venerdì 15 aprile 2011

Sentenza Thyssen: dure condanne

Corriere della sera

La Corte d'Assise di Torino: 16 anni e mezzo di carcere all'amministratore delegato Espenhahn


MILANO - La Corte d'Assise di Torino ha condannato a 16 anni e mezzo per omicidio volontario l'amministratore delegato della ThyssenKrupp Harald Espenhahn. Dopo 94 udienze per i familiari dei sette operai morti la notte del sei dicembre 2007 a causa di un incendio sulla linea cinque delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino è stato il giorno della giustizia. «È una svolta epocale, non era mai successo che per una vicenda del lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale» ha dichiarato il pm Raffaele Guariniello, al termine della lettura della sentenza del processo Thyssenkrupp, tra le lacrime e gli applausi dell'aula 1 del Tribunale di Torino, gremita da parenti ed ex dipendenti della multinazionale. «Diciamo che una condanna non è mai una vittoria - ha proseguito Guariniello - né una festa, però questa condanna può significare molto per la salute e la sicurezza dei lavoratori». Il pm ha poi concluso: «Credo che da oggi in poi i lavoratori possano contare molto di più sulla sicurezza». Accanto ai pm Guariniello e Traverso, ad attendere la sentenza era seduto anche il procuratore capo, Giancarlo Caselli.


LA SENTENZA - Al banco degli imputati, oltre all'amministratore delegato Harald Espenhahn, 45 anni di Essen, condannato per omicidio, c'erano anche Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento torinese, Gerald Priegnitz, membro del comitato esecutivo dell'azienda, assieme a Marco Pucci, e un altro dirigente Daniele Moroni, accusati a vario titolo di omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) oltre che di omissione delle cautele antinfortunistiche. Per Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, confermate le richieste dell'accusa: sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi. Solo per Daniele Moroni la Corte ha aumentato la pena a 10 anni e 10 mesi, i pm avevano infatti chiesto 9 anni. È la prima volta che in un processo per morti sul lavoro gli imputati sono stati condannati a pene così alte. La società ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni Spa, chiamata in causa come responsabile civile, è stata inoltre condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, all'esclusione da agevolazioni e sussidi pubblici per 6 mesi, al divieto di pubblicizzare i suoi prodotti per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali «La Stampa», «La Repubblica» e il «Corriere della Sera».

DIFESA - «Siamo totalmente insoddisfatti. Ha influito tutto questo pressing mediatico» ha detto invce Cesare Zaccone, uno dei legali della difesa, indicando i numerosi giornalisti presenti in aula, appena pronunciata la sentenza. «Siamo insoddisfatti - ha ribadito - in particolare per la dichiarazione della subvalenza delle attenuanti rispetto al risarcimento del danno questa è una cosa mai vista prima. Andremo in appello ma non credo otterremo molto di più».

PARTI CIVILI stata anche la prima volta in cui a costituirsi parte civile è stato un numero così alto di lavoratori, 48, alcuni ricollocati in altre aziende o enti, altri in cerca di lavoro. Anche Comune e Provincia di Torino, Regione Piemonte, Cgil e gli altri sindacati e varie associazioni come Medicina democratica si sono costituite parte civile. A tre anni dalla strage in cui hanno perso la vita Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone, una sentenza della magistratura italiana ha stabilito che Espenhahn, come sosteneva l'accusa, aveva deciso di posticipare i lavori per la messa in sicurezza dello stabilimento di Torino a una data successiva a quella della prevista chiusura e del trasferimento a Terni. E aveva deciso quindi, in modo consapevole, di tralasciare i gravi rischi a cui avrebbe sottoposto i lavoratori.

APPLAUSI - Un lungo applauso si è levato dall'aula del tribunale di Torino al termine delle lettura della sentenza per il rogo della Thyssen. I parenti delle vittime hanno urlato: «Bravo Guariniello» rivolgendo parole di solidarietà al pm a capo del team dell'accusa. «Adesso gli avvocati non ridono più» ha commentato uno dei parenti presenti. «Sono soddisfatta» ha detto una delle madri piangendo «mio figlio non me lo ridaranno più, ma almeno in tribunale è stata fatta giustizia. I ragazzi se lo meritavano».

SOCIETA' - La condanna dell'ad Espenhahn in primo grado per «omicidio con dolo eventuale» è per la ThyssenKrupp «incomprensibile e inspiegabile», secondo una nota della società dopo la sentenza. La ThyssenKrupp «esprime ai familiari delle vittime il suo più profondo cordoglio e rinnova il suo grande rammarico per il tragico infortunio avvenuto in uno dei suoi stabilimenti. Nelle sue linee guida, il Gruppo conferma che la sicurezza sul posto di lavoro è un obiettivo aziendale di assoluta importanza, pari alla redditività e alla qualità dei prodotti, e che si deve provvedere con ogni mezzo a garantire la stessa. Una tragedia simile non si dovrà ripetere mai più».

SACCONI - «La sentenza ha accolto il solido impianto accusatorio e costituisce un rilevante precedente. Essa dimostra peraltro che l'assetto sanzionatorio disponibile è adeguato anche nel caso delle violazioni più gravi». Così il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha commentato la sentenza. «Questa tragedia impone soprattutto una più diffusa ed efficace azione preventiva perché anche la sentenza più rigorosa non può compensare la perdita di vite umane e il grande dolore che ha prodotto - ha aggiunto Sacconi in una nota - la via maestra rimane la collaborazione bilaterale paritetica tra aziende e organizzazioni dei lavoratori accompagnata da una idonea attività di vigilanza».

COTA - «I piemontesi sentono ancora il dolore di quella tragedia - ha dichiarato il Presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota - e in questo giorno sono vicini alle famiglie delle vittime. È importante che sia arrivata una sentenza in un tempo ragionevole pur in un processo così complesso».

Redazione online
15 aprile 2011

Polemiche sul manifesto "Via le br dalle procure" E Bruti Liberati insorge

di Redazione


Il procuratore di Milano in una nota protesta per il contenuto di un manifesto affisso negli spazi per la propaganda elettorale






Milano - S'infiamma la polemica per il testo di alcuni manifesti elettorali. Ma scatenarla non sono i partiti, che si contrappongono in vista delle prossime elezioni amministrative. Ad alzare la voce è un magistrato, il procuratore capo della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati. "Nei giorni scorsi - si legge in una nota da lui firmata - nella città di Milano sono stati affissi, negli spazi riservati alla propaganda elettorale, vistosi manifesti su fondo rosso a firma 'Associazione dalla parte della democrazia' con espressioni critiche nei confronti della magistratura".
Il riferimento alle Br Oggi, prosegue la nota, "sempre negli spazi riservati alla propaganda elettorale, è stato affisso sempre a firma della stessa associazione questo manifesto: Via le Br dalle procure". Bruti Liberati risponde rammentando "che a Milano le Br in procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati". Il procuratore ha allegato al suo comunicato anche la fotocopia di una foto del manifesto attaccato a un cartellone. 




Powered by ScribeFire.

Salumi e latticini scaduti e con i vermi In manette un salumiere di Bacoli

Corriere del Mezzogiorno

L'uomo vendeva beni alimentari avariati da anni: taroccava la data di scadenza. Negozio sequestrato



NAPOLI - Panini con salumi «d'annata» in una salumeria di Bacoli. Serviva un prosciutto del 2001? Un pacco di pasta con scadenza 1999? Una confezione di biscotti in avaria da almeno 5 anni? No problem; nel negozio in provincia di Napoli si trovava di tutto: dalla pasta con parassiti e vermi ai salumi e latticini putrefatti, passando per le olive ammuffite. Il «segreto» del rivenditore era cambiare data di scadenza ai prodotti e continuare a venderli come niente fosse.

Un «escamotage» durato fino a quando i militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli sono entrati nel suo negozio per un controllo di routine e hanno scoperto in un magazzino attiguo alla salumeria due quintali di merce pronta per essere riconfezionata e reimmessa in commercio.

L’uomo, un 53enne del posto, incurante dei danni alla salute pubblica derivante dalla sua condotta, è stato arrestato e il suo negozio sequestrato. Le fiamme gialle con l’ausilio dei medici dell’Asl hanno accertato inoltre che l’attività di vendita dei prodotti alimentari veniva svolta in pessime condizioni igienico-sanitarie: banconi sudici e arrugginiti, frigoriferi mal funzionanti.


Fr. Par.
15 aprile 2011

C'è un 'Panda' dentro Google: nuovo algoritmo di ricerca, e i siti 'bocciati' insorgono

Quotidiano.net


Mountain View applica a tutte le ricerche in lingua inglese l'algoritmo 'Panda', che sanziona i siti con contenuti ripetitivi e previlegia quelli più referenziati. E c'è chi grida all'abuso di posizione dominante


Londra, 14 aprile 2011 - A due mesi dal lancio statunitense, il nuovo algoritmo del motore di ricerca Google sbarca in in Gran Bretagna. Si chiama 'Panda' ed è l'aggiornamento di 'Pagerank', la tecnologia che fece la fortuna del software Google. La sua introduzione ha comportato una ristrutturazione dei risultati di ricerca del motore, che ha penalizzato alcuni siti al tempo in testa alle liste, ora ridotti alla quasi invisibilità.

Google spiega che il nuovo algoritmo sanziona da una parte i siti che non producono contenuti originali, e dall'altra raffina il meccanismo che avvantaggia i siti più referenziati. Questo criterio, già alla base del funzionamento del 'primo Google', si basa sul presupposto che la qualità dei siti sia direttamente proporzionale al numero di piste web che vi convergono; grosso modo al numero di 'links' che vi portano.

Come segnala 'Le Monde' riportando i dati dell'impresa specializzata 'Searchmetrics', la presenza sulle pagine Google di Moneypage e Voucherstar è calata del 99%. La versione britannica di e-Bay ha invece guadagnata il 42% della visibilità. Ma le cose non vanno da sé: 'The Guardian' nota per esempio che anche Pocket-lint ha subito un forte declassamento, pur rispondendo ai criteri di selezione resi noti da Google.

Un buon posizionamento su Google è vitale per la sopravvivenza di siti a scopo commerciale: su BigG passa oltre l'80% del traffico. Google ha pertanto senz'altro una posizione dominante sul mercato mondiale nel campo della pubblicità e della visibilità (che ne è il presupposto)  in internet. Quando i risultati delle sue ricerche non rispondono ai criteri che dice di applicare, si comprende l'accusa mossa a più riprese dai protagonisti dell'e-commerce.

Inoltre, come sottolinea 'Le Monde', i grandi siti di proprietà dell'azienda di Mountain View come 'Blogger', 'Youtube' o 'e-Bay', non solo non vengono svantaggiati dagli aggiornamenti sofware del motore, ma ne ricevono di volta in volta beneficio. A ciò si aggiunge che i tanto decantati criteri di ricerca non hanno alcun modo di essere verificati, e l'unica loro pubblicità è data dalla parola del fornitore del servizio.

Per tutti questi motivi, Google è attualmente posto sotto inchiesta da una commissione dell'Unione Europea, che esamina l'accusa dei siti danneggiati dalle sue operazioni. Tra questi, in particolare, Ciao.ko.uk: un sito di viaggi appartenenti a Microsoft, l'azienda software che ha subito più gravemente, ad oggi, la concorrenza dell'azienda californiana.


Carlo Andrea Tassinari






Powered by ScribeFire.

Perché scrivo "Restiamo umani"»

Corriere della sera

Vittorio Arrigoni spiega la frase con cui chiudeva ogni articolo

Caro Roberto, vieni a Gaza»

Corriere della sera

l videomessaggio polemico di Arrigoni contro Saviano

Parla la madre del pacifista ucciso «Sono orgogliosa di lui»

Corriere della sera

 

Silenzio e dolore a Bulciago, dove la signora Arrigoni è sindaco da sette anni: «Stava per tornare»

 

«Era tranquillo, stava per tornare»

 

MILANO - Bulciago si risveglia nel silenzio e nel dolore. Nel paesino della Brianza lecchese di neanche tremila anime, tutti si stringono attorno al loro sindaco, Egidia Beretta, la madre del pacifista italiano ucciso a Gaza. «Sono rimasta molto sorpresa, oltre che addolorata che sia successa una cosa del genere per l'attività che lui faceva lì: Vittorio non si metteva mai in situazioni di pericolo» ha detto la donna. «Mi hanno telefonato dei suoi amici poco fa da Gaza - ha aggiunto - mi hanno detto che Vittorio è ora in un ospedale della zona e che anche molti cittadini di Gaza sono molto scossi per la sua morte». I familiari del cooperante sono chiusi in casa e accolgono nella loro abitazione solo parenti e amici più intimi.

 

 

SAREBBE RIENTRATO PRESTO - «Io e Vittorio eravamo molto uniti come idee, obiettivi e ideali, sono molto orgogliosa di lui, è sempre stato così» ha aggiunto mamma Egidia, confermando che il figlio sarebbe rientrato molto presto. «Mi aveva appena raccontato - ha spiegato - che era stato invitato in Sicilia per l'anniversario della morte di Peppino Impastato». I familiari avevano sentito il cooperante l'ultima volta all'inizio della settimana. «Ci sentivamo regolarmente la domenica - ha raccontato la madre -. Lui faceva uno squillo e noi lo richiamavamo, era sempre tranquillo».

 

«SINDACO VIRTUOSO» - La Beretta amministra il paesino nel Lecchese dal 2004. Un anno fa è stata tra i protagonisti di un servizio di Report dedicato ai sindaci virtuosi: rinunciando all'indennità per il ruolo, il primo cittadino ha creato un fondo di solidarietà per i suoi cittadini. Sulla pagina personale della Beretta campeggia, come foto, la bandiera di Gaza.

 

Redazione online
15 aprile 2011

Napoli, il mistero della Pietrasanta Sotto la chiesa un cunicolo segreto per i i riti di fede dei Templari

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - Dodici croci templari disposte in sequenza a delimitare un perimetro, un percorso stretto e tortuoso che si trova 35 metri sotto il manto stradale, dove i rumori della città nemmeno si intuiscono e la temperatura non cambia mai: d’estate o d’inverno ci sono sempre sedici gradi.

Pare l’inizio di un romanzo d’avventura di quelli che finiscono in cima alle classifiche e si trascinano dietro programmi tv e filmoni d’azione; invece è una storia tutta napoletana che si svolge nel cuore della città, a via dei Tribunali.

Il luogo è quello un po’ magico della basilica della Pietrasanta, la guida è Luca Cuttitta, speleologo e presidente de «La Macchina del Tempo», che gestisce il sottosuolo di quella chiesa. Il viaggio nelle viscere della terra è avventuroso: si passa attraverso la cripta a 6 metri di profondità, si scende ai margini di uno strapiombo che raggiunge i 25 metri, si prosegue con un tuffo dentro una antica cisterna che raggiunge la quota di meno trentacinque metri. Significa infilarsi nell’antico acquedotto prima greco e poi romano; significa soprattutto buio fitto e grande attenzione, per adesso: «Tra qualche mese diventerà l’unica cavità europea completamente accessibile anche ai disabili», sorride Cuttitta che ha in mente un clamoroso progetto di sviluppo per questo luogo


Per adesso di clamoroso ci sono la fatica e i segni che si scoprono lungo le pareti dell’acquedotto. Sono croci «ricrociate» o «potenziate», le vedete nelle foto in alto in questa stessa pagina, si tratta di simboli cristiani che, ad ogni estremità si espandono in altre croci. Si tratta di un simbolo antico, uno dei dodici utilizzati dai templari per rappresentare la croce.
E dodici sono anche le incisioni nel tufo dei cunicoli dell’acquedotto.

La prima si trova all’altezza di un bivio della cavità: è posto all’ingresso della parte destra della forcella, seguendo quella via si cammina per qualche decina di metri sotto largo Proprio D’Aramiello, si svolta ancora a destra e si cammina sotto l’istituto Diaz, si prosegue lungo quella direzione arrivando esattamente sotto al palazzo del principe di Sansevero.

A quel punto il camminamento smette di essere tortuoso e diventa incredibilmente dritto, come un fuso: un corridoio lungo cinquanta metri che parte dal palazzo del principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, e finisce esattamente sotto all’altare della chiesa della Pietrasanta nel luogo dove c’è il «cemeterium» (l’area sottoposta alla chiesa nella quale venivano preparati i cadaveri per la sepoltura).
Sembra che quelle croci siano posizionate proprio per indicare un percorso.

[Tra i vari simboli incisi sulle pareti di tufo c’è anche un incredibile simbolo della Santissima Trinità realizzato con tempo e pazienza. Chissà chi doveva seguire quella strada: le ipotesi spettano ai ricercatori e agli esperti. Divertirsi a cercare soluzioni al mistero sarebbe un semplice esercizio di fantasia.

Noi, invece, proviamo a fare semplicemente la cronaca di quel che è nascosto nel sottosuolo e che, fino a ieri, era noto solo a qualche decina di speleologi che si erano avventurati lì sotto.

L’idea che questo fosse un luogo di frequentazione templare è affascinante. In un solo momento torna alla mente tutta la storia della basilica della Pietrasanta: in quel luogo sorgeva il tempio di Diana che aveva l’ingresso su «vico della luna», l’attuale via Del Giudice. Quando si decise di convertirlo alla cristianità, alcuni pezzi del tempio furono conservati (il capitello di una colonna è ancora lì, base del fonte battesimale).

Ma il popolo continuò a considerarlo magico, tanto che i napoletani del 528 dopo Cristo sostenevano che fosse posseduto da un demonio sotto forma di maiale che grugniva e incuteva timore. Così nacque il rito del maialino che, ogni anno, veniva offerto al vescovo. La chiesa divenne poi meta del pellegrinaggio dei fedeli quando ospitò la «pietra santa», un marmo con una croce incisa (oggi perduto), baciando il quale era possibile ottenere il perdono da tutti i peccati.

A proposito, il nome corretto della basilica non è quello di «Pietrasanta», con il quale i napoletani identificano quel luogo; la chiesa, alla fondazione, venne intitolata alla Vergine con il nome di «Santa Maria Maggiore»: racconta la narrativa sui Templari che i luoghi prediletti dai cavalieri sono quelli dedicati alla madre di Cristo. Ma forse stiamo scivolando nella fantasia.

Noi qui ci limitiamo semplicemente a fare la cronaca di quell’incredibile scoperta che fino ad oggi solo gli speleologi condividevano e che, finalmente, diventa patrimonio di tutta la città.

Giovedì 14 Aprile 2011 - 17:59    Ultimo aggiornamento: 19:29




Powered by ScribeFire.

Calciopoli, nuova bufera sul processo: ora i giudici si «accusano» tra di loro

Corriere del Mezzogiorno


Il presidente del tribunale ha trasmesso al Pg gli atti relativi ad alcune frasi pronunciate dalla presidente Casoria e dalla giudice a latere Pandolfi



Carlo Alemi
Carlo Alemi


NAPOLI - Il presidente del tribunale di Napoli Carlo Alemi ha trasmesso alla Procura generale della Cassazione, competente sulle iniziative disciplinari, gli atti relativi ad alcune frasi pronunciate dal presidente della nona sezione penale Teresa Casoria e dalla giudice a latere Francesca Pandolfi nel corso dell’udienza che si è svolta l’ 0tto aprile alla sezione disciplinare del Csm, davanti alla quale proprio la Casoria era incolpata nell’ambito di un altro procedimento. Le dichiarazioni cui farebbe riferimento Alemi sono quella in cui la Casoria sostiene che «il procuratore della Repubblica tiene sotto schiaffo il presidente del tribunale» , un’altra in cui la stessa Casoria dice che «la sezione del Riesame è formata sempre da gente raccogliticcia» e una frase pronunciata invece dal giudice Pandolfi, che ai consiglieri del Csm ha detto: «Non era la Gualtieri la sostituta del dottor Di Giuro. Il nome fu suggerito dalla Casoria al presidente Alemi» .
Il riferimento è alla composizione del collegio che sta celebrando il processo Calciopoli. Uno dei giudici, Gaetano Di Giuro, si era dichiarato incompatibile, e fu sostituito da Maria Pia Gualtieri. Fosse andata come ha raccontato la Pandolfi al Csm, si sarebbe violato il principio del giudice naturale. «E invece così non è andata, quelle affermazioni sono false» , accusa Carlo Alemi. Che agli atti ha allegato anche le sue osservazioni, chiedendo che la Procura generale valuti se esistono i presupposti per un procedimento disciplinare a carico dei magistrati o di sé stesso, «perché paradossalmente se fosse vero ciò che hanno detto i giudici allora il procedimento disciplinare dovrebbero farlo a me» .

La presidente Casoria, a sinistra, e la giudice Pandolfi
La presidente Casoria, a sinistra, e la giudice Pandolfi
Raccontate dal capo dell’ufficio, le vicende invece sono andate in maniera diversa da come sono state raccontate. Ho ricevuto una lettera riservata dal procuratore della Repubblica, che partendo dal presupposto che era in corso un procedimento disciplinare, chiedeva quali fossero le mie determinazioni e mi invitava a trovare soluzioni. Il problema che non c’era alcuna iniziativa che io potessi assumere, l’astensione è una decisione del giudice, non gli può essere chiesta. Insomma, non dovevo essere io il destinatario di quella lettera. Così la girai alla Casoria, e lei mi rispose che non si asteneva. Punto e basta» .
Così come è «ovviamente falsa» la circostanza che il Riesame sia composto di gente raccogliticcia: «È composto da magistrati che vi accedono con un regolare concorso, così come accade per tutte le sezioni del tribunale» . Alemi segnalerà anche la frase della Pandolfi: «Dice il falso quando sostiene che la Gualtieri non era la sostituta naturale del dottor Di Giuro. La regola vigente all’epoca prevedeva che, in caso di incompatibilità di un magistrato, il processo passasse ad altro collegio della stessa sezione. Ma c’erano incompatibilità anche lì. E in questi casi si integrava il collegio originario con il giudice più giovane della sezione. Quel magistrato era Maria Pia Gualtieri, bastava leggersi il mio provvedimento, una pagina e mezza firmata il 16 gennaio 2009. Era tutto scritto lì» . E Calciopoli? «Se verrà accolta la richiesta di ricusazione avanzata dai pm alla corte d’appello, il processo dovrà riprendere con altro collegio e con concreti rischi di prescrizione. Ma attenzione, i comportamenti oggetto delle contestazioni disciplinari non sono relativi al merito del processo» .


Gianluca Abate
15 aprile 2011




Powered by ScribeFire.

La Bindi e il coro «P2» contro Cicchitto. Il Pdl chiede sanzioni

Corriere della sera


Il duello tra la vicepresidente e il capogruppo





ROMA - Il voto sulla legge che accorcia la prescrizione dei reati abbandona dietro di sé una scia al veleno che porta il gruppo del Pdl a chiedere sanzioni nei confronti del vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, accusata di avere partecipato al coro («P2, P2, P2...») intonato dai banchi del Pd durante l'intervento del capogruppo Fabrizio Cicchitto. Il vicecapogruppo Massimo Corsaro ha dunque scritto al presidente Gianfranco Fini per «esprimere la più viva indignazione ed imbarazzo per l'atteggiamento assunto da Rosy Bindi che, nel suo turno di presidenza durante la seduta del 13 aprile, ha espresso valutazioni politiche legate a giudizi personali rivolte al presidente del gruppo del Pdl». Quindi, aggiunge Corsaro, «si chiede un tempestivo giudizio nelle sedi competenti sul comportamento gravissimo» della Bindi.

I fatti sono cristallizzati nel resoconto stenografico della Camera. Mercoledì sera, prima del voto finale, prende per ultimo la parola Cicchitto che ritorna ai tempi di tangentopoli e conclude: «Noi non ci faremo processare nelle piazze», parafrasando una espressione usata da Aldo Moro. E dai banchi del Pd si leva il coro («P2, P2, P2...») riferito al passato di Cicchitto.

A quel punto l'avvocato barese Francesco Paolo Sisto (Pdl) prende la parola e dice, rivolto alla Bindi: «Signori, il Vicepresidente della Camera non dà l'esempio di terzietà». Dalle scale Rosy Bindi si sposta al banco della presidenza perché è il suo turno. Ma non resiste alla tentazione di rispondere a Sisto: «Avrei preferito svolgere il mio breve intervento a titolo personale dal mio posto che occupo qui come parlamentare.

Non siamo riusciti a trovare nessun vicepresidente che potesse sostituirmi... quindi lo faccio qui... Per il contenuto delle mie parole leggo su Wikipedia alla voce Fabrizio Cicchitto: "Dopo essersi iscritto, fascicolo numero 945, tessera 2.232, data di iniziazione 12 dicembre 1980, alla loggia massonica P2, venne estromesso dal Psi. Riammesso nell'ottobre del 1987 da Bettino Craxi, seppure in ruoli marginali, ha poi adottato le posizioni di segretario del Psi fino alla dissoluzione del partito a causa delle inchieste di Mani Pulite". Ho gridato la verità, onorevole Sisto... "P2, P2...". Certo, se a me gridassero "Azione cattolica, Azione cattolica", non mi offenderei...».

In aula, Denis Verdini aveva chiesto alla Bindi di fare un passo indietro. Ieri, poi, Margherita Boniver (Pdl) ha detto che la lunga spiegazione della Bindi non può placare lo sdegno e l'imbarazzo del Pdl: «Dato che negli anni '80, l'iscrizione a una loggia massonica non ha mai né poteva avere rilevanza penale, invito la Bindi a smetterla...». Lei, la vicepresidente della Camera, non ha voluto replicare: «Ripeto, ho parlato a titolo personale».


D. Mart.
15 aprile 2011



Powered by ScribeFire.

Il Papa è vivo, a differenza di Moretti Nanni come regista è alla frutta

Libero





Oggi esce in tutta Italia (500 copie, vale a dire  un trattamento da probabile best seller) “Habemus papam” di Nanni Moretti. Dopo un’attesa messianica, carica di certezze inconsulte (l’acquisto a scatola chiusa da parte del festival di Cannes), di  ansie e di timori.
Le ansie (da parte dei fan).  Nanni Moretti al suo undicesimo film (e al 33esimo anno di regie) è sempre un grande regista oppure come autore (come qualcuno paventa da parecchio) è ormai alla canna del gas?

Timori (da parte di chi non ha affatto apprezzato il suo exploit elettoralistico del “Caimano”). Nanni ha fatto un altro dei suoi “girotondi” cinematografici? Risposta al secondo quesito. Niente politica in “Habemus papam”, niente riferimenti  all’attualità (le figure grottesche  dei cardinali sono lì a far colore, non c’è niente che possa essere rapportato all’era Ratzinger).  I gitotondi sembrano un capitolo chiuso. A  chiuderlo forse ha contribuito anche l’atteggiamento di certa sinistra che durante la campagna elettorale aveva mandato alle stelle “Il caimano” per poi sconfessarlo a cose fatte, cioè a elezioni vinte.

Risposta all’altro quesito. Sì, Nanni è alla frutta. A 58 anni, cioè l’età maggiormente creativa per un director, Moretti vive già di vezzi, di richiami a film precedenti, di “amarcord” mascherati. Insomma, abbastanza  precocemente è un vecchietto. Per la verità avevamo questo sospetto già 15 anni fa, all’epoca di “Aprile” (ricordato solo per una frase: “D’Alema dì qualcosa  di sinistra!”). Poi ebbe la bella impennata  di “La stanza del figlio”. E lì, tanti e meritati, applausi. C’eravamo anche noi nel 2001 ad applaudire all’Anteo, il tempio milanese dei morettiani.

 Bene, siamo tornati  ieri al tempio  per l’anteprima di “Habemus”. I fan c’erano, le ovazioni no. Un imbarazzato mortorio. Un morettiano della prima ora (da “Ecce bombo”) borbottava: “Ci devo pensare” (per “La stanza del figlio” non ripensava nessuno).  “Habemus papam” è, come non pochi sanno, la storia di un pontefice (Michel Piccoli) che appena eletto, ha il crollo nervoso, il carico lo uccide, non ce la fa nemmeno a uscire per benedire la folla di piazza San Pietro. I cardinali, presi dal panico, chiamano una psichiatra. Arriva Nanni Moretti. Che ovviamente non cava un ragno da un buco (e cosa potrebbe cavare  da una seduta fatta alla presenza di tutto il conclave?). Il neo Papa fugge. Gira per Roma  come un sonnambulo. Ma deambulando del più e del meno finisce per chiarirsi le idee. E quando torna  in Vaticano, annuncia  le dimissioni. Non è l’uomo adatto per calzare le “scarpe del pescatore” (cioè i panni di Pietro).

Il popolo tace. Lo spettatore dell’Anteo, pure. E forse anche quello delle prossime domeniche. Il tema del fardello di Ratzinger è attuale e come.  Ma si vede  lontano un chilometro che a Moretti non interessava un tubo. Gli premeva ovviamente raccontare sé stesso,  sia pure  per interposta persona. La dichiarazione d’impotenza di sua santità  Michel Piccoli  suona  come attestato della propria  d’incapacità di essere ormai come regista  all’altezza della  leggenda. Certo, incapacità relativa.  Anche a pile quasi scariche non difettano al Nanni gli scatti di umorismo e di bravura (la partita di volley tra cardinali). Ma sono scattini. Il minimo che si possa pretendere  da un regista che a Cannes trattano ancora  da maestro . E su Raitre, sicurissimamente, pure. Appuntamento domenica a “Che tempo che fa”. In programma, un’agiografia firmata Fabio Fazio.


di Giorgio Carbone

15/04/2011




Powered by ScribeFire.

Vedrete, tornerò a investire appena uscirò dal carcere»

Corriere della sera


Parla Lande: non sono come Madoff, mi potevano fermare



ROMA - Il «Madoff dei Parioli» non vede l'ora di ricominciare. E chissà come reagiranno quelli che immaginano, nei prossimi anni, di investire denaro nella finanza: «Cosa farò quando uscirò dal carcere? Continuerò a fare il mio lavoro, il consulente finanziario». Gianfranco «Madoff» Lande lo dice quasi come una certezza, nella sua cella della settima sezione di Regina Coeli: camicia indossata sotto una polo blu, pantaloni, baffi curati. E quando il politico in visita, ieri pomeriggio, gli fa notare che non sarà semplicissimo riciclarsi nel medesimo settore, la finanza, dopo tutto quello che è accaduto, dopo questa truffa colossale, lui sorride, sicuro di sé: «Difficile? E perché mai? Ho venticinque anni d'esperienza, troverò chi mi darà fiducia».

Ora, sia chiaro: per i magistrati è la mente di questo raggiro da 300 milioni, ed è in carcere dal 24 marzo con le accuse di riciclaggio e associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all'esercizio abusivo dell'attività finanziaria. Eppure, di fronte all'onorevole - in un colloquio di oltre quaranta minuti, dopo quello rapido avuto nei giorni scorsi con un altro politico - di quelle accuse non vuole neanche sentire parlare: «Ho smesso di guardare la tv, troppe bugie, adesso la tengo spenta e se proprio la accendo cambio canale quando ci sono servizi che mi riguardano. I primi giorni, quando li ascoltavo, mi veniva il bruciore di stomaco». Devono essere parecchi i dettagli che gli hanno fatto venire il mal di pancia. Quei soprannomi, ad esempio: per molti è la versione nostrana di Bernard Madoff, per altri lui e il suo socio Roberto Torregiani erano «il gatto e la volpe».

E poi ci sono tutte quelle proteste, quei personaggi famosi che sui media si sono susseguiti per dichiararsi vittime, truffati, raggirati. Lui, seduto sul letto, scuote la testa: «Io sono vittima, io sono stato messo in mezzo. Non ho rubato, non sono scappato coi soldi, ho agito nella massima trasparenza, alla luce del sole». E tutte quelle proteste? Tutte quelle persone disperate?

Dedica loro poche frasi, sorridendo: «Io non ho mai voluto né potuto truffare. Anzi, a volte pagavo gli investitori con i soldi miei. E poi quelli che mi hanno denunciato, quei trenta, sono quelli che hanno preso più soldi degli altri». Il politico non entra nel merito della questione, ma gli chiede una cosa che attiene al lato umano di tutta questa storia: ma si scuserà con gli investitori, prima o poi? «Spiegherò a tutti come ho lavorato, come ho agito con quei soldi, questo sì.

Ma sono sereno. Se c'è una responsabilità mia forse è quella di aver sottovalutato la provenienza dei flussi di denaro. Questa vicenda dei Piromalli, però, mi lascia molti dubbi: io ho ricevuto telefonate di minaccia e le ho subito denunciate. A voler immaginare dove fossero quei soldi, mi viene in mente una società di assicurazioni irlandese, o una finanziaria di Milano.

Chissà. Di certo, visto che tutto è stato fatto alla luce del sole, mi chiedo perché gli organismi preposti al controllo non siano intervenuti: il ministero delle Finanze, l'antiriciclaggio...». Dopo due settimane di sciopero della fame - «l'ho fatto per attirare l'attenzione, hanno arrestato la mia compagna solo perché era nella società» - adesso mangia «pane e frutta. Nei prossimi giorni, mia figlia mi porterà altro cibo». La cella ha la pareti bianche, la porta aperta, un unico letto a castello: sulla rete in alto, manca il materasso. Gianfranco Lande, adesso, è solo. Ma, a quanto pare, lui pensa sia questione di tempo: presto tutto ripartirà. I clienti, i titoli, gli investimenti. Il «Madoff dei Parioli» non vede l'ora di ricominciare.


Alessandro Capponi
15 aprile 2011




Powered by ScribeFire.

Via da scuola perché è bella La pachistana vive segregata in casa

La Stampa







Powered by ScribeFire.

Gaza: ucciso il volontario italiano

Corriere della sera

 

Trovato il corpo di Vittorio Arrigoni.
L'assassinio prima del blitz per tentare di liberarlo

 

MILANO - È stato ucciso Vittorio Arrigoni, il volontario italiano rapito a Gaza da un gruppo islamico salafita. Il ritrovamento del corpo è avvenuto dopo un blitz condotto dai miliziani di Hamas, il movimento islamico al potere nella Striscia, in un appartamento di Gaza City. Ma è probabile che Arrigoni fosse già morto al momento in cui è avvenuto l'assalto. Il corpo è stato riconosciuto nell'obitorio dello Shifa Hospital a Gaza City. L'operazione si è comunque conclusa con l'arresto di almeno due salafiti, mentre voci non confermate fanno riferimento anche all'uccisione di un terzo.

 

FILMATO - In un filmato pubblicato originariamente su You Tube ma che è possibile vedere anche qui sotto, i rapitori minacciavano di uccidere Arrigoni se entro 30 ore, a partire dalle ore 11 locali di stamane (le 10 in Italia), il governo di Hamas non avesse liberato alcuni detenuti salafiti. Arrigoni è stato sequestrato da tre miliziani armati a Gaza City. Il cooperante è stato rapito mentre lasciava il campo di Jerbala con uno dei quadri delle milizie delle Brigate di al-Aqsa. «Ho riconosciuto l'uomo nel video, è un nostro attivista che è entrato e uscito da Gaza molte volte negli ultimi due anni». Così Huwaida Arraf, cofondatrice dell'Ism, conferma che nel video c'è Arrigoni che è uno degli attivisti del Movimento di solidarietà internazionale.

 

 

IL VIDEO- Bendato e con evidenti segni di violenza sul lato destro del volto. Così è apparso Arrigoni, rapito a Gaza da un gruppo islamico salafita, nel video postato oggi su YouTube da «This is Gaza Voice». Il volontario italiano, con indosso una maglia nera, sembra avere le mani legate dietro la schiena, mentre qualcuno gli tiene la testa per i capelli. Sul viso, tracce di sangue che partono da sotto la benda nera che gli copre gli occhi. Una musica copre il sonoro del video, mentre in sovraimpressione appare una scritta in inglese che recita: «Il popolo di Gaza si dispiace per quello che questi bigotti hanno fatto a Vittorio. Siamo sicuri che sarà presto libero e salvo».

 

ACCUSE ALL'ITALIA - Al termine del filmato scorrono scritte in arabo con la data di oggi in cui si sono accuse contro l'Italia e contro Hamas. Nelle scritte i rapitori accusano Arrigoni di diffondere «i vizi occidentali», il governo italiano di combattere contro i Paesi musulmani e il governo del premier di Hamas Ismail Haniyeh di lottare contro la sharia (la legge religiosa musulmana). Nel messaggio sul video inoltre le scritte in arabo esortano i giovani di Gaza a sollevarsi contro il governo Haniyeh, reo ai loro occhi di gravi ingiustizie.

 

CHI ERA - Vittorio Arrigoni, 36 anni nativo di Besana Brianza, era arrivato a Gaza nell’agosto del 2008, come inviato de il manifesto, per raccontare il dramma che vivono i palestinesi della striscia di Gaza. In particolare celebre è stata la sua cronaca degli avvenimenti seguenti la nota operazione delle forze armate israeliane denominata «Piombo fuso». In quest'occasione Arrigoni riuscì a mandare i suoi servizi dalla Striscia di Gaza sfruttando i pochi internet point funzionanti. «Vittorio Arrigoni ha iniziato a collaborare con noi mandando pezzi di cronaca sul conflitto a Gaza, dove si trovava come volontario di una ong», riferisce il vicedirettore del manifesto Angelo Mastrandrea. «Pur non essendo un giornalista erano testimonianze in presa diretta - prosegue il vicedirettore del quotidiano - Quando è esploso il conflitto, gli abbiamo chiesto di fare un diario: erano cronache quotidiane molto vissute tanto che poi gli abbiamo proposto di metterle insieme per farci un libro, poi pubblicato, dal titolo "Restiamo Umani"».

 

Redazione online
14 aprile 2011(ultima modifica: 15 aprile 2011)