sabato 2 aprile 2011

Gommoni sotto la Torre Eiffel: vi siete presi tutto, prendetevi anche questi

Il Mattino


ROMA - Petrolio e barconi nella fontana del Trocadero, sotto la Torre Eiffel a Parigi. La beffa, tutta made in Italy, è di CasaPound Italia, che nella notte ha colorato di nero l'acqua della fontana, lasciando in uno di quei luoghi che fanno l'orgoglio d'Oltralpe sei canotti con attaccate le facce di immigrati tunisini con su la scritta "Sarko, aidez nous", "Sarko, aiutaci". Tutto intorno, si legge in una nota, «i parigini hanno potuto trovare i volantini siglati con la tartaruga frecciata: i primi piani dei nordafricani davanti, un piccolo testo sul retro».

«Vi siete presi la Gioconda - si legge - Vi siete presi Gucci. Vi siete presi Bulgari. Vi siete presi Galbani. Vi siete presi Parmalat. Vi siete presi Alitalia. Vi siete presi Bnl. Vi siete presi Edison. Vi siete presi il petrolio libico che usavamo noi. Vi siete presi il gas libico che usavamo noi. Vi siete presi i contratti libici che prima erano nostri. Ora prendetevi anche i barconi di immigrati. Ci sono italiani che non si vendono e non si arrendono».

«Un gesto - sottolinea Cpi - che è uno scatto d'orgoglio di quegli italiani che non si vendono e non si arrendono contro l'arroganza di un Paese che non ha esitato ad assassinare l'idea stessa di Europa pur di strappare all'Italia l'egemonia economica in Libia e che non ci ha pensato due volte a respingere alla frontiera e a rispedire a Ventimiglia i "fratelli tunisini" che, in fuga da un paese devastato, tentavano di tornare alla casa di un tempo».


Sabato 02 Aprile 2011 - 11:20




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Napoli, sei immigrati camminano sull'A1‎ Erano fuggiti da centro accoglienza

Il Mattino


NAPOLI - Alcuni cittadini tunisini sono stati rintracciati ieri pomeriggio dalla Polizia stradale di Napoli sulla A1, all'altezza dello svincolo di Afragola, mentre camminavano pericolosamente sulla corsia d'emergenza. Caricati a bordo di un mezzo attrezzato sono stati sottoposti a fermo di identificazione, alle procedure di rilevamento fotosegnaletico ed alle visite mediche. Nei loro confronti è stato emesso un decreto di espulsione con intimazione a lasciare il territorio nazionale. I sei si sarebbero allontanati qualche giorno fa da un centro di accoglienza calabrese.








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De Magistris è un cialtrone. Lo querelo»

Corriere del Mezzogiorno


Il candidato Clemente Mastella denuncia l'avversario dell'Idv che lo aveva apostrofato «macchietta»







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La Francia onora Pantani Per sempre sul Galibier

Quotidiano.net.


Un monumento sorgerà nel punto esatto in cui il Pirata scattò nella mitica tappa del 1998. E in agosto a Les Deux Alpes c'è la 'Pantani Week', un'intera settimana di eventi dedicati al campione di Cesenatico


Cherasco, 1 aprile 2011


Tempo da cani, 150 e rotti Km alle spalle e un mostro chiamato Galibier dinnanzi. Uno scatto nella bufera, un fendente da dentro o fuori, tutto o niente. Ed è tempesta. Lì dove Ullrich si pianta, dove solo Leblanc cerca, invano, la sua ruota, sorgerà un monumento ad imperitura memoria di Marco Pantani.

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la tenacia di Sergio Piumetto. Uno che non si arrende mai e che ha fatto del Pirata una ragione di vita. Lui ha fondato la struttura Pantani Forever, lui ha dato vita al contenitore multimediale online Pantani Channel. Ma ancora non bastava, ci voleva un'idea per consegnare Marco ai posteri. E lui l'ha trovata.

Sergio, ce l'ha fatta.
“Sabato 9 aprile presenteremo l'evento a Cherasco, in provincia di Cuneo, con diretta web sul nostro sito. Il 19 giugno, invece, ci sarà l'inaugurazione sul Galibier”.

Perché Cherasco?
“Primo perché è la mia città, che mi sostiene e mi ha sempre sostenuto. E secondo perché qui l'ultima volta ho portato un certo Vasco Rossi. L'altra sera sentivo il suo singolo, Eh...già, dove lui ripete “sono ancora qua”. Per me anche Marco “è ancora qua”.

C'è una storia dietro a questo monumento.
“Quel giorno, il 27 luglio '98, quando Pantani è scattato non c'erano solo milioni di italiani a urlare il suo nome davanti alla Tv. Lì, proprio in quel punto, si era sistemato un tifoso come tanti, Christian Grange”.

Già sentito.
“Molti in Italia conoscono suo nipote, Jean Baptiste Grange, campione del mondo di sci nello slalom speciale. In pochi però, sanno che Christian è il sindaco di Valloire, Paese ai piedi del Galibier”.

Una località che ha avuto un ruolo fondamentale in questa vicenda.
“Che entusiasmo. Si potevano spostare anche i pali della luce, ma il monumento doveva nascere lì, dove Pantani aveva staccato Ullrich, infiammato il Tour e stregato i francesi”.

E l'Italia?
“Non manca: le pietre con cui è costruita l'opera di Massimo Salvagno sono piemontesi. Vengono da Luserna San Giovanni, in provincia di Torino”.

Altre iniziative in programma?
“Il 23 luglio ci sarà una cronoscalata del Galibier. Si chiamerà 'La grimpée de la Legende Pantani Forever', la scalata della leggenda”.

Ma il clou sarà ad agosto.
“Dal 14 al 21 si terrà a Les Deux Alpes la 'Pantani Week', un'intera settimana di eventi dedicati al Pirata. Dall'incontro con mamma Tonina, che racconterà il 'suo' Marco, al Pantani Memorial Cycling, la corsa che sta diventando una classica per amatori a livello internazionale”.

Les Deux Alpes e Galibier, due luoghi che hanno fatto la storia del Pirata.
“E che non l'hanno mai dimenticato”.

Il Tour de France il prossimo 21 luglio arriverà sul Galibier, onorando il centenario della prima ascesa. Il traguardo è posto in cima, a 2645 metri. Sarà battaglia: per i vari Schleck, Basso e Gesink potrebbe essere l'ultimo appello. Ma prima, qualche chilometro prima, tutti passeranno a un soffio, una ruota, da quel monumento. Tengano alta la guardia. Via la bandana e dritto sui pedali: il Pirata potrebbe scattare di nuovo.
 

di Michele Sabattini





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1938, la misteriosa scomparsa del fisico Majorana: riaperta inchiesta

Afghanistan, degenarano le proteste per rogo anti-Corano: 9 morti a Kandahar

Corriere della sera

 

Oltre 70 i feriti

 

MILANO - Nuove violenze in Afghanistan. Almeno 9 persone sono morti e 73 sono rimaste ferite durante una protesta nella provincia meridionale di Kandahar contro il rogo di una copia del Corano in Florida. Un episodio che fa seguito all'assalto di un ufficio Onu nella cittá settentrionale di Mazar-e-Sharif, in cui hanno perso la vita sette operatori delle Nazioni Unite e cinque manifestanti afghani. Per la strage sono state arrestate 27 persone. «La protesta era iniziata con scopi pacifici ma alcuni terroristi internazionali hanno approfittato della situazione» ha detto Munir Ahmad Farhad, portavoce del governatore provinciale.

 

 

02 aprile 2011

Morcone: disprezzo quei borghesi che per salvarsi l'anima tifano de Magistris

Corriere del Mezzogiorno


Attacco al vetriolo: il ceto cresciuto e arricchitosi durante gli anni di bassolino pronta a seguire un demagogo



Mario Morcone

Mario Morcone


NAPOLI - Un’intervista tv, una risposta al vetriolo e il caso è servito: Mario Morcone attacca quella «borghesia napoletana che con Bassolino si è sempre fatta i fatti suoi», e che dice di disprezzare «ora che per salvarsi l’anima è sostenitrice di De Magistris»; bordate anche contro lo stesso europarlamentare Idv e candidato, definito «il demagogo che viene a Napoli per fare i fatti suoi». Parole rilanciate dal sito www.enricoberlinguer.it, con commenti a raffica e un certo scoramento tra i militanti della sinistra. Dunque, una campagna elettorale tutto sommato fino ad ora abbastanza soporifera è destinata ad infuocarsi per l'unico duello davvero incerto: quello per chi andrà al ballottaggio contro Gianni Lettieri.

Un doppio attacco, quello di Morcone, che in un colpo solo infiamma la campagna elettorale: quasi fisiologico che lo strappo avvenga quando in trasmissione affronta la domanda da un milione di dollari: lei è il candidato di Bassolino?: «Bassolino - risponde Mario Morcone - è stato comunque una grande personalità a Napoli, con le sue luci e con le sue ombre, e rimane una persona che non credo abbia avuto condanne in questa fase. Avrà probabilmente delle critiche politiche molto pesanti. Tutto questo accanimento - aggiunge - e questa emotività io francamente nei confronti di un passato recente che ha sicuramente le sue ombre non lo comprendo».

Ma è il fenomeno delle amnesie di massa tra gli “antibassoliniani” di recente conversione, evidentemente, quello che infastidisce di più il candidato di Pd e Sel, che sembra togliersi un peso dallo stomaco quando sbotta così: «Questa soluzione salvifica di una borghesia napoletana che si è fatta sempre i fatti suoi…che si è arricchita ed è cresciuta anche politicamente con il Partito Democratico e con Bassolino…che ha avuto anche posizioni di grande rilievo nazionale con questo Pd e con questa sinistra e che oggi si improvvisa per salvarsi l’anima sostenitrice di De Magistris, il demagogo che viene a Napoli per fare i fatti suoi e non gli interessi della città io francamente la disprezzo».


Carlo Tarallo
02 aprile 2011




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Napoli avrà due piazze Iervolino

Corriere del Mezzogiorno


In onore dei costituenti, intitolate al padre e alla madre della sindaca. L'assessore: «Ma lei non voleva»



Rosa Russo Iervolino

Rosa Russo Iervolino


NAPOLI— Le strade del centro direzionale diventeranno un simbolo dell’Unità d’Italia, con ventisette aree di circolazione interne che avranno dei toponimi che sostituiranno la vecchia e odiatissima numerazione delle isole. Ci sarà «Viale della Costituzione» , Piazza dell’Unità d’Italia» e altre venticinque tra strade, vie e piazze che prenderanno il nome di altrettanti componenti l’Assemblea costituente. Tra loro, quindi, è prevista anche «Piazza Angelo Raffaele Jervolino» e «Piazza Maria Jervolino De Unterrichter» , cioè il papà la mamma dell’attuale sindaca di Napoli, Rosa Russo Iervolino (il cognome, in realtà, si scrive con «J» ), che furono appunto tra i padri della Costituzione.

La delibera, firma dell’assessore alla toponomastica Alfredo Ponticelli, è stata approvata dalla giunta il 25 marzo scorso anche se proprio la Iervolino avrebbe palesato qualche perplessità per evitare possibili critiche. «Ho dovuto convincere la sindaca che non avrebbe voluto, ho invece ritenuto giusto fare così» , ha spiegato l’assessore Ponticelli, che comunque non intende fare di questa iniziativa un atto politico «ma solo un atto concreto anche per onorare degnamente i 150 anni dell’Unità d’Italia che hanno visto il Comune di Napoli molto attivo» . Sulla scelta di dedicare la toponomastica del centro direzionale 12 ottobre scorso si è espressa favorevolmente la Commissione consultiva per la disciplina della toponomastica cittadina presieduta dal professor Ernesto Paolozzi. La commissione, infatti, ha dato suo assenso affinché fosse il quartiere di Poggioreale ad ospitare i toponimi-simbolo dell’assemblea Costituente assegnando un primo gruppo di nomi di strade e piazze «ai politici componenti l’assemblea costituente eletti nel collegio di Napoli nonché nati o residenti a Napoli o comunque legati, per attività, a Napoli» .

«Si tratta di un’iniziativa che ha almeno quindici anni» , spiega proprio Ernesto Paolozzi, «ma per motivi tecnici e di difficoltà di abbinamento delle isole del centro direzionale con i nomi, questo progetto sembrava oramai essersi arenato. Ma siccome si trattava di un’iniziativa decisamente interessante per la città, la Commissione lo ha riproposto alla giunta che lo ha approvato» . Ma c’è anche una lettura di tipo sociale: finalmente, in presenza di nomi per strade, via, larghi e piazze, i tanti napoletani che quotidianamente affollano il centro direzionale sapranno come orientarsi. Finirà la domanda tipica: «Scusi, l’isola E.... dove si trova?» .


Paolo Cuozzo
02 aprile 2011




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Liste attesa nel Lazio: ecografie ad agosto sei mesi per un elettrocardiogramma

Il Messaggero


Tribunale del malato: oltre il limite, diritto all’intramoenia





di Luca Brugnara

ROMA


Ecografie disponibili solo ad agosto e settembre, visite cardiologiche e Tac a giugno. Non accennano a diminuire le liste d’attesa per numerose prestazioni mediche nelle strutture pubbliche. E ai tempi lunghi corrispondono storie di persone, rassegnate o in cerca di soluzioni alternative nel privato.

Il piano nazionale sulle liste d’attesa ha previsto 4 classi di priorità: “urgente”, con visite da eseguire entro 72 ore; “breve”, entro 10 giorni; differibile, entro 30 o 60 giorni; programmate. Ora le Regioni, tra cui il Lazio, sono chiamate fornire un loro piano per rispettare queste indicazioni: al momento ciò, spesso, non avviene. Ed ecco che per un ecodoppler dei tronchi sovraortici si finisce al 18 agosto alla Asl Roma A, per una ecografia dell’addome superiore addirittura al 2 settembre. «Per una ecografia completa dell’addome - racconta Paolo Parrini - a mia moglie hanno dato appuntamento al 5 settembre. Il consiglio è stato di fissare intanto la data, ma di contattare nuovamente il Recup, in quanto potevano esserci rinunce». Sono proprio le ecografie gli esami più problematici. «Prima di agosto, per un ecodoppler non c’erano posti», ribadisce Antonella Mazzara, uscendo dal San Camillo. Per una mammografia bilaterale occorrono quasi due mesi alla Asl Roma D. «Pensavo di cavarmela in 10 giorni - sostiene Sabrina Germontani, lasciando questa Asl - e invece devo aspettare fino al 14 giugno. Probabilmente andrò in una struttura a pagamento».

Un decreto legislativo, il 124 del 1998, consentirebbe una soluzione. «Quando la lista d’attesa è molto lunga e non è possibile effettuare una prestazione entro i tempi massimi stabiliti - sottolinea il segretario regionale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del Malato, Giuseppe Scaramuzza - il cittadino può usufruire della prestazione in regime di “intramoenia” versando solo il ticket: chiediamo l’applicazione della norma». «Il lavoro degli uffici - ribattono dalla Regione - prosegue per riorganizzare l’intero sistema». L’associazione auspica, poi, altri cambiamenti. «Non bloccare le liste di attesa da parte di Asl e ospedali - aggiunge Scaramuzza. - Il Recup funziona bene, ma sarebbe utile l’accesso nel sistema di ulteriori strutture».

Il Numero unico di prenotazione (803333) gestisce 22 mila telefonate al giorno. «La quota di contatti - spiega il responsabile del Recup, Maurizio Marotta - è aumentata del 5-6% in un anno e da gennaio ci siamo adeguati ai nuovi parametri. Per le radiografie, la situazione è già positiva». Dalla Regione ricordano le politiche messe in atto. «Oltre 11 milioni di prestazioni sanitarie effettuate nei tempi previsti dalle disposizioni ministeriali, pari all’82.54% del totale - ricordano. - Tra le novità introdotte e a regime dal 15 gennaio, c’è il “Dottor Cup” che garantisce le prestazioni urgenti entro le 72 ore. Stiamo lavorando per attuare, già nei prossimi mesi, le altri classi di priorità e inserire nel sistema Recup strutture private accreditate e classificate. Con un “recall” automatico, sarà possibile riassegnare le prestazioni disponibili in caso di disdetta: si ridurranno, così, le prestazioni prenotate a cui il cittadino non si presenta, circa il 13%».


Sabato 02 Aprile 2011 - 12:48    Ultimo aggiornamento: 12:59




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Accoglienza immigrati, Chiamparino ora dice no: "Non sono un fesso"



Il primo cittadino di Torino adesso nega la sua disponibilità ad accogliere gli immigrati. "Appena ho detto che Torino era disponibile a fare la sua parte, dalla prefettua sono partiti con picchetti e tende". E poi: "Cìè il rischio di rivolte, accetto solo profughi"



 
"Non mi piace passare per fesso". E' questa la motivazione fornita dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, per spiegare il suo dietrofront sull'accoglienza degli extracomunitari. A pochi giorni dal trasferimento di 1.500 immigrati (previsto per lunedì), il sindaco di Torino adesso nega l'utilizzo dell'Arena Rock. E sospende la disponibilità finché non verrà fatta chiarezza da parte del governo. in un'intervista a Repubblica spiega: "Appena ho detto che Torino era disponibile a fare la sua parte, dalla prefettua sono partiti con picchetti e tende. Senza garanzie e senza impegni. Per questo ho bloccato tutto". "Ho capito -aggiunge Chiamparino- che Maroni non era in malafede ma non ci sto a fare la parte di quello che accetta di accogliere persone in difficoltà per poi scoprire che si vuol fare un centro di espulsione a cielo aperto". "La politica -osserva- non si fa con le chiacchiere, e nemmeno con la demagogia". E questo dovrebbe averlo capito anche il governatore leghista Roberto Cota. "Mi ha detto -racconta Chiamparino- che non è contrario a far arrivare i clandestini in Piemonte. Evidentemente di fronte ai problemi concreti la demagogia finisce quasi sempre per mostrare le gambe corte".

Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, interviene dalle pagine di Repubblica per spiegare inoltre "che a Torino devono arrivare profughi e non clandestini da espellere". "Non sono contrario in via di principio ai centri di identificazione ed espulsione", precisa Chiamparino. "A Torino ne abbiamo uno, ospita meno di 200 persone e non è sempre facile mantenere l’ordine". Per questo, spiega il sindaco, "è un’idea folle quella di radunare 1.500-2.000 persone sotto le tende e annunciare loro che verranno presto espulse e rimandate a casa: la rivolta inizierebbe nel giro di cinque minuti e sarebbe incontrollabile".





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Giappone, cane salvato in pieno Oceano a tre settimane dal terremoto

Il Mattino


TOKYO - Un cane è stato salvato dalle onde dell'oceano a tre settimane dal terremoto e dallo tsunami che hanno colpito le coste nordorientali del Giappone.

La guardia costiera, riferisce l'agenzia Kyodo, ha avvistato l'animale che galleggiava su quanto rimaneva del tetto di una casa a circa 2 chilometri al largo di Kesennuma, nella prefettura di Miyagi.

Gli umoni della guardia costiera giapponese hanno recuperato il cane, apparentemente in buone condizioni, con un'imbarcazione, dopo che l'animale era fuggito dall'elicottero che lo aveva portato a bordo per rifugiarsi su altri relitti che galleggiavano sul mare.








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Immigrati, Mantovano: "Non ritiro le dimissioni, arriverà una invasione"

di Laura Cesaretti


L’ex sottosegretario all’Interno: "Il mio addio non è una questione personale Presto altre migliaia di irregolari, l’emergenza non può pesare solo sul Sud"





Roma

Onorevole Alfredo Mantovano, Berlusconi la ha pregata di tornare nel governo e il ministro Maroni le ha chiesto scusa. Ritira le dimissioni da sottosegretario agli Interni o no?

«Guardi, non si tratta di una questione personale né soggettiva. Io ho ringraziato il premier per l’affetto che mi ha voluto manifestare, e sono grato al ministro Maroni per la stima che ha espresso nei miei confronti. Ma il problema oggettivo che mi ha portato alle dimissioni resta, e come spesso accade va fatta una distinzione tra il casus e la causa».

Vuol dire che la questione Manduria è il casus ma non la causa?
«Esattamente: la tendopoli di Manduria è, come ho fatto notare da subito, un problema non da poco. E le immagini che arrivano da lì mostrate dai telegiornali in queste ore lo testimoniano. Ma la causa è la gestione complessiva dell’emergenza clandestini».

Perché, secondo lei il governo non la ha gestita nel modo opportuno?
«Mi lasci fare due premesse: va rispettato e riconosciuto il lavoro enorme compiuto dalle forze dell’ordine in questi mesi di emergenza. E quanto al ministro degli Interni non posso che essere grato per lo splendido rapporto di lavoro che abbiamo avuto in questi tre anni. Ma questo non può cancellare l’oggettività di alcuni problemi».

Quali problemi, onorevole Mantovano?
«La gestione dell’emergenza è stata in parte condizionata da una questione di carattere ideologico. Che si può riassumere brevemente con la icastica frase di Umberto Bossi: “föra di ball”. Il cui corollario, per me inaccettabile, finora è stato: tutti al Sud».

Sta dicendo che per colpa della Lega c’è stata una penalizzazione delle regioni meridionali?
«Sì, e non lo dico per campanilismo. Come ha ricordato il capo dello Stato, nelle emergenze il carico va ripartito in modo equilibrato sul territorio, da nord a sud. E invece ci sono tre regioni italiane che da tempo sopportano oltre il 60 per cento della concentrazione dei centri di smistamento degli immigrati: Sicilia, Puglia e Calabria. Questo avrebbe dovuto consigliare, in presenza di una nuova grande emergenza, di caricare di minore pressione le regioni già più impegnate. E invece Sicilia e Puglia sono state addirittura penalizzate».

Il governo però annuncia che saranno aperti campi di accoglienza anche al centro e al nord, ha sentito?
«Sì, ho sentito la promessa di aprirne anche in Piemonte e Toscana: aspetto di vederli concretamente operativi».

Berlusconi andrà lunedì in Tunisia a parlarne con il governo. Si aspetta risultati?
«È un passaggio obbligato e necessario. Fino a qualche mese fa l’accordo col governo tunisino ha funzionato, poi il tappo è saltato con le rivolte. Ora è importante ripristinare degli accordi, anche se non sarà facile vista l’instabilità di quel Paese. Ma dobbiamo essere consapevoli che non basta la firma di un’intesa per avere dei risultati: ci vorranno settimane per veder diminuire i flussi. E se gli arrivi finora ammontano a 20mila clandestini, e questo trend continua, il rischio è che ne arrivino altre migliaia. E nel frattempo che facciamo? Servono subito strumenti».

Quali?
«Una dislocazione meglio ripartita dei migranti serve anche a controllare meglio i centri, e ad impedire fughe di massa come quelle cui stiamo assistendo. E poi serve uno strumento di emergenza come la protezione umanitaria prevista dall’articolo 20 della Bossi-Fini: un permesso di soggiorno provvisorio di sei mesi che consente ai migranti di circolare in tutta l’area Schengen. E che quindi permetterebbe ai clandestini in arrivo di dirigersi in altre nazioni Ue come la Francia, che è il paese di riferimento di gran parte dei tunisini».



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Amica del ministro grazie a Zenga Avrò 800 euro al mese»

Corriere della sera


«Presenterò un evento al mese per il 2011. Per Ignazio l'avrei fatto anche gratis»


ROMA 


 Il ministero dice che assumerla è stato un affare.
«Per Ignazio l'avrei fatto anche gratis».

Al Pd 16 mila euro l'anno sembrano troppi.
«Non sanno che sono lordi. Al netto mi restano 800 euro al mese. Una cifra simbolica. Un rimborso spese».
Hoara Borselli, 34 anni, showgirl, vincitrice della prima edizione di Ballando con le stelle, presentatrice degli Oscar tv (Raiuno), sposata, una bimba di 18 mesi, Margot, è la nuova consulente della Difesa.

Non per competenze militari.
«Per i grandi eventi legati ai 150 dell'Unità d'Italia. Farò il mio mestiere. Non vedo lo scandalo».

Un contratto che dà nell'occhio.
«Guardi che dura per il solo 2011. Condurrò un evento al mese. Ho cominciato il 17 marzo, a piazza del Popolo. Ci vuole comunque uno che presenti. Dati i cachet normali, con 16 mila euro ce ne pagavano al massimo due».

Hanno risparmiato.
«Sono amica di Ignazio La Russa da 13 anni, me lo fece conoscere il mio ex fidanzato Walter Zenga. Quando me l'hanno chiesto ho detto: vengo gratis. Mi hanno spiegato che non era possibile, bisognava ufficializzare».

Gratitudine da ministro interista. Diranno che è la sua raccomandata, lo sa?
«Lo so e non c'è problema, ho spalle larghe».

Ha fatto un ripasso veloce del Risorgimento?
«Mi sono documentata».


Il nome Hoara da dove arriva?
«Mamma non l'ha mai spiegato. Disse di averlo letto in un libro. No, non Via col vento... Mia sorella poi si chiama Herula».


Giovanna Cavalli
02 aprile 2011




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Cade la bufala di Concita: Silvio mai indagato

di Enrico Lagattolla


Una nota ufficiale del Montenegro smonta lo scoop del quotidiano della De Gregorio: "Nessun fascicolo sul premier". Sui presunti nuovi guai del Cavaliere il Pd aveva persino presentato una interrogazione



Genesi di un cortocir­cuito. Inizia l’Unità, il quoti­diano diretto da Concita De Gregorio. Il 17 febbraio l’edi­zione on- line titola: «Berlusco­ni, guai dal Montenegro». At­tacco dell’articolo: «Un’altra tegola si abbatte sul premier. Stavolta i guai arrivano dal Montenegro.Il partito d’oppo­sizione Pzp ha sporto denun­cia presso la Corte Suprema di Podgorica contro l’ex primo ministro Milo Djukanovic e il premier italiano Silvio Berlu­sconi per “aver inflitto danni incommensurabili al settore energetico del Montenegro e provocando danni enormi al popolo montenegrino con ac­cordi segreti”». Tempo 24 ore, la notizia rimbalza in internet, ripresa sempre uguale a se stessa da decine di siti web e blog, ma in due varianti. La pri­ma, dubitativa.

«Berlusconi in­dagato in Montenegro? ». Pun­to di domanda, palo e fuori. La seconda, più drastica. «Berlu­sconi indagato in Montene­gro ». Senza punto di doman­da, gol. Mica tanto. Perché c’è una carta - che il Giornale è in grado di pubblicare - che smonta la notizia. La doman­da è: ma i magistrati montene­grini stanno indagando o no sul Cavaliere? La risposta è in una comunicazione ufficiale tra le diplomazie di Roma e Po­dgorica. E la risposta è: «no». Ecco come è andata. Il pri­mo marzo di quest’anno, il mi­nistero degli Affari esteri e del­l’integrazione europea del Montenegro riceve dalla Far­nesina - tramite l’ambasciata italiana a Podgorica - la «nota verbale numero 237/10102», nella quale si chiedono chiari­menti in merito alla presunta indagine che avrebbe riguar­dato Berlusconi.

La replica la­scia spazio a pochi dubbi. «Il ministero della Giustizia- scri­vono i funzionari della repub­blica balcanica - ha informato che la procura di Stato del Montenegro, dipartimento per la lotta contro la criminali­tà organizzata, corruzione, ter­rorismo e crimini di guerra, non ha dato corso a nessun procedimento penale a carico del presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi e altre persone contro le quali il Partito per il cambiamento (Pzp) aveva presentato denun­cia penale per diversi reati di corruzione». Fine del dispac­cio. Eppure, qualche settimana fa, la vicenda era finita anche in Parlamento.

È l’11 marzo. Alle 19.15 esce un’ Ansa che rende conto dell’interrogazio­ne parlamentare di due sena­tori del Pd- Roberto Della Seta e Francesco Ferrante - , secon­do i quali «è inquietante con­statare quanti rapporti il pre­mier Berlusconi intrattenga con dittatori e autocrati. Fil rouge di queste frequentazio­ni è il settore energetico e for­se gli affari privati. A questa ra­gnatela di rapporti si è aggiun­ta recentemente la notizia che la Procura di Podgorica stia per indagare su Silvio Berlu­sconi ». Poco più di un’ora do­po, alle 20.22, esce un altro take della stessa agenzia. Sette righe per informare che «Fon­ti di governo, dopo aver effet­tuato verifiche attraverso ca­nali diplomatici, riferiscono che la procura generale del Montenegro ha negato che il presidente del Consiglio Sil­vio Berlusconi sia indagato, ad alcun titolo».

Ora, però, lo dicono i documenti. Ma cosa ha denunciato il Pzp? Per il partito di opposizio­ne, Berlusconi e Djukanovic avrebbero causato perdite al­la giovane repubblica balcani­ca per centinaia di milioni di euro nel corso della parziale privatizzazione di due società elettriche, la Epcg e la Cges, en­trambe partecipate da impre­se italiane: la milanese A2a (che ha acquisito oltre il 40% di Epcg), e Terna Rete Elettri­ca ( con il 22% di Cges). Obietti­vi: aumento delle tariffe del 78% a partire da aprile di que­st’anno e creazione di un «pia­no per la lobby dell’energia in Italia per controllare il settore energetico del Montenegro».

Ebbene, la procura di Podgori­ca non sembra intenzionata a dare seguito a questa denun­cia. Ma se sull’altra sponda del­l’Adriatico si chiude un capito­lo (in realtà, mai aperto) sul premier, l’inchiesta sul Ruby­gate si arricchisce di nuovi ele­menti. E a cinque giorni dalla prima udienza che vede Berlu­s­coni imputato per concussio­ne e prostituzione minorile, la Procura ha depositato gli esiti di nuove indagini su tabulati telefonici (con verifiche sulle utenze di Noemi Letizia, Aida Yespica, Belen Rodriguez e Barbara D’Urso) e accerta­menti bancari. Risultato: una decina di ragazze avrebbero preso parte alle notti di Arcore oltre alle 33 già individuate dai pm nei mesi scorsi, e il nu­mero delle feste incriminate sarebbe superiore a quanto sin qui accertato. Il processo di Milano è alle porte. Podgori­ca è lontana.




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La sinistra si schiera con la Guzzanti truffata, ma se fosse stata di destra...

di Massimiliano Parente


Non c'è bisogno di tutti questi veteroalibi: uno di sinistra oggi può giocare anche in Borsa, l'importante è curare l'abbigliamento 



È una figata essere di sinistra og­gi perché anche il tuo conto corren­te diventa bellissimo e di sinistra. Non è più come una volta, quando se eri di sinistra doveva sembrare che lavorassi per volontariato, altri­menti non si riusciva a distinguere uno di sinistra da un venduto di de­stra, le cose stanno cambiando. In­fatti Marco Travaglio subito difende Sabina Guzzanti ( nella foto ): e che, una di sinistra non può neppure es­sere famosa e ricca? Una di sinistra ha dei soldi e li investe e viene truffa­ta, cosa c’è di male? Niente, figuria­moci.

In effetti, a parità di 740, non è che la vita quotidiana di uno sinistra og­gi­differisca tanto dalla vita quotidia­na di uno non di sinistra, è come la morale cattolica quando si tratta di scopare, a letto siamo tutti uguali, ba­sta non dirlo o fare la morale ai letti altrui. Certo, se quei quattrocento­mila euro della compagna Sabina fossero stati non dico di Berlusconi ma di Barbara D’Urso o di Bruno Ve­spa o di Maurizio Belpietro, come minimo avrebbero commentato che così imparano a investire in so­cietà poco pulite, questi avidi, come massimo da truffati l’inquisitore Tra­vaglio li avrebbe additati come com­plici.

Certo, lo stesso Travaglio da qualche parte i suoi soldi li investirà, anche perché vivendo in un paese capitalista lui è uno che vende e giu­stamente si fa pagare bene, e non credo li spenda tutti in quelle giac­chette striminzite che però, ho capi­to, sono strategiche, fanno parte del business e di quanto resta della sini­stra culturale: il look striminzito. In­fatti lo scrive Alessandro Piperno sul Corriere della Sera : «Immaginate se Roberto Saviano si presentasse in tv abbronzato, con un gessato grigio, scarpe Alden e una cravatta di Mari­nella. L’opera di Saviano è consu­stanziale al suo aspetto di Cristo pa­soliniano ». È il motivo per cui Benigni, se ci fosse stato biso­gno, quando in Rai si discuteva di cachet, si offrì di andare a prende­re Abbado in bici­cletta, perché in Mercedes con i ve­tri oscurati non era una bella im­magine di sini­stra.

È il motivo per cui Beppe Gril­lo è sempre suda­ticcio e trasanda­to e la Guzzanti, a essere fiscali, non dovrebbe investire i soldi perché non è consustanziale, e se li investe non si dovrebbe mai sapere. Mia mamma, per esempio, è rimasta al­l’antica, quando vado in televisione mi dice ancora invano di vestirmi be­ne e non andare sempre in jeans e Nike «come uno straccione», non ha capito che anche io voglio essere consustaziale. È come quando si discuteva sui quarantamila euro a puntata di Sa­viano, lui disse che «essere pagati è la garanzia di far bene il proprio lavo­ro », era un ragionamento consu­stanziale, bisognerebbe spiegarlo a un operaio iscritto alla Fiom che per meno di quarantamila euro non si deve muovere un dito, altro che ac­cettare le regole di Marchionne.

Co­sì Sabina Guzzanti, ingenua, subito a giustificarsi: ho solo investito qual­che soldo per la pensione, per l’assi­stenza sanitaria, per quando sarò vecchia e malata, in Italia la sanità pubblica non funziona. Mi ha fatto tenerezza, mi ha fatto venire voglia di farle un bonifico, e meno male è intervenuto Trava­glio per spiegarle come funziona l’immagine di sini­stra moderna. Insomma, non c’è nessun biso­gno di tutti questi veteroalibi: uno di sinistra oggi può giocare anche in Borsa, l’importan­te è curare l’abbi­gliamento, e a pen­sarci credo che Sa­viano e Travaglio abbiano la stessa taglia e lo stesso sarto oppure si scambino le giacchette striminzite, per far vedere di risparmiare. L’abi­to è l’ultimo tabù, caduto quello an­che D’Alema potrà dire: «Sì, è una sciarpa di cachemire, e allora?». Or­mai se sei di sinistra diventa un valo­re perfino il reddito da audience, al­tro valore di mercato.

Ci fu una pun­tata di Annozero dove Gianluigi Pa­ragone, il filocapitalista, dichiarò di incassare dalla Rai mille euro lordi a puntata, contro i settecentomila al­l’anno di Santoro, l’anticapitalista. Santoro non fece in tempo a rispon­dere «mille euro per te mi sembrano già tanti» che intervenne Concita De Gregorio, sdoganatrice dello smalto rosso e dei tacchi alti, per rimprove­rare a Paragone di non fare ascolto, e quindi che se ne stesse zitto, questo pezzente non consustanziale.




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Maroni accoglie i profughi ma ora le Regioni rosse decidono di scaricarli

di Maurizio Caverzan


Sul capitolo immigrati è andata in scena la seconda puntata del mondo alla rovescia. La Lega e Bossi aprono le braccia agli immigrati? Vendola, Errani, Chiamparino e altri accendono il semaforo. Rosso ovviamente



Fosse accaduto il contrario, apriti cielo. E, soprattutto, chiudi­ti dialogo. Se, in prima fila contro le tendopoli che dovrebbero ospi­tare gli immigrati in fuga dal Nor­dafrica, anziché Vendola e Chiamparino ci fossero Tosi e Co­ta, provate a pensare che cosa sa­rebbe successo. Dagli ai razzisti. Ecco i soliti leghisti xenofobi. Ec­co i liberali egoisti, incapaci di so­lidarietà. Invece no, viviamo in pieno ribaltone. Politico, cultura­le e sociale. Una situazione inedi­ta, un capovolgimento imprevi­sto. Come se Travaglio criticasse un magistrato. Se Fabrizio Coro­na rispettasse i limiti di velocità.

Se Fini tenesse fede alla parola da­ta. «Nessuno può tirarsi fuori da questa emergenza», è sbottato l’altro giorno Roberto Maroni ( nella foto ) di fronte alle rigidezze delle Regioni. «Gli atteggiamenti di rifiuto che sorgono ovunque si individui un luogo per i clandesti­ni non possono essere giustifica­ti ». Niente da fare. I più contrari all’accoglienza di tunisini e libici sono sindaci e governatori demo­cratici. O anche quelli come For­migoni dai quali, per il loro retro­terra culturale, ti aspetteresti un pizzico di magnanimità in più. Tutto sbagliato, tutto capovolto. La Lega e Bossi aprono le braccia agli immigrati? Vendola accende il semaforo. Rosso, ovviamente. Del resto, è già da qualche setti­mana che i punti cardinali della nostra politichetta hanno perso la bussola. Prendiamo la crisi con la Libia.

A sinistra c’erano una vol­ta pacifismo e bandiere arcobale­no. Ora i guerrafondai sono nel Pd. Invece di esibire la testa orna­ta dall’ulivo della pace, Veltroni e Franceschini marciano impettiti col giubbetto antiproiettile. Nel centrodestra invece, dalla Lega al premier, c’è un’aria vagamente amletica. Strisciano dubbi e per­plessità: siamo sicuri che le ma­niere forti siano le più efficaci per disinnescare Gheddafi? Non è meglio seguire la strada della di­plomazia? Ieri, sul capito­lo immigrati, è andata in scena la seconda pun­tata del mondo alla rovescia. Do­po la riunione della «cabina di regia» tra rappre­sentanti del go­verno e degli en­ti locali, si è capi­to subito che il film era venuto male. Anzi, che forse bisognerà riscrivere la sce­neggiatura da ca­po (ci si rivede martedì, dopo la missione in Tunisia di Berlusco­ni).

E appena usciti dal set, perso­naggi e interpreti hanno motiva­to i loro niet . Vasco Errani, capo della Conferenza delle Regioni e numero uno dell’Emilia Roma­gna: «No a situazioni di ingestibili­t­à per quanto riguarda l’emergen­za umanitaria che stiamo affron­tando ». Vendola: «È necessario evitare la concentrazione degli immigrati in pochi luoghi come ad esempio le tendopoli». Chiam­parino: «Bisogna capire se si trat­ta di persone che vengono consi­derate rifugiati oppure clandesti­ni ». Laura Boldrini (portavoce dell’Onu per i rifugiati), solita­mente buonista: «Esistono i mi­granti irregolari e i richiedenti asi­lo. Occorre fare chiarezza anche nel linguaggio». Insomma, un groviglio di condizioni. Di se e di ma che non t’aspetti, proprio dai teorici della tolleranza, dagli ideo­­logi della fraternité . Quando la cri­si è vicina, anzi è in casa, devi mo­strare le carte.

E se bluffavi è un guaio. Sembra sia proprio questo il caso. Perché non puoi ripetere ai quattro venti di amare l’umanità intera e metterti a fare calcoli quan­d­o c’è da fare qual­cosa di concreto per un suo rappre­sentante che è qui davanti. Eppure, il piano approntato dal go­verno sembrava chiaro. Evacua­re Lampedusa, trasferendo i mi­granti nelle tendopoli distribuite sul territorio nazionale. Da lì, una volta proceduto all’identificazio­ne, effettuare i rimpatri dei clan­destini e accogliere profughi e ri­chiedenti asilo. Tutto bene? Nos­signore. Presto si vota in tante città im­portanti. Chissà come reagirebbe­ro gli elettori. Così l’emergenza umanitaria può attendere, ripas­si dopo le elezioni.




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Furbetti delle pensioni, basta, non ci sono alibi

di Nicola Porro


Sei riforme in vent’anni non sono bastate. Così si rischia un Paese spaccato in due sulla previdenza e sul lavoro


Con oggi sono tre giorni, che grazie a Mario Giordano parliamo dei furbetti delle pensioni. La lista è lunga e la continueremo a compilare. Dopo sei riforme in venti anni, occorre farne un’ulteriore che renda il sistema più equo e che corregga alcune macroscopiche storture che arrivano dal passato. Quello delle pensioni è uno scandalo per tre motivi principali.
1. Alcuni privilegiati si beccano assegni da nababbi, sostanzialmente a spalle della collettività.
2. Circa la metà dei pensionati italiani (che sono 18 milioni) deve invece fare i conti con pensioni inferiori ai 500 euro.
3. L’Italia (dati Ruef del 2010) spende per la previdenza il 15,4 per cento della ricchezza che produce e incassa il 14 per cento. Insomma ballano una ventina di miliardi di euro, che ogni anno si coprono grazie ad imposte sulla collettività.

Il gioco degli stipendi e delle pensioni da milionari ha un alto grado di demagogia. L’invidia sociale è una brutta bestia: chi si merita molti quattrini per le proprie doti è giusto che li ottenga. Ma il tema delle pensioni è diverso. E conviene ridurlo alla sua essenzialità. Come ormai è stabilito per le nuove generazioni, la pensione è semplicemente il corrispettivo di ciò che ogni lavoratore ha risparmiato (pubblicamente) durante la sua vita professionale. Ogni anno accumulo tot e alla fine della mia carriera percepisco i quattrini rivalutati, per la mia vecchiaia. Proprio per rendere il trattamento più generoso (si fa per dire) è necessario allungare gli anni lavorativi, di modo che si possano accumulare più contributi e rendere l’assegno pensionistico più simile allo stipendio. Bene: questa banalità vale per tutti, tranne che per i pensionati di oggi.

Amato, Di Pietro, Prodi, ma anche il privatissimo manager Mauro Sentinelli, si portano invece a casa assegni che nulla o poco hanno a che vedere con la loro contribuzione. Pensate un po’ voi, per fare l’esempio più clamoroso: il Parlamento ogni anno paga 220 milioni di euro in pensioni e ne incassa 15 come contributi. Secondo voi chi ci mette la differenza? Ovviamente i contribuenti italiani, con le loro imposte. Il caso dei politici è quello più eclatante: sono pochi e si prendono molto. Ma il discorso vale per numerose categorie privilegiate che hanno goduto di trattamenti pensionistici in deroga sia in termini di contributi sia di regole normative.

Tra qualche anno ci troveremo nell’imbarazzante situazione di avere due Italie anche nel mondo pensionistico. Oggi già esistono nel lavoro: da una parte i protetti e dall’altra gli invisibili. La stessa situazione si creerà per la previdenza. Da una parte i vecchi pensionati e dall’altra i nuovi. Questi ultimi, dopo aver sopportato per tutta la loro vita lavorativa i costi delle vecchie pensioni, si vedranno riconosciuti assegni ridicoli. Cornuti e mazziati.

Il segreto è l’opacità. La materia pensionistica è una bomba a scoppio ritardato e il cui libretto di istruzioni è scritto in aramaico. È difficile rendersi conto di quanto ci sta avvenendo: è impossibile sapere cosa avverrà tra 20-30 anni. I cosiddetti parasubordinati sono i paria del nostro mondo lavorativo. Ma sono anche numerosi: quasi 2 milioni. Pagano contributi da favola, incassano stipendi a singhiozzo e sono, con tutta probabilità, destinati ad assegni pensionistici da incubo.

Certo, grazie ai loro contributi si fa finta di mettere in ordine l’ultima riga dei conti. Ma è una finzione appunto.
Il governo ha già fatto una miniriforma che darà i suoi buoni frutti. Mini, perché è passata inosservata. E buona perché allunga surrettiziamente (senza grandi manifestazioni di piazza) l’età in cui si andrà in pensione legandola al cresciuta aspettativa di vita. Ma, si tratta ovviamente di un pio desiderio, dovrebbe avere il coraggio di fare di più e rompere il tabù dei diritti acquisiti. Mettiamola così: non si può pensare che un diritto di oggi, anche se derivante da un furto di ieri, sia intoccabile. Non si può tagliare e giustamente in tutti i settori e dimenticare che un euro ogni tre di spesa pubblica se ne va in pensioni.

Si deve mettere ordine nella giungla dei privilegi del passato e tagliare senza indugio. In molti casi, in troppi casi, gli assegni pensionistici non sono il frutto del proprio lavoro, ma il risultato del proprio status passato. Quando si dice che si toglie il futuro ai giovani, di questo si dovrebbe parlare. E non delle balle assistenzialiste, tutte volte a pagare qualche stipendio in più.




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Spuntano altri baby pensionati Di Pietro, Granata, Orlando...

di Mario Giordano


Continua il ciclone sulle pensioni-scandalo e Prodi dopo la smentita balbetta: "E' vero, ne ho tre". Da Marrazzo al futurista Granata: ecco la casta di chi ha iniziato presto a vivere "di rendita". Orlando somma due vitalizi: da parlamentare e da consigliere regionale...Scalfaro porta a casa 15 mila euro al mese


Qualche anno fa scrisse su Oggi , che bisogna «disboscare il sistema previden­ziale di tutte le rendite parassitarie e esa­gerate ». E chissà se fra le rendite parassi­tarie ed esagerate considerava anche quella di chi va in pensione a solo 44 an­ni, prende circa 2mila euro al mese e poi cumula quell’assegno con uno stipendio da parlamentare. Perché se fosse così Antonio Di Pietro,l’eroe di Mani pulite, il moralizzatore d’Italia,l’uomo che tuona con­tro ogni privilegio, dovrebbe cominciare a disboscare la sua, di rendita. In effetti: che c’azzecca , per dirla in diepietre­se, un 44enne con la pensione?

Eppure eccolo lì: 1 settembre 1995, decorrenza originaria, numero iscrizione 03167..., co­dice fiscale DPTNTN50etc, il cedolino «in carico alla provin­cia di Bergamo » che ogni mese fa transitare sul conto corrente dell’onorevole Di Pietro la pen­sione da magistrato: 2.644,57 euro lordi al mese, 1956 euro netti. Che forse non saranno molti, ma sono sempre quasi cinque volte più della minima. E che si vanno a cumulare sen­za alcuna decurtazione al ricco stipendio da parlamentare. Non male per chi passa le sue giornate a tuonare contro i pri­vilegi altrui, non è vero?
La coerenza per l’uomo ve­nuto da Montenero di Bisaccia è sempre stato un optional, un po’ come la grammatica.E così succede che l’uomo che tuona contro le rendite della casta, il moralizzatore d’Italia,il censo­re di ogni malcostume, ebbe­ne, proprio lui, è andato in pen­sione a 44 anni. E oggi, che è ap­pena sessantenne, può vantar­si ( ah, la moralizzazione!) di ri­cevere un vitalizio previdenzia­le dal 1995, cioè da 15 anni, cioè da quando c’era ancora la Jugoslavia e Toto Cutugno a Sanremo cantava «Voglio an­dare a vivere in campagna».

Se la sua esistenza dovesse durare quanto quella media di un italiano (lunga vita!), finirà per incassare il vitalizio alme­no per altri 20 anni. E dunque è evidente che il magistrato Di Pietro ha versato all’ente previ­denziale solo una minima par­te di quello che il pensionato Di Pietro dall’ente previdenzia­le ha preso e prenderà. È così che nascono i buchi nei conti, ma che importa? «Tanto alla fi­ne è sempre il cittadino che pa­ga ». Lo sapete di chi sono que­ste parole? Di Tonino, natural­mente. Un moralizzatore baby pensionato. Un uomo sempre molto attento ai valori. Così at­tento che ha cominciato a in­cassarli già a 44 anni...


La moglie di Bossi? In pen­sione a 39 anni.
Del resto quel­lo dei baby pensionati in Italia è un vero esercito, all’interno del quale si nascondono molte sorprese. Per esempio Manue­la Marrone, la moglie di Bossi, che oggi ha 57 anni, prende la pensione dal 1º settembre 1992, cioè da quando ne aveva 39. L’assegno non è molto so­stanzioso (766,37 euro), ma lo riceve regolarmente da 18 anni e mezzo: non male per la com­pagna di vita dell’uomo che ha dichiarato guerra a tutti gli spre­chi, no?

Il banchiere d’oro:in pen­sione a 44 anni (prende 18mila euro).
Assai più ricco l’assegno del professor Rainer Stefano Masera, oggi preside della facoltà di economia del­l’Università Marconi di Roma. Nel ’95 come ministro del Bi­lancio nel governo Dini, quello del ribaltone, partecipò alla ri­forma che ha reso più severe le norme per i pensionati: severi­tà di cui, per altro, non si trova traccia nell’assegno che l’Inps versa ogni mese al super baby pensionato Masera: 18.413 eu­ro lordi al mese. Ma il fatto sin­golare è che il professor Mase­ra, che oggi ha 66 anni, prende il vitalizio da quando ne aveva 44,cioè da 22 anni:correva l’an­no 1988, il Muro di Berlino era ancora in piedi, Massimo Ra­nieri vinceva il festival di Sanre­mo. E Masera, dal canto suo, la­sciava la Banca d’Italia per as­sumere una serie infinita di al­tri incarichi privati e pubblici (ministero compreso). Del re­sto uno che ha 44 anni può mi­ca fare il pensionato anche se ha una pensione che arriva a 18mila euro al mese?

Marrazzo in pensione a 52 anni. Deve accontentarsi di una cifra inferiore, invece Piero Marrazzo: solo 2000 euro al me­se. Che ci volete fare? Troppo breve la sua permanenza in Re­gione, causa transessuali e coca­ina. Ricordate? Dopo le dimis­sioni da governatore, Marrazzo è tornato a fare quello che face­va prima di diventare governa­tore del Lazio: il giornalista in Rai. Ma appena timbrato il car­tellino di viale Mazzini, come al­­tri trenta ex consiglieri laziali, ha presentato apposita domanda per ottenere il vitalizio che gli spetta per legge. Si badi bene: Marrazzo ha appena 52 anni.

I baby pensionati Fabio Gra­nata e Leoluca Orlando. An­cor meglio è riuscito a fare la nuova stella del moralismo un tanto al chilo, il pasdaran dei fi­niani Fabio Granata, l’uomo che sventola la bandiera del fu­turo ma nel fr­attempo si crogio­la nei privilegi del passato: infat­ti è st­ato uno degli ultimi politi­ci viventi a poter andare in pen­sione a 50 anni.
E che ha subito unito il baby vitalizio (8.000 eu­ro) al maxistipendio da onore­vole, oltre che a qualche altro gettone, come quello di vice­presidente di un ente regiona­le ( Cinesicilia srl). Fabio Grana­ta, come l’ex sindaco di Paler­mo, esponente di spicco del­­l’Idv, Leoluca Orlando, figura nell’elenco di 13 fortunati, ex consiglieri regionali che som­mano la pensione da ex consi­glieri regionali all’indennità parlamentare, un privilegio che non è previsto in nessun al­tro posto del mondo e che ha suscitato l’indignazione anche del medesimo presidente del­l’Assemblea siciliana, France­sco Cascio: «Come possiamo chiedere sacrifici ai cittadini se poi lasciamo passare simili sciali?»,si è chiesto.Nessuna ri­sposta, naturalmente.

Frisullo e i baby pensionati pugliesi. Vi ricordate Sandro Frisullo, l’ex vicepresidente della Regione Puglia indagato e arrestato nello scandalo della sanità? Ebbene: riceve regolar­mente la baby pensione. A 55 anni prende 10.071 euro lordi al mese (circa 7mila netti) e li prenderà per il resto della sua vita in virtù di 15 anni passati in Regione. Quindici anni di con­­tributi, 10mila euro al mese: non male no? Sono 19 i consi­glieri pugliesi che dopo le ele­zioni regionali della primavera 2010 hanno usufruito della via agevolata alla previdenza: eb­bene solo 3 di loro hanno 65 an­ni, 9 ne hanno meno di 59, uno addirittura ne ha 52. Gli asse­gni vanno dai 4mila ai 10mila euro al mese. Nel luglio 2010 la Regione Puglia, fra l’altro, ha aumentato i vitalizi a tutti gli ex consiglieri a riposo (152): la spesa è stata piuttosto rilevan­te, 2 milioni e 600mila euro. Ed è stata finanziata tagliando i sol­di destinati agli studenti.

A 47 anni con 10.980 euro al mese. A volte si pensa che le ba­by pensioni d’oro siano un re­taggio del passato. O che riguar­dino solo gli onorevoli. Mac­ché: nel luglio 2009 il funziona­rio della Regione Sicilia, Pier Carmelo Russo, è andato in pensione con un assegno men­sile pari a 10.980 euro lordi, pa­ri a 6.462 netti. Questo accade in virtù di una legge siciliana per cui con appena 25 anni di contributi (uomini) o 20 (don­ne) si può avere diritto al vitali­zio, se si ha un malato da accu­dire. E chi non ha un padre che dev’essere accompagnato in ospedale? Chi non ha una zia che necessita assistenza? In ef­fetti: fra il 2003 e il 2010 le baby pensioni concesse grazie a que­s­ta leggina sono state oltre mil­le. Età media delle persone a ri­poso: 53 anni. Chi non aveva un malato a disposizione,se l’è inventato come una donna ge­niale che si è fatta adottare da un’anziana non autosufficien­te. E così zac, appena adottata, ha presentato richiesta per an­dare in pensione. Esattamente come ha fatto il 47enne funzio­nario Pier Carmelo Russo: «De­vo accudire mio padre», ha di­chiarato con una lettera strap­palacrime. Subito dopo s’è fat­ta nominare assessore, aggiun­gendo così alla baby pensione (10.980 euro al mese) un’in­dennità da 300mila euro. E la­sciando tutti con un dubbio: ora che lui fa l’assessore, il po­vero babbo chi lo cura?




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Sam e Ren, gli inarrestabili gemellini: YouTube travolto dal “ta-ta-ta-ta-ta”

Il Messaggero


di Anna Guaita

NEW YORK - Quasi dieci milioni di surfer l’hanno già visto, e promette di diventare un mega-record. Il video dei due gemellini che ”dialogano” in una loro lingua incomprensibile è l’ultimo fenomeno del web.

Impossibile resistere a questi due bimbetti, Sam e Ren, ancora avvolti nei loro pannoloni, che sembrano immersi in un’animata conversazione circa (sembrerebbe) un calzino mancante. Le risate, i gesti, le pause, l’intercalare, tutto fa pensare che i due si capiscano. Ma se fate attenzione, non dicono altro che ”ta-ta-ta-ta-ta”.

Segnalato dal sito americano Huffington Post, il video ha subito conquistato anche il pubblico tv, e poco dopo è finito nelle grinfie di chi si è divertito a inserire una vera conversazione. Qui negli Usa in alcuni ”rifacimenti” i due bambini discutono del bilancio e fingono di essere un democratico e un repubblicano in lite sui tagli da apportare alla spesa pubblica. Ma la scena si presta a essere ”reinterpretata” facilmente in ogni paese e con argomenti di ogni genere.

Al ritmo di popolarità con cui i due gemellini di Brooklyn marciano sulla rete c’è da chiedersi se finiranno per insidiare il record di ”Evolution of Dance”, il video del comico Judson Laipply, che in cinque anni ha raccolto oltre 168 milioni di visitatori.








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Priebke, la rabbia di Pacifici: «Ora basta derisioni, intervengano le istituzioni»

La Stampa


Protesta dopo la foto dell'ex gerarca nazista al ristorante. Alemanno: ripristinare legalità. Zingaretti: niente benefici







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Olgiata, il domestico ha confessato: «Volevo togliermi il peso da vent'anni»

Corriere della sera

E' dunque il domestico il colpevole dell'omicidio della contessa Filo della Torre avvenuto nel '91. Pm chiede giudizio immediato. La difesa solleciterà rito abbreviato


ROMA - «Mi volevo togliere un peso che portavo dentro di me da 20 anni: sono stato io ad uccidere la contessa Alberica». Questa la confessione di Manuel Winston Reves che, tra le lacrime, ha ammesso davanti al pm e al tenente colonnello Bruno Bellini del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma di aver ucciso il 10 luglio 1991 la contessa Alberica Filo della Torre,. Il gip ne ha disposto la custodia cautelare in carcere. Dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto a Regina Coeli, Winston Manuel Reves, ha chiesto di parlare nuovamente con il gip ed è arrivata la confessione. Dunque il domestico resta a Regina Coeli. E dopo vent'anni sembra chiudersi uno dei misteri di cronaca nera che sembrava destinato a non avere una conclusione. Il pm Francesca Loy chiederà il giudizio immediato per Reves. Il ricorso al rito alternativo a quello ordinario, che gli inquirenti utilizzano di fronte ad un'evidenza della prova, consente di saltare l'udienza preliminare. I difensori del filippino, Mattia Lamarra, Andrea Guidi e Flaminia Caldani, dal canto loro, quasi certamente solleciteranno il processo con il rito abbreviato, che consente all'imputato di beneficiare di un terzo di sconto della pena.
Il marito Pietro Mattei ha commentato: «Giustizia è fatta».

Delitto dell'Olgiata, i protagonisti

LA CONFESSIONE - In lacrime, preoccupato di chiedere scusa «al marito e ai figli della contessa, ma anche a tutti gli italiani», Manuel Winston Reves ha raccontato, dopo vent'anni, la verità sempre negata. «Sono stato io, sono stato io ad uccidere la contessa . Io avevo bisogno di lavorare - si è sfogato con il magistrato, spiegando il movente del delitto -, dovevo lavorare, ero stato cacciato e avevo bisogno di soldi. Non c'entrano niente i gioielli della contessa. Io non ho rubato nulla». Quella mattina del 10 luglio del '91, Reves si presentò alla villa dell'Olgiata per parlare con Alberica Filo Della Torre: «Per farmi coraggio - ha spiegato - avevo bevuto un bicchiere di whisky. Ricordo che passai dal garage e la vidi in casa. Andammo in camera da letto dove ci fu una discussione. Di quel giorno non ricordo molto altro, se non che presi uno zoccolo. Scappai passando da una porta finestra e attraversando il tetto». Reves ha anche detto al magistrato che si aspettava di finire in arresto il giorno dopo. Ma il peso del delitto lo ha sempre accompagnato: «Ho chiamato mia figlia con il nome di Alberica per espiare la colpa - ha rivelato il filippino -. A mia moglie raccontai del delitto, ma lei non mi ha mai creduto. Adesso sono pronto a scontare la pena, è giusto che lo faccia, voglio cominciare ad avere una vita normale». L’uomo ha ripetuto di essere «sinceramente pentito» di quello che ha fatto e di sentirsi ora «liberato». «Ogni volta che sentivo parlare della contessa mi prendeva l'angoscia», ha aggiunto il filippino spiegando le ragioni della sua confessione.


IN CARCERE - Incastrato dall'esame del Dna e per questo arrestato il 29 marzo, durante le sue prime ore in carcere, Reves ha chiesto una Bibbia ed ha passato molte ore a pregare. Dopo 20 anni, delitto che sconvolse Roma nell'estate del '91 e che fino ad ora è rimasto senza soluzione. Il filippino oggi 41enne, venti anni fa lavorava nella villa della contessa all'Olgiata, zona residenziale alle porte di Roma. L'uomo è accusato di omicidio volontario.

L'INTERROGATORIO - I difensori del domestico sono gli avvocati Andrea Guidi, Flaminia Caldani e Mattia La Marra che alla fien dell'interrogatorio hanno confermato la confessione. Nel documento firmato dal pubblico ministero Maria Francesca Loy si riportano le «recenti risultanze investigative» e si evidenzia che «sul lenzuolo trovato attorno al collo della vittima» è stata rinvenuta «una macchia di sangue riconducibile a Manuel» e il profilo del dna è «appartiene con certezza» al filippino. Ma non c'è solo questo elemento a carico di Winston.

GRAVI INDIZI - I «gravi indizi di colpevolezza» si fondano anche sulle dichiarazioni rese all'epoca dei fatti, tra il luglio e il novembre del '91, da sei diversi testimoni che parlarono del rapporto difficile tra Winston e la nobildonna. In particolare Remedios Ancheta, domestica che venne assunta nell'aprile del 1991, nel corso di sommarie informazioni del 14 luglio del 1991 disse di essere a conoscenza del fatto che Winston chiese dei prestiti e che lavorò nella villa fino a metà giugno. Pietro Mattei, marito della contessa, raccontò che Winston «dormiva in casa e per questo conosceva la combinazione della porta di accesso del garage ed aveva le chiavi del cancello della villa». Nel decreto di fermo viene citata anche una donna spagnola, Maria Luisa Occhi Ortega, che spiegò che la contessa licenziò il filippino «perché gli chiedeva sempre anticipi». Cristina Gismondi, che faceva la massaggiatrice, raccontò che «Alberica si lamentava con lei di lui, perché non rispettava gli impegni assunti» mentre una amica della contessa, Anita Masotti, disse che Winston fu allontanato perché «beveva, non gli piaceva e non gli dava alcuna fiducia». Il quadro è completato dalla testimonianza di una baby sitter, l'inglese Melanine Uniacke, ascoltata a poche ore dal delitto, che riferendosi al filippino affermò che si trattava «di una persona di cui la contessa si lamentava per la scarsa attitudine al lavoro». La ragazza «non assistette mai a richieste di denaro pur sapendo che l'uomo lavorava in villa per ripianare un debito con la contessa».

IL MARITO - «Giustizia è fatta». Pietro Mattei, vedovo della contessa Alberica Filo Della Torre, ha pronunciato queste parole alla notizia della confessione del filippino. «È una rivincita per me e per la mia famiglia: i miei figli Manfredi e Domitilla». «È una rivincita nei confronti di chi - spiega tramite il suo legale Giuseppe Marazzita - per 20 anni ha lanciato sospetti e veleni nei miei confronti. È una rivincita nei confronti della Procura di Roma che dal 2007 al 2009 di fatto non ha concluso nulla scegliendo dei periti non adeguati. È una rivincita perchè nel 2009 ci siamo opposti alla terza richiesta d'archiviazione presentata dalla Procura di Roma. È una rivincita per la mia famiglia perchè i miei figli Manfredi e Domitilla che hanno avuto la conferma che la madre non era quel personaggio losco descritto da chi lanciava veleni. Era solo un domestico ladro diventato assassino». Dal canto suo, Giuseppe Marazzita ricorda che «la richiesta di riapertura delle indagini era stata avanzata nel 2007. Allora si disse che nel lenzuolo c'erano solo tracce della vittima. Non era così». Quanto alla ricostruzione fornita ai pm dal filippino nella confessione, Marazzita dice: «che fosse tornato a casa della Filo Della Torre solo per riavere il lavoro mi pare poco credibile. Va ricordato che da quella casa sparì un collier molto prezioso». E c'è un ulteriore particolare che riaffiora dall'attività passata del filippino che prestò il suo lavoro di domestico in case di persone molto note come quella di Montezemolo. «Subito dopo il delitto dell'Olgiata - ricorda l'avvocato Marazzita - l'allora legale di Winston raccontò che Montezemolo ebbe modo di esprimere qualche dubbio sul filippino che poi tenne a servizio dopo avere ricevuto rassicurazioni». Giovedì pomeriggio Pietro Mattei si era è recato in Procura con il suo avvocato dove era stato ascoltato per circa un'ora e mezz come persona informata sui fatti. Mattei, che era stato già ascoltato dopo la sua richiesta di riaprire le indagini, avrebbe ricostruito con gli inquirenti la giornata del 10 luglio del 1991 quando la moglie fu trovata priva di vita al primo piano della villa dove viveva all'Olgiata.

LA MOGLIE ALLONTANATA DAL LAVORO - «La moglie di Winston, visto quello che è successo, non tornerà più a casa nostra per lavorare. Siamo allibiti, ora vogliamo essere lasciati in pace, non avremmo mai immaginato che fosse colpevole, aveva ottime referenze». Sono le parole dei datori di lavoro di Manuel Winston, il domestico filippino che oggi ha confessato l'omicidio della contessa Alberica Filo Della Torre, riferite dalla sorella del proprietario dell'appartamento dove la coppia di domestici lavorava. Secondo quanto si è appreso, Rowena, moglie di Winston, ha già lasciato l'appartamento dove lavorava fino a ieri come domestica e dove viveva con il marito prima che fosse arrestato.
Redazione online

01 aprile 2011