martedì 19 aprile 2011

L'Europa impone il web trasparente

Corriere della sera


La commissaria Neelie Kroes promette controlli su velocità «ipotetiche» e sui blocchi alle applicazioni Voip


MILANO - Basta con le promesse. Giro di vite della Ue sui provider: la neutralità e la trasparenza della Rete devono essere garantite. Stop quindi alle «ipotetiche» cifre sulla velocità di Internet e,anche, al blocco dei servizi concorrenti delle compagnie telefoniche come Skype.

DIRETTIVA - È il senso della direttiva Ue che a partire dal 25 maggio sarà in vigore nei 27 paesi dell' Unione e che è stata presentata martedì da Neelie Kroes, commissaria per la digitalizzazione dell'Europa. La normativa riguarderà sia la rete fissa che quella mobile: «Sono totalmente convinta che ogni cittadino europeo abbia il diritto di navigare in una Rete che sia libera e trasparente», ha detto la commissaria. La promessa della Kroes è quella della massima vigilanza affinché i provider garantiscano «neutralità e trasparenza e qualità» dei loro servizi, permettano ai consumatori il cambio di operatore «in un solo giorno» e non provino a «bloccare o strozzare certi tipi di traffico». La commissaria ha anche promesso che, entro la fine dell'anno, verrà pubblicata una lista degli operatori che realizzano queste «dubbie pratiche».

CONTROLLI E CONCORRENZA - «Sin dal primo giorno dell'entrata in vigore della direttiva - ha detto Kroes - vigileremo, in collaborazione con le Autorithy nazionali, affinchè Internet sia uno strumento aperto». Nella sua azione di controllo la Kroes ha annunciato che agirà in stretta collaborazione con il commissario alla concorrenza, Joaquim Almunia. Tra i problemi evidenziati dalla commissaria, uno dei più comuni è quello della discrepanza tra pubblicità e realtà dei fatti in termini di velocità della connessione Internet: «Non si devono dare - ha affermato - informazioni ipotetiche, con velocità che si raggiungono solo se nessuno nel vicinato è connesso». Altro punto sensibile sono le videochiamate o le telefonate via Skype, con alcuni operatori di telefonia mobile che impediscono l'accesso. «Faremo tutto il possibile per garantire la concorrenza e la libertà di scelta dei consumatori: entro la fine dell'anno pubblicheremo i risultati del monitoraggio e se non sarò soddisfatta non esiterò a varare misure più stringenti, anche di carattere legislativo». La Kroes ha inoltre aggiunto che, se sarà necessario, arriverà a «proibire qualsiasi blocco di servizio e di applicazione legali».

«NET NEUTRALITY» - La direttiva dell'Unione Europea si inserisce all'interno di un vivo dibattito , presente sia in Euopa che negli Stati Uniti, sulla cosiddetta «net neutrality»: secondo i sostenitori della trasparenza sul web, tutti i servizi online dovrebbero essere gestiti in modo più equo per promuovere la concorrenza.


Maddalena Montecucco
19 aprile 2011



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Obama come una scimmietta, è polemica

Corriere della sera

 

Il fotomontaggio diffuso da una conservatrice dei Tea Party. Le organizzazioni per i diritti umani: è razzismo

 

MILANO - Barack Obama come un piccolo scimpanzè. Ha scatenato accese polemiche negli Stati Uniti il fotomontaggio che ritrae l'inquilino della Casa Bianca come una scimmia. E in molti hanno chiesto le dimissioni della repubblicana Marylin Davenport: membro degli ultraconservatori del Tea Party, è stata lei a far circolare via email il fotomontaggio. Più che esplicita la didascalia: «Ora si capisce perché non esiste certificato di nascita». Già da prima dell'elezione, esiste, infatti, una larga frangia di conservatori che mette in dubbio l'origine americana di Obama.

 

 

«È RAZZISMO» - La presidente della principale organizzazione per la difesa dei diritti dei neri americani, Alice Huffman ha condannato il fotomontaggio, ha chiesto le dimissioni della Davenport e ha affermato che «rappresentare il presidente degli Stati Uniti in modo diverso da un essere umano non può essere considerato che razzista». Investita dalle polemiche, lunedì sera la Davenport si è scusata, ma non ha rassegnato le dimissioni.

 

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che l'inquilino della Casa Bianca, si ritrova, suo malgrado protagonista-vittima di immagini ritoccate. Successe alla fine del 2007, quando sia Obama che Hillary Clinton apparvero nudi che sulla copertina della rivista americana Radar, con l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani vestito come un gigolò da discoteca che sussurrava nell'orecchio di Hillary. A giugno 2009 gli ultrà della destra israelia­na han­no tappezzato Gerusalemme d'un fotomontaggio con Oba­ma in stile Arafat, la testa ke­fiata e la scritta «Barack Hus­sein, il peggior nemico degli ebrei». Lo scorso 22 dicembre, infine, un impiegato del Department of Transportation del Colorado ha avuto la malaugurata idea di spedire via email a un gruppo di almeno quattro una immagine di un fotomontaggio in cui Obama lustra le scarpe di Sarah Palin, ex candidata repubblicana alla vicepresidenza.

 

Redazione online
19 aprile 2011

Frattini: «In Libia i morti sono 10 mila»

Corriere della sera

 

Il ministro degli Esteri incontra il capo degli insorti. «Gheddafi, sanguinario dittatore, ma sia lasciato vivo»

 

ROMA - L'Italia accoglie oggi ufficialmente il presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdel Jalil, il capo dei ribelli, diventato ormai l'antagonista ufficiale di Muammar Gheddafi. Dopo avere incontrato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, Jalil avrà dei faccia a faccia anche con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L'Italia dà così il suo riconoscimento ufficiale agli insorti come rappresentanti del popolo libico. Di più: l'Italia, ha detto Frattini al termine dell'incontro, intende «spiegare agli altri Paesi europei e del mondo perchè anche loro dovranno presto riconoscere il consiglio nazionale transitorio libico da cui nascerà la nuova Libia».

 

«DIECIMILA MORTI» - Il ministro ha poi parlato di almeno 10 mila morti dall'inizio della crisi libica. Il numero gli è stato riferito dallo stesso Jalil. Si tratta, ha detto Frattini, di «vittime di un regime sanguinario», a cui vanno aggiunti oltre «50-55mila feriti». Prima dell'incontro, in un collegamento con Canale 5, il numero uno della Farnesina aveva annunciato che il prossimo 2 maggio ci sarà una conferenza internazionale a Roma per discutere e affrontare la soluzione del conflitto in Libia. La soluzione a cui la comunità internazionale sta lavorando prevede «un'uscita di scena» del colonnello libico, ha ribadito il ministro. «Ci sono certamente delle possibilità che noi stiamo esplorando - ha aggiunto - lo stanno facendo soprattutto le Nazioni Unite con l'Unione Africana e noi il due maggio, terremo a Roma una conferenza internazionale che sará coordinata da noi proprio per affrontare questo terreno».

 

 

«EVITATE VITTIME CIVILI» - Riguardo alla lentezza della missione in Libia, Frattini ha ricordato come sia stato deciso con l'Onu di «non effettuare interventi militari di terra ma solo a protezione civili» con un intervento che ha «scongiurato un bagno di sangue» e quindi si è mostrato «assolutamente fondamentale». «È chiaro che per vincere rapidamente sul piano militare - ha poi aggiunto - vi sarebbero molti altri strumenti, ma sono strumenti che la comunitá non ha accettato, l'intervento di terra, i bombardamenti mirati anche nelle zone urbane, ma immaginiamoci i danni collaterali, quante vittime civili. Quindi l'importante è fermare l'avanzata di questo dittatore sanguinario». Dopo l'incontro con Jalil, Frattini ha tuttavia precisato che se Muammar Gheddafi dovesse trovarsi in pericolo di vita «verrebbe aiutato come accadrebbe per ogni altro libico».

 

«FERMEREMO I MIGRANTI» - Anche Jalil ha preso la paola e ha spiegato che «il 40% dei delitti vengono commessi da africani sfollati provenienti dal Sud allo scopo di arrivare in Europa» e che per questo «pereremo insieme per chiudere i nostri confini a questi flussi di africani sfruttati da Gheddafi per colpire i nostri figli». «Non accetteremo queste persone in futuro - ha aggiunto - forse ne soffriamo più di voi perchè abbiamo più difficoltà economiche a riceve gli immigrati».

Redazione Online


19 aprile 2011

Morto in Sudafrica Pietro Ferrero, ad del gruppo della Nutella

Corriere della sera

 

Aveva 48 anni. Il manager della celebre casa dolciaria, è deceduto a seguito di un malore, mentre era in bicicletta

 

MILANO - È morto pedalando, Pietro Ferrero, 48 anni, figlio di Michele Ferrero e amministratore delegato del gruppo insieme al fratello Giovanni. E' deceduto in Sudafrica dove si trovava per motivi di lavoro, mentre stava allenandosi con la bici da corsa, passione che coltivava da anni ogni volta che il lavoro e la famiglia gli lasciava del tempo libero. Come è accaduto lunedì in Sudafrica, tra una riunione e l'altra. «La Ferrero - afferma la società - conferma il decesso del dottor Pietro Ferrero, Ceo del gruppo, a seguito di un incidente in Sudafrica dove si trovava in missione di lavoro».
Pietro Ferrero è morto mentre era in bicicletta: era infatti un grande appassionato di ciclismo e, ogni volta che poteva permetterselo, non perdeva l'occasione per una pedalata, passione che gli è risultata fatale. Anche in Sudafrica, dove aveva casa e dove si trovava in missione di lavoro, non rinunciava a qualche corsa. Poche ore prima di morire ne aveva parlato al telefono con Ivan Gotti, ex ciclista professionista e vincitore di due edizioni del Giro d'Italia. Pietro Ferrero è caduto durante il suo abituale allenamento in bicicletta, probabilmente a seguito di un malore.

 

 

CHI E' - Figlio maggiore di Michele e nipote del fondatore dell'impero della Nutella da quale ha preso il nome, Pietro jr lascia la moglie e tre figli. Fedele allo spirito di riservatezza della casa, Pietro rappresenta, insieme al fratello Giovanni, la terza generazione dell'azienda di Alba nota nel mondo non solo per la crema di noccia anche per i marchi Mon Cherì, Rocher, Tic Tac, Pocket Coffee,

 

Kinder. Nato a Torino nel 1963, nel 75 si è trasferito a Bruxelles con la famiglia, dove ha frequentato le scuole medie e superiori. Nel 1985 si è laureato in biologia presso l'Universitá di Torino con la votazione di 110 e lode. Ha iniziato a lavorare in Ferrero nel 1985 presso lo stabilimento di Allendorf e poi, occupandosi di problemi tecnici e produzione, in quello di Alba. Nel 1992 è stato investito della responsabilitá nella gestione operativa della Divisione Europa. Pietro Ferrero è stato anche membro del Consiglio di Amministrazione di Ras, oltre che membro del Consiglio Consultivo di Deutsche Bank e membro del Comitato Esecutivo di Aspen Institute. È stato consigliere di Mediobanca fino all'ottobre 2002. Nel novembre 2002 ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il Premio Leonardo Qualitá Italia 2002.

Redazione online
18 aprile 2011(ultima modifica: 19 aprile 2011)

Barcellona, fiamme alla Sagrada Familia

Corriere della sera

 

L'incendio innescato da una «persona disturbata» all'interno della cripta della navata centrale

 

 

MILANO - Allarme incendio alla Sagrada Familia di Barcellona. Turisti e visitatori sono stati evacuati dalla basilica in seguito a un incendio. Lo hanno confermato le autorità cittadine, specificando che non ci sono feriti: quattro persone sono state curate per inalazione di fumo. Secondo fonti spagnole, le fiamme si sono propagate all'interno della cripta della navata centrale intorno alle 10,45, obbligando all'evacuazione dei turisti, circa 1.500 persone, che stavano visitando il tempio. Le fiamme sono state innescate da una «persona disturbata» di 55 anni che è stata subito bloccata.

 

PIROMANE - Il piromane, un indigente squilibrato che era già stato visto nella cattedrale, ha dato fuoco ad alcuni abiti talari e ad altri paramenti sacri, provocando fiamme che sono arrivate fino alla navata centrale della basilica, prima di essere bloccato da alcuni turisti. In una borsa aveva alcuni accendini con cui aveva appiccato il fuoco servendosi di liquido infiammabile. Il rogo ha annerito le pareti della sagrestia di 40 metri quadrati e danneggiato il mobilio, ma ha risparmiato le vetrate di Gaudì.

 

Redazione online
19 aprile 2011

Torna libero Concutelli La famiglia di Occorsio: "Serviva la pena di morte"

di Redazione


Il capo della formazione neo fascista è libero da oggi: l'aggravarsi delle sue condizioni di salute ha portato alla sospensione della pena. Il nipote della vittima: "Gli avrei dato la pena di morte"




Roma - È tornato libero Pierluigi Concutelli, il leader di Ordine Nuovo, che, il 10 luglio del 1976, uccise a Roma il sostituto procuratore Vittorio Occorsio, "responsabile" di aver portato allo scioglimento il gruppo neofascista. Nei giorni scorsi a Concutelli è stata infatti riconosciuta la sospensione della pena per le gravi condizioni di salute.

Le condanne Concutelli fu condannato per il delitto del sostituto procuratore Occorsio e, successivamente negli anni ’80, ad altri due ergastoli per aver sgozzato due neofascisti Ermanno Buzzi e Carmine Palladino da lui considerati delatori. Ottenne in seguito il regime di semilibertà, che gli fu revocato quando, nell’estate del 2008, mentre rientrava in carcere a Rebibbia fu perquisito e gli furono sequestrati hashish, denaro e coltello. Privato della semilibertà, tornò in carcere, ma in seguito ottenne gli arresti domiciliari per motivi di salute. Ora gli è stata riconosciuta la sospensione della pena per le gravi condizioni di salute. Concutelli ha quindi lasciato gli arresti domiciliari e, come sottolinea sul suo blog Ugo Tassinari, saggista e studioso della destra radicale, "è stato trasferito dagli amici che lo assisteranno in una casetta sul mare, sul litorale di Ostia".

Il nipote di Occorsio "Io a Concutelli gli avrei dato la pena di morte. E non parlo solo come nipote di Vittorio Occorsio ma perché l’Italia da oggi è un paese meno sicuro con lui in libertà". È l’opinione di Vittorio Occorsio, nipote 23enne del giudice, del quale porta lo stesso nome, ucciso nel 1976 da un commando neofascista. Il giovane ha saputo dal padre Eugenio la notizia della liberazione dell’assassino del nonno. "Sono incredulo e amareggiato" dice il ragazzo.





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Siena, sequestrati giocattoli cinesi fatti con proiettili di kalashinikov

Quotidiano.net


Gli articoli erano posti in vendita, a 10 euro al pezzo, in un negozio di Siena. Ma la scoperta peggiore è che ogni componente di quei singolari pezzi era perfettamente riutilizzabile da chiunque avesse dimestichezza con le armi



Siena, 19 aprile 2011

La Guardia di Finanza di Siena ha sequestrato oggetti riproducenti carri armati, cannoni e aerei assemblati con bossoli e ogive da guerra. Gli articoli, provenienti dalla Cina, erano posti in vendita, a 10 euro al pezzo, in un negozio di Siena che, a sua volta, si riforniva presso un deposito della provincia di Firenze. Sui documenti di importazione i proiettili risultavano come comuni ‘articoli da regalo’.

Da subito lo stupore dei finanzieri, poi i risultati della perizia disposta dalla Procura della Repubblica: ogni componente di quei singolari pezzi di arredamento era perfettamente riutilizzabile con un’operazione di ‘’ricarica’’ effettuabile da chiunque avesse dimestichezza con le armi, compresi cacciatori e hobbisti del tiro sportivo.

I proiettili rinvenuti hanno l’anima in acciaio e quindi maggiormente pericolosi di quelli in dotazione alle Forze di Polizia, che sono in piombo. Probabilmente, la materia prima per la produzione era reperita a costo zero presso depositi militari della Repubblica Popolare Cinese.

La perizia ha stabilito che i 25.000 proiettili sequestrati sono utilizzabili con il fucile d’assalto AK47 kalashinikov. Due persone, il negoziante e il fornitore, entrambi di origine cinese, sono stati denunciati per la violazione della normativa delle armi da guerra.






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Morto il «papà» di Cicciobello

Corriere della sera

 

Gervasio Chiari, inventore del bambolotto, aveva 80 anni

 

 

MILANO - Dal 1962 la sua invenzione ha fatto la felicità di generazioni di bambine. Domenica però Gervasio Chiari, il «papà» del bambolotto Cicciobello, è morto a 80 anni agli Ospedali riuniti di Bergamo. Grande ufficiale, che fece anche la campagna di Russia guadagnandosi una medaglia d'argento, Chiari fondò nel 1957 la fabbrica di bambole che sfornò una vastissima serie di Cicciobelli in varie versioni: da Cicciobello Angelo nero a Cicciobello Bua, alla varianti «pipì» e «primi passi». La salma è stata trasportata nella camera ardente allestita nella casa di Chiari a Cologne (Brescia), dove martedì, nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, si svolgeranno anche i funerali (fonte Ansa).

 

18 aprile 2011

Fini e l'accordo coi pm. Ricordate il 6 novembre 2009?

Libero






Silvio Berlusconi, in occasione dell'apertura della campagna elettorale di Letizia Moratti per il comune di Milano, ha riferito di aver saputo "direttamente da un magistrato" dell'accordo tra Gianfranco Fini e i pm: protezione per il leader di Futuro e Libertà in cambio del costante e assiduo tentativo di fermare ogni tipo di riforma del sistema giudiziario. Non a caso, da quando il futurista è fuoriuscito dal Pdl, il premier ha più volte sottolineato come "ora sia possibile riformare la giustizia". Il presidente della Camera ha respinto con sdegno le accuse al mittente, bollandole come "menzogne quotidiane", e parlando poi di un'escalation "non più tollerabile" da parte del presidente del Consiglio. Il 'moderato' Antonio Di Pietro, a cui è tanto caro il tintinnar di manette, ha reagito con veemenza all'affondo del Cav e ha minacciato: "Lo denuncio".

Lunedì, volente o nolente, Gianfranco Fini è tornato nuovamente sulla polemica-giustizia lanciata la scorsa domenica da Berlusconi, ed ha espresso "vivo apprezzamento per la posizione istituzionale dell'Anm". Quindi è arrivato l'intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che dopo aver condannato i manifesti "Br-pm" di Milano ha chiesto, a tutti, di abbassare i toni della polemica sulle riforme della magistratura. Gianfranco, anche in questo caso, non ha perso tempo per allontanare l'ombra delle accuse di Berlusconi ed ha aggiunto che "il Capo dello Stato ha interpretato ancora una volta il sentimento di tutti gli italiani".

La polemica scatenata dalle accuse del Presidente del Consiglio, c'è da scommetterci, si trascinerà ancora per giorni. Per questo motivo, anche se nessuno si sarà dimenticato dell'episodio, in questo contesto può avere una certa rilevanza 'ripescare' un episodio chiave nella recente storia della politica italiana. Torniamo indietro, al 6 novembre del 2009, quando i rapporti tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini stavano conoscendo le prime - pesanti - tensioni che avrebbero degradato fino allo strappo del Presidente della Camera. Quel 6 novembre Fini, a Pescara, partecipava alla giornata conclusiva del Premio Borsellino. In quell'occasione discuteva con il procuratore Nicola Trifuoggi, seduto accanto a lui. Gianfranco era convinto che la conversazione si svolgesse nel più assoluto riserbo, a microfoni spenti, e così si lasciò andare a giudizi tranchant sulla attualità di allora e sul premier. E tra frasi meno significative, quali "se ti sente il Presidente del Consiglio (Berlusconi, ndr) si incazza" e "sono un ragazzaccio io", ne escono altre ben più 'pensanti'. Riguardate il video di Pescara su LiberoTv.

Le prime frasi su cui si deve tornare sono quelle sulle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che "possono aprire scenari...una bomba atomica. E' una tale bomba". Il punto è che Spatuzza tirava in ballo l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, all'epoca vice presidente del Csm, e Silvio Berlusconi. Quanto poi le affermazioni di Spatuzza siano state giudicate rilevanti e attendibili fa già parte della storia. Poi Gianfranco si spende in un attacco frontale nei confronti del premier, che "confonde il consenso popolare, che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia. Magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento". Quindi il presidente della Camera racconta a Trifuoggi di aver detto a Berlusconi che "lui confonde la leadership con la monarchia assoluta". Quindi, continua Fini, "in privato gli ho detto: 'Oh! Ricordati che gli hanno tagliato la testa a Cesare. Quindi, statte quieto".

Tutte frasi, quelle di Gianfranco, che ovviamente non confermano le accuse che gli ha rivolto Silvio Berlusconi. Certo, il presidente della Camera conosceva da tempo Trifuoggi, con lui aveva una certa confidenza. Però Fini si lasciò andare a esternazioni che ebbero enormi conseguenze politiche in un contesto dove la discrezione sarebbe stata d'obbligo. Gianfranco si lasciò sfuggire quelle frasi con una disinvoltura che, pur non dimostrando nulla, alla luce di quanto denunciato dal premier può essere interpretata con un briciolo di malizia in più.

18/04/2011





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Berlusconi e i magistrati. Due villipesi, due misure.

Libero






Quando  Giorgio Napolitano, in una lettera inviata al vicepresidente del Csm Michele Vietti,  afferma che sulla giustizia siamo arrivati alle «più pericolose esasperazioni e degenerazioni»,  risulta evidente che ci sono due vilipesi e due misure. Da una parte troviamo il caso dei famigerati manifesti (...)

(...) comparsi la scorsa settimana a Milano, quelli che recitano: «Via le Br dalle Procure». Il capo dello Stato li ha definiti  «una provocazione ignobile». E infatti Roberto Lassini, candidato del Pdl nel capoluogo lombardo - il quale si era attribuito la responsabilità dei cartelloni in quanto presidente dell’associazione “Dalla parte della Democrazia” che li aveva realizzati - è indagato assieme ad altre due persone per vilipendio dell’ordine giudiziario.

  Sull’altro piatto della bilancia, tuttavia, troviamo le accuse - di pari se non superiore gravità - mosse nei confronti di Silvio Berlusconi. Negli ultimi giorni è stato un massacro a mezzo stampa, culminato nel titolone di prima pagina che Il Fatto Quotidiano ha dedicato domenica al premier, definito «Il terrorista». A fianco, campeggiava un editoriale in cui Marco Travaglio spiegava che il Cavaliere è un “delinquente”  e ne invocava l’arresto.
  
Secondo Napolitano, l’aver accostato  i pm ai brigatisti in un manifesto è una «intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non». Se un giornale invece sostiene che il capo del governo è un pericolo per la democrazia o, come ha fatto l’ex magistrato Gerardo D’Ambrosio sull’Unità di domenica, si paragona «il fenomeno Berlusconi al terrorismo», beh allora è tutto a posto, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

   Certo, il parallelo fra la geometrica potenza delle Brigate rosse e l’esondazione delle toghe in politica non è di buon gusto né condivisibile. Ma ci sembra anomalo che un’istituzione tra le principali della Repubblica - la presidenza del Consiglio - possa essere insultata ogni mattina senza che il Colle si preoccupi nemmeno un po’. Da parte di Napolitano non abbiamo sentito “irritazione” o “indignazione” quando  intellettuali dotati di almeno tre nomi ciascuno (Alberto Asor Rosa, Paolo Flores d’Arcais e altri) invocavano il golpe e l’intervento delle forze armate onde destituire Berlusconi. Non ci sembra di ricordare che il presidente si sia strappato i capelli mentre madame Barbara Spinelli e altre pregevoli firme di autorevoli testate chiedevano di congelare il Parlamento ed eliminare il regime di centrodestra.

Uno stupido manifesto causa uno scompiglio tale da indurre il Quirinale a dedicare  il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo  (9 maggio) «ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtá alle istituzioni repubblicane». Campagne stampa  improntate a un intollerabile odio antropologico passano invece inosservate. Del resto, è vero, il manifesto costituisce l’eccezione, mentre l’assalto mediatico al premier è la normalità. L’abitudine a vedere il Cavaliere dipinto alla stregua di un dittatore sanguinario è tanta che ormai la cosa non ci suscita il minimo tremito, siamo assuefatti al peggio e  ciò non causa neppure un sussulto a Napolitano. Dunque avanti così:  Colle non vede, golpe non duole.

di Francesco Borgonovo

19/04/2011





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Santa Maria degli Angeli, struscio durante la messa

Il Tempo


Regole calpestate nella chiesa di Stato. All'interno mostre e filmati «distraggono» i fedeli. La basilica usata come scorciatoia per via Cernaia.


La basilica di Santa Maria degli Angeli La basilica di Santa Maria degli Angeli è la chiesa delle cerimonie di Stato. Conosciuta al grande pubblico più per le dirette tv, che per la magnifica meridiana di Gelileo Galilei e l'architettura michelangiolesca, quando cala il sipario vive una diversa quotidianità. Ai limiti dell'originalità. Affacciata su piazza Esedra, la basilica si fonde (e confonde) con l'esterno.

Accade così che durante le celebrazioni della Domenica delle Palme, agli Osanna si sovrappongano tutta una serie di attività che ben poco hanno a che vedere con la liturgia. Sarà colpa della collocazione "strategica" della basilica, tra la stazione Termini e le fermate di autobus e metro, ma l'effetto che si ha quando si entra nel luogo sacro, è quello di ritrovarsi in una grande piazza dove c'è chi passeggia incuriosito dai pannelli di una mostra, chi "transita" con bagaglio al seguito, chi si ferma per comprare una guida o ascoltare il maestoso organo che dovrebbe accompagnare le preghiere ma che, al contrario, sembra il sottofondo musicale di un contesto diverso.

Due mostre, una dedicata a Galilei e "sponsorizzata" dal libro del professore Antonino Zichici con pannelli e filmati dislocati in lungo e in largo all'interno di Santa Maria degli Angeli; l'altra di arte contemporanea (allestita quasi a nascondere l'altare del Sacro Cuore), attirano forse più visitatori che fedeli. Basta osservare come sono abbigliati per rendersi conto che pensano di stare in un museo e non in un luogo sacro. Gli artisti contemporanei di Ratisbona, che espongono davanti la Cappella settecentesca del Beato Niccolò Albergati, hanno installato perfino una Camera Oscura: un cubo chiuso da tende al cui interno chiunque, anche un malintenzionato, può entrare indisturbato. Tanto nessuno sembra preoccuparsene.

Lo stesso vale per i trolley abbandonati nei pressi della Meridiana da turisti in "gita" ora in ciabatte, in canottiera oppure in calzoncini corti. In pochi si rendono conto che è in corso una funzione religiosa. Sarà perché l'altare dal quale officia il sacerdote è praticamente al buio? Oppure perché sembra essere smarrito il limite tra tolleranza e rispetto? Forse entrambe le cose se è vero, come riferiscono alcuni residenti, che la basilica viene utilizzata nei giorni feriali come laica scorciatoia tra piazza Esedra e via Cernaia. Approfittando infatti della porta aperta della Sacrestia, impiegati, operai, studenti, ambulanti vanno e vengono come fosse un qualsiasi sottopasso. E in pochi si fanno il segno della croce. «Una mattina - racconta una anziana parrocchiana - la porta che dà su via Cernaia era rimasta chiusa. Proprio quando stavo per ricevere la Comunione si è udito bussare insistentemente e imprecare per il fatto che non potendo passare di lì qualcuno avrebbe fatto tardi al lavoro».

Il dubbio che a creare tutto questa confusione all'interno di una basilica importante come Santa Maria degli Angeli sia dovuto alla vicinanza della stazione e di un quartiere comunque particolare, viene fugato dalla vicina Santa Maria Maggiore. Nella stessa Domenica delle Palme, la messa a un'ora di distanza è un'altra storia: dei cordoni chiudono le navate con la scritta «vietato effettuare visite durante le celebrazioni» e la discreta vigilanza impedisce l'accesso a chi non ha un abbigliamento consono. I cartelli (tanti) non lasciano margini ai furbetti di turno. Durante la messa si prega. E basta. Pensare che all'ingresso di Santa Maria degli Angeli c'è il cartello con l'orario delle funzioni, gli ordinari divieti (che nessuno rispetta) e un avvertimento: attenzione ai borseggiatori!


Susanna Novelli e Cinzia Tralicci

19/04/2011





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Hamas rende omaggio al "palestinese" Arrigoni

Il Tempo


Doppia bandiera sulla bara del volontario Molti dubbi sulla ricostruzione dell’omicidio. Oggi la salma sarà al Cairo, domani a Roma.


La bara del volontario Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza Una fine barbara, una vita soffocata da mani violente, probabilmente «amiche» fino a quale giorno prima. Allora fa ancora più male, dinanzi a una disperazione a tratti persino grottesca, assistere agli onori solenni tributati a Vittorio Arrigoni nel luogo dove si sono ideologicamente formati i suoi assassini, a lungo «picciotti» dell'ala armata di Hamas. Ovvero dei suoi amici palestinesi.

Non a caso, la cerimonia funebre di ieri a Gaza non ha visto una partecipazione di massa: intorno a quella bara di compensato coperta da una bandiera italiana e da una palestinese, solo qualche slogan e il pianto degli amici più stretti. Dall'altra gente solo una sorta di commiserazione. È stato, comunque, l'inizio dell'ultimo viaggio di Vittorio Arrigoni nella Striscia di Gaza: lembo estremo di terra palestinese nel quale il volontario italiano aveva scelto di vivere, in nome dell'adesione senza riserve alla causa di un popolo, e dove per tragico paradosso ha incontrato alla fine un'atroce morte per strangolamento, a soli 36 anni.

Le indagini sembrano ricondurre alla mano di una cellula di ultraintegralisti salafiti collocati su posizioni ancor più radicali di Hamas (il movimento islamico al potere nella Striscia). Su tre di loro pende adesso una taglia: Bilal al-Omari, Mohammad Salfiti e Abu Abdel Rahman al-Ordini. Palestinesi i primi due, giordano il terzo, ritenuto il regista dell'operazione: le loro foto sono state pubblicate su un sito ufficiale di Hamas. I nomi del trio criminale vanno ad aggiungersi a quelli di altri due presunti complici, già in carcere. Ma non importa a nessuno se non per il fatto che la celerità delle indagini possa indurre a ritenere che Hamas sapesse già da prima.

Dunque, Vittorio Arrigoni poteva forse essere salvato nei tempi, non più evidentemente nella bieca e incontrollabile strategia dell'esaltazione di cui si ciba l'integralismo palestinese. Comunque, forse duecento persone in tutto si sono radunate ieri mattina dinanzi all'ospedale Shifa di Gaza City, da dove il feretro è uscito a metà giornata portato a spalla da due file di poliziotti con i baschi rossi. E da dove, cosparso di petali, è stato poi caricato su un'ambulanza (una di quelle sulle quali Arrigoni accompagnava i feriti durante l'offensiva israeliana «Piombo Fuso») diretta con una coda di torpedoni e vetture private verso il valico di Rafah, al confine egiziano.

Il percorso si completerà con l'arrivo al Cairo (dove per oggi è stata allestita una camera ardente), con il volo verso Roma dove la salma arriverà domani con un volo Alitalia. «Non sappiamo ancora quando potrà fare rientro a casa. La Procura ha infatti - ha detto la madre - aperto un'inchiesta e quindi la salma resterà a disposizione del magistrato, non so per quanto sarà trattenuta». Per Hamas - che è parso voler tenere un profilo discreto nell'occasione, senza bandiere verdi di fazione ad accompagnare i vessilli palestinesi e i tricolori italiani - sono intervenuti il viceministro degli Esterì del governo di fatto di Gaza, Ghazi Hammad, e Hassan al-Saifi, un funzionario del Ministero dell'Interno. «Esprimiamo condoglianze alla famiglia di Arrigoni e al popolo italiano», ha detto Hammad, assicurando che «l'inchiesta sul delitto prosegue» e che «tutti i responsabili saranno consegnati alla giustizia». Un po' poco per giustificare una morte che poteva essere evitata: forse i vari Bobo Craxi e Antonio Di Pietro dovrebbero rivolgere le loro populistiche fughe in avanti non all'odiato governo italiano ma dalle parti di Hamas. Potrebbero così contribuire, nella denuncia, alla ricerca della verità. Quella che lo stesso Vittorio avrebbe voluto conoscere.


Marino Collacciani

19/04/2011





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Il complotto delle toghe inizia trentasei anni fa

Il Tempo


Nel 1975 un servizio del periodico "Il Settimanale" denunciava una "partitocrazia giudiziaria" che faceva pressioni e intimidiva.


Palmiro Togliatti ricoprì la carica di vicepresidente del Consiglio dal 1945 al 1946 e quello di Ministro della Giustizia dopo la caduta del fascismo È davvero incredibile, ma è proprio così. Passano gli anni, passano i decenni e le cose non cambiano. L’invasione di campo della politica da parte della magistratura è antica. Mi è capitato sotto le mani un numero di un periodico moderato, pubblicato dalla casa editrice Rusconi, diretto da Ignazio Contu, «Il Settimanale» dell’11 gennaio 1975: una bella copertina color rosso raffigurante un tocco sormontato da un grande titolo, «Il complotto dei magistrati», e un sommario, «Rapporto sullo strapotere giudiziario», che rinvia a una inchiesta firmata da Giampiero Pellegrini ed Ernesto Viglione. Cominciava con una frase di Henry Kissinger a Aldo Moro: «I vostri giudici hanno messo sotto accusa i servizi segreti italiani proprio mentre, in Medio Oriente, potrebbe scoppiare da un momento all’altro una nuova guerra. Non vi rendete conto di aver imboccato una strada pericolosa?».

Trentasei anni fa. Sembra oggi. L’inchiesta era dura ma dettagliata: parlava dei pretori d’assalto e delle toghe scomode, ma soprattutto denunciava l’esistenza, dietro le quinte, di un «disegno concertato», di un «attentato alla democrazia», di un «vero golpe strisciante» che ha per obiettivo quello di «strangolare le libertà comuni attraverso la costituzione di un corpo di giudici» che mancano al «dovere dell’imparzialità» e «abdicano alle funzioni istituzionali» diventando, per usare le parole di Giovanni Colli, all’epoca Procuratore Generale della Cassazione, «soltanto i gestori di un potere arbitrario». L’inchiesta denunciava gli strumenti - accelerazioni od omissioni o ritardi dell’azione giudiziaria ovvero anche sentenze politiche ispirate a una concezione classista della giustizia - attraverso i quali la parte più politicizzata della magistratura si dava da fare per portare avanti un disegno, in sostanza, eversivo.
 

E denunciava, per inciso, come si fosse costituita di fatto - attraverso associazioni di magistrati articolate in correnti e sottocorrenti ideologizzate - una vera e propria «partitocrazia giudiziaria». E, ancora, sottolineava come fosse invalsa la moda persino di rispondere con inammissibili «controinaugurazioni» dell'anno giudiziario alle preoccupate denunce provenienti da alti e coraggiosi magistrati decisi a difendere l'indipendenza della magistratura dalla politica militante.

Roba vecchia, si dirà. Roba di trentasei anni or sono. Roba da Prima Repubblica, di una Prima Repubblica, per di più, la cui classe politica era giudicata impietosamente da un sondaggio della Demoskopea, pubblicato nello stesso numero del periodico, che rivelava come solo il 2% degli intervistati ritenesse che i governanti italiani fossero migliori di quelli di altri paesi. Roba vecchia e datata, dunque. Certamente, ma, purtroppo - e fa impressione che qualche modus operandi è cambiato, ma la sostanza - l'ingerenza del giudiziario e le sue pretese di porsi al di sopra dell'esecutivo e del legislativo - è rimasta la stessa. Per esempio, sono scomparse le «controinaugurazioni» degli anni giudiziari ma, al loro posto, sono apparse pittoresche e non meno inammissibili «contestazioni» di quegli stessi eventi.

Ancora, ai sottili tentativi di sostituirsi al legislativo attraverso l'emanazione di sentenze che di fatto snaturavano la legge ricorrendo alla cosiddetta «interpretazione evolutiva» della norma è subentrata la prassi del ricorso a una Corte Costituzionale la quale, attraverso sentenze politicizzate che sono talora veri e propri esercizi di sofismi giuridici, annullano, snaturano o riscrivono le norme. La verità è che il problema della politicizzazione della magistratura, o quanto meno di una parte di essa - e, quindi, del traviamento della civiltà giuridica italiana - ha radici lontane che risalgono ai primi tempi della Repubblica e si ricollegano alla gestione da parte di Palmiro Togliatti del ministero della Giustizia. È storia di ieri, che però non ha esaurito le sue conseguenze. Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti, ma la presenza invasiva della cultura e della mentalità gramsci-azionista, in combutta con il cattocomunismo, si è radicata nei gangli più delicati e vitali del corpo della società italiana, magistratura compresa.

La caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi fondati sul cosiddetto socialismo reale hanno distrutto, forse, le illusioni della creazione di una società comunista, ma non sono stati sufficienti per generare degli anticorpi capaci di bloccare i germi patogeni della degenerazione del sistema democratico e liberale fondato sull'equilibrio dei poteri. Anzi. La stagione di «tangentopoli» animata da un giacobinismo giudiziario portato avanti da magistrati che Sergio Romano ebbe a definire icasticamente «Ayatollah della Repubblica» ha realizzato la decapitazione di un'intera classe politica grazie, per usare una espressione di Francesco Cossiga, a un vero e proprio «colpo di Stato legale». Tutto ciò ha comportato non soltanto l'eclissi della politica, indebolita e frastornata, ma anche una vera e propria alterazione dell'equilibrio dei poteri dello Stato, al punto che la magistratura, la magistratura militante, divenuta sempre più un blocco corporativo, ha finito e finisce per dominare la scena pubblica, per occupare spazi e dettare regole.

È diventata, insomma, questa magistratura militante, un vero e proprio «contropotere» che considera strumento legittimo di lotta politica l'uso e l'abuso dell'amministrazione della giustizia. Si tratta di una anomalia, tutta italiana, che fa sì che il problema della cosiddetta riforma della giustizia sia davvero, oggi, una priorità per il governo.


Francesco Perfetti

19/04/2011





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Chi fa il guardone sui terrazzi condominiali rischia la multa per molestie

La Stampa


Spiare dalla terrazza condominiale i coinquilini equivale a molestarli. Lo afferma la Cassazione (sentenza 15450/11) che impone multe nei confronti dei condomini che hanno la brutta abitudine di fare i guardoni. È quanto è accaduto ad un quarantenne condannato a 600 euro di multa per il reato di molestie perchè, posto su un terrazzo a brevissima distanza dall’appartamento abitato da una coppia di vicini, scrutando in continuazione all’interno, li costringeva a tirare i tendaggi e ad accendere la luce anche in pieno giorno per proteggersi dalla sua intrusione.

Il guardone, inoltre, irrideva gli inquilini barricati in casa facendo gesti beffardi con la bocca e con le mani. Condannato a 600 euro di multa dal Tribunale di Pordenone, ha fatto ricorso in Cassazione per dimostrare che si trattava di una terrazza privata e che non tutti i condomini avevano diritto di accedervi. Ma ha avuto la peggio.

La Suprema Corte ha deciso che «la sentenza impugnata, con motivazione incensurabile, ha specificato che la terrazza in questione si trovasse al piano ammezzato fra il primo piano, dove era ubicato l’appartamento delle odierne parti offese ed il secondo piano, dove era ubicato l’appartamento del ricorrente e che ad essa si accedeva attraverso un’apertura del comune vano scale condominiale, sicchè la terrazza in questione ben poteva qualificarsi come luogo aperto alla generalità dei condomini».





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Polemica tra Saviano e Centro Impastato, l'autore di Gomorra querela Liberazione

Corriere del Mezzogiorno


Accusati di diffamazione Persichetti e il direttore Greco
Nella querelle hanno preso le parti del fratello di Peppino



Roberto Saviano a «Che tempo che fa»

Roberto Saviano a «Che tempo che fa»


NAPOLI - Roberto Saviano querela Liberazione, il giornale di Rifondazione Comunista, per un articolo scritto lo scorso ottobre sulla diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del penultimo libro dello scrittore, «La parola contro la camorra», che riprende il monologo tenuto nel corso dello speciale «Che tempo che fa» del marzo 2009.
L'autore di Gomorra ha presentato una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Paolo Persichetti, autore dell'articolo incriminato, e del direttore del giornale Dino Greco. A dichiararlo è lo stesso Persichetti che scrive sul suo giornale: «I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, “Radio aut”, assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un’antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un’indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio».

Giovanni Impastato
Giovanni Impastato
LA VICENDA - La polemica nacque lo scorso ottobre in seguito alla pubblicazione del libro "La parola contro la camorra" perché, nel capitolo che ricorda Impastato, Saviano afferma che la memoria della verità sull'omicidio, inizialmente fatto passare per un incidente durante un presunto attentato, fosse stata «conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma» fino a quando non uscì il film «I cento passi». All'editore di Saviano allora venne inviata una richiesta di rettifica dal centro Impastato perché, secondo loro, il testo ignorava «del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell'omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia» aggiungendo che «le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive» e che «l'autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film. È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie».

LA RISPOSTA DI EINAUDI - A questa richiesta di rettifica, l'Einaudi rispose che quelle del centro Impastato erano parole «ingiustificate, gravi e diffamatorie, anche per le modalità con le quali sono state diffuse all'opinione pubblica» e minacciava pertanto: «Vi precisiamo che ulteriori iniziative diffamatorie nei confronti della nostra casa editrice saranno perseguite nei termini di legge con vostro aggravio di oneri e spese». Lettera che causò una risposta indignata di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, di Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, e di diversi esponenti del mondo della cultura, dell'associazionismo e della politica.


Alfonso Bianchi
18 aprile 2011
(ultima modifica: 19 aprile 2011)



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Permesso a Jucker 9 anni dopo il delitto

Corriere della sera


Sì dal Tribunale di Sorveglianza: 10 ore fuori con un volontario



MILANO - Meno di 9 anni dopo il giorno in cui al grido di «sono Bin Laden» assassinò con 22 colpi di coltello da sushi la 26enne fidanzata Alenya Bortolotto gettandone un pezzo di fegato in giardino, e a 2 anni dallo scadere dell'espiazione dei teorici 16 anni inflittigli come seminfermo di mente, il 44enne imprenditore della ristorazione Ruggero Jucker ottiene il primo permesso premio: l'ha deciso ieri il Tribunale di Sorveglianza di Milano che, riformando in composizione collegiale l'iniziale diniego opposto dal magistrato di prima istanza, ha concesso al detenuto la possibilità di uscire dal carcere di Bollate e di trascorrere in libertà 10 ore, ma accompagnato da un volontario e facendo tappa da un medico.

Ruggero Jucker
Ruggero Jucker
In primo grado il 24 ottobre 2003 Jucker aveva evitato l'ergastolo solo grazie al beneficio del rito abbreviato, e incassato 30 anni per «omicidio aggravato» perché il gup Guido Salvini aveva ritenuto l'aggravante (la crudeltà di quel 20 luglio 2002) prevalente sulle due attenuanti del parziale vizio di mente e del risarcimento del danno alla famiglia della vittima (1 milione e 300.000 euro).
In secondo grado, però, la difesa giocò la carta procedurale del «patteggiamento in appello», un accordo tra l'imputato (che rinuncia al ricorso) e la Procura generale (che accetta un punto d'incontro sulla pena), istituto consentito dalla legge all'epoca e ora invece abolito: con questo ultimo «treno», il 18 gennaio 2005 Jucker scese in secondo grado da 30 a 16 anni, in quanto l'accordo tra accusa e difesa sull'equivalenza tra l'aggravante e le attenuanti derubricò l'imputazione in omicidio non aggravato, la cui pena massima di 24 anni fu ridotta a 16 dallo sconto di un terzo per il rito abbreviato.
Da questa pena, divenuta definitiva il 5 marzo 2005, Jucker come tutti gli altri condannati ha poi potuto detrarre lo sconto di 3 anni determinato dall'indulto approvato dal Parlamento per i reati commessi sino al 2 maggio 2006: 16 meno 3, uguale 13 anni.

Una volta in carcere a espiare la pena, ciascun detenuto se si comporta bene ha diritto ogni tre mesi allo scomputo di 45 giorni di «liberazione anticipata»: nel caso di Jucker, dunque, i quasi 9 anni di carcere che ha sinora scontato gli hanno fruttato quasi 2 anni (720 giorni) di «liberazione anticipata», portando la pena in concreto a 11 anni dai 16 di partenza, e il fine-pena a giugno 2013, al quale seguiranno tre anni di misura di sicurezza. Già da parecchio tempo, dunque, Jucker aveva maturato il limite (metà pena scontata) per poter chiedere al magistrato di sorveglianza il primo permesso. Ma la giudice Beatrice Crosti gliel'aveva rifiutato con decisione che, come di rado accade, si era discostata dal parere positivo di due periti (le criminologhe e psichiatre forensi Isabella Merzagora Betsos e Cristina Colombo) sulla prognosi di non pericolosità sociale di Jucker. Ieri, invece, dopo una lunga riflessione e ben tre rinvii, il collegio formato dalla presidente Maria Laura Fadda, dal magistrato di sorveglianza Roberta Cossia, e dagli esperti Laura Cesaris e Gianfranca Moiraghi, hanno firmato il primo via libera.

Non era in discussione che Jucker, affetto non da schizofrenia ma da disturbo bipolare dell'umore che può innescare anche un solo episodio maniacale, in questi anni di carcere sia stato un detenuto-modello; o che, anche dopo aver smesso di prendere psicofarmaci, non abbia più avuto ricadute nello scompenso mentale acuto, di tipo psicotico delirante, esploso nel 2002.
Il nodo, invece, era la prognosi sull'attuale capacità di Jucker, qualora fosse vittima di un'altra crisi come quella di 9 anni fa, di accorgersene in tempo e farsi aiutare prima di perdere il contatto con la realtà. La giudice di prima istanza non si era sentita di contarci. Invece nella valutazione del collegio che ieri gli ha dato il primo permesso premio, una sufficiente tranquillità risiede proprio nella consapevolezza in Jucker, e nei suoi familiari e psicoterapeuti, della patologia di cui egli soffre e dei comportamenti che più potrebbero ridestarla, quali l'uso della marijuana e il poco sonno.
Tuttavia i giudici stessi non sottovalutano l'opportunità di tenere sotto particolare controllo la prima uscita del detenuto: perciò la limitano dalle ore 9 alle 19, badano a che stia lontano dalla zona dove vive la famiglia di Alenya, ordinano che Jucker sia accompagnato dal volontario di un'associazione, e prescrivono che nelle 10 ore vada anche dal medico per un incontro di controllo.

Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
19 aprile 2011



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Il tesoro del Carroccio, tutti i conti della Lega Solo nel 2010 a bilancio oltre 7 milioni di utile

di Paolo Bracalini


Il partito è sempre più ricco: ha chiuso il 2010 con un utile di oltre sette milioni, da "Roma ladrona" ne ha presi 18 per le elezioni e gli immobili ne valgono 12. L'anno scorso una scuola cara a lady Bossi ha ricevuto 800mila euro dallo Stato


Roma - Un partito in piena crescita, e che guadagna. La Lega Nord ha chiuso l’ultimo anno con un utile netto di oltre 7,5 milioni di euro, e mentre le segreterie territoriali sono alle prese con la chiusura dei rendiconti dell’anno fiscale in corso, le previsioni sembrano già confermare il trend molto fruttuoso per il partito di Bossi. «Roma ladrona riempie le casse della Lega» titola il giornale on line Linkiesta che ha spulciato le 30 pagine del bilancio 2010 della Lega Nord, trovandoci diverse voci interessanti. In effetti siamo passati dal folklorismo in canottiera e Lancia Delta, alla grandeur padana, a volte nemmeno così spartana (vedi l’Audi A8 che scorta il capo). Restando in tema automobilistico si trova metro eloquente per il cambio antropologico vissuto dalla Lega Nord, da movimento organizzato a partito di potere con annessi e connessi.
La spesa per il parco auto è cresciuta nell’ultimo anno censito, il 2009, di ben 848.500 euro, arrivando a quota 1.315.928 versati per trasportare i leghisti in giro per l’Italia (anzi, per la Padania). Questo perché aumenta il numero delle sezioni, soprattutto nelle terre vergini del leghismo, l’Emilia Romagna, e le spese lievitano. Ma con l’aumentare delle uscite, radicandosi il partito, crescono anche le entrate, che per buona parte sono costituite dai rimborsi elettorali, proporzionali ai voti. La Lega è riuscita a portare in cassa, tra politiche e amministrative, circa 18 milioni di euro di contributi pubblici, essenziali per fa funzionare la macchina. E nel prossimo bilancio, quello 2011, i leghisti si leccheranno i baffi perché rientreranno i contributi delle elezioni di maggio, dove si prevede un bel botto (elettorale e quindi economico) per Bossi e commilitoni.
«L’ultimo partito leninista» lo definisce Maroni, e in verità il bilancio racconta quanto il partito chieda ed ottenga dalle tasche dei suoi eletti. Uno sforzo economico non paragonabile ai 1.000-1.500 euro che le altre segreterie pretendono dai loro parlamentari. Per deputati e senatori della Lega si parla di circa 3-4mila euro mensili passati al partito, per un conto totale di 8.129.705 euro all’anno, parecchio di più degli 857.817 euro raccolto dalle donazioni dei simpatizzanti. Valori variabili però, quelli dei versamenti onorevoli, perché c’è una classifica dei parlamentari più generosi col partito. Il primo è Matteo Brigandì, avvocato, consigliere (decaduto) del Csm, che ha girato 103mila euro alla Lega. Molto più dei 29mila euro di Rosy Mauro, fedelissima di Bossi, o dei 36mila del capogruppo al Senato Federico Bricolo.
Danno ma prendono pure. Il totale dei rimborsi spese chiesti dagli uomini della Lega alla Lega è stato di 1.137.997 euro, più altri 570mila euro di «collaborazioni» e altri rimborsi, con in più il costo degli affitti, in aumento di 500mila euro. Costa anche mantenere il variegato mondo dell’associazionismo padano, le realtà tipo l’Automobil club padano, la Padania calcio (quella gestita dal Trota), i Volontari verdi, i Musicisti padani, i Padani nel mondo. Tra tutti si bevono 3.633.271 euro del partito, ma senza nessun rimpianto. Alcuni di loro hanno finanziamenti ulteriori, come è successo per la scuola Bosina, cara a lady Bossi (che la dirige), e che nel 2010 ha preso 800mila euro dallo Stato.
Un po’ più controverso è il mondo delle società collegate al partito, e riassunte nella holding padana, la Fin Group, cassaforte del leghismo insieme alla Pontida Fin, che gestisce le proprietà immobiliari del partito, valutate in 12 milioni di euro. La Fin Group (di cui ha quote Bossi in persona) ha come oggetto sociale l’assunzione di «partecipazioni a scopo di stabile investimento». Ma nell’ultimo anno censito le partecipazioni sono calate 128mila a 85mila euro. Due delle società partecipate e finite maluccio sono la Padania Viaggi, cancellata nel 2010 dal registro imprese, e la Check-up, società di sondaggi leghisti, cancellata l’anno scorso. Vanno male le cose anche per un’altra controllata, la Media Padana Srl, mentre risultano attive la Bicicletta padana (promozione del ciclismo e vendita on line della «bici padana» a 250 euro) e la Celticon Srl, proiezioni di film e programmi tv (che però ha chiuso il 2009 con un debito verso Equitalia di 270mila euro). Si spende anche in promozione: un milione in manifesti e propaganda, 2.445.431 euro in pubblicità. Con un mistero nel bilancio. Aumentano i depositi bancari ma diminuiscono i proventi finanziari. Cambiare banca, magari? Visto che quando si è trattato di farsene una, padana, non è andata benissimo.





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L'ex dc Serafino Generoso racconta il suo calvario: "Io rovinato da innocente"

di Paola Setti

L'ex dc inquisito e prosciolto racconta: "Colpa del clima esasperato, la riforma della giustizia è urgente dal 1994"




Serafino Generoso, ex assessore della Regione Lombardia, avvocato, è il «papà» politico di Roberto Lassini, autore dei manifesti «via le Br dalle Procure».
«Sì, è vero, quello slogan è eccessivo...».
E qui sta arrivando un però. Però?
«Guardi Silvio Berlusconi!».
E te pareva...
«Le insegno un sillogismo che si dice al mio paese: attenzionare. Che so, il Comune attenziona la Tangenziale... e la Procura attenziona il premier».
Lui preferisce il termine perseguitato.
«È che a un certo punto a uno gli girano le scatole!».
Siete tutti incattiviti, voi ex democristiani.
«Ci provi lei a gridare la sua innocenza mentre le fanno pagare una restrizione della libertà assurda».
Partiamo da Lassini.
«Ero appena diventato assessore ai Lavori pubblici in Lombardia. C’era questo giovane molto in gamba, esperto di diritto del lavoro, che lavorava nello studio legale di mio fratello Claudio. Potevo scegliere due collaboratori esterni, lo portai in Regione».
Luglio 1987, c’era ancora la Prima Repubblica.
«Restò con me un anno, poi divenne dirigente dell’Agenzia regionale del lavoro».
E si appassionò alla politica.
«Si candidò con la Dc alle Comunali di Turbigo, la sua città. Risultato esorbitante, lui correva tanto per provare e invece fu il primo dei non eletti. Poi, in seguito a una rottura interna alla Dc, sostituì il sindaco eletto».
Eh beh, era un «suo uomo», come dite voi politici...
«Io non ho mai avuto “miei uomini”, solo persone libere intorno».
Comunque ha seguito le sue orme nel bene e nel male: con lei ha scoperto la politica e con lei è stato travolto da Tangentopoli, arrestato e poi assolto nell’inchiesta sulla centrale Enel di Turbigo.
«In verità è il mio destino che è stato agganciato al suo. Come suo referente politico regionale mi trascinarono dentro a quella vicenda di cui io non sapevo un tubo».
Si fece 28 giorni di carcere preventivo.
«Ventuno dei quali in sciopero della fame. Era il luglio del 1993. Il pm era in ferie e io marcivo in galera».
Il pm era Di Pietro?
«Con Davigo e Colombo, il Pool di Mani Pulite».
Non era la prima volta che la sbattevano dentro.
«Novembre ’92, dieci giorni di custodia cautelare per una storia di mazzette negli appalti post alluvione in Valtellina».
Era la notte del 25 novembre: in Regione, dopo mesi di trattative, avevate appena siglato l’accordo per la giunta Dc-Psi guidata da Fiorella Ghilardotti, Pds.
«Poche ore dopo quell’intesa ero a San Vittore».
Con lei arrestarono Giuseppe Adamoli, lui pure Dc. Con buona pace di quell’ultimo tentativo di tenere in piedi la Prima Repubblica in Lombardia.
«C’era un clima... l’Indipendente pubblicava gli elenchi di chi, carcerato, non si presentava in consiglio regionale ma continuava a percepire l’indennità. Mi dimisi».
L’inizio del calvario.
«Quattro processi, con quattro assoluzioni piene in primo grado perché il fatto non sussiste, senza che la Procura facesse appello».
Dopo quanti anni?
«L’ultima assoluzione è del gennaio 1999. Mi riaffacciai alla politica dal Ccd, ma ormai il mondo era cambiato».
Oggi è candidato sindaco del suo paese, Cassano D’Adda, in una lista civica.
«Alcuni mi guardano ancora storto. Pensano: se è stato in galera qualcosa avrà fatto».
Lei disse allora: «Finiremo in uno Stato di polizia analogo a quello della Germania dell’Est ai tempi della Stasi».
«La custodia cautelare resta un problema grave. Andrebbe limitata ai fatti di sangue, e per quelli amministrativi usata solo in casi estremi».
Almeno la risarcirono.
«Le chiamano “riparazioni”. Fui “riparato” due volte, ognuna con 50 milioni di lire».
Non è poco.
«Se avessi finito la legislatura avrei guadagnato 350 milioni e ora godrei di una pensione più alta. Il punto però sono i danni irreparabili. Noi siamo come i sopravvissuti ai campi di concentramento. Anche adesso che ne parlo con lei rievocare quei giorni è doloroso».
Crede che si trattò di un’operazione politica per rovesciare la giunta?
«Sto ai fatti. Se mi hanno assolto, vuol dire che avrebbero potuto evitare di arrestarmi».
Perseverare è diabolico, ma errare è umano...
«E allora avrebbero potuto indagarmi senza arrestarmi. E poi lo dicono i libri di storia, anche quelli scritti dalla sinistra: solo Dc e Psi furono spazzati via. A Botteghe oscure vennero risparmiati».
Berlusconi vede un disegno eversivo dei magistrati per rovesciarlo.
«Non ho visto indagini sui capitali all’estero di una nobile famiglia italiana».
Di che parla?
«Avrà visto la lite in casa Agnelli, no? È indiscutibile che si stia puntando solo in una direzione».
Freccia a destra?
«Berlusconi ha avuto una serie di indagini in numero sproporzionato! Ma poi, tutte queste intercettazioni a lei sembrano normali?».
Sono uno strumento di indagine.
«Sì, ma l’obbligatorietà dell’azione penale si traduce con potere discrezionale. Va abolita, ma è l’intero sistema che va riformato, dai tempi dell’indagine alla responsabilità civile dei magistrati... Infatti ben venga l’associazione di Lassini».
Eccessi a parte
«C’è una situazione di esasperazione e un solo modo per uscirne. Berlusconi passi dalle parole ai fatti: la riforma della giustizia è urgente dal ’94».




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Montezemolo nei guai: finisce sotto processo Presunti abusi edilizi per la sua casa di Anacapri

di Fabrizio De Feo


Il presidente Ferrari alla sbarra con altre tre persone per presunti abusi edilizi nella sua villa sull’isola. L'ex leader di Confindustria accusato di deturpamento di bellezze naturali e falso





Roma - Si dice che insieme vogliano fare l’Italia Futura e ricostruire il Paese. Per il momento hanno parecchio da fare a vendere, ampliare o ristrutturare le case presenti. Ad essere uniti da un insolito destino abitativo sono Gianfranco Fini e Luca Cordero di Montezemolo. Sia il presidente della Camera che quello della Ferrari, infatti, negli ultimi anni sono entrati nel mirino dei giudici per vicende immobiliari dai contorni controversi. Ma se «l’affaire Montecarlo», perlomeno a livello penale, ha concluso il suo corso, si sta ora aprendo il capitolo giudiziario a carico dell’ex presidente di Confindustria.
Ieri, infatti, è andata in scena la prima udienza nell’aula distaccata a Capri del tribunale di Napoli del procedimento penale a carico dell’ex presidente di Confindustria per interventi abusivi nella residenza di Anacapri presso cui trascorre abitualmente le vacanze. Villa Adinolfi (dal nome dell’ingegnere che la realizzò negli anni ’50), ribattezzata Villa Caprile, è considerata un vero e proprio capolavoro architettonico. Situata a 500 metri dal centro turistico, a metà strada tra il faro di Punta Carena e la Grotta Azzurra, è conosciuta sull’isola semplicemente come Villa Montezemolo, anche se il manager figura soltanto come affittuario. Una residenza in perfetto stile caprese ma evidentemente non del tutto funzionale alle esigenze della Fisvi - la società che l’acquistò nel 2003 e di cui sarebbe azionista principale lo stesso Montezemolo - visto che per sfruttare al meglio gli spazi sono stati realizzati lavori abusivi senza aumento di cubature ma attraverso una serie di modifiche delle destinazioni d’uso degli ambienti.
Interventi che hanno acceso l’attenzione della Procura e hanno fatto scattare l’accusa di violazione urbanistica, deturpamento di bellezze naturali e falso. Capi di imputazione di cui devono rispondere in quattro. Oltre a Montezemolo, sono stati infatti rinviati a giudizio nel dicembre scorso Francesco Saverio Grazioli, amministratore della Fisvi, l’architetto Rossella Ragazzini, direttore dei lavori, e Francesco Di Sarno, legale rappresentante dell’impresa costruttice. L’inchiesta, scattata nel 2009, portò un anno e mezzo fa gli agenti del commissariato di polizia di Capri, guidati dal vicequestore Stefano Iuorio, a sequestrare due manufatti ritenuti abusivi. In particolare la Procura ipotizzava che un rudere e un vecchio garage di 70 metri quadrati fossero stati recuperati a uso abitativo, la cucina fosse stata ampliata nel sottoscala e un portico chiuso.
Nessuno degli imputati era presente in aula davanti al giudice Alessandra Cataldi e al pm Milena Cortigiano, che ha seguito fin dall’inizio l’indagine. I legali di Ragazzini e di Di Sarno, l’avvocato Claudio Botti e l’avvocato Sergio De Simone, hanno chiesto per i loro assistiti il patteggiamento rispettivamente a 12 mesi e a 10 mesi pena sospesa. La posizione dei due è stata stralciata ed è stata fissata l’udienza per il 30 maggio. Rinviato invece al 14 novembre il processo ordinario per Montezemolo e Grazioli, assistiti dall’avvocato Alfonso Furgiuele. Nelle prossime udienze è previsto l’esame dei testimoni e l’ascolto degli imputati.
Negli stessi minuti in cui si celebrava la prima udienza, il procuratore aggiunto della sezione ambiente della Procura di Napoli, Aldo De Chiara, effettuava insieme alla polizia un sopralluogo a Villa Caprile, nel corso del quale è stato constatato l’avvio degli interventi di autodemolizione delle opere sequestrate in quanto ritenute abusive. Intanto, il 7 giugno si terrà presso il tribunale di Napoli l’udienza preliminare durante la quale si dovrà decidere il rinvio a giudizio o meno di cinque indagati nell’ambito di un procedimento parallelo a quello degli abusi a Villa Caprile: si tratta dell’ex sindaco di Anacapri Mario Staiano, del geometra dell’ufficio tecnico Gennaro D’Auria, del comandante della polizia municipale Marco Pollio e dei vigili urbani Ottavio Russo e Daniele Valente. Le accuse vanno dal falso all’omissione in atti d’ufficio al favoreggiamento personale, per aver coperto i lavori nella villa. Un filone parallelo che potrà forse fornire elementi utili a dipanare la matassa dell’inchiesta principale e a fare chiarezza su alcune anomalie che ancora non convincono del tutto i magistrati.




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Casa di Montecarlo, Fini diserta il tribunale

di Gian Marco Chiocci


Il presidente della Camera predica bene ma razzola male in tema di legalità. Non si è presentato alla causa civile contro di lui sull’appartamento svenduto e finito al cognato. In ballo il risarcimento danni dovuto agli ex An


Gian Marco Chiocci
Patricia Tagliaferri


Non si è presentato. Non ha mandato l’avvocato. Nemmeno la ricevuta della notifica a casa Tulliani è andata a buon fine. Né si è curato di avvertire che non ci sarebbe stato. Certo, non ha sollevato il legittimo impedimento come ha fatto recentemente a Roma l’ex pm Luigi De Magistris. Ma quando si tratta della casa di Montecarlo, è notorio, a Gianfranco Fini viene l’orticaria.
Ieri, evidentemente troppo preso dall’incontro con l’Associazione nazionale magistrati, ha snobbato l’udienza di conciliazione stabilita dalla riforma approvata un anno fa che prevede, nelle cause civili, di rivolgersi a un «mediatore» per tentare di trovare un accordo tra le parti prima di finire in tribunale. Il presidente della Camera che ricorda in ogni momento a Silvio Berlusconi di non sottrarsi alla legge e di presentarsi ai giudici, è dunque il primo, quando tocca a lui, a saltare l’appuntamento. Certo, come dice l’avvocato-deputato Giuseppe Consolo, «presentarsi all’audizione non è obbligatorio».
Eppure la legge invita le parti a confrontarsi, anche in un caso come quello del quartierino nel Principato in uso al cognato di Fini, sul quale gli avvocati della Destra hanno battagliato (invano) in sede penale prima di rivolgersi al giudice civile: nella sala del consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma, dentro il «Palazzaccio», si sono ritrovati di buon’ora solo i legali del partito di Storace, Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte, oltre al «mediatore» incaricato di trovare un accordo sul risarcimento per la casa della contessa Colleoni, donata ad An per una «buona battaglia», che non è certo quella riscontrata anche dalla procura di Roma dei paradisi fiscali e delle società off-shore riconducibili - secondo le autorità di Saint Lucia - al cognato del primo inquilino di Montecitorio.
L’avvocato Consolo non ci trova niente di strano. Anzi. «Non ci siamo presentati - ribatte il deputato di Fli - perché qualche giorno fa la norma sulla mediazione è stata dichiarata anticostituzionale dal Tar del Lazio». Un lapsus, per la controparte, che ricorda come il tribunale amministrativo abbia solo girato la questione alla Consulta, l’unica a potersi pronunciare in materia. O forse liquidare così la vicenda serve solo a nascondere il reale motivo dell’assenza di Fini e dei suoi legali, e cioè che evidentemente non ci sarebbe stato comunque alcun margine di trattativa. «Il decreto è tutt’ora in vigore ed è legge dello Stato - spiega Di Andrea - il Tar ha solo detto che la questione sollevata dagli ordini degli avvocati sull’incostituzionalità è fondata.
Ma non c’è stata ancora una pronuncia». Cosa accadrà adesso? «Prima di chiudere il verbale - continua Di Andrea - il mediatore ha rinviato l’audizione all’11 maggio per sincerarsi della regolarità della notifica a casa del presidente della Camera. Se anche quel giorno non si presenterà, il tentativo di conciliazione si concluderà con un nulla di fatto e nella successiva causa civile Fini partirà “svantaggiato” perché il giudice potrebbe trarre dei convincimenti sulla decisione finale dal comportamento processuale dei convenuti». La decisione del leader di Futuro e Libertà, dunque, potrebbe non essere indolore per lui anche sotto il profilo risarcitorio perché le spese del giudizio rischiano di ricadere sulle sue spalle. Ma è il processo civile che Fini teme davvero. E ne ha motivo: perché nell’argomentare l’archiviazione sul caso sollevato dal Giornale, i pm hanno ammesso la veridicità dei fatti ed evidenziato l’esistenza di irregolarità da perseguire civilmente, non avendo trovato nulla di penalmente rilevante.





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Metamorfosi di Baffino Il partigiano D'Alema sogna di liberare l'Italia

di Fabrizio Rondolino



Da sempre tra i più moderati a sinistra, oggi partecipa agli incontri degli estremisti anti Cav


È buona regola in democrazia - e tanto più per un leader politico ­discutere di tutto con tutti: non ci sono argomenti che non possano essere affrontati, né interlocutori indegni di una risposta. Ma c’è qualcosa di vero anche nel detto popolare secondo cui, a forza di andare con gli zoppi, si comincia a zoppicare - e qualche volta sen­za neppure accorgersene. Oggi pomeriggio, all’Alpheus di Roma, Massimo D’Alema parteci­perà insieme a Paolo Flores d’Ar­cais, il direttore di MicroMega , ad una tavola rotonda programmati­camente intitolata «Come libera­re l’Italia? Partiti e movimenti contro Berlusconi».
L’invito, re­datto in una prosa meravigliosa­mente vintage che ricorda i migliori vo­lantini degli anni Settanta, precisa che «l’incontro sarà l’occasione per discutere del­le diverse strategie di lotta che il vasto fronte dell’opposi­zione è chiamato a mettere i n campo in questa delicatissi­m a fase della vita del Paese». La domanda preliminare che D’Alema s i dovrebbe por­re è: vale davvero la pena di­battere un tale argomento? Che cosa significa, esatta­mente, «liberare l’Italia»?
Un tempo l a sinistra organizzava così le proprie discussioni: prima s i analizzava il più rea­listicamente possibile la si­tuazione, poi si decidevano l e scelte politiche conseguen­ti. Ma se l’analisi traballa, se affonda nella propaganda an­ziché nel ragionamento, se re­sta soltanto uno slogan, an­che la politica s’impoverisce e si condanna alla sconfitta. Sostenere che oggi l’Italia vada «liberata» è con ogni evi­denza una sciocchezza, da cui non potranno che discen­dere «strategie d i lotta» desti­nate all’insuccesso. Come l’Aventino, per esempio: è stato l o stesso Flores d’Arcais a promuovere lo scorso feb­braio un appello alle opposi­zioni perché reagissero «se­condo una irrinunciabile e improcrastinabile legittima difesa repubblicana, procla­mando solennemente e subi­t o il blocco sistematico e per­manente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che l a legge e i regolamenti mettono a di­sposizione, fino alle dimissio­n i d i Berlusconi e conseguen­ti elezioni anticipate».
L’appello, fortunatamente, è caduto nel vuoto, s e s i esclu­de l’entusiasmo momenta­neo di Rosi Bindi: che però l’altro giorno, mentre a Mon­tecitorio si discuteva e si liti­gava ferocemente sul proces­so breve, è stata zittita pro­prio da un D’Alema in forma smagliante: «Che vuoi? Che gli vado a menare? M i levo gli occhiali e vado... ». Del resto, è stato proprio D’Alema a d insegnare alla si­nistra, frastornata dall’impe­tuosa e inaspettata vittoria dell’outsider Berlusconi nel lontano ’94, che l’antiberlu­sconismo è una sciocchezza, e soprattutto che è inutile. Che in politica non esistono nemici, m a soltanto avversa­ri, e che gli avversari non van­no demonizzati ma presi per quello che sono e sfidati sulle scelte concrete. La vittoria dell’Ulivo nel ’96, che viene giustamente attribuita alle ar­chitetture di D’Alema più che alla bonomia di Prodi, è il frut­t o d i questa linea politica. Co­me lo è il tentativo, mai rinne­gato dai protagonisti nono­stante il suo doloroso falli­mento, di riscrivere insieme la Costituzione.
Da allora, dal fallimento della Bicamerale, è successo di tutto, ma in campo sono ri­masti più o meno gli stessi; l’antiberlusconismo, alimen­tato tanto dall’impotenza rab­biosa degli sconfitti quanto dalle vistose esagerazioni del Cavaliere, si è radicato e sedi­mentato e, come un cancro, ha insieme eroso e intristito il popolo della sinistra; l’alter­nativa resta nebulosa, o as­sente, e politicamente muta. I n questo paesaggio rissoso e malinconico, dove la crisi della maggioranza incontra un’opposizione ancora più in crisi, D’Alema resta tra i po­chi dotato di ragionevolezza e senso politico.
Le oscillazio­ni tattiche che a volte impri­me al suo agire sono più che comprensibili, perché così funziona la politica, e sono comprensibili, seppur non sempre giustificabili, certe sue invettive verbali contro il presidente del Consiglio, la maggioranza, il governo. Ma forse è venuto il momento di riprendere anche l’iniziativa politica: e anziché discutere con Flores d’Arcais su come liberare l’Italia da Berlusco­ni, sarebbe probabilmente più utile cominciare a capire come ci si libera dall’antiber­lusconismo.




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La commissaria che ci fa le pulci spreca milioni di euro in aiuti inutili

di Gian Micalessin




Cecilia Malmstrom si mostra rigorosa se c’è da aiutare l’Italia, poi finanzia progetti assurdi con fondi Ue. Dai corsi di ballo in Burkina Faso per chi muore di fame al centro per l'immigrazione in Mali costato 10 milioni e che in tre anni ha trovato sei posti di lavoro. Al Malawi sono andati ben 500 milioni


Non fosse una vergogna, sarebbe una barzelletta. Invece è l’Europa. Un’Europa severa, rigorosa e austera se deve aiutar l’Italia a fronteggiare il problema immigrazione. Un’Europa cialtrona e sprecona se di mezzo ci sono i soldi dei propri cittadini. Volete un esempio? Incominciamo da Cecilia Malmstrom, l’inflessibile commissario agli Interni sempre pronto a bacchettare il nostro governo. Il 24 febbraio, all’inizio della crisi libica, la signora Malmstrom è rapidissima nel sentenziare di non «veder persone in transito dalla Libia all’Europa». Non paga di tanta fulgida lungimiranza la maestrina Cecilia è oggi in prima linea nel difendere la scelta francese di bloccare treni e immigrati. Per conoscere il vero volto della signora Malmstrom basta, però, leggersi l’ultimo rapporto di Open Europe, un centro di ricerca inglese specializzato nell’analisi delle politiche europee.

Un capitoletto del rapporto è dedicato ai 10 milioni di euro bruciati dal Cigem, un centro per l’immigrazione aperto nel 2008 a Bamako, capitale del Mali, su iniziativa della Commissione europea. Nei sogni di Bruxelles il centro doveva selezionare gli immigrati in partenza dal Mali e trovar loro posti di lavoro sicuri in Europa. Dopo tre anni di lavoro e 10 milioni di euro bruciati, il centro ha garantito la bellezza di 6 assunzioni. Eppure la signora Malmstrom non fa una piega: «Sfortunatamente - dichiara la commissaria - non è andata come speravamo, ma resto dell’idea che varrà la pena lavorarci ancora in futuro». La sfortuna c’entra poco. Come la Malmstrom sa bene, i dieci milioni di euro del Cigem erano, in assenza di accordi con i singoli stati europei, chiaramente e inevitabilmente destinati al fallimento.

Ma qual è il problema? In fondo quello scialo milionario - benevolmente sostenuto dal commissario agli Interni - è solo una lacrima nella pioggia di sperperi targata Ue. Grazie ai 54 miliardi di euro spesi nel 2010 dall’insieme dei 27 paesi membri e ai 9,7 miliardi di euro messi a disposizione direttamente da Bruxelles, l’Unione Europea è oggi la potenza più generosa del pianeta. Ma i risultati non sono propriamente entusiasmanti. Secondo Open Europe, nel 2009 l’organizzazione culturale belga Africalia s’è intascata 462.700 euro per sviluppare un progetto intitolato «Ballo quindi sono». Con quei 462.700 euro prelevati dalle nostre tasche i fantasiosi animatori di Africalia hanno spedito maestri di ballo ai quattro angoli del Burkina Faso e del Mali garantendo «un allenamento artistico capace di fondere tradizione e modernità e promuovere l’integrazione socio culturale». Un vero toccasana per un Paese dove - dicono le statistiche Onu - la gente vive con meno di un euro al giorno.

Ma se gli amici di Africalia - sponsorizzati dalla signora Malmstrom e dalla Commissione sono andati a ballare in Africa - che dire dei soldi intascati dalla Tipik, l’agenzia di Bruxelles a cui la Ue commissiona i depliant destinati a illustrare le proprie campagne umanitarie. Nel 2009 si sono fatti pagare 115mila euro per mettere nero su bianco il rapporto annuale sugli aiuti europei. Non paghi hanno emesso una fatturina da 90mila euro per il coordinamento di «Combatto la povertà», un concorso musicale destinato a promuovere la «consapevolezza dello sviluppo». Ma canti e balli pagati centinaia di migliaia di euro sono bagattelle se paragonati ai progetti «confidenziali», le iniziative su cui - per ordine della Commissione - grava un silenzio tombale. Tra questi 7 milioni e 700mila euro garantiti nel 2007 a un committente svizzero per sviluppare la «cooperazione finanziaria nel Mediterraneo», 3,8 milioni di euro pagati a una agenzia belga per sviluppare «progetti educativi, audiovisivi e culturali» e infine altri 4 milioni di euro allungati nel 2009 a un ente francese per sviluppare ancora una volta la «cooperazione finanziaria nel Mediterraneo». Tutte spese ovviamente indispensabili. Tutte spese su cui l’inflessibile Malmstrom, e il resto della gang anti italiana di Bruxelles, si guarda bene dal batter ciglio.




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