nel vertice Ue, a insistere sul fatto che l'aspetto fondamentale della missione è quello di avere una «guida politica», perché «non sono le forze della Nato che vanno a proteggere la popolazione libica, ma le forze di una coalizione di undici Paesi, tra cui due Paesi arabi». Per Sarkozy, dunque, «le decisioni sono prese dal coordinamento politico. Le missioni della Nato avverranno sulla base di obiettivi proposti da un coordinamento politico a più alto livello». Del resto - ha aggiunto il presidente - «la Nato non può assorbire Paesi come gli Emirati Arabi Uniti o il Qatar. È impossibile».

COMANDO NATO - Resta il fatto che d'altra parte si afferma che la Nato assumerà «entro breve» la guida di «tutte le operazioni militari». Arriva anche la comunicazione che il comando è stato affidato al generale canadese Charles Bouchard . Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, conferma da Tunisi che «la Nato sarà operativa tra domenica e lunedì», ha spiegato in una conferenza stampa, «è quello che volevamo fin dal primo momento e per cui ci siamo battuti». La questione del coordinamento politico chiesto dai francesi è affidata a sottili distinguo, con la ricerca di termini adatti per accontentare tutti e . «Non ci sarà nessuna cabina di regia operativa» dice infatti Frattini, che però aggiunge che sarà attivo invece «un gruppo di contatto politico, che inizierà a lavorare martedì a Londra e a cui parteciperò anch'io».

NOVANTA GIORNI - Da un funzionario dell'Alleanza arriva una previsione sulla durata dell'operazione di no-fly zone: novanta giorni, suscettibili di un prolungamento o di una riduzione se sarà necessario. Le notizie dalla Nato arrivano poche ore dopo che anche il Consiglio europeo ha espresso la sua posizione sull'intervento. «Le operazioni militari si concluderanno quando la popolazione civile sarà al sicuro dalla minaccia di attacchi e quando gli obiettivi della risoluzione 1973 (quella dello scorso 17 marzo sull'intervento in Libia, ndr) saranno raggiunti» scrivono in un documento in più punti i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles.

L'UE - Tra le conclusioni raggiunte dal Consiglio europeo c'è in primo luogo la sottoscrizione delle condizioni d'intervento poste dalle Nazioni Unite. L'Ue è «determinata a contribuire» all'applicazione della risoluzione Onu 1973 (ovvero quella adottata lo scorso 17 marzo dal Consiglio di sicurezza sull'intervento in Libia), si legge nel testo approvato a Bruxelles. I 27 sollecitano inoltre Gheddafi a farsi da parte «immediatamente», in modo da avviare il dialogo con le parti interessate e avviare la transizione democratica, tenendo comunque presente «la necessità di assicurare la sovranità e l'integrità territoriale della Libia». Un processo per il quale viene sottolineato il ruolo «cruciale» dei Paesi arabi, e in particolare della Lega araba.

PETROLIO E GAS - Altro capitolo del documento del vertice, sulle sanzioni. L'Unione europea si è detta pronta a misure per assicurare che gli introiti provenienti da petrolio e dal gas non finiscano nelle tasche del regime di Gheddafi. Una proposta in questa direzione verrà anche presentata al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Un provvedimento necessario «a garantire che Gheddafi non paghi i suoi mercenari con le risorse petrolifere», ha spiegato il presidente francese Nicolas Sarkozy. L'«embargo totale sul petrolio libico e ampie limitazioni commerciali», era stata ribadita giovedì dalla cancelliera tedesca Angela Merkel in un intervento al Bundestag prima del Consiglio europeo. Soddisfatto del documento del vertice il premier italiano Silvio Berlusconi.

«TRA 8 MILA E 10 MILA MORTI» - A Misurata si combatte, con i ribelli che continuano a controllare il porto. Le truppe leali a Muammar Gheddafi hanno ripreso a bombardare Agedabia, città a 50 chilometri da Bengasi, riferisce Al Jazeera. Dai ribelli, intanto, arriva un bilancio delle vittime dall'inizio del conflitto: tra 8 mila e 10 mila persone. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha sottolineato che gli uomini del Colonnello «arretrano» ma restano una minaccia. Dagli Emirati arabi uniti, la notizia che saranno inviati 12 aerei per contribuire a far rispettare la no-fly zone.

Redazione online
25 marzo 2011

Ecco i "vecchi" pacifisti pronti a creder a tutto per sdoganare la guerra

di Alessandro Gnocchi




De Gregorio, Henry Lévy e Dario Fo. Giuravano che fosse il male assoluto. Ma questa no. Il paradosso di Gad Lerner che accusa il governo di disfattismo

 



La rivoluzione ha un tale fascino che è impossibile dirle no. Anche se dei rivoluzionari sappiamo poco o nulla. E così chi, a destra ma anche a sinistra, manifesta qualche dubbio sulla natura dell’insurrezione nei Paesi arabi viene liquidato dai progressisti, un tempo pacifisti, come vittimista, isolazionista, allarmista. Sono queste le parole con le quali Gad Lerner bollava ieri su Repubblica il governo di centrodestra che, a suo parere, teme «un esito felice» del conflitto, cioè la vittoria dei ribelli al regime.

Gheddafi è un dittatore spietato, non c’è dubbio. Sarebbe una gran cosa se i Paesi arabi scoprissero la libertà, e fossero guidati da una classe media laica e democratica. Ma chi può garantire su chi vorrebbe prendere il posto dei tiranni del passato? Nessuno sembra disporre di argomenti definitivi. Questo però non frena l’entusiasmo: ogni residuo di realismo, e di pacifismo, è stato abbandonato. A costo di trangugiare ogni bufala: la missione umanitaria, la salvaguardia dei diritti umani, l’operazione di peace-enforcement, come dicono quelli che la sanno lunga. Si va in guerra per interessi anche economici? Non sia mai, noi europei siamo buoni. Erano gli americani George Bush e Dick Cheney a scendere sul campo di battaglia per il petrolio, altro che Enduring freedom, Saddam (che gasava i curdi) era un despota ma anche il legittimo governante di uno Stato indipendente a cui non rompere le scatole.

Tutto passato. Bernard Henry-Lévy, a esempio, si arrampica sugli specchi al fine di poter sposare un punto di vista solo per caso molto simile a quello della propaganda francese. La guerra in Libia, scrive sul Corriere, è una guerra «che sottrae la guerra alla guerra». Limpida riflessione che introduce quanto segue: «È un’iniziativa francese ma non una guerra francese»; e soprattutto non è una «guerra neocoloniale». Dopo l’excusatio non petita ecco una serie di dichiarazioni come minimo discutibili: è una guerra che ha il sostegno della Lega araba (si è visto); è una guerra «di salvataggio» (però non ci si può limitare a proteggere i civili, bisogna mandare via Gheddafi); gli oppositori potrebbero essere antidemocratici, antioccidentali e filoislamici, ammette il filosofo: ma sono lo stesso «in cammino verso una democrazia di cui stanno reinventando, a grande velocità, i principi e i riflessi». Perché mai?

L’Occidente ha già qualche esperienza negativa nel gestire le guerre altrui. Ricordate le frequenti accuse agli americani: avete portato voi al potere i talebani in Afghanistan? Evidentemente, chi allora impartiva lezioni di pacifismo, oggi scalda i motori della coalizione. Ora si fanno parallelismi fra Mazzini e ribelli di cui poco si conosce: «Non si possono lasciare soli gli eroi del “nuovo risorgimento del mondo arabo”, per usare le parole di Napolitano. Non si possono celebrare i nostri ventenni di centocinquant’anni fa e ignorare i loro ventenni oggi» (Concita De Gregorio, l’Unità).

Gli stessi che hanno deprecato le guerre con Afghanistan e Iraq, considerate imperialiste e mosse dalla volontà di rapina del petrolio altrui, in questi giorni ostentano certezze. Siamo nel mezzo di una missione umanitaria, non di una spedizione con molti aspetti oscuri. E sia lodata la Francia che ha iniziato a sparare con una fretta che ad altri sembra sospetta: «Se non c’era la Francia, che partiva in quarta, c’era una strage e staremmo qui a piangere anche sulle nostre responsabilità» (Dario Fo all’Unità).

Chi inorridiva di fronte all’idea di esportare la democrazia, dottrina Bush, ora predica l’esatto contrario: il pacifismo «priva anche della possibilità di appoggiare la democrazia già esistente dove è minacciata o di sostenere una rivolta che provi ad instaurarla» (Paolo Flores d’Arcais sul Fatto). E dunque interveniamo, perché le rivolte hanno «una fortissima componente giovanile, colta, laica».
Dal pacifismo all’interventismo, senza mai lasciarsi sfiorare dal dubbio.



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Adesso i pm possono imbavagliare gli onorevoli

di Fabrizio De Feo


Roma

C’era una volta l’articolo 68 della Costituzione, quello relativo all’insindacabilità delle opinioni espresse durante il mandato parlamentare. C’era una volta una norma che puntava a garantire al politico l’assoluta serenità civile, al riparo da eventuali strumentalizzazioni delle funzioni giudiziarie a fini di pressione, repressione o intimidazione. Ora, invece, una sentenza della Corte costituzionale che ha colpito Francesco Storace, ne ha ridefinito i confini. E ha ristretto il territorio di applicazione di questa guarentigia, depotenziandola e alterando ulteriormente l’equilibrio tra potere politico e giudiziario.
Curioso destino, quello dei politici.

Proprio mentre il Parlamento si appresta ad avviare il lungo iter della riforma della giustizia e proprio nelle ore in cui si discute della responsabilità civile dei magistrati, con un colpo secco la Consulta strappa loro di dosso buona parte del loro storico scudo costituzionale. Peraltro a rendere ancora più complicata e foriera di polemiche la vicenda, si aggiunge il fatto che la Corte con questa sentenza consente proprio a un magistrato, Henry John Woodcock, di procedere con una querela per diffamazione ai danni di un politico, Francesco Storace appunto. E non è tutto. Perché lo scorso 11 marzo la stessa Consulta, con una sentenza del tutto simile, aveva dato il via libera a una querela ancora di Woodcock contro il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, per alcune frasi dette in tv.

L’episodio che riguarda Storace risale al 2006 quando il leader della Destra era senatore e il magistrato sostituto procuratore a Potenza. Storace criticò duramente, in un’intervista, la cosiddetta inchiesta gossip, mandando su tutte le furie il pm oggi in servizio a Napoli. Ora la Corte ha annullato la delibera con cui, nel luglio 2009, il Senato aveva stabilito l’insindacabilità delle opinioni espresse da Storace nei confronti del magistrato e ha stabilito che l’ex governatore del Lazio è processabile per diffamazione a mezzo stampa. In questo modo i giudici della Consulta hanno ritenuto fondato il conflitto di attribuzione sollevato dal giudice dell’udienza preliminare di Roma, e riconosciuto che la delibera del Senato ha violato la Costituzione «ledendo le attribuzioni dell’autorità giudiziaria». Per il gup di Roma le parole di Storace, in quella occasione «attengono unicamente alla sua veste di uomo politico e non anche all’esercizio della sua funzione di senatore».

La sentenza, ovviamente, è destinata a far discutere e a rendere ancora più frontale il contenzioso tra politica e magistratura. Per il momento a farsi portavoce dei malumori della maggioranza è il vicepresidente del gruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello. «Si va consolidando in maniera preoccupante una giurisprudenza costituzionale molto restrittiva rispetto all’applicazione delle poche residue garanzie che ciò che resta dell’articolo 68 attribuisce ai rappresentanti del popolo. Tutto questo desta preoccupazione per quello che si configura come una mancata tutela di un esercizio democratico».



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I giudici impuniti: risarcito un innocente su 100

di Redazione

Su 400 cause intentate dal 1988 per ingiusta detenzione l’errore è stato riconosciuto soltanto 4 volte. Solo l'1 per cento dei ricorsi contro i magistrati per ingiusta detenzione si risolve con una condanna della toga



Gian Marco Chiocci e
Pier Francesco Borgia


Se si vuole parlare concretamente della responsabilità dei giudici e degli errori giudiziari partiamo dai numeri: solo l’1% dei giudizi ha visto lo Stato «pagare» i danni del lavoro del giudice. Insomma la «montagna» della cosiddetta legge Vassalli, che ha introdotto a partire dal 1988 la responsabilità dei magistrati come richiesto dalla stessa Costituzione (articolo 24), ha partorito un «topolino». A offrire un bilancio dei primi 23 anni della legge è la relazione presentata in Commissione giustizia della Camera da Ignazio Caramazza, Avvocato generale dello Stato.


In buona sostanza soltanto l’1% dei ricorsi contro magistrati per ingiusta detenzione si è risolto con una condanna della toga. «Dai dati raccolti dall’Avvocatura dello Stato - si legge nella relazione - risultano proposte poco più di 400 cause. Di queste 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 sono in attesa di pronuncia sull’ammissibilità, 70 sono in fase di impugnazione di decisioni di inammissibilità e 34 sono state dichiarate ammissibili».

Solo in 4 di queste si è arrivati alla condanna dello Stato. Insomma la percentuale è veramente bassa. Quattro condanne su 406 casi. E con un grande lavoro del filtro dell’ammissibilità che ne ha rigettate subito 253 (62%). Secondo l’Avvocatura dello Stato «emerge una eccessiva operatività» di questo «filtro». Questo «difettoso funzionamento della legge» porta, secondo Caramazza, a una abrogazione sostanziale di parti qualificanti della norma che ne stravolgono il senso. L’audizione dell’Avvocato generale dello Stato in Commissione giustizia porta quindi un nuovo punto di vista sulla legge Vassalli e sulla necessità di riformulare la normativa che dà un senso compiuto all’indirizzo proposto dalla stessa Carta costituzionale nell’articolo 24.

Vale forse la pena di ricordare, a questo punto, quanto scritto nel comma 4: «La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari». E non solo per colpa grave o dolo. Quindi anche un errore di interpretazione normativa può recare danni a chi viene sottoposto a giudizio. E il senso dell’emendamento proposto dal leghista Gianluca Pini non solo intende rispondere ai desiderata della Costituzione ma anche ai diktat dell’Unione Europea. L’emendamento chiama i giudici a rispondere per «ogni manifesta violazione del diritto». Lo stesso Caramazza auspica una riforma in tal senso e ricorda che il nodo a una equa applicabilità della legge Vassalli è proprio l’articolo 2 della stessa legge che spiega come «nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme».


Più prudente il parere espresso dai vertici del Consiglio nazionale forense nel corso di una conferenza stampa. Guido Apa, presidente del Cnf mette le mani avanti: «Dobbiamo ancora capire in che modo il principio dell’emendamento è conforme ai principi costituzionali e se il giudice possa in questo modo applicare serenamente la legge».
Situazione per così dire paradossale. Da un lato c’è l’Avvocatura generale dello Stato che, chiamata a esprimersi dalla Commissione giustizia, dà un suo pur prudente assenso. Dall’altro ci sono gli avvocati che, con il loro temporeggiare, sembrano ancora incerti sul valore dell’emendamento. Eppure sarà la prima a difendere i magistrati nelle cause mentre saranno i secondi ad assistere i singoli nelle azioni contro lo Stato.






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Ilaria vuole la verità: "Non credete ai pm"

Il Tempo







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Scalfaro sapeva tutto" Ecco i verbali di Gifuni

Il Tempo


Parla il potentissimo segretario generale al Colle di quegli anni Il governo nominò Capriotti su indicazione del Capo dello Stato. Le conferme: detestava Nicolò Amato, a quel tempo direttore generale del Dap.


di DAVIDE GIACALONE 


Gratta gratta la memoria riaffiora, sebbene a fatica. E se vogliamo chiudere la piaga apertasi fra il 1992 e il 1993 non basterà né qualche voce isolata né il lavoro dei magistrati. Occorre consapevolezza civile, culturale e politica. Da questo punto di vista il vuoto che accompagna le nostre parole è sconfortante. Ma non tale da farci passare la voglia di andare fino in fondo. Anche perché, appunto, la memoria torna. Piano piano. Una mano la offre Gaetano Gifuni, potentissimo segretario generale della Presidenza della Repubblica, sia con Oscar Luigi Scalfaro che con Carlo Azelio Ciampi.

Un uomo che ha seguito e accompagnato, favorito e assecondato le vicende italiane, ricoprendo un ruolo chiave (è stato anche capace d'interrompere la carriera d'alto funzionario del Senato per andare a fare il ministro, per poi riprenderla e continuare a crescere). Nello scorso mese di gennaio Gifuni è stato sentito, quale persona informata dei fatti, da magistrati della procura di Palermo. E qui occorre una precisazione: detesto la fuga dei verbali e aborro i processi fatti in piazza. La vita m'ha marchiato nella carne la convinzione che nessuno deve essere detto colpevole, se non condannato nell'unica sede preposta.

Ma, appunto, qui non si tratta di fare il processo a nessuno, perché Gifuni dice quel che ho già scritto: Scalfaro volle Alberto Capriotti alla direzione del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Lo nominarono, di comune accordo, Giovanni Conso, Ciampi e Scalfaro, ma quest'ultimo era l'unico a conoscerlo. Ieri abbiamo raccontato le circostanze in cui questo avvenne. Gifuni non fa che confermare quel che già ieri descrivevamo: il governo procedette ad una nomina importantissima, essendo, di fatto, eterodiretto. Capriotti, dodici giorni dopo la nomina, suggerirà al governo di alleggerire il carcere duro per i mafiosi, quale segno distensivo.

Gifuni, uomo accorto e prudente quanti altri mai, ci aiuta molto anche grazie a quello che fatica a ricordare, o non ricorda affatto. Dice che fra Scalfaro e Nicolò Amato vi erano solo rapporti istituzionali. Nulla di significativo. In realtà il Presidente della Repubblica detestava l'allora direttore generale del Dap.

Lo stesso Gifuni ce ne offre un indizio: Amato andò a chiedergli per quale motivo veniva fatto fuori, e lui poté rispondergli solo che la decisione era già stata presa. Com'è facile immaginare, non c'è nulla di normale, in ciò. Ad un certo punto, però, la memoria di Gifuni diventa un monumento al problema, che c'incaponiamo a segnalare: no, dice, nell'immediatezza degli attentati del 1993 non s'è mai parlato del 41 bis, ovvero del carcere duro, come possibile causa, non ne fecero cenno alcuno né Scalfaro né Ciampi.

Peccato, però, che l'allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, abbia dichiarato il contrario: capii subito che le bombe erano mafiose e che dovevano mettersi in relazione con il regime carcerario. Peccato, inoltre, che lo capì il ministro della Giustizia, Conso, il quale, su suggerimento di Capriotti, voluto da Scalfaro, revocò il carcere duro per placare la mafia bombarola.

Mancino e Conso erano ministri di Ciampi, e Ciampi, come correttamente Gifuni ricorda, lavorava a stretto contatto con Scalfaro. Com'è possibile che i primi due ricordino e i secondi abbiano un incolmabile vuoto? Vediamo se riesco ad essere utile, alle memorie private e a quella collettiva: il 10 novembre del 1993 l'allora presidente della commissione bicamerale antimafia, il per nulla sprovveduto Luciano Violante, chiede lumi sulla gestione dei detenuti sottoposti a 41 bis. Domanda preveggente o gesto cautelante? Sta di fatto che pure lui, dopo, perde la memoria. Fortuna che provvide Conso, giurista anziano e servitore dritto, il quale, diciassette anni dopo, gettò fosforo nelle menti altrui: fu il governo Ciampi, nel 1993, a togliere i mafiosi dal carcere duro. Vero. Ancora uno sforzo, che la memoria comincia a tornare.

Davide Giacalone
26/03/2011




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Il giallo della casa Inpdap di Renata Polverini

Il Tempo


In affitto al Torrino dal 1997 al 2002. Ma dal 1989 viveva nell'appartamento Ater. Sotto la lente l'acquisto dall'istituto e la donazione alla madre della governatrice di un'abitazione a Monteverde.


L'inchiesta sulle case della governatrice Renata Polverini si allarga. Sotto la lente ci sarebbe ora l'abitazione nella zona Eur-Torrino che la presidente avrebbe affittato dall'Inpdap, l'istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, nel 1997 e acquistato nel 2002 per 148 mila euro. Le date sono importanti. Nel 1997 (e fino al 2004) la Polverini risulta residente nella casa Ater di via Bramante, nel quartiere di San Saba. L'abitazione popolare, di 60 metri quadrati al quarto piano senza ascensore, è stata assegnata ai primi del Novecento alla famiglia del marito.

Poi è rimasta a lui. La governatrice ci va ad abitare nel 1989 dopo aver sposato Massimo Cavicchioli. Prezzo dell'affitto 380 euro al mese, comprensivo della penale per chi ha un reddito eccedente il limite previsto dall'istituto. Prima questione: come è stato possibile che la Polverini affittasse la casa Inpdap a canone agevolato se già risultava residente in quella Ater? Presto saranno esaminate le autocertificazioni presentate dalla governatrice all'ente. Ci sarebbe un secondo punto nel mirino degli inquirenti.

L'anno è il 2001, la Polverini risulterebbe avere nella sua disponibilità tre appartamenti: uno è quello assegnato al marito, dove lei è residente, cioè a San Saba. Il secondo è quello del Torrino, affittato e in seguito acquistato. Il terzo si trova a Monteverde: comprato dalla governatrice proprio in quel periodo. Tre case, di cui due a canone agevolato. Ma non è tutto. La casa del Torrino, in via della Grande Muraglia, che la Polverini ha acquistato, come previsto dalle norme di alienazione degli immobili pubblici, con una forte riduzione, è stata rivenduta nel 2007 a 234 mila euro. L'acquisto dall'ente è stato reso possibile dalla donazione effettuata dalla Polverini trenta giorni prima dell'abitazione di Monteverde alla madre (è vietato comprare abitazioni da enti pubblici se l'affittuario è già proprietario di altre case nello stesso Comune). Si tratta dunque di due punti piuttosto oscuri della vicenda. Dal canto suo la Polverini ha scelto di parlare subito dopo la prima inchiesta lanciata da L'Espresso. Ha spiegato che la casa a San Saba non è mai stata un «affitto alla presidente della Regione né tantomeno di favore, ma di una questione che riguarda esclusivamente il marito». Tantomeno, ha aggiunto la governatrice, «nella vicenda esiste alcun disegno speculativo, in considerazione del fatto che l'immobile in questione, come tutto il complesso al quale appartiene, non è stato mai inserito in alcun piano di vendita, per complesse questioni di carattere giuridico-urbanistico mai risolte». Ma l'indagine continua e ora si concentrerà sulle altre comprevendite.


Alberto Di Majo

26/03/2011





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La Piovra pugliese che Nichi lo struzzo ha sempre nascosto

di Redazione

IPOCRISIA Nel ’99 diceva: «Non c’è allarme criminalità ma la criminalità dell’allarme»


La mafia che non c’era, c’è. Nichi Vendola non ricorda o non vuole ricordare. Parla di mafia, adesso. Dov’era prima? Dov’è stato finora? Dov’è oggi? Provate a chiedergli se in Puglia, nella sua Puglia, nella nostra Puglia, c’è la mafia. L’ultima volta che qualcuno l’ha fatto, e non è stato molto tempo fa, il governatore ha risposto così: «È un demonio sempre in agguato». Si parlava dell’infiltrazione ipotetica dei clan nell’affare dell’eolico e del fotovoltaico. In agguato, dice Vendola. Magari. La fantasia aiuta a nascondere la verità solo fino a quando la realtà non si presenta e ti smentisce. La Puglia lo sa, perché il suo governatore no? Parla degli altri. Qualche giorno fa ha detto: la Puglia non è la Calabria. Sprezzante, vagamente razzista. Un senso di superiorità inutile, perché dovrebbe saperlo lui come lo sanno tutti gli altri pugliesi che la mafia c’è. Negarlo è folle e vigliacco. Negarlo significa rafforzarla. La negazione della realtà assomiglia all’omertà.

Il governatore Vendola dovrebbe aver imparato la lezione. A metà degli anni Novanta, quando l’Italia piangeva ancora le morti di Falcone e Borsellino, in Puglia girava una strana atmosfera di presunta diversità. C’era una frase ricorrente e beffarda: qui non c’è la Piovra, c’è criminalità sì, ma è una cosa diversa. La mafia che non c’era è stato un ritornello che la storia ha reso stonato. Lo cantavano le istituzioni: Comuni, Province, Regione, persino lo Stato. Alle altre regioni finivano uomini e mezzi, alla Puglia no. I magistrati antimafia lavoravano, i poliziotti e i carabinieri arrestavano, provavano l’esistenza dei clan, eppure nessuno li vedeva. Compreso Vendola. Perché il governatore all’epoca era un deputato e tra il ’94 il ’96 fu anche segretario della commissione parlamentare Antimafia. Non si ricordano sue dichiarazioni specifiche sulla Cosa Nostra pugliese.

La Puglia ha contato i suoi morti, ha visto le sparatorie per strada, ha vissuto le stagioni dei maxiprocessi, ha combattuto. C’è un libro che forse il governatore dovrebbe leggere: Fantasmi, la mafia che non c’era. È un lavoro a più mani, comprese quelle di Michele Emiliano, che all’epoca era procuratore antimafia e non sindaco di Bari. Quel libro svela l’ipocrisia con la quale la gente pugliese ha dovuto fare i conti in quella stagione maledetta che sono stati gli anni Novanta: la guerra tra clan era quotidiana, ma sembrava inesistente. Era a Bari e nella sua provincia, nella terra di Vendola. Scrive Domenico Castellaneta, uno degli autori: «Partendo dai sei morti dell’ottobre del 1997 si risale sino alla tesi che a Bari la mafia c’era e non è stata completamente distrutta, nonostante i successi conseguiti dalle forze dell’ordine e dagli organi giudiziari. La mafia c’era e si era organizzata sullo stile della mafia siciliana, quella che sembra tanto lontana e che invece costituisce ancora il modello organizzativo delle famiglie criminali vecchie e nuove. Queste ultime, soprattutto. Che crescono e si moltiplicano. (...) La mafia c’era. La mafia potrà continuare a esserci. Non vogliamo dimenticarla. Anzi, vogliamo distruggerla».

ghostbusters, degli acchiappafantasmi. Non esiste alcun allarme criminalità, ma solo la criminalità dell’allarme». Il silenzio è il miglior modo per aiutare i clan, Vendola non può non saperlo. Però minimizzava allora e minimizza adesso ciò che purtroppo in Puglia accade: i morti ammazzati ci sono ancora, i traffici ci sono ancora, il racket c’è ancora, il consenso di una parte della gente c’è ancora. Non vedere tutto questo è criminale, parlare di altri e non di se stessi è immorale: la gente pugliese si merita un governatore che prima di preoccuparsi dei guai altrui pensi a quelli della sua gente che ha ripreso a sentire strane storie di killer che uccidono per la strada, come succedeva quindici anni fa a Bari e come ha ricominciato ad accadere adesso. Ci sono arresti, ci sono processi, ci sono clan, ci sono affari. La Puglia non è migliore, purtroppo. Vendola la vende così, ma poi la abbandona a se stessa. Col silenzio, coprendosi con le accuse alle altre regioni. Con l’omertà.




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Ma Vendola è drogato?

 
Silvio Berlusconi ie­ri, uscendo dalla riunione europea sulla crisi libica, ha liquidato i giornalisti con una battuta: chi governa deve fare, non chiacchiera­re. Pochi minuti prima ave­va ottenuto ciò che l’Italia voleva, cioè che il coman­do dell­e operazioni milita­ri passasse dalla Francia al­la Nato. La grande Francia è uscita scornata, una sconfitta che ai cugini brucia più della finale dei Mondia­li di calcio del 2006.
Il concetto del misurar­si con il fare appartiene a pochi, e tra questi non c’è certo Ni­chi Vendola, il governato­re della Puglia che ieri in vi­sita a Milano ha dato dei mafiosi a tutti i lombardi e in particolare a chi si occu­pa di sanità. Formigoni non è stato a guardare, o meglio, a sentire. Con uno slancio inedito, ha manda­to più che a quel Paese il collega pugliese: è un mise­rabile drogato. Parole san­te, roba da applauso.

Ci sarebbe poco da ag­giungere, se non che Ven­dola è proprio il prototipo del politico a parole. Nono­stante i pugliesi siano gen­te straordinaria, la Puglia modello Vendola è la Re­gione peggio messa d’Ita­lia in quanto a debiti, clien­tele, trasparenza ed effi­cienza. Soprattutto in cam­po sanitario. Tanto che se un pugliese ha problemi di salute seri va a curarsi negli ospedali della Lom­bardia. L’unica cosa che Vendola ha fatto è di riapri­re l’ospedale del suo paese natio, così, tanto per ac­contentare parenti e ami­ci. Per il resto della sanità di quelle parti si è parlato molto ma per tangenti, truffe, scambio escort-ap­palti.

In quanto alla mafia è ve­ro, in Lombardia ce ne è troppa. Detto che la mafia, per definizione, va dove ci sono i soldi, il fatto è che a Milano, a differenza di quanto av­viene al Sud, non attacca. Non nel tes­suto sociale, non nelle isti­tuzioni. Cer­to, padrini e picciotti sali­ti dal meri­dione fanno danni, ecco­me. Ma per tutti sono il nemico. Qualcuno di questi signori si sarà an­che infiltrato negli ospeda­li, ma ciò non ha impedito ai medici di mantenere le strutture a livello di eccel­lenza europea. In Lombar­dia i mafiosi non godono di reti di protezione tra i cit­tadini, quando li arresta­no i vicini di casa applau­dono i poliziotti, non li in­sultano e minacciano co­me spesso accade al Sud. In Lombardia la mafia la si combatte tutti in modo semplice: andando a lavo­rare ogni mattina, portan­do i risparmi in banca e non altrove, chiamando le istituzioni e non altri quan­do si ha un problema. Po­ver­o Vendola e povera sini­stra che alle imminenti ele­zioni comunali di Milano contrappone alla Moratti proprio un uomo, politica­mente parlando, di Vendo­la. Scherzi delle primarie, e della natura.



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Addio a Michele Sovente: i Campi Flegrei perdono il loro (grandissimo) poeta

Corriere del Mezzogiorno


Classe 1948, docente all'Accademia, aveva vinto il premio Viareggio nel 1998 e quello «Napoli» l'anno scorso


NAPOLI - I Campi Flegrei (e l'Italia) perdono il loro poeta. È morto oggi Michele Sovente, una delle voci più autorevoli della poesia contemporanea. Se n'è andato come un soffio sulfureo della sua terra che ha cantato in lingue colte e terragne, con l'amore e l'incanto di un viandante.

Premio Viareggio (1998), Michele ci teneva tanto a dire che sì, era nato ai Campi Flegrei ma «esattamente» a Cappella, dove ha continuato a vivere fino alla fine.
Classe 1948, insegnava all'Accademia di Belle Arti di Napoli.
Tra i suoi titoli di poesia: L'uomo al naturale (Vallecchi, 1978), Contropar(ab)ola (ivi, 1981), Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990), Cumae (Marsilio, 1998, Premio Viareggio). Da Specula aenigmatis è stato tratto per Radiotre, 1990, il radiodramma In corpore antiquo, regia di Giuseppe Rocca, Bradisismo (2008 Grazanti).

Nel 2001 la giuria del Premio Elsa Morante / Comune di Bacoli, presieduta da Dacia Maraini, ha assegnato un riconoscimento speciale alla sua attività poetica. Suoi versi e contributi critici sono apparsi tra l'altro su «Alfabeta», «Poesia», «Linea d'ombra», «Paragone», «Nuovi argomenti», «Corriere della Sera». L'anno scorso aveva vinto il premio Napoli con il suo «Superstiti» in cui presagiva la catastrofe: «Napoli è il paradigma della catastrofe - dise in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno - di questa realtà ceca e accecante. Ci fa toccare con mano una sorta di rito cannibalico: la città mangia se stessa e l’uno mangia l’altro. Qui si soffre di un’autofagia senza limiti».
I funerali si terranno sabato (domani) alla chiesa del Buonconsiglio di Cappella alle 16.


Natascia Festa
25 marzo 2011




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C'è poca minestra e troppi fannulloni» Così il boss lascia il clan e fa l'autonomo

Corriere del Mezzogiorno


In un'intercettazione due ex affiliati si dicono stanchi di lavorare da soli: «Qua tutto a Gesù e niente a Maria»



Intercettazioni
Intercettazioni


NAPOLI - L'acqua è poca pure per la malavita: quindi meglio «mettersi in proprio» per evitare di spartirsi bottini sempre più miseri. Potrebbero aver seguito questo ragionamento due ex affiliati al clan Puca di Sant'Antimo, Rosario Bottone, di 46 anni, e Giuseppe Gallucci, di 44. Emblematica in tal senso la conversazione intercettata tra i due presunti boss. Bottone manifesta a Gallucci la necessità di rendersi autonomo e allontanarsi da chi non si rimbocca le maniche: «Ci sta poca minestra capito? È poca minestra perchè si mettono col culo sopra la sedia e quindi non vogliono lavorare, capito? Allora quando non si fatica e non si semina, non si raccoglie! E purtroppo qua tutto a Gesù e niente a Maria! Tu lo sai, tu sei come me: tu sei uno che lavora! Io perciò ho fatto una scelta mia!». I due sono stati arrestati oggi dai carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna. Sono accusati di associazione camorristica: le ordinanze sono state emesse dal gip Maurizio Santise su richiesta del pm Paolo Itri. Bottone e Gallucci, ex affiliati al clan Puca di Sant’Antimo (Napoli), avrebbero successivamente dato vita a un gruppo criminale autonomo assieme a una terza persona sfuggita alla cattura.

Redazione online




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Scissionisti, cinque ergastoli annullati

Corriere del Mezzogiorno


La Corte d'Appello annulla le condanne inflitte in primo grado. Disposta anche la scarcerazione degli imputati



Un'esecuzione di camorra

Un'esecuzione di camorra


NAPOLI - Cinque condanne all’ergastolo che erano state inflitte in primo grado nei confronti di esponenti del clan degli Scissionisti sono state annullate in appello al termine del processo per un delitto avvenuto nel 2007 in provincia di Napoli. La sentenza è stata emessa oggi dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Appello di Napoli (presidente Ghionni) che ha assolto Guido Abbinante, indicato come mandante, nonchè Salvatore Baldassarre, Paolo Ciprio, Giovanni Esposito e Giovanni Carriello. È stata disposta pertanto la scarcerazione degli imputati, ad eccezione di Abbinante che resta detenuto per un altri reati.

LA VICENDA - I fatti al centro del processo si verificarono il 27 settembre 2007 quando in un agguato avvenuto a Calvizzano (Napoli) fu ucciso Giovanni Moccia e ferito Giovanni Piana. Quest’ultimo, scampato all’agguato, poco dopo decise di collaborare con la giustizia. Il pentito spiegò che il delitto era da attribuire a uno scontro interno al clan degli Scissionisti, la cosca che si contrapponeva agli ex alleati dei Di Lauro. In particolare parlò di una sorta di scambio di favori tra i vertici Scissionisti, il gruppo Amato-Pagano, e quello degli Abbinante ai quali i vertici degli Scissionisti rimproveravano di essere troppo morbidi nei confronti dei rivali dei Di Lauro, non partecipando all’esecuzione degli omicidi nel corso della cosiddetta faida di Scampia.

L'ACCORDO DI SANGUE - In base a tale accordo Abbinante si sarebbe impegnato ad eliminare due propri affiliati, Moccia e Piana, e in cambio gli Amato-Pagano avrebbero poi ucciso esponenti di una cosca nemica degli Abbinante, ovvero gli affiliati al clan Prestieri. Le dichiarazioni del pentito (il quale aveva fatto i nomi dei presunti organizzatori e esecutori dell’agguato) che avevano portato in primo grado alle condanne agli ergastoli, sono state ritenute evidentemente prive dei necessari riscontri da parte dai giudici di appello.

COSA DICEVA IL PENTITO - Il tranello per far fuori i due era ben congegnato. Guido Abbinante convocò nella sua casa di Villaricca Giovanni Moccia e Giovanni Piana , con il quale era imparentato, e fece credere loro che dovessero recuperare un credito. «Dopo aver ricevuto delle ambasciate consistenti in un recupero di somme di denaro — ha raccontato il pentito Piana prima ai carabinieri e poi ai pm — ci siamo allontanati. Tengo a precisare che Moccia ha ricevuto da Abbinante un bigliettino con le generalità della persona a cui ci saremmo dovuti rivolgere per questo recupero di soldi e il relativo ammontare; tale bigliettino veniva custodito da Moccia nella tasca dei suoi pantaloni. A questo incontro siamo andati a bordo del mio scooter Honda SH 300, da me condotto. Mentre eravamo sulla strada del ritorno, siamo stati avvicinati alle spalle da una autovettura Toyota Yaris con alla guida Carriello Giovanni , mentre al lato passeggero si trovava Esposito Giovanni , entrambi soggetti a me ben noti poiché anch’essi affiliati al medesimo sodalizio di camorra. È stato Esposito ad esplodere diversi colpi di pistola al nostro indirizzo, colpendo mortalmente Moccia, mentre io sono rimasto leggermente ferito alla schiena, così come emerge chiaramente dalla ferita che vi mostro. Sono riuscito a vedere l’autovettura Yaris e i suoi occupanti nell’istante in cui venivano sparati i primi colpi e Moccia precipitava al suolo; io mi sono girato istintivamente all’indietro, riuscendo a riequilibrare il motociclo». Giovanni Piana deve dunque la vita alla sua abilità di centauro: se avesse perso l’equilibrio sarebbe stato certamente raggiungo e finito dai suoi «amici».

IL BIGLIETTINO - Di lì a poco, i carabinieri trovarono il corpo di Moccia in strada. In una tasca, il bigliettino con le false informazioni relative al credito da esigere che gli era stato consegnato poco prima. Nessuno immaginò che nell’agguato una persona fosse rimasta ferita. Il nuovo pentito spiegò agli investigatori che cosa sarebbe dovuto accadere di lì a poco: gli Abbinante , cioè, dopo aver fatto il loro favore agli Amato—Pagano, ne avrebbero chiesto uno in cambio. «I capi degli scissionisti — ha chiarito Piana — dissero a Guido Abbinante che presto gli avrebbero fatto un regalo. La richiesta riguardava il gruppo ristretto dei Prestieri, costituito da Tommaso Prestieri, fratello di Raffaele, Antonio Prestieri detto il nano, nipote di Tommaso e figlio di Raffaele, Antonio Pica, che è il figlio della sorella di Raffaele Prestieri, ossia di Anna e di Franco Pica, Nicola Todisco, killer di fiducia della famiglia, Gennaro Magri, soggetto prima affiliato al sottogruppo degli Abbinante e poi passato ai Prestieri dopo la faida».


Titti Beneduce
25 marzo 2011




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Cook stazione (martoriata) senza ferrovia E il «trenino del Vesuvio» resta un ricordo

Corriere del Mezzogiorno

 

Restaurata per 2 milioni di euro e poi abbandonata, nel 2009 il progetto di rilancio premiato e messo da parte

 

NAPOLI - A occhio e croce passerà ancora molto tempo prima che la vecchia e cara «Funiculì funicolà» possa risuonare alle pendici del Vesuvio per l’occasione che la ispirò. Ovvero l’inaugurazione, a fine Ottocento, dell’ormai defunta funicolare del Vesuvio. A maggio 2009, con la fine dei lavori di recupero della stazione Cook, a quota 250 metri, in località San Vito a Ercolano, il sogno sembrava a un passo. L’ex governatore Bassolino e l’assessore ai trasporti Cascetta avevano assegnato un premio del valore di 100 mila euro al progetto dello studio romano Ricci&Spaini «Trenino rosso del Vesuvio». L'ultima frontiera del turismo, nel Parco nazionale che circonda il vulcano e accoglie ogni anno circa 350 mila visitatori costretti oggi al percorso su gomma per arrivare al cratere.

 

UN INVESTIMENTO DA 63 MILIONI DI EURO - Messi da parte curve e tornanti da capogiro, un treno a cremagliera in 20 minuti avrebbe dovuto portare i turisti fin su, alla base del gran cono, con una capacità potenziale di 1500-2000 passeggeri l'ora. Dalla stazione Cook al Vesuvio, tre fermate intermedie per un’area pic-nic, escursioni su sentieri sterrati, visite all’Osservatorio e persino il sogno di un albergo a ridosso delle pendici. Il tutto alla modica cifra di 63 milioni di euro, un investimento da suddividere tra pubblico e privato.

 

 

DA MUSEO A DEPOSITO - A due anni dalle promesse, la stazione Cook rinverdisce però la maledizione che toccò al pioniere del turismo su ferro, Thomas Cook e i suoi figli, storici proprietari dell’impianto, vessati dalle richieste estorsive delle guide indigene danneggiate nell'Ottocento dal tracciato che allora c’era, e di cui oggi non si vede l’ombra. È stato Domenico Cuciniello, presidente della Pro loco di Ercolano arrivato davanti la struttura con i suoi associati per un sopralluogo, a notare la fiacca recinzione già forzata in diversi punti. Addentrandosi all'interno abbiamo potuto constatare di persona poi, la situazione dell'edificio. Razziati senza pietà tutte le tubature in rame e i cavi elettrici, le infiltrazioni cominciano a segnare la struttura in pregiata pietra lavica. Le tegole hanno cominciato a fare capolino dal tetto e l’interno dei locali, restaurati con un intervento durato due anni e costato 2 milioni di euro di fondi pubblici, a parte un deposito di pubblicazioni dell'Ente parco restano tristemente vuoti o vandalizzati, alla mercé di tutti.

 

LE PROMESSE E LO STOP - «La stazione Cook merita un impiego diverso» constata Cuciniello. «Ercolano e il turismo generato dall'attrattiva Vesuvio - continua - potrebbe essere rivitalizzato anche grazie a un presidio di cultura negli spazi dell'edificio recuperato». Il ricordo del progetto «Trenino rosso del Vesuvio» suscita ilarità da queste parti: «Hanno persino premiato con 100 mila euro i vincitori, poi non si è saputo più nulla». Ugo Leone, presidente del Parco Nazionale del Vesuvio e proprietario sulla carta della stazione Cook, ha un ricordo vivido della cerimonia in cui fu illustrato: «Una bella cerimonia alla villa Favorita, con Bassolino e Cascetta c'ero anch'io. Quando in un secondo momento parlai con Cascetta per sapere qual erano gli scenari futuri lui mi rispose che si doveva avviare il piano finanziario e attivare i fondi. Qui si è fermata la cosa, anche perché senza voler individuare alcun nesso causa-effetto è cambiata la giunta, con le ultime elezione sono cambiati i politici e le finanze a disposizione della Regione».

 

I TEMPI TECNICI E QUELLI BUROCRATICI - Una pietra tombale sulle ambizioni del trenino? «Vede - risponde pacatamente Leone - I fratelli Cook realizzarono il loro progetto in due anni, e quando ci fu l’eruzione del Vesuvio, dopo altri due anni erano di nuovo in servizio. I tempi tecnici sono questi, poi purtroppo ci sono i tempi burocratici-politici-finanziari. La vandalizzazione rende ancora più dolorosa la situazione attuale, la stazione - conclude - è un grande contenitore, adesso meno bello di prima, che ha un difetto. Si è fatto un bel restauro in assenza di una preventiva destinazione d’uso».

 

Sandro Di Domenico
25 marzo 2011

Formigoni: «Vendola? Un miserabile sotto l'effetto di qualche sostanza»

Corriere della sera

La replica: «Un direttore di Asl da lui scelto era un mafioso. Io drogato? Si guardi intorno»


MILANO - «Nichi Vendola è un miserabile, probabilmente sotto effetto di qualche sostanza». È stata questa la replica del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, alle accuse rivolte dal governatore della Puglia sulle infiltrazioni mafiose nella sanità lombarda.

VENDOLA - «Non abbiamo avuto la fortuna di vedere sui tg nazionali la faccia di Letizia Moratti e Roberto Formigoni associati alle vicende di cronaca giudiziaria che raccontano quale sia il livello di pervasività della 'ndrangheta» nella sanità lombarda, aveva detto Vendola a chi gli chiedeva un commento sullo stato della sanità in Lombardia a margine di un incontro alla Borsa di Milano. «La 'ndrangheta controlla le Asl e i boss organizzano le proprie riunioni negli ospedali, ha un circuito di appalti interno a tutte le pubbliche amministrazioni lombarde. Sarebbe interessante affrontare questo nodo» e il fatto che «la Lombardia è la regione più mafiosa d'Italia. La Lega Nord, nonostante una sistematica predicazione antimeridionale, non è stata molto schizzinosa verso quei meridionali che fanno riferimento alle 'ndrine. È convenuto alle classi dirigenti del nord vivere di omertà istituzionale raccontando le mafie come un problema etnico-territoriale del Mezzogiorno. Faceva parte del racconto malevolo di un'altra parte del Paese, però oggi il risveglio è amaro».


PIGNATONE - Giovedì in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, aveva invitato la Lombardia, politici e imprenditori, a «uscire dal cono d'ombra» e reagire all'omertà che favorisce la 'ndrangheta e i boss.

FORMIGONI - Alle accuse di Vendola, Formigoni ha replicato citando la vicenda del senatore del Pd ed ex assessore della giunta di Vendola, Alberto Tedesco, di cui il giudice per le indagini preliminari ha di nuovo chiesto l'arresto. «Tedesco ha detto con chiarezza che gli stessi reati commessi da lui li ha commessi Vendola. Come mai due pesi e due misure? Risponda Vendola come mai non è in galera, poi potrà dire qualcosa della Lombardia, esempio per la sanità per tutti».

REPLICA - «Formigoni non si è arrabbiato, ha letteralmente perso le staffe», ha replicato Vendola. «Se cerca qualcuno dedito all'uso di sostanze stupefacenti non si deve rivolgere a me, può guardarsi attorno. Formigoni evita il merito della questione: uno dei capi dell'ndrangheta era il direttore generale che lui aveva scelto per dirigere un'Asl» (con allusione al caso di Pietrogino Pezzano). E poi sul caso Tedesco: «Quando hanno indagato qualcuno nella mia giunta, ho azzerato la giunta. Lui quando hanno arrestato Prosperini, ha manifestato solidarietà nei confronti del suo assessore fino a quando ha patteggiato la pena, quindi riconoscendo il reato. Su di me hanno indagato per tre anni, non provando neanche una parolaccia nelle intercettazioni telefoniche e ambientali».

COMMENTI - Il vice presidente leghista della Lombardia, Andrea Gibelli, ha chiesto a Formigoni di «avviare tutte le azioni che si renderanno opportune per tutelare il prestigio e l'onore dei lombardi». Secondo il ministro per l'Attuazione del Programma Gianfranco Rotondi, «la Regione Lombardia è un modello di governo ammirato in tutta Europa, la Puglia no». Per il parlamentare pugliese del Pd Alberto Losacco, «le parole di Formigoni sono un regalo alla malavita».

Redazione online
25 marzo 2011

Si apre una voragine, auto «inghiottita»

Corriere della sera

Gravemente ferite le due donne che si trovavano a bordo della vettura. L'incidente a Lido Adriano, nel Ravennate


MILANO - Un'automobile che stava percorrendo la strada provinciale per Lido Adriano, nelle vicinanze di Ravenna, è sprofondata in una voragine che si è aperta nell'asfalto. Nell'incidente due donne di 58 e 60 anni sono rimaste gravemente ferite. Sono state ricoverate una al «Bufalini» di Cesena e l'altra al «Santa Maria delle Croci» di Ravenna.

LE IPOTESI - Non è ancora del tutto chiaro cosa abbia provocato il cedimento della strada. Secondo le prime ipotesi, l'improvviso cedimento del manto stradale potrebbe essere dovuto alla rottura di una tubatura: la conseguente fuoriuscita di acqua potrebbe avere roso i sedimenti sotto all'asfalto in modo da provocarne un collasso al passaggio dell'auto. La strada è poi stata chiusa.


«NULLA SARA' OMESSO» - «Nulla sarà omesso nell 'accertamento di eventuali responsabilità in questo gravissimo episodio» ha detto il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, commentando la vicenda. «Siamo in contatto con i sanitari - ha aggiunto - per seguire costantemente l'evolversi del quadro clinico» delle due donne gravemente ferite. «Allo stato delle informazioni in nostro possesso - ha poi confermato il sindaco - il cedimento della strada è stato conseguente al cedimento della tubatura di scolo sottostante». Del caso si interessano anche i carabinieri e i vigili del fuoco, intervenuti anche per la messa in sicurezza della zona.

Redazione Online
25 marzo 2011

Prude? Parlane al tuo medico» Ma è troppo osè per la televisione svizzera

Corriere della sera


Censurati tre spot su quattro. In onda a trada notte la campagna per la prevenzione delle malattie sessuali


MILANO - Volevano informare usando l'ironia, ma i loro spot sono stati giudicati troppo osé e perciò saranno trasmessi in orari notturni. La radiotelevisione svizzera (RTS) ha deciso di mandare in onda solo in tarda serata tre delle quattro pubblicità ideate dall'Ufficio generale della salute pubblica (OFSP) che hanno come tema i pericoli delle malattie sessualmente trasmissibili.

PRURITO LI' - Le pubblicità incriminate non solo sono state giudicate troppo hot dai dirigenti della radiotelevisione svizzera, ma secondo questi ultimi il loro messaggio resta debole e poco chiaro. Nel primo spot si vede una professoressa di biologia che tiene una lezione davanti a numerosi alunni. A un certo punto volta le spalle alla platea e si avvicina allo scheletro che normalmente compare nei laboratori scientifici e usa uno dei suoi arti per grattarsi le parti intime. Una voce fuori campo avverte: «Se avete prurito lì, consultate un dottore». Lo stesso tipo di prurito affligge la discepola di yoga, il fattorino e l'operaio, protagonisti delle altre pubblicità. Tutti e tre cominciano a grattarsi in modo goffo e tentano di trattenere l'imbarazzo. Alla fine si risente la voce fuori campo che con un tono fermo ripete il consiglio già annunciato nel primo spot.







DIFESA E CRITICHE - Le réclame dovevano essere trasmesse prima e dopo il telegiornale che va in onda sulla rete pubblica, ma poi la dirigenza di RTS ci ha ripensato e adesso solo lo spot che ha per protagonista l'operaio dovrebbe essere durante la giornata. Gli altri tre andranno in onda dopo le 22. La RTS non vuol sentir parlare di censura: «Abbiamo semplicemente adattato gli orari in funzione del pubblico che è davanti alla televisione», ha confermato Jean-Louis Zurcher, portavoce di RTS al quotidiano elvetico Le Matin.

Meno diplomatica Barbara Stutz, caposervizio di RTS che rivela: «Alcune immagini rischiano di urtare il nostro pubblico, formato per lo più da famiglie e da persone anziane. Abbiamo semplicemente scelto orario più adeguati». La fondazione PIANeS, che promuove la salute sessuale e riproduttiva e che ha lavorato assieme all'OFSP per produrre gli spot critica «la censura» della televisione pubblica: «Gli spot sono stati ideati per far ridere e attirare l'attenzione su un problema serio» - spiega la portavoce Anita Cotting - Dello stesso avviso Jean Louis Zurcher, membro dell'OFSP che al sito web 20minutes rivela: Lo scopo degli spot non è scioccare, ma far passare un messaggio salutista».

ASSOCIAZIONI - Tuttavia le critiche arrivano anche da altre associazione che hanno partecipato alla recente campagna Love Life che ha come tema principale «la prevenzione e le malattie veneree»: «Dal punto di vista della prevenzione, l'idea è sbagliata» - dichiara Harry Witzthum, membro dell'Unione svizzera contro l'Aids che sottolinea come le pubblicità che trattano simili temi non debbano essere ironiche, ma molto realistiche. Infine aggiunge: «La campagna ha come target soprattutto i giovani, ma se gli spot sono trasmessi dopo le 22, toccano un pubblico troppo esiguo. Così il messaggio di prevenzione è molto indebolito».



Francesco Tortora
25 marzo 2011



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