mercoledì 6 aprile 2011

Disegni nazisti sulle torte di battesimo Pasticceria nel mirino degli ex deportati

1 Maggio, la Cgil: festeggiamo da soli Bonanni: a Bologna sono estremisti

Corriere della sera


La Cisl informa la Questura: «Qualche nostro militante vuole andare in piazza comunque». Il ministro Sacconi: «Vicenda che mostra un Paese diviso»




«Caro Alessandro ti confermo il nostro orientamento di svolgere autonomamente il Primo Maggio a Bologna anche per dare la necessaria visibilità alle ragioni che ci hanno indotto a proclamare lo sciopero generale del 6 maggio». Il segretario della Camera del Lavoro bolognese, Danilo Gruppi, ha scritto una lettera al suo pari grado della Cisl, Alessandro Alberani, per annunciare la scelta del sindacato rosso di festeggiare da sola l'1 Maggio.


Per la prima volta dal 1944 sotto le Due Torri la festa dei lavoratori sarà separata. «In queste settimane, purtroppo, andiamo registrando sia sul piano nazionale che sul piano locale, ulteriori strappi nelle relazioni tra di noi che finiscono per alimentare una tensione che credo debba essere compito di noi tutti evitare cresca ulteriormente», ha continuato Gruppi.

Parole alle quali la Cisl risponde per bocca del suo segretario generale: «A Bologna è prevalsa una posizione estremista e intollerabile che mal si confà alla celebrazione della Festa del 1 maggio», è il duro commento di Raffaele Bonanni. Anche se, ha assicurato il segretario, la vicenda bolognese non comprometterà la festa del 1 Maggio a livello nazionale: «Non crediamo nella trappola degli estremisti, come al solito, anche se la cosa ci dispiace - ha detto il leader della Cisl - Non saranno quelli della Cgil Bologna a mettere in discussione quello che abbiamo già stabilito nazionalmente».

Durissima, anche a livello locale, la reazione del sindacato cattolico: «È un giorno triste per la democrazia di Bologna, perché il Primo Maggio è una festa democratica, la Cgil con un atto arrogante la calpesta come se fosse l'evento di un sindacato e non dell'intera comunità», ha attaccato Alberani che ha informato anche la Questura. «Già stamattina alcuni militanti mi hanno chiesto di andare in piazza comunque. Li ho bloccati, ho chiesto tranquillità e la responsabilità che non vedo nella Cgil», ha detto Alberani.

Contro la Cgil si è schierata anche la Uil. «La posizione unilaterale della Cgil che vuole scippare il Primo Maggio festeggiandolo il modo solitario è assolutamente inconcepibile: è inqualificabile che un sindacato impedisca ai lavoratori che non possiedono quella tessera di celebrare la loro festa», ha accusato il segretario cittadino della Uil, Gianfranco Martelli. La scelta della Cgil non ha trovato sponde nemmeno nel Pd. «Per noi quel giorno è la festa del lavoro, saremo impegnati ovunque per testimoniare a favore dei diritti dei lavoratori», ha spiegato il segretario provinciale dei Democratici, Raffaele Donini.

Commenta la vicenda anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: la decisione della Cgil di Bologna, ha detto, «la dice lunga su un Paese diviso, nel quale si perdono anche i valori condivisi. Credo che, nell’ambito del movimento sindacale, occorrerebbe un confronto sincero e fondato sul reciproco ascolto». Per avviare un dialogo, «ho le mie idee su chi dovrebbe fare il primo passo - conclude il ministro -, ma non è giusto che lo dica, anche se potete immaginarlo».


Marco Madonia
06 aprile 2011



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Imprenditore diffamato, Google responsabile





Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso di un imprenditore che organizza corsi formativi pubblicizzandoli su internet, al cui nome, digitato nel motore di ricerca, venivano associate le parole "truffa" e "truffatore". Google: "Delusi dalla decisione, non dipende da noi"


Milano – Quando si utilizza un motore di ricerca su internet si possono trovare dei “suggerimenti” non richiesti : a volte utili, altre volte meno. Si tratta di una forma più o meno mascherata di pubblicità. I motori di ricerca, infatti, utilizzano dei programmi che suggeriscono in modo automatico le parole agli utenti, a partire da quelle statisticamente più “probabili” sulla base della navigazione su internet effettuata in precedenza. Non era mai capitato che un “suggerimento” venisse considerato diffamatorio. Oggi, invece, c'è un precedente. Un imprenditore che opera nel settore finanziario – che organizza corsi formativi pubblicizzandoli quasi del tutto su internet - ha fatto ricorso urgente perché, associato al suo nome, su Google venivano fuori le parole “truffa” e “truffatore”. Il servizo “Google Suggest” associava quelle parole all’imprenditore. Una pubblicità assolutamente negativa che ha spinto l’uomo, vistosi leso nella propria professionalità e dignità, ad adire le vie legali.
Il Tribunale di Milano ha accolto il suo ricorso imponendo al colosso dei motori di ricerca di intervenire tecnicamente sugli algoritmi per evitare quel nefasto accostamento. A dire il vero l’imprenditore prima di trascinare Google in tribunale aveva segnalato il problema. Ma l’azienda americana si è rifiutata di intervenire, sostenendo l’assoluta neutralità della ricerca. Ma il giudice ha dato ragione al ricorrente. Prima di tutto equiparando Google a un hosting provider, prendendo atto che, oramai, i motori di ricerca sono come degli enormi archivi dati (database), non limitandosi a effettuare ricerche ma copiando anche i siti web sui propri server (questo di fatto ha ampliato la responsabilità dei motori di ricerca). In più il giudice ha stabilito che il “suggerimento”, effettuato con una chiara valenza commerciale, non può essere considerato “neutro”.
In poche parole se i motori di ricerca, se per la loro “intelligenza”   producono un risultato che anziché agevolare l’utente lo danneggia, i motori di ricerca non possono non risponderne in prima persona. Secondo alcuni analisti questa sentenza crea un pericoloso precedente negativo per la libertà su internet, perché potrebbe indurre gli operatori a effettuare delle censure preventive proprio per evitare nuovi risarcimenti danni. Non essendo più “neutrali” i motori di ricerca potrebbero avere tutto l’interesse, per limitare i danni, a eliminare le “informazioni” potenzialmente pericolose.
"Siamo delusi per la decisione del Tribunale di Milano - precisa Google -. Riteniamo che Google non debba essere considerata responsabile per i termini che appaiono in Autocomplete in quanto vengono previsti attraverso algoritmi che si basano sulle ricerche effettuate in precedenza dagli utenti, non vengono identificati da Google stessa. Al momento stiamo valutando le opzioni a nostra disposizione".  




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Perché le giustificazioni della procura di Milano non stanno in piedi



All'indomani della pubblicazione sul Corriere della Sera di tre telefonate indebite in cui compare la voce del premier, il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, spiega che "le carte erano solo per la difesa". "Ieri era apparso in imbarazzo, oggi assicura di aver applicato alla lettera la legge Boato", commenta il nostro cronista Luca Fazzo per il quale "la giustificazione adottata da Bruti Liberati difficilmente sta in piedi".

Vi spieghiamo il perché: ASCOLTA L'AUDIO




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Caccia a conti e case all'estero I truffati pronti a una class action

Corriere della sera


Madoff dei Parioli, indagini tra il Messico e Sharm El Sheik. In 730 hanno investito fuori Italia



ROMA - Le rogatorie alle Bahamas, in Gran Bretagna e Irlanda sono quasi pronte, ma non sono questi gli unici Paesi in cui i truffatori dei Parioli avrebbero investito le decine di milioni di euro incassate raggirando nobili e professionisti, calciatori e vip. Agli investigatori che danno la caccia al «tesoretto» di Gianfranco Lande e soci sarebbe sfuggita, finora, la destinazione di una parte dei guadagni dei broker, tra cui una casa a Parigi, dalle parti della stazione del metrò Pereire; un appartamento al Coral Bay di Sharm El Sheik; un conto corrente al Credit Agricole di Ginevra e un altro in Messico.


Immobili e denaro potrebbero essere frutto della truffa che ha coinvolto 1.200 clienti. Fra questi i più ricchi, che hanno investito attorno ai cinque milioni di euro, sono Franco Gargani, Daniela Malpighi e l'ex calciatore Ruggiero Rizzitelli. Giovanni Calone, cioè Massimo Ranieri, è a quota un milione e 800 mila, mentre David Riondino ha consegnato al Madoff dei Parioli un milione e 300 mila euro. Nella lista c'è anche Anna Blefari Melazzi (poco più di un milione e 100 mila), ex ambasciatrice d'Italia in Polonia e zia di Diana Blefari Melazzi, la brigatista suicida in carcere. Un altro ex calciatore, Giovanni Stroppa, ha investito quasi un milione di euro, mentre i suoi colleghi Stefano Di Fiordo e Carlo Taldo hanno affidato ai promotori solo 14 mila euro, il primo, e 130 mila euro, l'altro. Nella famiglia Guzzanti, dopo Paolo e Sabina spunta anche Caterina (88 mila euro). E poi nell'elenco dei clienti compaiono Arturo Bianco (87 mila euro), fratello dell'ex ministro dell'Interno Enzo Bianco, e la giornalista Chantal Personè (188 mila).



Fra i truffati alcuni, adesso, vorrebbero avviare una class action. Il paradosso è che proprio i 730 che avevano investito i soldi all'estero si sentono i più danneggiati. Perché, dopo aver pagato il cinque per cento di imposta per avvalersi dello scudo fiscale, non avrebbero recuperato nulla. O quasi. Infatti, come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare a proposito di certe lettere sequestrate, «nel corpo delle missive veniva previsto il vincolo per il cliente di non richiedere la restituzione di una percentuale del capitale scudato, pari all'80 per cento o al 100 per cento dell'importo, per un periodo di 18, 24 o 36 mesi».

Il tribunale della libertà ha confermato il carcere per Roberto Torregiani, che sarà interrogato in settimana come gli altri quattro arrestati: oltre a Lande, Giampiero Castellacci di Villanova, Raffaella Raspi e il fratello Andrea. Lande, tra l'altro, dovrà spiegare perché ogni anno versava 600 mila euro a una società austriaca. E intanto un'altra finanziaria è finita nel mirino del procuratore aggiunto Nello Rossi: la Orconsult Capital Management, che vantava clienti prestigiosi (tra cui il Circolo Parioli) e che un anno fa è stata posta in liquidazione coatta amministrativa.


Lavinia Di Gianvito
06 aprile 2011




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La cosa più difficile? Spiegare agli arabi che cos'è il bunga bunga»

Corriere della sera

La giornalista: «Questa storia è oro colato, Berlusconi interessa al mondo»


MILANO - Rovista nella borsa poi tira fuori il trucco a prova di sole, «testa» il microfono, si posiziona sotto il diffusore di luce, dà un'ultima occhiata alla posta sul cellulare e via... in onda su Al Jazeera English. Barbara Serra, milanese di nascita, 36 anni, è il volto di punta del network arabo con il compito di raccontare la surreale giornata del processo a Silvio Berlusconi nella quale la principale attività dei giornalisti era quella d'intervistare altri giornalisti.

Barbara è solo una tra le centinaia di reporter e troupe straniere (120 accreditati) presenti davanti al Palazzo di Giustizia di Milano per la prima udienza del Rubygate. Tutt'intorno colleghi australiani, canadesi, turchi e argentini. Unici assenti i giapponesi, già super impegnati sul fronte interno. E ora che il sipario si è chiuso, dopo solo sette minuti «cronometrati» di udienza, la maggior parte corre a Ventimiglia a caccia di migranti diretti in Francia per massimizzare le spese della trasferta.



«È un po' difficile - esordisce Barbara Serra - raccontare all'estero i dettagli giudiziari di questa storia e soprattutto il vostro sistema giudiziario. Ad esempio da voi si sa già tutto prima. Da noi è impensabile. Sarei stata licenziata se avessi descritto prima del processo una storia simile in Inghilterra. Ma questa vicenda va raccontata. Ritengo che "giornalisticamente" valga oro colato: ci sono i soldi, il potere e il sesso e poi accade tutto in Italia. Se fosse successo in Germania non so se avrebbe destato lo stesso interesse».

La giornalista di Al Jazeera, che di recente conduce anche la trasmissione «Cosmo» su Raitre, confessa che la cosa più difficile è raccontare che cosa è il bunga bunga. «Non sono entrata nei dettagli, ho spiegato cosa si dice in giro delle feste "particolari" a casa del primo ministro. L'Italia e Berlusconi - spiega - rivestono una posizione chiave, molto delicata anche per le recenti crisi mediorientali e per questo interessa al pubblico di Al Jazeera. Berlusconi dovrebbe dimettersi? Non so, posso solo dire che in Inghilterra questa situazione non potrebbe succedere. Chi non si dimette mai, come si è visto, sono i leader dei paesi del nord Africa».

E quando le si chiede se questa storia all'estero ha un impatto negativo per il nostro paese Barbara risponde: «Ciò che colpisce all'estero è l'impatto di queste notizie, la headline, e questa headline a mio giudizio può molto danneggiare il paese». Le donne e Berlusconi: come raccontare questa storia al mondo arabo? «Io mi considero una fiera femminista. Mi sorprende che in Italia le donne trovino accettabili cose che non lo sono. Questa storia però conferma tutti gli stereotipi negativi, soprattutto quelli riferiti agli uomini italiani. Per questo da italiana sono infastidita. Quanto succede è la prova che non tutto il mondo è paese perché questo non lo stiamo vedendo in altri paesi ma lo stiamo vivendo in Italia». Ci sarà alla prossima udienza, il 31 maggio? «Già vivo tra Fiumicino e Heathrow. Ma spero di tornare».

Nino Luca
06 aprile 2011

Dodicenne inconsapevole partorisce alla gita scolastica. Il papà è il padre

Corriere della sera


L'analisi del dna svela l'incesto: il 52enne finisce in manette. La ragazzina non s'era accorta di essere incinta



MILANO - Aveva destato grande scalpore in Olanda la vicenda di una ragazzina di appena dodici anni che due settimane fa ha partorito mentre era con i compagni in gita scolastica. Né la giovane studentessa e neppure i genitori si erano resi conto della gravidanza. Ora la rivelazione choc: la ragazzina è stata messa incinta da suo padre.

ANALISI DEL DNA - La ragazzina di Groningen aveva cominciato ad accusare forti dolori al ventre durante una gita con gli insegnati e i compagni di scuola il 22 marzo scorso. Era stata trasportata nell'edificio più vicino dove aveva dato alla luce una bambina. Tra l'incredulità generale. I genitori avevano spiegato di non «essersi resi conto che la figlia era incinta, e che non c'erano segni esterni che evidenziassero la gravidanza». Non se n'era accorta neppure la dodicenne o i suoi amici. La ragazzina aveva appena 11 anni quando è rimasta incinta, avevano comunicato i Servizi locali per la salute pubblica in Olanda. Ora però, la storia si arricchisce di particolari inquietanti: la ragazza, iscritta alla scuola primaria, sarebbe stata messa incinta dal padre.
IN MANETTE - Il 52enne è stato arrestato con l'accusa di abuso sessuale, ha comunicato la procura. È stata infatti un'analisi del Dna sull'uomo a provare che è lui il padre del neonato. Secondo il giornale online elsevier.nl l'uomo viene ora descritto dai vicini di casa come «un alcolizzato» che «ha già avuto figli da altre donne». In passato era stato peraltro condannato per un crimine sessuale. Ora rischia una pena di almeno 12 anni di reclusione. La dodicenne è stata nel frattempo affidata a una nuova famiglia.



Elmar Burchia
05 aprile 2011



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Sì all'adozione del minore: non basta solo l'affetto della madre

La Stampa


Via libera all’adozione del minore, anche se c’è l’affetto della madre: assumono rilevanza le precarie condizioni economiche della famiglia naturale. Lo ha affermato la Cassazione (sentenza 1837/11).

Il caso
Il tribunale dei minori di Torino ha dichiarato lo stato di adottabilità di due bambini. Contro tale decisione i genitori hanno fatto ricorso in appello, senza successo; poi il ricorso in cassazione. Secondo la madre, l’art. 1 della legge n. 184/1983 stabilisce che lo stato di adottabilità sussiste solo in presenza di una situazione di assenza di cure materiali e morali da parte dei genitori tale da pregiudicare in modo non transitorio lo sviluppo psico-fisico del minore. Al contrario, nelle situazioni di difficoltà, anche economiche, della famiglia di origine questa va sostenuta dalle strutture assistenziali per garantire al minore lo sviluppo nell’ambito della famiglia naturale. Ciò non sarebbe avvenuto in questo caso e i giudici avrebbero erroneamente preferito «la ricerca della famiglia ideale, anziché permettere ai minori di avere la possibilità di mantenere i legami con la propria famiglia, determinando di fatto la situazione dove viene tutelato un interesse diverso da quello previsto dalla legge con l’immediato inserimento in una famiglia avente i requisiti per l’adozione».
La tesi viene però bocciata dalla Suprema Corte: il citato art. 1 attribuisce carattere prioritario al diritto del minore di crescere ed essere educato nella propria famiglia naturale considerandola l’ambiente preferenziale per garantirne lo sviluppo psicofisico attraverso la predisposizione di interventi diretti a rimuovere, qualora ciò sia possibile, situazioni di difficoltà e di disagio che possano compromettere la crescita del bambino. Ne deriva che, in tale ottica, per un verso compito dei servizi sociali non è solo quello di rilevare le insufficienze della famiglia naturale, ma soprattutto quello di concorrere, con interventi di sostegno, a rimuoverle.
La situazione di abbandono, presupposto necessario per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore, comportando il sacrificio dell’esigenza primaria di crescita in seno alla famiglia biologica, è configurabile solo quando si accerti che la vita offertagli dai genitori naturali sia inadeguata al normale sviluppo psico-fisico così da fare considerare la rescissione del legame familiare come strumento necessario per evitare un pregiudizio più grave ed assicurargli assistenza e stabilità affettiva, dovendosi considerare situazione di abbandono, oltre al rifiuto intenzionale e irrevocabile dell’adempimento dei doveri genitoriali, anche una situazione di fatto oggettiva del minore, che, a prescindere dalle intenzioni dei genitori, impedisca o ponga in pericolo il suo corretto sviluppo psicofisico, per l’assoluto difetto di quell’assistenza materiale e morale necessaria a tal fine.
Nel caso, la dichiarazione dello stato di adattabilità ha avuto luogo dopo lunga sperimentazione ed ausilio da parte dei servizi sociali, protrattasi nel tempo senza però che la madre riuscisse a raggiungere - nonostante la sua lodevole collaborazione e disponibilità - quell’autonomia genitoriale necessaria a prendersi cura dei bambini in modo da garantire loro adeguata assistenza. Per questi motivi, il Tribunale prima e la Corte d’appello poi hanno correttamente dichiarato lo stato di adottabilità dei minori, nel loro esclusivo interesse e pur in presenza di una situazione di affetto nei loro confronti da parte della madre.




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Divieto di fascismo, è tempo di spazzare via il Ventennio infinito

di Stenio Solinas


La proposta di un gruppo di senatori di abolire il divieto di ricostituzione del Pnf crea allarme. La verità è che quello del regime è un capitolo mai chiuso: infatti quella norma costituzionale è ancora transitoria



Nel centocinquantesimo del­l’Unità d’Italia, si sta facendo finta che nel nostro Paese il fascismo non ci sia mai stato. Espungiamo, in prati­ca, un quarto di secolo del nostro No­v­ecento e dalla Grande guerra passia­mo al secondo dopoguerra come se niente fosse stato, derubricando il fa­scismo a mera forma senza contenu­to. Così facendo, continuiamo a fare uscire dalla finestra i nostri padri e le nostre madri, il nostro passato prossi­mo, che però poi facciamo rientrare dalla porta della stessa casa travestiti in mille modi: fascisti ignari, fascisti tiepidi, fasciati involontari, fascisti co­stretti, fascisti per caso, per necessità, per comodo, fascisti antifascisti...

Non avendo voluto definirli, sempli­cemente, italiani, siamo persino ri­corsi all’idea che fosse stato solo il fa­scismo a combattere e a perdere la guerra, un modo per dire che l’Italia in fondo non c’entrava. Al tempo, quello della resa incondizionata e dei trattati di pace postbellici, non ci cre­dette nessuno, ma il nostro è uno stra­no Paese, dove si pensa che negando ogni evidenza ci sia posto per una re­altà altra, falsa e però vera. Proprio perché negato, il fascismo resta il convitato di pietra dell’Italia re­pubblicana, antifascista e postfasci­sta, capro espiatorio su cui scaricare ogni responsabilità.

Contro ogni logi­ca, una volta costruito il fantoccio del regime ridicolo, inviso a tutti gli italia­ni, lo si agita però come spauracchio e non si capisce perché non essendo­ci stati i fascisti al tempo del Duce, ci dovrebbero o potrebbero essere i fa­scisti a duce defunto e seppellito. In quest’ottica, l’iniziativa di un gruppetto di senatori del Pdl e di un fiellino di chiedere l’abolizione della XII norma transitoria della Costitu­zione, quella che vieta «l’organizza­zione, sotto qualsiasi forma, del di­sciolto partito fascista», è l’eterna commedia dell’arte della politica ita­liana. Va da sé che se si trattasse di una norma di qualche senso compiu­to, non si capirebbe perché nell’ulti­mo cinquantennio l’etichetta infa­mante di «fascista» sia stata quella più gettonata. E va sempre da sé che, se è transitoria, è lecito pensare che mezzo secolo sia un periodo sufficien­te per poterne fare a meno. Torniamo da dove siamo partiti.

Fra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945 si consumò in Italia una trage­dia di proporzioni morali spavento­se: sarebbe stato necessario un esa­me di coscienza spietato, individuale e collettivo. Prevalse invece il vizio ita­lico della furbizia, trionfò il cinismo dolente di chi non ha mai saputo cre­dere in nulla. Pensammo che pochi mesi fossero sufficienti a scrivere l’er­rata corrige di una storia ventennale. Sputammo accortamente sotto ven­to per evitare di sputarci in faccia. Perché questo autoinganno avesse un senso e un valore, era necessario alterare alcune elementari verità: il crollo del fascismo non dovuto a una reazione interna e accelerato da una resa dei conti planetaria; il generale consenso al regime almeno fino allo scoppio della Seconda guerra mon­diale. Invece che riflettere su questo, e su questo magari inchiodare il fasci­smo alle sue responsabilità, si preferì avallare l'idea di un ventennale inci­dente della storia, di una presa di pos­sess­o perpetrata e perpetuata fra il di­sinteresse e l’ostilità degli italiani; di un’opera buffa prima,e poi tetra, che aveva visto tutti contro, nessuno a fa­vore, se non una piccola minoranza di comici e briganti.

«La grave colpa dell’intelligenza italiana d’oggi»,scri­verà polemicamente l’intellettuale comunista Franco Fortini ancora nel 1948, «è quella di essersi vigliacca­mente rifiutata a ogni serio esame di coscienza e di aver dato da intendere che la sua vita di quegli anni (vita lar­vale perché limitata nel proprio lessi­co) sia stata la sua “resistenza”». In realtà, come più tardi dal versan­te cattolico scriverà Geno Pampalo­ni, per quelli della sua generazione, la stessa cioè di Fortini, «il fascismo pri­ma di essere un avversario, fu una de­lusione ». La grandiosità della retori­ca delle promesse, la mitologia di un «uomo nuovo», la mistica diun’Italia rurale e guerriera si infransero contro il muro di un antico conformismo di massa, contro le miserie morali e in­tellettuali di una classe dirigente im­pari alla bisogna, contro gli errori al­l’insegna del calcolo più o meno me­schino...

Ammettere una tale delusio­n­e avrebbe però significato ammette­re le illusioni che ne erano state alla base, l’aver creduto l’aver fatto finta di credere, i secondi fini e gli entusia­smi. Avrebbe significato, altresì, il mi­surarsi, una volta per tutte, con la real­tà di un Paese che, come egli scriveva, «aspetta sempre dagli altri e da fuori benefici e favori, pronto a votarsi a chiunque prometta e dimostri di esse­re potente». Così non fu ed è su questo rifiuto che si erge il mito fondante della nuo­­va Italia: un popolo in armi, una guer­ra di liberazione nazionale, un’epo­pea di massa... Ha scritto lo storico Claudio Pavone che «ancora oggi considerare l’otto settembre come una mera tragedia o come l’inizio di un processo di liberazione è una li­nea che distingue le interpretazioni d’opposte sponde».Non è così,non è lì lo spartiacque riduttivo fra fasci­smo e antifascismo.

È fra chi si rende conto che la catastrofe abbattutasi è nazionale, morale prima che politi­ca, riguarda il carattere, incide sulla nostra immagine futura, segna il rie­mergere di vizi antichi; e chi preferi­sce, anche in buona fede, non vedere, rifugiarsi nella complicità naturale degli istinti primari, sopravvivere in­nanzitutto, riordinare i più rassicu­ranti cliché di un’italianità buona, umile, sottomessa, cui, per fortuna, sono negati destini più grandi, ma più tragici. Per cui si può dar vita a un' Odissea casareccia, come quella che racconterà Italo Calvino ancora a ri­dosso della fine della guerra. «Cos’è infatti l’“Odissea”? È il mito del ritor­no a casa, nato nei lunghi anni di “na­ia” dei soldati portati a combattere lontano, dalle loro preoccupazioni di come faranno a tornare, finita la guer­ra, dalla paura che li assale nei loro sonni di non riuscire a ritornare mai, di strani ostacoli che sorgono sul loro cammino.

È la storia degli otto settem­bre, l'Odissea, la storia degli otto set­tembre della Storia: il dover tornare a casa su mezzi di fortuna, per paesi irti di nemici». Un’interpretazione sug­gestiva, non fosse che Ulisse e i suoi intraprendono il loro viaggio verso ca­sa al termine di una guerra vittoriosa in terra altrui, il solo Ulisse si salva, e di otto settembre, purtroppo la «Sto­ria » conosce solo il nostro. Transito­rio, ancora oggi, come la XII norma della Costituzione.




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Ruby, ecco la prova: le ragazze coinvolte sono solo delle amanti

di Vittorio Sgarbi


Tutte le ragazze coinvolte nel processo a Berlusconi possono ritenersi parte lesa per come sono state apostrofate dai pm. Dalle intercettazioni delle feste di Arcore emergono rapporti di affetto e amicizia: questo non costituisce reato



Non ho mai nascosto il mio disprezzo per la procura di Mila­no, in particolare per Edmondo Bruti Liberati e per i pm che han­no, grottescamente e con un enorme dispendio di denaro, vo­luto un’inchiesta insensata e senza fondamento. Si procede, con i soldi di tutti, per risarcire il danno (morale?)di due«parti le­se ». Ridicolo. La prima sarebbe il ministero dell’Interno nella persona del ministro Maroni, del questore di Milano e del fun­zi­onario che ricevette una corte­se telefonata del presidente del Consiglio, immaginando di do­ve­rgli rispetto e di tentare di risol­vere un problema, non suo, che gli veniva sottoposto. Ingenuità da parte del premier, preoccupa­zio­ne per difendere la propria ri­servatezza.

Tutte ragioni che pre­scindono da qualunque possibi­le concussione, reato inventato per pure finalità denigratorie, in assenza del concusso e di consa­pevoli parti lese. La seconda do­vrebbe essere, anzi è, nell’inter­pretazione dei magistrati di Mi­lano, la famosa Ruby che dalle vi­cende «criminali» ha tratto solo vantaggio e immagine. Non si possono oggettivamente imma­ginare lesioni morali o materiali che lei abbia patito anche in con­siderazione dell­a legge che tute­la minori che siano in difficoltà o forzati a comportamenti non de­siderati. Non certo nel caso di Ruby che è stata assistita, aiutata, non indotta e non forzata a prostituir­si. Essa, come molte ragazze che si muovono nel mondo dello spettacolo, deve soltanto ricono­scenza al presidente del Consi­glio e si può ritenere lesa soltan­to per essere stata chiamata, con­tro i suoi atti e contro la sua vo­lontà, prostituta dai sostituti pro­curatori di Milano. E intanto, es­si hanno stabilito la condizione di prostituta per qualunque ami­ca o protetta del premier, con evi­dente diffamazione.

La vincitrice dell’ultima edi­zione della Pupa e il secchione , Francesca Cipriani,può ben rife­rire che lusingata per l’invito, es­sendo stata soltanto dal voyeuri­smo giudiziario registrata fra le ospiti di Arcore, è stata chiamata dai giornali prostituta. Non lo è. Ed è intollerabile che dalle inter­cettazioni del suo telefono esca questa infamia. Intercettazioni. E oggi appren­diamo che alcune delle conver­s­azioni intercettate non doveva­no essere trascritte. Credo che il Csm e il presidente della Repub­blica, in difesa della Costituzio­ne, dovrebbero solennemente censurare e stigmatizzare que­sta gravissima lesione dei diritti di un parlamentare (oltre che della riservatezza sua e dei suoi amici)tanto più grave perché ri­vela un’assenza­di professionali­tà in chi fa il mestiere di magistra­to. La legge prevede che i collo­qui dei parlamentari non siano utilizzabili senza autorizzazio­ne della Camera. Napolitano non può tacere.

A questo ulteriore sfregio deve rea­gire con tutta l’indignazione che io provo leggendo che all’insen­sata inchiesta (intendo letteral­mente senza senso, dal momen­to che Ruby ha negato di avere avuto rapporti sessuali col pre­mier, e non dobbiamo verificare se è vero o falso quello che riguar­da la sfera intima delle persone: nessuno si chiede con chi si in­trattenga, e con quali atti e paro­­le, la dott.ssa Boccassini), sono state allegate 20mila pagine di in­tercettazioni. A questo siamo giunti, 20mila pagine di parole e sfoghi di amiche di Silvio Berlu­sconi trasformate in prostitute solo per avere umanamente go­duto della liberalità di un uomo. Il quale se a sua volta nega di avere avuto rapporti sessuali con Ruby non ha pagato nessu­na prostituta (per la funzione della quale occorre un rapporto contrattuale prestabilito e che non prevede conseguenze) e so­n­o invece soltanto persone logi­camente interessate alla sua amicizia, alla sua protezione, al­la sua benevolenza, alla sua ge­nerosità.
Qualcuno vuole condannare questa inclinazione sul piano morale? E vogliamo entrare nel­la valutazione dei rapporti tra persone mosse dall’amore, dal­l’ammirazione e anche dal cal­colo? Possiamo attribuire alla procura il compito di giudicare i costumi e la morale? Ebbene dal­le­conversazioni apparse sul Cor­riere , con Nicole Minetti e Mary­s­thelle Polanco risultano rappor­ti consolidati, amicizia, affetto, atteggiamento protettivo. Berlu­sconi appare preoccupato per ragioni lontanissime dalle re­sponsabilità che gli attribuisco­no i magistrati. Forse semplice­mente per difendere la propria immagine da pettegolezzi e da indiscrezioni dei giornali. Non appare in alcun modo aver pen­s­ato al rischio di essere inquisito per prostituzione minorile. Sco­prirà soltanto, entrato nell’incre­dibile inchiesta, che i confini in cui i rapporti sessuali consentiti con una donna si configurano come prostituzione minorile so­no fra i 14 e i 18 anni, per una vo­lontà di esponenti del suo parti­to come Stefania Prestigiaco­mo.

Il Pd più realisticamente in una proposta di legge di tutela dei minori presentata nel 1998, aveva indicato un limite più stretto, fra i 14 e i 16 anni. I costu­mi sessuali del nostro tempo e anche le tradizioni del mondo arabo indicano che la maturità sessuale è oggi assai più precoce e che le ragazze decidono di sé senza essere indotte da alcuno. In sostanza la legge non prevede­va una Ruby «parte lesa», in quanto minorenne, in alcun ca­so, ma tutelava minori disagiati, sfruttati, indotti a prostituirsi contro la loro volontà. Questo i magistrati sanno benissimo. Questo può testimoniare Barba­ra Palombelli che ha lungamen­te combattuto per questa legge. Le intercettazioni pubblicate ie­ri dal C­orriere rivelano molte co­se e inchiodano i «sostituti»(mai parola fu più pertinente) di Mila­no.

La Minetti racconta, senza par­ticolari preoccupazioni, di un consigliere regionale che le ha parlato di Ruby. Ha saputo che forse un «pm di nome Forno» vorrà interrogarla. È divertente lo stupore di Berlusconi. Dice la Minetti:«Hanno aperto un’inda­gine su questa Michelle, perché in effetti è vero che la Ruby l’ha denunciata». Berlusconi: «Cioè, la Ruby ha denunciato Michel­le? ». Minetti: «Sì, per induzione alla prostituzione». Berlusconi: «Una si dà la patente di putta­na? ». Minetti: «Te lo giuro» (ri­de). Non pare dunque molto pre­occup­ata per un’inchiesta inim­maginabile. Berlusconi conclu­de: «Ma roba da matti». In altra parte della telefonata Berlusconi, inintercettabile per legge (ma le leggi valgono solo per gli altri) aggiunge: «Vabbe’, quello che è importante è che ci siano diverse persone che testi­monino come a noi Ruby aveva detto che aveva l’età diversa da quella che aveva, insomma... L’abbiamo soltanto aiutata per­ché ci faceva pena». Questo l’animus di Berlusco­ni.

Così con Raissa risponde a una chiamata in cui lei gli dice: «Amore ciao ciao, tutto bene e tu?». E a Marysthelle ricorda af­fe­ttuosamente che è lui ad aver­le procurato un casting con Pin­gitore e lei chiude con un’altra battuta affettuosa: «Sì amore» e ride. Questo è il quadro dei rap­porti con amiche chiamate dai sostituti di Milano prostitute. Di crimini ne vedo due,e tutti a dan­no dell’unica «parte lesa»,Berlu­sconi, e delle sue amiche (anche loro«parti lese»),diffamazione e abuso d’ufficio e violazione del­la Costituzione per intercettazio­ni abusive. Più il danno erariale da valutare da parte della Corte dei conti per le 20mila pagine di parole inutili. Il mio disprezzo cresce. Spero anche quello di Na­politano.




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Lazio, 9 milioni di esami e visite mediche senza prenotazioni per amici e furbi

Il Messaggero


Fuori da ogni controllo l'85,8% delle prestazioni all'Umberto I
Per una ecografia addominale attesa record di 340 giorni








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Bersani fa il Di Pietro e scende in piazza ma non ci va nessuno

di Paolo Bracalini


Un flop la manifestazione democratica contro la riforma della giustizia Persino il corteo del sindacato dei balneari raccoglie più adesioni



Roma


Tanti attori-performer del popolo viola travestiti da suini, per mimare le orge del potere, e un Bersani camuffato da Di Pietro, per simulare l’opposizione di piazza. Ma piazza del Pantheon non è il Circo Massimo, enorme spazio che fu riempito nel 2008 dal Pd di Veltroni. Stavolta la piccola piazzetta del tempio romano non è piena che per metà, quasi più turisti incuriositi che militanti o simpatizzanti Democratici. Non è bastato neppure che si scomodasse il segretario del partito, arringante con microfono dal palco montato davanti a un grande pannello: «Contro le leggi ad personam - Per la democrazia». Pieno stile Italia dei valori, che contende la palma dell’opposizione più gridata e giustizialista al Pd, probabilmente superandolo, almeno quanto a primogenitura.

Tonino, altro promotore insieme alla banda degli onesti, cioè il Popolo viola, quelli di Articolo 21 (l’onnipresente e onni-dichiarante Beppe Giulietti), il club di Libertà e giustizia e altri movimenti minori, si è organizzato con mezzi tecnologici. L’altra sera ha inviato un sms a tutti i suoi parlamentari per reclutarli, ieri notte, tutti in piazza S.S. Apostoli, per la «Notte bianca per la legalità e la democrazia». Il dipietrista Leoluca Orlando viene accolto come un eroe quando arriva in piazza Montecitorio, oltre le transenne, in mezzo al gruppo (pochi in verità, forse un centinaio) di cittadini inferociti contro i trucchi parlamentari sul caso Ruby, le «leggi vergogna», il conflitto di attribuzione, il premier che «non si fa processare».

Anche Di Pietro si palesa in piazza, per prendersi i facili applausi quando sfotte il Parlamento che «ha deliberato che Ruby è la nipote di Mubarak». Poi si intravede una fiumana dalle parti di Piazza Navona, almeno 6mila persone con cartelli e striscioni. Arrivano i nostri del Pd o Idv? No, sono quelli del Sindacato italiano balneari, i proprietari dei bagni sulle spiagge che protestano per le nuove norme sulle concessioni, per coincidenza proprio lo stesso giorno dei cortei anti governativi.

In piazza Montecitorio si srotola un lunghissimo tricolore, retto da quelli del popolo viola che, camminando, intonano l’inno di Mameli (mai così popolare). Attorno si vedono bandiere viola, dell'Idv, di Rifondazione comunista, di Sinistra e libertà e anche una di Futuro e libertà. È Fabio Granata, il «dipietrista» di Fli, che viene accolto da un’ovazione, e con lui altri due deputati finiani, Flavia Perina e Antonio Buonfiglio. «Quel che è accaduto in Parlamento è un fatto molto grave, contro il patriottismo e la Costituzione. Voi siete un presidio democratico molto importante» dice non Di Pietro o Flores D’Arcais, ma il finiano Granata, megafono alla mano.

Altro siparietto in piazza Montecitorio, con l’ultras Franco Barbato, «idivvino» prediletto da Di Pietro, che improvvisa una lezione di diritto parlamentare e di educazione civica a una scolaresca venuta in visita (il giorno giusto...) al Parlamento. «Dovete avere la schiena dritta e rispettare le leggi, magari in modo meno esuberante di me che sono stato sospeso due volte dalla Camera...» spiega Barbato ai ragazzi, prima di fermare la Santanchè e presentarla ai pargoli come rappresentante del governo «che fa cose sbagliate». Intanto verso le 18 Pier Luigi Bersani si materializza al Pantheon, e con molta foga dice: «Questo governo ci umilia di fronte al mondo, solo i disonesti non arrossiscono».

Fino a citare il suo idolo, Vasco Rossi: «Stiamo ancora qua e saremo qua tutte le volte che sarà necessario perché abbiamo un giorno in più di lui». Chiude l’arringa di piazza con l’inno di Mameli, nuova sigla ufficiale dell’ex Pci. La sera e la notte toccano di nuovo a Di Pietro e soci, con la notte bianca in Santi Apostoli, dietro via del Corso, fino a mezzanotte. Con la previsione inquietante di Di Pietro sulle manifestazioni che potrebbero «trasformarsi in rivolta», e i cori «Dopo Mubarak, Berlusconi!». Buona notte.




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Il Palio non sarà sito dell'Unesco

Corriere della sera


Siena fuori dalle candidature.



ROMA - Palio di Siena, addio. La corsa popolare di cavalli più famosa e controversa d'Italia non appare più nella lista che l'Italia ha presentato alla commissione Unesco a Parigi per concorrere al titolo di Patrimonio immateriale dell'umanità. Lo ha deciso nei giorni scorsi la commissione interministeriale che ha il potere di indicare i siti, composta dai ministri degli Esteri, del Turismo, dei Beni culturali e delle Politiche agricole.

La conferma è arrivata ieri dal sottosegretario ai Beni culturali, che segue la questione da mesi, in una comunicazione alla commissione Cultura della Camera. Spiega Giro: «Almeno per quest'anno, il Palio di Siena non comparirà nella lista. Occorrono approfondimenti tecnici. Soprattutto è stata registrata la mancanza della necessaria condivisione tra i diversi ministeri. Le perplessità sono venute sia dal ministero degli Esteri che da quello del Turismo. Dal mio punto di vista non si può parlare di depennamento definitivo, ma occorrerà prima far applicare l'attesa normativa che regoli le gare tradizionali di questo tipo, e poi potremo riparlarne».

Molto soddisfatta della decisione appare il ministro per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla: «Sono convinta che si tratti della misura più corretta e adeguata. In tutta questa storia non c'entrano i gusti personali, né i miei né quelli del ministro Frattini. Il punto è un altro. In un bene immateriale nazionale che abbia la dignità di essere proposto all'Unesco devono necessariamente identificarsi tutti gli italiani perché diventa un simbolo dell'intero Paese. Questo, oggettivamente, non è il caso del Palio di Siena, perché intorno alla manifestazione c'è una evidente spaccatura tra i sostenitori e i detrattori, soprattutto gli animalisti. Ecco la vera motivazione». Poi aggiunge: «Mi sembra che questa divisione sia sotto gli occhi di tutti e, lo sottolineo ancora, prescinda da ogni valutazione personale». Brambilla non cambia idea nemmeno immaginando le reazioni negative che sicuramente arriveranno da Siena: «Col sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, stiamo predisponendo un disegno di legge in cui si regoleranno in maniera inequivocabile queste gare e in cui si contempereranno le esigenze di tutela della salute degli animali con quelle della valorizzazione dell'immagine dell'Italia per lo stretto legame col turismo che ne deriva».

Giro, su questo punto, annuncia: «Penso per esempio che un Palio come quello di Ronciglione non potrà più svolgersi, nelle condizioni attuali, alla luce delle nuove normative. Mentre invece credo che per il Palio di Siena non ci dovrebbero essere problemi». Nei giorni scorsi il sindaco della città Maurizio Cenni, Pd, aveva ribattuto in una lettera aperta firmata col Magistrato delle contrade, Marco Lonzi, e con il presidente del Consorzio per la tutela del Palio, Pierluigi Millozzi, che il Palio «è un patrimonio inestimabile di cultura, figlio di quella identità nazionale e locale in altre occasioni sbandierata come ricchezza del Paese». Sempre nella lettera si legge che «il nostro Palio applica già l'ordinanza del sottosegretario Francesca Martini per la tutela degli animali. Dall'applicazione della stessa ordinanza martini, il Palio è stato promosso a pieni voti diventando un modello da seguire».

Nella lista presentata dall'Italia all'Unesco rimangono senza polemiche altre dieci proposte: L'«arte tradizionale dei Pizzaiuoli napoletani», cioè la pizza napoletana, «La pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello dell'isola di Pantelleria», ovvero lo Zibibbo, la tradizione dei liutai cremonesi, il gruppo delle Feste delle grandi macchine a spalla: (Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi, la Faradda dei Candelieri di Sassari, la Macchina di Santa Rosa a Viterbo), la Festa dell'Abete di Alessandria del Carretto in provincia di Cosenza, il Carnevale di Viareggio, Calendimaggio ad Assisi, le Launeddas di Sassari, la Festa dei Ceri a Gubbio, la Festa delle Fracchie a San Marco in Lamis, provincia di Foggia.


Paolo Conti
06 aprile 2011




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Le telefonate del premier Violante: "Non dovevano finire negli atti e sui giornali"

di Anna Maria Greco


L’ex presidente della Camera sul processo Ruby: "Le conversazioni del premier non dovevano finire agli atti, tantomeno sui giornali. Ora serve una riforma". La denuncia sulle intercettazioni al premier: "Che cosa è successo? Errore, dimenticanza o intenzione?"



Roma - «Mi sembra pacifico che le intercettazioni delle telefonate di Silvio Berlusconi nel caso Ruby non dovevano essere messe agli atti dalla Procura di Milano. Ora si tratta di vedere come e perché questo è accaduto». Luciano Violante è categorico sulla premessa, ma cauto sulle conseguenze del fatto.

Quanto è successo getta ombre sull’intera inchiesta?
«Bisogna vedere a che cosa porterà l’accertamento già annunciato dal Procuratore Bruti Liberati. Quelle tre conversazioni nel fascicolo non dovevano esserci. Infatti, si sa che centinaia di altre in cui parlava il premier sono state cancellate dalla stessa Procura. Ma ancora non conosciamo il motivo per cui in questi casi le cose siano andate diversamente. Che cosa è successo: errore, dimenticanza, intenzione? Non possiamo dare un giudizio finché non avremo queste risposte».
Ma comunque è stato fatto qualcosa di illegale se le intercettazioni indirette di un parlamentare, secondo la legge Boato, non possono essere utilizzate né trascritte senza il via libera delle Camere.
«Ripeto: tutto dipende da che cosa è successo in questo caso. È diverso se si tratta dell’errore o di una dimenticanza di un cancelliere o di un poliziotto che ha inserito quello che non doveva in una mole di documenti, o se un pm non ha fatto fino in fondo il suo dovere. Comunque, la fuga di notizie è da contrastare e, a mio avviso, occorre una riforma: il giudice competente dev’essere non quello dell’ufficio giudiziario dove è avvenuta, ma il tribunale di una diversa Corte d’appello».
Ascoltare le conversazioni di terze persone che parlano con un parlamentare non è un modo di aggirare il divieto?
«Ma se un deputato parla con un capomafia non posso certo censurare l’ascolto».
Qui non c’erano reati così gravi di mezzo.
«La concussione è grave, come anche la prostituzione minorile: è impossibile che per questo tipo di reati possano essere vietate le intercettazioni».
Una volta finiti gli atti di un’inchiesta sui giornali, ormai il danno è fatto. Alla faccia della conclusione del processo.
«E questo, purtroppo, succede ogni giorno. Il peggior giornalista è quello che non pubblica le notizie che ha, ma il dilagare del “giornalismo di trascrizione”, che riempie intere pagine di notizie processuali, intercettazioni, gossip giudiziari, umilia la democrazia».
Come si contrasta questo?
«È necessario trovare una volta per tutte il punto di equilibrio tra quattro diritti: quello del giornalista ad informare, quello del cittadino ad essere informato, quello dei destinatari delle indagini alla riservatezza e quello della giustizia all’efficacia e credibilità delle indagini. Nel processo Ruby, in particolare, ho molto apprezzato il divieto di far entrare in aula telecamere e fotografi: l’aspetto spettacolare è negativo».
Devono essere soprattutto i mass media a porsi dei limiti e non piuttosto i magistrati?
«Se un magistrato o un altro funzionario pubblico viola il dovere di riservatezza, le punizioni sono previste. Qualche volta le notizie sono date direttamente dalla ditta che intercetta prima ancora che arrivino alla Procura. È poi necessaria un’autodisciplina da parte dei giornalisti, che impedisca la pubblicazione di atti come questi. Come si fa per le immagini e il nome dei minori e delle ragazze vittime di violenza sessuale. Un giornalismo che si nutre di pettegolezzi giudiziari perde credibilità, è tipico di Paesi senza un forte senso dello Stato».
Fuga di notizie a parte, non c’è in Italia un uso abnorme delle intercettazioni?
«Siamo al di sotto di molti altri Stati. Da noi tutte le autorizzazioni passano attraverso la magistratura, in altri basta il via libera della polizia o di altri organismi. Negli Stati Uniti, ad esempio, le intercettazioni sono un numero enorme. Ma da noi sui dati c’è molta confusione, anche tra numero di persone e di telefoni intercettati, perché ogni soggetto il più delle volte ha diversi recapiti, naturalmente. E poi, la maggioranza delle intercettazioni viene fatta in città come Palermo, Catania, Reggio Calabria, Napoli e Milano, dove è più forte la densità della criminalità organizzata».
Insomma, lei ha trovato grave o no avere la prova dai giornali che il premier è stato intercettato?
«Se vuole da me un giudizio di colpevolezza verso i pm, senza conoscere i fatti, non lo avrà. Dobbiamo prima capire come mai quegli atti sono finiti nel fascicolo. Fino ad allora non sarebbe onesto pronunciarsi».




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La seconda vita delle vedove: allegra e guerriera

di Massimo M. Veronese


In Cecenia diventano kamikaze, in Congo bottino di guerra, in India esuli. In Usa invece si rifanno una famiglia: molte mogli dei pompieri dell'11 settembre si sono risposate con i colleghi. Le donne afghane invece sono rimaste in11mila. E in Ruanda ridisegnano il mondo



Latricia ha avuto un bambino l’ultima domenica di aprile. Lo ha chiamato Wilfred, come il papà. Jill invece ha battezzato il suo Nathaniel, il nome che lei e il marito avevano scelto prima che lui partisse per l’Irak. E a settembre Shauna ha dato alla luce Kylee: «Io volevo chiamarla Michaela ma Patrick odiava quel nome». Sono centinaia, tutte giovani, alcune ancora ragazzine. Ma già vedove, vedove di guerra. Vanno agli appuntamenti dal medico accompagnati solo dalla madre o tornano da scuola mano nella mano di un bambino che non troverà più l’abbraccio di un papà. Il governo americano assegna loro un sussidio immediato di 6mila dollari, poi 948 dollari al mese più 237 per ogni figlio minorenne «ma io vorrei solo riavere indietro la mia vita» dice Shauna con un sorriso a metà, triste triste.

Anche Natasha Loginova era incinta quando il suo Seriozha partì per quella missione segreta. Prima di imbarcarsi volle concedersi un’oretta di riposo, a casa sua, con la sua donna. Ma si svegliò di colpo, tutto sudato: «Aveva avuto un incubo terribile: mi aveva vista correre e piangere, lo stavo cercando al porto, ma lui non c’era più». Poi Seriozha, con i suoi 117 compagni d’avventura, salì a bordo di un meraviglioso sottomarino nucleare, il fiore all’occhiello della marina sovietica: il Kursk, direzione mare di Barents, a 150 metri di profondità. Natasha non era sposata con Seriozha, non ha diritto al sussidio statale né per sé né per la piccola Vadya. Ha cercato, come tutte, la verità su quelle morti ma alla fine non ha trovato neppure di che vivere.

Quando nell’altrà metà del cielo si fa buio ci sono orizzonti che scompaiono all’improvviso e cose che si vedono sotto tutta un’altra luce: in Cecenia le vedove diventano kamikaze, in Congo bottino di guerra, in Colombia mogli coraggio, in India fuoco che arde sopra una pira. Le vedove hanno tutte la stesso viso un po’ perduto, ma è la rabbia nello sguardo che le fa diverse. Sharna per esempio ha la testa rasata perché le è vietato pettinarsi e gli occhi sempre bassi. Da quando lui non c’è più vive sola, di elemosina e preghiere. Ce ne sono diecimila come lei a Vrindavan, la città delle vedove, 150 chilometri da New Delhi, ripudiate dalla famiglia, fuorilegge, in balia dei lupi. Colpevoli di essere sopravvissute al marito e condannate a una vita senza vita, ferme per sempre in un altro mondo senza tempo. Perché chi perde il marito non ha più il diritto di considerarsi un essere umano.

Suraya invece ha appena fatto vent’anni ma nasconde lo sguardo dietro gli occhiali a specchio. Ha il velo islamico e le unghie laccate. Da quando lui non c’è più si è rifugiata nella giungla, con una mimetica addosso e un kalashnikov a tracolla, ce n’erano sono quasi duemila nelle foreste a nord dell’isola di Sumatra, prima che il terremoto capovolgesse il mondo, addestrate ad ogni tecnica di assalto e assetate di vendetta. Si chiamavano Inong Balee, l’esercito delle vedove, combattevano per l’indipendenza di Aceh, la porta dell’Islam, che lotta per staccarsi da Giakarta, alla macchia per vendicare un decennio di massacri, stupri e torture compiuti dall’esercito di Suharto. Esperante ha una bambina in braccio, Agata, sua figlia, e gli incubi la notte. Da quando lui non c’è più sogna ancora bande di miliziani che fanno irruzione in casa sua, come quella notte, la notte del machete che le portò via il marito. Un milione di morti ha lasciato il Ruanda in mano alle donne che sono il 60 per cento della popolazione e il 25 per cento dei seggi parlamentari. Sono le più istruite di tutta l’Africa, hanno perso l’amore, la casa, i figli, ma non la voglia di un futuro migliore.

Le vedove della Storia non hanno mai una storia qualunque. In Afghanistan dopo una decina di anni nascoste dietro un burqa le prime donne a scendere in piazza, anni fa, come femministe qualsiasi sono state proprio le vedove, undicimila, per chiedere la liberazione di Clementina Cantoni. «Il minimo che potevamo fare per ricambiare tutto il bene che ci ha fatto» ha detto Karina, due figli, inserita come le altre in un progetto di microcredito finanziato da Care per avviare piccoli esercizi commerciali. Molte vedove dei 347 pompieri del Fire Department di New York che si immolarono al World Trade Center si sono risposate o fidanzate con colleghi del marito. Quelli per esempio che il Dipartimento aveva assegnato loro per aiutarle, confortarle, farle sentire meno sole dopo la tragedia. E alcuni di quei vigili del fuoco hanno lasciato le proprie mogli per mettersi con quelle dei colleghi uccisi, gli uni dicono per espiare così, prendendosi cura delle famiglie di chi non c’è più, il senso di colpa di essersi salvati, le altre per sostituire il papà dei loro figli con un uomo non molto diverso da lui. Perché per quanto buio ci possa essere nell’altra metà del cielo c’è sempre bisogno di un po’ di fuoco. Anche solo per illuminare il domani.




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All’Aquila ricostruzione difficile per gli sperperi Colpa dell’inerzia del Pd

di Gian Marco Chiocc


I bluff del sindaco democratico Cialente, che minaccia le dimissioni e le ritira Ma intanto regala soldi ad amici, parenti e perfino agli enti da lui presieduti



nostro inviato a L’Aquila


Oggi sono due anni dal terremoto dell’Aquila. E tra polemiche e ripicche lo scaricabarile impera. Laddove il governo nazionale ha fatto tanto e subito costruendo a tempo di record le new town intorno alla città devastata dal sisma, il governo cittadino di centrosinistra, delegato a fare altrettanto, s’è contraddistinto per un’inerzia senza precedenti, tra piagnistei politici, bizantinismi burocratici, pericolosi scivoloni finiti all’attenzione della magistratura. In questo bailamme il sindaco Pd, Massimo Cialente, ha mostrato segni di eccellenza.

Giusto ieri in consiglio comunale è riuscito a mettere d’accordo maggioranza e opposizione per togliersi dalle scatole (in termine tecnico «per non avvalersene più») la Struttura tecnica di missione, ente di genesi governativa, riferimento della Regione Abruzzo, preposta al via libera - per legge - dei piani di ricostruzione del centro storico, osteggiati dal primo cittadino, cui sono ricollegati i soldi (4 miliardi di euro) che da due anni attendono di essere presi e spesi.

La guerra personale tra sindaco e coordinatore della struttura tecnica ha portato all’impasse. Contestualmente, poi, Cialente ha pensato bene di mettere in piedi una «struttura speciale» formata da quattro esperti, pagati 100mila euro a testa, del costo di 620mila euro annui, soldi prelevati dai fondi per la ricostruzione. A due anni dal terremoto i detrattori del primo cittadino contestano svariate sue iniziative: per cominciare c’è da ricordare il maxi appalto da 50 milioni di euro, vinto dalla ditta «T&P», rinata solo qualche giorno prima l’affidamento, col risultato che l’appalto è stato revocato in fretta e furia dalla stessa giunta Cialente.

E che dire del gran casino dell’amministrazione comunale sui 44 milioni di euro ottenuti per i «Mar», i moduli abitativi removibili, oggetto di scontri e veleni per le scelte dei terreni, sui quali la giunta, anche qui, ha poi fatto rovinosamente marcia indietro. Eppoi vogliamo parlare della corsia preferenziale riservata ai primissimi finanziamenti statali a carattere d’urgenza alla già disastrata (economicamente) Accademia dell’Immagine di cui, s’è appreso poi, il sindaco Cialente era presidente?

Vogliamo ricordare il filone della «cricca» emerso dalle indagini fiorentine e confluito in accertamenti su ditte e imprenditori amici che - vedi il consorzio Federico II collegato agli indagati toscani Fusi e Di Nardo - lavoravano per i puntellamenti degli stabili pericolanti, con il Comune dell’Aquila? E come dimenticarsi delle polemiche scaturite per la sistemazione, in un resort extralusso di Tortoreto, di familiari e parenti del sindaco mentre i concittadini sfollati friggevano sotto le tende? Si potrebbe infierire ancora sul post terremoto targato Pd.

Dalle recriminazioni antigovernative senza se e senza ma al popolo delle carriole ad uso tv: «Professionisti della protesta, senza idee, che mascherano le loro colpe» fu la definizione del Riformista. Le «non scelte» amministrative della giunta Cialente hanno portato quest’ultimo, giusto qualche giorno fa, a un passo delle dimissioni «vere e irrevocabili». Prima minacciate, poi attuate, quindi puntualmente ritirate allorché i ribelli interni sono scesi a più miti consigli.

Cialente comanda e non comanda. Continua con la sua guerra col paraocchi. Insiste a prendersela con chiunque, e come un disco rotto attacca il governo per la mancata ricostruzione della sua città che avrebbe potuto iniziare a ricostruire lui attingendo ai 4 miliardi messi a disposizione dal governo. Politica. Solo politica. C’è da pensare al futuro, non dell’Aquila, ma al proprio. Con l’ex presidente della provincia, Stefania Pezzopane, Pd, impegnata a muovergli guerra e il parlamentare Giovanni Lolli, Pd, impegnato a soffiargli la poltrona di sindaco. Che fare allora? Casino. Perché all’Aquila, da due anni, è tutto un casino.




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Il divieto di spiare i parlamentari e le scappatoie dei pm

di Stefano Zurlo


La legge, la giurisprudenza, i parlamentari. Potrebbe essere il titolo di un film wertmulleriano. In realtà quelle tre parole disegnano il difficile slalom delle intercettazioni che spesso e volentieri finiscono dove non dovrebbero: sui giornali e in tv.

NON SI PUÒ INTERCETTARE IL PARLAMENTARE

La legge è semplice e scoraggia il pm: il magistrato infatti deve chiedere alle Camere l’autorizzazione a intercettare il parlamentare. È chiaro che una norma del genere è invalicabile, più di una muraglia, perché la domanda farebbe svanire l’effetto sorpresa. La legge copre però solo una parte del problema. Al resto pensa e provvede la giurisprudenza che molto ha lavorato sul tema dell’utilizzabilità.

LE TELEFONATE INDIRETTE

E qui si entra nel campo delle telefonate, per così dire, indirette. Cosa succede se il pm, intercettando Tizio, capta la voce, tanto per non fare nomi, di Berlusconi o di qualunque altro parlamentare della maggioranza o dell’opposizione? «La giurisprudenza - risponde uno dei volti più noti della magistratura, Fabio Roia, giudice a Milano ed ex componente del Csm - distingue fra gli interlocutori abituali e quelli non abituali». Che significa? «Se sull’utenza di Tizio - riprende Roia - quel parlamentare compare in via eccezionale, una o due volte, allora quell’intercettazione può essere usata come prova al processo non solo contro Tizio, dato pacifico, ma anche contro il parlamentare». Se invece il soggetto ascoltato ha familiarità con quel parlamentare, le cose cambiano: «In quel caso si deve smettere subito di intercettare Tizio perché altrimenti si aggirerebbe di fatto la legge. Se io pm non posso mettere sotto controllo quel deputato, ma mi metto a registrare tutte le conversazioni del suo segretario, di sua moglie o di suo figlio, io ottengo lo stesso scopo, ma di fatto ho tradito lo spirito della norma. Quindi io pm devo staccare il registratore». Un po’ come la Procura di Milano ha fatto con Emilio Fede, dopo aver scoperto che si sentiva regolarmente con il Cavaliere. Naturalmente la procura può sempre chiedere al Parlamento l’utilizzo di quelle telefonate “captate”, diciamo così, per sbaglio perché non sapeva che quella persona avesse un legame stretto con il parlamentare.

L’UTILIZZABILITÀ, IL DEPOSITO E IL FASCICOLO DEL PM

Altro possibile titolo chilometrico, alla Wertmuller. Che vuol dire utilizzabilità? Tutte le conversazioni sono conservate allo stato grezzo, per così dire, nei brogliacci della polizia giudiziaria. L’ utilizzabilità passa attraverso la trascrizione che viene affidata ad un perito con tutti i sacri crismi. Le telefonate utilizzabili vengono dunque trascritte e depurate da eventuali errori in vista del processo, ma quelle grezze, quelle copiate dal maresciallo dei carabinieri, che fine fanno? «Entrano nel fascicolo del pm - spiega Roia - e il fascicolo del pm dev’essere depositato al momento della cosiddetta discovery, prima del processo. Insomma, anche se può sembrare un paradosso, ci possono essere brani di dialoghi che non sono stati trascritti perché non interessavano, né al pm e nemmeno alla difesa, che arrivano però ai giornali. È esattamente quel che è successo per le tre telefonate di Berlusconi nelle carte del Rubygate: sono fuori dal processo ma sono in pagina. Non dovrebbe sucedere. Capita. Per prevenire eventuali fughe di notizie, le parti interessate, quindi gli intercettati, possono chiedere che queste carte, non necessarie per il dibattimento, siano distrutte in un’udienza ad hoc. Ma non sempre si fa in tempo. A volte una manina svelta le passa al giornalista amico e il gioco è fatto.



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Il conto per Lampedusa? Lo pagano Regione e Viminale

di Mariateresa Conti



Almeno un milione e mezzo di euro, forse anche di più, e solo per bonificare la spiaggia di Cala delle palme, il porto vecchio, la collina della vergogna, le zone assediate dalle migliaia di immigrati accampati che da lunedì sono scomparsi dalle strade. E poi i pescatori, ancora un milione e mezzo per la sospensione obbligata delle attività per quasi due mesi. Senza contare il conto, salatissimo, che pagherà il Viminale, per le centinaia di poliziotti, carabinieri, agenti della Finanza spediti a presidiare il territorio, ancora ieri le proteste di un gruppo di minorenni non ancora identificato e quindi non trasferito, culminato in una fuga di massa poi sfumata.

È fatta anche di spese straordinarie l’emergenza immigrati che per due mesi ha martoriato Lampedusa, riducendo alcuni scorci dell’isola - per fortuna non i più suggestivi - a discariche a cielo aperto. Spese eccezionali che, per il momento, stanno fronteggiando in due: la Regione siciliana da un lato, per quanto riguarda i danni ambientali; il ministero dell’Interno dall’altro, con lo spostamento di uomini nell’isola, che tradotto in numeri significa alloggi, pasti, straordinari visto che gli sbarchi non si fermano, ancora ieri circa mille, con altri barconi in arrivo.

Una stima globale dei danni non è ancora stata fatta. Ma le prime cifre, come quelle che ha già cominciato a sborsare il governo siciliano per la bonifica, rendono l’idea. «I fronti sono due – spiega l’assessore siciliano al Territorio Gianmaria Sparma, che è lampedusano – quello del settore alberghiero e quello dell’ambiente. Della bonifica straordinaria ci stiamo occupando noi, con un’ordinanza abbiamo già stanziato 300mila euro, presto ne stanzieremo altri 300mila».

In effetti, nella rinascita complessiva che sta vivendo l’isola tornata ai lampedusani, i risultati sono evidenti: dopo la spiaggia di Cala delle palme, ieri è stata la volta del porto vecchio, il fulcro della concentrazione di immigrati. Lo scheletro della roulotte-biglietteria della Ustica lines, incendiato dai migranti durante uno dei momenti di tensione più drammatici degli scontri di sabato scorso, non è stato ancora rimosso. Ma gli altri rifiuti sono scomparsi. Non solo. Già ieri si è cominciato a smantellare lo scempio più difficile da cancellare, quello della collina sopra il porto. Che avrà bisogno di un finanziamento supplementare: «Almeno un milione di euro», calcola l’assessore Sparma.

Di più è possibile. Di meno è improbabile. E fanno già almeno un milione e mezzo. Cui bisogna sommare un altro milione e mezzo, quello che andrà ai pescatori, in virtù di una legge regionale del ’98 sullo stop forzato della loro attività a causa di calamità naturali. E proprio a una calamità può essere equiparato l’esodo biblico che ha sconvolto Lampedusa. L’isola, comunque, pensa positivo. I trasferimenti dei migranti in arrivo continuano.

Il governatore di Sicilia Raffaele Lombardo sogna di portare nell’isola Miss Italia, fresca di sfratto da Salsomaggiore. I trasferimenti dei migranti in arrivo continuano. E sono già cominciate le riprese degli spot promozionali promessi dal premier durante la sua visita, una settimana fa e dei quali si sta occupando il ministero del Turismo. «Tutto si sta svolgendo – sottolinea il ministro Michela Vittoria Brambilla – come il presidente aveva promesso durante la sua visita. L’impegno è stato rispettato».



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Villa di Lampedusa a Berlusconi? È una bugia, conosco il proprietario»

Corriere della sera

Paolo Mieli a "Ballarò" e il caso della dimora sull'isola che il premier sostiene di avere acquistato


ROMA - «Conosco il proprietario di quella villa che è una delle più belle di Lampedusa e so per certo che non è stata acquistata da Berlusconi, è una bugia»: lo ha affermato Paolo Mieli a Ballarò. Walter Veltroni ha subito preso la parola per dire che «se non è vero quello che ha detto il presidente del consiglio di fronte a tante persone che soffrono», Berlusconi «dovrebbe fare quello che si fa in un paese civile, ossia un passo indietro». «Se è vero che ha ingannato i cittadini - ha aggiunto l'esponente Pd - dovrebbe risponderne». Il ministro Raffaelle Fitto ha protestato accusando la sinistra di «avere una fissazione», quella anti-berlusconiana. «Ma è stato lui a parlare della villa mica Mieli...», gli ha ribattuto Veltroni.


Redazione online
06 aprile 2011

Senna», la storia di un grande pilota

Corriere della sera


MILANO - Un documentario per ricordare Ayrton Senna. Sono passati quasi 17 anni dalla morte che lo sorprese in fondo a una curva maledetta. Ma il mito è rimasto intatto. Ce lo riconsegna in tutto il suo fascino un documentario, «Senna» è il titolo, che ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival 2011 e che dal 6 aprile la Gazzetta dello Sport distribuisce a 12,99 euro. Un film che, presentato qualche giorno fa a Milano in una serata che ha visto Ron Dennis (numero uno McLaren) ospite d'onore, ha fatto tornare a galla le emozioni legate a una Formula 1 che forse non c'è più, fatta di personalità più che di personaggi.


05 aprile 2011

Bradley Manning accusato di aver usato un software di data-mining

La Stampa


Il 23enne, che avrebbe “passato” ad Assange migliaia di documenti, rischia fino a 52 anni di carcere








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A 24 anni Liz Taylor posò nuda per un amico

Il Mattino






Il Disinformatico
Paolo Attivissimo


05 aprile 2011

Foto osé di Liz Taylor, bufala nella bufala


Il 23 marzo è morta Liz Taylor, una delle ultime vere star di Hollywood. Una settimana dopo, il Daily Mail inglese ha annunciato che era stata resa pubblica una sua foto di nudo, l'unica conosciuta, scattata dall'amico Roddy McDowall quando la Taylor era ventiquattrenne, come “dono di fidanzamento da Miss Taylor al produttore Michael Todd”. L'immagine, ritenuta perduta, sarebbe stata acquistata da un collezionista, Jim Shaudis, che alla morte dell'attrice avrebbe deciso di pubblicarla.

Notizia ghiottissima, con tutti gli ingredienti di sesso e celebrità che l'hanno resa irresistibile per il giornalismo che non si pone questioni di rispetto per i morti: è stata ripresa subito da ANSA, AGI e da moltissime testate (Gazzetta del Mezzogiorno, Messaggero, Corriere della Sera, Repubblica e tante altre anche all'estero), senza che nessuno facesse caso alla data di pubblicazione della notizia sul Daily Mail.

Il giornale inglese, infatti, aveva pubblicato foto e articolo il primo d'aprile, come si può notare dalla data dei primi commenti dei lettori. Già questo avrebbe dovuto mettere sul chi vive i giornalisti, e una semplice ricerca in Google avrebbe indicato che il nome di Jim Shaudis non era mai stato citato da nessuna fonte online prima del primo d'aprile, ma la fettasalamite ha colpito implacabile.

La foto di Liz Taylor è stata prontamente sbufalata non dai giornalisti, ma dagli internauti, che hanno dimostrato di essere molto più bravi di chi è pagato per raccogliere e verificare le notizie. La presunta immagine inedita della Taylor, infatti, non appartiene affatto all'attrice, ma alla ballerina Lee Evans, immortalata nel 1940 dal celebre fotografo Peter Gowland, e non è affatto inedita: è stata pubblicata nel 2001 nel libro Classic Nude Photography: Techniques and Images nel 2001. Il libro è parzialmente consultabile in Google Books, e la foto in questione è a pagina 39, scovata dai segugi di Fark.com, e sul sito di Gowland. L'equivoco era già noto da un decennio agli appassionati del settore dei falsi nudi di celebrità, tanto da essere uno dei classici test del Fake Detective (sito da aprire con cautela, essendo ovviamente pieno di grazie femminili senza veli).

Già così, insomma, la figuraccia giornalistica di abboccare a un pesce d'aprile sarebbe divertente per i lettori e imbarazzante per chi pubblica i giornali. Ma non è finita. Quando finalmente ha cominciato a diffondersi la smentita (lode a Vanity Fair e al Secolo XIX, per esempio), molti siti di notizie online non solo non hanno pubblicato alcuna rettifica in calce agli articoli originali, cosa di per sé scorretta e ingannevole che perpetua la bufala, ma hanno sbagliato anche la smentita.

Forse per giustificare lo scivolone, hanno dichiarato infatti che la foto è un falso sul quale “qualcuno ha pensato bene di usare Photoshop per appiccicarle sopra la faccia di Elizabeth Taylor” (Zapster), BlitzQuotidiano). L'accusa di fotomontaggio del viso è stata ripresa anche da Leggo, TGCom, CheDonna e molti altri.

Ma anche la notizia del fotomontaggio è fasulla: infatti il confronto fra l'originale di Gowland e l'immagine pubblicata dal Daily Mail conferma che il viso è quello di Lee Evans, non quello di Liz Taylor.

Una bella dimostrazione, insomma, non tanto di quanto sia superficiale certo giornalismo, ma di quanto sia diventato facile, grazie a Internet, sbugiardare chi non fa bene il proprio lavoro.





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Spettacolo sul lungomare di Napoli/Foto Un doppio arcobaleno colora il Golfo

Il Mattino


NAPOLI - Un'esplosione di colori in via Caracciolo. Dopo la pioggia che nel pomeriggio ha sferzato la città, Madre Natura regala uno fenomeno di rara bellezza sul lungomare di Napoli. Decine di auto e scooter ferme per ammirare un doppio arcobaleno che regala qualche istante di puro spettacolo a grandi e piccini. Tra loro c'è chi ne approfitta per scattare una foto ricordo.





marco.piscitelli@ilmattino.it

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Le Iene, Giulio Golia si finge immigrato: preso a fucilate per un bicchiere d'acqua

Inchiesta, la pista dei fondi esteri dei Ds I conti vanno a finire alla Banca Antonveneta




Le carte della procura di Milano: l'ultima operazione conclusa in Italia è un bonifico da dieci milioni di dollari. Insieme con il conto Oak Fund, è stato riportato alla luce tutto l'"archivio Cipriani"

Gian Marco Chiocci
Luca Fazzo



Milano - «Non possiamo mica fare le rogatorie alle Cayman, si figuri se ci rispondono...». Così, nelle pause degli interrogatori, i pubblici ministeri milanesi rispondevano a Emanuele Cipriani, il detective privato che aveva indagato sull’Oak Fund, il «Fondo della Quercia», e sui suoi presunti legami con il partito dei Democratici di sinistra. È ben vero che le Cayman non sono famose per la loro disponibilità a collaborare con le magistrature occidentali, specie se vengono a frugare nel segreto bancario e fiscale che - insieme alle immersioni subacquee - è il core business dell’arcipelago caraibico. Ma ora si scopre che il dossier su Oak Fund conteneva spunti investigativi assai più raggiungibili, se si fosse voluto accertare quanto di vero e quanto di falso ci fosse nelle conclusioni riassunte da Cipriani nei suoi «summary», i report stampati su carta giallina e inviati a Giiuliano Tavaroli, all’epoca capo della Security di Telecom.

È ben vero che il foglio cruciale, quello, ampiamente macchiato, che invita a «evitare di mostrare Massimo D’Alema come rappresentante», sembra provenire dalle Cayman. Ma i segugi assoldati da Cipriani hanno scovato anche da questa parte dell’oceano tracce che poi sono finite nel dossier, indicate come tasselli del sudoku finanziario che lega l’affare Telecom, il fondo Quercia e il principale partito della sinistra.

C’è, come riferito ieri dal Giornale, l’appunto con il nome di quello che il dossier definisce «il Greganti del nuovo millennio», il fiduciario che gestiva i conti del «Fondo Quercia»: un signore che abita in corso di Porta Romana, a Milano, a poca distanza dal palazzo di giustizia. E non è tutto. Ci sono una serie di conti correnti, anch’essi collegati alle operazioni di Oak Fund, appoggiati presso una banca che più italiana non si può: la Antoniana Popolare Veneta, meglio nota come Antonveneta, l’istituto che - dopo il fallimento della scalata da parte della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, è finito nelle mani degli olandesi di Abn Amro e poi in quelle del Monte dei Paschi di Siena.

Secondo il dossier, la Citco Holding, la società che detiene il controllo dell’Oak Fund, ha un conto presso la filiale lussemburghese dell’Antonveneta, gestito da tale signor Tschiderer, ma anche un conto presso una filiale in Italia dello stesso istituto. È su questo conto che - secondo lo schema ricostruito da Cipriani - passa l’ultimo movimento di denaro individuato nel dossier prima della sospensione delle investigazioni, i 10 milioni e 785 mila dollari provenienti da una non meglio specificata società Crystal. E, sempre secondo lo schema, riconducibile al «noto partito». Una verifica su questi dati, con i potenti mezzi della Procura milanese, non sarebbe stata particolarmente gravosa. Eppure non ci fu, e la storia del conto Oak Fund sarebbe rimasta sepolta nel dossier se il giudice Giuseppe Gennari, la settimana scorsa, non avesse tolto il segreto sull’intero frutto delle fatiche di Cipriani.

Insieme al dossier sul «Fondo Quercia», è stato riportato alla luce tutto il contenuto della «Banca dati Zeta», ovvero l’intero archivio Cipriani. Tra questi ci sono altri dossier delicati, e solo in parte commissionati da Tavaroli. Ce n’è uno, assai approfondito, sull’attuale amministratore delegato di Enel Fulvio Conti, realizzato all’epoca in cui nella stessa azienda rivestiva la carica di direttore finanziario. Ce n’è uno su Riccardo Ruggiero, amministratore delegato di Telecom, in cui si parla di suoi rapporti con aziende fornitrici del gruppo e di suoi presunti viaggi su aerei privati messi a disposizione per assistere a partite di Champions del Milan. Ce n’è uno sull’ex ministro Maurizio Gasparri. Ce n’è uno su Franco Bernabè, oggi numero uno di Telecom. Ce ne sono tanti, troppi, destinati presto a vedere la luce.



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Il colpo basso dei pm Adesso processate Ilda Boccassini




La Procura allega alle carte del caso Ruby le telefonate di Berlusconi. Che finiscono sui giornali. È un reato, ma chi pagherà? 


La legge è uguale per tutti, tranne che per i magistrati che possono tranquilla­mente calpestarla sapen­do di rimanere impuniti. A oc­chio, infatti, i pm della procura di Milano hanno commesso un re­­ato, trascrivendo e allegando ad atti pubblici tre intercettazioni te­l­efoniche del presidente del Con­siglio senza l’autorizzazione del Parlamento. Nelle ventimila pa­gine che costituiscono l’atto di accusa del caso Ruby ci sono in­fatti tre conversazioni tra il pre­mier e tre ragazze. Se n’è accor­to, ma guarda la coincidenza, il Corriere della Sera proprio alla vi­gilia dell’apertura del processo. Nulla di sconvolgente, anzi, sem­mai il contrario. Le conversazio­ni denotano confidenza, affetto, gli interlocutori parlano di Ruby e delle sue vicende con preoccu­pazione. Nulla di più. Su questo tema la legge è chia­ra. Primo: i telefoni di deputati e senatori non possono essere in­tercettati. Secondo: se intercet­tando una persona terza, gli in­quirenti si rendono conto che stanno ascoltando la voce di un parlamentare, l’operazione va subito interrotta.

Terzo: se i pm si accorgono solo a cose fatte del­­l’indebito ascolto, i nastri e le tra­scrizioni devono essere buttati, a meno che la Camera di riferi­mento, interpellata, non decida diversamente. Nel caso in questione tutto ciò non è accaduto. Ilda Boccassini e compagni se ne sono fregati della legge. In un Paese normale oggi sarebbero sotto inchiesta, come capita a qualsiasi cittadino che non rispetta le regole. Ma il nostro non è un Paese normale, quindi nulla accadrà, anche se è venuto il momento di ribellarsi. È assurdo che il presidente del Consiglio debba finire sotto pro­cesso pe­r una telefonata al massi­mo inopportuna ( quella alla que­stura di Milano) con un fascicolo d’accusa di ventimila pagine e 130 testimoni, e un pm debba far­la franca per un reato assai più grave non solo contro Berlusco­ni ma contro tutta la Camera dei deputati, la cui inviolabilità è san­cita dalla Costituzione.

Oggi dovrebbe suonare alta la voce del presidente della Came­ra, a difesa dei suoi uomini, della politica tutta e degli elettori. Gianfranco Fini ha invece visto bene di stare zitto, perdendo co­sì quel poco di dignità che anco­ra gli era rimasta. Se c’era qual­che residuo dubbio sulla sua complicità con i pm ammazza Berlusconi, direi che da oggi non c’è più.E Napolitano?Dove è fini­to i­l garante della legge e della Co­stituzione? Sparito, anche lui. In questo Paese guidato da co­dardi a pecoroni di fronte a tre pm arroganti, ci vorrebbe qual­cuno che ripristinasse la legalità di uno Stato democratico. Quan­d­o gli arbitri tifano per una squa­dra, nella fattispecie quella dei pm, la partita è truccata. La Boc­cassini ritiene di non aver com­messo reati? Che si è trattato di uno sbaglio? Che era un suo dirit­to farlo?

Bene, lo sostenga davan­ti a un giudice, se avrà ragione verrà assolta altrimenti si bec­cherà una condanna, esatta­mente come lei pretende di fare con i suoi imputati. Per fare que­sto ci vorrebbe però un giudice indipendente dalle procure, che oggi non esiste, perché come no­to cane non mangia cane, soprat­tutto se entrambi portano la to­ga. La separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante prevista nella riforma della giustizia appena av­viata dal governo, non è più rin­viabile. Che oggi inizi pure il processo del secolo, illegittimo nella sede (ieri il Parlamento ha votato che Milano non ha titolo per proce­dere e che se ne deve occupare il tribunale dei ministri), nella so­stanza (nessuna delle presunte vittime sostiene di esserlo), e ora anche nella forma in quanto in­quinato da intercettazioni illega­li. Basta che tutta questa messa in scena non la si chiami giusti­zia.



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