venerdì 1 aprile 2011

Ufo nel cielo di Monte di Procida Disco volante o velivolo militare?

Il Mattino


MONTE DI PROCIDA - È sempre «caccia» all'Ufo, inteso cone velivolo “alieno” quando si avvista un UFO (acronimo inglese di oggetto volante non identificato). Nè è la prova il filmato che su YouTube ha già collezionato decine di migliaia di contatti.

Un abitante della zona ha notato volteggiare nel cielo, limpido dopo le perturbazioni dei giorni scorsi, un oggetto volante e subito lo ha filmato, fra coloriti commenti degli astanti.







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Assolti gli stilisti Dolce e Gabbana: «Non hanno mai evaso il fisco»

Corriere della sera


Erano accusati di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi per circa un milione di euro



MILANO - Gli stilisti Stefano Gabbana e Domenico Dolce sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» dal gup di Milano, Simone Luerti, dalle accuse di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi, per una presunta evasione fiscale di circa un milione di euro tra il 2004 e il 2005. Assolti anche gli altri cinque imputati tra cui Alfonso Dolce, fratello di Domenico. Il loro legale, Massimo Dinoia, si è limitato a esprimere «soddisfazione» e non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Il pm Laura Pedio aveva chiesto per tutti gli imputati il rinvio a giudizio, ma il giudice li ha prosciolti perché, da quanto si è saputo, non è stato superato il confine che porta al rilievo penale dei fatti contestati. Il giudice dell'udienza preliminare, inoltre, non può spingersi a valutare eventuali profili di rilievo tributario.

LE ACCUSE - Il pm contestava ai due stilisti un'evasione di circa 420 milioni di euro a testa, a cui si aggiungevano altri 200 milioni di euro di presunto imponibile evaso riferibili alla società «Gado» con sede in Lussemburgo. Secondo la ricostruzione dell'accusa, che aveva iniziato le indagini nel 2007 dopo una verifica fiscale, la multinazionale della moda aveva creato questa società di diritto lussemburghese, che risultava essere la proprietaria di due marchi del gruppo, ma che di fatto veniva gestita in Italia. E tramite questa «esterovestizione», secondo il pm, i proventi derivanti dallo sfruttamento dei marchi venivano tassati in Lussemburgo e non in Italia. Nell'udienza preliminare si era costituita parte civile anche l'Agenzia delle entrate, ma il gup ha fatto cadere tutte le accuse. Tra gli imputati, oltre ad Alfonso Dolce, anche gli amministratori della «Gado» e il consulente fiscale del gruppo.

LA POLEMICA SULL'AMBROGINO - A gennaio scorso i consiglieri comunali milanesi di opposizione Basilio Rizzo, eletto nella lista Dario Fo, e Aldo Ugliano del Partito Demicratico, avevano presentato una mozione per la revoca dell'Ambrogino d'Oro agli stilisti, a causa appunto dell'inchiesta per presunta evasione fiscale. La civica benemerenza è stata conferita dal Comune ai due stilisti il 7 dicembre 2009.


Redazione online
01 aprile 2011



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Falsi abusi, 299 mila euro a due maestre

Bresciaoggi


IL CASO «SORELLI». La corte d'appello ha accolto la richiesta di riparazione per «ingiusta detenzione» avanzata nei confronti dello Stato dalla coppia di insegnanti. Sono rimaste in carcere 10 mesi e ai domiciliari per un anno e, insieme a tutti gli altri imputati, sono state assolte dalle accuse



 Zoom Foto


Riparazione» per due maestre detenute ingiustamente per abusi su minori


Brescia. Nessuno potrà restituire il lavoro che amavano, nessuno potrà cancellare le umiliazioni, la rabbia, i mesi in galera, gli insulti e le minacce delle altre detenute. Nessuno potrà restituire loro la serenità, non potranno riavere la vita di prima, non potranno cancellare la paura, l'ansia, gli anni di processi, ma una parte della sofferenza è stata riparata.


I GIUDICI della corte d'appello di Brescia hanno accolto la richiesta di «riparazione per l'ingiusta detenzione» presentata lo scorso 14 marzo da due insegnanti della scuola materna comunale Sorelli accusate di aver abusato dei bambini che erano incaricate di accudire, detenute per dieci mesi e ai domiciliari per un altro anno e assolte in tutti i gradi di giudizio. Assistite dagli avvocati Massimo Bonvicini e Elena Frigo e Piergiorgio Vittorini e Paolo De Zan, le due maestre hanno ottenuto la riparazione. I giudici hanno stabilito che lo Stato deve risarcire a ogni maestra 299.520 euro. L'ordinanza è già esecutiva.


«È un decisione molto importante», commenta l'avvocato Bonvicini. Le maestre non hanno ottenuto il massimo (500mila euro) ma la cifra corrisposta per ogni giornata di detenzione ingiusta è stata raddoppiata. La scelta dei giudici (Enzo Rosina, presidente, con Anna Maria Dalla Libera e Carlo Bianchetti) dipende dal fatto che le due insegnanti si sono difese fin dalla prima fase dell'inchiesta ricorrendo al tribunale del riesame, che la detenzione è stata piuttosto prolungata (con settimane di isolamento e parte dei domiciliari in versione "ristretta"), che per le due insegnanti è stato impossibile essere reintegrate nella precedente attività lavorativa e che le accuse erano particolarmente infamanti. 


Ma le accuse non hanno retto: le due maestre, con gli altri imputati, sono state assolte in primo grado; l'assoluzione è stata confermata in appello e diventata definitiva lo scorso maggio con la conferma dei giudici di Cassazione. Per i giudici alla scuola Sorelli «non ci fu alcun abuso sessuale sui bambini».


E le due maestre, una di 57 e una di 59 anni, hanno quindi ottenuto che lo Stato ripari il danno subito con l'ingiusta detenzione.
Le indagini sull'intero corpo docenti e non docenti della scuola comunale «Sorelli», nel centro storico cittadino, erano iniziate nel maggio del 2003, dopo la denuncia sporta da una famiglia. Qualche mese dopo, a settembre, le due maestre erano state arrestate e rinchiuse in cella. A loro sostegno c'era anche stata una fiaccolata all'esterno del carcere di Verziano, dove le maestre erano detenute in isolamento.


UN ANNO DOPO
, nel giugno 2004, la procura aveva chiuso le indagini per sei maestre, tre bidelli e tre sacerdoti per abusi su 23 bambini, commessi all'interno della scuola, ma anche in luoghi esterni all'edificio scolastico. A luglio, dopo dieci mesi di detenzione, le due maestre avevano ottenuto i domiciliari ristretti. A settembre gli indagati avevano chiesto di essere processati al più presto e a novembre era iniziato il processo per otto imputati (sei maestre, un bidello e un sacerdote). Nel luglio del 2005 le due maestre erano tornate libere, nel febbraio 2007 la procura aveva chiesto una condanna di 125 anni per gli imputati, ma i giudici di primo grado, il 7 aprile del 2007, avevano emesso un verdetto di assoluzione, confermato nell'ottobre del 2008 in appello e nel maggio scorso dalla Cassazione. Ora l'ultimissimo atto: per i giudici lo Stato deve riparare il danno.


Wilma Petenzi



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Il prete al funerale respinge la bara «Togliete la bandiera veneta»

Corriere della sera


Leghista di Mestre l’aveva voluta per il suo funerale. Amarezza tra amici e famigliari: «Era una delle sue volontà, il leone di San Marco non è simbolo di partito»


VENEZIA — L’aveva confidato agli amici di una vita: «Quando muoio, seppellitemi avvolto nella bandiera di San Marco». Luigi Sartorelli, d’altra parte, con quel leone nel cuore aveva vissuto un’avventura lunga vent’anni, tirando su decine e decine di ragazzi cresciuti leghisti a Mestre e dintorni. E proprio loro, quando la bara di «Gigi» è stata sollevata giovedì sul sagrato della chiesa di Santa Maria di Lourdes in via Piave, a Mestre, hanno voluto rendergli l’ultimo omaggio, tener fede all’ultima promessa, spiegando una bandiera della Serenissima e stendendola sopra il feretro. Che però così ornato ha fatto solo pochi passi.


Don Renato Mazzuia, il parroco chiamato a celebrare le esequie, ha infatti fermato il corteo funebre: «Con quella bandiera lì sopra, non lo benedico neppure» avrebbe detto ai famigliari. Ne sarebbe nato un diverbio, secondo quanto riferiscono gli uomini del Carroccio, che alla fine hanno ceduto: la bandiera del Veneto è stata tolta e solo allora la bara è stata lasciata entrare in chiesa, dove il funerale si è poi svolto normalmente. «Un episodio che ci ha amareggiato moltissimo - racconta Alessandro Vianello, segretario cittadino della Lega - ci è sembrata una forzatura senza senso, in un momento triste, in cui si cerca soltanto di salutare degnamente chi ci ha lasciato, dando pace alle sue ultime volontà e stando vicini alla sua famiglia». E Gigi Sartorelli non aveva chiesto poi molto: d’essere benedetto in chiesa e d’essere accompagnato nell’addio dai simboli della terra che aveva amato e del partito in cui aveva creduto. Per lui, che aveva fondato la sezione mestrina della Lega all’inizio degli anni Novanta, che era stato segretario cittadino fino a quattro anni fa ed aveva guidato la circoscrizione del partito sulla terraferma fino al tragico arresto cardiaco che l’ha stroncato a 67 anni, il movimento aveva portato in via Piave un cuscino di rose a comporre il Sole delle Alpi e, appunto, il vessillo del Veneto.

«Abbiamo evitato di portare con noi le bandiere del partito - spiega Vianello - che pure gli avrebbero fatto piacere, proprio perché abbiamo pensato che potessero essere strumentalizzate e potesse nascerne qualche polemica spiacevole». Per scatenare un putiferio è bastata quella della regione. Pare che all’origine della decisione di don Mazzuia di non lasciare che la bara entrasse coperta dalla bandiera via sia una precisa disposizione del Vaticano, che vieta di esporre all’interno delle chiese simboli di partito. «Il punto è che il leone di San Marco non è il simbolo della Lega Nord ma quello del Veneto - continua Vianello - dunque non si capisce dove sia il problema». A ben vedere il 19 agosto scorso, l’arcivescovo di Sassari monsignor Paolo Mario Virgilio Atzei ed il vescovo di Nuoro monsignor Pietro Meloni accolsero senza alcun problema il feretro dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga nella Chiesa di San Giuseppe a Sassari, avvolto dal tricolore sì, ma anche dai quattro mori della bandiera sarda.

Difficile anche appellarsi a ragioni di decoro, visto che di fronte al dolore spesso si indulge, lasciando che i famigliari e gli amici espongano quanto di più caro vi era stato per il defunto, non ultime le bandiere della squadre del cuore. Tant’è, alla fine le esequie si sono svolte come da rigido regolamento vaticano. Ma gli amici di Gigi non hanno rinunciato ad una piccola rivincita. Si sono infatti organizzati in fretta ed all’uscita dalla chiesa l’hanno accolto schierati con le bandiere del Veneto sollevate al cielo. Per fargli ombra, col leone di San Marco. Come avrebbe voluto, per il suo ultimo viaggio.


Marco Bonet
01 aprile 2011



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Caso Egp, i vip truffati rischiano l'accusa di riciclaggio

Corriere della sera


I clienti avrebbero affidato alla finanziaria somme per far rientrare capitali con lo scudo fiscale. I nomi salgono a 1300. Ci sono anche Riondino e lo chef Beck



ROMA - Salgono a 1300 le vittime dei Madoff pariolini, ma alcune potrebbero passare dall'elenco dei raggirati a quello degli indagati per riciclaggio di denaro.
La svolta nelle indagini del procuratore aggiunto Nello Rossi e dei pm Luca Tescaroli e Francesco Ciardi coincide con nuove denunce e con il recente ritrovamento, tra i molti faldoni Egp (ultima sigla con cui operavano gli arrestati), di un altro elenco di nomi. Clienti che avrebbero avuto fiducia nei promotori abusivi (mai iscritti alla Consob) fin quasi all'alba del collasso, tanto da affidargli somme ancora tra il 2009 e il 2010 per far rientrare i capitali con lo «scudo» varato dal governo Berlusconi.


L'inchiesta è divisa in due tranche. Una prima è sfociata nelle misure cautelari e nei sequestri dei giorni scorsi, mentre l'altra dovrà stabilire se tra gli investitori aderenti allo scudo fiscale c'è chi ha commesso irregolarità. Intanto affiorano dettagli sconcertanti. Ai clienti si promettevano rendimenti «fino al 19%» della somma investita (percentuali consentite solo dal prestito a usura) e nelle transazioni si utilizzavano metodi tanto rischiosi quanto ambigui. «Portavamo i contanti o l'assegno e ricevevamo una fotocopia o un foglio informale, magari scritto a mano come ricevuta», ha raccontato agli investigatori una vittima.

David Riondino: anche lui tra i truffati
David Riondino: anche lui tra i truffati
Nell'elenco dei 1300 clienti compaiono nobili romani e signore dei palinsesti televisivi, avvocati famosi e autori della radiofonia. Tutti passati per la centralissima sede della Egp in via Bocca di Leone con molte delusioni. Fra i nomi anche quello di Heinz Beck, pluripremiato chef che vanta tra i suoi ammiratori anche il Papa: Joseph Ratzinger, allora cardinale, cenò da Beck per i suoi 70 anni. Cliente Egp il doppiatore Claudio Sorrentino (voce di Mel Gibson) e Nori Corbucci, vedova del regista Sergio. Ma il passaparola aveva attratto investimenti anche di colleghi come Sabina Guzzanti e il suo ex compagno David Riondino, danneggiandoli nella maggior parte dei casi.
Nella lista spuntano poi Pierdomenico Martino del partito Democratico, il dirigente di Raitre Fernando Masullo, il regista Ruggero Deodato, la costumista Eleonora Bonicelli, Francesca De Cecco (industriale della pasta), la stilista Daniela Malpighi (Denny Rose), l'architetto Angelo Bucarelli, nipote di Palma, famosa direttrice del Museo d'Arte Contemporanea di Roma, già compagno di Edwige Fenech, Maria Arabella Salviati, discendente del cardinale che nel Cinquecento fece costruire a Roma l'ospedale San Giacomo, e l'ex calciatore Giovanni Stroppa.

Lo chef Heinz Beck (Marfisi)
Lo chef Heinz Beck (Marfisi)
E nei faldoni dell'inchiesta tra i nomi si leggono anche quelli dell'avvocato Stefano Bortone e di Giancarlo Umani Ronchi, per molti anni direttore dell'istituto di medicina legale della Sapienza. Nel complicato e plastico intreccio di truffati e truffatori capitava anche che gli uni e gli altri fossero imparentati, come nel caso di Giuseppe Torregiani, cliente e familiare di Roberto, tra gli amministratori della Egp arrestati il 25 marzo scorso. Ieri il pm Tescaroli ha interrogato Gian Piero Castellacci De Villanova, anch'egli finito in carcere nei giorni scorsi: assistito dall'avvocato Mattia La Marra, il promotore ha spiegato, tra l'altro, che «dal '95 al 2009 nessun cliente si è mai lamentato». E da una settimana, secondo Panorama, ha deciso di fare lo sciopero della fame Gianfranco Lande, l'altro responsabile della società che avrebbe organizzato la maxitruffa.


Lavinia Di Gianvito e Ilaria Sacchettoni
01 aprile 2011



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Roma, a 16 anni arrestata già 41 volte Presa Eva, regina dei furti in casa

Un falso avvocato truffa per anni piccoli azionisti Pena sospesa dai giudici: pagherà solo 500 euro

di Stefano Vladovich


Falso avvocato condannato a un anno e mezzo di reclusione per aver truffato piccoli azionisti producendo false sentenze e altrettanto falsi ricorsi in appello. Ieri i giudici hanno sospeso la pena e disposto per l’imputato il solo pagamento delle spese processuali: 500 euro



 
Falso avvocato condannato a un anno e mezzo di reclusione. Aveva truffato decine di piccoli azionisti, vittime del crack Parmalat e di un broker senza scrupoli, producendo false sentenze e altrettanto falsi ricorsi in appello. Tanto per spillare soldi, centinaia di migliaia di euro, ai risparmiatori di Roma, Tarquinia, Montalto di Castro. Ieri mattina, però, i giudici del Tribunale della capitale hanno sospeso la pena e disposto per l’imputato il solo pagamento delle spese processuali: 500 euro. Insomma, dopo il danno la beffa per i malcapitati.

Una vicenda paradossale che inizia tra il '99 e il 2001 quando alcuni piccoli imprenditori di Tarquinia decidono di acquistare dei titoli obbligazionari argentini presso una banca locale. Bastano pochi mesi per scoprire che i titoli erano già scaduti prima dell’investimento stesso. Partono le prime denunce contro l’istituto di credito tarquiniese. Per rivalersi sulla banca e recuperare il denaro, il gruppo di imprenditori, su suggerimento di un promoter finanziario locale, si rivolge a uno studio legale romano, in zona piazzale Clodio, specializzato in materia finanziaria.

"Volevamo tentare un’azione civile", spiegheranno le vittime al vicequestore Riccardo Bartoli del commissariato di Tarquinia poco prima di far avviare, nel 2008, l’inchiesta. Nello studio legale capitolino, di fatto, entra in gioco Francesco B., 46 anni, già radiato dall’ordine degli avvocati nel 2003. Ma questo, i poveretti, non lo potevano certo sapere. L’uomo chiede denaro, decine di migliaia di euro a ogni cliente, per tutte le azioni del caso. Non solo. Da lui si rivolgono anche alcuni piccoli azionisti Parmalat. A loro l’avvocato "abusivo" mostra falsi documenti di condanna in cambio di parcelle salatissime. Che aumentano fino a cifre a cinque zeri quando il truffatore, dopo averli rassicurati sul buon esito del procedimento penale, mostra loro falsi ricorsi al Tribunale del Riesame o in Appello. "Ci aveva ricontattato - racconteranno le vittime agli inquirenti - sostenendo che la causa era stata riaperta. Alla luce di tutto ciò chiedeva altro denaro come onorario per continuare ad assisterci nel processo".

Nel febbraio del 2008 gli agenti del nucleo investigativo di Tarquinia, mandato alla mano, irrompono nello studio legale capitolino e sequestrano decine di faldoni, un pc e compact disk dell’indagato. Insomma, tutta la sua banca dati con l’elenco di quanti erano caduti nella rete. Fra i documenti quelli falsificati con i timbri della Procura. Inizia il processo, questa volta ai suoi danni, e l’uomo viene condannato in primo grado per truffa a 18 mesi. Ieri, inspiegabilmente, la pena è stata sospesa. E tutto finisce a "tarallucci e vino", con il pagamento di una manciata di euro per le spese processuali. Manco a dirlo, a dir poco infuriate le vittime del "civilista", che minacciano altre azioni legali.





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Nella cripta del Policlinico anche le ossa del primo morto nella peste del Seicento

Corriere della sera


Scoperta una straordinaria necropoli con oltre 500 mila corpi. I medici hanno registrato nomi e malattie


MILANO - Quattro metri sotto la Milano di tutti i giorni ce n'è una nascosta, antichissima: è il sepolcreto del Policlinico Ospedale Maggiore, dove si trovano più di 500 mila corpi dei milanesi che sono vissuti tra il 1473 e il 1695, comprese le vittime della peste raccontate nei Promessi Sposi. Una scoperta dal valore inestimabile: la cripta è stata aperta solo da poche settimane, ed è stata presentata il 31 marzo come l'unico esempio italiano di una necropoli cittadina. La storia del Policlinico inizia nel 1456, ben 555 anni fa, ed è stata meticolosamente registrata dai suoi medici fin dall'inizio. Quasi da subito, infatti, è stata tenuta traccia dei nomi, dell'età, delle cause di morte e di malattia, e della provenienza di ogni paziente: una miniera di dati importantissimi, che costituisce uno dei primi registri sanitari della storia e che da poche settimane è sotto la lente d'ingrandimento degli esperti, per ricostruire le condizioni di vita della Milano medievale e rinascimentale.

La necropoli del Policlinico


LA PESTE - Questi registri, i «Mortorium libri», «sono il primo e più completo esempio di registro di mortalità in tutta Europa - spiega Francesca Vaglienti, docente di storia medievale all'Università degli Studi di Milano - e hanno fatto da modello agli inglesi per creare le basi della moderna scienza demografica». Dai registri si scoprono dettagli straordinari: ad esempio, che tra il 1474 e il 1483 a Milano c'era un medico ogni circa 1.500 cittadini; o che nell'ottobre 1629 in città arrivava la peste, e che il primo ad essere contagiato (Pietro Antonio Lovato, o Pietro Paolo Locati: l'identità non è ancora certa) fu un soldato ricoverato proprio al Policlinico e poi sepolto nella necropoli, che si trova alcuni metri sotto la Chiesa dell'Annunciata dell'Ospedale Maggiore.

STORIA DELLA MEDICINA - «Quello che ora faremo - spiega Cristina Cattaneo, direttore del Laboratorio di antropologia forense di Milano (Labanof), l'esperta che di recente si è occupata del caso di Yara - sarà studiare i resti per capire di che malattie queste persone soffrivano, o quali carenze nutrizionali avevano. Le indagini riguarderanno ad esempio i traumi che hanno subito, ma faremo anche indagini genetiche e tossicologiche, per capire che sostanze e farmaci hanno assunto in vita». Le ossa sono estremamente fragili: anche per questo «stiamo fotografando tutto per immortalare ogni posizione, e stiamo usando anche un laser scanner 3D per ricostruire la scena virtuale, come si usa nei sopralluoghi o nell'archeologia moderna». I primi risultati scientifici saranno presentati il 22 giugno, ma già qualcosa di interessante si è scoperto: in quasi un caso su tre, i decessi registrati al Policlinico fino al 1695 pare siano stati per vecchiaia. Nonostante la peste e le altre malattie, insomma, forse già allora non si stava poi così male.


Lino Grossano (Ansa)
31 marzo 2011(ultima modifica: 01 aprile 2011)



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Ora legale? No, ora sballata A Montesanto è 7 ore indietro

Corriere del Mezzogiorno


Gli orologi pubblici vanno (spesso) per conto loro


L'orologio della stazione di Montesanto
L'orologio della stazione di Montesanto

NAPOLI - Con il ritorno all'ora legale, le lancette degli orologi si sono spostate di un'ora in avanti. Tuttavia per le vie del centro, gli orologi elettrici realizzati più di 80 anni fa dell'Ente Autonomo Volturno, scandiscono, eccetto rari casi, tutti un tempo diverso; analoga situazione per i moderni e criticati orologi pubblicitari, installati di recente dal comune.
RITARDO STORICO - «Molti si ritrovano a scandire l'ora esatta, solo perché nessuno viene a regolarli dall'ora solare a quella legale» commenta un residente del centro. L'accusa riguarda, il ritardo storico di alcuni degli orologi elettrici installati dall'Ente autonomo Volturno negli anni '30, nell'ambito dell'impianto dell'ora unica a Napoli», riparati e restaurati nel 2009. Eclatante è il caso di piazzetta Montesanto, dove l'orologio storico, riporta ben sette ore di ritardo sull´ora esatta; ma non è l´unico.
OROLOGI FAST-FOOD - «Il problema circa il ritardo degli orologi pubblici, non è collegato al ritorno dell'ora legale - spiega il nostro interlocutore - gli orologi storici nonostante siano stati restaurati di recente, nella maggior parte dei casi, non vengono regolati.



Antonio Cangiano
31 marzo 2011




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Il medico non può rilasciare ricette in bianco anche se per malati cronici

La Stampa


Stop alle ricette in bianco anche per i malati cronici. L’altolà arriva dalla Cassazione secondo la quale la prescrizione farmacologica in bianco costituisce falsità ideologica in quanto «il farmaco non è un comune bene di consumo poichè oltre ad essere utile è un prodotto pericoloso anche in condizioni normali di utilizzazione, il cui acquisto deve pertanto essere effettuato sotto il controllo del medico». La vicenda analizzata dalla sesta sezione penale ha come protagonisti un medico convenzionato con la Asl di Frosinone, Giuliano F. e due farmacisti, Pio B e Sante G.

In particolare, come ricostruisce la sentenza 13315 il medico consegnava ricettari di prescrizioni mediche a lui intestati e dallo stesso firmati e timbrati in ogni foglio in bianco ai titolari di due farmacie che provvedevano di volta a in volta a riempire le ricette in ogni loro parte e con l’indicazione dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale. In seguito ad una perquisizione condotta dalle due farmacie, venivano rinvenuti ricettari in bianco già firmati e timbrati dal medico, nonchè agende con annotati i nomi dei pazienti in carico al dottore e il relativo codice sanitario regionale.

In pratica, anche in base alle numerose deposizioni dei pazienti cronici, questi ultimi per cortesia e a fronte dell’esibizione di scatole vuote si recavano nelle due farmacie per avere la consegna di medicinali in regime di convenzione, alla cui regolarizzazione avrebbero poi provveduto i farmacisti, facendo firmare al medico di base la prescrizione già da loro compilata.

Tutti e tre vennero condannati dalla Corte d’Appello di Roma, nell’ottobre 2009, per falsità ideologica ed abusivo esercizio della professione medica. Va detto che i reati nel frattempo sono caduti in prescrizione ma la Cassazione, stabilendo i risarcimenti per le parti civili, ha mantenuto in piedi la responsabilità di tutti e tre gli imputati. In particolare, piazza Cavour rileva come la normativa consenta «al medico di base di rilasciare la prescrizione farmaceutica anche in assenza del paziente quando, a suo giudizio, ritenga non necessaria la visita» stessa.

Tuttavia «quand’anche la legge non esiga che sia sempre preceduta da una visita dell’assistito, la prescrizione della terapia non può prescindere da un effettivo contatto tra medico e paziente per uno scambio di informazioni in ordine alle affezioni denunciate, al fine di consentire al medico di esprimere la valutazione del presidio medico più utile e appropriato alla cura». Deve essere, dunque, il medico «e solo il medico -ribadisce la Cassazione- a decidere se prescrivere o meno il farmaco ovvero, se del caso, mutare una precedente prescrizione farmacologica».

Una serie di regole al rispetto delle quali devono essere tenuti tanto i medici quanto i farmacisti perchè «da un lato -spiega la Suprema Corte- è in gioco la tutela della salute degli assistiti, dall’altro, il contenimento della spesa farmaceutica nelle risorse finanziarie disponibili dal Servizio nazionale. Pertanto, l’attività prescrittiva non solo deve tendere al miglioramento delle condizioni di salute dell’assistito, ma deve anche evitare un consumo farmacologico inadeguato, incongruo o sproporzionato, in funzione di criteri di economicità e di riduzione degli sprechi».

Inoltre, la Suprema Corte nel bacchettare i farmacisti che tendono a prestarsi a metodologie di questo tipo, fa presente che «la somministrazione del farmaco da parte del farmacista deve sempre essere collegata ad una attuale necessità, così come valutata di volta in volta dal medico che lo ha prescritto».

In conclusione, gli ’ermellinì sottolineano che legittimamente è stata contestata la falsità ideologica ai tre imputati proprio per «la falsa attestazione del compimento da parte del medico convenzionato della ricognizione del diritto dell’assistito all’assistenza farmacologica, essendo irrilevante la circostanza che i pazienti fossero affetti da patologie croniche, posto che anche per essi lo schema seguito dal legislatore impone al medico, dopo la diagnosi iniziale e la prima prescrizione farmacologica, di attuare controlli intermedi predefiniti, prima di emettere le prescrizioni ripetute».
(Fonte Agenzia Kronos)



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Avete un pc o uno smartphone? Il resto è gratis

La Stampa


Per riempire computer e telefoni di programmi, video e giochi non occorre spendere. Ecco come e dove, ed è tutto legale
CLAUDIO LEONARDI

Avete un pc o uno smartphone?   Il resto è gratis«La gratuità è un furto» ha intitolato un suo libro Denis Olivennes, ex dirigente Fnac considerato l'ispiratore della nota legge francese contro la pirateria on-line: la Hadopi. Un'autentica provocazione, dal momento che la frase è parafrasi del più celebre motto “la proprietà privata è un furto”, coniato da uno dei padri del pensiero socialista, Pierre-Joseph Proudhon. Il dibattito resta aperto e non scontato tra chi chiede la libera diffusione della cultura sul web e chi ricorda le necessità economiche di un'industria che la alimenti e la sovvenzioni, ma, in attesa di conclusioni, non si può non osservare che internet offre agli appassionati del “tutto gratis” opportunità mai viste prima. Non è necessario rivolgersi alle forme clandestine di scambio di file per riuscire a “costruire” un pc da capo a piedi senza spendere un solo euro.


Il pc da zero a costo zero
Tutto quel che serve è una macchina, ma se non si hanno grandi ambizioni, oggi si porta a casa un netbook che fa tutto quello che deve per meno di 300 euro. I computer sono venduti con sistema operativo già installato (un dettaglio che, un po', incide sul loro prezzo), ma, volendo, la Rete permette di scaricare sistemi alternativi gratuitamente. Si tratta delle tante edizioni Linux. La più popolare e, per ragioni di interfaccia, adatta al grande pubblico, si chiama Ubuntu, è aggiornata, semplice e piacevole. Certo, se già ci si muove a stento su Windows, cambiare potrebbe creare dei problemi.

Il browser
Se si vuole costruire un pc da zero, occorre per prima cosa il software che permette di navigare su internet: il browser. Per ragioni di antitrust, al primo avvio di Windows la Microsoft vi permette di scegliere tra (quasi) tutti i programmi di navigazione a disposizione. I più noti sono Microsoft Internet Explorer, Mozilla Firefox, Google Chrome, Opera  e Safari. Non si sbaglia: tutti garantiscono sostanzialmente efficienza e velocità. Da qui si può partire per fornire al computer tutto il necessario.

L'e-mail
Un altro strumento indispensabile è la posta elettronica. Se avete un browser, troverete centinaia di siti che offrono e-mail gratuite. Una delle proposte più interessanti resta Gmail, di Google, anche per le possibilità di interazione con altri servizi messi a disposizione dal gigante di Mountain View, ma Yahoo Mail è un valido concorrente. Offre spazio illimitato per la posta, e permette di interfacciare facilmente l'account di posta elettronica a Flickr e Paypal. Se si desidera un vero e proprio client di posta, vale a dire un programma installato nel computer che recupera la vostra posta e la archivia sulla macchina, in alternativa ad Outlook (già installato su Windows) e a Mail (già installato sui Mac), si può scaricare Eudora, senza rimpianti. Volete fare un passo in più? Registrate un account Nimble: riunisce l'e-mail e gli account Twitter e Facebook in un unico luogo, mettendo fine a estenuanti salti da una finestra all'altra per tenere insieme i pezzi della nostra identità digitale.

Sicurezza
Questa è la base, ed è tempo di passare alla farcitura. Prima il dovere e poi il piacere, si dice, quindi è suggeribile pensare prima di tutto alla sicurezza. Non si dovrebbe essere avari quando di tratta di antivirus per pc, ma se proprio non si vuole spendere nulla, non mancano buoni prodotti gratis. Almeno tre: Avast Free Antivirus, Avira Antivir Personal, Comodo Internet Security Premium. L'ordine con qui li abbiamo presentati può essere considerato già un suggerimento implicito. Se poi ci si fida solo dei nomi molto conosciuti, Microsoft Security Essentials è una valida opzione. E a proposito di sicurezza, forse è tempo di considerare anche quella dello smartphone. Contengono moltissime informazioni personali e si connettono a internet esattamente come un pc. Anche in questo caso, i soldi spesi sono ben spesi, ma Lookout Mobile Security è un programma anche in versione gratuita per Android, BlackBerry, o Windows Mobile.

Lavoro
La sicurezza è un dovere verso se stessi, ma, per fortuna o purtroppo, ci sono poi quelli verso gli altri, primo fra tutti il lavoro. Sul pc, lo strumento di lavoro per eccellenza e trasversale a quasi ogni professione è Office, il pacchetto Microsoft di software che include Word, Excel, PowerPoint, per citare i più usati. C'è un'alternativa gratuita a questi fuoriclasse? C'è. Si chiama, manco a dirlo, OpenOffice.org. Non è solo gratuita, è anche open-source, e ciò significa sviluppata e migliorata da una comunità di appassionati che vi si dedicano pro-bono. Se si usa un netbook, però, o anche uno smartphone, forse può fare comodo avere tutti questi programmi a disposizione su internet, senza installarli sulla modesta memoria della macchina. In prima fila c'è la famiglia Google Docs, anche se il rivale Zoho, gratuito solo per uso personale, ha un'offerta persino più ampia, più facile da usare e forse più raffinata. Proprio non ve la sentite di staccarvi dalla familiare interfaccia dei software di Microsoft? L'azienda di Redmond ha creato le sue Web Apps, che danno il meglio di loro, però, in combinazione con Office. Usare le applicazioni online, però, ha le sue scomodità. Ad alcune di queste pone rimedio un piccolo programma (dobbiamo ripeterlo? gratuito), Prism, che funziona però solo in collaborazione con il browser Firefox. Questo gioiellino permette di usare i programmi su web di Google come se si aprissero dal menu principale di Windows, senza aprire troppe pagine del browser web.

Più memoria
Come si è detto, i netbook e gli smartphone potrebbero condividere un problema: una memoria che non basta mai. Il browser, però, permette di accedere a spazio di archiviazione supplementare, naturalmente gratis, messo a disposizione su qualche server nel mondo. C'è l'imbarazzo della scelta: Microsoft SkyDrive è per Windows, Mac e sistemi Linux, ma meno consigliabile per uso con cellulare. Una lacuna che possono compensare i 2 GB di spazio libero che propone Dropbox, compatibile anche con iPhone, Android e BlackBerry.

Fotografia
Se però sono le foto a occupare la fetta maggiore dellla memoria del pc, vale la pena rivolgersi ai siti specializzati: da Flickr a Picasa, solo per citare i più noti, ideali anche per organizzare le immagini in modo coerente e condividerle con chi si vuole.

E se le foto sono così importanti, forse è l'ora di imparare qualche trucco per ritoccarle e renderle migliori. IrfanView serve più a organizzare, visualizzare e modificare i formati, ma include alcuni strumenti di ritocco essenziali. Ancora meglio fa Paint.net, più che adeguato a un uso amatoriale. Se si desidera compiere i primi passi su Adobe Photoshop, il più importante e completo programma di ritocco fotografico e non solo, ne esiste una versione semplificata online, raggiungibile previa registrazione. La cosa che si avvicina di più a un sostituto completo del software di Adobe si chiama Gimp, un progetto open source ricchissimo di funzioni di livello professionale, penalizzato da un'interfaccia ancora troppo “spigolosa”. E per gli smartphone, che sono lo strumento usato con più frequenza per scattare foto? Per pubblicare su internet le immagini da Android c'è Picpiz, scaricabile dall'Android Market, e su iPhone c'è, integrato, iPhoto. Nel campo del ritocco, si può andare sul sicuro con FxCamera e CameraIllusion.

Video
Foto e video ormai vanno a braccetto. Anche in questo caso le offerte gratuite abbondano, ma ci sono pochi dubbi nel consigliare Vlc Media Player, fenomenale nel riprodurre ogni formato video possibile. Non ne esiste al momento una versione per smartphone, ma l'applicazione Soul Movie per Android la può temporaneamente sostituire.

Musica
Manca solo la musica all'appello della multimedialità. Per ascoltarla e archiviarla c'è iTunes, messo a disposizione gratuitamente da Apple. Ha il vantaggio di interfacciarsi con l'iPhone e con l'omonimo grande negozio di musica e video online. In alternativa, c'è Winamp, scaricabile anche sui cellulari con sistema Android e ottimo anche per i video. Per chi invece, sul pc, vuole registrare, tagliare, aggiungere effetti ai propri file audio o musicali, la scelta dovrebbe ricadere su Audacity.

Film, canzoni e libri
Non manca più nulla, o forse no. Mancano i contenuti audio e video. Senza diventare fuorilegge, si trovano anche quelli. Basta fare un salto su Archive.org, un sito e un progetto che raccoglie migliaia di file di musica, foto, film, audiolibri, ebook che per varie ragioni non sono coperti da diritti d'autore. Si possono scaricare in vari formati al solo costo del tempo necessario al pc per digerirli, e si trova di tutto. Chi ha bambini ed è soprattutto preoccupato di proporre spettacoli adeguati, si può fidare di Kideos.com, sito gratuito che filtra la spazzatura da YouTube per offrire una vasta selezione di video adatti a bambini fino all'età di 10 anni. E quando si è in viaggio, ci si può affidare alla buona vecchia Disney, che mette a disposizione per iPhone e Android, tramite YouTube, bellissime selezioni dei suoi classici, dedicati ai suoi amati personaggi: Donald Duck alias paperino, Goofy alias Pippo e così via.

Per quanto riguarda la musica, non si può ignorare Grooveshark, impareggiabile nel trovare e riprodurre quasi ogni brano gli si chieda. E' gratuito per l'ascolto basato su browser, se non dispiace sopportare l'invadenza (non esagerata) di alcuni annunci pubblicitari. L'accesso al servizio mobile purtroppo costa 3 dollari al mese. Nessuna differenza, invece, tra il servizio mobile e quello per pc di Google Book Search, il grande progetto per bibliofili di Google, che porta i volumi delle biblioteche del mondo direttamente sui monitor di computer e telefoni.

Videogiochi
Lettura e videogiochi sono spesso messi in contrapposizione, ma nulla vieta di conciliare entrambe le passioni. E anche questa passione si può soddisfare a costo zero su internet, rivolgendosi ai siti giusti. Occorre particolare cautela in questo campo, perché le trappole non sono rare. Le battaglie spaziali sono il piatto forte di Allegiance, sicuro e gratuito. Altrettanto si può dire di Battlecruiser 3000 AD. Se si vuole essere davvero sicuri di quello che si scarica c'è il sito Sourceforge.net, catalogo di programmi open-source di ogni tipo, e punto di riferimento per il freeware di qualità. Anche quando si tratta di giochi. Sugli smartphone, non può mancare il divertentissimo Angry Birds: intrattenimento alla portata di tutti che permette di riempire in allegria le attese in treno o in qualche sala d'aspetto. I nostalgici dei bar degli anni Ottanta troveranno presso Arcade Kongregate una collezione di centinaia di giochi nello stile delle vecchie sale gioco, e un sacco di amici con cui organizzare sfide. Ecco fatto, e per tutto questo non si è speso un euro, salvo il collegamento alla rete. Non volete pagare nemmeno quello? Cercate una biblioteca con Wi-Fi gratuito, o entrate in una nota catena di fast-food che offre questo servizio. Il panino, però, lo dovrete pagare.




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Il caso Majorana diventa inchiesta

Il Tempo


Grandi misteri: la Procura di Roma vuole fare luce sulla scomparsa. Il fisico catanese sparì il 27 marzo 1938 Nuovi interrogatori tra sorpresa e omertà.


Ettore Majorana Esce dal mistero e torna ad essere carne e ossa il fisico catanese Ettore Majorana, classe 1906. Il libro della sua vita è terminato con la parola scomparsa: era la sera del 27 marzo 1938 e poi di lui non si ebbero più notizie. La Procura di Roma lo fa rivivere aprendo una inchiesta su quella sparizione. I magistrati vogliono diradare la nebbia che continua ad avvolgere questo persaggio che sorprese da vivo con la sua intelligenza la comunità scientifica internazionale e continuò a turbarla da fantasma con illazioni sul suo conto: fuga in convento, dai tedeschi di Hitler per rivelare i segreti sulla bomba atomica, suidicio, caduta volontaria nell'oblio. A dare nuovo impulso agli inquirenti sono state le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in una intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico (?) a Bueneos Aires, in Argentina, negli anni a cavallo della guerra. Il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani ha delegato i carabinieri del Nucleo investigativo della capitale del colonnello Lorenzo Sabatino di ripercorrere la vita dello scienziato per arrivare a scrivere la vera, ultima pagina della sua biografia: la fine.

Le indagini sono affidate a una squadra di investigatori della sezione Omicidi diretta dal colonnello Bruno Bellini, lo stesso che ha sbrogliato la matassa dell'omicidio della contessa Alberica Filo della Torre. Sei marescialli, dai 30 ai 50 anni, stanno passando al setaccio la vita dello scienziato catanese. L'avvio non è stato senza sorprese. Dietro l'espressione stupita di chi vuole infiacchire un'indagine su una persona del 1906 ancora si registrano omertà. Majorana fece parte dei «ragazzi di via Panisperna», laboratorio di geni guidati da Enrico Fermi, rifiutò la cattedra alle università di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation. Accettò quella di Fisica teorica dell'Università di Napoli. Nel marzo 1938 il viaggio di riposo Napoli-Palermo su una nave della Tirrenia. Nel capoluogo siciliano alloggiò per mezza giornata all'albergo Sole e la sera fu di nuovo sul piroscafo dove fu visto sul ponte all'altezza di Capri. Ma a Napoli non arrivò mai.


Fabio Di Chio

01/04/2011





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L'Eliseo ordina 10 ombrelli blindati per Sarkò e Carlà

Quotidiano.net


L’ombrello, concepito da una piccola azienda familiare della Normandia, costa tra i 7.000 e gli 11.000 euro a esemplare ed è in grado di proteggere la coppia presidenziale dal lancio di pietre, ma anche acido e bottiglie

Parigi, 31 marzo 2011


Come James Bond anche il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e la moglie Carla Bruni, saranno presto equipaggiati da un ombrello praticamente ‘blindato’ in grado di proteggere la coppia presidenziale dal lancio di pietre, ma anche acido e bottiglie.

Secondo la stampa francese, i servizi di sicurezza dell’Eliseo ne avrebbero gia’ ordinati dieci esemplari. Sperando non sia un pesce d'aprile.

L’ombrello, concepito da una piccola azienda familiare della Normandia, costa tra i 7.000 e gli 11.000 euro a esemplare.

Dietro all’aspetto assolutamente normale, si nasconde un vero e proprio gioiello tecnologico: tela in kevlar superresistente, bastone in carbonio di un metro, armatura rinforzata e impugnatura con anello d’argento.





ParaPactum, questo il suo nome, e’ composto da 176 pezzi, per un peso di 2,225 chilogrammi, contro i normali 500-600 grammi di un ombrello normale. ‘’E’ un vero scudo, che consente di nascondere alla vista la persona protetta, di proteggerlo dal lancio di oggetti contundenti e da eventuali aggressioni a distanza’’, riassume Jean-Pierre Yvon,responsabile della societa’ Mapache, specialista nella produzione di ombrelli di lusso,con il marchio ‘Le Veritable Cherbourg’, che produce ombrelli anche per Cartier.

I test effettuati davanti ai media dimostrano che l’ombrello destinato a Vip e potenti resiste al lancio di uno sgabello, che si e’ addirittura spaccato in due, mentre una bottiglia di champagne vuota e’ rimbalzata a debita distanza. Il Parapactum protegge anche dal lancio di punteruoli, coltelli, e potrebbe rivelarsi utile contro ‘’reali pallottole’’, dice ancora la societa’.

E’ servito un anno di ricerca a Jean-Pierre Yvon e al figlio Charles, 24 anni, ex-studente di fisica, per concepirlo, grazie all’ausilio di alcuni materiali usati in Formula 1 e nella ricerca spaziale. Alla concezione, hanno contribuito alcune aziende attive nella difesa aerospaziale e nel nucleare. Prima di essere ordinato dall’Eliseo,i servizi di elite della polizia francese (RAID) hanno sottoposto l’ombrello a rigidi test. ‘’Non potevamo ottenere migliore pubblicita’’, ha esultato Yvon, auspicando che dopo Sarkozy anche altri leader e star mondiali lo ordinino ‘’molto presto’’. L’ombrello, che non e’ disponibile nei negozi ma va ordinato, ha una gamma di una ventina di colori e per averlo e’ necessario attendere almeno un mese. Naturalmente, oltre che dalle aggressioni, il Parapactum, protegge anche dalla pioggia.







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Sabina moralista fa la martire con chi la critica

di Stenio Solinas


Il paradosso della Guzzanti: vittima della truffa dei Parioli, se la prende con chi la rimprovera sul blog per i suoi investimenti "facili". Cioè col suo stesso pubblico





Intervistata ieri dal Corriere della sera, Sabina Guzzanti si è imbufalita all’idea, suggerita via internet, che invece di investire nella finanza, come dire, offshore, avrebbe dovuto comprare un bar. «Io? La barista? No, dico. Si rende conto di qual è il livello della polemica?». È un’irritazione fuori luogo: Carlo Verdone, che è un comico vero, adora andare a chiacchierare dal fornaio, dal pizzicagnolo, dal droghiere, al bar. Trova lì gli spunti, le facce, i tic e i tormentoni, un palcoscenico dove si prova sempre e non ci si annoia mai… Sabina dovrebbe pensarci per rinnovare la sua carriera, per non restare incollata all’idea della satira come martirio. Il suo, quello del pubblico.

Ora, si capisce che averci smenato dei soldi per colpa di un broker della Roma bene, fa girare anche quello che la Guzzanti, in quanto donna, non ha, ma non bisogna prendersela, come fa lei, con «il popolo del blog», ovvero la democrazia direttamente in rete… Perché è poi lo stesso popolo che crede in quello che la Guzzanti recita, Berlusconi come Dracula, la congiura per far fuori le aragoste e con essa la libertà di stampa in Italia, l’ossessione del denaro, la speculazione finanziaria…

«Qui sta passando il concetto che io debba giustificarmi di aver fatto qualche investimento… Si sono messi a pontificare, a dirmi quello che avrei dovuto fare e non fare, con i miei soldi». Già, come glielo vai a spiegare a chi si arrabatta col mutuo per la prima casa in periferia che si può sempre investire in obbligazioni di una società lussemburghese che nuota nei paradisi fiscali? Ma chi ti credi di essere: Berlusconi?

Dice ancora Sabina che «sui blog scrivono quelli più ossessionati», «svitatelli», «persone poco strutturate», «esaltati che non hanno capito una cippa»… Non avendo un blog, non sappiamo come replicare, ma visto che lei lo utilizza da par suo, www.sabinaguzzanti.it, sa certamente di che parla e di come si parla.

Sostiene Sabina che contro di lei è stata condotta su Repubblica «una campagna di disinformazione» e si chiede: «A cosa devo tanta scorrettezza? Tanta vigliaccheria? Tanta spudoratezza?» Forse a un ego leggermente sovradimensionato? Proprio perché di mestiere la Guzzanti dovrebbe far ridere, sarebbe il caso che non si prendesse troppo sul serio.
Lo si è già detto, siamo uno strano Paese, dove sempre più spesso i comici fanno politica e i politici il varietà: bisognerebbe darsi una regolata ed essere seri, ciascuno nel suo campo. Sarebbe una rivoluzione.

Comunque, «a essere truffati siamo stati a decine. Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri?». Già, perché una che ha «il mio ufficio stampa» non viene trattata come una comune mortale, una barista, magari? Già, perché una che sta con i terremotati abruzzesi, con i pescatori sardi e sempre e comunque contro i pescecani capitalisti voleva fare affari con il nobile pariolino Giampiero Castellacci de Villanova e la sua Dharma Holdings? Ci si potrebbe fare un film. Compagni potrebbe essere il titolo. Di merende.



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Tedesco su Vendola: "Sapeva tutto"

di Redazione


Ecco il verbale dell’interrogatorio al gip del senatore Pd accusato di concussione e corruzione per la gestione della sanità pugliese L’ex assessore punta il dito contro il governatore: delle Asl era sempre informato. Accuse anche a Frisullo e ad altri membri della giunta




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Scosse in arrivo per il «sistema-Vendola». Col Pd che si spacca sempre più sulla richiesta d’arresto per i reati di concussione, corruzione, turbativa d’asta dell’ex assessore della Regione Puglia, Alberto Tedesco (oggi senatore Pd) nuovi segnali tellurico-giudiziari minano la serenità dell’amministrazione di centrosinistra. Inchieste note e meno note prossimamente rischiano di far precipitare la situazione. Nel frattempo ci pensa Tedesco, nel suo interrogatorio al gip, a tirare in ballo pesantemente Nichi. In oltre 200 pagine di verbale il parlamentare spiega che il governatore era sempre informato sulle nomine di primari e dirigenti Asl. Questione, questa, che a Tedesco è costata la richiesta di manette e a Vendola una tirata d’orecchie. «Vendola sapeva tutto. Sempre».

Dal verbale: «Ho detto qual era la mia modalità di azione che ho sempre seguito in questi quattro anni. Quando c’erano vicende nelle quali ritenevamo vi fossero interferenze oppure gestione improprie di questioni attinenti alle gestioni delle Asl - dice Tedesco - io ho sempre riferito al presidente Vendola e ho sempre richiesto l’intervento del presidente Vendola. Sempre». Non a caso Tedesco si dilunga sul duro faccia a faccia con l’ex assessore ai Trasporti Mario Loizzo nella stanza del governatore per la nomina di determinati dirigenti. Tedesco parla di «interferenze» della politica allargandola ad altri big del centrosinistra pugliese. Tira dentro l’ex vice di Vendola, Frisullo, coinvolto nel caos-Tarantini. Tira dentro, per l’appunto, Loizzo che ha detta di Tedesco si sarebbe interessato per un primariato in particolare: «È stato dimostrato che nel caso del primario De Fini, a sostegno del dottor De Fini, c’era un’interferenza: quella dell’assessore Loizzo. Questo glielo dice anche la dottoressa Cosentino nell’interrogatorio».

Tedesco ammette che lo stesso De Fini gli chiese un appoggio per il concorso e in cambio disse che si sarebbe messo a sua completa disposizione per motivi politici: «Gli risposi che si doveva mettere a disposizione dei suoi pazienti!». E ancora su Loizzo: «Sono stato costretto a un confronto nella stanza del presidente della Regione con l’assessore Loizzo che con un atteggiamento proprio irruento e assolutamente degno di miglior causa sosteneva le ragioni del De Fini». E ancora: «Loizzo era abbastanza determinato nel difendere persone con le quali nel frattempo si era costruito rapporti (...) e c’era un altrettanto forte interesse di Frisullo a operare su Lecce attraverso il dottor Sanapo» indicato in lettere anonime «arrivate anche a Vendola» come «ricevitore di questuanti e dipendenti Asl, per raccogliere postulazioni varie», direttamente nella segreteria di Frisullo. Fra le «interferenze» politiche Tedesco cita, a mo’ d’altro esempio, la nomina di Alessando Calasso a direttore sanitario dell’Asl di Bari.

E l’intromissione, per l’appunto, l’attribuisce al dottor Fiore (Tommaso, successore di Tedesco, attuale assessore alla Sanità, ndr): «Di questa interferenza continua di Fiore attraverso il dottor Lonardelli nei confronti della dottoressa Cosentino io ho parlato con il presidente Vendola (...) col risultato che Lonardelli è stato rimosso ed è stato nominato Calasso». E Vendola? «Non so se questo risultato sia stato il frutto di questa mia - diciamo - informativa nei confronti del presidente Vendola, di fatto questo è avvenuto».





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I mantenuti che tirano monetine

di Paolo Del Debbio


Dietro la folla che ha aggredito La Russa la mano di politici come Di Pietro e Bersani. Gente che campa grazie ai soldi pubblici e che però sputa sul Palazzo dove mangia



E ci risiamo con le monetine. Era il 30 novembre del 1993 quando furono lanciate a Bettino Craxi fuori dell’Hotel Raphael a Roma. Due giorni fa davanti a Montecitorio è stata la volta del sottosegretario Daniela Santanchè e del ministro Ignazio La Russa. Al Raphael Craxi veniva apostrofato perché lui e i socialisti avrebbero rubato. Oggi a lanciare le monetine sono seguaci di Di Pietro, Bersani e Vendola, gente che forse non ha rubato, ma che certamente campa coi soldi di tutti noi e che spara nel palazzo dove mangia.

Sempre monetine, sempre improperi, sempre aggressioni violente anche se verbali. Sempre disprezzo. E la domanda è se si possa pensare ad un Paese come il nostro ridotto così. Certo il ministro della Difesa, successivamente in Aula, poteva evitarsi la sceneggiata di cui è stato protagonista. Bene, ma le monetine francamente no.


Chi sono questi cavalieri senza macchia e senza paura che lanciano le monetine? Il popolo viola, militanti dell’Italia dei valori (mai nome fu meno appropriato se il rispetto è uno dei valori) e anche del Pd. Il disprezzo come contenuto in politica non va mai bene per il semplicissimo motivo che in politica e nel Parlamento si discute, non si apostrofa. Quest’ultima è pratica da bar e, anche in questo caso, rileva spesso mancanza di idee da esporre e cose da dire. Detto questo, i signori delle monetine chi sono? Cos’hanno in più degli altri, in particolare più della Santanchè e di La Russa per potersi permettere di lanciare contro di loro tutto il disprezzo delle monetine? Sono figure morali di particolare rilievo? Non ci risulta. Sono forse portatori di idee e valori così alti da potersi permettere il dileggio altrui? Perché la sinistra spesso richiama la destra ad un maggiore senso delle istituzione e al rispetto delle cariche dello Stato e poi fomenta i loro militanti a fare cose che con il senso dello stato non c’entrano proprio un bel nulla?

I parlamentari del centrodestra sono rappresentanti delle istituzioni o no? Questa è la domanda cui dovrebbero rispondere coloro che stanno dietro ai lanciatori di monetine. Le retrovie dei monetinari, i loro ideologi, siano chiari su questo punto perché così, dopo, sarà tutto chiaro. In altre parole: siamo allo stesso giochetto che chi non la pensa come me è delegittimato anche a discutere? Le monetine sono questo. Chi ci sta dietro è questo. Chi tace è questo. L’unica monetina che si può lanciare è quella dell’arbitro sul campo di calcio. Il resto è roba da incivili e soprattutto da gente che dimostra di avere in spregio le istituzioni e i loro rappresentanti. 


Siamo usciti da pochi giorni dalle celebrazioni di avvio dell’Unità d’Italia dove si è respirato un bel clima e sapete perché? Perché i protagonisti sono stati gli italiani e le italiane che hanno voluto dimostrare un po’ di orgoglio di essere italiani. Il Presidente della repubblica è stato accolto come presidente di tutti. Peccato che ci sia ancora chi di tutto questo non conosce neanche l’esistenza e pensa di poter fare delle istituzioni tutto ciò che vuole.

Non si tratta di come uno la pensa politicamente, si tratta se quel qualcuno ha il senso politico-democratico di base che lo porta a rispettare i rappresentanti del popolo in quanto tale. Certo, spesso questi rappresentanti fanno di tutto per gettare discredito sulle istituzioni stesse, ma questo non giustifica tutto e tutti. Sennò qui si finisce veramente a schifìo e poi le monetine non bastano più.






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Scontro politico: i "professionisti" della rissa assediano il governo con la guerra permanente

di Stefano Filippi


La strategia dell’opposizione: in aula insultare la maggioranza e fuori cavalcare le manifestazioni violente del "popolo viola"






Da La Russa a La Rissa il passo è breve, il ministro stesso ci ha messo del suo con l’improvvido «vaffa» lanciato contro Gianfranco Fini che ha scatenato la bagarre alla Camera. Un errore pagato caro con lo slittamento della legge sul «processo breve» e una fiumana di polemiche.

Pochi minuti prima La Russa aveva sfidato la contestazione organizzata alle porte di Montecitorio, affrontando a viso aperto i dimostranti scalmanati, ma ogni sua parola è stata inghiottita nel vortice di urla e insulti del popolo viola inferocito. Sputi, lancio di monetine, braccia tese nel saluto fascista: un grido echeggiato anche in Parlamento, «fascista di m...» diretto al ministro della Difesa.
Bolgia in aula, bolgia fuori. Sembra una coincidenza, uno di quei casi in cui una scintilla si accende in un luogo e fa propagare l’incendio altrove. Ma forse non è così. Forse c’è una vera strategia della rissa che ha fatto una vittima illustre, proprio La Russa, caduto in una trappola, prigioniero della foga con cui affronta la politica. Se è così, i professionisti della rissa gongolano per il «vaffa» del titolare della Difesa. Un insulto dal destino controverso: se lo urla Beppe Grillo sulle piazze d’Italia diventa un marchio di fabbrica, il legittimo logo dell’anti-politica, l’intoccabile slogan della sacrosanta battaglia contro il Palazzo. Quello dell’ex camerata, invece, è soltanto volgarità, offesa, oltraggio all’istituzione, temperamento sanguigno che diventa sangue cattivo.

Ignazio La Russa doveva risparmiarsi il «vaffa», è fuori discussione. Ciò non toglie che ci si debba interrogare se esista una strategia della rissa. C’è un fronte che sta cercando di trasformare la politica in guerra, di buttare tutto in tafferuglio. Non c’è uscita pubblica di Silvio Berlusconi che non sia accompagnata da contestazioni su misura, puntualmente amplificate dai media. Non c’è intervento parlamentare di Antonio Di Pietro che prescinda da insulti al premier, dallo «stupratore di democrazia» (fiducia di dicembre) al recentissimo «coniglio». Non c’è numero del Fatto Quotidiano che rinunci a definire il capo del governo «nano», «caimano», «cavalier balbetta».


Contro Berlusconi e il centrodestra non c’è più un’opposizione sui contenuti. Tutto diventa un’aggressione «ad personam». Ogni attacco politico si trasforma in attacco personale, fino a brandire le vicende private come manganelli da agitare nei luoghi delle istituzioni. L’altro giorno in piazza Montecitorio si era riunito un migliaio di persone esagitate che ha dato libero sfogo a una rabbia alimentata giorno dopo giorno. Gli è stato consentito di arrivare quasi a ridosso dell’ingresso della Camera. Non poteva essere soltanto frutto di un tam-tam spontaneo, poi culminato nel lancio di monetine e in quella frase «farete la fine di Craxi» che ricorda da vicinissimo la contestazione del 1993 davanti all’hotel Raphael che simboleggiò la caduta della Prima repubblica.

A sinistra, nel Pd, non fanno nulla per frenare la deriva della rissosità. «La situazione ha passato ogni limite, è giusto mobilitarsi», ha esclamato Rosy Bindi tra i dimostranti. Pier Luigi Bersani ha impugnato il megafono salendo sulle transenne, le nuove barricate, per arringare il popolo viola. Nei mesi scorsi Bersani, Vendola e gli uomini di Fini hanno dato manforte ai ricercatori anti-Gelmini scalando i tetti delle università. Gli appelli ad «abbassare i toni» del presidente Napolitano vengono interpretati a senso unico, cioè come tirate d’orecchi a Berlusconi, e non moniti rivolti a 360 gradi.

I discorsi in Aula infuocati subito rilanciati su internet non placano gli animi ma li esasperano. Ci sono i professionisti della rissa, quelli che non sanno usare altre armi se non quelle della piazza, e ci sono i professionisti dell’andare a rimorchio, quelli che approfittano del clima arroventato, che sui fili dell’alta tensione ci marciano. La parola «vergogna» campeggia sulle prime pagine accanto a «catastrofe», «golpe», «indecenza». La rissa continua.



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Amato? Ha tagliato le pensioni degli italiani E non ha toccato la sua

di Mario Giordano


L'ex premier percepisce un vitalizio da oltre 31mila euro al mese. Fu lui a introdurre la riforma della previdenza, in nome dei sacrifici. Ma quando si trattò di mettere mano al proprio portafogli





E Giuliano Amato? Ha ta­gliato le pensioni di tutti gli ita­liani. Ma per lui s’è riservato una pensione d’oro.Alla fine di ogni mese, infatti, incassa la bel­la cifra di 31.411 euro. Proprio così: 31.411 euro, esattamente 1.047 euro per giorno che il buon Dio manda sulla Terra. Non male per l’uomo per pri­mo ha impugnato le forbici per ridurre le aspirazioni nazionali di serena vecchiaia. Ricordate? Era il 1992. «Così non si può an­dare avanti, serve una riforma delle pensioni», tuonò l’allora presidente del Consiglio.

E la ri­forma delle pensioni, in effetti, si fece. Amato mandò di traver­so il caffellatte ai nonnetti di provincia, spaventò milioni di onesti padri di famiglia. E die­de il via all’era della previdenza lacrime&sangue. Da quel momento,com’è no­to, non c’è stata più certezza sul futuro previdenziale. Retributi­vo? Contributivo? Finestre? Non finestre? Ulteriore innalza­mento dell’età pensionabile? Domande che divennero assil­lanti. E il Dottor Sottile sempre lì, con la sua aria da professore ascetico, a spiegarci le storture del sistema del welfare, i segreti della gobba demografica, le esi­genze di bilancio di Bruxelles…

Un’intervista dopo l’altra, non ha smesso di illustrarci l’impor­tanza dei sacrifici, tanto che per abituarci alla sofferenza una bella notte ha pensato be­ne di mettere le mani anche nei nostri conti correnti bancari. Si capisce: i sacrifici sono im­portanti. Ma solo per gli altri, è ovvio. Mica per lui. Giuliano Amato, infatti, dal 1 gennaio 1998 incassa una pensione Inpdap da ex professore univer­sitario di 12.518 euro netti al mese, cioè 22.048 euro lordi, che corrispondono esattamen­te a un totale annuo di 264.577 euro.

Però non s’accontenta. E dunque, visto che i sacrifici so­no necessari, ai 12.518 euro net­ti che gli entrano in tasca ogni mese aggiunge la pensioncina da parlamentare (9.363 euro). In totale appunto 31.411 euro lordi al mese, circa 17mila euro netti. Una cifra che non gli im­pedisce, per altro, di continua­re a prendere incarichi: due pubblici (presidente Treccani e presidente comitato dei ga­rantiperil150 ˚dell’Unitàd’Ita­lia) e uno privato (senior advi­sor della Deutsche Bank).

Che ci volete fare? Il Dottor Sottile è così: sa difendere con altrettanta gagliardia il bene pubblico e i suoi interessi priva­ti. E se, quando si occupa del be­nessere degli altri, è il paladino del massimo rigore, quando si tratta del benessere suo, beh, preferisce trasformarsi in gene­roso dispensatore. Non sfuggi­rà ai lettori il fatto che il nemico di tutti i baby pensionati è anda­to in pensione a 59 anni ( e mica con due lire: 12.518 euro net­ti…); non sfuggirà che il nemi­co di tutti i cumuli cumula alle­gramente; e non sfuggirà so­prattutto che, avendo passato gli ultimi anni a chiedere al Pae­se di tagliarsi le pensioni, non abbia mai pensato nemmeno lontanamente di tagliare la pro­pria, fosse solo di cento euro, per un beau geste .

Quello che però forse sfugge è che la pensione Inpdap da 12.518 euro al mese, formal­mente elargita per il lavoro svol­to da Amato come professore universitario, nasce in realtà da un cavillo. Per fortuna delle casse previdenziali, infatti, non tutti i professori universita­ri, seppur illuminati da brillan­te carriera, arrivano a tali som­me. E allora perché Giulianet­to mani di forbice invece sì? Fa­cile spiegarlo. Nel 1996, quan­do stava scadendo il suo man­dato a presidente dell’Anti­trust, il dottor Sottile pose agli altri membri della solenne au­thority, il problema della pen­sione. Il dilemma era il seguen­te: il ricco assegno che regolar­mente prendiamo alla fine di ogni mese va considerato co­me semplice indennità o come un vero e proprio stipendio?

La legge istitutiva dell’Antitrust non diceva nulla al riguardo, ma voi ca­pirete che la diffe­renza non era da poco: se le retribu­zioni fossero state considerate come veri e propri stipen­di lo Stato avrebbe dovuto versare i contributi previ­denziali, facendo lievitare in modo considerevole i co­sti delle casse pub­bliche ma anche le rendite dei soggetti interessati. Sareb­be bastato infatti ai commissari chiedere il ricon­giungimento dei contributi, et voilà ... Va notato che fino a quel momento nessuna altra autorithy si era posta il proble­ma. La prima a sollevarlo fu pro­prio quella del Gengis Khan dell’Inps, Giulianetto nostro, appunto.

E va da sé che il Consi­glio di Stato diede il parere che egli sperava di avere. Risultato? Lodo Giuliano ap­provato, ricongiungimento ef­fettuato, ricca pensione garan­tita. Ma siccome le casse pub­bliche rischiavano un tracollo, lo Stato fu costretto rapidamen­te a correre ai ripari: con la Fi­nanziaria del 2000, infatti,il go­verno D’Alema, di cui Amato fa­ceva parte, sterilizzò gli effetti della decisione del Consiglio di Stato. E così, da quel momen­to, i membri delle authority per­cepiscono una pensione com­misurata non all’indennità su­per da commissari, ma allo sti­pendio che avevano prima di essere nominati. Dove sta il trucco?

Come sempre, in un ca­villo: non essendo infatti la mi­su­ra retroattiva quelli che han­no smesso di fare i commissari all’Antitrust fra il ’96 (anno del­la decisione del Consiglio di Stato) e il 2000 (anno della Fi­nanziaria riparatrice) hanno potuto avere ricongiungimen­to di contributi e conseguente superpensione. Solo loro, s’in­tende. I più fortunati. Fra que­sti, ma guarda un po’ il caso,an­che il nostro Giulianetto, che così, pur avendo una carriera nel pubblico impiego da pro­fessore universitario ordinario (stipendio massimo 5-6mila euro al mese), dal primo genna­io 1998 i­ncassa un vitalizio dav­vero straordinario, pari appun­to a 12mila euro netti al mese. Non male, no? Amato presi­dente dell’Antitrust ottiene un beneficio e Amato ministro lo sterilizza, ma la sterilizzazione vale per tutti gli altri e non per sé. Così lui può incassare la su­perpensione e, nel frattempo, tagliare le pensioni altrui. Me­raviglioso. Il Dottor Sottile non ha nulla da dichiarare al propo­sito? Per carità: predicare tagli previdenziali è giusto e sacro­santo, ma non sarebbe meglio, di grazia,se d’ora in avanti lo fa­cesse qualcun altro? Magari qualcuno che non prende 12mila euro netti al mese in vir­tù di un cavillo? E infine: la pros­sima volta che Amato intervie­ne predicando contro l’egoi­smo, chi è che gli fa una pernac­chia?




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