giovedì 14 aprile 2011

Consigliere municipale gambizzato, due spari da un motorino

Corriere della sera

 

Andrea Antonini, XX circoscrizione, vicepresidente di Casa Pound, non è in pericolo di vita: «Forse uno scambio di persona». La Procura apre un fascicolo

 

ROMA - Lo hanno affiancato mentre a bordo di uno scooter percorreva la via Flaminia e gli hanno sparato due volte gambizzandolo. È accaduto giovedì a Roma Nord: Andrea Antonini, consigliere di centrodestra del XX Municipio (Tor di Quinto-Vigna Clara), con delega allo Sport è stato ricoverato all'ospedale Sant'Andrea in osservazione. Non è in pericolo di vita tanto che nel pomeriggio è stato poi dimesso e quindi sentito dagli uomini della Digos e del commissariato Flaminio Nuovo che indagano sull'episodio.

 

FERITO IN CORSA - Il ferimento è avvenuto intorno alle 15 in via Flaminia, all’altezza del civico 872, dove ha sede il XX Municipio, con una tecnica da gang criminale: l'agguato è stato infatti messo a segno da due malviventi che, a bordo di un motorino, hanno dapprima affiancato lo scooter di Antonini; poi il passeggero del motorino ha estratto una pistola, l'ha posata sulla coscia del consigliere e ha fatto fuoco due volte. Mentre il ferito lottava per non perdere il controllo della moto, i due assalitori sono fuggiti. Antonini era appena uscito dalla XX circoscrizione dove aveva partecipato ad una seduta del consiglio

municipale.

APERTO UN FASCICOLO - La procura di Roma ha aperto un fascicolo sul ferimento: lesioni aggravate il reato preso in esame dagli inquirenti di piazzale Clodio. Accertamenti sono ora in corso per verificare l'ambito in cui è maturata la gambizzazione dell'esponente politico.

 

 

«STO BENE, FORSE SCAMBIO PERSONA» - «Non so chi possa essere stato. Forse hanno sbagliato persona e mi hanno scambiato per qualcun altro». Così il vicepresidente di Casapound, Andrea Antonini, ha commentato l'aggressione subita. A riferire le parole del consigliere municipale è stato l'altro vicepresidente di Casapound, Simone Di Stefano che ha aggiunto: «Andrea sta bene e non uscirà dall'ospedale prima di due ore».

 

Antonini, 39 anni, sposato, una figlia, è impiegato dell'Azienda strade Lazio e dirigente sindacale Ugl. Consigliere della circoscrizione XX dal 2008, è anche il vice presidente di Casa Pound Italia. In precedenze aveva fatto parte della segreteria politica di Francesco Storace. Eletto nel municipio romano nelle file de La Destra, nel gennaio 2010 è passato al Gruppo misto.

 

SCONTRI E BLITZ IN RAI - Antonini è tra i 12 indagati che la notte del 4 novembre del 2008 fecero irruzione negli studi Rai di via Teulada e tentarono un blitz negli studi del programma «Chi l'ha visto?», «colpevole» - a detta dei manifestanti - di avere mandato in onda immagini inedite degli scontri avvenuti a piazza Navona pochi giorni prima tra studenti di destra e di sinistra.
Ai dodici, che furono identificati dagli uomini della Digos, i magistrati della Procura di Roma contestano il concorso in violenza e minaccia aggravate a incaricati di pubblico servizio, ovvero ai registi e redattori della trasmissione di Raitre.

 

 

CARRIERA NEL FRONTE DELLA GIOVENTU' - La carriera politica di Antonini è iniziata quando aveva 16 anni: militava allora nelle file del Fronte della Gioventù, l’associazione giovanile dell’Msi. Nel 2002, come riporta il suo sito web, viene chiamato dall’allora presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, a far parte della sua segreteria politica. Nello stesso anno Antonini entra a far parte di Casapound Italia, della quale diventa vice-presidente mel 2008. Nello stesso anno viene eletto consigliere nel Municipio XX.
Antonini è tra gli ideatori e conduttore della trasmissione radiofonica «I giorni della fenice», che va in onda su diverse emittenti radio. Ha lavorato poi a «Non più ospite», su Radio Bandiera Nera, il network legato a Casapound.

 

«SPERO NO CLIMA ANNI DI PIOMBO» - «Non vorrei che questo gravissimo episodio ci riportasse a un clima da anni di piombo». Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno ha commentato il ferimento di Antonini. «Dobbiamo dare il tempo agli inquirenti di verificare la natura di questo grave attentato - ha sottolineato - ma, se fosse confermato il movente politico, sarebbe la riprova di un brutto clima di tensione generato da un livello troppo alto di polemica politica». «In ogni caso la mia piena solidarietà, umana e istituzionale, al consigliere Antonini con la speranza che gli inquirenti facciano immediatamente piena luce su questo episodio», conclude. Ma da Casa Pound tendono ad escludere la possibilità di un agguato a sfondo politico: «Per il momento non facciamo ipotesi sulla natura del gesto, non crediamo che i movimenti antifascisti possano arrivare a tanto, piuttosto la nostra attività di occupazione di palazzi per dare alloggio a famiglie senzacasa può aver dato fastidio a qualcun altro».

 

Rinaldo Frignani
14 aprile 2011

Gaza, italiano rapito dai salafiti: Hamas liberi detenuti o lo uccidiamo

Il Messaggero


ROMA - Vittorio Arrigoni, un volontario italiano, è stato rapito a Gaza da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minaccia di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle ore 11 locali di stamane (le 10 in Italia), il governo di Hamas non libererà detenuti salafiti.

Arrigoni appare bendato e con evidenti segni di violenza nel video postato da ThisisGazaVoice. Il volontario italiano, con indosso una maglia nera, sembra avere le mani legate dietro la schiena, mentre qualcuno gli tiene la testa per i capelli. Sul viso, tracce di sangue che partono da sotto la benda nera che gli copre gli occhi. Una musica copre il sonoro del video, mentre in sovrimpressione appare una scritta in inglese che recita: «Il popolo di Gaza si dispiace per quello che questi bigotti hanno fatto a Vittorio. Siamo sicuri che sarà presto libero e salvo». Al termine del filmato scorrono scritte in arabo con la data di oggi.

Vittorio Arrigoni in passato aveva già ricevuto minacce per la sua attività in Medio Oriente. SI trova dal 2008 nella Striscia di Gaza, da dove ha scritto per Il Manifesto.
Giovedì 14 Aprile 2011 - 18:58    Ultimo aggiornamento: 1



جلجلت اختطاف صحفي اجنبي في غزة



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Arrivano le cicogne: 120! Ad Agropoli avvistato uno stormo bianco

Corriere del Mezzogiorno

I volatili filmati nei pressi della baia di Trentova. Passaggio insolito per la loro migrazione


SALERNO - Evviva, arrivano le cicogne. Non una, due o tre ma oltre 120, bianche e magnifiche sono state avvistate in mattinata - giovedì - nei pressi della baia di Trentova, ad Agropoli (in provincia di Salerno). Poco dopo le 9,35 è stato possibile riprendere il volo dello stormo migrante che insolitamente ha cambiato rotta. Più tardi i volatili sono stati avvistati in località Santa Croce, alle spalle della baia di Trentova.

Si tratta di un «avvenimento davvero insolito - spiegano dal Parco del Cilento - in quanto le cicogne durante le migrazioni sostano in genere in zone diverse, un po' più a Nord».
Così, dopo una coppia di cicogne che ha nidificato per diversi anni nel Vallo di Diano, questa nuova presenza sul versante marino del Parco è un ottimo segno.

All'arrivo dei 120 uccelli, i responsabili dell’Ente Parco e della Forestale hanno protetto la lror sosta tenendo a distanza i pochi curiosi che hanno assistito all’evento. Fortunati perché, come è noto, le cicogne sono cariche di simbologie beneauguranti.

Nat. Fe.
14 aprile 2011

E io come ci rimango?

La Stampa


YOANI SANCHEZ


Ricevette il primo schiaffo della sua vita come punizione per aver detto una frase oscena davanti alla nonna; si trattava della stessa frase che aveva gridato un sacco di volte per strada e a scuola, ma che fino a quel momento non aveva mai osato pronunciare in casa. Il colpo arrivò subito, le fece girare la faccia, lasciandole un bruciore e una vergogna enorme. Si offese molto con la vecchia, perché nel quartiere popolare dove abitavano le parolacce erano un elemento di sopravvivenza, una sorta di marchio linguistico da tutti esibito.

Quel colpo fu una cura dolorosa ma efficace, perché crescendo scacciò dalla sua bocca quasi tutti i “fiori” spinosi della volgarità. Ancora oggi diventa rossa - con molta frequenza - quando nel mezzo di una conversazione e senza che ce ne sia bisogno, qualcuno usa un lessico sconveniente. Teme che in qualsiasi momento la nonna galiziana possa fare irruzione per schiaffeggiarla davanti ai suoi amici e per intimarle di tacere con queste parole: “La tua bocca è più sudicia di una latrina!”.




Sabato scorso, un plotone militare che si allenava per la prossima sfilata ha gridato - in un viale del centro - uno slogan che era un insieme di linguaggio da caserma, maschilista e prosaico. Erano appena le nove di mattina, i bambini del quartiere non erano a scuola ma nelle loro case e nei parchi. I soldati sono passati con cadenza marziale e con una bandiera rossa, cantando energicamente: “Gli yankees portano le gonne, noi indossiamo i pantaloni e abbiamo un comandante che gli fumano i c…….”. Suo figlio l’ha guardata con sarcasmo, facendole notare che lo rimproverava quando diceva parolacce, mentre persino le Forze Armate ne facevano uso. Non è riuscita a smettere di pensare alle mani ossute della nonna e al fatto che il quartiere popolare della sua infanzia aveva finito per estendersi a tutta la Nazione.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


Nota del traduttore – dal Twitter di Yoani
Nel Twitter di Yoani troviamo alcune anticipazioni sulle possibili riforme del Sesto Congresso del Partito Comunista Cubano. “Il primo segretario del PCC non si chiamerà Fidel Castro, come lui stesso ha annunciato, ma sicuramente sarà Raúl. Forse, per la prima volta nella storia, il Secondo Segretario avrà un cognome che non sarà Castro. Pare improbabile che verrà abolito il permesso di uscita e che ci saranno riforme in tema di libertà di espressione, stampa e associazione. Per strada c’è chi dice che liberalizzeranno la compravendita di case e di auto. Ma non è certo…”.



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Sud Corea, barbara uccisione di un milione di maiali sepolti vivi

Il Mattino


SEUL - Un video che provoca emozioni forti dove viene mostrata l'atroce pratica del governo sudcoreano di seppellire vivi i maiali colpiti recentemente da un'epidemia di afra epizootica. Si calcola che da fine novembre 2010 tre milioni di animali sono stati uccisi, il 90% in questo barbaro modo. Alcuni di questi sono stati eliminati così a metà marzo a Icheon, nella provincia di Kyungi. Un video, diffuso da una associazione di difesa degli animali locale, mostra la barbara uccisione di centinaia di maiali. Gli animali, caricati sui camion in condizioni allucinanti, uno sopra l’altro (durante il trasporto molti muoiono calpestati), vengono poi scaricati in fosse comuni scavate nel terreno e seppelliti vivi facendovi colare sopra la calce. "E' la maniera più rapida ed economica per ucciderli. Il loro grido di dolore non si dimentica più", ha detto uno dei volontari dell'associazione. Per la natura forte delle immagini, si sconsiglia vivamente la visione del video alle persone impressionabili.
Giovedì 14 Aprile 2011 - 17:27    Ultimo aggiornamento: 17:35









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Imbrattò un treno a Rogoredo, writer condannato a quattro mesi

Corriere della sera


Nuovo rito: giudizio in tribunale e non più davanti al giudice di pace. De Corato: «Ora pene più severe»




Writer imbrattano treno del metrò (immagine da un video dei Carabinieri)

MILANO - Un writer italiano di 21 anni che il 13 febbraio 2010 aveva riempito di graffiti sette vetture della linea 3 della metropolitana, all'interno del deposito di Rogoredo, è stato condannato, con patteggiamento, a 4 mesi di reclusione. L'Atm e il Comune di Milano, che si erano costituiti parte civile, sono stati risarciti rispettivamente per 800 euro e 600 euro per spese legali.

«PENE PIU' SEVERE» - «Il procedimento è stato celebrato secondo il nuovo rito, dal momento che l'episodio è posteriore all'otto agosto 2009, ovvero al giorno in cui è entrata in vigore la riforma dell'articolo 639 del codice penale prevista dal "pacchetto sicurezza" - ha spiegato il vicesindaco e assessore alla sicurezza Riccardo De Corato -. Ovvero giudizio davanti al Tribunale e non più davanti al Giudice di pace». «Come avevo avvertito ora si fa sul serio, e ciò lo si deve alle richieste di pene più severe avanzate dal Comune di Milano - ha aggiunto De Corato -. L'Amministrazione ha da tempo intrapreso una battaglia severa contro i writer».

I COSTI - Il vicesindaco ha ricordato che Atm ha dovuto pagare 6 milioni di euro nel 2010 per rimediare ai vandalismi perpetrati sui mezzi pubblici, che finora sono 11 i procedimenti chiusi davanti al Giudice di pace con relative condanne e 83 le denunce del Nucleo Tutela Decoro Urbano della Polizia locale. Contro i writer, infine, sono state emesse, dal 2008 ad oggi, 183 sanzioni da 450 euro in base all'ordinanza sindacale. Milano, come ha riferito De Corato, è finora l'unico Comune che porta in giudizio i writer, e chiederà la costituzione di parte civile in altri due processi: quello contro quattro stranieri che hanno imbrattato con alcune scritte la saracinesca di un negozio in via Vitruvio e quello contro un italiano sorpreso a scrivere i muri del sottopasso di via Comasina-Astesani.


Redazione online
14 aprile 2011



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In stazione è l'era delle edicole-bazar Ma i giornalai: nostalgia dei chioschi

Corriere del Mezzogiorno

 

Ora vendono anche patatine acqua e souvenir. Polemica con la Feltrinelli: «Vende giornali, non potrebbe farlo»

 

NAPOLI - «Ci hanno imposto di stare aperti 16 ore. Io non ho il tempo di fare più niente». Eugenio ce ne da subito una prova. Si alza dalla cassa – sì l’edicola ora ha una cassa tipo minimarket – e con Vittorio, ferroviere in pensione e barbiere amatoriale, si rintana in un micro-sgabuzzino a tagliarsi i capelli «Faccio tutto qui, non mi posso mai allontanare» urla dal mezzo metro di ripostiglio Eugenio, mentre a colpi di macchinetta va via il primo livello di zazzera. Il suo cruccio, e quello degli altri 4 giornalai della stazione di piazza Garibaldi nuova fiammante, non è tanto il tempo libero quanto la “trasformazione” da lavoratori autonomi, in fitto, a parasubordinati, di fatto. Se vi capita di prendere un treno ci farete caso: le edicole della stazione hanno cambiato forma: via il chiosco (o il bugigattolo) per uno spazioso bazar dove oltre a giornali e riviste si vendono anche patatine, acqua e gadgets. Come negli aeroporti. Con la forma però è cambiata anche la sostanza: ogni punto vendita reca l’insegna blu «Hudson news». Un marchio che fa capo alla Dufry. Una multinazionale che paga il canone mensile alla società “Grandi stazioni”, fornisce quotidiani e tutto il resto ai giornalai - dal Corriere della Sera ai pulcinella souvenir - e versa loro una quota percentuale sul guadagno complessivo dell’edicola.

 

 

ASSOCIANTI E ASSOCIATI - In tutto questo, la Dufry è anche diventata proprietaria del ramo edicole di Grandi Stazioni, in quanto vincitrice di gara nel 2010 (sborsò circa 12 milioni di euro), legando a sé gli edicolanti con un contratto che si chiama associazione in partecipazione. In pratica, l’associato mette la forza lavoro, al resto (dagli arredi alla merce) pensa l’associante Dufry. Un compromesso inevitabile dopo i lavori di restyling e i nuovi box. C’è un però. «Nel contratto - argomenta Pierpaolo Montosi, legale bolognese di molti edicolanti napoletani - c’è scritto che al giornalaio va corrisposto il 9%. Percentuale che di fatto viene elusa perché massimo si arriva al 4. Questo in virtù di un ragionamento sulla vendita di biglietti dei treni regionali, la più cospicua, che fa media col resto». Una media che gli edicolanti come Eugenio detestano, in quanto – dicono - ingiusta, quasi trilussiana. Da qui il malcontento. Che però non riguarda tutti. Alcuni infatti benedicono l’arrivo della multinazionale, che si presenta come Network Italia Edicole, perché il fitto richiesto da Grandi Stazioni «poteva aggirarsi sui 1000 euro a metro quadro: insostenibile. Così invece devo preoccuparsi solo di lavorare» dice ancora l'avvocato.

 

FALLIMENTO DELLA COOP COVES - I giornalai di stazione sono un pizzico più fortunati di tanti loro colleghi. E’ indubbio che al binario anche il tizio più ostile alla lettura qualche euro lo investe, almeno per ammazzare la noia del viaggio. La Fieg calcolò che il 7/8% degli introiti delle edicole italiane proveniva dai chioschi di stazione. Tantissimo. Adesso si fa strada il bazar in stile aeroporto, e Napoli è un “laboratorio” in quanto uno dei primi grandi scali ferroviari italiani a godere della ristrutturazione e dell’apertura degli Hudson news (a Roma Termini, per dire, sono attive ancora le vecchie, zeppe, edicole stese su 5 metri di lunghezza). La categoria dei giornalai è molto divisa. Spesso ognuno va per conto suo. Si può ripescare nel tempo il momento esatto della frammentazione. Il 1998, anno in cui fallì la Coves, cooperativa che raggruppava almeno 300 edicole delle stazioni italiane. La Coves negli anni 80 negoziava con le Ferrovie dello Stato il canone da pagare pari al 3,6% del volume d’affari. Poi, una volta scomparsa, si sono fatte strada le diverse privatizzazioni di settore con relativo smembramento.

 

DUE TURNI, DALLE 6 ALLE 20 - Eugenio s’è rifatto lo scalpo e ritorna lesto alla cassa: «Facciamo i turni mattina e pomeriggio. Dalle 6 alle 15 viene Giorgio, poi fino alle 20 tocca a me. Una vitaccia, ma la mia famiglia è alla stazione di Napoli da cento anni, la tradizione non si può spezzare ti pare?». A rovinare l’umore dei giornalai, pardòn dei gestori di Hudson news, s’è messa anche la mega Feltrinelli aperta in stazione. «Vende i quotidiani e le riviste ma non potrebbe farlo – afferma l’avvocato Montosi –, in tal senso è prevista un’esclusiva a favore dei giornalai di stazione nel contratto di associazione in partecipazione con Network Italia Edicole. Esclusiva che però, a quanto pare, non è stata rispettata». Tanto che, conclude, «siamo stati costretti ad inviare una formale diffida». Ecco un altro cliente dell'edicola-bazar, parla inglese. Se ne va con l'Economist e un pacchetto di patatine «Più gusto». L'info-tainement è arrivato pure qui.

 

Alessandro Chetta
13 aprile 2011
(ultima modifica: 14 aprile 2011)

Bagnoli, sulla spiaggia risgorga l’acqua termale degli antichi romani

Corriere del Mezzogiorno

 

Da due settimane sulla riva di Coroglio sono spuntate alcune pozze ribollenti. Caniparoli: un liquido ferroso

 

NAPOLI -La natura vince sempre sulla storia. Un insegnamento di leopardiana memoria valido non poco per quel che sta accadendo a Bagnoli, precisamente sulla spiaggia di Coroglio, da un paio di settimane a questa parte. Tra il mare e le case, a ridosso dell’ex impianto Cementir e dei locali estivi (Voga e Vibes) un fiotto continuo di acqua ribollente, sgorgata dal suolo, aveva fatto preoccupare gli abitanti della zona.

 

C’è chi aveva pensato a una tubatura rotta o a un allarmante fenomeno geotermico. Niente di tutto questo: si tratterebbe di acqua termale di origini antichissime, emersa a due passi dall’ingresso di Città della Scienza. Il geologo ed esperto in questioni ambientali Riccardo Caniparoli, dopo aver visitato Coroglio a seguito della segnalazione dell’architetto Giorgio Di Maio, non ha avuto dubbi: l’acqua che affiora in almeno cinque punti sulla spiaggia di Coroglio potrebbe essere la stessa in cui si bagnavano gli antichi romani che qui, come in gran parte della fascia costiera flegrea, amavano soggiornare nei mesi estivi.

 

 

Acqua termale a Bagnoli: la gallery

 

Il nome stesso del quartiere di Bagnoli deriva infatti da «Balneolis», termine che stava a indicare i bagni che si effettuavano non tanto nell’acqua di mare ma in quella termale. Bagnoli e Coroglio fanno parte dei «campi ardenti», poggiando su un antichissimo cratere vulcanico ed avendo a pochi metri di distanza altre due conche come quella di Agnano e di Nisida. Ma come ha fatto un’acqua di origini così remote a ritornare a galla nel 2011? I motivi, secondo Caniparoli, potrebbero essere due: l’intasamento di un impianto di drenaggio delle acque realizzato negli ultimi tempi lungo la spiaggia di Coroglio (che raccoglieva, tra l’altro, l’antica acqua termale) o il lentissimo e impercettibile fenomeno di bradisismo ascendente che sta interessando l’area flegrea in questi anni. L’acqua, da qualche tempo, sgorga borbottando tiepida sulla sabbia invasa da rifiuti e detriti, a pochi centimetri da un'ancora arrugginita. Rilascia, in una grossa pozza che ha realizzato attorno a sé, una patina color ocra che fa pensare, a un primo impatto, all’acqua ferrata del Chiatamone, del Beverello e della Riviera di Chiaia, ormai del tutto fatta sparire da Napoli.

 

Un’acqua che, se la si raccoglie in un barattolo, sfiata perché piena di anidride carbonica e ferro. Un’acqua pulita, non maleodorante, di cui bisognerà controllare la quantità di arsenico presente per essere dichiarata non potabile ma che potrebbe essere tranquillamente utilizzabile per fanghi o usi prettamente termali. La sua formazione è da individuare nella sacca magmatica che entra a contatto con l’acqua o nel magma che contiene acqua e che nella risalita del vapore si condensa arricchendosi di sali minerali. Le fonti che affiorano a Coroglio potrebbero, secondo Caniparoli, non essere le sole presenti nella zona. Il problema, adesso, sarà renderle fruibili: difficile che in una zona dove da anni non si è riusciti a effettuare una bonifica, e dove esiste un progetto per la realizzazione di un porto turistico, si riesca a realizzare un parco termale al livello di quelli ischitani.

 

Marco Perillo
14 aprile 2011

Caso Verbano, spunta un nuovo dossier Un mega schedario sui fascisti romani

Spagna, ragazza nuda e la scritta: "Due grandi argomenti", candidata sindaco criticata

Quotidiano.net


Ha scatenare l'opposizione la pubblicità: “Due grandi argomenti” scritto in rosso sul cartello: sopra, la foto di una donna con due grandi seni, presi da dietro da due mani maschili, che fra le dita lasciano vedere i capezzoli..


Madrid, 14 aprile 2011 - La candidata sindaco a Ciutadella nell’isola di Minorca: Soledad Sanchez ha scatenato la censura con il cartellone della sua campagna elettorale.

“Due grandi argomenti” c’è scritto in rosso sul cartello: sopra, la foto di una donna con due grandi seni, presi da dietro da due mani maschili, che fra le dita lasciano vedere chiaramente i capezzoli..

Ma la foto della pubblicità elettorale di Soledad è sembrata a molti, nel tranquillo paesino di Ciutadella nell’isola di Minorca, più adatta a un film porno che alle elezioni per diventare sindaco.

Così un partito della sinistra locale, Esquerra de Menorca, ha denunciato l’immagine come “sessista” e la Giunta elettorale, assieme all’Osservatorio della pubblicità dell’Istituto della Donna hanno obbligato la procace candidata a ritirare le sue ‘grazie’ dalle strade di Ciutadella.

Lei non l’ha presa molto bene: “Nessuno è più femminista di me”, ha ribattuto, “ogni persona è libera di esprimersi come crede e io utilizzo il mio corpo e i miei seni come mi pare”. Ma il piccolo partito locale per cui si è presentata, il Partit Democratic de Menorca, ha pensato bene di sostituire nei suoi cartelli l’immagine ‘caliente’ di Soledad con un’altra molto più noiosa ma forse più politica: una piazza della città.







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Capri ricorda Giuseppe Salvia, vicedirettore di Poggioreale ucciso dalla camorra

I fumatori sanno quanto rischiano: niente class action in Italia

Corriere della sera


Il tribunale di Roma rigetta una causa del Codacons: nessun risarcimento milionario come in America




Niente class action antifumo in Italia
MILANO - È inammissibile una class action a favore dei fumatori per i rischi del tabacco e l'inserimento di additivi per favorire la dipendenza: i fumatori (al contrario di quanto ritenuto nell'ordinamento americano, dove sono fioccati risarcimenti milionari) sono pienamente consapevoli dei rischi per la salute che corrono fumando.

INAMISSIBILE Lo ha stabilito la XIII Sezione del Tribunale civile di Roma, che ha dichiarato inammissibile la class action proposta dal Codacons contro BAT Italia s.p.a., avviata in favore di tutti i fumatori dei marchi di sigarette prodotti da tale società. Lo annuncia lo stesso Codacons, ricordando che l'azione poggiava sulla responsabilità di BAT Italia per aver incrementato gli effetti di dipendenza dalla nicotina aggiungendo al tabacco oltre 200 additivi, e si basava su uno studio svizzero che ha dimostrato come lo scopo di tali additivi sia proprio quello di aumentare le dipendenza da sigaretta, e su una sentenza della Cassazione che ha affermato che la produzione e la vendita di tabacchi lavorati integrano una attività pericolosa, poiché i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contengono in sè una potenziale carica di nocività per la salute. Il Tribunale ha ritenuto però inammissibile l'azione collettiva. «In sostanza -sottolinea l'associazione di consumatori- per i giudici, chi fuma è consapevole del fatto che morirà a causa del fumo, anche se non sa cosa ci sia nelle sigarette».

LA SENTENZA Si legge infatti nella sentenza del Tribunale: «Va rilevato che inequivocabilmente qualsiasi fumatore è pienamente consapevole sia dei rischi per la salute indotti dal fumo, sia della dipendenza da questo creata. Inoltre va escluso, sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche ormai consolidate, che la dipendenza da nicotina determini l'annullamento o la seria compromissione della volontà del fumatore nella forma di costrizione al consumo, tale da inibirgli in modo assoluto qualsiasi facoltà di scelta tra la continuazione del fumo e l'interruzione dello stesso. Nè gli effetti della nicotina, alla luce delle ricerche e dei risultati medici e scientifici, sono paragonabili alle droghe pesanti quali l'eroina o la cocaina e di tale influenza sulla volontà del fumatore da renderlo affatto incapace di smettere di fumare». Per quanto riguarda gli additivi inseriti nelle sigarette: «L'utilizzazione degli additivi trova ragion d'essere nell'intento di attribuire al prodotto un sapore specifico e tipizzato, come tale indispensabile perchè la casa produttrice sia competitiva sul mercato», ma «non hanno effetti assuefacenti nè esplicano alcuna funzione ai fini dell'esaltazione del rapporto di dipendenza del fumatore alla nicotina».

LE REAZIONI Il tribunale, afferma il Codacons in una nota, «ha ritenuto inammissibile l'azione collettiva, ricorrendo a motivazioni che il Codacons giudica assurde. In sostanza, per i giudici chi fuma è consapevole del fatto che morirà a causa del fumo, anche se non sa cosa ci sia nelle sigarette». Inoltre, «per quanto riguarda gli additivi inseriti nelle sigarette, la posizione del Tribunale appare folle». Per questo «il Codacons, considerate le motivazioni non condivisibili del Tribunale, ricorrerá in Corte d'Appello, chiedendo l'ammissibilitá della class action». L'azione, ricorda il comitato, «si basava su uno studio svizzero che ha dimostrato come lo scopo di questi additivi sia proprio quello di aumentare le dipendenza da sigaretta, e su una sentenza della Cassazione che ha affermato che la produzione e la vendita di tabacchi lavorati integrano un'attività pericolosa poiché i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contengono in sè, per la loro composizione biochimica e per la valutazione data dall'ordinamento, una potenziale carica di nocività per la salute». Redazione Salute Online

14 aprile 2011



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Serve foto senza velo, la figlia di Erdogan rinuncia al visto per gli Stati Uniti

Quotidiano.net


La vicenda è stata raccontata dallo stesso premier turco ai giornalisti a Strasburgo. La ragazza si era recata all’ambasciata Usa di Ankara per richiedere il visto, ma la sua foto con il capo coperto non è stata accettata









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Obama parla, il vice Biden dorme

Corriere della sera

Durante il discorso del presidente sui conti pubblici

Figuraccia durante il discorso del presidente americano sui conti pubblici

Lingotti, gioielli, villa a Sharm La caduta degli ultimi Faraoni

Corriere della sera


La dinastia Mubarak: il destino del padre, del «delfino» Gamal e del riservato Alaa



Quando Hosni Mubarak viene convocato a palazzo, crede che Anwar Sadat voglia ricompensarlo con un posto da ambasciatore per «le missioni eroiche» da comandante dell'aviazione nella guerra contro Israele del 1973, due anni prima. Il presidente gli offre invece di diventare il suo vice: la moglie Suzanne rinuncia al sogno di trasferirsi «in una bella città europea» (come aveva suggerito al marito di chiedere) e Hosni realizza quello di diventare il leader egiziano rimasto più a lungo al potere dai tempi di Mehmet Ali, viceré per l'impero ottomano. Più del generale rivoluzionario Gamal Abdel Nasser, più di Sadat (assassinato il 6 ottobre 1981).

Quasi trent'anni di dominio. Fino a considerarsi «l'Indispensabile» anche nei diciotto giorni in cui i manifestanti gli hanno ripetuto di andarsene. «E' finita. Abbiamo fatto del nostro meglio per il Paese», ha confidato Suzanne, figlia di un medico egiziano e di un'infermiera gallese, a un'amica poche ore prima della caduta. Ancora incredula. «E' stata la tragedia dei Mubarak», commenta Daniel Kurtzer, ex ambasciatore americano al Cairo. «Essere convinti di rappresentare l'ultima diga, senza di loro la nazione si sarebbe disintegrata».

I fratelli sono stati trasportati all'alba di ieri nel carcere di Tora, periferia elegante a sud del Cairo. Dai giorni della rivolta, le torrette di guardia restano annerite dalle fiamme, scure come la barba non rasata di Gamal e Alaa, «Hanno la faccia di chi non ci può credere» rivela al quotidiano Al Ahram il medico che li ha visitati. Ancora increduli.

Al dottore il più sbigottito è sembrato Gamal, 47 anni, che dietro al muro di cinta giallo ritrova l'amico e socio in politica Ahmed Ezz, il magnate dell'acciaio finito in galera come altri industriali arricchiti dal legame con la dinastia. «I nostri impiegati hanno paura di raccontare che lavorano per la Ezz», racconta la moglie Abla al Washington Post. Lei va in giro «senza gioielli e su un'auto modesta per non sembrare una donna benestante». Continua a vivere nell'appartamento al ventiquattresimo piano dell'hotel Four Seasons, vista sul Nilo e sulle macerie dell'Ndp, il partito di regime Nazionale e Democratico. «Chi prova compassione per un milionario chiuso in cella? Nessuno. I ricchi in questo Paese sono ormai tutti considerati corrotti».

Il procuratore generale egiziano ha comunicato agli Stati Uniti e ad altri governi occidentali che la famiglia Mubarak potrebbe aver nascosto all'estero contanti, oro, investimenti. Il documento di 12 pagine elenca i gioielli del tesoro e ne stima il valore totale attorno ai 700 miliardi di dollari, una cifra esagerata dalla voglia di ritorsione popolare. Nel 1982 il capostipite - secondo un testimone - avrebbe depositato all'UBS 19 mila chili in lingotti di platino (la banca svizzera smentisce). L'atto d'accusa del magistrato presenta i due figli come uomini d'affari spregiudicati che hanno manipolato il sistema finanziario dell'Egitto. Loro si arricchivano mentre la disoccupazione cresceva al 9,4 per cento. Il 90 per cento dei senza lavoro sono giovani, così numerosi che il ministero dell'Agricoltura aveva pianificato di ricollocarli in un'area di terre incolte attorno al delta del Nilo. Era stato chiamato Progetto Mubarak.

Alla moschea Shenaway, la famiglia dell'ex presidente ha pregato per cent'anni. Un cugino di secondo grado taglia i tessuti nella bottega di sarto poco lontano. Dall'altra parte del fiume, la scuola militare fa allineare ancora i cadetti nel cortile dove ha marciato il piccolo Hosni. Eppure a Kafr el-Meselha (c'è nato nel 1928) è tornato poche volte dopo aver lasciato il villaggio per la capitale e la carriera militare. Mubarak ha costruito il suo mito attorno alla guerra contro Israele e ha preferito costruire una villa a Sharm el-Sheikh. Sadat (anche lui originario della provincia agricola di Menoufia) non ha mai depennato la campagna dalla biografia presidenziale e invitava i capi di Stato internazionali nella fattoria tra i campi del delta. Il successore ha scelto la residenza sul Mar Rosso per i vertici globali ed è lì chi si è esiliato fino al mandato d'arresto.

Sharm è stata la Martha's Vineyard dei Mubarak. Così sarebbe piaciuto pensare a Gamal, che amava paragonare la dinastia ai Kennedy piuttosto che ai faraoni. Quando è toccato a lui prepararsi a diventare l'erede, ha annunciato il fidanzamento (anello da 27 mila dollari) con la figlia di uno dei più grandi costruttori egiziani e ha trasformato il matrimonio del 2007 in una questione di Stato con cerimonia privata. Adesso i pettegoli su Twitter rilanciano le voci: Khadija (anche lei laureata all'università americana del Cairo) avrebbe chiesto il divorzio e si terrebbe (tra l'altro) l'appartamento a Zamalek, l'elegante quartiere in stile europeo su un'isola in mezzo al Nilo, che suo padre aveva regalato alla coppia per le nozze.

Nei discorsi terminali alla nazione Mubarak è rimasto convinto di dover preservare la stabilità dell'Egitto, la missione che si era assegnato dal 1981 e il ruolo che gli ha sempre riconosciuto Alaa. Due anni più vecchio di Gamal, ha accusato il fratello di aver rovinato «il nome di papà»: «Hai contribuito a distruggere la sua immagine», gli avrebbe urlato il 10 febbraio, la notte finale del regime.
Alaa era riuscito a entrare nei cuori sentimentali degli egiziani. Due anni fa ha perso il figlio dodicenne, morto per un'emorragia cerebrale dopo il fine settimana a casa dei nonni. Mohammed era il prediletto di Hosni (appare nella foto di copertina della biografia ufficiale) e l'ex presidente - raccontano gli amici - non si è mai ripreso da quella perdita. «Quello è stato l'ultimo momento di gloria», dice un confidente della famiglia alla rivista Newsweek. «Se avesse annunciato in quel momento le dimissioni, gli egiziani lo avrebbero implorato di rimanere». Mubarak ha scelto di restare. Allora e anche dopo, quando gli egiziani lo imploravano di andarsene. Fino al tracollo.


Davide Frattini
14 aprile 2011




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Furti d'identità e stalking su Facebook Napoli capitale degli inganni on-line

Casellante stampava soldi falsi e li dava come resto agli automobilisti

Il Messaggero


Un dipendente di Autovie Venete, scoperto, si giustifica: ho agito per necessità






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Ora siamo quasi un paradiso

Attenti, c'è una sinistra che incoraggia il golpe

di Giuliano Ferrara


Nel mirino di Ferrara a Radio Londra un editoriale di Asor Rosa sul Manifesto di ieri che invocava il golpe per abbattere Berlusconi




Sono cento righe intrise di attacchi al governo e di analisi pessimistiche che più pessimistiche non si può e che si concludono con una ricetta che supera tutte quelle proposte fino a oggi dall’opposizione per abbattere il premier. Ciò che invocava ieri sul «Manifesto» lo storico di sinistra Alberto Asor Rosa è nientepopodimeno che un colpo di Stato, attuato con la collaborazione di carabinieri e polizia. Una minaccia alla quale ieri sera Giuliano Ferrara ha dedicato il suo «Radio Londra». Pronta la controreplica di Asor Rosa: «Faccio appello alle forze sane dello Stato perché evitino la crisi verticale della democrazia».
C’è chi pro­pone di fare un colpo di Stato contro il gover­no eletto, il go­verno eletto da­gli italiani, il go­verno Berlusco­ni.
Si chiama Al­berto Asor Rosa, è stato deputato della sinistra e professore universi­tario. Negli anni Settanta militava, diciamo, in quelle tendenze di pen­siero alla Toni Negri contigue cul­turalmente al terrorismo italiano. Ecco che cosa ha scritto sul quoti­diano comunista il manifesto di og­gi, , perché non vorrei che poi si di­cesse che io mi invento le cose che dico: «Ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni... eccetera, scenda dal­­l’alto, instaura quello che io defini­rei un normale “stato di emergenza”, si avvale più che di manifestanti generosi, dei carabinieri e della polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari...» eccetera eccetera eccetera. Insomma, un colpo di Stato in piena regola contro il governo eletto dagli italiani.
Siamo finalmente alla piena, diciamo dispiegata chiarezza di un progetto politico che molti altri editorialisti, questa volta di Repubblica , avevano già definito anche nella famosa assemblea del Palasharp, dove un ragazzino di tredici anni fu convocato a recitare la litania dell’odio contro l’arcinemico. Che cosa dicono costoro? Dicono che siccome lui, Berlusconi, ha rimbecillito gli italiani con le televisioni, siccome con i voti non credono di essere in grado di batterlo alle elezioni, siccome in Parlamento non c’è una maggioranza alternativa e invece di lavorare per trovare una maggioranza alternativa nel Paese e nel Parlamento e varare un governo come sono stati i due governi Prodi - Prodi ha battuto due volte Berlusconi, no? - , bisogna fare qualcosa di extra istituzionale. E Asor Rosa, il professor Asor Rosa, quest’uomo con questi baffi sicuri di sé e questa prosa non proprio elegantissima, dice che cosa bisogna fare: un golpe con i carabinieri e la polizia di Stato,che venga dal-l’alto contro il basso popolo incapace di capire come stanno le cose.
Un golpe delle élite , un golpe favorito dagli intellettuali e dalle loro idee. Un golpe che, diciamo, sarebbe un esproprio di sovranità ai danni del popolo italiano. Guardate che non sto scherzando, Asor Rosa non è un passante, ripeto, è stato un dirigente po-litico della sinistra, fa parte diciamo di quella che potremmo definire la cricca Scalfari, cioè il gruppo di potere editoriale e, se posso consentirmi, lobbistico che in simbiosi con i magistrati cerca, non di portare Berlusconi ai processi, ma di abbattere Berlusconi in quanto capo politico del governo.L’Italia è una democrazia regolare, tra poco vedremo una partita e vogliamo stare tutti tranquilli e andare a dormire tranquilli, però c’è chi lavora per un colpo di Stato.



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Napoli assediata dai rifiuti in fiamme Ecco la lunga notte dei vigili del fuoco

Il Mattino


Napoli brucia con la nuova emergenza rifiuti. Superlavoro per i vigili del fuoco impegnati notte e giorno per spegnere gli incendi che colpiscono città e provincia. Loro si definiscono «specialisti dell'improvvisazione» perché sanno sempre come risolvere una situazione di pericolo imprevedibile.
Non vogliono che qualcuno li definisca «eroi» poiché il loro lavoro si è evoluto nel tempo: si è passati dai «sacerdoti del fuoco» a «professionisti del fuoco». Ogni rischio, oggi, è calcolato.
Il Mattino.it racconta in un viaggio-video l'enorme lavoro che i pompieri del comando provinciale di Napoli svolgono giorno dopo giorno silenziosamente, nonostante le mille difficoltà in cui sono costretti ad operare.

marco.piscitelli@ilmattino.it








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Treviso, la giustizia rom: uno stupro risarcito col bottino di 50 furti

di Marino Smiderle

Faida tra zio e nipote con una serie di raid punitivi e sparatorie. Il consiglio degli anziani convoca le parti e impone l’accordo



Anche il codice non scritto dei rom, a suo modo, prevede la prescrizione breve. Pure per reati gravissimi, come lo stupro. Basta che carnefice e vittima si mettano d’accordo sul risarcimento in grado di mettere una pietra sopra sull’accaduto. Senza bisogno che intervenga il giudice, così come lo intendiamo noi.

È sufficiente la «sentenza» del consiglio degli anziani che, secondo quanto rivelato dal Gazzettino, a Treviso avrebbe condannato lo stupratore a versare alla vittima della violenza sessuale l’equivalente di 50 furti, più o meno 100 mila euro, stando alle medie dei colpi eseguiti dai nomadi nella Marca. Una storia strana, odiosa, quella maturata nell’ambito delle difficilmente distinguibili parentele della comunità rom.
Tutto parte da una violenza sessuale subita da una minorenne del campo nomadi. Almeno stando alla denuncia che, nonostante le usanze del gruppo, i genitori avrebbero presentato alla questura di Treviso. Ed è proprio in seguito a questa denuncia che la polizia ha iniziato a eseguire delle perquisizioni a casa delle famiglie che, nel frattempo, avrebbero provveduto a chiudere la questione al di fuori delle aule del tribunale e obbedendo ai più vincolanti patti di sangue. Le puntate di questa saga tra rom inizia con la condanna all’esilio, emessa dalla comunità, nei confronti del presunto stupratore, un ventiquattrenne.
L’esilio, per i rom, è un’onta difficilmente digeribile, e infatti il giovane non la digerisce. Per questo architetta una vendetta dura nei confronti dello zio, 52 anni, ritenuto l’ispiratore della condanna, e gli manda a casa quattro bruti per dargli una lezione. Gli energumeni eseguono l’incarico, percuotendo l’uomo e la moglie, sorpresi nel sonno.

Lo zio risponde con la stessa moneta e, secondo le accuse, spara diversi colpi di pistola contro la casa del nipote, quasi a voler dire non-mi-fai-paura. La polizia prova a spezzare questa catena di violenze ma si raccapezza a fatica in questa matassa di risentimenti familiari. Ci pensa il consiglio degli anziani dei rom a inventare un sistema per chiudere la questione «in pace».
I due litiganti vengono messi a confronto. Saggezze e giustizia devono essere mescolate per evitare che si inneschi una spirale di vendetta dalle conseguenze immaginabili. Se da un lato il giovane non accetta l’esilio, dall’altro il padre della vittima vuole che vanga lavata l’onta della violenza subita dalla ragazzina. Come?

Ecco la sentenza compromissoria: il ricavato dei prossimi 50 furti andranno a lei. Un reato cancellato con altri reati, ecco la legge rom, altro che terzo grado di giudizio. Qui si fa in fretta, basta mettersi d’accordo. E zio e nipote si mettono d’accordo con una stretta di mano. Il caso è chiuso. Per i rom. Un po’ meno per la giustizia italiana.
La polizia ha passato al setaccio le abitazioni delle famiglie coinvolte alla ricerca delle armi usate per spaventare il nipote. Nulla di fatto, al momento. E dall’ultimo confronto eseguito tra parenti della vittima e parenti del presunto violentatore, agli agenti sarebbe stata fornita una versione tranquillizzante: «Non è successo niente, abbiamo chiarito tutto».
E lo stupro? La violenza sessuale? «Macché violenza - hanno cercato di spiegare - nessuna ragazza è stata stuprata, questa è una leggenda. Gli spari? Niente, un malinteso, una discussione degenerata per l’alcol». Il tribunale dei rom ha già emesso la sentenza, non scritta, assai breve e definitiva. Cinquanta furti. A partire da domani. L’onore della famiglia è salvo, la «giustizia» ha trionfato.




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Benigni, show a Torino: «L'Ue ci aiuti, si porti via La Russa»

Corriere della sera

Show a Torino e stoccate sul premier: «Ho comprato Palazzo Madama»


MILANO - In novemila hanno assistito al suo spettacolo gratuito, sobbarcandosi ore di code, e Roberto Benigni non li ha delusi. L'attore e regista premio Oscar ha aperto mercoledì sera a Torino la Biennale Democrazia al Palaolimpico, dedicando il suo show all'esegesi del VI canto del Purgatorio. E intervallandola, come di consueto, con riferimenti all'attualità con battute feroci su premier e ministri. Benigni ha rivolto una sorta di appello agli italiani perché si occupino di politica, come fece l'atuirpe della Divina Commedia nella sua epoca. «Mamma mia come era impegnato Dante - ha detto il giullare toscano - gli voleva bene a questo Paese, lui. Voleva lottare per la democrazia e la libertà. Pensava fosse utile che un galantuomo scendesse in politica, perché c'era un bel casino in quel tempo, parlamentari che si vendevano e passavano da una parte all'altra, e cose di questo genere, roba da Medioevo».


«POSSO COMPRARE QUI UNA CASA» - Quindi l'attualità. «Maroni ha ragione - ha detto il comico affrontando a modo suo il tema migranti -, l'Europa dovrebbe aiutarci e portarci via un po' di tutte queste persone che creano problemi. Per esempio perché non si porta in Francia La Russa? Ma anche, magari Frattini e Cicchitto? Perché dobbiamo tenerceli tutti noi scusate tanto?» ha scherzato. Quindi la stoccata su Silvio Berlusconi. «È bellissima questa città, così piena di bandiere tricolori, così intelligente, che ho pensato di comprarci una casa, ho cercato su internet e ho trovato Palazzo Madama. Poi c'è anche un Palazzo Reale vicino, potrei farci il Casino Royale» ha detto, quasi parafrasando le frasi del presidente del Consiglio su Lampedusa. Al Cavaliere, Benigni ha anche dedicato la canzone «È tutto mio».

Redazione online
14 aprile 2011

Processo Ruby, l'ultima bufala della procura

di Stefano Zurlo


La testimonianza a scoppio ritardato (8 mesi dopo i fatti) delle due ragazze piemontesi su una serata sfrenata ad Arcore non regge: raccontano di aver lasciato la festa sconvolte, ma poi hanno inviato sms affettuosi a Fede. E il loro avvocato è una senatrice dell’Idv...



Milano - Qualcosa non torna. Qualcosa non quadra nel rac­conto delle due ragazze, due di­ciottenni piemontesi, precipi­tate come meteoriti nell’in­chiesta milanese sul bunga bunga. E protagoniste involon­tarie, a sentire i loro racconti, di una notte choc ad Arcore. So­no gli stessi pm, Piero Forno e Antonio Sangermano, a farlo notare ad una delle due bellez­ze, Chiara Danese. «All’ufficio - le chiedono nel corso dell’in­terrogatorio l’11 aprile, ovvero lunedì scorso- risulta che in da­ta 23 agosto 2010, ovvero la not­t­e stessa dei fatti sin qui descrit­ti, lei abbia inviato un messag­gio sms ad Emilio Fede dal se­guente, testuale tenore: «Un bacio, Buonanotte!!».

Strano. Strano che la ragazza, dopo aver seguito ingenuamente Emilio Fede a villa San Marti­no, e dopo aver vissuto ore di incubo dentro la cornice di un festino lussurioso con scene da Basso impero, abbia poi mandato un messaggino così affettuoso al direttore del Tg4 . Testo e contesto. Sono molte le anomalie di questa storia dai ritmi sincopati: prima len­tissimi, poi velocissimi. Il 22 agosto Chiara Danese e Am­bra Battilana entrano a villa San Martino. Ne escono schifa­te qualche ora dopo, ma taccio­no. Anzi, gli sms di Chiara sem­brano parlare un’altra lingua. Poi improvvisamente ad apri­le ecco l’accelerazione forsen­nata. Il 4 le due depositano una memoria acuminata in cui rie­vocano quelle ore in cui alla corte di Silvio Berlusconi e assi­curano di aver visto di tutto: palpeggiamenti, apprezza­menti volgari, balli sfrenati di ragazze seminude, anzi com­pletamente nude come Nicole Minetti, ammiccamenti, frusti­ni e altro ciarpame da sexy shop.

L’11 aprile, a razzo, ven­gono interrogate alla procura di Milano. Il 13, solo 48 ore do­po, sono già la nuova rivelazio­n­e giudiziaria di questa stagio­ne: riempiono pagina 2 e 3 di uno sterminato articolo di Re­pubblica . Ormai, i verbali esco­no a tempo record. Anzi, in tempo reale. In coincidenza con il controverso voto sul pro­cesso breve. Ieri, la procura, davanti al di­lagare delle polemiche si affi­da ad un breve comunicato per fugare i dubbi espressi sot­to­forma di domande dagli stes­si pm nel corso delle deposizio­ni: Chiara e Ambra «sono im­portanti per chiarire il conte­sto ».

Rieccoci al contesto. Che non è un reato, ma è quel che sarebbe accaduto ad Arcore. Racconta Chiara: «È in quel momento che la serata prende una direzione molto diversa da come l’ho immaginata. Le ragazze, visibilmente allegre, cominciano ad avvicinarsi al presidente, si fanno baciare i seni, lo toccano. È una specie di girotondo, le ragazze si di­menano di nuovo, lo toccano di nuovo, lo stesso fanno con Emilio Fede. Ad un certo pun­to il presidente, visibilmente contento, chiede: “Siete pron­te per il bunga bunga?”. Le ra­gazze, in coro urlano. “Siiii’”. Sono agitata, mi sento male». Chiara e Ambra se ne vanno distrutte. Umiliate.

Dilaniate. Eppure sms e intercettazioni sembrano incrinare questa versione. Intercettazioni e sms che sono coerenti con il silen­zio tenuto fino a pochi a giorni fa. Strano, dunque, quel mes­saggio alle 3.31 di quella notte di agosto: «Un bacio. Buona­­notte!! » indirizzato ad Emilio Fede.Chiara,a verbale,se la ca­va così: «Io non ho assoluta­mente mandato questi sms. Che ha materialmente scritto ed inviato Daniele Salemi, usando il mio cellulare». Sì, perché ce n’è un se­condo di sms, anco­r­a più netto del pre­cedente: «Salve, di­rettore, sono Chia­ra, volevo ringra­ziarla per la fantasti­ca serata, se non le causa di­sturbo quando sarò a Salso­maggiore mi farà piacere sen­tirla ». Anche questo, ci spiega Chiara Danese, non è farina del suo sacco.

L’ha scritto, l’avrebbe scritto, in macchina, mentre tornavano a casa, Da­niele. Daniele Salemi, l’agen­te, ventottenne, promotore fi­nanziario e «contatto» torine­se di Lele Mora. Daniele che a sua volta, intervistato dall’edi­zione torinese di Repubblica il 18 gennaio, quindi a scandalo già scoppiato, dice che è stato lui e non Fede a organizzare la cena ad Arcore e aggiunge che quella notte non c’è stato al­cun bunga bunga: «Assoluta­mente no. Siamo stati un paio d’ore e poi ce ne siamo anda­ti ». Nulla di nulla. Salemi men­te? «Nessuno - insiste lui - ha preso niente, né soldi né regali. Solo delle rose. Ma le pare che uno, anche se è molto ricco, faccia un regalo a una persona che vede per la prima volta?».

Strano.L’11 settembre è Am­bra, in corsa per le selezioni di Miss Italia, a mandare un sms a Fede: «È un onore per me sa­pere che una persona come lei mi sostiene» E ancora: «È un piacere dopo essere uscita di qui ringraziarla di persona». Al­le 13 .56, dopo essere apparsa al Tg4, Ambra fa partire un ter­zo sms: «Servizio al tg... un ba­cio Ambra». Il giorno prima, conversando con il solito Da­niele Ambra - come annota la polizia giudiziaria- dice cha ha saputo di essere finita sul Tg4 , Daniele dice che dovrà ringra­ziare Emilio Fede e le suggeri­sce di scrivergli un sms dicen­do che Fede è per lei una perso­na speciale e che quando fini­rà Miss Italia lo vedrà a cena, magari tutti insieme».

Ambra scrive e non s’indigna. L’indi­gnazione se la riserva per apri­le quando contatterà la procu­ra, altro dettaglio curioso, attra­verso la senatrice Patrizia Bu­gnano, deputato dell’Italia dei valori. E dirà che il clamore, le telefonate anonime, le insinua­zioni in rete le hanno rovinato la vita. E che è giunto il momen­to di dire tutto. Fede annuncia querela per diffamazione e ca­lunnia, il premier si dice «di­sgustato ». I suoi avvocati, Pie­ro Longo e Niccolò Ghedini spendono qualche parola in più: «La genesi delle dichiara­zioni e i tempi appaiono davve­ro indicativi e ne dimostrano l’assoluta inconsistenza».





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