giovedì 21 aprile 2011

Preso il mandante dell'omicidio ripreso nel video choc della Sanità

Corriere del Mezzogiorno

Si tratta di Antonio Moccia: un'esecuzione avvenuta per vendicare un assassinio avvenuto 35 anni prima 

 

NAPOLI - Il presunto mandante dell'omicidio di Mariano Bacio Terracino, il cinquantatrenne ucciso nel quartiere Sanità l'11 maggio del 2009, ritratto in un video-choc che fece il giro del mondo, è stato fermato nel corso di un'operazione congiunta condotta da polizia e carabinieri di Napoli. Si tratta di Antonio Moccia, di 47 anni, accusato di associazione a delinquere di stampo camorristico.


IL MANDANTE - A incastrare Moccia, che fa capo all'omonimo clan di Afragola, è stato il pentito Biagio Esposito, ex uomo di fiducia del boss Paolo Di Lauro poi passato con gli scissionisti; il verbale è stato depositato dal pm Sergio Amato nel corso del processo in corte d’assise in cui è imputato. Viene avvalorata, dunque, l’ipotesi che Mariano Bacio Terracino - rapinatore con la tecnica del buco e autore, negli anni Settanta, del sequestro di Guido De Martino - sia stato ucciso per vendicare l’assassinio del boss Gennaro Moccia, avvenuto nel 1975. La moglie Anna Mazza, che ne prese il posto alla guida del clan, fu la prima donna in Italia a subire una condanna per associazione mafiosa ed è nota ancora oggi con il soprannome di «vedova della camorra».

I MAGNIFICI SETTE, TUTTI MORTI - Quell’omicidio lo eseguirono in sette, Mariano Bacio Terracino era l’unico rimasto in vita. Trentacinque anni dopo, dunque, i Moccia avrebbero punito l’ultimo omicida ancora in vita. Biagio Esposito aggiunge anche alcuni particolari: fu il boss degli scissionisti Gennaro Sacco a dirgli che il gruppo avrebbe fatto questo favore al clan di Afragola; i Moccia avrebbero ricompensato Costanzo Apice (l'uomo arrestato per essere considerato il killer della Sanità) con seimila euro in due tranche
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FREDDATO - Bacio Terracino fu freddato come in una sequenza di Gomorra, del Padrino o, più realisticamente di un gangster movie di serie B degli anni Settanta. La scena fu il popoloso quartiere del centro di Napoli: la vittima fumava tranquillamente sull'uscio del bar. Non immaginava che la sigaretta che aspirava era l'ultima della sua vita e che una della facce tra quelle che aveva già giudicato come «forestieri» avventori del bar Vergini dove pensava di essere al sicuro, era in realtà il volto del suo killer designato.

Redazione online

21 aprile 2011

Omofobia a Roma Concia e compagna aggredite verbalmente: "Lesbiche di m..."

Quotidiano.net


La deputata omosessuale del Pd insultata da uno sconosciuto che poi si è dileguato: "Fate schifo, vi dovevano bruciare nei forni". Solidarietà dalla Carfagna: "Mondo politico si unisca nella condanna"

Roma, 21 aprile 2011 



La deputata omosessuale Paola Concia del Partito democratico sarebbe stata aggredita verbalmente ieri sera, nei pressi di Piazza del Parlamento a Roma, da uno sconosciuto che poi si è dileguato. La Concia era mano nella mano con la compagna Riccarda e l’individuto l’avrebbe insultata dicendo “lesbica di merda, vi dovevano bruciare nei forni” e “fate schifo”.

È quanto rendono noto i portavoce del comitato Europride Roma 2011 (Paolo Patanè dell’Arcigay, Rossana Praitano del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e Porpora Marcasciano del MIT), ricordando che proprio ieri la Concia aveva fatto pervenire ad Europride Roma 2011 un video di adesione nel quale rimarcava che “Roma è una città dove purtroppo l’aumento dell’omofobia è quotidiano. Per questo è importante Europride”.

“L`aggressione ci umilia e ferisce profondamente, e si configura come politica anche perché, ad essere oggetto di omofobia è proprio la stessa deputata che molto si è spesa per una legge contro l`omofobia e la transfobia. Il Parlamento italiano - dicono in una nota i portavoce di Europride Roma 2011 - ha brutalmente respinto quel provvedimento rendendosi così complice degli omofobi. Questa vile aggressione non colpisce solo Paola Concia, ma la comunità lgbt e il Paese e deve essere condannata a tutti i livelli Istituzionali”.

“A Paola Concia va la sentita solidarietà, il sostegno e l`affetto di Europride Roma 2011, che sfilerà a Roma l’11 giugno prossimo anche per una legge contro omofobia e transfobia, una legge che tarda irrimediabilmente ad arrivare e su cui pesa l`irresponsabilità della stragrande maggioranza dei politici italiani”.

SOLIDARIETA' DALLA CARFAGNA -  Il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, chiede scusa a Paola Concia, “a nome degli italiani perbene, che sono la stragrande maggioranza, e del Governo, per le offese ricevute, per l`atto di intolleranza verificatosi ieri”.

“In un Paese civile - afferma Carfagna in una nota - episodi come questi non dovrebbero mai accadere. Evidentemente, come dimostrano questo ed altri casi, persistono focolai di intolleranza e inciviltà che le istituzioni, tutte insieme, cercano di spegnere. E` importante che oggi, proprio perché ad essere colpita è stato un simbolo, il mondo politico si unisca nel condannare questo spregevole gesto”.






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Fermato Massimo Ciancimino «Ha calunniato De Gennaro»

Corriere della sera

L'ordine della procura di Palermo. I pizzini che accusano l'ex capo della Polizia sarebbero falsi


PALERMO - Massimo Ciancimino è stato fermato a Parma su ordine della Procura di Palermo con l'accusa di «calunnia aggravata» nei confronti dell'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Ciancimino junior, da mesi supertestimone della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, è stato fermato su ordine dei pm Ingoria, Di Matteo e Guido Ciancimino sarebbe anche accusato di truffa pluriaggravata perché i «pizzini» che accusano l'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, secondo la Polizia scientifica, sarebbe falsi. Il fermo è stato eseguito dalla Dia di Palermo. Ciancimino, già condannato per riciclaggio, è testimone in diverse inchieste di mafia tra cui quella sulla presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato.

IL FERMO - Ciancimino è stato fermato con un provvedimento urgente «per pericolo di fuga» e si sarebbe reso necessario perché il superteste si stava recando in Francia per le festività pasquali, anche se sarebbe tornato lunedì». Ma la Procura ha deciso per il fermo senza aspettare il provvedimento del gip del Tribunale. Martedì è prevista la sua deposizione al processo Mori a Palermo.


IL DOCUMENTO - Il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ha prodotto alla procura palermitana documenti tra cui uno che sarebbe stato «manomesso» in cui c'è il nome del direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Il documento è una fotocopia di un foglio redatto da Vito Ciancimino, padre di Massimo, con un elenco di nomi di personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta «trattativa». Da una perizia ordinata dalla Dda e consegnata giovedì ai magistrati che conducono l'inchiesta, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido, si evincerebbe che il nome di De Gennaro sarebbe stato scritto in epoca successiva alla redazione del manoscritto.

L'ACCUSA A DE GENNARO - Nello scorso dicembre, Ciancimino era stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Caltanissetta per calunnia nei confronti di De Gennaro, attualmente direttore di un'agenzia di intelligence. Ciancimino, importante teste nell'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia e le stragi del 1992, ha accusato De Gennaro, a capo del Dis (dipartimento per le informazioni di sicurezza), di essere stato molto vicino al «signor Franco», l'agente dei servizi che avrebbe avvicinato il padre per cercare un contatto con i boss mafiosi all'epoca delle stragi di mafia. Secondo i magistrati, i «pizzini» che Ciancimino avrebbe portato a sostegno della sua tesi sarebbero falsi.

LA DIFESA - «Sono sereno. Mi accusano di avere consegnato un documento non autentico, ma io rimango sereno» ha detto all'Agi, raggiunto telefonicamente, Massimo Ciancimino, attualmente alla questura di Bologna. Mi accusano, ma resto sereno - ha spiegato al cronista - mi sa che non ci sentiremo per un po'...».


Redazione online
21 aprile 2011

Cassonetti bruciati, restano le ruote Ma si continua a gettare sacchetti

Corriere del Mezzogiorno

Un rogo incendia parte della facciata del palazzo della Curia dove abita il cardinale Crescenzio Sepe

 

NAPOLI - Sembra un'installazione di arte contemporanea, ma è una tragedia urbana (e umana). Nessuna resurrezione per la Pasqua dei rifiuti che continuano ad accumularsi nella strade del centro di Napoli (con buona pace dell'operazione Pasqua pulita).
Con la primavera sono risbocciati i roghi notturni. Uno molto violento, nelle notte scorsa, ha bruciato anche una parte della facciata del palazzo dove abita il cardinale Crescenzio Sepe. Precisamente l'angolo dello storico edificio di Donneregina a crocicchio con Sedil Capuano ora divorato dal nero di fumo tossico.


I CASSONETTI FANTASMA - Dei cassonetti che fino a 48 ore fa raccoglievano la spazzatura di quell'antichissima via sono rimaste solo le ruote e la traccia della plastica bruciata. Che fare? Aspettare che l'azienda preposta li sostituisca? E la spazzatura quotidiana? Nell'impossibilità di una soluzione praticabile, i cittadini del centro storico hanno agito per automatismo e hanno depositato i sacchetti nei cassonetti fantasma. Un gesto abitudinario e ovvio che però assume toni metafisici. Come accade quando un arto amputato continua a far male, così un cassonetto bruciato continua a raccogliere. Se il gesto però è surreale e lo schema è patologico, l'unica cosa tragicamente vera è la «monnezza». E in questa «passione» si aspetta, ancora una volta, l'esercito.

Natascia Festa
21 aprile 2011

Il giallo dei «Diari» di Mussolini Svelato il nome del possessore

Corriere della sera


Si tratta di un anziano commerciante di Domodossola, Aldo Pianta



Finalmente «Mister X» ha un nome. Nella saga dei presunti Diari di Mussolini mancava un tassello importante, che ora lo studioso Mimmo Franzinelli ritiene di aver scovato: l'identità della persona che conservava le agende di cui poi è venuto in possesso Marcello Dell'Utri. Un personaggio che pochi hanno incontrato e che di recente si è sempre servito di intermediari per trattare la vendita degli scritti di asserita paternità mussoliniana.

Adesso, la svolta: «La pubblicazione presso Bollati Boringhieri del mio libro sui Diari del Duce Autopsia di un falso - dichiara Franzinelli - ha smosso le acque. Sono stato contattato da testimoni e protagonisti della vicenda, che mi hanno fornito notizie e documenti inediti. Ora il mistero di chi aveva le agende è dissolto: si tratta di un anziano commerciante di Domodossola, Aldo Pianta».
Sarebbe lui il misterioso detentore dei Diari, finora designato come Mister X, con cui ebbero contatti a suo tempo varie personalità anglosassoni, dall'ex produttore cinematografico Anthony Havelock-Allan agli storici Denis Mack Smith e Brian Sullivan.

E ciò avvalora la tesi che le agende siano contraffatte, sostenuta da Franzinelli nel suo saggio: «Havelock-Allan riferì che Mister X aveva ereditato le agende di Mussolini dal padre partigiano, che le aveva prelevate a Dongo a fine aprile 1945. E infatti per qualche tempo si accreditò come possessore dei Diari Maurizio Bianchi, figlio del garibaldino Lorenzo, che in effetti aveva partecipato alla cattura del Duce sul lago di Como. Ma ormai quella copertura è saltata». In effetti Bianchi è stato tagliato fuori dalla trattativa che ha portato i Diari nelle mani di Dell'Utri. Interpellato dal «Corriere», ha ammesso di aver fatto per qualche anno da specchietto per le allodole: a suo dire, il padre aveva avuto a che fare con carte di Mussolini, dopo la cattura del Duce, ma non si trattava di diari.

Anche Pianta però aveva un padre partigiano. «Grazie a Mauro Begozzi, direttore dell'Istituto per la storia della Resistenza di Novara - racconta Franzinelli - ho scoperto il fascicolo di Guido Pianta, padre di Aldo. In un primo tempo aveva aderito alla Rsi, per disertare a metà settembre 1944, dopo la costituzione della Repubblica dell'Ossola, e arruolarsi nella divisione partigiana Valdossola. Un passaggio di fronte non infrequente, in quel tormentato periodo. Quando, un mese dopo, i nazifascisti travolsero la zona libera, Guido Pianta riparò in Svizzera con i nuovi compagni. Per via dei suoi trascorsi con Salò, gli venne negato lo status di partigiano e concessa la qualifica meno significativa di patriota». Ma il punto più importante è un altro: «Dalla scheda relativa all'attività di Guido Pianta nella Resistenza (riprodotta in questa pagina, ndr) risulta che si trasferì in Svizzera dall'Ossola il 18 ottobre 1944 e rimase in terra elvetica fino al 28 giugno 1945. Perciò non poteva essere a Dongo nell'aprile del 1945. Appaiono dunque poco credibili sia la versione del reperimento dei Diari sul lago di Como sia il racconto della loro trasmissione ereditaria. Il padre di Mister X non incontrò mai Mussolini e nemmeno ne vide le agende».

E allora da dove arrivano i Diari? «La mia tesi è che vennero compilati da Rosetta e Amalia Panvini Rosati, madre e figlia di Vercelli, già autrici di altri falsi mussoliniani diffusi dagli anni Cinquanta in poi, per i quali furono anche arrestate e processate. A mettere in circolazione gli apocrifi delle due signore provvedeva un avvocato vercellese di loro fiducia, Eusebio Giuseppe Ferraris, tramite altri personaggi, come Oscar Ronza ed Ettore Fumagalli. Dopo il fallimento di vari tentativi, che lo avevano ormai bruciato, è presumibile che Ferraris, assiduo frequentatore di Domodossola, dove possedeva diverse case, si sia rivolto a Pianta, che da allora ha gestito la faccenda con l'accortezza di tenersi nell'ombra». Questa l'ipotesi di Franzinelli, che spiegherebbe come le carte mussoliniane, apparse negli anni Cinquanta da un filone neofascista, siano divenute presunte prede di guerra dei partigiani. Ma il passaggio tra le due fasi, con un intervallo di circa dieci anni, necessita ancora di essere chiarito a fondo.

Ferraris è scomparso il 21 dicembre del 2008, ma l'operazione che Franzinelli gli attribuisce, dopo molti sforzi vani, si è conclusa con l'acquisto dei Diari e l'inizio della loro pubblicazione, inaugurata dall'annata 1939 edita da Bompiani. Pare tuttavia che qualcosa sia andato storto, tant'è vero che l'altro protagonista della vicenda è stato infine costretto a venire allo scoperto: «Alla vigilia degli ottant'anni - osserva Franzinelli - Aldo Pianta ha concluso con successo la vendita delle agende 1935-39. Ma la soddisfazione dell'affare gli è stata rovinata dal meccanismo di intermediazione da lui stesso creato. Pianta crede infatti che l'avvocato elvetico cui egli commissionò la vendita delle agende lo abbia raggirato, consegnandogli soltanto una piccola parte (meno della metà) della somma sborsata dal finanziatore di Dell'Utri, l'imprenditore toscano Stefano Biagini. Perciò Pianta ha avviato un'azione risarcitoria presso la pretura di Mendrisio, in Svizzera, che speriamo arrivi a dipanare presto tutto il giallo».

Interpellato dal «Corriere», Pianta dichiara di non sapere nulla della vicenda e di non leggere i giornali. Minaccia inoltre di citare in giudizio chiunque faccia il suo nome in relazione ai Diari. Ma un settimanale ticinese, «Il Caffè», ha rivelato già alla fine dello scorso anno l'esistenza di un'azione risarcitoria presentata a Mendrisio da un commerciante italiano contro l'avvocato Massimiliano Schiavi e un altro mediatore che lo avevano rappresentato nelle trattative per la vendita delle agende, pagate un milione e 300 mila euro. Le udienze della causa civile sono già cominciate e la prossima è prevista nel mese di giugno. D'altronde anche le controparti stanno valutando l'ipotesi di azioni giudiziarie contro Pianta. Forse la soluzione definitiva dell'annoso enigma dei Diari arriverà un giorno in pretura.


Antonio Carioti e Enrico Mannucci
21 aprile 2011




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Lazio, è morto Polentes Difensore dello scudetto del '73-'74

La lezione di Cossiga imbarazza la sinistra

Il Tempo


Gli scritti del Picconatore sulla giustizia agitano il Pd: "I magistrati non gli piacevano".


  Francesco Cossiga, anche dall'aldilà, ha colpito nel segno. È bastato che sulle colonne del nostro giornale venisse pubblicato un ampio stralcio del libro Discorso sulla giustizia, poteri e usurpazioni, edito nel 2003, che raccoglie alcuni suoi scritti per alimentare un vero e proprio dibattito sulla tanto agognata riforma della giustizia.

E così, proprio nei giorni in cui la maggioranza mette sul tavolo tutte le sue «cartucce» per dimostrare di poter ammodernare questo Paese anche dal punto giudiziario, la «riforma utopica» pensata dal Picconatore diventa la cartina tornasole delle difficoltà della sinistra che, per l'ennesima volta, ha dato ragione alla profezia cossighiana: «la riforma «non è possibile perché, contro la vocazione storica ed ideologica della sinistra in tutta Europa, in Italia la sinistra è ancora giustizialista e poliziesca».

E così è proprio Gerardo D'Ambrosio, senatore del Pd ed ex procuratore capo della Procura della Repubblica di Milano, a riservare all'ex presidente della Repubblica le parole più dure sostenendo che la sua «riforma utopica» farebbe ricadere l'Italia negli errori del passato: «Cossiga non ha mai avuto simpatia per i magistrati - è lo sfogo di D'Ambrosio raccolto dall'Adnkronos - Basti ricordare che mandò i carabinieri al Csm "reo" di avere un ordine del giorno non di suo gradimento, all'epoca della vicepresidenza Galloni».

Ma sono i due passaggi in cui l'ex Capo dello Stato sosteneva le ragioni della separazione delle carriere e dell'abrogazione dell'obbligatorietà dell'azione penale a suscitare lo sdegno del senatore democratico: «In Italia la separazione c'è stata a partire dal 1930 e i pubblici ministeri erano sottoposti all'esecutivo». Una situazione, sottolinea, venuta meno con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana ma soprattutto con l'istituzione del Csm nel 1958. «C'è la nostra storia - sottolinea - che spiega questa evoluzione.

E dobbiamo stare attenti a non ripetere gli errori del passato: in altri Paesi di più antica democrazia l'esecutivo si guarderebbe bene dall'intervenire su un procuratore, perché se si venisse a sapere scatterebbero le dimissioni del politico "colpevole" di ingerenza». Dichiarazioni che sanno molto di frecciate preventive a qualsiasi proposta di riforma della giustizia che la maggioranza voglia ufficializzare al parlamento che continuano nel momento in cui D'ambrosio affronta il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale ritenuta «assolutamente indispensabile. Si pensi a cosa succederebbe se ci fosse un pm sottoposto all'esecutivo e poi fosse l'esecutivo a decidere quali reati perseguire».

Di parere diametralmente opposto è invece Maurizio Paniz, deputato pidiellino e membro della commissione Giustizia di Montecitorio, che ritiene gli spunti di Cossiga sulla giustizia un «ottimo punto di partenza» per la riforma del sistema giudiziario voluta dal governo Berlusconi: «L'impostazione di fondo del presidente Cossiga riguardo la riforma della giustizia rappresenta un messaggio forte per il legislatore. Sono ipotesi condivisibili.

Un ottimo punto di partenza sul quale si può riflettere per qualche ulteriore e significativo aggiustamento». Apprezzamenti alle parole del Picconatore che arrivano anche da Giuseppe Consolo, deputato di Fli e membro della Giunta per le autorizzazioni della Camera che, dopo aver esaltato la lungimiranza di Cossiga e aver ricordato che «la modifca dell'articolo 111 della Costituzione va in tal senso. Se poi vogliamo essere ancora più precisi, diamo un'occhiata ai lavori preparatori della Carta Costituzionale e ci accorgiamo che anche Giovanni Leone la pensava allo stesso modo», si domanda: «Tutti sono d'accordo su questi punti, ma in materia di giustizia siamo fermi, mi chiedo: perché?».

Un quesito che rischia di rimanere senza soluzione soprattutto analizzando il livello di scontro politico che sembra rendere impossibile qualsiasi convergenza in tema di riforma della giustizia. Una considerazione che trova ragione nelle parole del capogruppo Idv in commissione Giustizia Luigi Li Gotti il quale, partendo dalle parole di Cossiga lancia il suo attacco alla destra: «Noi abbiamo un'idea di riforma della giustizia diversa da quella che aveva Cossiga e l'abbiamo proposta nella scorsa legislatura, a partire dalla riorganizzazione e razionalizzazione del processo».



Alessandro Bertasi
21/04/2011




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Caserta, truffa milionaria all'Inps Corte dei Conti: impiegati devono risarcire

Il Mattino








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Agguato davanti al Duomo, consigliere comunale aggredito a colpi di catene

Corriere della sera


Vittorio Aliprandi picchiato assieme al figlio a 24 ore dalla condanna per razzismo. Due esponenti del Pedro portati in questura. Zanonato: «In città ci sono dei criminali». Zaia: intollerabile clima di violenza



PADOVA - Il consigliere comunale Vittorio Aliprandi è stato aggredito di fronte al Duomo di Padova da un gruppo di almeno tre persone armate di catene. Aliprandi si trovava in compagnia del figlio ed era appena uscito da una banca. Del caso si sta occupando la Digos di Padova che ha individuato e portato in questura due esponenti del centro sociale Pedro di Padova. Proprio con un gruppo di pedrini il 9 aprile Vittorio Aliprandi ed il figlio avevano avuto un acceso battibecco prima della manifestazione sul precariato, poi annullata perché alcuni esponenti del centro sociale Pedro avevano sfasciato un banchetto di raccolta firme della Lega Nord. Vittorio Aliprandi, consigliere comunale eletto nelle fila della lista «Per Marco Marin» (Pdl) era stato condannato mercoledì a 10mila euro di multa e sanzioni per frasi razziste su Facebook indirizzata ai Rom. Il consigliere comunale assieme al figlio sono rimasti contusi dal pestaggio ed attualmente si trovano in osservazione al pronto soccorso.

LE REAZIONI - «E' un episodio gravissimo - commenta il sindaco Flavio Zanonato - in città ci sono dei veri e propri criminali: mi aspetto che la polizia e la magistratura siano molto netti nei confronti di questa gentaglia. Bisogna farla finita con la violenza politica e la prevaricazione». «È molto grave quanto accaduto a Padova al consigliere comunale Vittorio Aliprandi, a cui esprimo la mia personale solidarietà. È un fatto esecrabile che ci riporta al clima di anni passati che vogliamo non ritornino più». Con queste parole il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, condanna l’aggressione. «A questo nuovo intollerabile clima di violenza - conclude il presidente - deve, subito, subentrare una nuova stagione di dialogo, civiltà e tolleranza».


A. G.
21 aprile 2011



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Boscoreale, 41 comunali assenti al lavoro tutti condannati: due mesi senza stipendio

Il Mattino






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Picchia la figlia: "Piace troppo" I pachistani vogliono integrarsi?

di Redazione


L'unica colpa della studentessa pachistana era quella di essere avvenente e piacere ai suoi compagni di classe. Per questi motivi, il padre l'avrebbe picchiata, dopo aver sentito le battute dei suoi compagni. L'episodio segue quello di Jamila, la ragazza pachistana costretta dai suoi tre fratelli a stare a casa per paura che la sua bellezza potesse provocare attenzioni esagerate da parte di altri ragazzi




L'ennesima follia. Un uomo di origine pachistana ha picchiato la figlia tredicenne. Motivo? Semplicemente perché era al centro dell' attenzione di altri ragazzini, compagni di scuola in terza media nel Parmense. "Ti piace quello, ti viene dietro l’altro", le dicevano fuori dai cancelli, tra la solita confusione di ragazzi e genitori venuti a prendere i figli. Il padre ha ascoltato tutto e, una volta a casa, ha riempito di botte la figlia. Ad accorgersene sono state il giorno dopo, in aula, le insegnanti, che hanno visto i lividi. La Gazzetta di Parma, che riferisce la vicenda, aggiunge che è stata la stessa adolescente a confermare che era stato il padre a picchiarla, e che lo aveva fatto per quello che era successo alla fine delle lezioni, quando lei si era solo trovata al centro di scherzi e battute in un gioco da ragazzi.

Dirigente scolastico e docenti hanno affrontato la situazione parlando con i genitori: per ora nessuna chiamata alle forze dell’ordine, per non allontanare la bambina dai genitori, con la convinzione - si è appreso dalla scuola - che sia necessario, almeno in questo momento, mantenere un canale di comunicazione con la famiglia. A Parma ci sono almeno cinque studentesse che vivono forti tensioni in famiglia per il loro modo di vivere "troppo occidentale" e che sono seguite da psicologi ed educatori dello spazio giovani dell'Ausl. Ragazze che vorrebbero scappare dalla famiglia, o rifiutano di lasciare l’Italia per un matrimonio combinato nel Paese di origine, o che si scontrano per i troppi no dei genitori per le compagnie che frequentano o perché non hanno il permesso di uscire alla sera. "Il problema - spiegano gli operatori - non è legato alla religione musulmana delle famiglie, ma alle diversità culturali, che vanno affrontate". L'epidosio segue quello, avvenuto a Brescia, di Jamila, la ragazza pachistana costretta dai suoi tre fratelli a stare a casa per paura che la sua bellezza potesse provocare attenzioni esagerate da parte di altri ragazzi.



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Italiani pronti a emigrare per i divorzi lampo

di Annamaria Bernardini De Pace


Negli ultimi cinque anni ottomila coppie sono espatriate e hanno formalizzato velocemente la fine del loro rapporto. Un escamotage per sfuggire alle lungaggini della nostra legislazione e un modo per tentare di ridurre le spese legali



Espatriare per divorziare. Ma soprattutto per divor­ziare in fretta. È la nuova tendenza che ha spinto otto­mila coppie italiane all’estero, secondo i dati dell’As­sociazione matrimonialisti. La ragione? I tempi: trop­po lunghi in Italia, dove ci vogliono almeno quattro anni se si procede per via consensuale e fino a 13 in caso di conflitto. E allora basta fare le valigie, affittare un appartamento all’estero, farsi intestare contratto e bollette e chiedere la residenza. Il regolamento 44/2001 del Consiglio europeo consente a qualsiasi tribunale di un Paese Ue di pronunciare una sentenza di divorzio purché i coniugi vi risiedano stabilmente. Quando si tornerà in Italia, l’ufficiale di stato civile dovrà solo trascrivere la sentenza, tradotta e accom­pagnata da dichiarazione di fedeltà al testo originale.

Marinetti, nel suo manife­sto del Futurismo, aveva det­to, centodue anni fa, «Noi affer­miamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellez­za della velocità». È vero: niente è più lontano nel tempo. La velocità del suo­no, della luce, di internet, dei motori e delle idee, rendono oggi tutto immediatamente percepibile, godibile, raggiun­gibile. Questo non vale però nel ter­ritorio italiano della giustizia: sanzionare un reato o vedere riconosciuto un proprio dirit­to, ottenere un titolo esecutivo perché sia finalmente onorato il proprio credito, arrivare in sostanza alla fine di un proces­so giudiziario - e dei tre gradi di giudizio, più gli annessi e connessi procedimenti - vuol dire entrare in una dimensio­ne fuori dal tempo corrente. 

Accettare e subire tempi bibli­ci, non più compatibili con il pensiero e le azioni che defini­scono con prontezza qualsiasi dinamica ed esigenza della no­stra società. Il problema è ancora più sen­tito nel campo dei diritti della persona, e in particolare del di­ritto di famiglia. Per divorzia­re, in Italia, se c’è conflitto e considerata la fase indispensa­bile della separazione, posso­no servire anche quindici an­ni. Se c’è accordo tra le parti non meno di quattro: tre obbli­gatori per legge, uno almeno dalla richiesta alla sentenza di divorzio. Tuttavia siamo in Europa e possiamo godere del regola­mento del Consiglio Europeo: secondo un’interpretazione accreditata da molti operatori del diritto,qualunque tribuna­l­e dell’Unione può pronuncia­re una sentenza di divorzio tra cittadini europei, che risieda­no da almeno sei mesi in quel Paese. 

Anche se non cittadini di quel Paese. Senza bisogno della preventiva separazione e facendo poi trascrivere la sen­tenza dall’ufficiale di stato civi­le del Paese d’origine. Gli Stati nei quali trascrivere i divorzi lampo, dovrebbero essere so­lo Italia, Malta, Irlanda del Nord e Polonia, gli unici Paesi europei che ancora prevedo­no la separazione prodromica al divorzio. Sembra che negli ultimi cin­que anni almeno ottomila co­niugi italiani abbiano scelto questo sistema di rapida con­clusione del vincolo matrimo­niale non più condiviso, supe­rando così le elefantiache atte­se prescritte dalla legge e ag­gravate dal funzionamento flemmatico dei tribunali. È evidente che non tutti pos­sono permettersi lo shopping del diritto, andandolo ad ac­quistare là dove c’è la possibili­tà di un servizio takeaway.

Non solo perché bisogna esse­re già d’accordo entrambi; ma anche perché, oltre al costo del legale straniero (notoria­mente meno imbrigliato dalle tariffe forensi di quello italia­no), c’è anche da pagare casa e soggiorno per almeno sei mesi e da organizzare diversamen­te la vita in Italia. Molti hanno preferito pren­dere questa strada, invece di aspettare, nella migliore delle ipotesi i fatidici quattro anni. Ma quanti di loro avranno fat­to le cose correttamente e quanti invece avranno imbro­gliato entrambi gli Stati coin­volti, ricorrendo a opportuni escamotages per avere tutte le carte a posto? Se un cittadino italiano deve organizzare truffe per ottene­re subito all’estero ciò che in Italia si propone come un’ipo­tesi incerta e a lungo termine, è ovvio che lo Stato italiano non possa non pensare seria­mente e subito ad adeguare l’ordinamento giuridico (e giu­diziario!) alle esigenze manife­state dalla società. 

C’è l’ostaco­lo, però, della matrice cattoli­ca di molti parlamentari, a im­pedire la facile attuazione di quella che, secondo me, è la so­luzione migliore: e cioè l’intro­duzione di una legge che offra la possibilità di scelta tra sepa­razione e divorzio. In realtà l’ostacolo sarebbe superato dal fatto che ai cattolici convin­ti rimarrebbe pur sempre la possibilità di preferire ancora la separazione, utilizzandola come periodo di riflessione, per l’eventuale divorzio o la ri­conciliazione. Ma i laici, an­che quelli non così abbienti da comprarsi una temporanea re­sidenza straniera, vedrebbero almeno il loro diritto attuarsi in tempi ragionevoli. C’è da dire, a proposito di Stati esteri, che molti si rivolgo­no ai tribunali ecclesiastici (giurisdizione Città del Vatica­no) perché, a volte, la nullità del matrimonio è più veloce da ottenersi che non il divor­zio. 

E, dunque, se vogliamo an­cora poter definire il nostro Pa­ese la culla del diritto, senza che il diritto sia denutrito e maltrattato dai suoi stessi geni­tori, è necessario che i parla­mentari italiani si alzino dalle loro sontuose poltroncine e vengano in trincea per vedere che cosa succede nel mondo dei divorzi: i giudici e gli avvo­cati italiani stanno perdendo credibilità a favore dei loro col­leghi stranieri ed ecclesiastici; i coniugi, certamente deside­rosi di regolamentare con cele­rità vite, patrimoni e figli, emi­grano a tempo nelle città euro­pee, se ricchi; se poveri, inve­ce, pagano il fiodell’inefficien­za statale, e a lungo pagano gli avvocati anche di più di quan­to basterebbe. Quelli che hanno davvero molta fretta, preferiscono ucci­dere il coniuge. In Italia si con­ta ogni giorno un omicidio in famiglia.
Sanno, gli assassini, per altro, di essere pienamen­te garantiti dalla lentezza iper­trofica della giustizia, dalla pre­scrizione, dagli sconti di pena. Sovente, per un omicidio, do­po nove anni si può ricomin­ciare a vivere. Perché, forse pensano costoro, spendere de­naro e aspettare quindici anni per un divorzio sudatissimo e incerto? Con buona pace del­l­’apprezzamento dell’entusia­smante velocità, da parte di Marinetti.  




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Il truffato sono io Per il partito mi sono rovinato»

di Redazione


«Il truffato sono io, mica Fini. È lui, il partito...che m’hanno fregato 500 milioni». Poco dopo le ore 14 l’imprenditore Antonio Silvestroni, chiamato «Antonello» dai missini di un tempo, rompe la consegna al silenzio durata vent’anni. «E mo’ basta, ve la dico io la verità sui soldi del presidente della Camera». Fini la denunciò nel ’93 perché non lei non onorò un prestito da 150milioni di lire...
«(risata). Io sono stato una persona perbene avendogli consentito una ipoteca volontaria sul mio bene su del denaro che invece mi spettava».
Non abbiamo capito granché...

«Alleanza nazionale mi doveva 500 milioni di lire per vari lavori. Non pagò mai. Attraverso la mia società, Generali Costruzioni, a un certo punto feci causa ma il giudice, con una decisione salomonica, mi diede ragione sulle pretese risarcitorie ma disse che avevo sbagliato a intraprendere la causa nei confronti del Partito quando avrei dovuto citare la Federazione. La causa morì così. Una svista “giuridica“ e quei soldi non li ho visti più. Vicenda comunque spiacevole, perché io nel partito ero sempre stato di casa.

Pagavo cene, viaggi, campagne elettorali, i palchi dei comizi, i camion coi manifesti a Taeodoro (Buontempo, ex Msi, ora con Storace, ndr) scontavo le cambiali a tanti di loro, come Pino Rauti e al segretario di Fini, Checchino Proietti (oggi deputato Fli, ndr). Quelli nel ’92 se morivano di fame e per campa’ chiamavano sempre Antonello, che zitto e buono staccava l’assegno. Pagavo tutto, per il partito e per altro. Io ero il vaso di ferro, loro di coccio...».
Ci parli del prestito di Fini.

«Ma quale prestito?! Il partito non mi pagava, ero esposto con le banche, così gli ho detto: “A Gianfra’ tu bisogna che me paghi le fatture perché sto in difficoltà“. Una sorta anticipazione sul totale. Così lui, che si professava mio amico, che aveva voluto battezzare mio figlio, tirò fuori 150 milioni dal suo conto con una premessa: “Sai com’è, può succedere di tutto, ho bisogno di garanzie”, che io fornii puntualmente».

Una casa gravata da ipoteca, azioni già vendute. Così denunciò Fini. «Ma che dice?!! La casa era la mia e c’era acceso un mutuo perché, come detto, in quel periodo grazie al partito ero troppo esposto e non avevo sufficiente disponibilità finanziaria. Quanto alle azioni, avevo degli interessi nella società Diplomat Tour e gli diedi in garanzia degli assegni: incassò 40 milioni, gli altri assegni no perché poi la società fallì. Ma di questo “rientro” Fini non parla nella denuncia. Poi la casa è andata all’asta e lui alla fine è stato liquidato, io non gli devo un centesimo. Comunque Fini da “amico” intimo, che lasciava l’ombrellone di Anzio per venire a fare le vacanze a casa mia in Costa Smeralda, che ha battezzato mio figlio, al dunque s’è dimostrato un cinico»

Ma non le sembrò strano, vent’anni fa, che il giovane deputato Finì le desse 150milioni senza battere ciglio? «Fini aveva tre legislature alle spalle, abitava a Ciampino, non spendeva una lira perché viveva sulle spalle del partito. Il resto non mi interessava allora, men che meno mi interessa oggi».GMC-PaTa



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Fini e il giallo sull’assegno all’amico furbetto

di Gian Marco Chiocci


Nel ’92 prestò 150 milioni di lire a un costruttore, poi lo accusò di averlo raggirato. Ma l’imprenditore gliene ha chiesti 500



Patricia Tagliaferri
Gian Marco Chiocci

Roma
 

Aveva 40 anni Gianfranco Fini quando, nel 1992, allora giovane segretario dell’Msi, prestò 150 milioni delle vecchie lire, circa 200mila euro di oggi, ad un amico in difficoltà economiche, Antonio Silvestroni, imprenditore molto vicino al partito. Un gesto nobile, che però ha creato non pochi grattacapi all’attuale presidente della Camera. E già, perché quei soldi sono divenuti oggetto di una contesa giudiziaria tornata d’attualità per i suoi risvolti inediti, degni di essere raccontati anche a distanza di tanto tempo. Con un generoso quanto sprovveduto Fini che tira fuori di tasca propria una quantità di denaro di cui non proprio tutti, a quell’epoca, potevano disporre, e il presunto truffatore che invece ritiene di essere stato lui stesso vittima di un raggiro. Il primo che rivuole indietro 150 milioni, il secondo che ne reclama invece 500.
È proprio Fini a raccontare come sono andate le cose in una querela presentata alla Procura di Roma il 27 febbraio del 1993. Non riuscendo ad avere indietro il denaro prestato, infatti, l’attuale leader di Fli decide di chiedere ai magistrati di procedere contro l’imprenditore per truffa aggravata. Fini racconta di «conoscere da tempo Antonio Silvestroni, che si dichiarava imprenditore provveduto e cospicuo». Quanto basta, insomma, per firmare il 19 giugno del 1992 un assegno dell’importo richiesto. «Il suo tenore di vita - si legge nella denuncia - le relazioni intrattenute e, soprattutto, gli argomenti da lui trattati circa i suoi molteplici affari ne rivelavano oltre che la consistenza economica un’adamantina dirittura morale».
Un beau geste che gli si ritorcerà contro poiché i 150 milioni non li rivedrà più (anche se Silvestroni, nell’intervista accanto, sostiene il contrario). Non solo. L’ipoteca sull’immobile che Silvestroni aveva offerto in garanzia, a detta di Fini, si rivelò quantomai inefficace: l’appartamento di via Romeo Rodriguez Pereira, infatti, risultò venduto nel luglio 1993. «Silvestroni - spiega lo stesso Fini - dopo aver ricevuto il prestito, aveva preso tempo, aveva venduto l’immobile per sottrarre alle mie successive pretese ogni garanzia ed aveva consentito l’iscrizione dell’ipoteca soltanto dopo la cessione dell’immobile ad un terzo, certamente approfittando delle lungaggini burocratiche relative alla trascrizione del contratto di compravendita che avrebbe vanificato le visure disposte dal notaio rogante».
Prima di fare l’amara scoperta Fini veniva continuamente rassicurato dall’amico imprenditore, che gli continuava a chiedere di procastinare i pagamenti. «Mi sottolineava come ormai io dovessi ritenermi cautelato ampiamente dall’ipoteca che garantiva, innanzitutto, la sua correttezza e, quindi, la restituzione di quanto mi doveva». Peccato che l’appartamento in questione non fosse più nella disponibilità di Silvestroni. Così nel gennaio del 1993 Fini torna all’attacco, avverte l’imprenditore che non avrebbe atteso oltre e che avrebbe esercitato i suoi diritti. Per tenerlo buono, allora, l’amico gli dà in pagamento titoli a firma della società Diplomat Tour «assicurandolo circa la solidità del traente». Ma anche in questo caso Fini rimane a bocca aperta quando scopre che i titoli erano andati protestati.
Una doppia beffa, a suo dire. Perché l’allora segretario missino aveva tenuto a battesimo il figlio di Silvestroni, andava in vacanza con lui in Sardegna, il partito tutto si rivolgeva al costruttore per necessità di ogni tipo. Poi, certo, con la questione del prestito i rapporti si sono incrinati. Il procedimento si è concluso nel febbraio del 2000 con una sentenza di prescrizione. Ma solo oggi si è appreso che i due si confrontavano non solo in sede penale ma anche, invano, davanti al giudice civile. In questo caso è Silvestroni a battere cassa. A chiedere il saldo delle fatture dei lavori fatti per il partito, Msi prima, An poi, pari a cinquecento milioni di lire. E quel prestito del segretario Fini, in realtà, per Silvestroni sarebbe stato solo un «anticipo» su quanto il partito di Fini gli doveva. Due amici. Due versioni contrastanti. Da allora le loro strade non si sono più incrociate. Il reato è prescritto, il reciproco rancore no.




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Io, perseguitato dai Pm: inquisito e assolto 63 volte"

di Stefano Filippi

Finito nel tritacarne di Mani pulite, il costruttore Vincenzo Lodigiani ha passato 13 anni di calvario giudiziario ed è stato costretto a vendere l’impresa




Sessantatre inchieste, zero condanne. È un primato. Ma è uno di quei record di cui non si può essere orgogliosi. L'ingegner Vincenzo Lodigiani era l'erede di una delle maggiori imprese di costruzioni italiane, una società edile nata a Piacenza e passata di padre in figlio. Un nome conosciuto in tutto il mondo per aver lavorato in 35 Paesi: ponti, dighe, strade, fabbricati industriali, il salvataggio del tempio egiziano di Abu Simbel. All'inizio degli anni ’90, alla vigilia di Mani pulite, la Lodigiani aveva centinaia di dipendenti e fatturava mille miliardi di lire all'anno. I colossi dell'edilizia tricolore erano due: loro e Cogefar. «Avevamo commesse garantite per altri tre anni», ricorda l'ingegnere, oggi ottantenne.

D'improvviso, il terremoto. Procure di tutta Italia aprirono fascicoli a carico dell'impresa. Tangenti, appalti truccati, corruzione, finanziamenti illeciti. Sessantatre fascicoli. Una pioggia di ordini d'arresto per Lodigiani, un cupo giro d'Italia da un penitenziario all'altro. In totale sei mesi agli arresti, tra carcere e domiciliari. Tredici anni di calvario giudiziario. E cento giorni dopo l'ultima assoluzione, la morte della moglie che non l'aveva mai abbandonato. Lodigiani non parla volentieri di quel periodo. Ha rotto il riserbo l'altro giorno con la «Cronaca» di Piacenza. Non nutre animosità: «Era inevitabile fossimo coinvolti, la Lodigiani aveva sede a Milano ed era la più importante impresa di costruzioni a conduzione familiare, preceduta per fatturato soltanto dalla Cogefar di casa Fiat».

Ma il prezzo pagato è stato altissimo. La pressione delle procure fu insostenibile. I lavori non venivano più pagati. Le banche chiedevano di ritorno i soldi prestati. L'impresa non poteva gareggiare per ottenere altre opere. Sotto un peso insopportabile, la famiglia piacentina prese una decisione coraggiosa: saldò le banche e i fornitori, aiutò i dipendenti a trovare un nuovo lavoro e uscì di scena. «Per pagare ogni debito la mia famiglia ha messo a disposizione tutti i propri mezzi personali - dice Lodigiani -. L'occupazione fu garantita con il confluire in Impregilo, società che non avendo lavori in Italia non era stata coinvolta in inchieste giudiziarie».
«Ciò di cui vado più fiero - confessa al Giornale - è che nessuno dei dipendenti abbia perso il lavoro, anzi tutte le maggiori aziende italiane del settore hanno con sé maestranze della Lodigiani. Sono sparsi in tutta Italia, e la cosa che mi fa più piacere è che con la grande maggioranza di loro il rapporto non si è interrotto. Ci vediamo, ci sentiamo. Anche per loro è stato un trauma: dopo tanti anni in una società, cambiare è uno shock. Nella nostra vicenda, di traumi ce ne sono stati tanti. Sussulti che magari non fanno la grande storia, ma lasciano ugualmente il segno».
L'onore dei Lodigiani doveva essere difeso anche nelle aule di giustizia, dove la montagna di accuse si è sgretolata come ghiaia. Archiviazioni (molte delle quali decretate dagli stessi pubblici ministeri), assoluzioni, rare prescrizioni; anzi, in numerosi casi è emerso che la società era in realtà parte lesa e da accusata si trasformò in parte civile. Si accanirono procure di tutta Italia, da Roma a Milano, da Reggio Calabria a Trento, da Sondrio a Cosenza, e ancora Caltanissetta, Grosseto, Messina, Isernia, Torino, Palermo, Firenze. Misero sotto inchiesta perfino lavori fatti in Somalia o Tanzania, grandi opere bandite all'estero, aggiudicate da commissioni estere, realizzate lontano dal nostro Paese. «Dov'erano i problemi di corruzione in Italia? Me lo domando ancora adesso».
Tredici anni di indagini si sono chiusi senza condanne né un euro dovuto come risarcimento. «L'azienda, la mia famiglia e io siamo usciti con le ossa rotte da questa vicenda e certamente l'avere superato questo periodo con la fedina penale pulita non è un'adeguata compensazione», confessa l'ingegnere. È ancora aperta la ferita di quando i suoi concittadini lo insultarono, in quei drammatici primi anni ’90, in piazza Cavalli, il cuore del capoluogo emiliano.

Non c'erano ancora sentenze, soltanto indagini in corso, e non contava che la Lodigiani avesse dato lavoro a generazioni di piacentini: il coinvolgimento nelle inchieste era di per sé un indelebile marchio d'infamia. E la magistratura? «Mi viene in mente il mio professore di filosofia del liceo classico. Diceva: non esiste la “cavallinità”, esistono i cavalli. La magistratura in sé non è né buona né cattiva. Esistono i magistrati. E io ne ho conosciuti tanti, molti si sono comportanti con me in maniera corretta, compreso Di Pietro. Cercavano di capire come sono andate davvero le cose. Ad alcuni invece non interessava capire, ma colpire».




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Vi presento Paolo Mieli: habitué della cause perse

di Giancarlo Perna


Benché smentito dai fatti, l’ex direttore del Corriere insiste a dire che il premier non ha comprato la villa di Lampedusa. Vuol guidare i governanti ma non ha portato bene ai politici che ha sostenuto, da Prodi a Casini e Fini




Con una petulanza un po’ da sfaccendato, Paolo Mieli torna a dire che il Cav non ha comprato la villa di Lampedu­sa. L’ex direttorone del Corse­ra si è nuovamente presenta­to ieri in tv, Agorà su Rai Tre, per ripetere che a due settima­ne dall’annunciato acquisto ci sono solo caparra e compro­messo. Lo scopo di Mieli è riaf­fermare che il Berlusca gli sta sulle scatole e lo piglia per i fondelli:«Ha detto “l’ho com­prata”. Come dice spesso, “l’ho fatto”oppure “Lampe­dusa è tra le cose fatte” che poi uno va vedere e la cosa non è come Berlusconi l’ha presentata». È la terza volta che Mieli ci batte, considerandola la sua intuizione forte di questo scorcio di primavera. La pri­ma sortita è stata a Ballarò il 5 aprile, dando manleva a Fini che in un video criticava la vi­sita all’isola del Cav in quelle ore. Paolo, in studio, salta su trionfante e dice: «Conosco il proprietario di quella villa e so per certo che non è stata ac­quistata da Berlusconi. È una bugia».
Gongolano gli antipa­tizzanti del Cav e afferra il mi­crofono Walter Veltroni che chiede al Premier di dimetter­si. I toni sono drammatici da quacchero dolente: «Se non è vero quello che il premier ha detto di fronte a tante perso­ne che soffrono, dovrebbe fa­re quello che si fa in un Paese civile: un passo indietro». Mieli si gonfia e la sua calvizie sprizza bagliori di aureola. Due giorni dopo il Foglio pub­blica i documenti della com­pravendita e sbugiarda il di­rettorone. Ma lui ignora. Va ad Annozero e insite. Ieri re­plica. Riguardiamo la scena. Emerge l’antipatia di Mieli per il Cav e, specularmente, la sua consonanza con i politi­ci che detestano il Cav. Si è vi­sto come in tv Paolo sia anda­to in soccorso di Fini e Veltro­ni abbia fatto da spalla a Pao­lo. Ma la lista dei pupilli di Mieli è più vasta perché il gior­nalista- richiamandosi ad an­t­iche figure della professione, Albertini, Missiroli, Scalfari, altri - è ossessionato dall’am­bizione di guidare i governan­ti in veste di maitre à penser.
A questa debolezza umana va anche ricondotta la tensione col premier che, in fondo, è frutto di delusione. Il Cav, in­fatti, aborre l’idea di farsi me­n­are il naso da una mosca coc­chiera, tanto meno da un ex sessantottino qual è Paolone. Quando il Cav scese in poli­tica nel 1994, Mieli dirigeva il Corsera già da un anno e mez­zo. Rimase per un po’ guardin­g­o in attesa che l’astro nascen­te gli desse retta. Insoddisfat­to, gli presentò il conto. Men­tre il Cav presiedeva a Napoli un vertice mondiale, pubbli­cò sul suo quotidiano l’avviso di garanzia del pool di Milano che incriminava il Capo del governo. Era guerra: Mieli aveva schierato contro il pre­mier il quotidiano, fin lì, più governativo d’Italia. Il Corrie­re non fa uno scoop per farlo, come faremmo noi del Gior­nale , più incoscienti. Sui pro e contro ci fa notte. In questo, Paolone è un callido volpone.
In un’altra occasione, quan­do un suo cronista giudizia­rio, Carlo Vulpio, rivelò in una corrispondenza nomi de­­licati - Nicola Mancino vice del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Cassazione, altri - lo sollevò dell’inchiesta con una secca telefonata, portandolo al li­cenziamento. Dopo Napoli, tra Cav e Mie­li calò la saracinesca. Lascia­to il Corriere nel 1997, Paolo­ne- che non si sentiva valoriz­zato - si dette una spolveratu­ra asettica, al punto che nel 2003 (legislatura berlusconia­na) fu designato come «presi­dente di garanzia» alla Rai. Ma era una sceneggiata e l’aspirante capì che in realtà non lo voleva nessuno. Si legò al dito la disavventu­ra e, tornato per la seconda volta alla guida del Corriere (mai accaduto prima) lo schierò deciso contro il Cav.

Un mese prima dell’elezione dell'aprile 2006, stampò un’editoriale di benservito a lui e una sviolinata rivolta Ro­mano Prodi. Scrisse: in cin­que anni Berlusconi ha «bada­to alle sue sorti personali» e ha deluso; «siamo invece con­vinti che la coalizione di Pro­di abbia i titoli per governare al meglio per prossimi cinque anni». E giù una serie di osser­vazioni incantate sugli alleati del Prof: Rutelli che «ha crea­t­o un moderno partito liberal­democratico », Fassino «il grande traghettatore», il radi­cale Pannella e il socialista Bo­selli con «il loro mix di laici­smo moderato e istanze libe­rali », Bertinotti che ha fatto «approdare i suoi sulle spon­de della non violenza» e via con i solfeggi.

Senza dimenti­care qualche benevolo pas­saggio rivolto a Fini e Casini, i «saggi» del centrodestra. Mie­li, occhio di lince, intuiva che intrigavano e li allettava. Que­sta carrellata di consigli, ca­rezze e ammonimenti è la ve­ra natura di Paolone che, per badialità dei gesti e voce sal­modiante, è il Budda del no­stro secolo. Sappiamo bene come sia­no finiti suggerimenti e previ­sioni. Prodi dopo due anni gettò la spugna inseguito dal­le toghe. Rutelli va in pedalò. Fassino è tornato a Torino. Pannella si è fatto crescere le trecce, Boselli ha perso i ca­pelli, per vedere Bertinotti bi­sogna andare a un cocktail.

Gli restavano Fini e Casini, ri­masti in sella grazie al Cav. Finché ha avuto il Corsera (2009), li ha coccolati con pif­feri e fanfare. A Pierferdy ha lasciato in dote un gioiellino tra il 5 e il 7 per cento. All’ami­co e editorialista Galli Della Loggia, ha raccomandato Gianfry. Galli, pasqualmente felice per la sprovvedutezza culturale dell’allievo,gli ha in­dicato con articoli di fondo le nuove praterie in cui pascola­re: la Destra storica, il laici­smo cavourriano, quello ospedaliero delle clonazioni, dei bimbi in provetta, delle fe­condazioni eterologhe.

E lì, Gianfry ha brucato fino a ri­dursi alla controfigura di Boc­chino. Oggi, questo amabile burat­tinaio, autore di storia e buon conversatore tv, ha 62 anni. È figlio d’arte. Renato, il babbo, è tra i fondatori dell’Ansa nel dopoguerra, diresse l’Unità, fu segretario di Togliatti. Poi, aprì gli occhi, lasciò il Pci e scrisse un libro meraviglioso sulle malefatte del Migliore nella guerra di Spagna, To­gliatti 1937 . Nei suoi ultimi an­ni, collaborò col Giornale e Montanelli. L’arcobaleno di Paolone è simile. Quando en­tra all’ Espresso di Eugenio Scalfari a 18 anni, è un putti­no biondo e ceruleo. Poi di­venta un ceffo di Potere Ope­raio. Ma sta solo seguendo la moda, ben altri i suoi destini.
Dall’aio Eugenio succhia il gu­sto del potere. A 40 anni acca­lappia Agnelli che lo fa diretto­re della Stampa , due anni do­po è al Corriere , stesso milieu. Ha due figli dal primo matri­monio, una dal secondo con Barbara Parodi Delfino. A pre­sentargli la bella, fu Luca di Montezemolo che aveva avu­to una figlia da lei. Barbara era tiepida. «Mi sembra di una noia mortale», diceva. Dopo la convivenza, oggi fini­ta da tempo, precisò il giudi­zio: «Paolo ha la testa veloce e il corpo lento. Odia lo sport». Perciò non si darà all’ippica e imperverserà in tv.



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Da Lampedusa a Milano per stuprare Tunisino è accusato da due donne

di Paola Fucilieri


Un tunisino la settimana scorsa ha ottenuto il permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi. Ora è accusato, insieme ad altri extracomunitari che erano con lui, di rapina, violenza sessuale e sequestro di persona di due ragazze romene. Lui si difende: "Scambiato per un altro"



Milano - La settimana scorsa ha ottenuto il permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi all’ufficio immigrazione della questura. Ne aveva pienamente diritto essendo di nazionalità tunisina ed entrato in Italia tra il 1° gennaio e il 5 aprile da Lampedusa, dove era stato regolarmente fotosegnalato. Purtroppo il permesso di soggiorno non tutela dal compiere azioni illecite e immorali, anche se chi lo possiede, soprattutto se per motivi eccezionali - come quelli previsti dal recente decreto governativo - dovrebbe comportarsi nel miglior modo possibile nei territori dove può circolare.
Invece il nostro tunisino, appena ottenuto il soggiorno, non ha esitato a infrangere la legge, a comportarsi da delinquente. Adesso, infatti, è in giro per Milano (si spera si trovi ancora qui) con una denuncia pesante. È accusato infatti, insieme ad altri extracomunitari che erano con lui, di rapina, violenza sessuale e sequestro di persona di due ragazze romene. E se non è ancora stato arrestato è perché la polizia ferroviaria di Milano, che l’ha fermato e poi rilasciato, sta cercando di accertare nei dettagli come si siano svolti realmente i fatti. Sui quali le giovani romene pare non abbiano invece alcun dubbio.
Questa brutta storia è accaduta martedì in uno scalo ferroviario milanese. Un gruppo di extracomunitari nordafricani ha adocchiato due ragazze romene e ha cominciato a importunarle. Dalle parole si è passati ai fatti, le ragazze sono state trascinate con la forza in una zona isolata dello scalo e qualcuno tra gli extracomunitari ha abusato di loro dopo averle rapinate di un telefonino. A quel punto il gruppo di giovani stranieri se n’è andato lasciando le due donne in preda alla disperazione. Le ragazze, dopo essersi riprese, hanno cercato la polizia nelle vicinanze dello scalo e, quando hanno trovato gli agenti della Polfer, hanno raccontato quel che era accaduto poco prima.
I poliziotti hanno cominciato a cercare il gruppetto di stupratori descritto dalle due donne e li hanno trovati e fermati.

Tuttavia le ragazze, che hanno scagionato alcuni dei giovani nordafricani, avrebbero riconosciuto invece con certezza il tunisino e altri nordafricani che erano con lui come i loro stupratori. Il ragazzo si sarebbe difeso, negando ogni tipo di responsabilità, sostenendo che le due romene lo hanno scambiato per un altro e mostrando proprio il permesso appena ottenuto, sul quale sono partiti immediatamente i controlli con la questura per avere riscontri sull’autenticità del documento rilasciato a Milano. E che è risultato essere proprio uno dei permessi di soggiorno che il governo ha deciso di concedere agli stranieri - profughi e migranti - sbarcati a Lampedusa nelle scorse settimane. Sarebbe la parola delle due donne contro la sua, visto che anche gli altri extracomunitari non hanno ammesso nulla. Così il tunisino, per il momento, è stato semplicemente denunciato. E nel frattempo è libero. E con un permesso di soggiorno valido sei mesi in tutto il territorio dell’Unione europea.





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