mercoledì 13 aprile 2011

Altro che crisi. Napoli è piena di Paperoni

Corriere del Mezzogiorno

Il capoluogo e la Campania costituiscono il 7 per cento
dei capitali gestiti dal gruppo a livello nazionale




NAPOLI - Hanno più di sessant'anni, molte case e moltissimi soldi. Sono i Paperoni di Napoli che non conoscono crisi a dispetto dei tanti (troppi) Paperini.
Questa è la fotografia emersa dall’analisi della sezione private wealth management della Deutsche Bank del capoluogo campano, sezione creata per gestire la fascia alta di mercato della clientela privata. E proprio in virtù dell’incremento di clienti, la sezione, guidata da Francesco Vigorita, è stata rafforzata con l’ingresso di Massimiliano De Pasca, napoletano, e di Elisabetta Scavarelli, salernitana. Oggi, secondo i dati forniti, con 270 milioni di masse gestite, rispetto ai 170 milioni del 2003, Napoli e la Campania costituiscono il 7 per cento del totale dei capitali gestiti dal gruppo a livello nazionale.

CAMPANIA SETTIMA DOPO NORD LAZIO E TOSCANA - Secondo l’analisi, la Campania è al settimo posto, dopo le grandi regioni del Nord, il Lazio e la Toscana, per distribuzione potenziale di ricchezza con un 4,51 per cento, di cui il 60 per cento concentrato nella provincia di Napoli, seguita da Salerno e Caserta.

RICCHI DI CASE - Ricchi che sono costituiti in massima parte, per il 50 per cento da grandi proprietari immobiliari e da chi vive di rendita, seguiti per il 30 per cento da imprenditori, al cui interno una buona parte è rappresentata da armatori, e un 20 per cento da professionisti. Soggetti, un centinaio i gruppi familiari seguiti dalla sezione partenopea, che per il 60 per cento dispongono di un patrimonio che varia tra i 2 e i 10 milioni di euro.

TANTI OVER 60 - Una ricchezza che è concentrata nelle mani degli over 60. Clienti che, come spiegato da Vigorita, «prediligono un approccio conservativo della gestione del patrimonio» e da qui la costituzione del portafoglio tipo del cliente composto per il 75 per cento da obbligazioni, da un 20 per cento di azioni e il restante 10 per cento diviso tra cash e investimenti alternativi. Sono proprio questi ultimi, con particolare attenzione a compartecipazioni in settori come le energie rinnovabili o l’immobiliare all’estero, ad attrarre. Investimenti che, come spiegato, possono avere un ritorno anche del 15 per cento.

I NUOVI RICCHI? SONO GIOVANI E TECNOLOGICI - Ma se i Paperoni sono over 60, i nuovi ricchi sono «potenzialmente» giovani che hanno creato aziende nel campo delle telecomunicazioni e della nuove tecnologie. È prevista, infatti, per il 2011 l’ingresso di una giovane società napoletana in borsa.

MA I DISOCCUPATI RADDOPPIANO - L’altra faccia della medaglia mostra come il vero problema sia l’elevato tasso di disoccupazione che frena la crescita del Paese e della Campania. «Oggi - ha detto Giorgio Mascherone, responsabile investimenti - il vero nodo è l’occupazione, problema sociale ed economico, sebbene la Campania abbia tenuto meglio durante la crisi». L’analisi, infatti, mostra che se in Italia si è passati da un tasso di disoccupazione inferiore all’8 per cento nel 2004 a un +8,3 nel 2010, in Campania si è passati da un 14,2 al 12,7.

Redazione online
13 aprile 2011





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Non ho più mia figlia, non toglietemi almeno la giustizia»

Corriere della sera

Parla la madre di una vittima della strage di Viareggio. Sul processo l'ombra della prescrizione breve


La testimonianza
di D. Affinito (Rcd)


«Emanuela era una splendida ragazza di 21 anni con tante cose ancora da fare». Daniela Rombi parla di sua figlia con la voce rotta dall’emozione, nonostante siano passati due anni da quella notte del 29 giugno 2009, la notte dell’esplosione alla stazione di Viareggio. Emanuela ha combattuto in ospedale per oltre 40 giorni. Poi non ce l’ha fatta. 32 in tutto le vittime. Un processo per strage che se tutto va bene inizierà nei primi mesi del 2012. «Non ci togliete la giustizia, almeno quella ce la dovete lasciare» ripete Daniela, divenuta presidente della onlus Il Mondo Che Vorrei, associazione che raduna i parenti delle vittime della tragedia versiliana.

«Il processo breve o meglio la prescrizione breve sono un problema reale per noi come per i parenti de L’Aquila, della Moby Prince e di tante altre stragi rimaste senza un colpevole». Denuncia Daniela: «Nel procedimento per Viareggio tutti o quasi gli indagati sono incensurati, se passa la norma non arriveremo mai nemmeno a dibattimento». Un esito che Daniela è decisa ad impedire con tutte le sue forze, «a mia figlia questo glielo devo, e lo dobbiamo a tutti quelli che sono morti». E’ difficile trovare una spiegazione davanti alla morte di una figlia di vent’anni, investita da una tempesta di fuoco mentre era in casa. Ma Daniela lo pretende, «una spiegazione qualcuno me la deve dare».

Redazione Rcd
13 aprile 2011

Munnizza!», l'insulto Idv a Scilipoti

Corriere della sera



Coro dai banchi dei dipietristi ogni volta che viene citato. Il deputato: «Io, rifiuto? È una risorsa»





ROMA - «Munnizza!»: è il coro che si leva nell'Aula della Camera dai banchi dell'Idv ogni volta che Domenico Scilipoti, ex dipietrista passato ai Responsabili, viene citato dalla presidenza di Montecitorio. Scilipoti fa finta di niente, accenna un sorriso ed abbozza. Il «coreuta» è Franco Barbato. L'urlo significa «immondizia» in dialetto siciliano, affinché, spiegano i dipietristi, «lo capisca anche Scilipoti», che è del Messinese.

LA POLEMICA - «Rosy Bindi avrebbe dovuto difendermi. Non tanto per prendere le difese di Domenico Scilipoti, quanto per salvaguardare l'istituzione». Scilipoti si lamenta così per l'attacco ricevuto sistematicamente dagli ex colleghi di partito. «Rosy Bindi - aggiunge Scilipoti riferendosi al presidente di turno di Montecitorio durante le votazioni per il processo breve - avrebbe dovuto intervenire. Avrebbe dovuto fermarli, anche perché Domenico Scilipoti è intelligente e quindi non risponde, ma se fosse stata un'altra persona tutto sarebbe potuto degenerare anche in una rissa. E lei avrebbe dovuto avere la responsabilità di impedirla». Il deputato dei Responsabili se la prende quindi con i dipietristi, che sono «incolti e ignoranti, perché non sanno che 'a munniza, cioè il rifiuto, ormai è più che altro una risorsa, una ricchezza da sfruttare...».


13 aprile 2011




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La truffa e poi la beffa: 25 anni dopo deve pagare le consulenze del giudice

Così perdiamo la guerra libica

Il Tempo


Una guerra, se la si fa, bisogna vincerla. Poi si tratta. Qualcuno ha la sensazione che l’Europa voglia sconfiggere Gheddafi? Ieri Francia e Gran Bretagna sono tornati a chiederci di usare i missili. Giusto: ma come si può dare a un alleato prima un calcio e poi chiedergli di impegnarsi di più?


Gheddafi E ora perfino Tarcisio Bertone, il segretario di Stato vaticano, l’autorità politica della Santa Sede un gradino sotto il Papa, afferma: «Non c’è dubbio che l’Europa ha profondamente deluso». Senza mancare di rispetto, aspettiamo che una presa d’atto altrettanto realistica giunga anche dal Quirinale, che ha sempre esortato il governo a non compiere strappi con l’Unione europea, facendosi garante delle buone intenzioni di quest’ultima. Buone intenzioni impallinate dal combinato disposto di Francia e Germania. Del resto, dopo la grande rabbia di due giorni fa, Roma non sembra incline ai colpi di testa. «Bisogna mantenere i nervi saldi» dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini. E Umberto Bossi, parlando a nome di Roberto Maroni, garantisce che «la notte ha portato consiglio e non c’è alcuna intenzione di uscire dalla Ue». Già, ma il problema non è questo: neppure la Germania, con la sua forza, potrebbe oggi prendersi il lusso di uscire dall’Unione e tornare al marco. Figuriamoci noi con la lira.

La questione va posta in altri termini: in quale compagnia europea stiamo? Intanto un primo effetto. Tutti dediti ai propri singoli interessi nazionali, alle prese con sondaggi declinanti e destre nazionaliste emergenti, i governanti europei sembrano aver perso di vista la campagna di Libia. La Nato a trazione europea, per la prima volta senza il decisionismo – nel bene e nel male – degli americani, non funziona. Una guerra, se la si fa, bisogna vincerla. Poi si tratta. Qualcuno ha la sensazione che l’Europa voglia davvero sconfiggere Gheddafi? Che ne abbia la forza e l’interesse? Ieri Francia e Gran Bretagna sono tornati a chiederci di usare i missili, non solo i dispositivi antiradar dei Tornado. Giusto: ma come si può dare a un alleato (che è anche il più esposto di tutti) prima un calcio negli stinchi e poi chiedergli di impegnarsi di più?
Secondo punto, la questione immigrati. Contrariamente a quanto afferma la Germania non è un fenomeno di breve durata e limitato a qualche migliaio di tunisini. Secondo l’ultimo Cia World Factbook – sì, proprio la "ditta" con sede a Langley, Virginia – l’Europa occidentale ha un Pil annuo pro-capite che va dai 32 mila dollari dell’Italia ai 55 mila della Norvegia, passando per i 33 mila della Francia ed i 35 mila della Germania. Siamo 495 milioni di persone mediamente a pancia piena e dediti a consumi voluttuari, includendo anche i paesi di recente ammissione come Romania, Bulgaria e repubbliche baltiche. A poche centinaia di miglia c’è il Nord Africa: Tripoli dista da Roma 1.007 chilometri, Algeri 754 da Marsiglia. Perfino Il Cairo, la più lontana, è a sole quattro ore di volo da Francoforte, il cuore dell’Europa.

La popolazione maghrebina ha un Pil pro-capite che varia dai 3.800 dollari del Marocco ai 13 mila della Libia, con una differenza: il prodotto interno lordo, dato in gran parte dal petrolio e altre materie prime, non si traduce, a differenza che in Europa, in reddito, benessere e consumi personali. Se poi scendiamo alla fascia sottostante, quella sub-sahariana, abbiamo i 600 dollari annui a testa della Somalia e della Sierra Leone, i 700 di Etiopia ed Eritrea, il "picco" di 1.900 dollari del Sudan. In questi paesi la disoccupazione oscilla dal 10 per cento del Marocco al 15 della Tunisia, al 20 del Sudan, al 30 per cento della Libia, del Mali, della Mauritania, fino all’85 per cento della Liberia. Tra Africa mediterranea e sub-sahariana abbiamo oltre 350 milioni di abitanti: la sola Etiopia ne conta 83 milioni, il Sudan 39. L’età media è di 23 anni, rispetto ai 43 attuali dell’Europa, che secondo l’Onu aumenteranno a 47 entro il 2050. In breve: siamo la parte più ricca, anziana e consumista del mondo che si misura con quella più povera, più giovane e meno garantita.
Una cosa ci accomuna: gli africani guardano la tv, come e più di noi. E quindi osservano i nostri usi e costumi, dal Grande Fratello alla Champions League, dalle top model a Dolce & Gabbana. Ii tunisini sbarcati a Lampedusa sono già notevolmente griffati: è questo, oltre al lavoro e al denaro, che per ora cercano in Europa. E non basterà una direttiva di Sarkozy o un memorandum della Merkel a fargli cambiare idea. Potremo (anzi, dovremo) rispedirli a casa, o anche respingerli in pieno Mediterraneo. Ma ci riproveranno, esattamente come un ventennio addietro hanno fatto i polacchi, un decennio fa i romeni. E come nel dopoguerra i turchi e gli italiani in Germania. Gli americani hanno avuto lo stesso problema con i messicani, i portoricani, i colombiani.

Hanno tirato su un muro elettrificato che va dal Texas alla California. La questione è aggravata dal traffico di droga e di armi. Ma è stata parzialmente risolta con i flussi regolati e soprattutto con il Nafta, l’accordo di libero scambio economico tra Usa, Canada e Messico voluto da Bush padre e firmato nel 1994 da Bill Clinton. Usa e Canada finanziano il Messico, organizzano blitz anti-narcos, consentono ai messicani di passare due volte al giorno la frontiera per andare a lavorare, incentivano le aziende a produrre di là dal Rio Grande. Notoriamente gli americani hanno anche tollerato qualche dittatura nel Centro-America: ma quando si è esagerato hanno mandato i marines come con Noriega in Panama.
Poteva l’Europa immaginare qualcosa di simile prima di lanciare i raid contro Gheddafi? Poteva ignorare la semplice evidenza storica che ogni guerra, ogni crollo di regime, scatenano sempre ondate migratorie? Poteva e doveva. Ha preferito girare la testa, e concentrarsi sulle prossime elezioni cantonali, o nei land in bilico. Perché se c’è un luogo comune da sfatare è che l’Italia è stata punita perché abbiamo la Lega, Berlusconi, il caso Ruby. Questa è la versione che fa comodo alla sinistra, e magari fa sentire vittima il Cavaliere e rafforza l’anti-europeismo di Bossi. Ma la verità è tutt’altra: il Nord Europa e la Francia stanno andando a destra, si affermano movimenti xenofobi che fanno impallidire la Lega. Il tutto in una paurosa crisi di leadership. Quanto prima se ne renderanno conto la nostra politica ed i nostri vertici istituzionali, lasciando perdere la retorica di un’Europa ormai immaginaria, meglio sarà.



Marlowe
13/04/2011




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Don Camillo e Peppone diventano un fumetto

Asl, la Regione sfiducia Pezzano «Contro di me solo fango, ma lascio»

Corriere della sera


Il consiglio: incarico inopportuno per il manager fotografato con i boss della 'ndrangheta



Pietrogino Pezzano
Pietrogino Pezzano
MILANO - Bufera sui vertici della Sanità lombarda. Mai una nomina era stata contestata come quella dell'Asl di Milano 1. E ora il supermanager Pietrogino Pezzano, fotografato con boss della 'ndrangheta l'11 luglio 2009, lascia l'incarico. Lo fa dopo che ieri pomeriggio il Consiglio regionale vota a sorpresa una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Sono le otto di sera quando il direttore generale, nominato lo scorso 23 dicembre in quota Pdl, getta la spugna: «Mi dimetto per salvaguardare la mia professione, chi lavora con me e la mia famiglia. Preferisco togliere dall'imbarazzo il Pirellone, anche se contro di me si è mossa la macchina del fango».

Il primo a mobilitarsi è stato Roberto Nava, sindaco di Vanzago. Contro l'arrivo all'Asl 1 di Pietrogino Pezzano, il cui nome è finito della maxi-inchiesta antimafia Infinito, c'è poi una levata di scudi a livello regionale. Così ieri - dopo il primo tentativo sfumato tre mesi fa - Pd, Italia dei Valori, Sel di Nichi Vendola, con l'aiuto dell'Udc, incassano un successo forse insperato: la mozione che chiede al governatore Roberto Formigoni di revocare l'incarico a Pezzano passa. Tra congedi motivati e impegni istituzionali sui banchi del centrodestra ci sono numerose defezioni. L'ordine di scuderia è, allora, di abbandonare l'Aula per fare mancare il numero legale (fissato ieri a 38). Ma le presenze in Aula rimangono misteriosamente quelle minime indispensabili per andare al voto. Con una votazione che, a questo punto, si trasforma in una Caporetto per il Pdl: la minoranza, che è a ranghi compatti, riesce a fare passare il provvedimento (31 contro 7). Esultano dal Pd Arianna Cavicchioli e Luca Gaffuri: «È un segnale contro una nomina inopportuna. E le dimissioni di Pezzano raddoppiano il nostro successo». Giulio Cavalli (Idv): «Finalmente arriva un segnale politico chiaro su una nomina vergognosa». Enrico Marcora (Udc): «Sono contento che i voti dell'Udc siano stati determinanti».


Un'immagine dal video dei carabinieri nel 2009: Pietrogino Pezzano con Saverio Moscato e Candeloro Polimeno
Un'immagine dal video dei carabinieri nel 2009: Pietrogino Pezzano con Saverio Moscato e Candeloro Polimeno
Una contestazione di un manager sanitario che si trasforma in un caso politico. Per il Pdl è difficile nascondere l'imbarazzo: «Abbiamo commesso un errore tecnico sul numero legale - ammette il capogruppo Paolo Valentini -. Ma chi era seduto sui banchi era in buona fede». Del Carroccio, che peraltro aveva già espresso l'inopportunità dell'incarico a Pezzano, l'unico presente al voto è Stefano Galli: «La Lega se n'è andata dall'Aula come previsto, ma qualcun altro ha sbagliato i conti». L'assessore alla Sanità, Luciano Bresciani (Lega), cofirmatario delle nomine insieme con il governatore Roberto Formigoni, precisa: «Pezzano non l'ho indicato io. Ma, di fronte a una proposta fiduciaria da parte degli alleati, sono stato dalla parte del diritto: uno è innocente fino a prova contraria».

La nomina di Pietrogino Pezzano è da sempre considerata in quota all'ala del Pdl vicina a Paolo Berlusconi. Le sue sono le seconde dimissioni all'Asl 1 dopo l'incarico-lampo del direttore sanitario Giovanni Materia. Il manager pluricontestato esce di scena. Resta il giallo al Pirellone: il successo della mozione è dovuto allo sbaglio di qualche consigliere, a un regolamento di conti interno al Pdl oppure a uno sgambetto del Carroccio al suo assessore? Cesare Giuzzi e Simona Ravizza


13 aprile 2011



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L'ombra di Scalfaro dietro Capriotti

Il Tempo


L’Antimafia ascolta l’ex capo del Dap che nel ’93 suggerì di ammorbidire il 41bis. L’ex dirigente e il suo rapporto con il presidente. Quattro giorni prima di inviare la sua nota a Conso fu ricevuto al Quirinale.


Oscar Luigi Scalfaro Ci sono date, documenti, incontri. Ma i ricordi stentano a riaffiorare. La stagione della stragi del 1992-1993 continua ad essere un grosso punto interrogativo sulle pagine della storia di Italia. Un punto interrogativo che nemmeno l'audizione di Adalberto Capriotti, ieri ascoltato dalla commissione Antimafia, sembra in grado di chiarire. Capriotti ha oggi 88 anni. Nel 1993, alla vigilia del suo settantesimo compleanno, venne nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

Era il 4 giugno. Il 26 firmò un documento (pubblicato dal Tempo il 25 marzo scorso ndr) nel quale si suggeriva, come «segnale di distensione», di diminuire del 10% il numero dei boss sottoposti al carcere duro del 41 bis e di revocare il regime speciale per le figure di secondo piano. Il suggerimento era indirizzato a Giovanni Conso, ministro della Giustizia di allora, che lo raccolse. A novembre non rinnovò il 41 bis per 140 detenuti. Dopo quel provvedimento, le bombe smisero di esplodere. Insomma i dubbi e le domande sono molte: da dove nasce l'appunto di Capriotti? Chi ne era a conoscenza? Dietro quel suggerimento c'era la consapevolezza di compiere un gesto «gradito» alla mafia? L'audizione di ieri non ha fornito risposte. La seduta è stata secretata, soprattutto quando si è fatto esplicito riferimento alla nota del '93. Ma Amedeo Laboccetta, deputato del Pdl e membro della commissione Antimafia, sorride quando gli si chiede di svelare qualche retroscena: «Non c'era niente da secretare.

Tutto ciò che è stato detto è già pubblico». Capriotti, infatti, avrebbe alternato i «non so» e i «non ricordo» con qualche incerta spiegazione. Come quella sull'appunto che lui si sarebbe semplicemente limitato a firmare. Altri, avrebbe spiegato, furono i «compilatori» di quel documento. Altri che, però, sono morti. Di certo, trattandosi di un argomento così delicato, è curioso che il capo del Dap non abbia approfondito la questione. Su un punto, però, la vaghezza di Capriotti si sarebbe leggermente incrinata: il suo rapporto con l'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Monsignor Fabio Fabbri, segretario monsignor Cesare Curioni (carissimo amico di Scalfaro e cappellano prima a San Vittore e poi a Regina Coeli), ha recentemente raccontato che fu il presidente a chiedere a «don Cesare», durante un incontro al Quirinale, di indicare un nome per sostituire l'allora responsabile del Dap, non gradito a Scalfaro, Nicolò Amato. Curioni e Fabbri fecero il nome di Capriotti. E Conso lo nominò subito.

«Ho letto a Capriotti - racconta Laboccetta - l'intervista rilasciata recentemente da monsignor Fabbri. E lui, a mezza bocca, ha ammesso un rapporto con Scalfaro». Il che non è una prova, ma apre ad altre mille domande. Tipo: cosa si dissero Scalfaro e Capriotti il 22 giugno 1993, quattro giorni prima della firma della famigerata nota, quando si incontrarono al Quirinale? Le risposte, forse, le darà direttamente il presidente quando sarà ascoltato dall'Antimafia. Il Pdl aspetta che l'audizione venga calendarizzata.


Nicola Imberti

13/04/2011





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Ucciso dalla polizia, la madre a processo: "Diffamò la pm"

La Stampa







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I comuni che non depurano le acque non possono chiedere il canone

La Stampa


I comuni che non hanno impianti di depurazione dell’acqua non possono chiedere il pagamento della tariffa richiesta per quel tipo di servizio. Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 8318/11) decidendo su un ricorso presentato contro il comune di Milano, accogliendo il ricorso della Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori che chiedeva che fosse accertata l’illegittimità della tariffa per il canone di depurazione richiesta dal comune per il periodo 4 ottobre- 31 dicembre 2000 in assenza del servizio.
Il caso

Sia il Tribunale (aprile 2004), sia la Corte d’appello di Milano (giugno 2008) avevano interpretato l’art. 14 della legge 36/94 sostenendo che vi fosse l’obbligo di pagamento del corrispettivo per la depurazione delle acque anche in assenza di un qualsiasi servizio di depurazione. A giudizio della Cassazione, invece, «a fronte del pagamento della tariffa, l’utente riceve un complesso di prestazioni consistenti, sia nella somministrazione della risorsa idrica, sia nella fornitura dei servizi di fognatura e depurazione». La tariffa non è atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensì nel contratto di utenza e se il servizio non esiste non va pagato.



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Quando Eugenio Scalfari recensiva Galimberti senza però averlo letto

di Matteo Sacchi


Mentre il filosofo del "copia-incolla" è sempre più nei guai, c’è chi ripesca gli elogi sperticati che gli rivolgeva il fondatore di Repubblica. E si ride





E mentre a Venezia, in quel di Dorsoduro dove ha sede l’università di Ca’ Foscari, si indaga per decidere cosa la comunità scientifica debba pensare dei testi e della produzione filosofica di Umberto Galimberti - che dopo essere stato accusato, a partire dal 2008, di aver utilizzato il lavoro scientifico di decine di colleghi ora è finito sotto inchiesta - quel che resta da fare ai cronisti culturali è esaminare il versante della vicenda che non finirà né sotto lo sguardo degli accademici né sotto quello di tribunali incaricati di prendere decisioni relative al copyright, ossia quello giornalistico. Sì, perché se per quanto riguarda saggi e produzione scientifica ora il dibattito si fa serio, restano le questioni più facete, come le lenzuolate di Galimberti su Repubblica e il fatto che nel quotidiano, universalmente noto per essere il tempio della cultura radical-chic italiana, nessuno si sia mai accorto che Galimberti assemblava e riassemblava sempre gli stessi pezzi.

E qui di nuovo ci vengono in aiuto il saggio Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale che ha costretto Ca’ Foscari ad aprire un fascicolo e il suo autore: Francesco Bucci. Innanzitutto non è che a Repubblica> proprio non sapessero. Bucci più volte ci ha detto «Io a Ezio Mauro avevo scritto, anche prima che scoppiasse il caso...». Certo, un conto è un professorone che riempie le pagine, un conto un lettore puntiglioso, che ci molesta... Però leggere i libri di chi riteniamo un genio, un buon pastore a cui far condurre i nostri lettori, non sarebbe una cattiva idea. E così Francesco Bucci ha dedicato una apposita appendice alle sviolinate che Repubblica e i suoi numi tutelari hanno regalato al loro filosofo ufficiale.

Ecco ad esempio l’opinione di Eugenio Scalfari su Galimberti pubblicata sull’Espresso del 18 gennaio 2007: «Umberto Galimberti è uno dei pensatori che più mi appassionano per la profondità delle sue osservazioni filosofiche, psicologiche, sociali e anche per la nitidezza e semplicità della sua scrittura e del suo eloquio. Per questo da molti anni gli sono amico e consento quasi sempre con le sue tesi». Anche lasciando perdere brutte questioni di plagio e «copia-incolla», fatta salva l’amicizia che è sacra, però è un po’ strano che i due siano d’accordo. Scalfari è un convinto sostenitore dell’illuminismo e del razionalismo, basti pensare a volumi come Attualità dell’illuminismo (di cui era curatore), Per l’alto mare aperto e L’uomo che non credeva in Dio. Una delle frasi più famose di Galimberti invece è: «Il pensiero è folle. Maledetta quella servetta che è la logica» (ipse dixit al festival della filosofia di Sassuolo del 2008). E non basta. Ogni volta che ha potuto, Galimberti ha sparato a palle incatenate contro il pensiero dei Lumi. In Idee: il catalogo è questo senza mezzi termini afferma: «L’età dei Lumi, in cui si è celebrato il trionfo della ragione, è il punto più buio della storia...».

Bucci cita un’infinità di esempi (con pagine, note e riferimenti puntuali).
Ma come ha fatto a non accorgersene Scalfari, proprio lui che definisce la prosa di Galimberti «nitida»? Mah, sarà anche colpa di Galimberti. Anti illuminista da sempre, ha pensato bene di scrivere un intervento per Attualità dell’illuminismo in cui contraddice tutto ciò che ha sostenuto altrove e dà ragione all’amico-fondatore Scalfari: l’Illuminismo diventa qui «un compito etico da cui nessun uomo, che tiene in qualche conto la dignità dell’uomo, può sentirsi esonerato».

Scalfari crudelmente ingannato? Beh però anche lui avrebbe potuto esimersi dal fare una recensione entusiastica di Psiche e Techne. Il libro sarà anche ad «alta intensità letteraria», ma è violentemente antiscientista e antimoderno: «Sembra dunque che la ragione, con Bacone e Galilei, e poi con i forni crematori, abbia realizzato globalmente un’età della tecnica che non lascia vie per la salvezza». E si ride: meno male che Scalfari e Galimberti sono quasi sempre d’accordo... Però una lancia a favore dell’Eugenio protettore di tutti i radical chic bisogna pur spezzarla. Sempre nella recensione a Psiche e Techne (come puntualizza Bucci) butta lì un «le ripetizioni sono la sola menda del libro che altrimenti sarebbe stato perfetto». Sì, in effetti, nel libro ci sono dei pezzi che vengono riutilizzati più volte pari pari... Ma questo forse avrebbe dovuto portare a qualche riflessione in più. Non siamo tutti intelligenti come Scalfari.

Se si era accorto che Galimberti aveva il morbo della fotocopiatrice avrebbe potuto dircelo più chiaramente e, magari, dare una voce alla sua redazione... Ancora ieri Repubblica taceva.



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L'Italia degli spioni, le microspie dalla Polverini: spunta il giallo su una società di Claudio Lotito

di Gian Marco Chiocci



I sindacati di una impresa di vigilanza che fa capo al patron laziale: strane incursioni nel palazzo della Regione. Dura la replica: "E' tutto regolare, sono pronto a denunciare"



Microspie e veleni, il giallo del pezzo di carta che scotta. Trattasi di un documento lungo una pagina stilato dai sindacati dei vigilantes appartenenti a Cgil Cisl e Uil, ora in possesso della Digos incaricata di fare luce sulle microspie nell’ufficio del presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. L’esposto inviato per conoscenza anche alla Governatrice (la data è quella dell’8 marzo) dà conto di relazione di servizio redatta da alcuni vigilantes della società Roma Union Security, di cui Claudio Lotito patron della Lazio è socio di minoranza, che sovrintende la sicurezza del palazzo regionale in via Cristoforo Colombo a Roma.
Un documento che racconta di strane intrusioni notturne, di prelievi di chiavi dell’ufficio della Polverini, di ritorsioni nei confronti di chi non ha tenuto la bocca chiusa. Una relazione da prendere con le pinze, anche perché Lotito, rintracciato in tarda serata dal Giornale, lo definisce pieno «di inesattezze e falsità», scritto da qualcuno che «rischia seriamente di essere denunciato per calunnia perché arriva a trarre conclusioni senza sapere le cose come stanno». E come stanno le cose, Lotito lo dice subito dopo: «Io non dovrei neanche parlare perché dovrebbero parlare il presidente e l’amministratore. Comunque le cose stanno in questo modo: la società ha operato senza commettere alcun reato. E’ tutto regolare, re-go-la-re, regolarissimo. Se dico così è perché so quel che dico. Piuttosto bisogna chiedersi perché qualcuno è arrivato a scrivere certe cose.
E non è escluso che a qualcuno potrebbe presto essere contestato anche uno specifico reato». Roba d’intralcio alla giustizia. Lotito non fa mistero di essere pronto a denunciare chiunque arrivi a sostenere il contrario.

La triplice, nelle persone di Lisi, Brinati e Ariodante, racconta quanto appreso da alcuni dipendenti della Roma Union Security che il 3 marzo e il 18 marzo scorso sarebbero stati testimoni (il condizionale è d’obbligo) di «fatti che richiedono sia fatta la necessaria chiarezza». In quei due giorni, sempre intorno alle ore 23, a leggere la nota dei sindacati, nella sede della Regione si sarebbero presentati alcuni funzionari dell’istituto di vigilanza «i quali ordinavano a tutte le G.P.G. in servizio di abbandonare le proprie postazioni, di non effettuare i previsti giri periodici di controllo e di radunarsi al pian terreno dello stabile» dove sarebbero rimasti per tre ore.
«Nel contempo» – scrivono sempre i sindacati – i due funzionari «facevano accedere nei locali della Regione Lazio, con un automezzo aziendale, quattro persone sconosciute ed in borghese, prelevavano le chiavi degli uffici tra cui la chiave della presidenza, vi accedevano e vi si trattenevano per oltre due ore e quaranta minuti. Successivamente venivano riposte le chiavi degli uffici “visionati” fra cui quello della presidenza e (i due funzionari, ndr) accompagnavano le quattro persone in borghese fuori degli uffici della Regione Lazio, liberavano le G.P.G. in servizio che fino a quel momento erano state trattenute all’interno della reception, ordinando loro di riprendere le proprie postazioni ed effettuare i residui giri di controllo, senza fare menzione a nessuno dell’accaduto». A detta dei sindacati, una volta venuta a conoscenza dell’esposto, la società avrebbe reagito «trasferendo ad altri servizi al di fuori dell’appalto della Regione Lazio» coloro che non avevano rispettato la consegna al silenzio.
Accuse gravissime, sottolineate da riferimenti velenosi al Laziogate di Storace e alla conoscenza «dei fatti sopra esposti» da parte dei «vertici aziendali». Accuse rispedite duramente al mittente da un pirotecnico Lotito che al Giornale s’è mostrato sin troppo sicuro della «correttezza comportamentale» della società di vigilanza: «Le cose o sono legittime o sono illegittime. Se sono regolari vuol dire che allora c’è qualcuno che sta commettendo un reato, che sta intralciando l’accertamento della verità da parte dell’autorità giudiziaria. Chi ha fatto quello che ha fatto era autorizzato a farlo, e mi fermo qui». Il presidente biancoceleste si morde la lingua. Non dice una parola di più. «C’è un’inchiesta in corso». Come dire, aspettate e vedrete.




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Migranti, la Chiesa critica l'Europa e Castelli non esclude l'uso delle armi

Corriere della sera

Bertone:«Posizione deludente». Il leghista: «Di fronte alla violenza saremo obbligati all'uso della forza»


MILANO - Mentre anche la Chiesa, per voce del card. Bertone, critica l'Europa sul fronte immigrazione, in serata il sottosegretario leghista Castelli preannuncia la possibilità dell'uso della forza militare: «Non possiamo sparargli, almeno per ora, ma le violenze degli immigrati, che potrebbero diventare milioni nel corso del tempo, potrebbero obbligare le autorità ad usare le armi». La frase ha immediatamente scatenato durissime reazioni e anche la richiesta delle sue dimissioni.

LA CHIESA - «Non c'è dubbio che l'Europa abbia profondamente deluso» ha detto il segretario di Stato Vaticano, Cardinale Tarcisio Bertone, a margine di un convegno. «Credo che i primi delusi sarebbero i padri fondatori dell'Europa - ha aggiunto - perchè l'Europa ha perso il suo spirito profondo di grande solidarietà». Pur dicendosi d'accordo con l'appello di Napolitano a non drammatizzare lo scontro col l'Europa, Bertone ha chiesto che l'Unione Europea «aiuti l'Italia». Anche il presidente dell'Ue, Herman Van Rompuy e il premier greco, George Papandreou, hanno poi concordato sul fatto che sul fronte immigrazione «le misure dell'Ue non sono sufficienti». Lo afferma lo stesso Van Rompuy in una nota diffusa a Bruxelles al termine della sua visita ad Atene.

CASTELLI - «Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora». Questo il pensiero del leghista Roberto Castelli, ex Ministro della Giustizia e attuale Viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, che è stato ospite in studio del programma di Radio2 "Un Giorno da Pecora". «Le violenze degli immigrati, che potrebbero diventare milioni nel corso del tempo, potrebbero obbligare le autorità ad usare le armi». Immediate le reazioni. «Castelli parla come un uomo di Neanderthal. Le sue parole sono un istigazione all'odio ed alla violenza. Frasi irresponsabili soprattutto se pronunciate da un uomo di governo» ha detto Donadi dell'Idv. «Se il viceministro Castelli confermasse le sue affermazioni - ha detto invece Emanuele Fiano del Pd - dovrebbe dimettersi: è una vergogna dire quello che ha detto nei giorni in cui chiediamo alla Ue di comprendere le nostre ragioni». Il deputato di Fli, Italo Bocchino ha poi chiesto che il


FRATTINI FRENA MARONI - Dopo l'amarezza delle parole del ministro dell'Interno Roberto Maroni «Che senso ha restare ancora nella Ue?» che riflettevano il mancato appoggio europeo all'Italia sul tema dell'emergenza immigrazione, ora dal governo italiano arriva un secco dietrofront. «Senza l'Europa l'Italia sarebbe troppo piccola» ha osservato infatti il ministro degli Esteri Franco Frattini arrivando in Lussemburgo per il Consiglio esteri della Ue ed intervenendo sulla questione sollevata lunedì dal ministro Maroni. «Avanti nell'Europa - ha aggiunto Frattini - facendo valere un ruolo europeo che purtroppo non c'è stato». Lunedì il ministro Maroni ha detto che l'Italia deve lasciare l'Europa, lei cosa ne pensa? hanno chiesto i giornalisti a Frattini. «Non credo che il ministro Maroni abbia detto che dobbiamo lasciare l'Europa», ha risposto Frattini. «Ha espresso la sua forte delusione in un momento di delusione, di ira e di rabbia che possiamo comprendere, ma dobbiamo avere nervi saldi», ha aggiunto il capo della Farnesina. «L'Europa è e sarà per noi una straordinaria opportunità: l'Italia senza l'Europa sarebbe non solo talmente piccola da essere insignificante ma non in grado di affrontare le grandi sfide. Quindi avanti nell'Europa», ha rimarcato Frattini. «Ma facendo valere un ruolo europeo che purtroppo non c'è stato in questa vicenda», ha sottolineato ancora Frattini. «Condivido le parole del presidente Napolitano. Io sono un convinto europeista. Non si deve scherzare con l'Europa, ma neppure con gli interessi dell'Italia» ha concluso Frattini.
MARONI: «VISIONE MIOPE» - Maroni è poi tornato a criticare l'Europa, nel corso di un'audizione alle commissioni riunite Affari costituzionali ed Esteri della Camera: «I Paesi che dicono che l'emergenza immigrazione deve essere gestita solo dall'Italia hanno una visione miope, sono portatori di una concezione sbagliata del ruolo dell'Europa». Forse, ha poi aggiunto, «qualcosa si sta muovendo. Il presidente Barroso è in contatto con Berlusconi e speriamo si possa aumentare la velocità di reazione dell'Europa che finora è stata troppo lenta lasciando sola l'Itala a gestire un carico difficile».

BOSSI: «L'ITALIA NON DEVE USCIRE DALLA UE» - Umberto Bossi frena sul fronte internazionale. L'Italia deve uscire dalla Ue? «No, no. Maroni era arrabbiato». risponde così ai giornalisti a Montecitorio e aggiunge: «Sono cose che passano in una notte». Che cosa dovrebbe fare l'Europa? «L'Europa - risponde il leader della Lega - dovrebbe fare un sacco di cose e invece non fa niente. Dovrebbe fare quello che stiamo facendo noi, mandare le navi a pattugliare». Ma la soluzione per Bossi resta sempre la stessa: «Dobbiamo mandarli a casa tutti»

ALFANO - Diversa invece la posizione del ministro della Giustizia Angelino Alfano a proposito dello "strappo" di lunedì sull'immigrazione. «Lunedì è stata costruita una brutta pagina» ha detto Alfano. Il ministro italiano anche lui dal Lussemburgo ha sottolineato che «c'è un problema di mancanza di solidarietà» però «bisogna fare distinzione tra istituzioni europee e singoli stati». «Quello che abbiamo rilevato, e lo ribadiamo è l'assenza di solidarietà tra gli stati» ha affermato ancora il ministro Alfano. Richiamando quanto detto da Maroni, i cronisti gli hanno quindi chiesto: meglio soli o male accompagnati? «L'Europa - ha risposto Alfano - è nata sempre sui processi di crisi. Non è stato un cammino che non ha conosciuto di momenti di crisi. Comunque lunedì è stata costruita una brutta pagina».

Redazione online
12 aprile 2011(ultima modifica: 13 aprile 2011)

Consulente dei pm in arresto: "Talpa anti Cav"

di Massimo Malpica


Il presunto autore della fuga di notizie sul caso D’Addario sarebbe un ex collaboratore informatico della Procura, ora giornalista. Avrebbe violato i pc dei giudici di Bari per copiare i verbali segreti dell’imprenditore Tarantini pubblicati dal Corriere della Sera



Arrestato l’uomo che, a settembre 2009, avrebbe passato al Corriere della Sera i verbali su Berlusconi e le serate con la D’Addario a Palazzo Grazioli. Carte riservatissime, secretate dal pm, pubblicate nel giorno dell’insediamento del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, spedito nel capoluogo per tentare di sanare le spaccature interne al palazzo di giustizia. Quell’esordio «amaro» è uno schiaffo che Laudati non ha mai digerito. Tanto da arrivare a promettere che la «talpa», prima o poi, sarebbe stata individuata.
E così, per la procura, è successo. Andrea Morrone, 39 anni, ex consulente informatico della stessa procura, reinventatosi giornalista con un contratto di collaborazione proprio con l’edizione pugliese del quotidiano di via Solferino, da ieri è ai domiciliari. Con l’accusa di avere, il 4 agosto del 2009, «rovistato» abusivamente nel pc del pm Pino Scelsi, collegandosi all’archivio informatico della procura con le password ancora in suo possesso, nonostante fosse stato licenziato dalla società che gestiva proprio la sicurezza del network giudiziario barese più di un anno e mezzo prima di quel giorno.

Un dettaglio che forse spiega anche le tante fughe di notizie di quella calda estate barese. Ma, pur se apparentemente aiutato dalla scarsa sicurezza informatica della procura-colabrodo, Morrone secondo i pm era da arrestare. E il gip l’ha pensata allo stesso modo, pur spendendo 8 mesi per accogliere la richiesta della procura, arrivata sul suo tavolo nell’agosto del 2010.

Per l’accusa, il movente dell’ex consulente informatico era lavorativo: avrebbe deciso di sottrarre i file per passarli a una cronista barese del Corriere del Mezzogiorno (che la procura ha indagato per ricettazione) proprio sperando in una assunzione nel quotidiano. E a febbraio del 2010 il Corriere pugliese ha offerto a Morrone un contratto di collaborazione presso la redazione di Lecce.
Al suo nome gli inquirenti sono arrivati, in un certo senso, per esclusione.
Quei verbali erano solo nel pc del magistrato che indagava Tarantini, non erano stati dati in copia nemmeno ai legali dell’imprenditore. E il 4 agosto qualcuno aveva consultato i file della cartella «interrogatori Tarantini», collegandosi in condivisione al computer del pm. Controllando i tabulati, e le celle «attivate» dal telefonino di Morrone, gli investigatori hanno ricostruito da un lato una serie di contatti tra l’arrestato e la giornalista del Corriere, e dall’altro hanno appurato la presenza dell’ex consulente nell’area della procura. Pur licenziato, l’uomo continuava infatti ad aver accesso a una stanza con computer al piano interrato della procura, ed era ancora in possesso delle password di accesso.
Il contenuto di sms e telefonate tra la presunta «talpa» e la giornalista sono sconosciuti, ma - scrive il gip - «pur non potendosi conoscere il contenuto delle conversazioni e dei messaggi telefonici (...) esistono elementi fattuali di natura logica che supportano l’ipotesi d’accusa». E a confermare che la cronista fosse in possesso dei verbali, all’inizio dell’agosto 2009, ci sono le dichiarazioni del colonnello della Finanza Salvatore Paglino (l’uomo che svolse le indagini sul filone D’Addario e che poi era finito indagato lui stesso, intercettato e spedito ai domiciliari con le accuse di stalking, peculato e rivelazione di atti coperti da segreto). Interrogato dal pm, Paglino ha raccontato che, in quella settimana d’estate, era stata la stessa giornalista, incontrata in procura, a dirgli che aveva i verbali.
Nelle 17 pagine dell’ordinanza, il gip rimarca infine come l’unica delle esigenze cautelari a carico di Morrone sia la reiterazione del reato. Non solo per la «determinazione più che apprezzabile» nell’accedere abusivamente all’archivio informatico della procura, e nella «sicura consapevolezza del contenuto antigiuridico della condotta», ma anche perché l’ex consulente ora, appunto, fa il giornalista. «Potrebbe nuovamente sfruttare le cognizioni tecniche di cui è dotato per violare sistemi informatici» e ottenere documenti da pubblicare, conclude il gip.




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Patto tra Fini e la magistratura Il Cav: "Ho in mano le prove"

di Adalberto Signore


Denunciando i "31 processi tutti mediatici che sono ancora costretto a subire", il premier rilancia: "nei prossimi due anni andremo avanti con la riforma della giustizia e con il ddl sulle intercettazioni". Poi smaschera il presidente della Camera: "Ho la copia di un accordo sottoscritto a inizio legislatura tra la magistratura e il presidente della Camera. Un patto scritto in cui i pm si impegnavano a non toccare Fini se lui in cambio avesse bloccato la riforma della giustizia"



Roma - «Allora... Siamo in 170... Direi decisamente troppi per il bunga bunga. Anche se... posso sempre dividervi per gruppi...». Silvio Berlusconi li accoglie così i tanti ospiti che lunedì sera partecipano alla cena del Pdl lombardo organizzata a Villa Gernetto, ormai da qualche anno nuova location degli appuntamenti mondani del premier.
Un Cavaliere decisamente di buon umore, che va avanti fino a tarda notte tra battute, canzoni in francese e uova di Pasqua con «sorpresa». Un Berlusconi che nel suo discorso davanti allo stato maggiore del partito - ministri, sottosegretari, parlamentari, eurodeputati e consiglieri lombardi - non perde però occasione per rievocare quella che fino a quel momento era rimasta «solo» una riflessione onirica di Giuliano Ferrara che - proprio dalla prima pagina del Giornale - aveva raccontato di aver sognato il premier che, stufo delle tante beghe interne al Pdl, si diceva pronto a mollare baracca e burattini e ritirarsi dalla politica.
Così, quando davanti ai 170 ospiti il Cavaliere arriva in qualche modo ad «accarezzare» quel fatidico giorno, molti dei presenti vanno con la mente proprio all’editoriale domenicale di Ferrara. «A tutti i grandi politici che ho avuto occasione d’incontrare - racconta infatti Berlusconi - chiedo quale sia stato il giorno più bello della loro vita. E tutti, da Bush a Blair passando per Aznar, mi rispondono che è quello in cui hanno deciso lasciare la politica». Insomma, chiosa il premier, «non vedo cosa ho da preoccuparmi» visto che, dirà più avanti, «il mio giorno più bello deve ancora venire».
Una battuta, certo. L’evocazione, forse, di un qualche spettro che Berlusconi non attende con particolare ansia. Oppure un modo per iniziare a mettere le mani avanti se mai, come favoleggia qualcuno, nel 2013 decidesse di lasciare la premiership a un successore designato. Chissà. Di certo c’è che - a pochi giorni dal «sogno» di Ferrara - il Cavaliere ci tiene a far sapere che, se mai dovesse lasciare, sarebbe per lui il giorno più bello. Per poi comunque rassicurare tutti sul partito. Perché, dice, «è unito» come «sono unite tutte le diverse anime del Pdl». Sarà.
Prima di buttarsi nel menù tricolore (dall’antipasto al dolce, tutti piatti bianco-rosso-verde in onore del 150 anni dell’unità d’Italia) c’è tempo per il consueto affondo sulla giustizia e sui «31 processi tutti mediatici che sono ancora oggi costretto a subire». Ecco perché, aggiunge Berlusconi, «nei prossimi due anni andremo avanti sia con la riforma della giustizia che con il ddl sulle intercettazioni». Cose su cui «siamo stati bloccati da Gianfranco Fini». Ed è su questo punto che il Cavaliere va giù piuttosto duro, raccontando pubblicamente quello che fino a ieri era filtrato nei retroscena dei giornali e comunque mai in modo tanto dettagliato. «Ho la copia - affonda il premier - di un accordo sottoscritto a inizio legislatura tra la magistratura e il presidente della Camera. Un patto scritto in cui i pm si impegnavano a non toccare Fini se lui in cambio avesse bloccato la riforma della giustizia. Così è stato».
Si chiude tardi, con Berlusconi a cantare. «Andate da Bersani - scherza - e chiedetegli se canta Bandiera rossa come io canto in francese». E con un uovo di Pasqua di polistirolo alto quasi due metri da cui esce una violinista bionda in un attillato vestito di raso nero. Finisce di suonare e Berlusconi non si tiene: «Mi darebbe il suo numero di telefono?». «Ma è la nipote di qualcuno?», chiosa ridendo Ignazio La Russa.





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