mercoledì 30 marzo 2011

Monetine contro il processo breve E in Aula finisce con scontro Fini -La Rissa

Corriere della sera

 

Tensione in aula. Il ministro offende il deputato Franceschini. E le sue ire si abbattono sul Presidente

 

MILANO - Monetine e insulti. E striscioni contro Silvio Berlusconi. Attimi di tensione davanti a Montecitorio. Un centinaio di manifestanti è arrivato ad un passo del portone della Camera dei deputati. I manifestanti, che avevano in evidenza le insegne del «popolo viola», molto agguerriti al sit in promosso dal Pd contro il processo breve hanno preso di mira, tra gli altri, Ignazio La Russa che proprio in quel momento stava passando per la piazza. Venduto, ladri, fascisti, hanno gridato al ministro della Difesa. Il coordinatore del Pdl ha mantenuto la calma ed è entrato nel portone principale della Camera protetto dalla scorta. I manifestanti sono poi passati al portone principale di Montecitorio per impedire l'ingresso ai parlamentari. Ha superato il «blocco» la sottosegretario Daniela Santanché, grazie all'aiuto delle forze dell'ordine che hanno formato un cordone di sicurezza per circondare il palazzo e proteggere l'ingresso principale. Ma, non appena i manifestanti si sono accorti del passaggio dell'esponente Pdl, sono scattati i cori. Al grido di «ladri, mafiosi, andatevene», e ancora «vergogna, imputati impuniti». Epiteti poi sono piovuti sulla deputata. La contestazione è proseguita con il lancio di monetine, che hanno colpito pure alcuni giornalisti. A tentare di placare la tensione è arrivata Rosy Bindi. Intanto, i commessi e i responsabili sicurezza della Camera chiamavano le forze dell'ordine rafforzare il presidio davanti a Montecitorio: «La situazione sta precipitando», affermava un commesso.

 

 

TUMULTI IN AULA - La tensione della piazza ha contagiato l'aula dove il ministro La Russa ha stigmatizzato gli incidenti «a due metri dal portone della Camera» ha accusato l'opposizione di essere «complice dei contestatori e ancora più violenta». E l'assemblea è terminata con lo scontro tra La Russa e il capogruppo Dario Franceschini riguardo alla manifestazione in corso davanti a Montecitorio. Il ministro della Difesa, a quanto riferiscono i deputati, si è alzato in piedi applaudendo in maniera ostentata l'intervento del capogruppo Pd. A quel punto il presidente della Camera, Fini, ha richiamato La Russa che gli avrebbe risposto testualmente «non mi rompere, sto applaudendo». Al secondo richiamo di Fini, La Russa gli ha risposto. Qualcuno racconto che gli abbia lanciato un solenne «vaffa». Smentito dal ministro La Russa. Sembra invece che le cose siano andate in questo modo: Il capogruppo del Pd Dario Franceschini stava contestando l'operato del ministro della Difesa rispetto alla manifestazione davanti Montecitorio quando La Russa gli ha fatto segno con la mano di stare zitto, avvicinando il dito al naso, e mandandolo platealmente a quel paese. Mentre in Aula si scatena la bagarre, il presidente Fini invita il ministro ad «avere un atteggiamento rispettoso verso l'assemblea». La replica non si fa attendere: il ministro gli batte scherzosamente le mani e gil fa il segno di stare zitto. A quel punto Fini chiede rispetto per la presidenza, e La Russa sembra urlargli «ma che fai». E sembra mandare a quel paese anche lui. Il presidente sospende la seduta, ha un altro scambio di battute con la Russa che, mentre in Aula, dall'opposizione, gli urlano «fascista, fascista», tira in aria i fogli che ha davanti. Fini esce dall'emiciclo esclamando: «fatelo curare». A quel punto la seduta viene sospesa, mentre in Aula sono continuati i tumulti. L'esame del «testo» slitta a giovedì

 

Redazione online
30 marzo 2011

Lite per debiti, conduttore Rai fermato per l'omicidio del socio

Corriere della sera

Alessandro Cozzi ha confessato di aver ucciso Ettore Vitiello. Sconvolti i colleghi: «E' un cattolico praticante»


MILANO - «Sono pieno di debiti, non posso restituirti tutto, posso pagarti a rate?». «No, paga subito o ti porto in tribunale». Ma lui quei soldi proprio non li aveva. E da cattolico praticante, padre di famiglia, apprezzato conduttore di Rai Educational si è trasformato di colpo in un assassino spietato: ha colpito con almeno 30 coltellate il suo ex socio, a cui doveva 17mila euro. E' arrivata in poche ore la svolta nelle indagini sull'omicidio di Ettore Vitiello, 58 anni, titolare di un'agenzia di formazione lavoro, ucciso martedì sera nel suo ufficio in via Antonelli, zona Corvetto, a Milano. Gli investigatori della Questura di Milano hanno fermato per omicidio volontario Alessandro Cozzi, 53 anni, una persona conosciuta e stimata nel mondo del terzo settore. Dopo aver ricoperto la carica di Segretario Generale dell'Associazione Faes - Centri Scolastici e di Orientamento tra il 1990 ed il 1994, Cozzi ha condotto, in team con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, la trasmissione «Diario di famiglia» per Rai Educational e ha lavorato come insegnante e consulente per numerose aziende. L'omicidio presenta alcune analogie con quello commesso l'anno scorso a Como dall'armiere Alberto Arrighi: anche in quel caso, un padre di famiglia incensurato uccise l'ex socio dopo una lite per un debito che non poteva saldare.

CROLLATO DURANTE L'INTERROGATORIO - Vittima e omicida avevano partecipato a un progetto comune e avevano ottenuto dei fondi regionali, ma Cozzi non aveva mai saldato la sua parte alla società di Vitiello. Da qui il movente dell'omicidio, commesso probabilmente in un raptus di rabbia dopo una violenta discussione. L'omicida era scappato, ma era stato visto da alcuni dipendenti dell'agenzia e aveva cercato inutilmente di far sparire il coltello e gli abiti gettandoli nel Lambro. La polizia, nel corso della serata e della notte, aveva subito ascoltato varie persone, tra cui alcuni testimoni oculari del delitto. Gli agenti hanno controllato il telefono cellulare della vittima e hanno trovato alcuni messaggi con cui la vittima chiedeva insistentemente che gli venisse pagato il debito di 17mila che Cozzi aveva nei suoi confronti: «Se non mi paghi procederò per vie legali». Gli agenti hanno così interrogato, fin dalla serata, lo stesso Cozzi. La svolta è avvenuta mercoledì mattina: dopo ore di domande, alla fine il conduttore Rai ha confessato.


LA LOTTA PER IL COLTELLO - In base a quanto confessato da Cozzi al pubblico ministero Maurizio Ascione, martedì sera si è incontrato con Vitiello per chiedergli di poter pagare ratealmente un servizio di mediazione svolto per lui dall’agenzia della vittima. Cozzi da anni lavorava nello stesso settore della vittima ed è titolare dell'agenzia di formazione «Milano per la donna». Mesi fa i due avevano deciso di organizzare insieme dei corsi di formazione, e Cozzi aveva ottenuto per questo un finanziamento dalla Regione Lombardia di 34mila euro. Considerando che il corso era stato tenuto assieme a Vitiello, quest'ultimo chiedeva che gli venisse versata la metà del finanziamento. Ma Cozzi avrebbe temporeggiato, chiesto una dilazione perché la sua azienda aveva debiti per 70mila euro e quindi era in difficoltà nel restituire il denaro. Quindici giorni fa i due si erano già incontrati, ma Vitiello non ha accettato il pagamento rateale e ne è scaturita una lite. Secondo il racconto di Cozzi, sarebbe stato proprio Vitiello a tirar fuori il coltello con cui poi è stato ucciso, gridando «Ti ammazzo». Durante la colluttazione, lo stesso Cozzi è rimasto ferito, ma poi avrebbe strappato il coltello dalle mani di Vitiello e l'avrebbe colpito fino a ucciderlo. Quindi è fuggito, gettando i propri abiti insanguinati nel Lambro.

IL FERMO - Poi è tornato a casa, in via Piranesi a Milano, poco lontano dall'ufficio di Vitiello. Quando, intorno alle 2 di notte, la polizia l'ha raggiunto nell'appartamento dove vive con moglie e figli, Cozzi ha negato. «Sono rimasto in ufficio fino alle 7 - ha detto all'inizio alla polizia - e i tagli sulle mani me li sono procurati in ufficio». Una storia che da subito non ha convinto né la polizia (a cui le dipendenti di Cozzi avevano detto che lui aveva lasciato l'ufficio alle 18) né il pm Maurizio Ascione, che ha disposto il fermo del conduttore e il suo trasferimento nel carcere di San Vittore, dove è stato sottoposto a una visita. Il medico legale dovrà giudicare se le ferite che sono state riscontrate sulle mani di Cozzi sono compatibili con la dinamica dell'aggressione così come lui l'ha raccontata. Il pm ha disposto il prelievo del Dna sia dell’indagato, sia della vittima, per verificare con le tracce ematiche rinvenute sul luogo dell’omicidio, la dinamica dell’aggressione. Nelle prossime ore sarà inoltre eseguita l’autopsia sul corpo del titolare dell’agenzia.

I COLLEGHI: «UN CATTOLICO PRATICANTE» - Sconvolti e increduli gli ex colleghi della trasmissione «Diario di famiglia» di Rai Educational. «Siamo sconvolti - afferma una ex collega di Cozzi -, non credevamo possibile una cosa del genere. Lui è una persona molto cattolica, durante la quaresima rispettava il digiuno. Non ci sono parole... fare una cosa del genere per motivi economici è agghiacciante, ora mi chiedo quale disperazione profonda covava quest'uomo». L'ex collega afferma di averlo sentito l'ultima volta a Natale. «Ci siamo scambiati delle mail di auguri - ricorda -. Lui era sempre molto carino e gentile con tutti». Le ultime puntate di «Diario di famiglia» sono state girate l'anno scorso. La trasmissione, secondo quanto viene riportato nella scheda del sito di Rai Educational, «è un progetto che tenta di gettare nuova luce sui piccoli e grandi temi che mettono a repentaglio la serenità delle famiglie. Una lente d'ingrandimento sul nostro quotidiano domestico per comprendere da vicino gli ostacoli relazionali che si frappongono fra noi e i nostri famigliari». Alessandro Cozzi aveva condotto il programma fino all'anno scorso. Le puntate registrate continuavano ad andare in onda anche in questi giorni.

Redazione online
30 marzo 2011

Forum e i falsi terremotati

Corriere della sera

Trasmissione tarocca. Lo sappiamo da 13 anni
Aldo Grasso

Balla ubriaco nudo in Campo de' Fiori, in tre lo pestano sotto gli occhi della folla

Corriere della sera

Pugni e calci per un 21enne inglese che improvvisa uno strip-tease nella piazza. Poi gli aggressori fuggono


ROMA - Spogliato in mezzo alla folla che lo incita. Completamente ubriaco, balla e si bagna con l'acqua che schizza da una fontanella divelta. E poi gli insulti. E le botte. Calci mentre lui è a terra, inerme, con solo un paio di mutande rosse addosso. E intorno la folla che urla. Tutto ripreso da un telefonino. Tutto on line. Su YouTube. È successo nella notte tra sabato e domenica a Roma, in piazza Campo de' Fiori, pieno centro della città, la piazza con la statua di Giordano Bruno sotto la quale ogni sera centinaia di persone si ritrovano per bere un bicchiere di vino e fare due chiacchiere.

CAMPO DE' FIORI - Un punto di ritrovo per romani e turisti che, racconta il quotidiano romano Il Messaggero, poche sere fa si è trasformato in un palcoscenico per uno strip-tease seguito da pestaggio nei confronti di un ragazzo inglese, Daniel C. H., 21 anni, ad opera di tre romani. Tutto comincia con l'abbattimento di una fontanella nella piazza. Esce un forte getto d'acqua. La gente nella piazza osserva, balla, gioca con l'acqua. Molti riprendono con i telefonini l'insolito spettacolo. Poi arriva Daniel. Comincia a spogliarsi, si forma un cerchio di persone intorno a lui, lo incitano, battono le mani. Lui continua. E resta nudo. E balla ancora.


L'AGGRESSIONE - Poi qualcuno gli lancia un paio di jeans. Lui li rilancia verso la folla. Lì si scatena la follia. Tre ragazzi colpiti dai pantaloni si avvicinano a lui, lo insultano. Uno di loro gli sferra un pugno in faccia. Daniel cade a terra. Qualcuno si avvicina a lui. I telefonini continuano a riprendere. E i tre aggressori lo prendono a calci. Finché la sirena di un'ambulanza li interrompe. Scappano via. Daniel resta lì per terra. Intorno urla e grida. Arriva anche una pattuglia della polizia. Gli aggressori sono ormai lontani. Daniel invece viene portato al Santo Spirito con una ferita alla testa e traumi al volto e alla schiena. Viene dimesso due giorni dopo. E su YouTube spopola il suo video.

«ORDINANZA ANTI-ALCOL» - «L'episodio accaduto domenica a Campo de' Fiori ci indica che purtroppo dobbiamo tornare a utilizzare le ordinanze che, in passato, hanno limitato l'utilizzo dell'alcol nelle zone della movida». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha commentato il pestaggi. Ha aggiunto che «adesso studieremo con prefetto e questore tutte le ordinanze da utilizzare per limitare l'abuso di alcol perché è evidente che un abuso di alcol molto forte è stato uno dei motori di questa vicenda». In merito all'episodio Alemanno ha parlato di «bruttissime immagini che non possono essere né accettate né tollerate». Il sindaco ha riferito di aver «parlato con il prefetto e con il comandante dei vigili che stanno facendo degli accertamenti sull'accaduto soprattutto per quanto riguarda l'intervento nella piazza di vigili e polizia, per capire cosa è successo in quei minuti e cosa ha fatto ritardare l'intervento» delle forze dell'ordine.

Redazione online
30 marzo 2011

Google Maps entra nel Colosseo: da oggi visite virtuali nei monumenti

Il Messaggero


Online su Street View l'Anfiteatro Flavio, l'Appia Antica, le Terme di Diocleziano e altre meraviglie di Roma


di Laura Bogliolo

ROMA - Quando in un'assolata mattina di settembre il Trike di Google ha iniziato a circolare vicino al Colosseo c'è stato chi ha chiesto: «Mi dai un gelato crema e pistacchio?». Altri un po' spaventati temevano che quello strano triciclo con telecamere potesse emettere «radiazioni pericolose». Gli stranieri, invece, erano un po' più preparati. Mentre facevano la fila per entrare all'Anfiteatro Flavio gruppi di americani esclamavano: «E' arrivato Street View!». Proprio così. Il sistema creato da Google per creare mappe virtuali della città, era sbarcato a Roma. Ma con una novità: il tricilo supertecnologico è entrato nel Colosseo e ha mappato l'interno del meraviglioso monumento. Oggi, finalmente, quelle immagini sono online. E' sufficiente cercare "Colosseo" in Google Maps, trascinare l'icona con il pegman (un omino giallo) all'interno dell'Anfiteatro per poter passeggiare all'interno del monumento (visita virtuale del Colosseo).

Passeggiate virtuali nel cuore di Roma. Fino a ieri chi voleva visitare i più importanti monumenti di Roma, doveva accontentarsi di scrutare da fuori i gioielli della Capitale. Oggi invece, grazie al progetto Google e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, i Fori Imperiali, il comprensorio dell’Appia Antica e le Terme di Diocleziano potranno visitarsi con un click. Street View è il servizio integrato in Google Maps che consente di navigare a 360° per le strade e i siti d’interesse di tutto il mondo.

Google-trike, il tricilo del Terzo Millennio. A registrare le immagini le immagini il Google-trike, una sorta di triciclo dotato di apposite apparecchiature che permettono di scattare foto panoramiche a 360°. Il trike ha luoghi non accessibili alle google car, le automobili di Mountain View dedicate solitamente al servizio automobili, come i siti archeologici più belli di Roma, vicoli medievali e giardini di ville e residenze storiche. Le immagini sono state successivamente elaborate e da oggi sono visibili su Google Street View.

La collaborazione tra Google e il Mibac. «Da oggi visitare virtualmente e conoscere da vicino alcuni tra i principali capolavori dell’arte, dell’ingegno e dell’architettura diventa possibile, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi – ha commentato Mario Resca, Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale - Per l’Italia, per il nostro ineguagliabile patrimonio culturale, quella offerta dalla tecnologia di Google rappresenta una vetrina dalle infinite potenzialità in grado anche di promuovere e rilanciare il turismo nel nostro Paese, restituendocene la leadership». Il progetto «è anche la prova dell'impegno che da tempo Google pone nei riguardi di attività che si traducano nella valorizzazione del territorio italiano attraverso la nostra tecnologia. Tutto questo produce benefici, per i nostri utenti e per il nostro paese» ha aggiungto Stefano Maruzzi, Country Director di Google Italy.

Prima del Colosseo, erano state le aree archeologiche di Pompei e Stonehege ad essere state riprodotta virtualmente. «Per registrare le immagini di questi luoghi cosi preziosi utilizziamo il cosiddetto Google trike - aveva spiegato Marco Pancini, che per Google cura i rapporti istituzionali - il triciclo infatti riesce ad inoltrarsi in spazi ridotti e in zone pedonali».

Video: passeggiata virtuale dentro l'Anfiteatro Flavio>>



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Roma, compensi d'oro nei municipi: ai consiglieri 9.000 euro al mese

Uccisa a frustate a quattordici anni, processo ai medici "pagati dall'imam"

La Stampa






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Prescrizione breve: diverbio in Aula tra Rosy Bindi e D'Alema

Corriere della sera


La presidente del Pd voleva ritiro simbolico del gruppo. L'ex premier: «Che devo andargli a mena'?»


MILANO - Diverbio nell'aula della Camera tra il presidente del Pd, Rosy Bindi, e Massimo D'Alema. Bindi voleva il ritiro della delegazione del Pd per protestare contro l'inversione dell'ordine del giorno dei lavori a Montecitorio, che ha messo al primo posto la discussione sulla prescrizione breve, che se approvata in pratica metterebbe fine al processo Mills che vede imputato Silvio Berlusconi. D'Alema era contrario e, ironizzando, avrebbe detto: «Che vuoi? Che gli vado a menare? Mi levo gli occhiali e vado». L'ironia però non sarebbe stata apprezzata dal vice presidente della Camera che, racconta chi ha assistito alla scena, si sarebbe arrabbiata.
SIT-IN - Alle 18 il Partito democratico organizza davanti a Montecitorio un presidio «contro le forzature del Pdl, della Lega di Bossi, Calderoli e Maroni e dei cosiddetti responsabili che questa mattina alla Camera hanno imposto lo stravolgimento dei lavori parlamentari per parlare di processo breve e prescrizione breve», si legge in una nota del Pd. Saranno presenti il segretario nazionale Pier Luigi Bersani, il presidente del Pd Rosy Bindi, il vice segretario Enrico Letta, il presidente del gruppo parlamentare della Camera Dario Franceschini, la presidente del gruppo parlamentare del Senato Anna Finocchiaro.


Redazione online
30 marzo 2011



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Vendola si fa il campo di marijuana. Ecco la risposta di Nichi a Formigoni

Libero







Nichi Vendola ci dà sempre delle grandi soddisfazioni. Dopo aver piazzato geograficamente la Puglia all’altezza dell’Abruzzo, dopo avere deciso di recitare a teatro per il suo giudice, ecco che l’ultimo gesto del governatore pugliese ci evoca un’immagine da beat generation. C’è Nichi, ad occhi socchiusi, rintronato di marijuana, che snocciola discorsi in barese dalla semantica finalmente ineccepibile; e lo fa sdraiato in una Chevrolet che attraversa le campagne rossastre di Polignano a Mare, trasformatesi in foreste di canapa. In sottofondo scorre “Ohi Maria” degli Articolo 31 («le vacanze le farò in Giamaica dalla mia Maria bella/ aspetto e intanto voto Pannella e canto»). Una suggestione potente. Indotta dal fatto che proprio ieri l’associazione CanaPuglia ha iniziato, nei campi della località Chiesa Nuova, frazione di Polignano, la semina ufficiale della “cannabis sativa certificata, che contiene la sostanza psico-attiva ma nei limiti imposti dall’Unione Europea”. Tutto finanziato dalla Regione Puglia, cioè dal suo governatore Vendola, finora per 25mila euro. Tra l’altro, lo stesso Vendola, giusto qualche giorno fa, s’era infiammato in una polemica con Roberto Formigoni. Il pugliese aveva affermato: «Per un mafioso è molto più semplice diventare un eco mafioso che non un trafficante di droga perchè i reati ambientali sono al massimo contravvenzionati». Il lombardo aveva risposto: «Vendola è sotto l’effetto di qualche sostanza». Trafficanti e stupefacenti. Battuteggiano i sostenitori del Pdl che Formigoni sapeva qualcosa, e che Comunione e Liberazione deve avere un’ intelligence efficentissima.

NON SONO ROLATE - Ora, per compiutezza di notizia, bisogna dire che i coltivatori della cannabis pugliese non la coltivano «per scopo di lucro», afferma Claudio Natile, responsabile del progetto insieme a Carmine Campaniello. «Utilizzeremo la coltivazione come veicolo di informazione, ci porteremo le scolaresche, perché si crei una cultura sostenibile». Nessun lucro, quindi; ma un progetto culturale. É indispensabile altra specifica. «L’associazione CanaPuglia nasce con l’intento di incentivare la coltivazione della canapa in Puglia informando i possibili fruitori dell’utilità e delle potenzialità che la coltura della canapa fornisce e ha fornito nel passato. Con la canapa può essere prodotto molto, tessuti, farmaci. Fino al combustibile, alla carta, all’energia, e agli alimenti!». Il progetto si chiama “Spiriti bollenti”. Pure se - aggiungiamo noi- ad essere nota è soprattutto l’altra attitudine della cannabis: la produzione di quelle delicate infiorescenze femminili essiccate della pianta comunemente note come spinello, canna o spino o cannone. Le quali, a loro volta, richiamano riti giovanilmente eversivi: la manipolazione del cartoncino che funge da filtro, l’atto lento dello svuotamento del tabacco, la rollata con slinguamento che lì per lì ti pare di essere una rockstar in alterazione di coscienza, ma dopo ti svegli e scopri d’essere il solito pirla, solo un po’ più lento. Non staremo a discutere degli effetti psicotropi della canna, perchè ognuno in fondo è libero di fare ciò che vuole.

QUATTRO MILIONI - E non faremo troppo i bacchettoni. Primo, perchè non ci s’attaglia; e - secondo- perchè proprio un mese fa la stessa associazione pugliese aveva inaugurato un “ciclo di manifestazioni culturali con la prima produzione in Italia della cosiddetta «pizza sativa», con farina di canapa, perfetta anche per i celiaci”. Perfetta.  E i celiaci di certo ringrazieranno. Però, insomma, è ben curioso che a questi simpatici progetti l’Unione Europea abbia destinato 4 milioni di euro di fondi, con la benedizione di Nichi.  Ohi, Nichi. D’ora in avanti continueremo ad immaginarlo intorpidito in una nuvola giamaicana, nel campo di piantine di cultura sostenibile...


di Francesco Specchia

30/03/2011





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Grana profughi? la colpa e di Prodi e Napolitano

Libero







Gli ultimi 200 - tutti tunisini - sono tornati indietro la scorsa notte, restituiti con un calcio nel sedere dalla polizia francese. Così in queste ore l’Italia ha un’altra Lampedusa, sia pure sulla terra ferma. Ventimiglia, confine con la Francia. Sono quasi 1500 gli immigrati clandestini accampati lì, in attesa di un impossibile ricongiungimento con i familiari d’oltralpe. La polizia di Nicolas Sarkozy ha di fatto blindato le frontiere. A Ventimiglia come a Modane, altro valico di passaggio di tunisini, libici e nordafricani via terra. Non era questa la barriera che si immaginava quando l’Europa ha varato il trattato di Shengen. Ma alla Francia questo regalo l’ha fatto proprio l’Italia. E per ben due volte, firmando prima un accordo ufficiale e poi rivisitandolo con uno scambio di lettere. In entrambi i casi a regalarci questo fronte Lampedusa bis è stato un governo guidato da Romano Prodi. Gli accordi che tirano giù la frontiera con la Francia sono stati firmati da due ministri dell’Interno del governo del Professore. La prima volta il 3 ottobre 1997 a Chambery, con firma congiunta di Giorgio Napolitano per l’Italia e di Jean Pierre Chevenement per la Francia. La seconda volta è stata nel 2006. A prendere l’iniziativa di interpretare e rafforzare quell’accordo fu il ministro dell’Interno francese, Nicolas Sarkozy, il 12 giugno.

Qualche mese dopo, il 20 novembre, il ministro dell’Interno italiano, Giuliano Amato, rispose per lettera accettando le nuove condizioni. Sulla carta quell’accordo è bilaterale: c’è reciprocità di norme. In entrambi i paesi, sui confini di Ventimiglia e Modane, sono stati istituiti dei Centri di cooperazione di polizia e doganali che hanno il dovere di scambiarsi informazioni sulla immigrazione clandestina. I poliziotti di una parte e dell’altra possono sconfinare per 30 km per le proprie indagini. Possono fermare clandestini e se trovano la prova di una loro provenienza dall’altro paese (un documento di viaggio, uno scontrino fiscale), possono riconsegnarglieli. Sulla carta è così. Ma nella prassi la reciprocità va a farsi benedire. Perché sono molti di più i clandestini che cercano di entrare dall’Italia in Francia che non quelli che compiono il percorso inverso. Così sbarcano a Lampedusa per ricongiungersi ai familiari in Francia, e quando passano il confine i gendarmi di Sarkozy li pizzicano e con una scusa o con un’altra ce li riportano indietro facendo muro. Per fare approvare la revisione dell’accordo in Senato e all’assemblea nazionale (l’Italia non lo ha invece ratificato in Parlamento), il governo francese ha sbandierato numeri che non lasciano dubbi. Nel 2007 sui due versanti del confine di Ventimiglia sono stati pizzicati 12.762 clandestini. Di questi 9.904 sono stati respinti dai francesi in Italia e solo 2.858 dagli italiani in Francia. Nel 2008 stessa musica: 13.132 pizzicati, 10.073 rimandati in Italia e 3.059 tornati in Francia. Simili i dati del 2009 e ancora più evidenti le proporzioni registrate al confine di Modane: 9.984 fermati nel 2007 e di questi 9.210 presi dai francesi che li hanno riportati in Italia. Perfino peggio nel biennio successivo. Fra l’altro i francesi hanno dato autonomia e rafforzato i loro presidi di polizia al confine, mentre gli italiani per dieci anni hanno discusso che cosa fare, rimpallandosi decisioni e responsabilità e bloccandosi su una trattativa sindacale per anni sul rimborso dei pasti dei suoi poliziotti oltre confine.

L’accordo dunque è un hara-kiri per l’Italia, e chissà se mai l’avevano immaginato i vari Prodi, Napolitano e Amato. Ma sulla filosofia con cui viene vissuto in Francia non ci sono molti dubbi. Il presidente dell’assemblea francese un anno e mezzo fa, al momento della ratifica, ha invitato i suoi deputati a votare sì: «È l’Italia che è inondata di clandestini. L’accordo conviene a noi». E in soli 38 minuti fra commissioni, Senato e Assemblea nazionale, l’accordo è stato approvato. Non solo, lo scorso 4 marzo il nuovo ministro dell’Interno francese è corso a Nizza ad arringare i suoi poliziotti di frontiera. «Gli italiani non devono fare i furbi», ha spiegato Claude Gueant, aggiungendo: «A loro chiediamo di stare al gioco della regola europea. È la responsabilità di ogni paese di accoglienza. Chiediamo loro di trattenere le persone che si presentano sul territorio italiano e di riprendersi quelle che vengono rinviate loro». Già, e al ministro francese facciamo anche un cappuccino in attesa di altri ordini?


di Franco Bechis

30/03/2011





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Io il più povero? È vero, faccio una vita monastica»

Corriere della sera


Pietro Marcazzan, Udc, è il deputato che dichiara meno: 10 mila euro nel 2009





Marcazzan con Casini (dal web)
Marcazzan con Casini (dal web)
MILANO - È un uomo d'altri tempi l'onorevole Pietro Marcazzan. Anche nel portafogli. Deputato dell'Udc, 50 anni, laurea in Lingue e letterature straniere, professore al liceo, nel 2009 dichiara di guadagnare in un anno poco più di un operaio in cassaintegrazione: 10.330 euro. Nella speciale classifica dei redditi dei parlamentari, mentre Berlusconi svetta con i suoi quasi 41 milioni, lui è il brutto anatroccolo del gruppone di onorevoli.


L'hanno chiamata in tanti e non per chiederle un prestito immagino...
«Beh, alcuni hanno chiamato... sì. Ma si sono complimentati per la linearità della mia condotta».

Quella cifra si riferisce a prima che lei entrasse in Parlamento. Adesso porterà a casa in un mese quanto prima guadagnava in un anno?
«Esatto. Complessivamente, mettendo insieme stipendio e diaria, rimborso per l'appartamento e fondi per i collaboratori, e io ne ho due, sono a circa 11.400 euro netti di stipendio».

E con uno di questi collaboratori abbiamo parlato prima al telefono e ci ha riempiti di complimenti: «Caro dottore..., ossequi... il ben noto giornalista..., mi alzo in piedi...».
«Non si sorprenda, il mio segretario ha 87 anni, è mantovano come me che sono di Goito. Ovviamente è un signore con regolare contratto ed è in parlamento dal 1948, una lunga no stop. Di conseguenza si sa muovere con estrema abilità e con lui riesco a dare impulso alle mie iniziative».

Peccato che sul suo sito web vi sia il numero di telefono sbagliato. Risponde in perfetto milazzese il segretario del suo collega di partito Giuseppe Naro.
«Hanno equivocato il numero? Comunque lo vado a verificare...».

Non è preoccupato che, adesso che sanno quanto guadagna, potrebbe arrivare una proposta per passare dall'altra parte?«Ma guardi, non mi passa neanche per l'anticamera del cervello un pensiero del genere».

Lei non «migrerebbe» per alcuna cifra?
«Ma stiamo scherzando? Tenga presente che il sottoscritto nel 2008 venne escluso volontariamente dal Parlamento ed è rientrato poi nel settembre 2010. Nel frattempo mi hanno contattato reiteratamente ma la coerenza è una delle caratteristiche di cui mi pregio».

Come mai guadagnava così poco?
«Arrivavo da un periodo di aspettativa cui è seguito il rientro a scuola per pochi mesi».

Cosa pensa degli evasori?
«Io sono un insegnante, non posso che dichiarare tutto. L'evasione rimane un problema grave. Occorre fare molto per arginare questo fenomeno».

Ma come faceva a vivere con meno di mille euro al mese?
«Beh, c'è stato di che faticare e soprattutto di che risparmiare...».

Su che cosa?
«Semplicemente facevo una vita estremamente monastica, molto frugale. Io sono essenziale nelle mie cose».

Ha ridotto anche i pasti?
«Ma adesso... per piacere... questo no. Semplicemente diciamo che mi basta la compagnia di un buon romanzo, dopodiché tutto il resto mi lascia indifferente».

Tipo?
«Io sono un amante, oltreché laureato, della letteratura russa e quindi un assertore di Anna Karenina che rileggo in continuazione. E soprattutto c'è l'altro grande testo che leggo almeno due volte all'anno: la nostra Divina Commedia».

Ma come faceva uno uno come lei a guadagnare così poco? Uno che conosce l'inglese, il russo, il francese, lo spagnolo...
«Le ripeto, ero in aspettativa, avevo mia madre che non stava bene e mi sono occupato di lei. Poi terminato quel periodo che mi competeva, sono rientrato a scuola».

Dunque anche lei è una delle vittime della retribuzione italiana dei docenti?
«Io non mi lamento, non sono sposato. Ho insegnato 15 anni prima di entrare in politica. Poi dieci anni da sindaco e infine sono diventato deputato. Come sindaco del comune di Goito conosco bene i problemi della gente e il come arrivare alla fine del mese».

Ora la sua vita è cambiata economicamente?
«Ma guardi... niente. Le spiego: continuo le mie letture intensissime, continuo a pubblicare, a scrivere e a fare la mia vita essenziale».

Ma cosa fa con gli oltre 10 mila euro al mese?
«Tenga conto che alla fine stiamo parlando di 3-4 mila euro. Lei pensi ai costi dei due collaboratori, alle spese dell'affitto, un minimo di spesa per socializzare... Mi creda, oltre ai 3-4 mila non rimane ,andiamo».

Dei 41 milioni di presidente del Consiglio cosa pensa?
«Se vogliamo, alla luce delle cifre, sono l'antiBerlusconi del parlamento italiano».

Lo invidia?
«No, sono solo un amante dei miei studi».

Neanche una piccola festa «elegante» lo spazio di una sera, adesso che può?
«Preferisco un sana lettura che m'immerga nei miei pensieri».

Nulla di trasgressivo in Piero Marcazzan?
«Attenzione, sono un grande viaggiatore. Ho avuto modo di studiare in passato in America, in Unione sovietica. Ho viaggiato in lungo e in largo. Guardi che mi sono divertito molto in questo mondo».

Casini cosa le ha detto?
«Alla riunione del Terzo polo Pierferdinando ha esordito: "Il Pdl ha il deputato più ricco, noi ci vantiamo di avere quello più povero"».


Nino Luca

29 marzo 2011(ultima modifica: 30 marzo 2011)



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Ater e Inpdap, arrivano i pm

Il Tempo


La Procura acquisirà atti sulle due case assegnate alla Polverini e al marito.


Palazzo in largo Magna Grecia, appartamenti venduti a 1000 euro al mq Ater e Inpdap: arrivano i magistrati romani. Nei prossimi giorni la Procura acquiserà i documenti relativi all'assegnazione delle case alla governatrice Polverini e al marito. Gli appartamenti sono due: uno è quello nella zona di San Saba, assegnato dall'istituto delle case popolari alla famiglia del marito della presidente ai primi del Novecento. Sessanta metri quadrati al quarto piano senza ascensore dove la Polverini avrebbe abitato per una quindicina d'anni. Il secondo, invece, è stato assegnato dall'ente previdenziale dei dipendenti pubblici alla presidente del Lazio alla fine degli anni Novanta, poi acquistato e rivenduto dalla stessa Polverini, allora sindacalista dell'Ugl.

Per ora nel fascicolo aperto dalla Procura non c'è alcuna ipotesi di reato e neanche alcun indagato ma la richiesta di documenti all'Ater e all'Inpdap è un atto dovuto dopo la denuncia arrivata in Procura sull'assegnazione delle due case alla famiglia Polverini. Soltanto dopo l'esame delle carte i pm potranno stabilire se procedere nei confronti della governatrice o del marito oppure mandare in archivio il fascicolo e quindi mettere la parola fine alle accuse avanzate contro la presidente del Lazio. Si tratta comunque di una denuncia finita nello stesso procedimento che riguarda le vendite degli immobili del Comune di Roma e delle Ipab Sant'Alessio e San Michele. In questo caso gli accertamenti, per l'ipotesi di reato di abuso d'ufficio, riguardano presunte svendite e assegnazioni in affitto di immobili riconducibili agli enti.

Tutti appartamenti che, per legge, dovrebbero essere destinati a cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d'affitto imposti dal mercato. Il procuratore aggiunto, Alberto Caperna, e il sostituto, Ilaria Calò, stanno effettuando verifiche sulla procedura seguita dal Comune per vendere e assegnare le case, anche al fine di individuare i responsabili delle pubblicazioni degli annunci di vendita. L'assegnazione dell'appartamento in via Bramante, a San Saba, nel quale ha vissuto Polverini, sarebbe anche oggetto di un esposto da parte di alcuni dipendenti dell'Ater. Una decina di giorni fa la governatrice ha comunque spiegato che l'appartamento popolare su cui sono in corso gli accertamenti, «è stato assegnato, nei primi anni del '900» in affitto alla nonna di suo marito, che poi è rimasto lì fino ad ora. Anche se, sempre secondo le accuse, non avrebbe più i requisiti per rimanere in quella casa.


Augusto Parboni

30/03/2011





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Gli inquilini popolari speculatori fai da te

Il Tempo


Hanno comprato la casa a 45 mila euro e ora la rivendono a dieci volte di più. Gli affari d'oro dei "poveri" affittuari dell'ente.



Roma, case Ater in via Oslavia Gli affari sono a portata di mano, non c'è dubbio. Il principio è quello alla base di ogni operazione economica di successo: comprare a poco e rivendere a tanto. Elementare. Come acquistare una casa dell'Ater a 45 mila euro e «piazzarla» sul mercato a 350 mila. Ci sono riusciti tanti inquilini dell'istituto degli alloggi popolari. Hanno avuto in affitto gli appartamenti in media a 110 euro al mese e, attesi i 5 anni previsti dalla legge, li hanno rivenduti a cifre di mercato. Un affare da immobiliarista fai da te. C'è anche chi si è affidato alle agenzie, del resto è tutto legale, ci mancherebbe. Proviamo ad acquistarla noi una casa «ex popolare».

Il campanello d'allarme ci suona in testa la terza volta che, dall'altra parte del telefono, l'agente immobiliare di turno o il semplice cittadino che ha messo in vendita l'appartamento, fa: «Il rogito, però, lo possiamo fare a fine 2011». Allora domandiamo: «Ma c'è qualche problema? Perché non possiamo fare il rogito a marzo o aprile?». Pronta la risposta: «Si tratta di una casa popolare le cui modalità di vendita sono soggette a particolari condizioni. Voi comunque, una volta che ci siamo messi d'accordo sul prezzo, potete entrare nell'appartamento». Ora è tutto chiaro, lo impone la legge: prima di vendere una casa acquistata dagli enti pubblici devono passare 5 anni. Ovviamente l'alloggio sarà stato pure popolare ma ora è diventato una reggia. Le cifre sono quelle di mercato.

Nei quartieri Prati, Monteverde, Torrino, Testaccio, solo per citarne alcuni, ci sono appartamenti Ater o di altri enti pubblici che costano tra 350 e 500 mila euro, ma che sono stati ceduti agli inquilini tra i 45 e i 60 mila euro, soldi con cui a Roma non si compra neanche un garage. A via di Donna Olimpia, quartiere Monteverde, la richiesta è di 485 mila euro per un primo piano di 95 metri quadrati. L'agenzia immobiliare che ha il mandato fino a dicembre 2011 è chiara: «La casa è in vendita subito ma il rogito possiamo farlo a dicembre perché si tratta della casa di un ente e solo a fine anno è possibile mettere tutto nero su bianco». Bell'affare, solo pensando che l'inquilino che l'ha acquistata dall'ente in questione non ha sborsato più di 60 mila euro, visto che i valori catastali erano quelli degli anni '90. Le sorprese non finiscono qui. Cambia la zona, ma non la sostanza.

Al Torrino contattiamo un privato che vende il suo appartamento, acquistato, dice, nel 2007 da un ente. Adesso vuole 490 mila euro. Ci entriamo in confidenza e scopriamo che per quell'appartamento di 110 metri quadrati al quarto piano, ristrutturato, lui ne ha tirati fuori 60 mila. La voglia di comprarlo ci passa. Un'altra agenzia di Testaccio ci dice che ha due appartamenti dell'Ater in vendita a 380 mila euro uno di 65 metri quadrati e 420 mila l'altro di 80 metri quadrati.

Anche in questo caso gli inquilini diventati proprietari vinceranno la lotteria visto che in quella zona l'Ater ha venduto case di 70 metri quadrati a 45 mila euro. Una di queste è stata venduta sul mercato nel 2008 a 350 mila euro. Ma c'è anche chi, forse pentito dalle sue intenzioni speculatorie, dopo averci chiesto 400 mila euro per un appartamento di un ente, con l'avvertimento del rogito non prima di maggio, ci viene incontro proponendoci uno «sconticino» di 50 mila euro se acquistiamo subito prendendo però possesso dell'appartamento non prima di fine aprile. «Tanto qui - dice - non controlla mai nessuno».


Alberto Di Majo e Damiana Verucci
30/03/2011






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Maltrattamenti su animali: nuova moda è accecare i cani col laser

Omicidio Olgiata, dopo 20 anni fermato il domestico filippino: incastrato dal dna

Fiat, perché non convince l'inchiesta della Gabanelli



I trucchi di Milena per ridicolizzare Marchionne e John Elkann: fuori onda "rubati" e vicende surreali di giardinieri sottopagati. Interpellato l'ex direttore di Quattroruote che guardacaso ha il dente avvelenato con il Lingotto



 
Far passare in cattiva luce la Fiat e i suoi vertici,enfatizzando solo i detta­gli capaci­di far sorgere dubbi e sospet­ti nell’opinione pubblica, e tralascian­do (o marginalizzando), invece, quan­to di buono il Lingotto ha fatto dal 2004 a oggi. Sulla lavagna di Milena Gaba­nelli, conduttrice di Report , dedicato al gruppo torinese, c’era posto solo per i cattivi. La puntata dell’altra sera, che ha tratto spunto da interviste di ini­zio anno (Salone di Detroit) e primi di marzo (Salone di Ginevra), quindi non freschissime alla luce di quello che intanto è accaduto (la 500 che cir­c­ola in questi giorni per le strade ameri­cane), aveva un solo scopo: incastrare Sergio Marchionne, cercando di farlo passare per evasore fiscale; ridicolizza­re John Elkann con un colpo basso (il nipote dell’Avvocato, intervistato dal Tg2 a Detroit, aveva chiesto di tagliare una sua risposta per evitare fraintendi­menti: le riprese sono invece continua­te e trasmesse); e riaccendere una peri­colosa miccia tra gli operai del gruppo automobilistico.

Ecco allora la Gaba­nelli e la sua truppa d’assalto fare da apripista, a Fiom e Cobas (ai quali la trasmissione ha messo irresponsabil­mente su un piatto d’argento la carti­na delle abitazioni svizzere di Mar­chionne), in vista delle nuove batta­glie che attendono la Fiat dopo i refe­rendum di Pomigliano e Mirafiori. Si è cercato di fare le pulci su tutto e, per dare ancora più forza alle tesi accusato­rie, la giornalista ha estratto dal cilin­dro Mauro Coppini, ex direttore di Quattroruote ( incarico lasciato undici anni fa), nonché ex capo ufficio stam­pa di Alfa Romeo, già di proprietà Fiat, e uomo molto vicino a Vittorio Ghidel­­la, il papà della Uno scomparso in Sviz­­zera nelle scorse settimane, costretto a lasciare Torino per i dissapori con l’al­lora presidente Cesare Romiti. Coppi­ni, uscito polemicamente dalla casa editrice Domus dopo una copertina che sollecitava la Fiat a richiamare una serie di modelli per un problema al cambio, agli occhi di Report poteva essere l’uomo giusto per sparare con­tro il Lingotto, giocando su eventuali rancori non ancora sopiti.

Coppini, og­gi opinionista tv, tirato in ballo sul di­scutibile abbinamento Lancia-Chry­sler, ha risposto esponendo i dubbi che una simile operazione, figlia del­l’emergenza, sta generando. Lo stesso Marchionne ha più volte spiegato che il 2011 «sarà una sorta di traversata nel deserto» e che i nuovi prodotti comin­ceranno ad arrivare dal 2012. Qualco­sa, però,bisognava inventarsi conside­r­ando l’iperattivismo della concorren­za: da qui l’idea di«vendere»la non gio­vanissima Chrysler 300C come Lancia Thema in Europa. Una bella scommes­sa. Coppini ha esposto quello che un po’ tutti pensano, mancando però sul prezzo:in America la 300C non è a «sal­do» (20mila dollari), ma il prezzo reale è compreso tra 28mila e 45mila dolla­ri. In Europa, quando arriverà a no­vembre, potrebbe essere offerta tra 35 e 40mila euro (e forse più), tenuto con­to­che oltre l’Atlantico le macchine so­no meno care in valore assoluto.

E poi la tiritera degli incentivi (è vero che Torino ne ha beneficiato, come del resto gli altri costruttori esteri, gli stessi- a differenza della Fiat- che con­tinuano a chiederne la reintroduzio­ne) e della cassa integrazione (senza ricordare l’impegno di Marchionne, se la ruota girerà per il verso giusto, di adeguare i salari delle tute blu italiane a quelle tedesche). E ancora il conver­tendo, come se i 2 miliardi di dollari strappati alla Gm, con la quale Torino ha prodotto motori in joint venture fi­no a poco tempo fa, fossero noccioli­ne. Proseguendo con la vita privata di Marchionne; l’originale acquisizione di Chrysler, che da colpo da maestro ora viene posta sulla graticola; le ripre­se tv di «rapina»; le presunte stecche ai fornitori; la vicenda vecchia di 5 anni (e fatta passare come scoop) dei giardi­nieri sottopagati che lavoravano nello chalet svizzero dell’amministratore delegato. E poi: dove sono i 20 miliardi promessi per Fabbrica Italia? Anche il numero uno di Volkswagen o Renault cercherebbe di aggirare una doman­da del genere, un po’ per motivi strate­gici, un po’ per garantirsi una certa fles­sibilità.

Vero è, e lo abbiamo scritto di re­cente, che Marchionne queste gra­ne e queste trasmissioni se le va pe­rò a cercare con un atteggiamento fin troppo esuberante. Era il caso di anticipare, in piena bagarre sindaca­le, l’ipotesi di spostare la sede legale del gruppo a Detroit? Era il caso di privilegiare i contatti di alto livello esteri rispetto a quelli italiani, an­che sindacali? Era il caso di battere il chiodo sul fatto che all’estero si lavo­ro meglio che da noi? Va bene essere manager «globali», ma la Fiat è un pezzo di storia d’Italia e senza l’op­portunità Fiat, forse Marchionne sa­rebbe rimasto un grande e benestan­te manager di qualche multinazio­nale. E il Lingotto chissà che fine avrebbe fatto.




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Scoperta della Guzzanti: Repubblica sparge fango Volano insulti con Mauro



Lite tra i paladini della sinistra. Repubblica pubblica i commenti poco benevoli apparsi sul sito dell’attrice. E lei: "Scrivete solo c...". Sabina se la prende anche coi fan: "Frustratoni rancorosi"



 
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Roma - Truffata e mazziata, e dalla stampa amica poi. E lei che fa? Una lettera virulenta al «gentile direttore ezio mauro» (tutto minuscolo), condita con parolacce e minacce stile rissa da bar. Quel che ha fatto veramente imbestialire Sabina Guzzanti sono stati gli articoli di Repubblica sulla truffa in cui è finita pure lei (una società prometteva di far fruttare il gruzzolo di parecchi vip romani) ma soprattutto un pezzo pubblicato su Repubblica.it (peraltro, copia-incollato dall’agenzia Omniroma) in cui si dava conto di certi commenti apparsi sul sito della Guzzanti, rimproverata (ma solo da alcuni) di aver cercato un guadagno facile con i trucchi della finanza.

La reazione dell’attrice è stata feroce. «Il tuo giornale on line - scrive la Guzzanti al direttore di Repubblica - dopo aver scritto una serie di cazzate infondate insieme al cartaceo su una delle tante truffe che colpiscono i consumatori, ha pensato bene di insistere sul mio caso ancora dopo 4 giorni». L’autrice di Draquila, qui più anti-Repubblica che anti-Cav, è furibonda non solo con i giornalisti del quotidiano ma anche con quegli utenti che hanno postato sul suo sito sabinaguzzanti.it dei commenti secondo lei infami (tipo questo: «Senza cattiveria, ma ti sta bene. Non è vergogna avere soldi se li hai guadagnati onestamente come sicuramente hai fatto tu.

Ma se uno ha un po’ di soldi da parte per me non deve usarli per farne altri senza che il lavori ci guadagni»). Queste persone sono «poco strutturate» scrive la Guzzanti, cioè degli ignoranti, poco dopo definiti «svitatelli», quindi «esaltati che non hanno capito una cippa» («e come potevano capire? non certo leggendo il giornale» di Mauro), anche definibili «frustratoni». Una massa di dementi che però nulla avrebbe eccepito se non fosse stato per le «false informazioni da voi (di Repubblica, ndr) diffuse» sulle 700 vittime di «speculatori senza scrupoli, che hanno rubato i risparmi a un sacco di gente. Tra questi magari qualcuno anche ricco, ma i più invece poveri cristi che guadagnano senz’altro meno di te» Ezio Mauro.

Una «campagna di disinformazione» da parte di Repubblica, dice la grande imitatrice, che con quell’«articolo strumentale» ha scatenato una ridda di pazzi, sicuramente berlusconiani, che «si sentono in diritto, sulla base del nulla, di mettere bocca e giudicare scelte che non conoscono, sparare giudizi e ricamarci sopra. E sprecano tempo a discutere di cifre e percentuali che avete (voi di Repubblica, ndr) sparato a vanvera». Ognuno apre bocca in libertà, «proprio come quelli che scrivono per te» Ezio Mauro.

Nella teoria del complotto c’è sempre un motivo arcano per tutto, anche per un semplice pezzo on line sulla Guzzanti e i commenti del suo sito. E allora a cosa deve, la Guzzanti, «tanta scorrettezza? tanta ingiustizia? tanta vigliaccheria? tanta spudoratezza?». Insomma perché Ezio Mauro e Repubblica vogliono colpirla in modo così codardo, da vera macchina del fango? «Ha a che fare col fatto che ho pubblicato le proteste di giornalisti giapponesi che replicavano all’imprecisione di un tuo inviato? E col fatto che il tuo inviato si è dovuto scusare? O con la simpatia che da sempre ci lega?» chiede ironica la Guzzanti, pronta a sbranare anche un passante con la Repubblica sotto il braccio.

Poi passa agli «svitatelli» che hanno osato attaccarla. Gente «che non ha le palle per prendersela con dovrebbe». Si rende conto «che siete delle m... e non vi do torto», chiosa in francese la Guzzanti. La cui lettera scatena nuovamente i visitatori del suo sito, che in 150 pubblicano un commento. Anche qui, non sempre in accordo con l’autrice. C’è chi le dice «brava Saby» e racconta di aver giurato, già dal primo articolo sulle (poco) allegre finanze della Guzzanti, «di non collegarmi più al sito di repubblica!!!».

Un altro dice «hai fatto bene a cantargliele anche se spero che non sia lui il direttore di Repubblica web che ha permesso l’articolo schifoso sul tuo/nostro blog, certo anche quelli cartacei non erano molto meglio...». Altri le contestano la sfuriata: «Sabina, ti stimo, anzi, ti stimavo. Nei tuoi spettacoli dai addosso a tutti e a tutto ed è lecito, se ora danno addosso a te diventa tutto sbagliato? Avresti fatto più bella figura a sdrammatizzare questa situazione, invece di apparire rancorosa e astiosa». Sicuramente uno «svitatello» «rancoroso» che «non capisce una cippa» pagato da Berlusconi. O da Ezio Mauro.



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Scopelliti: "Una stagione di inerzia targata Pd"



Il governatore della Calabria rivela: "Ho chiuso sei ospedali: lobby e ’ndrangheta a bocca asciutta". Poi sulla burocrazia: "Lavoro con uno staff under 40. E ho impegnato il 30% dei fondi"



 

Dicono che la Calabria non riesca a spendere i soldi che l’Europa destina alle aree svantaggiate.
«Con Loiero, forse. Con noi la musica è cambiata». Giuseppe Scopelliti, eletto esattamente un anno fa a governatore della Calabria con il Pdl, punta il dito contro la classe dirigente di sinistra che ha governato il Mezzogiorno finora: «Non c’era una politica d’intervento mirata, complessiva. Solo piccoli interventi spot, senza visione d’insieme. Chi ha governato la Calabria e il Sud negli ultimi 15 anni ha vivacchiato sulle emergenze, ha avuto un respiro corto e ha favorito le clientele. Circa 584 milioni sono stati spesi in tremila progetti. Un fallimento targato Loiero».

E adesso?
«Puntiamo su poche opere ma cantierabili subito. Un miliardo di euro dei fondi Fers finirà in infrastrutture, rilancio del turismo e cultura».

E cosa resterà?
«Aeroporti più moderni, metropolitane di superfice, strade, investimenti per il riassetto idrogeologico, eventi culturali e promozione del territorio con il coinvolgimento dell’università. E i cosiddetti Poin, di cui la Campania è regione capofila, per la valorizzazione dei centri storici».

Posti di lavoro?
«Tremila, 3.119 per l’esattezza, nei prossimi 5 anni, per cominciare. Duemila ragazzi si rimboccheranno le maniche a partire da agosto».

Vedremo... Ma il segreto qual è?
«La programmazione. Quando sono arrivato io c’era il vuoto assoluto. Tanti soldi e zero progetti. Un vantaggio e tanti svantaggi. Stiamo cercando di recuperare il tempo perduto, abbiamo speso il 10% dei fondi disponibili e impegnato oltre il 30%. Siamo perfettamente in regola».

Dov’è il trucco? Nella rendicontazione?
«Guardi, a giustificare le spese non ci vuole niente, basterebbe il trucco dei famosi “progetti sponda”. Noi abbiamo puntato su progetti veri».

La macchina della burocrazia le ha dato una mano?
«I miei direttori generali sono tutti quarantenni. La mia squadra è un mix straordinario di passione, entusiasmo e competenza. In Calabria, grazie anche all’alta scuola di formazione organizzata con Luiss e Bocconi, sforneremo 40 dirigenti della pubblica amministrazione e 15 manager della Sanità».

Altro tasto dolente...
«Abbiamo chiuso e riconvertito 6 ospedali, nessuno ci credeva. Lunedì dirò quanto ho risparmiato in 7 mesi togliendo soldi alle lobby e alla ’ndrangheta».

felice.manti@ilgiornale.it





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Il mega spreco del Sud Vendola & C. gettano 31 miliardi di soldi nostri



Vendola e altri amministratori meridionali piangono miseria, intanto snobbano i fondi dell’Unione europea spendendone appena il 9 per cento. Perché è più facile avere l’alibi dei tagli che rimboccarsi davvero le maniche 



 

Poi dicono che il Sud è senza soldi. Balle. Il Sud è pie­no di soldi. Baste­rebbe che li prendesse. I soldi sono lì, pronti, cash, a disposizione. Bisogne­reb­be solo compilare l’ap­posito modulo. Bastereb­be averne voglia. Baste­rebbe un’idea. Non ci cre­dete? Stiamo parlando di 31 miliardi, più di 60mila miliardi del­le vecchie li­re, tre volte il Pil dell' Islanda, per intenderci, 15 volte il fat­turato di un gruppo in­ternaziona­le come la Benetton. Sono i soldi che l’Euro­pa­mette a di­sposizione di cinque Regioni meri­dionali. Eppure le Regio­ni meridionali li snobba­no. Li lasciano nel casset­to. Ci sputazzano sopra, insomma. Salvo poi met­tersi a piangere che non hanno soldi. Che è un po’ come morire di fame quando si ha la dispensa piena di biscottial ciocco­lato.

Per carità, all’universi­tà del lamento noi italiani siamo tutti laureati. I go­vernanti del Sud, però, hanno pure ilmaster.Ro­ba da Harvard, docenza specializzata in piagni­steo multiplo e ripetuto, con irrorazione di lacri­me comparate. A volte viene da pensare che se gli amministratori meri­dionali sapessero gestire la cosa pubblica come ge­stis­cono la faccia di circo­stanza, oggi la Calabria sa­rebbe una specie di Nor­vegia felice e la Sicilia la dimostrazione dell’esi­stenza del Paradiso terre­stre. Invece sono in diffi­coltà. Co­me la Pu­glia, come la Campa­nia. Non rie­scono a ge­s­tire non di­ciamo le emergen­ze, manem­meno l’o­rdi­nario quoti­diano. Poi se la pren­dono con lo Stato che li abbandona. Con l’Euro­pa che li trascura. E con la politica filo leghista del governo. Un modo come un altro per chiedere altri soldi. Altri aiuti. Altri con­tributi, piccole cassedel­mezzogiorno d’occasio­ne, gepi&agensud di cir­costanza e piani straordi­nari. Si può dire di no? Di fronte a tante lacrime? Di fronte a tante emergen­ze? Si può essere così egoi­sti e antisolidali da non mettere mano al portafo­glio? Da non far scorrere giorno dopo giorno nuo­vi fiumi di denaro come nei giorni dell’Iri funesta? Per l’amor del cielo. Si proceda: altri soldi. Altri aiuti. Altri contributi. Che è u n po’ come versare metà dello stipendio a uno che t i chiede l’elemosina, salvo poi scoprire che tiene sotto il materasso l’eredità milionaria della zia.

Poi dicono che il Sud è senza soldi. Balle. Il sud è pieno di soldi. Solo che li tiene sotto i l materasso come l’eredità della zia. Anzi, no: l i tiene nei forzieri d i Bruxelles. La quota di fondi del programma 2007-2013 utilizzata dalle cinque Regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Basilicata) ammonta al 9 per cento. Avete letto bene: proprio 9 per cento. Trasformato in voto scolastico non sarebb e nemmeno un «1». Diciamo: «1 meno meno». D’incoraggiamento. Fra l’altro tenete presente che quei soldi, a differenza d i quelli che si mettono sotto il m aterasso, non si conservano. Al contrario: deperiscono. Svaniscono nel nulla come i conigli nel cilindro del mago Alexander. Riflettete: il programma parte nel 2007. Siamo arrivati oltre la metà e siamo al 9 per cento: l'anno scorso l'Europa voleva già decurtare la dotazione. «Tanto non la usate». Ci fu u n intervento del governo, il pericolo fu scongiurato. O, per lo meno, rimandato. Ma tutto il denaro che non avremo i ncassato entro il 2013, cioè entro i prossimi due anni, andrà perduto per sempre. Dirottato verso le regioni dell'Est Europa, che piangono uguale. M a almeno lavorano di più.

A luglio, quando Tremonti rimproverò la «cialtronaggine » dei governatori del Sud, incapaci d i sfruttare i soldi messi a disposizione dall'Europa, ci fu una levata di scudi. «Non s i fa, non s i dice, m a per carità, il solito filo leghista, il ventriloquo di Bossi, il ragioniere della Valtellina ecc.». Tremonti, invece, aveva ragione. Eccome. L o dimostrano i numeri che vi stiamo fornendo e che non sono stime, calcoli approssimati, opinioni varie e occasionali: sono dati della Ragioneria dello Stato. Praticamente il vangelo dei conti nazionali. La bocca della verità economica. E allora ripetiamo con Tremonti: questi governanti del Sud sono dei cialtroni. Va bene, diamo pure il beneficio a quelli eletti da un anno di essere ancora non giudicabili, ma per gli altri non ci può essere pietà. Bassolino, Loiero, Vendola, Cuffaro, Lombardo: hanno governato per anni o governano da anni e hanno lasciato per strada tutto questo patrimonio.

Capaci soltanto d i chiagnere e fottere. Perché non solo hanno peccat o d'omissione, non solo si sono rivelati incapaci di sfruttare la ricchezza della loro meravigliosa terra, il talento e l'intelligenza dei loro straordinari cittadini, le bellezze naturali, le risorse storiche e culturali, mancando ogni occasione di crescita e sviluppo. Ma hanno anche fallito nell' azione più semplice del mondo: quella di prendere i soldi (i nostri soldi, si badi bene) offerti come u n regalo di Natale da Santa Claus Europa. Perché non l'hanno fatto? Boh. Forse perché si sono persi nei labirinti della burocrazia. Forse perché si sono persi nella mancanza di progett i e d i idee. O forse, semplicemente, perché con i soldi in tasca sarebbero finiti gli alibi. Toccava darsi da fare. E smettere di piangere. Che, come è noto, per quanto faticoso, è pur sempre meglio che lavorare.




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