martedì 5 aprile 2011

De Magistris ricorre all'immunità «Non è un processo ma causa civile»

Corriere della sera


Controversia con la Bagnolifutura che ha chiesto un risarcimento danni all'ex pm per le sue dichiarazioni
«Diritto che scatta d'ufficio. Vogliono intimidirmi»





Luigi de Magistris
Luigi de Magistris

NAPOLI - Vertenza sospesa: Luigi de Magistris ricorre all'immunità parlamentare in qualità di eurodeputato a Strasburgo nella controversia in cui viene accusato di diffamazione dai vertici della Bagnolifutura. Il giudice Renata Palmieri, di fronte all'istanza del candidato Idv a sindaco di Napoli, ha sospeso la seduta e fissato una nuova udienza il 20 aprile. L'ex pm venne citato in giudizio per un risarcimento danni di milioni di euro dal presidente Riccardo Marone e dal direttore generale Mario Hubler della società che si occupa della bonifica di Coroglio, dopo una dichiarazione giudicata offensiva: «Bagnoli - dichiarò all'Ansa de Magistris - è una pagina vergognosa di commistione tra politica e crimine attorno al denaro pubblico (il litorale di Napoli ovest, già sede dell'Italsider, è interessato da un progetto di bonifica da circa dieci anni, ndr)». Questo a giugno: e ieri, lunedì, nella prima udienza davanti al giudice Palmieri della ottava sezione civile del tribunale di Napoli, il difensore dell’ex pm ha preliminarmente reso noto che è stata presentata dall’eurodeputato richiesta di immunità al presidente del Parlamento europeo.

REPLICA DEL CANDIDATO SINDACO - De Magistris, contattato dal Corriere, precisa: «Non si tratta di un processo penale ma di un'azione civile e in genere in udienza ci vanno gli avvocati. E poi l'immunità è garantita dall'articolo 68 della nostra Costituzione e dal Trattato sulle guarentigie della comunità europea. A giugno convocammo diversi eurodeputati per smascherare il bluff della bonifica di Bagnoli, scandalo di livello europeo. Espressi un'opinione che non piacque a Bagnolifutura che, con evidente gesto intimidatorio, mi ha intentato una causa milionaria.

Mi sono limitato a presentare istanza formale per far valere un diritto che scatta d'ufficio, e cioè la possibilità per un parlamentare di non essere perseguibile per le opinioni espresse nell'esercizio delle sue funzioni. Tutto qua. Ribadisco quanto ho sempre sostenuto in merito al comportamento della società in questione - prosegue - e non cesserò di denunciare la malapolitica, gli intrecci finanziari con le amministrazioni pubbliche, lo sperpero di denaro pubblico. Mi vogliono intimidire, in quanto voce libera, per mezzo di cause civili. Ma questo tentativo non sortirà effetto. Mi difenderò ovviamente nei processi, senza scudi immunitari ad hoc. Ricordo alla Bagnolifutura che, da Matteotti in poi, le opinioni di un parlamentare sono insindacabili».

MASTELLA: «VERGOGNA» - Dal canto suo, Clemente Mastella, nemico giurato del candidato dipietrista, che giusto 4 giorni fa ha querelato l'eurodeputato, attacca: «È proprio vero. De Magistris predica bene e razzola male. Ancora una volta, per la seconda volta, l’ex Pm si è avvalso dell’immunità parlamentare ed è sfuggito così al giudizio per una richiesta di risarcimento danni. Proprio lui, il grande fustigatore, l’uomo sempre pronto a puntare l’indice, ad accusare gli altri di sfuggire ai processi, cosa fa? Da quanto riferiscono fonti giornalistiche, si avvale di nuovo dell’immunità di parlamentare europeo per farsi scudo, dopo essere stato querelato dai dirigenti della società Bagnolifutura. Che vergogna».


Alessandro Chetta
05 aprile 2011




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Ne rubano troppi»: ristorante fa pagare i tovaglioli 10 centesimi

Corriere della sera



«I dipendenti comunali ne prendevano a mazzi, per portarseli via, insieme con i bicchieri di plastica»



MILANO - «Si informa la gentile clientela: che compreso nel pasto sono consentiti massimo N° due tovaglioli. Il costo di ogni singolo tovagliolo è di 10 centesimi. Grazie». Recita così un avviso sistemato sulle casse del «Santa Monica Self Restaurant», che si trova in piazzetta Pattari, proprio dietro il Duomo. Le stranezze e le esagerazioni non sono una novità nei locali del centro, abituati soprattutto a servire i turisti, ma normalmente i tovaglioli di carta sono sempre compresi nel prezzo del coperto. Per il resto, i ristoratori confidano nel senso di responsabilità del cliente. «All'inizio lo facevamo anche noi. Solo che la situazione è peggiorata e allora, a malincuore, abbiamo dovuto mettere il cartello» spiega Mario Cappellano, titolare del vasto locale, arredato in stile americano e che è anche un cocktail bar. La colpa, secondo il ristoratore, sarebbe solo di un certo tipo di clientela.




«Noi il tovagliolo lo diamo gratis, ma ovviamente lo paghiamo. E garantiamo un menu completo a otto euro alle aziende convenzionate. Abbiamo convenzioni col Comune di Milano e con altre grandi aziende del centro – racconta Cappellano – Il problema è che parecchi clienti, ma soprattutto i dipendenti comunali, ne prendevano a mazzi, a volte se li portavano a casa e altre volte li lasciavano sui vassoi inutilizzati. Perfino i bicchieri di plastica portavano via, cinque o sei per volta. Se il personale lo faceva notare, loro dicevano che anche in ufficio dovevano bere».

L'iniziativa all'inizio ha provocato proteste e discussioni, poi la clientela si è abituata. «Lo abbiamo fatto anche per contenere gli sprechi, infatti anche sulle tovagliette da mettere sui vassoi ci sono scritte che parlano di rispetto per l'ambiente», sottolinea Cappellano, che in questi giorni è alle prese con la stesura di menu ispirati all'anniversario dell'Unità d'Italia. Ma se fra i clienti capita una famiglia con bambini? «Ma no, a loro i tovaglioli non li facciamo pagare, valutiamo caso per caso, senza essere ferrei. Si voleva dare un segnale di educazione a chi certe cose non le capisce da solo».

Giovanna Maria Fagnani
05 aprile 2011




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Parla l'infermiera del Raìs «Come era bello stare con "papà"»

Corriere della sera

Una delle ex assistenti ucraine di Gheddafi: «Ama la pasta e regala orologi con la suo effigie allo staff»



Oksana Balinskaya (foto da Komsomolskaja Pravda)
Oksana Balinskaya (foto da Komsomolskaja Pravda)
Ama mangiare il cous cous con carne di cammello o agnello, ma anche la pastasciutta. Al suo entourage regala ogni anno, in occasione dell'anniversario della sua rivoluzione, orologi, generalmente italiani, con la sua effigie. E poi è in «piena forma» e non ha problemi di pressione alta. È un ritratto intimo e privato di Muammar Gheddafi quello che offre alla Komsomolskaja Pravda Oksana Balinskaya, una delle ex infermiere ucraine del Raìs. Le rivelazioni sono contenute in una intervista che la donna ha rilasciato al giornale russo, mentre alcuni estratti, in inglese, sono stati ripresi dal The Atlantic negli Stati Uniti. «Con papà si viveva da pascià» dice la Balinskaya, raccontando gli anni trascorsi con l'uomo forte di Tripoli.

SHOPPING E APPARTAMENTI - Oksana racconta che i suoi più stretti collaboratori chiamano il Colonnello «papà», lo descrive «in piena forma» e nega che abbia «problemi di pressione alta», smentendo così le indiscrezioni circolate nei cablogrammi di Wikileaks. Secondo la donna, tornata in patria dopo lo scoppio delle ostilità nel Paese nordafricano, Gheddafi era «generoso con le sue donne»: shopping, appartamenti e orologi d'oro, questi i regali più frequenti sul libro paga del dittatore libico caduto in disgrazia nei giorni scorsi.

LA RELAZIONE CON GALYNA - L'infermiera smentisce infine che una sua collega anche lei ucraina, Galyna Kolotnyska, sia stata l'amante di Gheddafi, come in molti hanno ipotizzato vedendola quasi sempre al suo fianco prima di tornare in patria nelle scorse settimane. Galyna ha lavorato per il Raìs - racconta Oksana - per oltre otto anni, dato che parla l'arabo correntemente, ma tra i due non c'è mai stato nulla.

Redazione online
05 aprile 2011



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Il meteo (e la meteorina) della monnezza

Corriere del Mezzogiorno

 

«Che tempo 'e munnezza» aggiorna, con ironia, la mappa dei rifiuti in Campania. Presenta «la sacchettina»

 

 

NAPOLI - Una meteorina che invece dell'anticiclone delle Azzorre ci aggiorna sul tornado di sacchetti in via Acton. Parodia partenopea del Che tempo che fa di Fazio che sotto il Vesuvio sommerso dai cumuli diventa, inevitabilmente, Che tempo 'e munnezza.

 

I napoletani fanno i conti ormai da dieci anni con la crisi rifiuti, più inestirpabile della gramigna. E allora, dando ragione a Beaumarchais, meglio ridere di tutto per paura di doverne sempre piangere hanno pensato gli autori Maurizio Piretti e Gianni Simioli, ideatori del divertente format inserito nel nuovo programma Operazione San Gennaro in diretta tutti i venerdì sera alle 21 su Tele A: un grottesco bollettino sul pattume quotidiano in Campania, affidato alla conduzione di Mariarca la Sacchettina, all'anagrafe Loredana Simioli, attrice comica bravissima anche in ruoli drammatici, come testimonia la sua interpretazione ne «L'amore buio» di Antonio Capuano.

 

Al. Ch.
04 aprile 2011

Fisco, in Campania spariti due miliardi

Corriere del Mezzogiorno

 

L'Agenzia delle Entrate pubblica i risultati del 2010: oltre 72.000 controlli e 635 milioni di euro recuperati

 

NAPOLI - Due miliardi di evasione fiscale accertata attraverso oltre 72.000 controlli, 635 milioni di euro recuperati alle casse dello Stato: la Direzione regionale della Campania dell’Agenzia delle Entrate pubblica sul suo sito internet i risultati dell’azione del 2010. Numeri, cifre, tabelle e statistiche offrono il quadro complessivo, e non manca una spiegazione delle varie tipologie di interventi effettuati: «L’azione degli 007 del fisco - recita il documento ufficiale - è sempre più diversificata e stratificata. I controlli per tipologia di contribuente consentono un maggiore presidio sulle imprese con numeri significativi: 46 accertamenti su grandi contribuenti, 1128 su imprese di medie dimensioni, 21870 su piccole imprese e professionisti, quasi 50 mila su persone fisiche, per un totale di oltre due miliardi di evasione rilevata».

 

 

Sul fronte delle persone fisiche decolla, stando ai numeri, l’accertamento sintetico del reddito. Nel 2010 il numero dei controlli in questo campo si attesta a 2618, e la maggiore imposta accertata supera i 52 milioni. “Restano al centro delle strategie di controllo - prosegue la nota - le indebite compensazioni tra debiti e crediti Iva, scoperte grazie a quasi 11 mila controlli, il 10% del totale nazionale. In questo settore, i debiti illecitamente compensati ammontano complessivamente a 350 milioni di euro, mentre il minor credito tocca i 161 milioni”. Particolare rilievo all’azione della task forze antifrode: a fronte di 57 indagini fiscali le somme evase, diversificate in Iva, Imposte dirette e Irap ammontano ad oltre 450 milioni di euro. A quota 750 gli accertamenti assistiti da indagini finanziarie che fanno emergere oltre 70 milioni di evasione e che si concludono, per 1/3 dei casi, con adesione, portando immediatamente in cassa, senza passare per il contenzioso, 7 milioni di euro.

 

«Il metodo più gettonato - comunica l’Agenzia delle Entrate - per evitare le liti e risolverle il contradditorio col fisco rimane l’adesione, che, con oltre 17 mila processi definiti fa incassare 110 milioni di euro al fisco campano. Soddisfatto il Direttore regionale della Campania Enrico Sangermano: “Siamo di fronte a risultati lusinghieri. Anche nel 2010 - precisa Sangermano - abbiamo fatto la nostra parte e portato 635 milioni nelle casse dell’erario, con un incremento del 13% rispetto al 2009. Il cambio di rotta nell’approccio culturale alla evasione è lento ma già percepibile: nella società civile comincia a farsi strada il concetto che chi evade è un ladro, perché sottrae risorse all’intera collettività. Credo - aggiunge - anche che il nuovo modello organizzativo dell’Agenzia delle Entrate stia facendo vedere concreti risultati. Le Direzioni Provinciali, da un lato, e i controlli basati sulla tipologia di contribuente anziché sul tipo di imposta, dall’altro, hanno permesso di segmentare in maniera più efficace i contribuenti da sottoporre a controllo con azioni mirate e non più generiche».

 

Carlo Tarallo
05 aprile 2011

L'Europa ci costa tanto e ci aiuta poco. Ha ancora senso restarci ancora?

Libero







Lasciati soli davanti all’invasione degli immigrati. Abbandonati quando la speculazione finanziaria internazionale ha fatto sentire il morso sul debito pubblico italiano. Bacchettati però quando si tenta di difendere le aziende nazionali come altri paesi hanno fatto tranquillamente senza le reprimende di Bruxelles. E con le mani legate - talvolta perfino con la camicia di forza - quando provi a balbettare qualcosa di fisco o di sviluppo. Ma a che serve l’Unione europea per l’Italia? Da anni ci sentiamo ripetere che se l’Italietta non avesse aderito al trattato di Maastricht e alla moneta unica, saremmo tutti finiti gambe all’aria rischiando il fallimento del paese. Eppure dopo tanti anni i risultati ottenuti sono evidenti, e portano tutti il segno meno. L’Italia cresce di meno da quando è entrata nell’euro. La disoccupazione invece è salita progressivamente e inesorabilmente.

Il divario fra Nord e Sud si è allargato: la spaccatura del paese è più evidente, con una parte che si sente attratta e alla pari con la locomotiva tedesca e l’altra parte destinata a sprofondare. Il debito pubblico è cresciuto esponenzialmente ed è diventato perfino più fragile di prima. Siccome l’unione monetaria è stata realizzata imponendo una moneta unica a tutti e vincoli stretti ai paesi più deboli, ma non si è fatta carico dei guai comuni (le ricchezze sono state unificate, però a ciascuno è restato il suo debito), i vantaggi per l’Italia sono stati assai piccoli. Sostanzialmente solo due: meno inflazione (ma soprattutto deflazione, che non è gran vantaggio per l’economia) e denaro meno caro, anche se ormai viene concesso con il contagocce proprio grazie alle regole internazionali. Tutto il resto è peggiorato. In modo così sensibile da aprire per la prima volta la discussione-tabù: e se fosse meglio uscire dall’Europa di Maastricht seguendo la Gran Bretagna che non ci è mai entrata?

Che sia meglio ha osato dirlo nell’autunno scorso un economista di grido come il professore Paolo Savona, che ha addirittura implorato l’Italia di liberarsi «dal cappio europeo che si va stringendo al collo», sostituendo «il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità dei gruppi dirigenti. Si aprirebbe così la possibilità di sostituire a un sicuro declino un futuro migliore attraverso il re-impossessamento della sovranità di esercitare scelte economiche autonome, comprese quelle riguardanti le alleanze globali». Di quelle parole Savona non è affatto pentito, e, anzi, è ancora più convinto assistendo ai fatti di queste settimane.

Di fronte a Libia, Tunisia, e all’incendio del Mediterraneo l’Europa politica ha brillato per assenza. Quella militare proprio non esiste, e ognuno procede in ordine sparso. L’ondata migratoria che si prepara non sembra interessare Bruxelles: l’Europa è composta in maggioranza da paesi che credono di non venirne toccati, e quindi è caso che dovranno sbrogliarsi da soli Grecia, Spagna, Francia e soprattutto Italia. Quel fantoccio di polizia delle frontiere (con sede a Varsavia) che è Frontex si è limitata a inviare una navetta rumena e due piccoli aerei per affrontare quello che giustamente Silvio Berlusconi ha definito lo «tsunami umano».

I fatti di questi giorni hanno definitivamente chiarito - se mai ce ne fosse stato bisogno - che in caso di emergenza l’Italia deve cavarsela organizzativamente e finanziariamente da sola. L’Europa non le serve. Invece Bruxelles sarà più rapida di un falco quando si tratterà di fermare le norme per proteggere Parmalat, ma soprattutto gli allevatori italiani, dalla posizione dominante di Lactalis. Come sarà fulminea a fermare sul nascere qualsiasi politica industriale o fiscale passi mai per la testa dei governanti italiani.
Uscire dall’euro è forse rischioso sul breve, e un po’ di terremoto per forza lo provoca. Ma potersi riappropriare delle leve del proprio governo e decidere da soli davvero non ha prezzo. E potrebbe diventare la vera occasione per l’Italia.

di Franco Bechis

05/04/2011





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Uccide la moglie e mostra il cadavere via web al padre, a 3mila km di distanza

Corriere della sera


Il genitore dell'omicida ha chiamato la polizia dalla Romania temendo che il figlio potesse uccidere ancora



MADRID - A più di tremila chilometri di distanza, suo padre non voleva crederci. Non poteva nemmeno pensare che suo figlio Dorel fosse diventato un assassino, che sua nuora fosse morta e che il nipotino in arrivo non sarebbe mai nato. Allora il ragazzo, da Torrejon de Ardoz, vicino a Madrid, ha orientato la telecamera del computer verso il cadavere della compagna perché le immagini arrivassero al padre, in Romania, a dimostrazione che non stava mentendo. Peggio, ha minacciato di infliggere la stessa sorte alla giovanissima cognata, appena tredicenne, che viveva con loro in Spagna e che in quel momento non era a casa.

L'ALLARME LANCIATO DEL PADRE DELL'ASSASSINO - Il padre dell’uxoricida non ha perso tempo, ha chiamato la polizia rumena, che ha messo in allarme i colleghi spagnoli: 45 minuti dopo la macabra esibizione attraverso la web-cam, gli agenti spagnoli erano già a casa dell’omicida. Il caso sarebbe stato archiviato come uno dei 70 delitti domestici che statisticamente affliggono ogni anno la Spagna, ma quello di lunedì si è distinto dagli altri per la “confessione” via computer e per la efficacia della collaborazione tra le polizie di due paesi che hanno forse sventato così una seconda aggressione. Dorel ha appena 21 anni, la vittima ne aveva 19. Ma la giovanissima coppia aveva già una bambina di tre anni; e tra meno di quattro mesi sarebbe nato il loro secondogenito. Entrambi rumeni, erano venuti in Spagna per trovare lavoro, con la sorellina minore della donna; e il vicinato non aveva mai avuto motivo di lamentarsi di loro: niente chiasso, niente litigi, niente strepiti. Scartate anche questioni di droga o di prostituzione. Semplicemente qualcosa aveva smesso di funzionare tra i due giovani, se è vero che lei aveva deciso di separarsi nonostante il bimbo in arrivo. «Sono ancora congetture», avvertono gli investigatori. Ma la minaccia di un abbandono sarebbe bastata al ragazzo per strangolare la sua compagna, lunedì pomeriggio. Non è chiaro nemmeno perché abbia deciso di chiamare il padre, in Romania: forse l’inconscio desiderio di essere fermato. Con un misto di rabbia e disperazione, gli ha mostrato quel che aveva fatto: la ragazza era stesa sul letto e sarebbe parsa addormentata, se non fosse stato per i segni violacei sul collo. Non si può sapere se il giovane omicida avesse davvero intenzione di uccidere anche la sorellina della donna. Ma dalla convulsa conversazione con lui, via computer, il padre ne ha dedotto che anche la tredicenne fosse in pericolo e ha subito avvertito la polizia rumena, convinto che non ci fosse un minuto da perdere.


Elisabetta Rosaspina
05 aprile 2011



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Napoli, pane della camorra arriva dall'Est: congelato a costi bassi invade il mercato

L'indignazione sale grazie a «Report»

Corriere della sera



Milena Gabanelli
Milena Gabanelli
L'inferno è sempre altrove. Parliamo di cave, del loro sfruttamento, della loro trasformazione in discariche? Ebbene, queste cose si fanno a Carrara, dove da secoli si estraggono i pregiati marmi e pazienza se le ditte di cavatori, oltre i blocchi, portano a valle anche le scaglie di marmo che servono a produrre il carbonato di calcio.

Così il traffico è balzato da 200 a migliaia di camion che ogni giorno rendono l'aria irrespirabile ai cittadini per via delle polveri rilasciate durante la movimentazione.
Queste cose si fanno a Caserta, sui colli Tifatini, dove «la zona è stata dichiarata altamente critica e la magistratura è dovuta intervenire sui mancati ripristini e i mancati controlli sulle escavazioni abusive».

Queste cose si fanno in Campania, dove la camorra è riuscita ad arricchirsi negli anni Novanta proprio grazie al business dei rifiuti, da interrare in decine di cave abusive. Poi, poco alla volta, dall'inchiesta di Bernardo Jovine per «Report» di Milena Gabanelli si scopre che queste cose si fanno anche in Piemonte e in Lombardia e che l'inferno non è mai altrove.

In Piemonte le cave sono concentrate tra la provincia di Biella e quella di Vercelli, e dove, nonostante siano una zona dove avviene il ricambio delle acque della falda, si permette di scavare fino a 50 metri di profondità per estrarre ghiaia e sabbia.

A Brescia molte cave sono state trasformate in discariche e la popolazione, quando si accorge della telecamera di «Report», si raduna in piazza per chiedere giustizia. A Varese è stata riaperta una cava abusiva, quella di Cantello, una collina destinata a sparire, dove sotto però c'è la riserva d'acqua dell'intera città di Varese.

Le cave rendono qualcosa come un miliardo e 753 milioni, ma agli enti locali vanno solo le briciole: 53 milioni. Le Regioni latitano e la razione settimanale di indignazione, somministrata da «Report», aumenta.
Forse la Terra è l'inferno di un altro pianeta.

Aldo Grasso
05 aprile 2011




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Volo Rio-Parigi, trovati nuovi resti «Corpi nel troncone della fusoliera»

Corriere della sera

Individuati la fusoliera, i motori e un'ala. Si spera per le scatole nere ma i tecnici sono scettici


«Una grande parte dell'aereo di Air France» che si inabissò al largo del Brasile il primo giugno 2009, e alcuni cadaveri delle 228 vittime, sono stati trovati. A confermarlo è il ministro dei Trasporti francese, Nathalie Kosciusko-Morizet, spiegando anche che le operazioni di recupero potrebbero cominciare fra «tre settimane o un mese». Quella localizzata «è una parte importante dell'aereo, in un solo blocco», ha detto la Kosciusko-Morizet ai microfoni di France Inter, aggiungendo che ci sono «speranze di localizzare in breve tempo le scatole nere». A breve potrebbero essere diffuse anche le prime foto sottomarine del relitto del velivolo. Le ricerche condotte in questi ultimi due anni hanno finalmente dato esito positivo e la commissione di inchiesta ha riferito che sono stati individuati anche i corpi di alcuni passeggeri.


NON SI È DISINTEGRATO - Al quarto e ultimo dei tentativi esperiti, è stato individuato un grosso troncone della fusoliera, all'interno del quale sarebbero visibili alcuni cadaveri. «L'aereo - ha spiegato Nathalie Kosciusko-Morizet - non si è del tutto disintegrato. È stato ritrovato un grande pezzo della fusoliera, con dei corpi all'interno che potrebbero essere identificati». Il capo della commissione d'inchiesta (Bea), Jean-Paul Troadec, ha detto che gli inquirenti sperano adesso di poter ritrovare le scatole nere dell'aeromobile. «La buona notizia è che l'area dei detriti è relativamente concentrata e questo ci fa sperare di ritrovare le scatole nere», ma i tecnici della società di ricerca hanno espresso qualche perplessità. Difficile che siano rimasti attaccati alla fusoliera dopo quasi due anni su un fondo sabbioso a circa 3.900 metri dalla superficie. Troadec ha aggiunto che tra gli elementi ritrovati ci sono i motori e parte delle ali. Le ultime e fruttuose ricerche del velivolo sono state avviate lo scorso 25 marzo, con il contributo della Alucia, un battello da esplorazione oceanografica statunitense, e si sono concentrate nella zona da dove l'aereo aveva fatto rilevare gli ultimi segnali prima di scomparire dai radar. Il fatto che l'area dei detriti è molto compatta lascia presumere che il velivolo non sia esploso in volo ma sia precipitato in mare tutto intero. La causa ufficiale del disastro, nel quale hanno perso la vita 228 persone, resta incerta, anche se, ufficiosamente, è stata avanzata l'ipotesi di un malfunzionamento del sensore di velocità montato da Airbus. Il consorzio europeo e la stessa Air France sono sotto inchiesta al tribunale di Parigi per disastro colposo.
IN MEZZO ALL'OCEANO - Quando precipitò, l'Airbus A330 stava effettuando il volo AF447 fra Rio de Ja
neiro e Parigi. Gli inquirenti ora cercano soprattutto le scatole nere con la registrazione dei parametri di volo e le conversazioni dei piloti, le uniche tracce che possono spiegare con certezza le circostanze della catastrofe. Il Bea, l'agenzia francese di investigazione sull'incidente, aveva lanciato il 25 marzo scorso una nuova fase di ricerche del relitto scomparso in mezzo all'Atlantico, dopo tre operazioni concluse senza alcun risultato, due nel 2009 e una nel 2010.
 LE RICERCHE - I rottami dell'aereo dell'Air France precipitato nell'Atlantico nel 2009 sono stati trovati a una profondità tra i 3.800 e i quattromila metri. Il primo giugno 2009 il volo 447 si schiantò mentre viaggiava da Rio de Janeiro a Parigi, ma il motivo non è mai stato chiarito. Tutti i 228 passeggeri a bordo morirono. Airbus e Air France finanzieranno nuove ricerche con una cifra stimata di 12,5 milioni di dollari e 28 milioni già spesi. Il team coinvolto nella scoperta di questo fine settimana è stato condotto dal Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi), con sede a Cape Cod, in Massachusetts. Le operazioni coprono un'area di circa diecimila chilometri quadrati, a una notevole distanza al largo della costa nordorientale del Brasile. Sono utilizzati fino a tre veicoli di ricerca subacquea, ognuno dei quali può rimanere sott'acqua per un massimo di 20 ore mentre utilizza sonar per esaminare la zona montagnosa della dorsale medio-oceanica. I ricercatori scaricano i dati e se hanno prova di rottami inviano un veicolo con una macchina fotografica ad alta risoluzione per controllare la zona.

Redazione online
04 aprile 2011(ultima modifica: 05 aprile 2011)

11 settembre, processo a Guantanamo

Corriere della sera

 

Atteso l'annuncio del ministro della giustizia Usa: a giudicare Khalid Sheikh e gli altri il tribunale militare

 

 

MILANO - Khalid Sheikh Mohammed e gli altri quattro accusati di avere progettato l'attacco agli Usa dell'11 settembre saranno processati da un tribunale militare a Guantanamo, non in un tribunale civile. Secondo voci riprese dalla stampa Usa l'annuncio sarà fatto dal ministro della Giustizia Eric Holder. È un nuovo passo della Casa Bianca in direzione opposta rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale di chiudere il carcere militare nell'enclave statunitense a Cuba. Il governo rinuncia così ufficialmente al piano di far processare i cinque in un tribunale federale a New York. Holder aveva annunciato nel novembre 2009 la volontà di tenere il processo a New York, ma il comune e la città si erano opposti immediatamente per motivi di sicurezza. Per lo stesso motivo il congresso era contrario a tenere i processi sul territorio degli Usa. E così al governo non resterebbe che annunciare la celebrazione del processo nello stesso luogo dove i cinque sono detenuti, Guantanamo. E non più in una corte federale ma in un tribunale militare, dove comunque gli imputati rischiano la stessa pena, la condanna a morte.

 

Redazione online
04 aprile 2011(ultima modifica: 05 aprile 2011)

Israele e il Medio Oriente in fiamme

Corriere della sera

 

Tel Aviv osserva, riflette e tace

di Antonio Ferrari – CorriereTv

 

Rita e la finta terremotata «Ora mi insultano in strada»

Corriere della sera


La Dalla Chiesa: solidali solo Giletti e Clerici. Il dolore lo conosco, non avrei mai mancato di rispetto all'Aquila




Rita Dalla Chiesa, conduttrice di Forum

MILANO - La furia dei terremotati abruzzesi l'aveva messa in conto. «Mi scrivono: "La Palermo onesta che amava tuo padre ti disprezza"; "Come si dorme nel letto di Putin?"; "Tuo padre si sta rivoltando nella tomba"». Agli insulti per strada non era preparata. «Venerdì sono dovuta andare via da una pizzeria di Ponte Milvio: da un tavolo è partita una provocazione e da un altro un applauso di risposta. Scena simile il giorno dopo, fuori dall'Auditorium Parco della Musica: due ragazzi mi hanno urlato "ma non si vergogna, complimenti per la trasmissione!". Lì mi sono fermata: non avevano nemmeno guardato la puntata incriminata, però mi aggredivano...». La cosa che invece non si aspettava Rita Dalla Chiesa, da vent'anni conduttrice di Forum per Mediaset, era il «fuoco amico» delle Iene. Nella puntata di mercoledì scorso Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu hanno usato nei suoi confronti gentilezze tipo: «È ora di cambiare quella vecchia anziana figurante che fa la parte della conduttrice», un «barboncino con la parrucca», che soffrirebbe di «una certa incontinenza». Con l'appello finale a Bertolaso: «È ora di ricostruire completamente la Dalla Chiesa».

La finta terremotata aquilana andata in onda nella puntata in cui si è parlato del terremoto

La figlia del generale Carlo Alberto ucciso con la moglie Emanuela in un attentato mafioso la sera del 3 settembre 1982 - di qui il riferimento a lui di alcuni messaggi - è nell'occhio del ciclone da dieci giorni, da quando è andata in onda su Canale 5 la puntata di Forum in cui una falsa aquilana (Marina Villa, 50 anni, di Popoli) ringraziava «il presidente» (Silvio Berlusconi) per la ricostruzione post terremoto: «Nessuno sta in mezzo alla strada, tutti hanno le case con giardini e garage... Sono rimasti 3-400, stanno ancora negli hotel perché fa comodo. Mangiano, bevono e non pagano niente, pure io ci vorrei andare».

Poco importa che la conduttrice abbia subito replicato («Non credo signora, ognuno vorrebbe tornare nella propria casa»). Il punto è che Marina Villa non è dell'Aquila. In trasmissione era una figurante, pagata 300 euro per vestire i panni di una donna desiderosa di riaprire il negozio di abiti da sposa distrutto dal sisma con i 25 mila euro di alimenti che voleva tutti insieme dall'ex marito. Rita Dalla Chiesa insiste nel difendere la buona fede della scelta: «La storia di base era vera. Avevamo avuto la segnalazione via fax di una moglie che chiedeva all'ex coniuge una somma una tantum al posto dei versamenti mensili. Nel nostro database di diecimila provini avevamo questa Marina Villa, di Popoli, che mi sono andata a rivedere: un anno fa ci aveva raccontato davvero di essere scampata al terremoto, di essersi ferita e che due suoi vicini di casa erano morti». È stata quantomeno una leggerezza caricare la vicenda coniugale con il dramma dell'Aquila. «Superficialità, forse. Leggerezza. Non so risponderle come sia stato possibile. Sto ancora cercando di capire cosa è successo, ma immagino non ci sia stata malafede, cui prodest? Di certo non al programma o alla sottoscritta. C'erano i suggeritori dietro la figurante? Erano gli autori e nessuno ha consigliato di dire quelle cose, saremmo degli stupidi!».

Dai colleghi nessuna telefonata di solidarietà o almeno la curiosità di conoscere i retroscena. «Mi hanno chiamato soltanto Antonella Clerici e Massimo Giletti. Silenzio dagli altri: e pensare che sono sempre generosa nell'offrire il mio spazio per lanciare i programmi non miei». Neppure il premier o Guido Bertolaso, quest'ultimo pubblicamente ringraziato dalla conduttrice, si sono fatti sentire. «No. E non mi ha chiamato Pier Silvio Berlusconi, ma non mi aspettavo che lo facesse. Quelli che mi hanno delusa di più sono stati i miei amici di sinistra: spariti. Ho sostenuto campagne per gli animali, per le nozze dei preti, per i gay, i clandestini, gli immigrati. Tutto dimenticato». Fabrizio Frizzi? «Beh, ma lui non è un collega, è più di un amico, è l'uomo che ho amato!». Il fratello Nando ha usato parole affettuose nel suo blog: «Rita, pur dipendente Mediaset, non si è mai dissociata da me, neanche alzando un sopracciglio».

Resta difficile trovare una giustificazione allo scivolone televisivo, pochi giorni prima del secondo anniversario della tragedia che ha ucciso 309 persone, distrutto palazzi, lasciato senza tetto migliaia di abruzzesi. «Io ci sono rimasta profondamente male e non avrei mai voluto far soffrire chi da due anni non si dà pace. Il dolore lo conosco. Non mi sarei permessa, sia eticamente sia professionalmente, di mancare di rispetto all'Aquila e ai suoi abitanti. Chiedo scusa se posso avere sbagliato qualcosa. Ma aggiungo che mi fa paura questo clima di odio, questi attacchi alla mia persona. E gli "amici" delle Iene, che pure dopo mi hanno mandato un mazzo di fiori, hanno detto cose molto pesanti: non posso pagare per le mie rughe, per non essere più giovane». All'Aquila andrà, ma quando deciderà lei. «Non sono tenuta a farlo quando vogliono i giornalisti. È stato uno scivolone televisivo, è diventato un caso politico».


Elvira Serra
05 aprile 2011



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Gagarin, l'uomo che volò oltre la Terra

Corriere della sera


«Il cielo è nero e pieno di stelle come un campo appena seminato». Aveva 27 anni e fu scelto tra 3.461 candidati



«Dagli oblò vedevo le nuvole e le loro ombre leggere proiettate sulla lontana e cara Terra. Poi, guardando il cielo, si risvegliò in me il figlio del colcosiano: il cielo era nero, pieno di stelle, come un campo arato e seminato di fresco. Ero felice, ma c'era in me paura quando pensavo che m'era stato affidato questo ordigno cosmico, tesoro inestimabile costato tante fatiche e denaro al mio popolo». Così Juri Gagarin, tra emozione e celebrazione, raccontava le sue impressioni di primo viaggiatore dello spazio.

Il grafico animato
Il grafico animato
Era partito alle 9.07 del mattino sulla navicella Vostok (Oriente) da una base allora segretissima, Baykonur. Nella capitale sovietica nevicava quel 12 aprile 1961 di cinquant'anni fa e Radio Mosca aspettò 25 minuti dopo il lancio per leggere uno dei tre comunicati già preparati dal Kgb: gli altri due erano per un eventuale disastro. Compì un giro intorno alla Terra in 108 minuti e al rientro sfiorò davvero la tragedia perché dalla capsula sferica che lo ospitava non si staccò il modulo con i razzi usati in orbita. La navicella, squilibrata, si mise a roteare fuori controllo finché la vampata di calore sprigionata dall'impatto con l'atmosfera non disintegrò i lacci metallici. Solo allora il volo tornò tranquillo. Ma, di nuovo, dopo essersi eiettato dalla capsula a 7 mila metri, durante la discesa in paracadute, accidentalmente si apriva pure il paracadute di riserva e Juri temette che le corde si aggrovigliassero facendolo precipitare come un sasso. Per fortuna non accadde e mise piede su una terra arata del colcos Léninski Put, non lontano dal villaggio Smielkova, a sud-est della città di Engels. Gli si avvicinarono Anna Takhtarova, la sua bambina e un vitellino, tutti impauriti da questo uomo vestito di arancione con un casco bianco. Temevano fosse un altro americano piovuto dal cielo perché alla radio da mesi si parlava del pilota Gary Powers abbattuto da un missile mentre spiava con il suo aereo nero il territorio sovietico. Juri si tolse il casco e con un sorriso disse: «Sono uno di voi, un sovietico, e sono il primo uomo dello spazio. Avete un telefono, devo comunicare che sono arrivato sano e salvo».

Aveva 27 anni ed era stato scelto assieme ad altri 19 piloti tra 3.461 candidati. Il padre era carpentiere e lui aveva lavorato in una fonderia. Amava il volo ed entrò in aviazione. Come i suoi compagni non aveva timore di salire lassù nonostante i cinque test della capsula non fossero stati sempre un successo. A bordo c'erano cani, talvolta sacrificati, e sull'ultimo anche il manichino «Ivan Ivanovich» che faceva sentire la sua voce registrata. Serviva per collaudare le comunicazioni ma il respiro dei cani e le sue parole fecero nascere, anche da noi, tragiche leggende di vittime cosmiche. Erano gli anni dei misteri russi al di là della «cortina di ferro». Con lo spazio, Mosca dimostrava la superiorità del sistema comunista e le missioni erano spesso offerte come celebrazione di eventi politici. Al volere del Cremlino, governato in quei momenti da Kruscev, si doveva piegare il progettista capo Sergei Korolev, il cui nome era segreto e non doveva essere pronunciato. «La data del lancio di Juri venne scelta da mio padre - ci raccontò Sergei Kruscev, figlio del leader e ingegnere spaziale - cambiando solo in quel caso le regole. Doveva partire nella ricorrenza del primo maggio ma coincideva con un disastro avvenuto a Baykonur sei mesi prima quando per l'esplosione di un razzo morirono 82 tecnici e alti comandi militari. Non voleva rischiare l'unione di una festa ad un eventuale altro disastro. Così si anticipò al 12 aprile».

Gagarin fu trasformato nell'ambasciatore del comunismo spedito nei continenti per raccontarne le glorie. Divenne famoso ma perse la felicità, e passato il tempo delle strette di mano cadde in depressione. Gli impedirono di tornare nello spazio e il 27 marzo 1968 si schiantava al suolo durante un banale volo d'addestramento in compagnia di un mitico pilota collaudatore. La nebbia che quel giorno rendeva invisibile la zona della tragedia ancora avvolge la fine di una vita che fece sognare un nuovo futuro. 


Giovanni Caprara
05 aprile 2011



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Dopo il "vaffa" scatta la censura La Camera sanziona La Russa

di Redazione


L’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato, a maggioranza, la proposta del collegio dei questori di sanzionare il comportamento del ministro della Difesa, nel corso della bagarre in Aula la scorsa settimana, con una lettera di censura. La lettera sarà inviata, per conoscenza, anche al presidente del Consiglio



Roma - L’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato, a maggioranza, la proposta del collegio dei questori di sanzionare il comportamento del ministro Ignazio La Russa, nel corso della bagarre in Aula la scorsa settimana, con una lettera di censura. La lettera sarà inviata, per conoscenza, anche al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

La Camera sanziona La Russa Mentre la maggioranza ha sostenuto la proposta dei deputati questori, il centrosinistra al voto si è spaccato: Silvana Mura di Idv ha votato contro, Rocco Buttiglione e Renzo Lusetti dell’Udc e Donato Lamorte di Fli si sono astenuti e Rosy Bindi e Giampaolo Bocci del Pd sono usciti dalla sala per non partecipare alla votazione: una scelta dettata dalla loro non condivisione della proposta dei questori e per venire incontro al presidente Fini che aveva chiesto massima coesione. L’atteggiamento assunto da due esponenti del Pd non sarebbe piaciuto al questore di opposizione, Gabriele Albonetti. "Riteniamo la proposta dei questori riduttiva - ha spiegato Renzo Lusetti - ma per rispetto alla situazione che c’è stata e che ci sarà questa settimana abbiam deciso di astenerci per rasserenare il clima". Soddisfatto il Pdl. "Era l’unica sanzione possibile con il regolamento attuale", ha spiegato Gregorio Fontana del Pdl che ha chiesto "attenzione a quanto è successo mercoledì in piazza Montecitorio". Nell’esprimere "la più viva deplorazione" del comportamento tenuto dall’onorevole La Russa nei confronti della presidenza della Camera, i questori hanno chiesto all’ufficio di presidenza di inviare al ministro della Difesa "una lettera di fermo richiamo".






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Eco-buste fragili e sottili: già tutti le odiano



Bocciate dai consumatori dopo soli tre mesi: è un vero flop. Una scomodità che costa 30 centesimi in più. A Napoli c’è chi ha già iniziato a produrre buste finto biodegradabili



 
Di solito si sfondano già se gli infili un rotolone Regi­na, figuriamoci una bottiglia di minerale da 2 litri... E la sce­na, davanti ai supermarket, si ripete implacabile: la bio-bu­sta - fragile e sottile come la buccia di una patata bollita ­si sfalda appena esci dal nego­zio; la merce acquistata fini­sce sul marciapiede; la massa­ia (o il «massaio») sacramen­ta come una belva contro quel «genio» che ha messo al bando le vecchie buste di pla­stica. Fatto sta che dal primo gennaio 2011 c’è una ragione più per stressarsi facendo la spesa. Sono gli shopper bio­degradabili, quelli che da tre mesi hanno (o meglio, avreb­bero dovuto) sostituire le vec­ch­ie buste di plastica conside­rate dagli ambientalisti come gli alcolici dagli astemi: una vera schifezza.

Dalla fatidica ora X (data in cui il nostro Paese si è allinea­to alla normativa europea) è ormai trascorso un tempo suf­ficiente per fare un primo bi­lancio. Risultato: nella classi­fica tra pro e contro, i «pro» sono nettamente inferiori ai «contro».

L’uso delle vecchie buste, infatti, era fortemente radica­to nella consuetudine dei consumatori italiani che ora si trovano spiazzati, tra la pi­grizia di ricordarsi di portare con se la sporta personale e le lamentele sui nuovi materia­li che appaiono meno resi­stenti. Ragion per cui c’è chi questo cambiamento non rie­sce proprio a vederlo di buon occhio. Del resto in ballo c’è un business tutt’altro che irri­levante. Tanto che, ad esem­pio, il Tar del Lazio è stato chiamato a pronunciarsi su un ricorso presentato da Unionplast e da altre impre­se del settore plastico e con un ordinanza del 25 febbraio 2011 ha rigettato la richiesta di sospendere l’efficacia del divieto (di commercializza­zione dei sacchetti di plastica utilizzati per la spesa, non bio­degradabili).

In materia di new shopper non mancano neppure gli aspetti di rilevanza penale. L’ultima frontiera è rappre­sentata dalla eco-busta «ta­rocca» made in Napoli. La normativa europea prevede­va che i sacchetti biodegrada­bili avrebbero sostituito i co­muni sacchetti in plastica, a partire dall’esaurimento del­le scorte di questi ultimi. Ed invece in molte città campa­ne ( ma non solo) si sono diffu­se le buste finto-biodegrada­bili, cugine di quelle realizza­te con derivati del mais o di altri prodotti naturali ma de­cisamente più nocive per l’ambiente. E la «fabbrica» delle buste finto-ecologiche pare sia proprio a Napoli.

Perché questa diffusione? I sacchetti simil-bio costano, ai commercianti, molto me­no di quelle in linea con le normative italiane ed euro­pee e, benché siano di fatto ri­ciclabili, non rientrano nella categoria degli shopper eco­logici che pure stanno pren­dendo piede. Negozietti e bancarelle, tuttavia, non han­no dubbi: meglio risparmia­re qualche euro, contando sulla scarsa attenzione del­l’utenza e sui mancati con­trolli.

Quando, tuttavia, i control­li ci sono, ecco spuntare pun­tuali le magagne. È accaduto in varie zone d’Italia (soprat­tutto al Sud), dove i carabinie­ri del Noe hanno sequestrato un quantitativo di shopper so­­spetti, verificando – con l’aiu­to dell’Arpac – che si trattava in effetti di sacchetti fuori nor­ma. Per la verità, non tutti rie­scono ad orientarsi tra nor­mative e materiali: un ricorso di Legambiente (vinto) ha per esempio sancito che gli shopper di plastica tradizio­nale modificati con l’aggiun­ta di additivi chimici non pos­sano essere pubblicizzati e venduti come biodegradabili e compostabili. Altra nota cri­tica: il «caro-prezzo» fatto pa­gare dai­commercianti ai con­sumatori per i fragilissimi bio­shopper. La forbice oscilla da un minimo di 5 centesimi a un massimo di 30, assestan­dosi su una media di 10, ma non mancano i negozianti che cercano di speculare per­fino sui sacchetti cosiddetti «naturali».

Insomma, una gran confu­sione aumentata dal fatto che- secondo alcuni esperti ­gli shopper biodegradabili (non essendo riciclabili co­me la plastica) in realtà dan­neggerebbero l’ambiente più dei vecchi sacchetti. Che, tra l’altro, avevano il pregio di essere resistenti e di non crollare sotto il peso «insoste­nibile » di un rotolone Regi­na.




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Le vittime del Madoff romano temono il Fisco Ecco la lista che scotta: i nomi dei 700 truffati




Sequestrati gli elenchi dei clienti di Gianfranco Lande: in 700 avevano rimpatriato i soldi dall’estero con il condono tombale. Ma c’è chi ha fatto tutto in "nero". E spunta un altro scandalo: il crac di un broker vicino al Pd della Capitale.


Gian Marco Chiocci - Patricia Tagliaferri

Roma - Non solo vip. Ci sono centinaia di per­sone qualunque tra gli investitori caduti nella rete del Madoff dei Parioli. Gente che ha affidato tutti i propri risparmi alla finan­ziaria della Roma bene guidata da Gian­franco Lande, la mente dell’organizzazio­ne, responsabile secondo la Procura di Ro­ma di truffe per 170 milioni di euro. Denaro che avrebbe dovuto lievitare grazie ad inte­ressi fino al 15 per cento e che gli investitori credevano al sicuro in banche alle Baha­mas, alle Isole Vergini, in Inghilterra, in Lussemburgo, e che invece sarebbe stato utilizzato per comprare appartamenti di lusso, barche, auto e multiproprietà. Nuovi particolari, ora, emergono dalle carte depositate al Tribunale del Riesame: 700 nominativi di persone che, secondo al­cuni prospetti sequestrati dalla Finanza, avrebbero fatto ricorso allo scudo fiscale.
Ma una lista di altri 500, che era nascosta in un garage e che è stata consegnata agli in­quirenti da un dipendente di Lande, con­terrebbe i nomi di chi invece avrebbe prefe­rito non sanare la propria posizione facen­do rientrare i capitali dall’estero. In carcere con il broker che prometteva ai suoi mille e cinquecento clienti investimenti in grado di moltiplicare i rendimenti, sono finiti an­che Roberto Torreggiani, Giampiero Ca­stellacci di Villanova, Andrea e Raffaella Ra­spi. E ora alcuni di loro rischiano anche l’ac­cusa di riciclaggio per aver investito 14 mi­lioni di euro del clan dei Piromalli. Tantissi­mi anche i nomi dei personaggi famosi che avevano creduto a Lande&soci affidando loro somme anche di una certa importan­za: Massimo Ranieri, Sabina Guzzanti, Heinz Beck, gli ex calciatori Giovanni Strop­pa e Stefano Desideri (e ora spunta anche l’ex romanista Ruggiero Rizzitelli) Saman­tha de Grenet, Claudio Sorrentino, Neri Corbucci, Enrico Vanzina.
Gli inquirenti vogliono ora esaminare ogni singola posizione. E molti clienti truf­fati potrebbero ritrovarsi a loro volta nei guai con l’Erario. Oltre al danno la beffa, insomma. Perché il pm Luca Tescaroli vuo­le accertare anche la provenienza dei soldi degli investitori e verificare se questi fosse­ro in regola con il pagamento delle tasse oppure se il denaro fosse stato affidato agli operatori finanziari per farlo approdare nei paradisi off shore aggirando il fisco. Molti, come risulta dalle carte, hanno poi aderito allo scudo, ma anche le loro posizio­ni verranno analizzate dai pm per verifica­re se tutte le operazioni di «rientro» e di «provvista» siano state svolte correttamen­te. Dai documenti emerge anche un parti­colare curioso: alcuni simpatizzanti di sini­stra, antiberlusconiani doc, che all’epoca fecero guerra allo scudo fiscale, sono ricor­si alla «sanatoria». Spunta, poi, un secondo elenco, sequestrato a Torreggiani, in cui ac­canto ai nomi degli investitori il broker an­notava quelli di chi li aveva introdotti con relativi numeri di telefono. A presentare David Riondino, per esempio, fu Sabina Guzzanti.Ma c’è chi fu presentato agli inve­stitori da una qualche suocera o ex moglie, da un ex San Paolo, da un amico, da un gio­­catore, da un ambasciatore.
Intanto si profila un nuovo caso, un Ma­doff 2 romano, come lo definisce il Wall Street Italia che anticipa sul proprio blog la notizia di un raggiro da svariati milioni di euro ai danni di decine di clienti: avvocati, medici, ingegneri, molti soci dell’esclusivo Tennis Club Parioli. All’origine del crac una serie di investimenti sbagliati in borsa che hanno portato al fallimento di una so­cietà d’intermediazione mobiliare, la Or­consult Capital Management Italia Spa, che farebbe capo a un agente di cambio vi­cino agli ambienti romani del Partito De­mocratico. Il broker- secondo il WSI- è sta­to costretto «a liquidare il patrimonio della Sim vendendo sia gli uffici che il proprio appartamento ai Parioli oltre a un’azienda agricola di diversi ettari in Toscana (...)». Lo schema utilizzato era quello classico: immissione di capitali freschi per coprire le liquidazioni dei clienti in uscita. Un mec­canismo che si sarebbe inceppato a segui­to della crisi nata dal fallimento di Lehman Brothers.

TUTTI I NOMI DEI TRUFFATI





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E i pm raccomandavano: non fate nomi di politici




Una montagna di documenti, riscontri bancari e interrogatori: ma la Procura non s’è mossa 


Gian Marco Chiocci - Luca Fazzo

Milano - Forse è venuto il momento di chiedersi perché la Procura di Milano non ha mai indagato sui report del presunto tesoro all’este­ro dei Ds. Perché ha immediata­m­ente rubricato la pratica scottan­te a «fatti non costituenti reato» la­sciandola dormire in un cassetto sei mesi, per toglierla dal letargo solo con l’entrata in vigore della legge Mastella che imponeva la di­struzione dei dossier raccolti ille­galmente. Perché non s’è mossa d’ufficio per accertare se fosse ve­ra o fasulla quella montagna d’in­vestigazioni finanziarie svolte in ogni angolo del pianeta (bonifici bancari, saldi, telex, corrispon­denze riservate, numeri di conti correnti). E soprattutto occorre domandarsi perché, durante gli interrogatori, i pm si sono racco­mandati con gli indagati di non pronunciare i nomi dei politici coinvolti (che in realtà, sfuggiti al controllo, comparirebbero nelle registrazioni degli interrogatori ma non nelle trascrizioni dove sa­rebbero stati «omissati»).
Bisogna, insomma, chiedersi perché il giudice preliminare Ma­r­iolina Passaniti che rinviò a giudi­zio Cipriani e soci sentì la necessi­tà di denunciare così le gravi omis­sioni dei pm sul file Oak Fund: «L’autorità inquirente assai pro­babilmente non ne aveva percepi­ta neppure la portata, tanto che la notizia medesima relativa alla operazione New Entry era stata se­parata dal procedimento princi­pale, con iscrizione a cosiddetto modello 45, quali atti non costi­tuenti reato, ed inviata in data 12.5.2006 al procuratore in sede per le sue determinazioni».
Il giudice fa riferimento a quan­to gli imputati rivelano a verbale, e proprio dalla lettura degli inter­rogatori viene spontaneo porsi un’ultima domanda: se sulla base di un dossier non è stato ritenuto automatico aprire un’inchiesta, perché non lo si è fatto nemmeno alla luce delle dichiarazioni rese da chi quel dossier lo ha commis­sionato (Tavaroli), assemblato (Cipriani) portato a conoscenza dei vertici di Botteghe Oscure (Marco Mancini, ex capo del con­trospionaggio del Sismi, amico di Tavaroli e Cipriani)?
Ecco. Partiamo proprio a qui, dall’ex responsabile del contro­spionaggio Sismi, che il 14 dicem­bre 2006 ai pm rivela come «nel 2003 seppe che Cipriani era in con­dizione di avere concretamente nomi di società all’estero ricondu­cibili a personaggi della sinistra, specificamente dei Ds. Così andai dal mio superiore, il generale Pol­lari, che mi invitò a parlarne con il senatore Nicola La Torre (braccio destro di D’Alema, che ha negato, ndr ) il quale mi disse che erano fesserie». Altro indagato, altro ver­bale. Giuliano Tavaroli racconta di aver ordinato gli accertamenti poi effettuati dalla struttura di Ci­priani. Marco Tronchetti Provera, interrogato come testimone du­rante l’udienza preliminare, riba­disce la linea che difende ancora oggi: «L’interesse a sapere se Oak Found, o meno, fosse qualcosa, di­ciamo, legato a Tizio o a Caio, per me era nullo: io avevo acquisito un’azienda e gestivo un’azienda, non m’interessava che cosa c’era dietro». Aggiunge Tronchetti: «Ta­varoli mi disse che poteva avere accesso a delle carte relative a que­sto fondo, che faceva capo al presi­dente D’Alema e ad altri, e gli dissi che, se c’erano carte che avevano valenza dal punto di vista giudizia­rio, le portasse alla Procura».
Ma quale sia la genesi del dos­sier, chi lo abbia ordinato, è a que­sto punto quasi marginale. Il te­ma è: le notizie contenute nel dos­sier sono vere? E qui la situazione si fa incresciosa. Tavaroli, in una intervista a Repubblica , parlando del fondo fa i nomi di Fassino e di altri personaggi (che smentisco­no) spiegando che li avrebbe volu­­ti fare anche a verbale: «Ma il magi­­strato - racconta Tavaroli - mi ha detto no, non scriviamo nomi sul verbale, diciamo esponenti politi­ci ». Stesso discorso per l’indagato Cipriani «incaricato da Tavaroli ­racconta il detective - di scoprire se dietro Oak Fund vi fosse un par­tito politico». Nel bel mezzo del suo interrogatorio Cipriani chie­de conto al pubblico ministero ­«che in precedenza mi si era racco­mandato di non fare nomi di poli­tici » - di una carta mancante fra quelle che via via gli vengono con­­testate: il documento (macchia­to) col nome di D’Alema. Il pm re­plica che quel foglio non c’è in at­ti. Cipriani insiste. «Guardate me­glio ».
Il pm è irremovibile. Cipria­ni pure. L’impasse è rotto dal ma­resciallo dei carabinieri che esce dalla stanza dell’interrogatorio per rientrarvi di lì a poco: «Ha ra­gione Cipriani, il foglio c’è, è que­sto ». C’era, dunque. Ma non si è indagato per capire se fosse vero o falso, come il resto del dossier. «I pm - sbotta a giugno il detective privato, chiacchierando col Gior­nale - mi dicevano: lei la fa facile, le basta una fotocopia, a noi inve­ce servono rogatorie, timbri, uffi­cialità, le Cayman non risponde­ranno mai ». Al che Cipriani avreb­be risposto: «Guardate che questa storia dei Ds e dell’Oak fund mica si svolge tutta alle Cayman. Ci so­no personaggi che sono qui, in Ita­lia. Ce n’è uno, in particolare, ha presente il Compagno G di Mani Pulite? Ecco, è un altro come lui. Lo chiamate, lo interrogate e dite­gli pure che Cipriani di avere le prove che dietro quel fondo c’è proprio lui, e se vuole mi quereli pure. Gli diedi il nome, ma non lo hanno mai interrogato». Lo abbia­mo rintracciato noi. È nell’artico­lo qua sopra.




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Gli spari del padre alla pugile per non farla più combattere

I precari alla bonifica del fiume: arruolati più tutor che operai

Le conversazioni che non dovevano essere trascritte

Corriere della sera


La legge prevede che i colloqui dei parlamentari non siano utilizzabili senza autorizzazione della Camera




«Conversazione con parlamentare, non utilizzabile». Gli atti del processo Berlusconi-Ruby sono pieni di queste diciture che sulle intercettazioni, obbligatoriamente da depositare in audio alla difesa, segnalano un interlocutore parlamentare intercettato indirettamente sull’utenza di una persona sotto controllo, e ne nascondono sia la trascrizione sia il riassunto. Ma gestire gli omissis è insidioso quando le pagine sono migliaia. E così, a spulciare gli atti depositati a Berlusconi dai pm ormai alcune settimane fa, si scopre quello che lì non avrebbe dovuto restare. Silvio Berlusconi è un parlamentare, e come tale non può essere direttamente intercettato senza che prima sia stata chiesta dal gip e ottenuta l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.
Tuttavia nelle indagini può capitare che, mentre altre persone sono sotto intercettazione, venga registrata una conversazione tra l’utenza della persona sotto controllo e quella invece di un parlamentare suo interlocutore casuale. Quando accade, le prerogative dei parlamentari, riformulate nel 2003 dalla legge Boato poi però bocciata in parte nel 2007 dalla Corte Costituzionale, prevedono che contro il parlamentare l’intercettazione non possa essere utilizzata se non dopo che i magistrati abbiano chiesto al Parlamento il via libera a poterla usare; mentre non ci sono limitazioni all’utilizzo delle intercettazioni non solo contro la persona sotto controllo, ma anche contro terzi.

Nel caso Ruby, la scelta più volte dichiarata dalla Procura era stata quella di non fare alcun uso delle telefonate nelle quali la voce del premier era rimasta registrata sulle utenze sotto controllo di Minetti o di Fede o delle ragazze di Arcore intercettate per brevi periodi a rotazione; e stesso trattamento era stato deciso per la sessantina di contatti tra Berlusconi e Ruby attestati dai tabulati di Ruby.
Per non farsi accusare di aver appositamente intercettato Fede (notoriamente amico del Cavaliere) allo scopo di captare di sponda Berlusconi, il procuratore Bruti Liberati aveva persino ordinato di staccare le intercettazioni del giornalista appena era emerso che aveva davvero un’abitualità telefonica con il premier. Allo stesso modo i verbali di Ruby, pieni di particolari hard e nomi famosi spesso evocati senza riscontro, erano perciò stati depositati alla difesa addirittura ancora con omissis, dei quali i legali del premier si erano lamentati al punto da chiedere poi (come giusto) che i pm li rimuovessero. Ma alla fine qualcosa, nel mare di carte, tra gli omissis è scappato lo stesso: il testo sbobinato di tre telefonate indirette del premier con Nicole Minetti, Raissa Skorkina e Marysthelle Polanco. Più un’intercettazione tra la segreteria di Palazzo Grazioli e Barbara Faggioli sulle indagini difensive di Ghedini. E il vivavoce di un bunga-bunga ad Arcore.


I pm non le hanno mai usate nei loro vari atti, neppure a sostegno della richiesta al Parlamento (respinta) di perquisire il 14 gennaio scorso l’ufficio a Milano 2 dell’amministratore del portafoglio personale del premier, il ragioniere Giuseppe Spinelli. Ma non essendoci stata una richiesta di autorizzazione al Parlamento, le intercettazioni neppure sarebbero dovute essere trascritte, dovendo invece essere avviate alla futura apposita udienza di distruzione delle telefonate non utilizzabili, come appunto quelle indirette dei parlamentari oppure quelle dove figurino avvocati nell’esercizio dei loro mandati difensivi.


Luigi Ferrarella
05 aprile 2011



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Ruby, tre telefonate di Berlusconi negli atti della Procura di Milano

Corriere della sera


Colloquio con la Minetti sul caso della ragazzina marocchina





MILANO - Sono tre le telefonate in cui è rimasta registrata la voce del presidente del Consiglio e che, tra le 20mila pagine depositate agli atti da settimane sul caso Ruby, sono sopravvissute nei brogliacci agli omissis apposti dai pm a tutela dello status parlamentare del premier. Nelle conversazioni Berlusconi, per legge non intercettabile senza previa autorizzazione delle Camere, è interlocutore di ragazze (Nicole Minetti, Marysthelle Polanco e Raissa Skorkina) che invece in quel momento avevano i telefoni posti legittimamente sotto controllo dal gip.

Agosto, «indagano su Ruby»
«Ma i nostri testi diranno...»
Berlusconi: «Come sta la mia consigliera bravissima? Mi parlano tutti così bene di te, amore. Tutti, quelli della Lega, i nostri (...) Così poi quando ci sono le elezioni vieni in Parlamento».
Nicole Minetti è il consigliere regionale pdl che Berlusconi - avvertito il 27 maggio 2010 a Parigi sul suo cellulare dalla prostituta brasiliana Michelle della presenza in Questura a Milano della 17enne marocchina Karima «Ruby» el Mahroug per una denuncia di furto di tremila euro - aveva immediatamente fatto catapultare di notte in Questura. Preannunciando per telefono al capo di gabinetto che si trattava di una sua delegata, alla quale affidare la minorenne che il premier asseriva gli fosse stata segnalata come nipote del presidente egiziano Mubarak. L'1 agosto 2010, cioè 10 giorni dopo il terzo verbale di Ruby, due giorni prima dell'ultimo ai pm, e quasi tre mesi prima dell'emersione dell'inchiesta, è al telefono con Berlusconi. E dai complimenti passa presto ad altro.

Minetti: «Ma lo sai che l'altro giorno è venuto da me in Consiglio regionale Giuliante a parlarmi della storia della Ruby?».

Berlusconi: «E Giuliante chi è?».

Minetti: «Giuliante è l'avvocato del Pdl nonché di Lele (Mora, ndr), è venuto in Consiglio e praticamente m'ha raccontato tutta la storia, che c'è questo pm di nome Forno che sta seguendo il caso (...) e che secondo lui, non adesso, ma a settembre (il pm Forno, ndr) mi chiamerà perché comunque sia la Ruby che l'altra str... della Michelle hanno fatto il mio nome. Hanno aperto un'indagine su questa Michelle, perché in effetti è vero che la Ruby l'ha denunciata».

Berlusconi: «Cioè, la Ruby ha denunciato Michelle?».

Minetti: «Sì, per induzione alla prostituzione».
Berlusconi: «Una si dà la patente di puttana?».

Minetti: «Te lo giuro» (ride).

Berlusconi: «Ma roba da matti».

Fin qui il premier sembra stupito o disinteressato. Ma quando anticipa a Minetti quella che sarà poi la linea difensiva, mostra di sapere già bene di che tratti l'indagine, altrimenti non si comprenderebbe il senso del preciso richiamo all'età minorenne o meno della ragazza.

Berlusconi: «Vabbeh, quello che è importante è che ci siano diverse persone che testimonino come a noi (Ruby, ndr) aveva detto che aveva l'età diversa da quella che aveva insomma. Una volta che succede quello, non succede più niente. L'abbiamo soltanto aiutata perché ci faceva pena».
Minetti però riferisce un dato che disorienta Berlusconi.

Minetti: «Si, perché (Giuliante, ndr) m'ha detto che 'sto Forno c'ha anche delle foto in mano, che gli ha dato la Michelle».
Non è vero. Si è ora capito che era la bugia che Ruby raccontava a Giuliante quasi per giustificarsi del fatto di non aver potuto negare nei verbali le proprie presenze alle notti di Arcore. Ma già la sola prospettiva di foto, benché non vera, incrina la sicurezza del premier. Il brogliaccio lo segnala ammutolito: «5 secondi di silenzio».

Berlusconi: «Ho capito. Mmh, vabbeh, speriamo che non venga fuori un casino. Sai, basta poco perché quando si tratta di me, eh, tutti i giornali son contenti...va beh, comunque noi non abbiamo fatto niente di male, eh...».
Alla luce di questa inedita telefonata dell'1 agosto acquista interesse anche quella che il 22 ottobre 2010, quattro giorni prima che Il Fatto sveli l'esistenza di Ruby, parte da Palazzo Grazioli (residenza romana del premier) per Barbara Faggioli, una delle ragazze delle feste di Arcore.
La segreteria del premier:
«C'è da costruire un verbale»
A chiamarla è la segretaria di Berlusconi per convocarla alle indagini difensive dell'avvocato Ghedini. Ma l'argomento le è posto in modo tutt'altro che neutro, più simile a una anticipazione di quanto la ragazza dovrebbe dire.

Segretaria: «Buongiorno, è la segreteria del presidente Berlusconi, noi la volevamo convocare perché è veramente indispensabile la sua presenza per cercare di costruire e verbalizzare le normalità delle serate del presidente Berlusconi... Lunedì 25 a Milano presso lo studio Vassalli alle 17».

Faggioli: «Vengo da sola?».

Segretaria: «Si presenta da sola e deve chiedere dell'avvocato Niccolò Ghedini».
Faggioli: «Ah, Ghedini».

Segretaria: «Sì, sì, sempre lui».

Raissa: «Ho finito la benzina»

Silvio: «Ok, vai da Spinelli»
La seconda telefonata del premier sopravvissuta agli omissis è del 26 settembre 2010. Raissa Skorkina, ospite russa delle notti di Arcore, chiama Villa San Martino e in 31 secondi le viene passato il presidente, dal quale cerca l'ok a ottenere «benzina» dal tesoriere personale di Berlusconi, il ragionier Spinelli.
Raissa: «Amore ciao ciao, tutto bene, e tu?».

Berlusconi: «Abbastanza, sono pieno delle cose politiche che è una cosa pazzesca».

Raissa: «Eh, immaginato. Però ho tanta voglia di parlarti, ti prego! (...) E poi volevo chiederti... mi stanno finendo la benzina».

Berlusconi: «Come?».

Raissa: «Mi sta finendo la benzina».

Berlusconi: «Ah, ho capito. Va bene, lo dico a Spinelli. Va bene?».
Il casting tv di Marysthelle?
«Te l'ho procurato io»
La terza telefonata rimasta negli atti è con la dominicana Marysthelle Polanco ed è del 4 ottobre 2010, tre mesi dopo che il premier ha sicuramente saputo dell'arresto del suo convivente per traffico di 12 chili di cocaina. Anche qui è una donna da Palazzo Grazioli che le passa il premier. La conversazione ha ampi tratti privati, e inserimenti di un'altra ragazza (Aris) accanto a Marysthelle, a base di scherzosi e reciproci «cattivona tu»/«no, cattivissimo tu». Qui si darà conto solo del segno di un intervento di Berlusconi a favore di Marysthelle nel mondo della tv.

Marysthelle: «Sono a Roma, oddio sono venuta a fare il casting con Pingitore. Ti ricordi?».

Berlusconi: «Sì, quella che ti ho procurato io, no?».

Marysthelle: «Sì, amore» (ride).

Berlusconi: «Adesso mi hanno chiesto se possono fare qualche numero per le nostre reti. Sto tentando di convincere mio figlio».
E uno dei bunga-bunga
va in vivavoce per caso
Agli atti c'è anche una sorta di casuale viva voce di un bunga-bunga di Berlusconi. Capita infatti che uno spasimante di Aris Espinoza, indispettito per le presenze ad Arcore di Aris e dell'amica Iris, la notte del 25 settembre le chiede via sms un favore particolare: «Rispondimi per ascoltare... quando sei con lui». «Ok», gli promette la ragazza. E mantiene, annotano i brogliacci: «Come richiesto nel sms, l'interlocutore chiama e l'utente (la ragazza, ndr) risponde senza parlare. In sottofondo si sente Iris che dice "sono già ubriaca", Aris le chiede "hai bevuto?", poi si sente la voce in sottofondo di un uomo, presumibilmente Silvio Berlusconi».

Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella
05 aprile 2011



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Ds, spunta il "nuovo Greganti" È il mister X dei fondi esteri



Dalle carte sull'Oak Fund, il dossier realizzato da Tavaroli sugli affari esteri della Quercia, emerge il ruolo centrale di Roberto Perini nei presunti affari dei Democratici di sinistra. "I vertici si affidavano a lui per gestire le finanze", come il "compagno G" (Primo Greganti) durante Mani pulite



 

Gian Marco Chiocci - Luca Fazzo


Milano - Corso di Porta Roma­na, un bel palazzo signorile. Il nome «Perini» è sul citofo­no. Schiacciando il pulsante, si entra in comunicazione con una gentile voce di donna che dice «mio marito è già uscito» e «non abbiamo niente da dire ai giornalisti». Chissà cosa sarebbe succes­so se invece dei giornalisti del Giornale fossero venuti i pub­b­lici ministeri dell’affaire Tele­com o i loro carabinieri, a suo­nare questo citofono. Perché qui, a poche centinaia di metri dal palazzo di giustizia, appro­da la lunga pista che - rimbal­zando tra paradisi caraibici, società off-shore conti cifrati ­collega il dossier sull’«Oak Fund», il fondo della Quercia, ai presunti affari dei Democra­tici di sinistra.

Il nome del signor Perini ­per esteso, Roberto Perini, na­to a Rovereto nel 1952- compa­r­e nel dossier che l’investigato­re privato Emanuele Cipriani ha realizzato su incarico di Giuliano Tavaroli, allora capo della Security di Telecom, per appurare chi ci fosse dietro il misterioso Oak Fund, il fondo cifrato delle Isole Cayman su cui approdarono una parte dei soldi pagati dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera per comprare il colosso telefoni­co. Nel dossier, sul quale dopo cinque anni è stato alzato la settimana scorsa il velo del se­greto, compaiono carte raccol­te da Cipriani che indicano in Massimo D’Alema e nei Ds i re­ferenti del fondo. Vero o falso? Impossibile saperlo, perché la Procura milanese - la stessa Procura che utilizza come spunti investigativi anche le lettera anonime- su quelle car­te non ha mai indagato.

Di certo c’è che il lavoro del­la Polis d’Istinto, l’agenzia in­vestigativa di Cipriani, appare ampio e dettagliato. Viene ri­costruita passo per passo la ca­tena di controllo del fondo. Vengono riportati gli atti inter­ni che raccomandano di non indicare Massimo D’Alema (« It would be better to avoid showing mr. Massimo D’Ale­ma as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication ») tra i referen­ti del conto. Ed è in quello stes­so appunto che compare per la prima volta il nome di Peri­ni: « As you know, we presently show mr. Roberto Perini ». Da quel momento, la Polis d’Istinto ha iniziato a scavare sulla figura di questo trentino di mezza età. Il risultato finale è una definizione: «Perini è co­me Greganti». Ovvero il leg­gendario «compagno G» che negli anni Novanta gestì per conto del Pci i rapporti con l’Enimont di Gardini,e non so­lo quelli. Nel «summary» nu­mero 7 inviato nel 2002 da Ci­priani a Giuliano Tavaroli, c’è un intero appunto su Perini, steso con un linguaggio vaga­mente da questurini. Si parla di «condotta limpida», di «per­sona che nel suo ambiente go­de di una grande stima» che «sin da giovane ha abbraccia­to l’ideologia di sinistra e le te­matiche ambientaliste».

Ecco l’integrale: «Sin da giovane ha sempre seguito con molta at­tenzione la nostra vita sociale e politica abbracciando un’ideologia democratica di sinistra (...) In questo caso la sua coerenza lo ha portato a ot­tenere la fiducia da parte di quei personaggi che nel tem­po lo hanno seguito e fatto ma­turare politicamente, conqui­standosi la più ampia fiducia in seno al nostro diesse. La sua vivacità sociale viene evinta anche dal fatto che ha seguito (sino a sei/sette anni fa) con estrema attenzione anche il problema ambientale, (in par­ticolare le discariche). Il sud­detto è stato definito: 1) «un uo­mo di assoluta fiducia». 2) «Persona delegata a rappre­sentarli ». 3) «Uomo che colla­bora in affari/circostanza/ eventi dove i vertici di partito, o parte di esso, non possono apparire o risultare ufficial­mente. Possiamo dunque af­fermare, secondo corrente pensiero, che là dove un parti­to dem­ocratico grande e istitu­zionalizzato, da sempre capa­ce di portare nel nostro paese vivacità democratica, vivacità finanziaria e sociale, deleghe­rebbe o delega in particolare modo per la parte finanziaria, il signor Perini come di fatto lo è. Nella concretezza, nel­l’esempio di P.R. (Perini Ro­berto, ndr ) viene definito co­me il G. (Primo Greganti) del nuovo millennio».

Potrebbero essere chiac­chiere in libertà, se non andas­sero a collimare con le altre, vi­stose tracce che chiamano in causa i Ds nella vicenda, come i 10 milioni e 785 mila dollari che approdano su un conto della Banca Antonveneta, e che un appunto contenuto nel dossier collega al «noto parti­to ». Certo, tutto sarebbe stato più chiaro se i pm fossero an­dati da Perini a chiedergli: è ve­ro che lei è il referente dell’Oak Fund, è vero che si appoggia al­lo studio del notaio Lucio Ve­lo, è vero che conosce il signor James Manders che alla ban­ca Bear Sterns di Londra gesti­sce il conto 1020733828 inte­stato a Oak Fund? E quali sono i suoi rapporti con i Ds? Tutte domande che la Procura mila­nese non ha mai fatto.


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